Lettore medio

La donna capovolta (Titti Marrone)

9788862524537_0_0_422_75L’incontro al teatro con il mio ragazzo di un tempo ridotto a rottame mi ha fatto male perfino più della faccia da prugna secca che mi scruta dallo specchio ogni mattina, più dei solchi delle mie stesse rughe. Perché mi ha consegnato l’istantanea di un’ineluttabilità imminente: quella della vecchiaia, del disfacimento fisico. Preludio della morte.
E poi. Mi vergogno ad ammetterlo. Ho cinquantotto anni, ma solo da poco ho messo a fuoco sul serio, con tragica, totale nitidezza, il pensiero che presto potrebbe toccare anche a me.

Ho trovato “La donna capovolta”, il romanzo di Titti Marrone edito da Iacobelli editore, un libro davvero molto interessante. Due donne completamente differenti tra loro: Eleonora, una docente che interpreta perfettamente il ruolo di donna della sofisticata borghesia napoletana del nuovo millennio; e Alina, una laureata in ingegneria costretta a ricoprire l’umile compito di badante per sostenere la propria famiglia in Moldavia. A unirle un’altra donna, Erminia, la madre di Eleonora alla quale Alina dovrà prestare cure e assistenza. Donne completamente differenti, unite dall’amore filiale (Eleonora ha Laura, una ragazza che studia in Francia ma non sembra soddisfatta del proprio percorso universitario; Alina ha Misha, un ragazzo pronto a lasciare Barcellona per trasferirsi in Inghilterra con la fidanzatina) e dalla mancanza di qualcosa: un particolare, un’inezia che finalmente le appaghi. Ma cosa succederebbe se – improvvisamente – le certezze di entrambe crollassero come un castello di carte?

Titti Marrone offre al lettore moltissima sostanza e pochi fronzoli. Dialoghi impeccabili. Si ha la sensazione di ritrovarsi tra le mani un copione pronto per essere messo in scena. Un libro che merita di essere letto da un pubblico femminile, che potrà facilmente identificarsi in uno dei personaggi, ma anche maschile, per una profonda riflessione sull’universo delle donne.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“La donna capovolta”. Come è nato questo progetto? Forse per una di quelle urgenze inderogabili, spontanee, che ti nascono dentro quando vivi un forte disagio ed hai bisogno di mettertelo davanti, stendendolo su una pagina scritta, affidandolo a parole che non avevi avuto il coraggio di pronunciare nemmeno a te stessa. E se poi, come nel mio caso, credi nel potere terapeutico della scrittura, allora quell’atto di distendere una storia offrendola – offrendoti – in pasto anche agli altri può arrivare a curarti. Come se tu ti guardassi allo specchio. In tutta onestà. Ecco, forse c’è questo dietro il mio ultimo romanzo. Uscivo da un lunghissimo periodo di assistenza a mia madre anziana e malata, durato otto anni. E avevo fatto esperienza di ogni tipo di badante ricavandone sensi di disagio, di mie inadeguatezze, e facendo scoperte sul mio conto che non mi sarei mai aspettata. Così è nato “La donna capovolta”, che mette due creature femmine una di fronte all’altra. Due che sulle prime non si potrebbero immaginare più diverse ma poi legate dalle circostanze nella reciprocità di una dipendenza obbligata e poco tollerata. La vicenda che racconto, nei suoi diversi svolgimenti, è del tutto inventata, solo l’impulso iniziale è autobiografico, ma l’avvio è stato quello che ho appena spiegato.
Cominciamo con le protagoniste: Eleonora e Alina sono molto diverse eppure assai simili nell’affrontare le dinamiche familiari quotidiane. Quando si parla di figli e genitori tutto il mondo è paese? In un certo senso è così. Sia Eleonora che Alina hanno un figlio alle prese con la ricerca di un proprio posto nel mondo. Si tratta di una condizione che solo verso la fine del romanzo mostrerà tutte le potenzialità di propiziare un avvicinamento tra le due donne. Ma sulle prime la disparità di condizioni economiche e sociali tra la stimata prof universitaria e la badante di sua madre sembrerebbe disegnare due traiettorie relazionali assolutamente diverse: Eleonora sostiene economicamente, senza troppi sacrifici, sua figlia nei suoi dispendiosi studi a Lione che dovrebbero farne una scienziata, Alina fa i salti mortali per assicurare al figlio la possibilità di completare un corso a Barcellona, e per mantenerlo mostrerà di essere disposta a tutto. Entrambe, però, opereranno sui figli una proiezione troppo accentuata delle rispettive aspettative. E più o meno nello stesso momento, ne rimarranno deluse, perché i figli prenderanno strade diverse da quelle progettate dalle madri. Come avviene, nella vita vera, a tutte le latitudini.
Con Alina hai superato il cliché della badante senza un briciolo di cultura che viene in Italia per svolgere lavori molto umili. Qualcosa di reale eppure troppo spesso ignorato. Chi o cosa ha ispirato il personaggio? Alina, efficientissima badante moldava ingaggiata per alleviare Eleonora dalle incombenze della cura, è in un certo senso la sintesi di tutte le numerose badanti che si sono avvicendate in otto anni nella cura di mia madre. È sorretta da un progetto economico e di vita  alimentato con un marito lontano rimasto in patria e più di tutto votata a sostenere gli studi del figlio in Spagna. In Italia da dieci anni, Alina occulta la sua padronanza dell’italiano, così come la sua identità d’ingegnere nel suo Paese e di donna colta: l’esperienza le ha insegnato che, per mantenere il lavoro, è più prudente adeguarsi allo stereotipo di badante diffuso nelle case in cui è ospitata. Ma dentro di sé prova nostalgia per il passato del suo Paese e insofferenza nei confronti dei sentimenti progressisti delle persone per cui lavora, che ai suoi occhi sono del tutto fasulli.
Passando a Eleonora, ho apprezzato moltissimo il suo lato fragile. Una donna sicura di sé costretta a fare i conti con il susseguirsi degli eventi e il progressivo sfaldarsi delle sue certezze. Cosa volevi raccontare attraverso il suo personaggio? Attraverso Eleonora volevo raccontare la crisi d’identità e la paura d’invecchiare di un certo tipo di donna convinta di essere sempre nel giusto ma in realtà piena di pregiudizi. Eleonora, filosofa di genere e prof universitaria, è ancorata alle sue frequentazioni progressiste e  intellettualmente raffinate, ma vive una profonda crisi di spaesamento interiore. Ha un marito narcisista e sfuggente, la figlia all’estero per un prestigioso master e, soprattutto, un’anziana madre demente da accudire, insieme al padre svaporato in atteggiamenti di rancorosa irresponsabilità e a un fratello, per comodità astutamente latitante dagli obblighi filiali. Ha spaventosi sensi di colpa e insieme profonde insofferenze nel confronti della vecchiaia e della malattia materne, pur vedendole come anticipazioni di una realtà che presto la riguarderà. Entrambe si trovano d’un tratto, a essere tradite, deluse dove meno se l’aspettavano. Entrambe vivono uno snodo dell’esistenza. E ciascuna racconta dall’inizio la sua direttamente, per la sua parte, in brevi, spietati oppure ironici lampi di coscienza contrapposti. Sia Eleonora che Alina sono donne capovolte per il fatto di non stare più bene nella pelle fin lì indossata, perché costrette dalle circostanze a rovesciare le proprie visioni del mondo e dei rapporti. L’impianto del racconto è un susseguirsi di situazioni, colpi di scena e personaggi in cui le voci narranti producono effetti d’involontaria feroce comicità sulla vecchiaia, la malattia, le delusioni della vita, i piccoli trucchi per fuggire dalle responsabilità.
E ora la condizione di Erminia: al di là della diagnosi, il suo personaggio rappresenta la progressiva perdita della memoria delle nuove generazioni che, progressivamente, si distaccano da quelle vecchie. Riflessione corretta? Sì. La solitudine di Erminia mette in evidenza come abbiamo tutti smarrito la capacità della cura e quanto poco siamo disposti a farci carico dei nostri vecchi. Colpa del nostro narcisismo, della centralità che attribuiamo alle nostre vite, allo sfaldamento dei rapporti familiari. Ma colpa anche di una sottovalutazione dell’importanza della cura, che sparisce o si riduce anche nella dimensione pubblica dove, quando si tratta di operare dei tagli di spesa, tra le prime a saltare ci sono le politiche del welfare, dell’assistenza per gli anziani, dell’accudimento che invece, visto il progressivo invecchiamento della popolazione, dovrebbe essere potenziato.
Il rapporto tra Eleonora e Alina coi loro figli. Per entrambe i dissidi nascono dalle scelte di Laura e Misha, diametralmente opposte a quelle che avrebbe preso le loro madri. Un sottinteso monito ai genitori: non vivete la vita dei vostri figli ma permettete loro di mettersi nei guai? È sempre difficile immaginare di rivolgere moniti ai genitori, alle prese con un impegno che è veramente il più difficile del mondo e comunque esposti all’errore. Ed è difficilissimo, riguardo ai figli, mantenere il giusto equilibrio tra una cauta vigilanza e il rispetto delle loro scelte Ma quello che personalmente penso è proprio che, alla fine, nell’incertezza sia meglio permettere loro di commettere gli errori che credono.
Cosa ti aspetti da questo libro? Poiché non parteggio né per Eleonora né per Alina, il mio vero punto di vista è quello espresso dalla terza voce del racconto, alternata alle parti in prima persona: è quella di un io narrante che oggettivizza e svela le tensioni in corsa tra le due donne. Tensioni nelle ultime pagine esplose in un dialogo diretto tra Eleonora e Alina, con punte comiche o anche drammatiche, che mostra un aspetto assai diffuso nella complessità delle nostre vite ma non esplorato a sufficienza: la difficoltà di praticare una vera accoglienza nei confronti di qualcuno che si lascia alle spalle gli affetti per farsi carico di assistenze pesantissime e, dall’altra parte, la difficoltà ad adeguarsi a ruoli e modi di vivere così profondamente diversi da quelli del proprio Paese di provenienza. Il finale a sorpresa è la cosa che più mi sono divertita ad inventare, perché credo che ben rifletta la difficoltà di una possibilità di sorellanza molto vagheggiata ma assai poco accessibile. Infine, quel che mi aspetto da questo libro è che aiuti a fare chiarezza in chi vive queste contraddizioni, oltre che quelle sulla cura, sul rapporto con la vecchiaia e la malattia proprie e dei propri genitori.

Titolo: La donna capovolta
Autore: Titti Marrone
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Iacobelli editore
Pagine: 175
Anno: 2019
Prezzo: € 16,00
Film consigliato: “Birthday Girl”,  film del 2001 diretto da Jez Butterworth con Nicole Kidman e Vincent Cassel.
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autrice
Titti Marrone, napoletana, giornalista, è autrice di vari libri tra i quali, con Gustaw Herling, “Controluce” (Pironti 1992), “Il sindaco” (Rizzoli 1996), “Meglio non sapere” (Laterza 2003, ultima edizione 2017), e il romanzo “Il tessitore di vite” (Mondadori 2013).
Dal 1996 insegna Storia e tecniche del giornalismo. Ha curato la raccolta di racconti “Ho sete ancora. 16 scrittori per Pino Daniele” (Iocisto edizioni 2015).

Paquito

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