Lettore medio

La mischia (Valentina Maini)

Abbiamo detto ai nostri figli siete la nostra vita. Abbiamo tentato di riempire ogni distanza tra mano e mano tra orecchio e piede tra occhi e occhi. Abbiamo detto ai nostri figli siete la nostra vita. Volevamo essere una cosa sola un unico organismo generante e generato. Forse è stata Gorane a nascere per prima. Forse è stato Jokin a seguirla. Ecco che pezzo dopo pezzo la nostra memoria si sfalda. I nostri concittadini sono i responsabili del furto. Siamo in minime dosi ma costantemente derubati. Eppure siamo certi di aver generato due gemelli e che il loro nome è Gorane e Jokin. Siamo certi che l’uno era la nostra bandiera l’altra la nostra voce. Siamo certi di aver voluto restare fusi come in quel primo abbraccio per sempre. Piano piano i nostri figli sono cresciuti. In maniera diversa e parallela come due ali dello stesso insetto due ali destinate a opposti voli.

Una storia intensa e travolgente, che si snoda tra Euskadi (i Paesi Baschi) e Parigi. Ne “La mischia” (editore Bollati Boringhieri) Valentina Maini ci porta a conoscenza delle vite unite e in seguito parallele di due gemelli, Jokin e GoraneMoraza, figli di due rivoluzionari indipendentisti, aderenti all’organizzazione terroristica ETA. Il racconto è suddiviso in tre parti e nella prima conosciamo i protagonisti: Gorane, una ragazza apparentemente fragile e problematica, ma dotata di grande creatività e spirito di adattamento. Soffre di allucinazioni, non ben definite, che la rendono in perpetuo contatto con il passato, i genitori e i suoi incubi. E poi Jokin, un ragazzo discreto e solitario, che trova rifugio dalla realtà personale e familiare nella dipendenza da eroina e in numerose relazioni amorose, occasionali e non;  la sua decisione di trasferirsi a Parigi e l’incontro con il gruppo White Elephants determineranno il suo destino e quello della sorella.

Particolarmente toccante è l’ultimo capitolo della prima parte, “Arrautza”, in cui il microfono viene consegnato ai genitori di Jokin e Gorane. Si tratta di pagine estremamente sofferte, le parole scivolano una dietro l’altra in una spirale senza fine, quasi senza punteggiatura, senza pause. L’effetto artistico di questo capitolo ha un grande impatto emozionale e mi ha consentito di farmi un’idea precisa e definita sull’anima tormentata e complessa dei due Moraza: un uomo e una donna che manifestano amore smodato per i propri figli, direttamente proporzionale alla paura di perderli; è come se questo sentimento li portasse a compiere azioni sconnesse, educandoli fin da piccoli al dolore e all’abbandono. Molti passaggi in questo frangente sono volutamente confusi e nebulosi e si fatica a capire il senso logico dell’accaduto.

Nella seconda parte del romanzo proseguono le vicende di Jokin e Gorane con profondi mutamenti nella trama e nell’atteggiamento dei fratelli. Durante la lettura, si affacciano le vicende rivoluzionarie nei Paesi Baschi – per me nuove e interessanti – a partire dagli anni ‘60, una finestra di storia moderna e contemporanea di un mondo di confine che rivendica la propria indipendenza; si passa poi allo scenario di Parigi, diverso da come siamo abituati a sentir parlare o vedere nei film: non è la Parigi dell’amore e delle passeggiate lungo la Senna, degli artisti di Montmartre o dell’imponenza di Notre-Dame: è una città cupa, con contraddizioni e povertà, droga e rabbia. Quest’ultimo aspetto ha dato una nota di originalità alla narrazione, un’impronta peculiare di degrado che, solitamente, si trova associata ad altre realtà.

La terza parte ci conduce verso il termine de “La mischia”, dedicato a chi, in quella mischia, è sempre stato abituato a starci, nel bene e nel male; nel finale si apre uno spiraglio di rivalsa, ma una costante di questo libro è che si impara cosa sia il vero amore solo attraverso la vera sofferenza.

Lo stile fluido e leggero (nonostante gli argomenti trattati) consentono un approccio scorrevole alla lettura: non mi è sembrato di aver divorato quasi 500 pagine!

L’impronta stilistica dell’autrice muta repentinamente solo nel già citato capitolo “Arrautza”, in cui diventa sconnessa e ridondante ma per dare la parola ai genitori Moraza e il risultato è davvero sorprendente. Ho trovato nello stile e nelle vicende narrate un connubio armonioso, come se questi eventi, tanto avvincenti quanto crudi e dolorosi, avessero bisogno della voce di questa famiglia, un urlo che trabocca dalla scrittura della Maini e che fino alla fine trascina – neanche a dirlo in una mischia – fatti storici e incontri confusi in un crescendo di pensieri.
La lettura di questo romanzo è pertanto vivamente consigliata, senza se e senza ma.
E ora la parola all’autrice.

La mischia. Come è nato questo romanzo?

La risposta più corretta sarebbe “non lo so”, ma forse come risposta è un po’ infelice. Volevo guardare la mia storia da lontano, esplorarla nelle peripezie di qualcun altro, darle una forma nel modo che mi riesce meglio e che mi dà piacere, scrivere. Volevo scrivere.

La storia è intrisa di dolore, sofferenza ma anche rivendicazione. Quanto il tuo vissuto e la tua quotidianità hanno ispirato queste pagine e quanto, invece, è stato stimolante il lavoro di immaginazione?

L’immaginazione, oltre a permettermi quell’allontanamento, ha manipolato il mio vissuto, mi è servita per nascondermi e farmi divertire. In verità l’immaginazione manipola sempre la mia vita, anche quando non scrivo, ma nei libri non ci sono effetti collaterali, è divertente e basta. Ci sono e non ci sono io, non importa a nessuno. Immaginare per me è una forma di ricordo e risponde anche all’esigenza di mettermi in pericolo, di fare fatica. Scrivere di me, della me che risponde al nome di Valentina Maini, mi annoia a morte. Il mio istinto mi suggerisce di non farlo.

Quale o quali sono stati i motivi che ti hanno spinta ad ambientare la narrazione nei Paesi Baschi e a Parigi? Cosa provi riguardo questi due mondi così diversi?

Io in Italia non sto bene. Forse per lo stesso motivo per cui non amo scrivere di me: mi impigrisco, mi ripiego, patisco la noia. Parigi è quella che considero casa mia da quando ho vent’anni; i Paesi Baschi, per la loro storia, le loro contraddizioni, la loro posizione di confine, sono un tizio dolce e un po’ burbero che forse mi somiglia.

In relazione al rapporto tra Jokin e Gorane, credi che i gemelli si influenzino molto e possano sviluppare un legame talmente forte da chiamarsi dipendenza?

Ogni tanto la chiamo così, quando li giudico. Ma penso sia semplicemente un grande primo amore.

Vista la forza e l’importanza degli argomenti che tratti nel romanzo (esempio la dipendenza da eroina di Jokin e la complessa psiche di Gorane), la scrittura ha suscitato in te molte emozioni? Senti di essere “cresciuta” (emotivamente o professionalmente) nell’aver scritto questo romanzo?

Mentre scrivevo mi illudevo di aver superato certi dolori. Non è stato così e questa, per me, è una delle fregature della scrittura: mi sento più grande mentre scrivo; quando finisco mi accorgo che non sono cambiata granché, anche se la mia visione è più ampia e sfaccettata. Forse la volta in cui un libro mi cambierà sul serio, avrò finito con la scrittura, la lascerò in pace.

Cosa ti aspetti da questo libro?

Che se ne vada a spasso, il più lontano possibile da me, che trovi molti amici e qualche innamorato.

Titolo: La mischia

Autore: Valentina Maini

Casa editrice: Bollati Boringhieri

Genere: Romanzo drammatico

Pagine: 496

Anno: 2020

Prezzo: € 17,57

Tempo medio di lettura: 21 giorni

L’autrice

Valentina Maini è nata nel 1987 a Bologna. Ha conseguito un dottorato in Letterature comparate tra Bologna e Parigi e ha pubblicato racconti su «retabloid», «TerraNullius», «Atti Impuri», «Horizonte» e altre riviste. Alcuni suoi articoli sono comparsi su «Poetiche», «La Deleuziana», i «Classiques Garnier». Con la raccolta di poesie Casa rotta (Arcipelago Itaca, 2016) ha vinto il premio letterario Anna Osti. Traduce dal francese e dall’inglese.

Marta

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