Lettore medio

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Remo Rapino)

9788833890876_0_0_471_75Mò, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese, vanno dicendo che sono matto. E mica da mò, che me lo devono dire loro, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese che sono matto.

Un piacevole senso di smarrimento. Questa è la sensazione che mi ha lasciato la lettura di “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, il nuovo romanzo di Remo Rapino edito da Minimum Fax. Non un’autobiografia ma il racconto genuino di una vita.
Genuino perché Bonfiglio si affida a una lingua a metà strada tra l’italiano e l’abruzzese. Il termine cocciamatte, ad esempio, identifica sì una persona con disturbi mentali, ma sembra andare oltre: Liborio è l’uomo che invecchia anagraficamente, restando bambino – e perciò puro – mentre il mondo va avanti. È il ragazzino che assiste alla Seconda guerra mondiale e alla morte della madre (una delle figure chiave della storia); è il giovane soldato che scopre il sesso durante gli anni ’60; è l’operaio impegnato nelle lotte di classe, lotte dalle quali si lascia coinvolgere per rivendicare i propri diritti. Ma, in fabbrica, Liborio fa i conti pure con la propria condizione di matto. A seguito di una rissa con un collega, viene condannato e spedito in manicomio. Un’esperienza che cambierà la sua vita, ma non stravolgerà la sua natura. Fino alla vecchiaia, infatti, resterà il ragazzino di provincia cresciuto con un dubbio: i suoi occhi sono effettivamente simili a quelli del padre che non ha mai conosciuto?
A metà strada tra il romanzo biografico e la fiaba classica, questo romanzo riesce a scuotere il lettore grazie a un linguaggio diretto nel quale risuonano forti le sonorità della lingua (perché di lingua si tratta, non di dialetto) abruzzese.
Il protagonista crea immediatamente empatia col lettore, grazie alla sua umanità: ama i bambini e soffre nel sapere che le madri minacciano i figli di “farli rapire da Liborio il matto”.
Remo Rapino mescola sapientemente la storia con la Storia. Gli eventi che hanno mutato il volto del paese negli ultimi novant’anni incidono – più o meno volontariamente – sul destino di un uomo che – a dispetto di qualsiasi cartella clinica – non perde la sua purezza e la sua ingenuità.
Adesso parola all’autore.

Hai scelto di affidare il racconto a un narratore inattendibile, tuttavia quel che viene fuori dalla voce del personaggio è l’autenticità. Chi o quali situazioni della vita ti hanno ispirato? Almeno tre aspetti penso che vadano considerati nella radiografia del libro: gli eventi, il personaggio, la lingua, e tutti dialetticamente intrecciati tra loro. La storia si snoda nell’arco di un secolo o quasi (1926-2010); il personaggio, direbbe Ermanno Cavazzoni, è un idiota esemplare, che guarda la realtà, vissuta ai margini, con disincanto, tra meraviglia e dolore. Liborio osserva il mondo da una periferia esistenziale. All’origine della scelta anche l’influenza, dovuta al mio lavoro di insegnante di filosofia e storia, da parte della storiografia del ‘900, quella che guarda, appunto, alla marginalità e non solo ai grandi eroi e personaggi: la storia dal punto di vista degli ultimi della fila, i vermi della terra. In fondo la realtà è attraversata da infiniti Liborio, a cui dar voce. E Liborio è una voce che cammina tra le crepe del mondo, dove vive e lotta per vivere.
Tecnicamente parlando ho apprezzato moltissimo l’utilizzo della lingua abruzzese (è talmente articolata che non mi va di parlare di dialetto). Scelta legata a esigenze narrative o il desiderio di rivendicare l’appartenenza a un territorio? Liborio è un uomo molto avanti negli anni, che, per dare un segno al suo passaggio terreno, decide di raccontarsi, e scrive così come parla. Il suo è un codice espressivo che ruota intorno ad una parlata gergale, con dialettismi, parole approssimative e personali, coerenti col personaggio stesso. Insomma una sorta di diario parlato. Sono parole-ombra che pure fanno luce e vedono cose che occhi normali non vedono o sottovalutano. Per la lingua qualche assonanza potrebbe riscontrarsi con il Vincenzo Rabito di “Terra matta” (edito da Einaudi, ndr.). Certo nella scelta della lingua (giusta la precisazione a differenziare da un semplificante concetto di dialetto) ha inciso l’esigenza di mettere in luce, al di là del taglio narrativo, anche la rivalutazione di un territorio e di un’area culturale troppo spesso dimenticata o messa ai margini.
Attraverso gli occhi del protagonista vediamo la storia del paese, dalle lotte operaie all’attentato alle Torri Gemelle, passando per il Bologna di Bulgarelli e, soprattutto, l’ascesa politica di Benito Mussolini (prima) e Silvio Berlusconi (poi). Come mai Liborio ha assistito proprio a questi avvenimenti? Bonfiglio Liborio ha vissuto intensamente il secolo breve (e oltre), partecipando, in una dimensione collettiva, alle vicende narrate anche con una coscienza che si potrebbe definire di classe. Si pensi al periodo della guerra e della Resistenza (le giornate ottobrine della città di Lanciano), l’emigrazione a nord, il lavoro di fabbrica, le tensioni sociali degli anni ‘60/’70. Non a caso si dichiara un fiommista. In sintesi verso ogni episodio Liborio getta uno sguardo non distratto, si predispone all’ascolto e rilegge a suo modo il teatro del mondo. Ci sono molte verità che emergono dalla sua sguardatura storta. Si muove a metà strada tra Don Chisciotte con i suoi mulini a vento, sogni e visioni e l’ingenuità dirompente di un Forrest Gump. D’altra parte il cortile della letteratura sovrabbonda di lunatici: Liborio è solo l’ultimo arrivato e convive con Macario di Juan Rulfo, con Ignatius di J. Kennedy Toole, con Mattio Lovat di Vassalli, con Gimpel di Singer, fino al principe Myškin di Dostoevskij, Bouvard e Pecuchet di Flaubert e, come già detto, il Don Chisciotte di Cervantes. In qualche modo Liborio ha qualcosa dei personaggi di Spoon River. Come Frank Drummer ad esempio, come il matto cantato da Fabrizio De André in “Non al denaro né all’amore né al cielo”.
Liborio e i bambini. Lui li trova teneri; le mamme minacciano i figli di farli rapire dal matto. Vale la regola che quel che non è normale (a patto di definire il concetto di normalità) dev’essere necessariamente cattivo? Liborio vive, tra stupore e dolore, un grande rimpianto per tutta la vita: non aver mai conosciuto il padre. Dalla madre sa solo che aveva gli occhi uguali ai suoi. Di qui i sentimenti di tenerezza verso i bambini. Liborio stesso, con i suoi sogni e le sue favole, porta nel cuore una innocenza profonda, quasi angelica. La sua è una normalità altra, una sorta di neuro-diversità positiva. Liborio, per molti aspetti, è l’opposto dell’orco, dell’ uomo nero. Nella società attuale spesso la cosiddetta normalità coincide con varie forme di cattiveria (egoismo, ricerca disumana del profitto, intolleranza, rifiuto delle diversità, etc.).
Al di là della candidatura al Premio Strega, cosa ti aspetti da questo libro? Che venga letto nella giusta linea d’orizzonte. “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” vuole essere un invito a passare dall’Io al Noi, a restare umani. Che Liborio venga riconosciuto nella sua valenza simbolica, nel suo sforzo per tornare ad appartenersi, a riconquistare un ruolo nella comunità, a cui anche e tutte le persone non normali hanno diritto. Credo che debba porsi come un libro di porti aperti e come rifiuto e condanna per chi alza muri. Infine un piccolo sogno: la storia di Liborio, a mio avviso, si presta per una traduzione in termini teatrali o, anche cinematografici. Ma qui, forse, il sogno si fa troppo grande. In fondo sognare non costa niente, soprattutto per quanti non si trovano e mai si troveranno tra le pagine di un libro di Storia, come è Bonfiglio Liborio, un eroe quotidiano senza lapide.

Titolo: Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio
Autore: Remo Rapino
Casa editrice: Minimum fax
Genere: Autobiografico
Pagine: 265
Anno: 2019
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Film consigliato: Forrest Gump, film del 1994 diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Tom Hanks.

L’autore
Remo Rapino è stato insegnante di filosofia nei licei. Vive a Lanciano. Ha pubblicato i racconti Esercizi di ribellione (Carabba 2012) e alcune raccolte di poesia, tra cui La profezia di Kavafis (Moby-dick 2003) e Le biciclette alle case di ringhiera (Tabula Fati 2017).

Paquito

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