Lettore medio

La veglia di Ljuba (Angelo Floramo)

9788899368333_0_0_423_75Ad Angelo, per la comune appartenenza a queste genti che dell’Adriatico hanno lo spirito talvolta inquieto e talvolta sognante. Perché non voglia mai scegliere, nella complessità delle memorie, ma le sappia piuttosto tutte abbracciare insieme. Il babbo.

Si avverte un certo non so che di epico in questa storia. Sarà perché la Storia (sì, quella con la S maiuscola!) ha un ruolo di primissimo piano; sarà perché il protagonista, come un novello Ulisse, si ritrova a fare del viaggio un perno fondamentale della propria vita, fatto sta che leggendo “La veglia di Ljuba” di Angelo Floramo (Bottega Errante Edizioni) si ha come la sensazione di essere entrati in una versione moderna dell’Odissea. Pagina dopo pagina, seguiamo le vicende di Luciano Floramo – dalla giovinezza in Jugoslavia al trasferimento in Friuli dopo la Seconda Guerra Mondiale – la sua formazione, le sue scelte di vita, gli incontri, i viaggi e il profondo amore per i libri che legge, colleziona e ordina secondo criteri tutti suoi.
Chi ci apre una finestra sulla vita del protagonista è il figlio, Angelo Floramo, che riesce, con una potentissima carica emotiva, a regalarci un toccante elogio della figura di questo padre dall’anima e dal cuore intriso delle memorie di popoli diversi.

Credo che potrei riempire pagine e pagine scrivendo di questo libro, della bellezza che lo permea e che come un filo sottile unisce ogni sua singola parte, delle ore che ho trascorso rileggendo, sottolineando, appuntando pensieri e riflessioni a margine e sì, lo ammetto, anche versando lacrime di commozione. Tuttavia, preferisco fermarmi qua e cedere la parola all’autore.
Lasciatevi emozionare dalle sue parole…

Nome: Angelo
Cognome:Floramo
Quanto è stato difficile mettere nero su bianco la storia della sua famiglia? Estremamente complicato. Perché si vanno a frugare pieghe nascoste, precipitando in pozzi di memoria che non sempre ti appartengono. Sono pozzi collettivi, della famiglia, delle persone la cui vita si è intrecciata alla nostra. Hai sempre la sensazione di essere un ladro di storie, di emozioni private. E poi c’è il confronto con i fantasmi, gli spettri del tuo passato. Che non sempre sono belli. Ti raccontano come sei stato, come ti sei comportato, il dolore che puoi avere inflitto. Un bel pasticcio, insomma.
“La veglia di Ljuba”, come è nato questo titolo? Ljuba è il nome con il quale mio padre chiamò sempre mia mamma. In sloveno significa cara, amore. È un nome che rimbalza in tutte le lingue slave, più o meno uguale. Intriso di tenerezza. La veglia è quella che lei ha voluto e preteso. L’ultima notte di vita di mio padre in ospedale. Quel lungo sospeso in cui il tempo si dilata nell’attesa di un temuto ma inevitabile squillo di telefono. In quel buio assoluto è nata la storia.
Nel libro definisce suo padre un uomo di frontiera. Può spiegarci meglio? Il confine è una violenza che gli uomini impongono alla Terra. La feriscono, erigendo barriere, decidendo che dall’oggi al domani sorgeranno reti, barre, fili spinati per attraversare i quali bisognerà esibire documenti, sottoporsi a controlli. Il confine divide. Per il confine ci si uccide. Va presidiato con uomini in armi. E crea odio, diffidenza, rancore, revanchismo. La frontiera invece è il bagnasciuga del mare: dove non sai dire dove comincia l’acqua, dove finisce la terra. La frontiera è ibrida, plurale, composta. Estremamente dinamica. Mescola odori e paesaggi, lingue e memorie. Quando vado a Sveto, la terra di mio padre, un paesino della Slovenia carsica, mi sento il più italiano fra gli sloveni… a Borc di Ruvigne, dove vivo, mi sento il più sloveno tra i friulani. E questa molteplicità mi arricchisce. Diventa una condizione irrinunciabilmente bella dell’esistere.
Parole come frontiera, diversità, appartenenza, sono ormai parte della nostra quotidianità e hanno un ruolo di primo piano nella sua storia. Quale messaggio vogliono trasmettere al lettore?Coloro che teorizzano e praticano il Verbo della Nazione, i sovranisti che reclamano il potere, i privilegi, tutti i diritti soltanto per i popoli di cui incarnano le paure, sbagliano gettando sul tempo della storia quelle ombre insanguinate che negli anni recenti hanno lacerato il secolo breve, dall’attentato di Sarajevo del 1914 fino al bombardamento di Belgrado del 1999. Io credo fortemente nell’appartenenza identitaria. Ma sono anche convinto che questa identità sia molteplice, complicata, piena di crepe, contaminata. Invito il lettore a lasciarsi prendere dalla meraviglia per la complessità, aderendo sempre al principio in base al quale la purezza del sentire diventa esclusione dell’altro. Ha il triste profilo dei forni di Auschwitz. Io sono per le memorie più che per le radici. Le prime si possono condividere. Diventano narrazione e incanto, anche quando sono dolorose. Le altre invece proclamano il senso di una identità che si radica nel luogo. Appartiene soltanto a te. Per loro uccideresti e ti faresti uccidere. Una brutta cosa davvero!
Facciamo il gioco delle associazioni, se dico radici, lei risponde: terra mia. Gelosia e paura. Esclusione dell’altro. Nel senso che ho detto, quando ho parlato di radici e di memoria.
Quale è stato l’insegnamento più importante che le ha lasciato suo padre? La curiosità del conoscere, la libertà intellettuale, il disincanto e l’ironia. La cultura intesa come servizio per gli altri. E la vocazione al randagismo come parametro fondamentale dell’uomo che non conosce confini.

Un tacito compagno della sua storia e della mia lettura è stato sicuramente Ulisse con il suo destino fatto di vagabondaggi. Quali sono i tratti che accomunano il mitico eroe greco e suo padre?Il nostos sicuramente. La nostalgia del ritorno a casa. L’amore per le semplici cose del quotidiano ti fa re, non la corona. Dopotutto il grande Ulisse è un principe pastore. Un coltivatore di ulivi, un produttore di olio. Ma davanti all’orizzonte del mare si impone di voler capire cosa ci sia laggiù, oltre le brume. Questo era anche mio padre. Visse sempre con la speranza e il sogno di tornare. Ma cercò la casa perduta negli altri, nelle loro vite, nei loro drammi. Ed alimentò le sue utopie in una inappagata volontà di conoscere e di sperimentare. Girava con un vecchio cappotto liso e con scarpe precarie, ma aveva una biblioteca casalinga ricca di migliaia di volumi, alcuni molto rari e preziosi. Era quella la sua casa, costruita pagina per pagina nell’arco di una vita.
Alla fine del libro ci confida che sua madre aveva deciso di aspettare la sua pubblicazione per poterlo leggere. Quali sono stati i suoi commenti e le sue reazioni a lettura terminata?Per la prima volta ha pianto la morte di mio padre. Un pianto liberatorio, dolcissimo e difficile da trattenere. Era lì, sotto le sue ciglia dal 29 gennaio del 2013. Da donna friulana forte e silenziosa non aveva mai aperto la porta al dolore. Il libro le ha fatto risuonare dentro tutte le corde di una vita. E quel pianto è diventato per tutti noi una sinfonia d’amore tra le più commoventi e belle che abbia mai sentito.
Domanda irriverente: qual è il libro che ha letto e che avrebbe voluto scrivere lei?Facile: “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andrić. Resta per me un capolavoro assoluto in cui uomini e tempi si susseguono intrecciandosi al profilo di quell’unico ponte, metafora di ogni incontro possibile. Un genio assoluto, quel serbo bosniaco di Travnik. Che nella vita seppe sempre essere coerente con se stesso. Non si tradì mai.
E il libro che ha letto e amato di più nell’anno appena trascorso? “Jugoslavia, terra mia” di Goran Voinović. Lo so, sono monotematico. Ma è un libro che ho scarnificato tra i sassi di una spiaggia istriana, quest’ultima estate. Sorseggiando malvasia, all’ombra di una pineta. È un libro forte, parla dell’ultima guerra nei Balcani, di profughi e di memorie, di frontiere e di amori, di lingue che si mescolano e che si corrompono. Parla di noi.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi: non saziatevi mai di praticare quella virtuosa tensione che ci porta a cercare la vita nella letteratura e la letteratura nella vita. Usate i libri come porte che aprono varchi infiniti tra voi e il tutto. E poi tornate di qua, lasciatevi inebriare da un respiro o da un bacio, da un sorso di bellezza, anche da uno schiaffo, quando capita. Perché perfino il dolore che si sedimenta nel profondo dell’anima un giorno troverà il modo di uscire con parole scritte, o cantate. E quando capiterà, prendetene nota. Non si sa mai!

Titolo: La veglia di Ljuba
Autore: Angelo Floramo
Genere: romanzo biografico
Casa editrice: BBE Bottega Errante Edizioni
Pagine: 267
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Letture consigliate: “Itaca”, Konstantinos Kavafis; “A Zacinto”, Ugo Foscolo.

L’autore
Angelo Floramo è nato a Udine nel 1966. Insegna Storia e Letteratura al Magrini Marchetti di Gemona ed è ancora convinto che malgrado tutto sia il mestiere più bello del mondo. Medievista per formazione, ha pubblicato molti saggi e articoli, collabora con diverse riviste nazionali ed estere e ancora si perde dietro a carte d’archivio e ai manoscritti, inseguendo storie di osti e pirati, di banditi e di donne perdute. Ama l’umanità minore, cui è convinto di appartenere. Dal 2012 collabora con la Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli in veste di consulente scientifico.Non appena può, scappa per le vie dell’Est, dove perdendosi ritrova se stesso e la sua anima. Con Balkan Circus (Ediciclo-Bottega Errante 2013), Guarneriana Segreta (Bottega Errante 2015) e L’osteria dei passi perduti (Bottega Errante 2017, 3 edizioni) ha sperimentato con gusto le vie della narrazione. Per quanto la vita lo renda nomade e ramingo, alla fine ritorna sempre a Borc, sul ciglione del Tagliamento, dove le tre streghe di Macbeth, che malgrado tutto gli vogliono ancora bene, lo aspettano pazienti, lasciandogli sul tavolo qualche rimasuglio della cena.

Vera

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