Lettore medio

La primavera cade a novembre (Angelo Mascolo)

9788832780475_0_0_0_75 (1)Il proiettile bucò il cranio imprimendo sullo zigomo un sorriso.
«Teneva sedici anni, solo sedici!» continuava a ripetere rabbiosamente l’uomo con gli occhi incollati sul vico.
Incerto se gettarsi sul corpo senza vita o mettersi all’inseguimento dell’ombra che andava dilatandosi in fondo alla strada, l’uomo crollò sulle ginocchia.

“Commissario Annone, adesso tocca a te”. Chissà che non sia questo il claim giusto per promuovere il romanzo d’esordio di Angelo Mascolo (edito da Homo Scrivens) “La primavera cade a novembre”.
Sfondo di questo noir, ambientato due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, la cittadina di Castellammare di Stabia, luogo nel quale il commissario di Polizia Vito Annone indaga sulla morte di Michele Strazzullo, un promettente pugile caduto in disgrazia. Al tutore della legge il compito di indagare sulla morte dell’atleta ma, soprattutto, sul suo passato e sui presunti rapporti con il Fascio, ombra oscura che permea l’intero romanzo.

Quel che mi è piaciuto maggiormente di questo romanzo è stata la ricostruzione storica: Angelo Mascolo una Castellammare di Stabia veritiera, con crepe negli intonaci e nell’animo degli abitanti desiderosi di ritornare a una vita normale.
Inoltre ho apprezzato la capacità dell’autore di delineare la fragilità di ogni personaggio: Vito Annone e sua moglie Teresa convivono con demoni interiori che privano del sonno e della serenità e lo stesso avviene per gli altri protagonisti della storia.
Non aggiungo altro e lascio spazio all’autore e alle sue risposte…

La primavera cade a novembre. Come, dove e quando è nato questo romanzo? L’idea che è alla base de «La primavera cade a novembre» è nata circa quattro anni fa dall’incontro con lo storico Giuseppe Plaitano che nel corso degli anni ha raccolto centinaia di foto e documenti relativi alla città di Castellammare di Stabia tra la fine dell’800 e il periodo compreso tra le due guerre. Partendo da questo materiale ho scoperto tanti aspetti inediti di questo centro dimenticato del nostro Mezzogiorno e ho così pensato che la Castellammare del secondo dopoguerra potesse essere il luogo ideale per calarvi una vicenda romanzata.
Vito Annone è un commissario di Polizia tutto d’un pezzo ma, nonostante la determinazione e l’intuito, è internamente molto fragile. A chi ti sei ispirato per creare questo personaggio? Il commissario Annone è un personaggio atipico. Soprattutto per la fine degli anni ’40. Anzitutto è un esponente di un ceto medio borghese in una città prevalentemente operaia. Fuma sigarette Camel, lì dove la gran parte della popolazione compra sigari o sigarette nazionali senza filtro. Un hombre vertical, come dicono gli spagnoli, ma con un’esistenza privata e familiare piena di voragini. Per Vito Annone mi sono ispirato agli uomini di quegli anni. Alla generazione dei nostri nonni, tanto per intenderci. Di quegli uomini che, in mezzo a mille macerie e ferite, hanno avuto la forza e la determinazione di andare avanti.
Annone si può definire il terminale offensivo di una squadra composta da una serie di personaggi (Teresa, Gegè, Fiorillo, Vicinanza giusto per citarne alcuni) funzionali l’uno all’altro. È difficile far coesistere tutte queste entità? Qual è il segreto per creare la giusta alchimia tra gli “attori in scena”? I personaggi menzionati hanno ruoli e spessori diversi. Ognuno di loro porta dentro di sé un proprio universo. È il caso di Teresa, ad esempio, custode e vittima allo stesso tempo di un dramma esistenziale senza via d’uscita. Mentre Gegè e Fiorillo incarnano il volto povero e proletario della polizia di quegli anni. Uomini che provenivano dal sud più profondo e arcaico. L’entroterra agricolo e contadino. Vicinanza è il simbolo invece dell’Italia compromessa ancora col Fascismo, dell’Italia trasformista e truffaldina che nella neonata Repubblica vede solo una nuova opportunità per far crescere e prosperare i propri traffici illeciti. Per dosare queste anime così diverse c’è bisogno di un costante equilibrio. Il segreto? Penso che il segreto, se di segreto vogliamo parlare, sia semplicemente raccontare le donne e gli uomini di quel tempo. Raccontarli nelle loro miserie, nei loro punti deboli. Cioè nella loro piena umanità.
Passiamo adesso all’ambientazione. Hai raccontato la Castellammare di Stabia del secondo dopoguerra. Quanto è stato difficile ricostruire vicende storiche o la semplice topografia del luogo? Parlare della Castellammare di quegli anni equivale non solo a fare una ricostruzione di un centro della periferia italiana nell’immediato dopoguerra. È qualcosa di più. È aprire le pagine di un grande libro. Il libro della nostra storia, della storia italiana moderna. Una storia fatta di macerie, di una guerra spaventosa, della partigianeria e della lotta fratricida che vide gli Italiani scontrarsi con altri Italiani all’indomani della caduta del Fascismo. Ricostruire i luoghi, le atmosfere e la storia di Castellammare ha significato non solo immergersi in quegli anni ma anche comprendere quelle istanze sociali, politiche ed economiche che stavano attraversando tutto il paese. Il ricostituirsi del movimento operaio, la formazione della grande alleanza progressista rappresentata dal Fronte Popolare, l’affermazione della Democrazia Cristiana e il ricostituirsi del Partito Fascista sotto l’egida di Giorgio Almirante. Fatti e circostanze che a Castellammare sono stati avviati e vissuti in primissima linea.
Tra coloro i quali hanno apprezzato il tuo romanzo vi è Maurizio de Giovanni. In molti, senz’altro, t’avranno chiesto se vi sono delle analogie tra i commissari Annone e Ricciardi. La saga del commissario che vede i morti ti ha in qualche modo ispirato? Luigi Alfredo Ricciardi e Vito Annone sono diversi, per non dire opposti. Scapolo e corteggiato da donne fatali il primo, ammogliato e con una vita familiare complessa il secondo. Il Ricciardi di de Giovanni vede i morti, una facoltà non comune, mentre il mio Annone è un commissario come gli altri, uno dei tanti che si potevano incontrare nell’Italia del dopoguerra. Della saga di Ricciardi mi ha ispirato in particolare l’ambientazione. Gli anni ’30, il Fascismo, il sogno imperialista di un’intera nazione che Mussolini interpretò e catalizzò con tutti i mezzi possibili. Tutto questo mi è servito per capire cosa volevo realmente raccontare. Mentre De Giovanni ha narrato gli anni «ruggenti» del regime con le sue contraddizioni egli entusiasmi, io ho scelto di scrivere dell’altro risvolto della medaglia. L’Italia della ricostruzione, senza più né miti né tronfie propagande di regime. L’Italia che era sempre stata, pur sotto la corteccia del Regime. L’Italia povera, umile, dei mille mestieri per sopravvivere. L’Italia che di lì a poco sarebbe stata mirabilmente testimoniata e raccontata dalla letteratura e dal cinema neorealisti.
Passiamo adesso a una domanda privata: il rapporto coi lettori è fondamentale per un autore. Quali sono stati i primi feedback di chi ha letto “La primavera cade a novembre”? Le reazioni dei lettori mi hanno letteralmente commosso. Non pensavo che la mia storia potesse suscitare un’ondata così bella e travolgente di entusiasmo. Da chi si è emozionato (soprattutto donne) nella storia di Teresa, anche per aver vissuto sulla propria pelle quel dolore, a chi ha riscoperto una città che conosceva appena; senza dimenticare la gente di Castellammare che attraverso il libro si è a mano a mano riconciliata, attraverso la bellezza del passato, con un presente assolutamente non facile.
La lunga serialità appassiona migliaia di lettori e vede in tv o al cinema la propria naturale evoluzione. La prospettiva che Annone diventi un personaggio seriale ti spaventa oppure ti spinge a raccontare altre storie che lo vedano protagonista? La serialità, in generale, non mi spaventa purché sia contenuta e sviluppata entro limiti naturali, per così dire. Ogni personaggio, e stesso discorso vale per Annone, ha una vita propria. E dunque le proprie potenzialità e le proprie cose da dire. Indubbiamente, anche Annone conoscerà una serialità. Questo perché tanto lui quanto sua moglie Teresa sono personaggi troppo complessi per poter essere esauriti nello spazio di un solo libro. Al tempo stesso, però, questo viaggio nei personaggi avrà una sua scadenza che, conoscendomi, non sarà lunghissima. Non nascondo, invece, l’idea di Annone impegnato in un altro filone narrativo. Un progetto di romanzo che al momento, però, è soltanto una bozza.
L’ultimo libro che hai letto e quello che suggeriresti (escluso il tuo) a un lettore. L’ultimo libro che ho letto è stata “China Girl – le indagini di Neal Carey” di Don Winslow. Suggerisco, invece, “I figli della libertà” di Marc Levy, una bellissima storia di resistenza e riscatto ambientata in Francia all’epoca dell’occupazione nazista e del governo di Vichy.
Domanda marzulliana: Se uno scrittore si riflette in quel che scrive, guardandoti allo specchio intravedi il profilo di Vito Annone? Se mi guardo allo specchio quello che vedo è un pezzo di anima che io e Vito Annone abbiamo in comune. E questo aspetto riguarda il silenzio. Io e Annone siamo due persone che coltivano il silenzio. Una qualità in alcuni casi. In altri frangenti, invece, un fortissimo limite.
Saluta i lettori medi. Un caro saluto a tutti voi, lettori. Alle nostre storie, quelle che ci tengono in vita!

Titolo: La primavera cade a novembre
Autore: Angelo Mascolo
Genere: Noir
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 173
Anno edizione: 2017
Prezzo: 15,00 €
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Altre letture consigliate: I romanzi della saga del Commissario Ricciardi scritti da Maurizio De Giovanni.
Dopo averlo letto: Concedersi una passeggiata in riva al mare, per godersi al meglio le suggestioni create dal romanzo.

L’autore:
Angelo Mascolo è laureato in Archeologia e collabora con il quotidiano “Il Mattino” di Napoli. Col romanzo “La primavera cade a novembre” si è classificato secondo all’edizione 2016 del Premio letterario nazionale “La Giara” indetto dalla Rai.

Paquito

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