Lettore medio

Djungle (Tommaso Vitiello)

9788891237224_0_0_0_75– Sei incredibile. Non ti hanno insegnato come si ride?
– E a te? Non hanno insegnato come si spara?

Dirò poche parole su Djungle, graphic novel edito da Panini Comics, che omaggia gli “spaghetti-western” attraverso animali antropomorfi che incarnano gli stereotipi di un genere che non cede allo scorrere del tempo.
Lev è un leone albino pronto a tutto pur di vendicare l’omicidio dei suoi cari. L’opportunità di sanare quella ferita dell’anima gli viene offerta dal patrono (ovvero il sindaco) Arnab, un coniglio che deve portare la sua carovana verso la città di Joyland. Riuscirà nel suo intento? Proviamo a chiedere lumi a Tommaso Vitiello, sceneggiatore del volume…

Nome: Tommaso
Cognome: Vitiello
Djungle. Come è nato questo progetto? Mi piacerebbe raccontarti di un’intuizione geniale, nata tra le pieghe di milioni di appunti, oppure di un’illuminazione divina scesa dall’alto come San Pietro sulla traversa di fantozziana memoria, ma in realtà Djungle, in origine semplicemente Joyland, è nato come nascono milioni di altri progetti: mettendosi alla scrivania, pensando, riflettendo e documentandosi.
Il “c’era una volta” in questo caso non c’entra molto: tutto nasce dal collettivo Artsteady, in cui io e Marco (Itri, autore dei disegni) abbiamo militato in tempi diversi. Ci eravamo conosciuti, ma non ci eravamo mai visti, cosa che ormai con il mondo digitale che ci circonda capita sempre più spesso. Un giorno Marco mi contatta e mi chiede di scrivergli qualcosa: era stato fermo con il fumetto per alcuni anni, dedicandosi completamente alla carriera di tatuatore (che per inciso fa benissimo) e aveva deciso di ributtarsi nella mischia, probabilmente entrando in gioco con una rovesciata acrobatica. Io non mi tiro mai indietro di fronte la richiesta di un disegnatore, soprattutto quando hanno il talento di Marco e mi studio il suo portfolio innamorandomi dei suoi animali antropomorfi. Avevo un vecchio progetto, che inizialmente non era western ma un post-apocalittico, lo riscrivo (ho questa brutta abitudine con i progetti vecchi, alla fine di solito butto tutto e mantengo solo il tema) e glielo faccio leggere, lui ne è entusiasta e in due giorni mi chiude tutti gli studi dei personaggi e ne esce fuori Djungle/Joyland.
Come vedi è una storia abbastanza classica, non c’è un cattivo, non c’è una sfida. Mi spiace, spero di non averti deluso.
Ma pensandoci bene la nascita non è mai una sfida, è più che altro un passaggio inconsapevole. La vera sfida è la crescita. E se io e Marco siamo i due papà genetici di Djungle, ci sono un padre e una madre adottivi che hanno aiutato la sua maturazione: Diego Malara, l’editor che ha avuto l’onere di averci scelto, e Francesca Carotenuto, la colorista che ha dato vita alle tavole di Marco. Bisogna sempre citarli perché molto spesso queste figure rimangono in ombra, ma a loro va l’onore di aver mantenuto le redini del progetto da un lato e di aver rispettato le scadenze tirando fuori un lavoro meraviglioso dall’altro. Sono loro che hanno allevato il bambino e alla fine hanno fatto in modo che diventasse quello che è adesso: un volume che è in tutte le librerie e fumetterie.
Per questo lavoro ti ha affiancato Marco Itri, autore dei disegni. Ti sei affidato al suo talento e alle sue intuizioni, oppure è stato necessario confrontarvi tavola dopo tavola? Con Marco non c’è mai stato bisogno di confrontarsi continuamente, l’ho sempre considerato un disegnatore con un storytelling molto solido, e con un’idea di tavola funzionale e funzionante. Ho visto tutti i layout e tutte le tavole man mano che fuoriuscivano dalla geniale mano di Marco, ma era più la curiosità che un vero e proprio controllo. Certo su qualche tavola abbiamo dovuto lavorare di più, ci sono state correzioni, ma roba di poco conto se calcoliamo il lavoro enorme che Marco ha dovuto fare in pochi mesi.
Solo la tavola n.7, quella che chiude il prologo, ha avuto una genesi abbastanza complessa: io ne scrivo una, a Marco non piace, ne discutiamo, lui ne propone un’altra, a me non piace e così via. Credo siano state fatte una decina di versioni di quella tavola, finché dall’alto (e quindi dall’editor) non ci è arrivata la soluzione definitiva che è poi quella che vedete nel volume.
Lavorare a fianco di professionisti seri, è importantissimo. Anche la stessa Francesca è stata fondamentale. La sua abilità ha risolto molti problemi che non ci eravamo posti finché non ci è stato impossibili non vederli. E anche con lei sono andato ad occhi chiusi, controllavo le tavole a gruppi di venti alla volta, fidandomi ciecamente delle scelte stilistiche di Francesca. E non avrei potuto fare altrimenti, visto che sono daltonico.
Tu e Marco siete stati allievi di una scuola di fumetto. A tuo parere quanto è importante la formazione per avvicinarsi al mondo del fumetto? Come in tutte le professioni la formazione è importante e fondamentale. Sono pochi quelli che riescono ad eccellere in una carriera senza aver mai studiato. Dubito che qualcuno possa dirsi meccanico senza aver studiato il motore a scoppio o il funzionamento delle sospensioni. Così nessuno dovrebbe potersi considerare fumettista senza aver studiato disegno anatomico o scrittore senza aver studiato la struttura del racconto o più semplicemente la grammatica italiana.
Ma se dicessi che per avere questa formazione è necessario frequentare una scuola di fumetto, mentirei. Un po’ di impegno (in realtà molto), e si possono raggiungere livelli altissimi anche rimanendo a casa.
A cosa servono le scuole allora? Bella domanda. A nulla ti potrei dire, ma anche in questo caso mentirei. Le scuole servono finché ti danno la possibilità di trovare un mentore, qualcuno che sia nel campo da più tempo di te e sia disposto a seguirti a darti delle dritte, a prenderti per mano e a dirti:«Questo un giorno non sarà tuo, ma almeno ti ci potrai immergere senza avere paure delle ombre più scure». E questi aiuti non devono concludersi a giugno, quando le scuole fanno gli esami e gli insegnanti se ne possono lavare le mani (“perché, in fondo, quello che è fatto è fatto”).
L’editoria è uno squalo che fiuta il sangue e molte scuole non ti insegnano ad affrontare un mercato, non ti insegnano a chiudere un progetto… so di alcune che non ti insegnano nemmeno a strutturare una storia.
Quindi, ritornando alla domanda:la formazione è importante, ma una persona motivata può formarsi anche senza scuole. La cosa positiva delle scuole è che molto spesso gli insegnanti ti insegnano i trucchi del mestiere che magari per imparare da solo ci avresti messo anni, se non decenni, e invece un buon prof te li mette davanti su di un piatto d’argento.
Come stanno reagendo i lettori a questo volume? Direi molto bene, anche troppo. Ti confesso una cosa: se mi trovo a passare in fumetterie o librerie, con un gesto narcisistico, chiedo quasi sempre di Djungle. E molto spesso la risposta è che hanno finito le copie e ne arriveranno la settimana seguente. Io sorrido e mi allontano come un ebete. Spesso ricevo messaggi da amici e non che mi chiedono quello che mi hai chiesto tu: «Quando continua?» Per me queste domande sono attestati di stima, vuol dire che la storia è piaciuta e Lev ha fatto quello che doveva fare… infilarsi nel cuore dei lettori e crearsi un giaciglio.
Tra le pagine di Djunglesono evidenti i richiami al cinema western di Sergio Leone e a un universo fumettistico che trova in Tex il suo esponente più celebre. Quali sono state le altre fonti di ispirazione? Se vuoi ti faccio la lista, ma si rischierebbe di non finire più. Per rimanere nel western potrei dire che a parte l’ovvio Sergio Leone, di cui anche Lev è un rimando, ci sono ovviamente i due Django, quello di Corbucci (per affezione personale) e quello di Tarantino (per il pulp e il sangue che non dispiace mai). C’è la scazzottata nel saloon, tipica classica dei film di Clucher, c’è l’assalto degli indiani di Ombre Rosse. C’è il Grinta (sia quello vecchio che quello nuovo).
Poi si può passare alla parte videoludica dove Cowboys of Moo – Mesa la fa da padrone, seguito da Blood Bros e SunsetRiders.
Kamandie Blacksadsono l’ovvia ispirazione fumettistica, con entrambi animali antropomorfi inseriti in un contesto realistico.
Queste però sono le ispirazioni superficiali, quelle che si notano subito leggendo il volume. Ce ne sono molte che, nonostante non siano esplicate nel volume, per me sono state fondamentali, e non solo per Djungle, ma per la mia formazione. Stephen King ha dato il primo nome al volume, Joyland è infatti il titolo di un suo libro ambientato in un parco giochi, Dylan Dog e Sclavi li ho omaggiati inserendo Groucho;Lev ha i colori di Tex; ci sono piccoli riferimenti a Watchmendi Moore e alcune tavole le ho scritte pensando a Sandman di Gaiman, Lansdale e McCarthy sono stati i miei “musi ispiratori”, così come Pennac e Stevenson.
E potrei andare avanti all’infinito. Ma mi fermo qui che se no occupiamo internet.
Ormai sono anni che fai gavetta in questo settore. Quali suggerimenti daresti a chi vuol intraprendere la carriera di sceneggiatore? È dura, soprattutto in Italia. La paga è misera (almeno all’inizio), gli orari sono massacranti e non ci sono le vacanze pagate. L’editoria spesso può sembrare una melma acida destinata a inghiottire e sciogliere ogni esordiente. Ma ci sono anche cose brutte.
Il punto è questo. Chiunque voglia fare questo mestiere (e non lasciarlo relegato al semplice settore del cervello noto come “Hobby”) deve venire a patti con se stesso: sono disposto a scrivere la notte fino alle quattro, poi svegliarmi la mattina andare a lavoro per pagare l’affitto di casa?
Se siete disposti a farlo allora questo è il lavoro per voi. Perché la bravura e la creatività è importante, ma è più importante non lasciare perdere, né demoralizzarsi mai.
(Sembra un discorso motivazionale, ma in fondo un po’ lo è).
Convincici a leggere questo graphic novel. Ti diamo a disposizione 300 caratteri spazi inclusi: Non sono bravo in queste cose quindi dirò solo una cosa: LEGGILA!
L’ultimo fumetto letto e quello che rileggeresti mille volte senza mai annoiarti: l’ultimo che ho letto (ieri sera prima di dormire) con colpevole ritardo è stato Un capitano di Giorgio Martone, edito dalla Hazard. Nonostante io non sia un appassionato di calcio,mi ha fatto venire voglia di informarmi di più su Totti. È interessante e lo consiglio a tutti i lettori medi.
Quello che rileggerei sempre? Beh, è un’ottima domanda. Tra gli ultimi letti, sicuramente Bone di Jeff Smith (si anche quello l’ho recuperato con colpevole ritardo), anche se le sue dimensioni lo rendono qualcosa da leggere al massimo ogni due anni. Tra i volumi vecchi direi sicuramente L’ascesa di Apocalisse di Pollina e Kavanagh, un po’ per affezione, un po’ perché la ritengo una delle prime destrutturazioni dell’antagonista in casa Marvel. Anche Arrowsmith di Busiek e Pacheco, rientra nella mia personale Top Ten.
Riesci a leggere un fumetto da semplice fruitore, oppure viene fuori l’occhio critico dell’addetto ai lavori? “Questa è struttura!” dice Morpheus a un giovane Neo appena approdato all’interno della matrice. La conoscenza di struttura dà all’eletto un grande potere, ma come per Peter Parker da grandi poteri derivano grandi responsabilità.
Quando conosci la struttura delle storie, è difficile non notarla in tutto quello che leggi. Il che è una maledizione perché conosci tutti i colpi di scena delle storie scritte male.
Saluta i lettori medi: Buone idee a tutti i lettori medi!

Titolo: Djungle. La strada per Joyland
Sceneggiatura: Tommaso Vitiello
Disegni: Marco Itri
Genere: Graphic novel
Casa editrice: Panini Comics
Pagine: 96
Anno: 2018
Prezzo: €14,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Film suggeriti: Django; la filmografia di Sergio Leone.
Letture consigliate: Un qualunque albo della serie Tex (Sergio Bonelli Editore)

L’autore
Nato a Torre del Greco, Tommaso Vitiello esordisce nel campo dei fumetti con La casa delle meraviglie storia finalista al Lucca Project Contest del 2008. L’anno successivo si iscrive alla Scuola Italiana di Comix di Napoli, grazie alla quale inizia la collaborazione con il quotidiano Terra, conclusasi con l’assegnazione della menzione speciale al premio giornalistico “Giancarlo Siani” per la storia a fumetti sull’omicidio di Angelo Vassallo.
Tra i fumetti realizzati ricordiamo: 47 DeadmanTalking (Artsteady),Sarò quello che sono (Hazard), fumetto sulla giovinezza di Rodolfo Valentino, Tales from Gomorraland (Mac Edizioni), Deadland (Giochi Uniti).

Paquito

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