Lettore medio

Polpettology (Daniela Brancati e Daniela Carlà)

9788862668798_0_0_300_75La vita è come una polpetta, sospirò D rivolta all’altra
D. Sai che hai proprio ragione?, rispose lei un po’
stupita: ma sei una filosofa!
Noooo, è solo che quando faccio le polpette ne faccio
tante, e ci vuole tanto tanto tanto tempo. Mani occupate e
cervello libero per pensare.
Così è nato questo libro.

Non un semplice saggio. “Polpettology. Storia, filosofia e ricette della polpetta. Teoria e pratica del cibo più amato al mondo” di Daniela Brancati e Daniela Carlà (edito da Manni editori) è uno spassoso viaggio attraverso gli usi e i costumi degli italiani, raccontati attraverso un’abitudine alimentare che non teme lo scorrere del tempo: il consumo delle polpette. Fritte, al forno, con o senza panatura, al sugo oppure con l’aggiunta di brodo, le polpette sono in assoluto il piatto preferito del popolo italico che, nel corso dei secoli, si è evoluto anche a tavola, scoprendo sapori nuovi e nuovi modi di cucinare, ma strizzando sempre l’occhio alla tradizione.

Un volume delizioso (in tutti i sensi) quello realizzato dal duo Brancati – Carlà capaci di aggiungere un pizzico di ironia alle pagine di un testo che invita a prendere la vita con leggerezza e a rimandare a dopo pranzo quelle discussioni (specie in materia di politica) che tante, troppe volte animano le nostre tavole.
Non aggiungo altro concedendo alle autrici l’onere e l’onore di presentare il libro…

Polpettology. Come, dove, quando e soprattutto perché nasce questo volume?
DB:
Quando si vogliono sciacquare il cervello gli uomini parlano di anatomie femminili, lati a o b. Le donne giovani parlano dell’uomo ideale (ovvero di quello che non esiste) e quelle diversamente giovani come me, di cucina. Una sera Daniela Carlà filosofeggiava sulle polpette. Io le ho detto: “Bei pensieri: scrivi un libro”. Convinta di aver chiuso l’argomento, tornando alla mia pigrizia, affollatissima di cose da fare tutte più o meno urgenti. Ma Daniela non mi ha dato pace: il libro doveva essere a quattro mani o non se ne sarebbe fatto nulla.
DC: Ci siamo divertite a scriverlo e a quanto pare i lettori si divertono a leggerlo.
Il volumetto ha avuto una gestazione lunga, e non sarebbe mai uscito se l’altra Daniela non avesse accettato di scriverlo insieme, mescolando ingredienti di tutte e due, come per le polpette. Per un decennio una rete di esperti in immigrazione, italiani e stranieri, si è riunita a casa mia; avevo deciso che durante le chiacchierate su emigrati, immigrati, rom e caminanti, dovessero piovere polpette di tanti tipi, rispettando gusti e scelte, e accontentando tutti, carnivori, vegani, vegetariani, mussulmani e Maurizio con l’allergia alle melanzane. L’idea è nata da lì, parlandone con Daniela Brancati.
Possiamo definire la polpetta la celebrazione dell’arte, tutta made in Italy, di arrangiarsi?
DB: In un certo senso la polpetta ha le stesse caratteristiche del nostro popolo: duttile, buona per ogni situazione. Così antica e così contemporanea. Assume la personalità che più conviene: vegana per i vegani, di carne per i carnivori. Ricca ed elaborata per i golosi. Vuota o ripiena. Piccola o grande. Sa camuffare i propri ingredienti come noi spesso camuffiamo le nostre vere convinzioni. E sa adattarsi a tutte le situazioni. Proprio come noi.
DC: Sì, la polpetta somiglia agli italiani. Si comincia utilizzando quello che c’è ma alla fine ci si presenta con una nuova veste. È antica ma non vecchia, come accade alle cose belle, sempre contemporanee. Ha da raccontare – ha dentro di sé la storia dei propri ingredienti – ma è pronta a una nuova vita, quella della polpetta. Ma attenzione: la polpetta non è solo italiana e neppure solo europea, non esistiamo solo noi, neppure per le polpette.
Quanto e cosa può apprendere la politica (italiana e non solo) dalle polpette?
DB: La polpetta vuol dire assunzione di responsabilità. Dal momento che non ne esiste la ricetta assoluta, ognuno la fa con gli ingredienti che ha e i dosaggi che preferisce, assumendosi pienamente la responsabilità del risultato. Questa la lezione possibile. Nella pratica però…per imparare bisogna essere innanzitutto disponibili ad ammettere che qualcosa non va nel proprio modo di essere. Non vedo questa suprema e sublime forma di intelligenza nell’attuale politica occidentale, dalle Alpi alle Piramidi dal Manzanarre al Reno, senza tralasciare la Gran Bretagna e gli Usa. A mio parere siamo in una fase in cui la politica non vuole e non può imparare neanche dalle polpette.
DC: Molto, ma se la politica ne ha voglia ed è disposta a polpettare e rimpolpettare. La polpetta invita alla concretezza e contrasta lo spreco, utilizzando le risorse che si hanno a disposizione. Ma invita anche all’immaginazione, sprona alla gioia e all’allegria, e non solo alla compostezza. Anche la politica ne avrebbe bisogno, non ci si può nutrire di rabbia o alimentare divisioni. Lo chef Ferran Adrià sostiene che se si pensa bene, si cucina bene. Vale anche per la cosa pubblica: se si pensa bene si governa bene?
Polpettare implica cura e attenzione, che servono ai singoli e alla collettività. Ed è inoltre, per tradizione nelle case e nell’immaginario, attività tipica delle donne: ci sarebbe tanto bisogno di più donne nella cura della cosa pubblica.
Convivenza, condivisione, contaminazioni. Quanto, lontano dalla cucina, si osserva la regola delle tre C?
DB: Premessa: cucina e musica sono – insieme ai numeri – linguaggi universali dell’umanità. In famiglia e nella società, ovunque si voglia vivere in modo normale e non morire di solitudine o depressione, le tre C sono praticate nei fatti. E la cucina è un potente strumento al loro servizio. La convivenza impone di accettare le diversità, condividere è ovvio perfino per chi in teoria lo nega. E vogliamo parlare di contaminazioni? La cucina ha scoperto la fusion perfino prima della musica. Ogni popolo che ci ha invaso ci ha lasciato qualche parola della sua lingua, qualche usanza, qualche legge e molti piatti da imitare e riadattare secondo gusti e materie prime. Libertà e cultura viaggiano da sempre insieme alle merci. E fra queste innanzitutto c’è il cibo.
DC: È la vita a imporre la pratica della regola delle tre C, anche qualora a parole non si accetti. Come per le polpette, si vive di intrecci e di relazioni. Ogni polpetta è frutto di scambio, ancor più nella storia dell’alimentazione italiana, caratterizzata dal ruolo svolto dalle città e dai mercati. Ogni polpetta racconta di come si mescoli la cultura del latte e della carne, dell’olio e delle verdure, utilizzando ortaggi che vengono da altri paesi.
Decantate le virtù della polpetta con un aforisma.
DB: Con la polpetta ogni cena è perfetta.
DC: La vita è una polpetta.
Quest’ultima domanda potrebbe essere considerata violazione della privacy (si scherza, of course) ma la facciamo ugualmente: le avete preparate proprio tutte le ricette che proponete nella seconda parte del libro?
DB: Certo, negli anni. Tranne quelle di agnello, carne che per me è tabù.
DC: Ve ne sono anche tante altre che non abbiamo ancora proposto. Per quel che mi riguarda, ne ho preparate e provate tante, anche perché – esclusa la salsa di noccioline thailandese che non mi entusiasma – amo il cibo e tutti gli ingredienti.

Titolo: Polpettology. Storia, filosofia e ricette della polpetta. Teoria e pratica del cibo più amato al mondo
Autrici: Daniela Brancati, Daniela Carlà
Casa editrice: Manni editori
Genere: saggistica gastronomica
Pagine: 127
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Dopo aver letto questo libro: cimentarsi nella preparazione delle ricette suggerite nel volume.

Le autrici
Daniela Brancati,giornalista, vive a Roma. Ha lavorato a “Paese Sera” e “Repubblica”, ha diretto il tg di VideoMusic e il Tg3 della Rai.Ha pubblicato romanzi e libri di inchiesta e costume, tra cui “Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia” (Donzelli 2011).
Daniela Carlàvive a Roma. È dirigente generale della Pubblica amministrazione, con incarichi in materia di politiche sociali internazionali, politiche del lavoro, immigrazione, controllo sugli enti pubblici. Dirige la rivista “Nuova etica pubblica”.

Paquito

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