Lettore medio

L’impero del sogno (Vanni Santoni)

9788804680796_0_0_0_75Meglio andarsene, penso: ma da qui, da questo paese, in fin dei conti, non è sempre meglio andarsene?

Possono i sogni penetrare la realtà fino a confondersi con essa? A questa domanda risponde “L’impero del sogno”, l’ultimo romanzo di Vanni Santoni. Protagonista è Federico Melani detto “il Mella” studente svogliato originario del Valdarno, che passa le sue giornate a giocare con gli amici nel negozio di giochi e strategia.
Federico ha un sogno ricorrente o meglio “prolungato”: ogni volta che si addormenta sogna di trovarsi in un palacongressi come delegato, niente poco di meno che dell’intera umanità, in una convention a cui partecipano le più di sparate creature fantastiche. Dai draghi alle streghe fino alle divinità, tutti aspirano a diventare i tutori di Gemma, neonata dalle capacità demiurgiche, destinata a creare, o per meglio dire sognare, un intero mondo.
La fantasia “versicolore” di Santoni si dispiega in un road book irresistibile che mescola letteratura fantastica e provincia italiana degli anni ’90, in una mistura citazionista che risulta un vero e proprio spaccato dell’immaginario, colto e pop.
Abbiamo posto alcune domande a Vanni Santoni per soddisfare la curiosità dei lettori medi.

Nome: Vanni
Cognome: Santoni
Titolo del tuo ultimo romanzo: L’impero del sogno, uscito per Mondadori nel novembre 2017.
“L’impero del sogno” costituisce una sorta di prequel fondativo della tua serie fantasy “Terra ignota” e innumerevoli sono i rimandi interni nelle tue opere. Puoi dirci qualcosa dell’universo “santoniano”: Ho cominciato a lavorare a una continuity strutturata, o macroromanzo che dir si voglia, a partire da Muro di casse. Almeno: da Muro di casse (uscito per Laterza nel 2015, N.d.A.) in poi ho cominciato a farlo in modo consapevole, visto che, ad esempio, il mio secondo romanzo Se fossi fuoco arderei Firenze (2011), per quanto non avesse collegamenti diretti in termini di trama o personaggi, era già una sorta di “satellite” del mio primo Gli interessi in comune (2008), così come – ho scoperto poi – Tutti i ragni (2012) avrebbe avuto collegamenti tematici forti con La stanza profonda (2017). Mentre scrivevo Muro di casse, però, per la prima volta ho fatto una scelta precisa: ho preso uno dei personaggi degli Interessi in comune, Iacopo Gori, ho immaginato come sarebbe stato a dieci anni dagli eventi descritti in quel romanzo, e l’ho inserito tra i protagonisti di quello nuovo.
Questa scelta, che se vogliamo era dettata da ragioni di “economia” – mi serviva un certo tipo di personaggio, un certo carattere; avendolo già, l’ho utilizzato, come un regista che richiama un certo attore – avrebbe avuto effetti più grandi di quanto prevedessi. Dopo di ciò, infatti, Gli interessi in comune e Muro di casse erano saldati per sempre. Improvvisamente esisteva un ponte che univa i due romanzi e aggiungeva significato a entrambi. La cosa mi piacque, e quando minimum fax mi chiese un racconto, che sarebbe andato nell’antologia L’età della febbre (2015), dedicata a quelli che a loro avviso erano i migliori narratori italiani sotto i quarant’anni, feci il percorso inverso: presi Cleopatra Mancini, uno dei protagonisti “originali” di Muro di casse, un personaggio insomma nato in quel libro, e scrissi una storia con lei protagonista, Emma & Cleo. Funzionava; continuai. Al momento di progettare La stanza profonda, ho potuto allora agire in piena consapevolezza, e pianificare l’utilizzo del Paride, al secolo Filippo Paridelli, anche lui come Iacopo Gori tra i personaggi degli Interessi in comune, come uno dei protagonisti del romanzo a venire.
Allo stesso modo ho pescato dagli Interessi in comune il buon Federico “Mella” Melani e l’ho reso protagonista unico dell’Impero del sogno, uscito sei mesi dopo l’exploit della Stanza profonda. In questo ultimo caso, il discorso era più delicato, perché, come anticipi tu stesso nella domanda, L’impero del sogno doveva anche essere il prequel dei due Terra ignota, e quindi costituire anche un asse tra la parte realistica della mia produzione e quella puramente fantastica. A conti fatti mi pare che l’operazione sia riuscita (per chi fosse interessato, fornisco qualche altro dettaglio qui), e che abbia avuto un effetto inaspettato: L’impero del sogno, con le sue suggestioni legate all’universo onirico e a quello videoludico, finisce per far parte di una imprevista “trilogia dei mondi immaginari” con Muro di casse, dedicato al mondo psichedelico dei rave, e La stanza profonda, dedicato a quello dei giochi di ruolo, ancor più di quella che forma con i due Terra ignota, rispetto ai quali comunque racconta la genesi dell’Imperatrice e del mondo stesso in cui si svolge la saga.
Il tuo ultimo libro è anche una sorta di enciclopedia dell’immaginario anni ’90. Puoi citarci un’opera fondamentale per quel periodo per le seguenti categorie? (Canzone: / Romanzo: / Fumetto: / Telefilm – all’epoca non si usava ancora l’americanismo “serie tv”): Non credo si possa ridurre un decennio a singoli titoli, tanto più che la musica che definisce gli anni ’90, almeno in Europa, è la techno con le sue derivazioni, e la stessa natura della sua fruizione – più brani messi in flusso e mixati – esclude la possibilità di isolarne uno solo. Per quanto riguarda i romanzi è chiaro che si è trattato di un decennio in cui la narrativa nordamericana ha espresso le sue ultime opere in grado di dettare una indiscutibile egemonia, penso a Pastorale americana di Roth, a Underworld di DeLillo, a Infinite Jest di Wallace, a American Psycho di Ellis, a Mason & Dixon di Pynchon, ma non si tratta di libri che possono aver avuto un’influenza su Federico Melani – in effetti nel romanzo la più preparata Livia Bressan cita quello di Ellis e lui dice di non averne mai sentito parlare.
Gli anni ’90 sono stati anche il decennio in cui hanno preso l’avvio le saghe di Harry Potter, di Game of thrones e, nel fumetto, di Sandman, e in cui quindi il fantasy, dopo l’esplosione cinematografica degli anni ’80 (essa pure fondamentale, sia nei suoi due capolavori – l’Excalibur di Boorman e il Conan di Milius – sia in film minori, ma comunque potenti nel loro immaginario, come Willow, Labyrinth o Ladyhawke), ha conosciuto un nuovo corso e l’avvio della sua definitiva imposizione nell’immaginario mainstream, coagulatasi poi nel decennio successivo. Tanto più rilevante per L’impero del sogno è peraltro il Sandman di Gaiman, dato che non solo getta le basi di quel fantastico che prende le mosse da scenari realistici e contemporanei, ma è anche diretto ispiratore del mio romanzo, dato che nella storyline A game of you c’è un personaggio, Barbara, che alterna a una vita deludente di donna divorziata una vita onirica ricchissima, e ciò la rende senz’altro una sorta di “madrina” del Mella.
Nella tua valigia non possono mai mancare: Libri, in effetti spesso viaggio con abiti e dotazioni inadeguate a causa dei troppi libri che mi porto anche per viaggi brevi. Ieri mattina ho fatto la valigia, ci ho messo I Buddenbrook di Mann, Petrolio di Pasolini, La Bibbia, Bouvard & Pécuchet di Flaubert, che sono i libri che sto rileggendo per il romanzo che sto scrivendo; Pedro Páramo di Juan Rulfo e Nightwood di Djuna Barnes, che sono i romanzi che sto leggendo in questo momento, e Gli elementi del disegno di John Ruskin, di cui spero prima o poi di ultimare tutti gli esercizi…
Recensisci in 300 battute il tuo romanzo: Non credo spetti all’autore recensire i propri lavori, ma in anche meno di trecento battute posso fare di meglio, ovvero apporre un link alla rassegna stampa completa, così che ciascuno possa scegliere la recensione che preferisce.
Diversi sono i legami con il tuo precedente romanzo “La stanza profonda”, che affrontava il tema dei giochi di ruolo inserito in un contesto realistico. Come cambia il tuo approccio alla scrittura tra testi realistici e fantastici? La differenza principale d’approccio, più che tra “realistico” e “fantastico”, è tra “avventuroso” e “non avventuroso” – non dico “letterario” dato che anche il fantastico può ben esserlo –: quando scrivo un libro come L’impero del sogno o come i due Terra ignota, che per quanto ricchi di intertestualità restano romanzi mossi anzitutto dalla trama, posso lavorare in modo più organico, progettando un soggetto, e da esso una storyline piuttosto dettagliata, divisa in scene, alle quali poi lavoro (non sempre in modo cronologico: in genere lavoro al romanzo partendo da tre punti diversi, uno più iniziale, uno centrale e uno abbastanza vicino al finale).
Naturalmente poi via via che procedo e mi vengono in mente nuovi personaggi, luoghi e soluzioni narrative, la storyline viene riprogettata di conseguenza e l’ultima versione di solito è piuttosto diversa dalla prima, ma si tratta comunque di un approccio molto più lineare di quello che tengo per romanzi come Muro di casse o La stanza profonda, o ancora Gli interessi in comune o il grosso romanzo che sto scrivendo in questo momento, in cui è prioritario seguire le singole suggestioni, rincorrere immagini o momenti quando non singole frasi, e obbedire alle esigenze della scrittura senza mai piegarla a quelle della trama. In questi casi si va molto più lentamente, si riscrive molto di più, e a volte si scrivono anche molte pagine che poi si scoprono essere inutili e si buttano.
È molto più faticoso e anche più doloroso, dato che non si può sempre rispettare un tabellino di marcia a quantità fisse di testo, che di per sé non vuol dire niente – è ovvio che alla quantità non corrisponde per forza la qualità, ed è meglio fare mezza pagina buona che cinque cattive – ma fornisce quella gratificazione quotidiana che è molto utile per procedere.
Quanto tempo, mediamente, impieghi per scrivere un romanzo, e come si svolge la tua attività di scrittore? Dipende molto dal romanzo. Quello a cui sto lavorando è in cantiere dal 2012 e ancora non è finito, ma è un lavoro così ampio che mi sono preso io stesso delle pause, in cui poi si sono inseriti altri libri da fare; a scrivere Muro di casse e La stanza profonda ci ho messo due anni per ciascuno, considerando però che i primi due-tre mesi sono stati dedicati alla ricerca e alla raccolta di documentazione, essendo romanzi dotati anche di una vena saggistica, che mirano a fare il punto sulla storia di due specifici fenomeni culturali. L’impero del sogno l’ho scritto in tre mesi, ma è una brevità in parte apparente perché avevo preparato lo storyboard in modo molto dettagliato un anno prima, e il sogno da cui sono partito lo avevo trascritto addirittura sei anni prima. Non so se col tempo sono diventato più rapido, penso di no.
Quello che è cambiato è la consapevolezza, quando si scrive un romanzo si ha sempre l’impressione di brancolare nel buio ma almeno adesso ho con me una torcia. Per quanto riguarda la mia attività di scrittura, è improntata alla disciplina: con l’eccezione di quando sono nel pieno della promozione di un nuovo libro, mi impongo di scrivere tutti i giorni e rispetto questa direttiva a ogni costo. In genere mi sveglio tardi, sbrigo la posta, faccio gli articoli per il giornale e poi mi butto prima sulla lettura e poi sulla scrittura, fino all’alba. Ultimamente sto sperimentando una inversione dei tempi, andare a letto presto, scrivere la mattina e dedicarmi al pomeriggio ad articoli e lettura, ma in ogni caso l’attività di lettura e scrittura è totalizzante, anche perché solo così si possono ottenere risultati decorosi.
Sei anche responsabile della narrativa per Tunué, come svolgi questo lavoro di scouting? E quanto influenza l’attività di scrittura? Lo scouting si svolge principalmente sulle riviste e sui blog letterari. È lì che si va in cerca di nuovi autori, di voci che appaiono significative, per il fatto di avere qualcosa da dire e soprattutto sapere come dirlo. Dato che anch’io sono stato un aspirante scrittore, e so cosa vuol dire inviare manoscritti agli editori, attendere per mesi quando non per anni, e poi ricevere silenzi, porte in faccia e lettere di rifiuto, leggo personalmente tutto ciò che arriva, ma a onor del vero sui finora dodici titoli pubblicati dalla collana Romanzi (più due in arrivo a primavera), soltanto uno, Dettato di Sergio Peter, è arrivato dal “mucchio” dei manoscritti che continuamente sommergono la redazione.
Credo che non si tratti di un caso: l’aspirante scrittore che ha raggiunto un grado di consapevolezza tale da scrivere romanzi significativi, in genere si è anche preoccupato di capire come funziona il campo editoriale, e quindi scriverà già per qualche rivista, organizzerà piccole rassegne letterarie, si farà insomma notare senza bisogno di mandare manoscritti in giro come fossero messaggi in bottiglia. Il che ha ancor più senso se si considera il fatto che spesso l’editor non cerca tanto un manoscritto compiuto – quello è raro, specie quando si ha a che fare con esordienti – quanto un autore che possa generarne uno: lo si scova magari su una rivista, per qualche racconto o pezzo critico di qualità (o perché fondatore della rivista stessa), e gli si chiede se ha un romanzo da parte, oppure un’idea da sviluppare, e da lì si parte. Per chi è interessato al tema, segnalo questo articolo, in cui oltre a dare tutte le dritte possibili agli aspiranti racconto anche come è stato trovato ogni singolo titolo della collana.
Quale libro (non tuo) consiglieresti a un lettore medio? Non credo che esistano lettori medi, ogni lettore è “speciale” dato che costruisce un proprio unico percorso attraverso i libri. Io ho imparato ad amare la letteratura con i grandi romanzi russi e francesi dell’Ottocento – Anna Karenina e Guerra e pace di Tolstoj, I fratelli Karamazov e Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, Madame Bovary di Flaubert, Therese Raquin di Zola… – quindi consiglierei sempre quelli, ma è anche vero che poi mi sono innamorato molte altre volte, di Proust anzitutto, di Joyce, poi dei grandi nordamericani del Novecento, e ancora della Rayuela di Cortázar, di Bolaño, di poeti come Celan, Plath, Bachmann…
Se, come il protagonista del tuo romanzo, dovessi scegliere tra vivere nell’impero del sogno oppure nel reame della realtà, quale sarebbe la tua scelta? Non credo che i “mondi di secondo grado” abbiano dignità inferiore a quella che chiamiamo “realtà”, né che detta, supposta “realtà” sia altro che un breve sogno, per dirla con Schopenhauer.
Saluta i lettori con un aforisma: Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus!

Titolo: L’impero del sogno
Autore: Vanni Santoni
Genere: Fantastico
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 271
Anno: 2017
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni.
Serie tv consigliate: “X-file”, “Dragonball”.
Sound-track consigliata: Un album dei Korn, Tool, o Vasco Rossi.
Da leggere: Tra una partita a “Doom” e una a “Fallout”.

L’autore
Vanni Santoni (Montevarchi, 1978) vive a Firenze. Dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato i romanzi Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, candidato al premio Strega). È autore della saga fantasy Terra ignota. Ha coordinato il romanzo collettivo In territorio nemico(minimum fax 2013). È il responsabile della narrativa per Tunué e scrive per il “Corriere della Sera”.

Giancarlo

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