Lettore medio

Non leggerai (Antonella Cilento)

Non leggerai«Ripetete il decalogo!», ordinò.
La classe, balbettando, ripeté: «NON LEGGERAI…».
Cernecchia ora aveva le lacrime agli occhi:  «Sono cresciuta senza la mia mamma a causa dei libri e del suo errore. Perché lei credeva che lottare per un’idea fosse importante. E invece le idee sono il male! Non ve lo dirò mai abbastanza: voi NON dovete avere idee!».

In un futuro non troppo remoto, nei Mondi Occidentali la lettura è assolutamente vietata. Editori e giornali non esistono più e gli studenti frequentano le Scuole Riassunto, dove le lezioni si tengono in video e i compiti vanno svolti con l’uso del cellulare. In una di queste scuole, a Napoli, Help Sommella, sedicenne ribelle e spericolata, fa amicizia con una nuova allieva, Farenàit Lopez, ragazza timida e con uno strano interesse per i morti.
Le due adolescenti, protagoniste di “Non leggerai” (edito da Giunti), rubano un giorno una bara di strada al cimitero, credendo di trovarci dentro un morto da ammirare e scoprendo al suo interno, invece, un centinaio di quei libri di cui hanno sentito parlare, ma non hanno mai visto.
Inizia così la loro passione per i romanzi, segreta e crescente, un vizio che viene presto scoperto da Mariano Sparano, detto Cazzimma, figlio di un potente boss della camorra, adolescente come loro insoddisfatto della vita e alla ricerca di qualcosa, senza sapere bene cosa.

“Non leggerai” è un romanzo che fa riflettere, amareggia ma allo stesso tempo dona speranza; la realtà descritta dall’autrice risulta talvolta difficile da digerire perché vicina alla nostra quotidianità. La diffusa noncuranza verso la cultura, l’istruzione intesa come mero strumento per trovare lavoro, la totale assenza di privacy causata dai social network: sono tutti aspetti di un’esistenza che ci appare familiare e per nulla impossibile. Eppure le sue protagoniste, giovani affamate di vita e di sogni, sanno fungere da faro in un mondo distopico dominato dall’ignoranza e dalla ricerca di mondanità, nutrendosi dei grandi classici, delle loro parole e delle idee, pericolose e accattivanti.
Antonella Cilento riesce, con lo stile ricco che la contraddistingue, a far rivivere al lettore quel momento in cui si è avvicinato alla lettura per la prima volta e se n’è innamorato. Tra le pagine è forte e chiara l’eco dei grandi classici della letteratura, assumendo quasi la forma di una personale lettera d’amore ai libri, che scuotono le coscienze, fanno sognare, pensare e, a volte, persino redimono. Chi legge si lascia volentieri trasportare in un turbine di eventi, di caos e misteri, guidato dall’elettrizzante stimolo che solo un’ottima lettura, come questa, sa dare.
Lascio ora la parola all’autrice.

Com’è nato “Non leggerai”? “Non leggerai” è nato al tavolino di un bar accanto alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze. Manuela La Ferla, editor di lunghissima esperienza, e Beatrice Fini, che ha la più profonda e antica cultura editoriale sul mondo dei ragazzi in Italia, mi hanno coinvolto nell’avventura di una nuova collana. Volevano un libro che parlasse ai ragazzi da un punto di vista non distante, che ritraesse la realtà in cui vivono, che avesse Napoli per sfondo, ma ritraesse il mondo, che includesse alcuni fenomeni di delinquenza minorile. Napoli più baby gang rischiava di diventare il solito libro della città delinquenziale, ma io avevo in quelle settimane risposto a un’intervista dove dicevo che l’unico modo per far leggere sarebbe vietare per legge la lettura. E così ho proposto questa storia. In pratica il plot è nato al bar e la scrittura è durata pochi mesi (per me un’eresia, impiego anni a rifinire i romanzi), ma l’argomento che è al centro di “Non leggerai” è pratica quotidiana, poiché da ventisei anni insegno a scrivere e, dunque, a leggere letteratura e conosco da vicino diverse generazioni di bambini e ragazzi, oltre che di adulti. E ho sempre detto (e l’ho scritto in “Asino chi legge”, pubblicato da Guanda alcuni anni orsono) che l’unico modo di diffondere la lettura è la trasgressione, è l’epidemia: se una cosa è vietata tutti la vogliono fare. Chiunque di noi abbia studiato greco sa che in mezzo al vocabolario Rocci erano nascosti Mallarmé, Balzac, Bulgakov, Stevenson. Stai studiando?, chiedevano dall’altra stanza, Certo!
Lo scenario distopico che descrivi nel tuo romanzo appare vicino al nostro presente in modo allarmante. Credi si possa evitare una realtà in cui nessuno legge più? Se sì, come? L’unico modo è smettere di giocare al ribasso: più andiamo incontro ai gusti (presunti) dei lettori meno si riesce a conquistare nuovi lettori: Kafka è difficile? Ma come: non hai mai sognato di svegliarti ridotto a uno schifoso insetto nel tuo letto? Non hai mai sognato che la tua famiglia ti schifa, che lo studio e il lavoro ti angosciano? Non hai mai sognato di restare settimane nel tuo letto? Mi pare che il rap più depressivo e Kafka dicano la stessa cosa, solo che Kafka la dice milioni di volte meglio e dunque fa molta più paura. Ai bambini piace aver paura, la letteratura fa paura, bisogna aver paura per crescere. In un mondo dove nessuno legge nessuno fa più esperienza, nessuno vive, nessuno cerca risposte alle proprie domande: è un mondo morto. E’ inevitabile che avvenga una rivoluzione, a qualsiasi costo. Help e Farenàit non sono dei geni ma sono disponibili a rischiare: a stare fermi si rischia quanto e più che a muoversi. Un messaggio da inculcare a genitori e figli oggi. Rischiate di più.
Help e Farenàit, le due protagoniste, hanno il loro primo approccio alla lettura per puro caso. Cosa ha avvicinato te, invece, alla lettura? Lunghe ore di solitudine e noia intervallate da una madre che appariva solo la sera per leggere libri ad alta voce: fino ai cinque anni, quando ho imparato a leggere e scrivere da sola, il libro era l’amore che arrivava la sera. Dopo, è stato il mondo di immaginazione che veniva dai fumetti, dai romanzi, dalle fiabe. Ammalarsi da bambini aiuta: la febbre e il mal di pancia esigono distrazioni e la letteratura è lì. Poi la vera malattia diventa leggere: tutto, dai bugiardini dei medicinali alle insegne per strada. Come si può vivere senza raccontarsi storie?
In una scena del romanzo, una professoressa mette in guardia l’intera classe dall’avere idee. Cosa credi sia più pericoloso: inculcare le proprie idee negli allievi, come alcuni insegnanti fanno, o educarli a non pensare affatto? Educare al non pensiero è un reato che per me andrebbe punito con severità assoluta: se qualcuno ti inculca un’idea sbagliata potrai ribellarti e se sei curioso prima o poi accadrà; ma se ti convincono che non pensare ti facilita la vita questa è una dose letale. Avere un pensiero proprio e metterlo continuamente in discussione con letture e confronti è la base della felicità o almeno di una infelicità variata e avventurosa. A non pensare si vegeta: bisogna fuggire da chi ci insegna a vegetare. L’insegnante del romanzo è sotto shock, pensa che la sua esperienza debba valere per tutti. Nessuna esperienza è mai valida per tutti e tutte le esperienze insegnano: leggere è fare esperienza.
Se dovessi promuovere la lettura a qualcuno che davvero non ha idea di cosa sia un libro, cosa gli diresti? Comincerei a leggergli una storia a voce alta, con una bella voce accattivante, ricordando esattamente tutte le volte in cui da bambini si ascoltavano le voci dei personaggi per superare la paura del buio, del viaggio, della malattia, della solitudine. La lettura (fatta bene) è droga: una seduzione assoluta.
C’è un monologo molto bello, alla fine del romanzo, in cui un personaggio rievoca la perdita del valore della scrittura in quanto moda accessibile a tutti. Cosa, a tuo giudizio, rende uno scrittore tale? La ferita che ci portiamo dentro e l’ossessione quotidiana per affinare i mezzi che rendono produttiva (e non distruttiva) quella ferita ci rendono scrittori. Una venerazione assoluta per l’arte che si pratica. La responsabilità morale ed estetica di quel che si scrive. Il bisogno di far sempre meglio piuttosto che il bisogno di apparire e far soldi. Un talento autentico. Se ci sono queste cose c’è uno scrittore.
Quali diresti che sono gli autori che hanno fatto di te la persona – e la scrittrice – che sei oggi? Nel romanzo un ruolo importante lo gioca Il Maestro e Margherita di Bulgakov. Bulgakov, Hoffmann, Stevenson hanno avuto molta influenza sulla mia immaginazione ma scrivo a causa di Anna Maria Ortese, letta con Ignazio Silone e Cesare Pavese in prima media. Poi, gli scrittori fondamentali sono tanti, da Cervantes a Kafka, da Balzac a Flaubert, da Cechov a Borges. E una consistente mole di scrittrici: Elsa Morante, fra le tante, e Marguerite Yourcenar.
Infine, ti va di lasciare un consiglio o un augurio ai Lettori? Ai Lettori auguro di sprofondare in letture così appassionanti da dimenticarsi la vita ordinaria: perdere la fermata dell’autobus, dimenticarsi un appuntamento, ignorare ogni savio consiglio pur di finire un libro è indice di malattia grave. Ammalatevi. E godete.

Titolo: Non leggerai
Autore: Antonella Cilento
Casa editrice: Giunti
Genere: Distopico
Pagine: 197
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autrice
Antonella Cilento scrive e insegna scrittura creativa presso l’associazione culturale Lalineascritta, che ha ideato e fondato nel 1993. Ha collaborato con «Il Mattino», «L’Indice dei libri del mese» e «Grazia», ha scritto numerosi testi per il teatro e cortometraggi per Mario Martone e Sandro Dionisio. Tra le sue pubblicazioni: “Il cielo capovolto” (Avagliano, 2000), “Una lunga notte” (Guanda, 2002), “Neronapoletano” (Guanda, 2004), “Isole senza mare” (Guanda, 2009), “La paura della lince” (Rogiosi, 2012), “Morfisa o l’acqua che dorme” (Mondadori 2018). Il suo romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori, 2014) è stato finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio.

Claudia

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