Lettore medio

Trentacinque secondi ancora (Lorenzo Iervolino)

9788898970698_0_0_1522_75Appena finisce l’inno, apro gli occhi e le vedo.
Adesso apro gli occhi e le vedo.
Tutte le pistole del mondo, puntate su di me.

Messico, 1968. Due atleti afroamericani, Tommie Smith e John Carlos, si sono classificati rispettivamente al primo e al terzo posto nella finale olimpica dei 200 metri. Giunti sul podio, senza scarpe, danno vita a una protesta contro la discriminazione razziale: con fierezza sollevano un pugno guantato verso il cielo. A distanza di cinquant’anni quell’immagine – rimasta scolpita nella mente di milioni di appassionati di sport – ispira “Trentacinque secondi ancora”, il romanzo di Lorenzo Iervolino edito da 66thand2nd.

Quel che ho apprezzato maggiormente del libro è il lavoro di documentazione. Iervolino va negli Stati Uniti per raccogliere pareri, testimonianze e materiale fotografico spinto non solo dal desiderio di completare il suo manoscritto ma anche, e soprattutto, per perorare una causa: restituire dignità a due atleti ingiustamente squalificati riportando in auge avvenimenti sempre di grande attualità.
Non aggiungo altro e lascio a lui la parola…

Trentacinque secondi ancora. Come nasce questo progetto? Nasce da sguardi di bambini seduti a terra, attorno a un campetto di quartiere. Nasce in seguito ad alcune domande rimaste a vagare davanti ai loro occhi, ai miei occhi. Dall’incontro con giovanissimi lettori e dalla voglia di mettere in discussione la stanchezza, la fatica, soprattutto emotiva, provata dopo quasi tre anni all’interno della vita di Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Oliveira, il calciatore protagonista del mio precedente libro. Quasi tre anni di viaggi, interviste, pedinamenti, uomini e donne che ricordano tra le lacrime, che ridono, sognando qualcosa e qualcuno che non torneranno.
Mi ero detto che non avrei proseguito in questo percorso di Narrativa sportiva, almeno non in questo modo. Percorrendo migliaia di chilometri, chiudendomi in archivi, scavalcando muri e facendo irruzione in vite altrui. Ero tornato a casa con il libro che avrei voluto leggere, prima che il libro che avrei voluto scrivere, su uno sportivo come Sócrates: Un giorno triste così felice. E poi ho capito che certi giovani, lettori o non, sportivi ma soprattutto non, stavano capendo l’operazione che avevo messo in piedi, e lo capivo a margine dei campetti di periferie intitolati a Sócrates alle cui inaugurazioni venivo invitato, lo capivo tra i banchi di scuola ammucchiati al muro, per non far sentire nessuno separato da una qualche forma di gerarchia: portare tutte le armi della letteratura nel racconto sportivo. E all’interno della forma avrei dovuto mettere l’emozione.
E se mai avessi proseguito, avevo prima di ogni altra una storia ben conficcata tra l’ambizione e il desiderio: quella di Tommie e John, quella di Peter, e delle tante cose che non sapevo di loro.
Domanda forse un po’ scontata, tuttavia necessaria: quale messaggio volevi comunicare attraverso questo libro? Non è detto che ci debba essere un messaggio, o il messaggio. Non c’è nel mio caso. O non c’era aprioristicamente. Il messaggio probabilmente lo trovo per me e lo trovo strada facendo o, come nel caso del libro precedente – che fa però parte di questo stesso progetto narrativo sullo sport – lo si può trovare molti mesi dopo. Se la ricerca e il racconto attorno alla vita di Sócrates si erano rivelati per me la ricerca di un padre spirituale, nel caso di Smith e Carlos avrei capito solo nel mezzo della scrittura, dei viaggi, degli incontri, che l’insegnamento che stavo traendo era che ogni lotta è sempre ciclica e non porta mai a nessuna vittoria definitiva. Ciascuna generazione si deve prendere carico delle lotte del proprio tempo. Me lo avrebbe detto Harry Edwards, sociologo e insegnante di Tommie e John alla San Jose State University (all’epoca SJS College) e lo avrebbe ribadito Angela Davis qualche tempo dopo.
Il messaggio che invece in maniera quasi autonoma Trentacinque secondi ancora prende, credo sia duplice e molto contemporaneo: da un lato la distanza tra sostanza e immagine, tra corpo e sua rappresentazione, un distacco che da quell’anno, il ’68, e da quelle Olimpiadi a Città del Messico, avrebbe mosso passi significativi; Tommie e John (assieme a Peter Norman) utilizzarono il proprio corpo politicamente, si esposero, e subirono una ritorsione durata più di trent’anni che si accompagnò al distanziamento fisico dall’immagine (intesa come fotografia, come rappresentazione, come poster commercializzato, merchandising su tazze da caffè e cappellini da cui non trassero un dollaro) del loro gesto, al quale la società dei consumi che li circondava e li circonda li costrinse ad essere estranei. Dall’altro lato, in maniera più immediata e istintiva, il libro racconta della capacità di rischiare, sia per una lotta che brucia la propria pelle, sia per una lotta che opprime qualcuno che non sei tu.
Il gesto di Tommie Smith e John Carlos ha ispirato questa storia, ma quali altri gesti, secondo te, meriterebbero di essere raccontati? Io penso ai calciatori Marco Zoro e Kevin Prince Boateng che, senza mezzi termini, chiesero l’interruzione della partita che stavano disputando poiché vittime di cori razzisti. Certo, il calcio è l’esempio più diretto che ci viene in mente, quello più riconducibile alla nostra quotidianità e più visibile. A riguardo ci sarebbe tanto da dire (hai fatto due esempi, ce ne sarebbero altri) e forse mi interesserebbe di più spostare il punto di vista su quello che tanti gruppi ultras di curva fanno da anni a questo riguardo. Ma per risponderti ti direi che intanto, dal punto di vista della narrazione, si sta facendo molto. Non mi importa se negli ultimi anni il racconto sportivo è divenuto quasi una moda, in televisione, in editoria. Si sta facendo e per quanto mi sia possibile o utile considerare, anche molto bene.
Rimanendo nella mia posizione, che non è quella del cronista ma dello scrittore, ho bene davanti agli occhi il capo chino di Věra Čáslavskáa quelle stesse Olimpiadi messicane, un dissenso – lei, cecoslovacca – verso la bandiera sovietica nell’anno dell’invasione di Praga, le cui conseguenze si portò appresso per tutta la vita. In tempi più recenti, mi ha invece colpito e commosso la protesta a Rio 2016 del maratoneta etiope Lilesa, medaglia d’argento, che invece di godere di quel successo, utilizza quella visibilità e il suo corpo come linguaggio politico, incrociando le mani mimando l’imbriglio delle manette. Gesto che gli sarebbe potuto costare la vita. Sono passati solo due anni, ed è già dimenticato.
Ho apprezzato molto la parte autobiografica del libro. Quale è stato il momento più emozionante di quest’avventura? Decisamente tanti. Direi però l’amicizia che ancora mi tengo stretta con Alfonso de Alba, l’uomo che diede vita all’epopea della statua monumentale dedicata a Smith e Carlos, una battaglia durata anni, che gli costò il posto di lavoro, un processo che ebbe eco nazionale, accuse poi rivelatesi infondate per diffamare la sua persona, e insomma qualcosa che assomigliava molto alla repressione subita dagli atleti che la statua immortalava.
Prima Socrates, poi Smith e Carlos. Quale altra leggenda dello sport vorresti raccontare? Non è mai detto che quel che si vuole fare è quel che ci si troverà a fare (in questo caso a scrivere), dopo qualche anno di studi e ricerche. Per adesso, se penso allo sport e alla letteratura, ho in mente una sola storia, di cui sto seguendo le tracce già da un anno e mezzo. Ma la vita è difficile, c’è il lavoro che barcolla, ci sono i figli, c’è una certa maturità acquisita nel tempo. O diviene il libro ideale che vorrei leggere su quell’argomento, o non vale la pena aggiungere altra carta a questa enciclopedia di morti che è la produzione editoriale.
Si tratta di una storia balcanica, che ha a che fare con il basket, ma ovviamente non solo. Non credo che parlarne conti molto. Per un po’ ho voglia di rimanere dietro le quinte, di dedicarmi alle pagine di TerraNullius, il diario di navigazione letteraria che porta il nome del collettivo di scrittori di cui faccio parte.
Tante, troppe volte la letteratura sportiva viene sottovalutata, e considerata un mero fenomeno commerciale. Da autore coinvolto in prima persona,cosa si potrebbe fare per rivalutare questo settore dell’editoria? Non credo sia questa la situazione, almeno non negli ultimi otto dieci anni. Per quel che riguarda l’Italia, parte del merito è anche di editori con le idee chiare in proposito come la 66thand2nd che si è attestata come voce di livello nel panorama della letteratura sportiva in Italia, non cedendo mai alle facili operazioni che fanno cassa, ma ricercando la letteratura, ponendola al di sopra della mera divulgazione, ricercando le connessioni tra sport, fenomeni sociali, investigazione storica, antropologica, commistione di stili. Si stanno traducendo ottimi libri e se devo citarne un paio di autori italiani, mi vengono subito in mente il libro di Gregori su Eddy Merckx (un libro monumentale al quale ti incolli anche se non sai nulla di ciclismo) o quello di Emiliano Poddi incentrato sulla finale olimpica di basket del 76 tra Usa e Urss, un romanzo, un documento, un ottimo esempio di come si possa raccontare quel simbolico piano di scontro tra le due potenze politiche attraverso un libro che parla di pochi secondi di una partita di pallacanestro.
E, comunque, fondamentalmente, non credo stia agli scrittori rivalutare nulla. La letteratura non è editoria. Per fortuna.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Il libro è uscito nel marzo del 2017, mi sembra un’epoca fa, anche perché non era ancora nato il mio secondo figlio, e da quel momento in poi tutto è cambiato. Senza fare uno sforzo di memoria, quel che ti posso dire è che ci sono stati molti contatti diretti, personali, via e-mail o attraverso lunghe lettere via messenger. Scambi che sono una parte non dovuta e neppure indispensabile, ma che mi hanno dato l’impressione ci fosse esigenza di trattare un argomento come la protesta sul podio olimpico di Messico 68 come un grande romanzo verità, e al contempo un romanzo di avventura e, ancora, di documento storico.
Parliamo dei social network: come gestisci il rapporto coi followers e quanto sono importanti per un autore? Per un generico autore non lo so, sinceramente non mi interessa. Ci troveremmo a dire cose abbastanza prevedibili su chi li usa di più chi di meno, chi nasce sui social network e arriva di riflesso alla pagina scritta. Per fortuna sono un autore tanto marginale da non avere neanche mai pensato alla parola followers.
Indicaci tre personaggi dello sport che hanno segnato la tua vita e associa a ognuno di loro un romanzo. Stiamo sviando sul quiz. Credo di essere in trappola. O sbaglio? Vado di getto. Di sicuro il primo sportivo che ha colpito il mio immaginario e che mi ha emozionato (oggi quello che è diventato non mi coinvolge più) è sicuramente Earving Magic Johnson, playmaker tuttofare dei Los Angeles Lakers dello showtime, che con la loro continua transizione offensiva hanno rivoluzionato il basket negli anni Ottanta. Senza nessuno sforzo posso tornare mentalmente a quegli anni, trovarmi tra le poltrone grigie con quadratini neri da cui io mio padre e mio fratello Francesco guardavamo le partite in differita proposte da Tele Capo d’Istria. Era uno spettacolo stupefacente, poter assistere a un vero cambiamento nel gioco. Anno dopo anno, seppellivano la leggenda dei Boston Celtics, il loro gioco di posizione, fisico, tattico. E lo surclassavano col vento e con la creatività. Anche quei Lakers avrebbero poi avuto i loro carnefici, prima nei Detroit Pistons di Isiah Thomas sr., Dumars e Rodman, poi nei Bulls di Jordan e gli altri: una nuova filosofia acrobatica, l’offensivetriangle di Tex Winter, la psicologia immaginativa di Phil Jackson. Ad ogni modo Magic sarebbe un romanzo di quelli che ti sconvolgono in tenerissima età, forse un Cime tempestose, anche se io, a undici anni, fui strapazzato dal banalmente sottovalutato Il giovane Holden.
Agostino Di Bartolomei sarebbe Il lungo addio di Raymond Chandler o L’uomo di Kiev di Malamud. Infine, Věra Čáslavská potrebbe essere una raccolta di racconti di Lucia Berlin.
Hai 300 battute (spazi inclusi) a disposizione per convincerci a leggere questo libro. No, per fortuna non è il mio mestiere. Qualche libraio, bibliotecario o fotocopiatore di frodo potrà farlo al posto mio, se vuole.
Saluta i lettori medi. Non sottovalutatevi, cazzo.

Titolo: Trentacinque secondi ancora
Autore: Lorenzo Iervolino
Casa editrice: 66thand2nd
Genere: Sportivo
Pagine: 283
Anno: 2017
Prezzo: € 23,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Dopo aver letto questo libro: Guardare su youtube il video della premiazione – con conseguente protesta – dei due atleti.

L’autore
Lorenzo Iervolino (Roma, 1980) fa parte del collettivo Terranullius ed è redattore dell’omonima rivista. Ha pubblicato, per 66thand2nd, “Un giorno triste così felice. Sócrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario” (2014) e “Trentacinque secondi ancora. Tommie Smithe e John Carlos: il sacrificio e la gloria” (2017). Collabora con la rivista “L’ultimo uomo” ed è coautore della serie “Federico Buffa racconta il 1968” per Sky Sport e Sky Arte.

Paquito

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