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I pesci non hanno gambe (Jón Kalman Stefánsson)

9788870914474_0_0_502_75“Ma è così la vita: quello che per te è la ricerca di un significato, per gli altri è solo spreco e baccano. È difficile trovare un equilibrio nel mondo degli esseri umani, è evidente, sembriamo sempre ben lontani dal capirci a vicenda. Forse allora non importa quante lingue studiamo, perché i dissidi, i pregiudizi e i malintesi sono insiti nella lingua stessa, si annidano come erbacce dentro le parole; probabilmente non troveremo mai un punto d’incontro, se non nella musica. Lì custodiamo i sogni, i desideri di una vita migliore, di un mondo più bello, di poterci affrancare dai nostri problemi e dai nostri difetti, dall’invidia, dall’indecisione, dalla vanità.”

A Keflavik, piccola cittadina islandese, spesso il freddo è così tagliente da riuscire a stroncare le passioni, le abitudini e la vita dei suoi abitanti. Forse sarà stato proprio il clima rigidissimo ad indurire il cuore di Ari, il protagonista di questo romanzo, inducendolo a tradire sua moglie, la sua famiglia ed a fuggire dall’Islanda. E chissà se non sarà stato lo stesso gelo a spingere sua nonna Margrét, un secolo prima, a ritornare dal Canada piena di sogni e libertà, per sposare l’uomo che aveva scelto, ritrovandosi poi soffocata da un desolato villaggio di pescatori. Dalla quotidianità di Ari emergono eterne solitudini, flashback di un passato famigliare da scoprire e l’eterna corsa verso la felicità e la realizzazione. Ad essi si intrecciano, a ritmo di canzoni rock degli anni ‘80 e ‘90, storie di guerra, racconti di uomini straziati e testimonianze di donne dall’anima e dai corpi violati.

Caro lettore, se sei alla ricerca di un libro attuale, delicato ma al contempo in grado di stravolgerti con la sua prosa poetica ed una narrazione coinvolgente e vivida, sono certa che “I pesci non hanno gambe” (edito da Iperborea) non ti deluderà. A colpirmi maggiormente è stata l’originalità e la scorrevolezza del testo arricchito e molto valorizzato dalla capacità dell’autore di giocare con  disparati registri linguistici, dal più aulico al più basso e volgare. D’altra parte, l’unico fattore che, invece, mi ha convinta di meno e mi ha un po’ rallentata nella lettura è l’uso continuo di malinconici flashback, che scavano nel passato di Ari e nel trascorso della sua famiglia, intervallando le fasi contemporanee del racconto del narratore. Nonostante ciò, il romanzo risulta ugualmente equilibrato e offre la possibilità di volgere lo sguardo ad una civiltà con tradizioni, cultura, storia ed usi di cui si sa sempre molto poco ma che comunque si avvicina tantissimo alla restante parte della sfera europea. Stefánsson, con la sua prosa curatissima, parla infatti di sfruttamento, disoccupazione, stupro, guerra, malesseri e angosce che neanche il mare e le risate di bambini riescono a spazzare via. E tuttavia, c’è ironia, c’è sensibilità in ogni millimetro di pagina inchiostrata, tant’è vero che tra le righe di determinati passi ho percepito quanto l’autore, a tratti disincantato e smanioso, desiderasse interrogare il lettore circa cosa potrebbe salvare il mondo. In quei momenti mi è parsa evidente tutta la solitudine dei personaggi di Stefánsson, dediti ad affrontare piccole battaglie quotidiane e crisi interiori proprio come la mia vicina di casa, il proprietario del panificio all’angolo della via in cui abito o la cassiera che porge il resto a te che leggi dopo aver fatto la spesa.§

Titolo: I pesci non hanno gambe
Autore: Jón Kalman Stefánsson
Casa editrice: Iperborea
Genere: Narrativa
Pagine: 440
Anno: 2017
Prezzo: € 19,00
Tempo medio di lettura: 10 giorni
Brano consigliato: “Your possible pasts” – Pink Floyd

L’autore
Jón Kalman Stefánsson
(Reykjavík, 1963), ex professore e bibliotecario, è passato alla narrativa dopo tre raccolte poetiche. I suoi romanzi sono stati nominati più volte al Premio del Consiglio Nordico e pubblicati dalle più importanti case editrici europee. “Luce d’estate ed è subito notte” ha ricevuto nel 2005 il Premio Islandese per la Letteratura. “Paradiso e inferno”, primo volume della sua trilogia, è stato definito il miglior romanzo islandese degli ultimi anni.

Federica

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La carta e il territorio (Michel Houellebecq)

9788845265815_0_0_0_75A Jed sarebbe stato chiesto in varie occasioni che cosa significasse, ai suoi occhi, il fatto di essere un artista. Non avrebbe trovato nulla di molto interessante né di molto originale da dire, a eccezione di una sola cosa, che avrebbe perciò ripetuto quasi a ogni intervista: essere artista, ai suoi occhi, significava innanzitutto essere sottomesso. Sottomesso a messaggi misteriosi, imprevedibili, che si dovevano dunque definire “intuizioni” in mancanza di meglio e in assenza di ogni credenza religiosa; messaggi che comunque comandavano in maniera imperiosa, categorica, senza lasciare la minima possibilità di sottrarvisi.

Nel caso in cui il personaggio principale de “La carta e il territorio” (edito da Bompiani), Jed Martin, vi dovesse raccontare la sua storia, probabilmente inizierebbe a parlarvi della rottura della propria caldaia, avvenuta un fatidico 15 dicembre. O forse vi racconterebbe di suo padre, architetto noto e stimato, con cui era solito trascorrere unicamente il giorno della vigilia di Natale. Ricorderebbe senza dubbio e con rammarico Olga, una donna russa estremamente affascinante incontrata all’inizio della sua carriera, in occasione di una mostra delle sue fotografie delle carte stradali della Michelin. Tutto questo avveniva prima che arrivasse il successo mondiale con la serie di opere dedicate ai mestieri, ritratti di personalità di diversa estrazione sociale (fra cui lo stesso Michel Houellebecq), colte nell’esercizio della loro professione. Dovrebbe dire anche come ha aiutato il commissario Jacelin a chiarire un’atroce storia criminale che ha sconvolto la polizia. Sul finire della sua vita, Jed Martin arriverà a una certa serenità ed emetterà esclusivamente dei mormorii, forse percepibili osservando le sue opere. L’arte, il denaro, l’amore, il rapporto col padre, la morte, il lavoro sono solo alcuni dei temi di questo romanzo, dalla struttura classica ma, al contempo, straordinariamente contemporanea, in cui Michel Houellebecq ritrae la condizione umana.

Ho approcciato a questo romanzo per sostenere un esame universitario e, da allora, lo considero uno dei miei libri del cuore tanto da averne approfondito più volte la lettura. A primo acchito, notando il titolo, il testo mi dava l’impressione di essere un saggio o uno scritto tecnico anziché narrativo. Successivamente, terminate le prime cinque pagine, mi sono riscoperta un po’ come i protagonisti del romanzo fantastico “Narnia”: come loro hanno conosciuto un mondo segreto aldilà dell’armadio, anche io ho scovato nuovi orizzonti guardando oltre la copertina ed immergendomi in ragionamenti e dinamiche narrative molto argute. La storia marcia su più fronti ed è il protagonista assoluto, Jed Martin, a rendere partecipe il lettore della moltitudine di avvenimenti che segnano profondamente la sua vita, stracolma di un pathos latente e rivelato al mondo solo mediante le sue opere d’arte. Durante il racconto la tacita sensibilità di Jed è spesso contrapposta alla società francese del XX secolo che, definita da Houellebecq arida e priva di contenuti, influenza e determina l’interessante crescita dell’artista ed alcuni cambi di prospettiva che lo spingono più volte a reinventare il suo modo di creare ed esprimersi. Oltre a ciò, credo siano due le caratteristiche principali che rendono questo libro degno di nota: l’ampia (ma mai confusionaria) gamma di temi affrontati, sia di natura introspettiva che sociale e politica e, in secondo luogo, lo stile assolutamente coinvolgente di Houellebecq. L’accuratezza nelle descrizioni e nella scelta del tipo di registro usato rendono il testo così scorrevole da far assomigliare l’intero romanzo ad un film, con immagini vivide, suoni e colori specifici. La penna dell’autore diviene così la bacchetta di un abile maestro d’orchestra, che armonizza coi suoi gesti l’amplesso totale del romanzo, nonostante la crudezza e la sfrontatezza accattivante di alcuni passi. Insomma, sarò di parte ma credo che “La carta e il territorio” riuscirebbe probabilmente a far sussultare anche lo spettatore più difficile e critico, quindi perché non immergersi in questa lettura?

Titolo: La carta e il territorio
Autore: Michel Houellebecq
Casa editrice: Bompiani
Genere: Narrativa
Pagine: 360
Prezzo: 23,00 €
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Da leggere: Assolutamente all’aria aperta, se su un bel prato ancora meglio!
Brano consigliato: L’amour fou – Grand Blanc
Opera d’arte consigliata: “La condizione umana” di René Magritte

L’autore
Michel Houellebecq
dopo un’infanzia e un’adolescenza segnate dall’abbandono familiare e dalla vita di collegio, ha scoperto il proprio maestro in H.P. Lovecraft, al quale ha dedicato la sua prima opera, la biografia “H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita”. Il suo primo testo pubblicato in Italia è la poesia “La fessura”, apparsa in “Panta. Amore in versi” (Bompiani, 1999). Nello stesso anno, il romanzo “Le particelle elementari”, il suo secondo, è premiato come migliore libro dell’anno dalla rivista francese Lire ed è tradotto in più di 25 paesi. Del 2005 è il romanzo “La possibilità di un’isola”. Nel 2009 esce il saggio, scritto con il filosofo Bernard-Henry Lévi “Nemici pubblici”, dissacrante dialogo epistolare tra il cattivo ragazzo della narrativa francese e uno dei filosofi più mediatici del nostro tempo. Del 2010 è il romanzo “La carta e il territorio”, con il quale lo stesso anno vince il prestigioso Premio Goncourt. Nel 2015 esce “Sottomissione”, romanzo ambientato in una ipotetica Francia del 2022. Bompiani sta inoltre pubblicando un’edizione completa delle sue opere, il cui primo volume è uscito nel settembre 2016.

Federica

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Le Cosmicomiche (Italo Calvino)

9788804667988_0_0_1551_75Nell’universo ormai non c’erano più un contenente e un contenuto, ma solo uno spessore generale di segni sovrapposti e agglutinati che occupava tutto il volume dello spazio, era una picchiettatura continua, minutissima, un reticolo di linee e graffi e rilievi e incisioni, l’universo era scarabocchiato da tutte le parti, lungo tutte le dimensioni. Non c’era più modo di fissare un punto di riferimento: la Galassia continuava a dar volta ma io non riuscivo più a contare i giri, qualsiasi punto poteva essere quello di partenza, qualsiasi segno accavallato agli altri poteva essere il mio, ma lo scoprirlo non sarebbe servito a niente, tanto era chiaro che indipendentemente dai segni lo spazio non esisteva e forse non era mai esistito.

“Le Cosmicomiche” (edito da Mondadori) è una raccolta di dodici racconti fantastici ed umoristici relativi all’universo, all’evoluzione ed alla dilatazione spazio-temporale. I testi di questa raccolta sono una vera e propria esplosione di fantasia e, nonostante prendano spunto da nozioni scientifiche, perlopiù astronomiche, si presentano come racconti surreali i cui protagonisti sono primordiali forme di vita o, più semplicemente, atomi.

Ogni qualvolta che scelgo di leggere uno scritto di Calvino, so già per certo che il libro mi piacerà, mi divertirà e mi farà riflettere. In questo caso, la raccolta “Le Cosmicomiche” non ha deluso le mie aspettative: non mi è sembrata essere semplice massa cartacea, ma piuttosto un inconsueto caleidoscopio che lascia percepire la realtà esterna che è stata ed immaginare quella che invece non sarà mai. Infatti, è proprio la componente surreale a conferire alle narrazioni vividezza e profondità; peculiarità che la produzione calviniana acquisisce grazie alla scrittura densa e trasversale dell’autore, che attraversa le tre dimensioni dello spazio. Non manca, poi, il filtro umoristico che lo scrittore applica alle narrazioni percorse da continui equivoci ed anacronismi che si scontrano con fenomeni come la velocità della luce, l’espansione dell’universo ed il moto terrestre, dando vita a dimensioni paradossali all’interno di altre, già per loro natura, surreali. Questa denotazione fantastica dei testi calviniani sembrerebbe non accennare ad alcuna forma di lirismo o possibilità di immedesimazione del lettore nelle vicende trascritte. D’altra parte, il linguaggio usato offre l’opportunità di adottare vari punti di vista e cogliere sfaccettature particolari ed intime, immerse in paesaggi mesozoici o nel punto più lontano dell’Universo meno conosciuto. Luoghi, insomma, in cui non ci si ritrova facilmente a fare i conti col proprio passato o con il proprio inconscio. Proprio per questo, lo scrittore regala al lettore un viaggio temporalmente lungo (se non eterno), in spazi più che larghi, a profondità letterarie in cui è più semplice respirare grazie alla forza delle parole.

Titolo: Le Cosmicomiche
Autore: Italo Calvino
Casa editrice: Mondadori
Genere: Raccolta di racconti
Pagine: 142
Anno: 2017
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Brano suggerito: “Alone time” – Explosions in the sky, David Wingo

L’autore
Italo Calvino è stato uno dei narratori più significativi del Novecento italiano, nella costellazione letteraria disegnata dalle sue numerose opere si ibridano compiutamente vocazioni e temi diversi, dall’impronta neorealistica degli scritti iniziali a quella allegorico-fiabesca della produzione più matura. Nella sua prosa, dove sono accolte e filtrate le più alte suggestioni del panorama letterario coevo e dove lo scrittore si rivela spregiudicato sperimentatore di linguaggi e generi, alla lucidità della descrizione analitica fanno da costante contrappunto il lirismo e l’ironia, sostanziati da una riflessione profonda e disingannata sul senso ultimo dell’esistenza umana. Tra le sue opere principali: Il visconte dimezzato (1952); Il barone rampante (1957); Il cavaliere inesistente (1959); Le città invisibili (1972); Sotto il sole giaguaro (1986).

Federica

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Un romanzetto lumpen (Roberto Bolaño)

9788845928208_0_0_795_75Che cosa avevano visto? mi chiedevo. Che viso, che occhi avevano visto? Non me lo chiedevo continuamente, ma di sicuro qualche volta ero arrivata a chiedermelo. Ora so che la vicinanza non esiste. Qualcuno ha sempre gli occhi chiusi. Tu vedi quando l’altro non vede. L’altro vede quando tu non vedi. Solo una madre può essere vicina, ma questa allora era una cosa ignota. Inesistente. Esisteva solo il miraggio della vicinanza.

Rimasti orfani dei genitori, Bianca e suo fratello scivolano a poco a poco in un’esistenza di ottusa marginalità che li porterà a non uscire quasi più dall’appartamento in cui si sono rinchiusi, e dove passano nottate intere a guardare la televisione. A loro si aggiungeranno due improbabili soggetti, il bolognese e il libico, con i quali la ragazza condividerà a turno, e svogliatamente, il letto – senza quasi sapere chi le sta tenendo compagnia. Un giorno, però, entrerà nella loro vita un ex campione mondiale di culturismo, diventato cieco in seguito a un incidente, che tutti chiamano Maciste perché è stato un divo dei film cosiddetti “mitologici”. Uno che forse ha dei soldi, che si potrebbero scovare e rubare. Con questo strano essere, che la attrae e la respinge al tempo stesso, Bianca vivrà una storia che, nata sotto il segno della prostituzione e dell’inganno, diventerà invece simile ad una storia d’amore.

Tra me e questo grottesco romanzo è scattata la scintilla nel preciso istante in cui ho letto l’input iniziale dell’intera narrazione, che spiega: “Ormai sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente”; ciò mi ha incuriosita e, di conseguenza, mi ha spinta a leggereUn romanzetto lumpen” (edito da Adelphi) tutto d’un fiato. Grazie al linguaggio fluido e al ritmo incalzante del racconto, la lettura procede in modo scorrevole e soprattutto in maniera talmente lineare da lasciar supporre che il romanzo sia stato letteralmente ripulito, in modo da evitare dettagli superflui o barocchismi.  Oltre a perizie di questo tipo, del racconto di Bolaño colpiscono particolarmente i personaggi e la dimensione che altera quasi la percezione del lettore. Infatti, lo scrittore descrive una quotidianità così piatta e banale da rasentare l’irrealtà. Un’irrealtà in cui si cela il paradosso e a cui si fondono enigmi parzialmente svelati da sottili suggerimenti rivelati da Bianca. La ragazza, voce narrante delle vicende, pare inoltre essere eternamente sospesa a mezz’aria tra la lucidità e l’irragionevolezza, che più volte fa capolino nei suoi discorsi e nei suoi modi d’agire, creando un fortissimo senso di alienazione nei confronti della vita stessa che si limita a programmi televisivi e scialbe passeggiate. Questo romanzo è la crudezza di un’esistenza quasi vuota e mostra, al contempo, le parole esatte con cui si potrebbe riempire la vacuità stessa tornando, però, al punto di partenza. È un serpente che si morde la coda. È Bianca che si alza dal divano a programma finito solo per poter cambiare canale.

Titolo: Un romanzetto lumpen
Autore: Roberto Bolaño
Genere: Narrativa
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 119
Anno: 2013
Prezzo: €14,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Consigli di lettura: leggete questo libro durante un viaggio in treno, accarezzate ed immergetevi in questo romanzo straniante.

L’autore
Nato nel 1953 a Santiago del Cile, Roberto Bolaño è morto a Barcellona nel 2003. Tra i libri pubblicati da Adelphi ricordiamo 2666 (2009), Amuleto (2010) e Stella distante (2012).

Federica

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Napoli mon amour (Alessio Forgione)

9788899253882_0_0_0_75Pensai che a molte persone le città di mare davano l’idea d’infinito, perché gli offrivano, in una maniera piuttosto semplice ed elementare, la possibilità della fuga. A me no, non avevo questa sensazione. Pensai che avevo camminato e che la città era finita e che non c’era la possibilità d’andare oltre e poi mi ricordai che in nave mi piaceva guardare il mare, perché mi piaceva immaginare che oltre l’orizzonte, ovunque fossi, ci fosse Napoli.

Amoresano vive a Napoli, ha trent’anni e non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Le sue giornate passano lente, tra la vita con i genitori, le partite del Napoli, le serate con l’amico Russo e la ricerca di un lavoro. Dopo l’ennesimo e grottesco colloquio, decide di dare fondo ai suoi risparmi e di farla finita. Un giorno però incontra una bellissima ragazza e se ne innamora. Questo incontro riaccende i suoi desideri e le sue speranze: vivere, essere felice, scrivere ed incontrare Raffaele La Capria. Ma l’amore disperde ancora più velocemente energie e risorse, facendo scivolare via, moneta dopo moneta, i desideri ritrovati e le speranze di una vita diversa.

Ogni volta che termino la lettura di un libro che racconta Napoli, madre d’arte e amarezza, e si addentra nella vita degli stessi napoletani mi è sempre difficile spiegare cosa ho provato in maniera chiara, poiché quando riesco a trovare un romanzo simile senza peli sulla lingua (o meglio, sulle pagine) è un po’ come ricevere un colpo al cuore. In questo caso, Forgione ha mirato alla vulnerabilità del sentimento d’odio e amore che nutro nei confronti di questa città, annoverando luoghi in cui passeggio quasi quotidianamente e rendendomi ombra del protagonista in ogni sua vicenda con disinvoltura e leggerezza. Una leggerezza che, però, non diviene superficialità o tantomeno la sfiora poiché l’autore, con le sue parole, scuote gli animi più del megafono del verdummaio (verduraio) nei vicoli di Napoli la domenica mattina, quando si ha ancora sonno ed il mal di testa da post-sbornia è solo peggiorato. Senza aggiungere altro, lascio che sia Alessio Forgione a raccontarci le sue ispirazioni ed il suo romanzo.

Da cosa o da quale esigenza è nata la storia di Napoli mon Amour? In realtà ho sempre avuto il desiderio e la necessità di scrivere. Per molto tempo ho smesso, perché non mi sembravo ancora giunto al punto, e poi ho ricominciato, con una certa testardaggine. Ho ricominciato dallo scrivere racconti ma non mi venivano granché bene e aspettavo la storia per un romanzo. Avevo il tempo per farlo ed ho pensato di parlare di quello che mi accadeva intorno e di tutto il tempo vuoto che avevo per scrivere e leggere ed ecco la storia per il romanzo. Direi che c’è stata la mia voglia di scrivere, a prescindere, e poi le contingenze. Quindi forse è stato un po’ anche uno sfogo.
Quali autori ti hanno ispirato lungo il tuo percorso, oltre Raffaele La Capria? Tantissimi. Credo che le persone vengano ispirate dalle cose che apprezzano ma soprattutto dalle cose che non apprezzano ed io, come loro, non faccio differenza. Però che apprezzo, oltre La Capria, ci sono tutti quelli citati nel libro, per un motivo o per un altro. Quindi Peppe Lanzetta, Faulkner, Fitzgerald, Hemingway, Céline, Pavese, Nabokov e qualcun altro che sicuramente mi sta sfuggendo. Proprio perché è una domanda complicata ti rispondo con quelli che sono i miei ultimi amori letterari, avuti dopo la prima stesura di Napoli mon amour e quindi, forse, ininfluenti alla chiusura del mio romanzo: Dino Buzzati, Ermanno Rea, John Cheever, i primi due romanzi di Bret Easton Ellis e Jasmine Ward.
Nel libro vengono fatti continui riferimenti a canzoni ed album. Qual è il tuo rapporto con la musica? La musica occupa una grande fetta della mia fantasia. Ci sono parole che non hanno importanza, che sono un po’ dozzinali e sceme ma che arrivano in quel punto della canzone, in quel punto giusto, e quindi diventano giuste, potentissime, delle bombe. Da persona che prova a scrivere, non credo che esistano delle parole migliori di altre ma solo parole da usare coscienziosamente. Scrivo ma è un po’ come se suonassi ancora.
Per quanto riguarda il titolo, la scelta di affiancare il nome della tua città all’espressione “mon amour” può essere interpretato come sinonimo di un rapporto conflittuale o nostalgico? Voleva essere una genuina dichiarazione d’amore, nonostante tutto.
In alcune pagine viene denotata una forte passione per il calcio. Quanto esulti a Londra ogni volta che il Napoli vince e come mai hai voluto parlare di questo sport nel tuo romanzo? Nel mio romanzo parlo di quello che non mi piace e di quello che mi piace: non mi piace, forse, il calcio ma mi piace il Napoli. Per me era impossibile non metterlo. Napoli, il Napoli, i libri, la musica, le notti un po’ così sono tutte cose che costituiscono il mio orizzonte. Riguardo l’esultare a Londra lo faccio esattamente come lo facevo a casa: in dialetto e offendendo il mio prossimo tutto, pugni sul tavolo e poi bocca chiusa a sfidare la scaramanzia.
Qual è il personaggio che consideri più vicino a te? E per quali motivi? Martin Eden di Jack London. Lo so che non intendevi questo, scusa.
Cosa ti ha portato a definire così bene una personalità come quella di “Lola” riuscendo a renderla allo stesso tempo molto misteriosa? Forse perché l’ho amata molto.
Carlo Levi scriveva che ci sono cose, oggetti, luoghi che, per la loro natura, il loro aspetto, la vita che vi è raccolta e condensata, i ricordi e, talvolta, anche soltanto il suono di un nome, diventano immagini obbiettive di una situazione o di una vicenda, finendo per identificarsi con quelli come se fossero le loro forme reali e la loro completa immagine poetica. Quali sono quei luoghi di Napoli che riesci a “vivere” come situazioni e che sono presenti nel libro? Sogno spesso di tornare a Napoli e di venire sciolto dal vento caldo e poi di venire trasportato in giro, sparso sui balconi dei palazzi e sulle macchine parcheggiate, sui cani che dormono e sugli ambulanti, e quindi di diventare Napoli.
Da autore esordiente come ti sei trovato nel nuovo ambiente dell’editoria? Non saprei. La mia è la visione periferica di uno assolutamente ignorante: vivo a Londra e faccio le birre. Poi vado in Italia e parlo con le persone, che sono o pubblico o orchestrali di questo ambiente. Per il momento mi stupisco ogni giorno con qualcosa di nuovo e questa cosa mi piace molto. E poi tutti mi trattano con molta dolcezza.
Cosa consiglieresti a tutti gli scrittori in erba che coltivano il sogno di veder pubblicato un proprio libri? Leggere leggere leggere. Scrivere cinquecento parole ed eliminarne trecento. Non scrivere troppo. Non innamorarsi troppo di quello che scrivono. Leggere leggere leggere. Rileggere le proprie cose ed eliminare altre cinquanta parole.
Saluteresti i lettori medi? Mia nonna diceva che il saluto è dell’angelo e quindi saluterei proprio tutti.

Titolo: Napoli mon amour
Autore: Alessio Forgione
Casa editrice: NN Editore
Pagine: 223
Anno: 2018
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Brani consigliati: “Blue skied an’ clear” – Slowdive, “Water’s edge” – Nick Cave & The Bad Seeds

L’autore
Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986, ora vive a Londra e lavora in un pub. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che la sola vita non sia abbastanza.

Federica

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Il calore del sangue (Irène Némirovsky)

9788845923128_0_0_0_75“In effetti aspettavo la mia giovinezza. Il ricordo degli anni passati riaffiorerebbe più spesso se solo volgessimo lo sguardo verso la sua sublime dolcezza. Invece gli permettiamo di restare sopito in noi, o peggio di morire, di deteriorarsi, tanto che gli slanci di generosità che proviamo a vent’anni in seguito li bolliamo come ingenuità, dabbenaggine… I nostri amori, puri e ardenti, assumono l’aspetto turpe dei piaceri più vili.”

Il quadro de “Il calore del sangue”, romanzo di Irène Némirovsky (edito da Adelphi), è apparentemente la semplice vita di campagna di una ricca famiglia borghese: la figlia dei due proprietari terrieri sta per sposare l’erede di un’altra famiglia, in tutto e per tutto un bravo ragazzo. Insomma, c’è la passione, c’è il denaro e il lavoro: la ricetta per una vita perfetta e quieta è completa! O forse c’è qualche crepa sulla patina di felicità, a nascondere inaspettati e insidiosi retroscena?

Quando ho acquistato questo libro non mi aspettavo di leggere una storia tanto folgorante quanto ben strutturata. Pensavo, almeno leggendo la breve trama sul retro del libro, a qualcosa di più descrittivo. E invece no! Il titolo di questo romanzo parla forte e chiaro: “Il calore del sangue” riguarda l’umana voluttà che spinge ogni uomo ad obbedire al richiamo dell’amore, ricoprendosi di maschere e menzogne pur di vivere una felicità così labile ed effimera da risultare quasi noiosa e banale. Ed è esattamente in questa quieta banalità che si insinuano serpeggiando i dubbi e i sospetti che la Némirovsky semina tra i vari atti e nei cuori dei vari personaggi, i cui pensieri sono ben celati al lettore. Nonostante ciò, la penna dell’autrice rilascia sottilmente piccoli indizi e suggerimenti, alle volte illuminanti e altre totalmente erronei. Infatti, è la fluidità e il lessico quotidiano adottato dalla Némirovsky a rendere l’atmosfera del racconto ovattata e l’equilibrio delle vicende incorruttibile. Di certo minimi sguardi o cenni non sono da prendere sottogamba quando lo spirito e il corpo hanno determinati bisogni da appagare. Ma mantenere un basso profilo basta a placare la forza bruciante di un cuore in fiamme? O invece il desiderio riesce a incenerire ogni cosa?

Titolo: Il calore del sangue
Autrice: Irène Némirovsky
Genere: Romanzo
Casa editrice: Adelphi edizioni
Pagine: 142
Anno edizione: 2008
Prezzo: €11,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Consigli: lasciate correre il cuore tra le pagine, dimenticate ogni inibizione

L’autrice
Nata in Ucraina, di religione ebraica convertitasi poi al cattolicesimo nel 1939, ha vissuto e lavorato in Francia. Arrestata dai nazisti, in quanto ebrea, Irène Némirovsky fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì un mese più tardi di tifo. Il marito, Michel Epstein, si attivò per cercare di salvare la moglie inviando un telegramma il 13 luglio 1942 a Robert Esménard (il suo editore del momento), ed a André Sabatier presso Albin Michel proprietario della Casa Editrice Grasset che pubblicò molte opere di Irène, per chiedere aiuto. Adelphi ha iniziato a pubblicare le sue opere con Suite francese, apparso nel 2005.

Federica

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Paradisi minori (di Megan Mayhew Bergman)

9788899253653_0_0_0_75Forse era solo il suo corpo, e non le sue idee, a essere in declino. Ero sorpresa che la nostra piccola tragedia personale facesse più male di un oceano morto, che quella sua vita troppo lunga mi desse più angoscia, in quel momento, dell’epica perdita di tutta la vita acquatica. Ero sorpresa da quanto avevo fatto per proteggere la sua vita, per arricchirla, per prolungarla. Un istante dopo averlo ucciso con la fantasia, mi sentii di nuovo pronta a qualunque cosa per farlo stare bene, per regalargli qualche attimo di felicità.

“Paradisi minori” (edito da NN) è una raccolta di short stories incentrate sulla vita di uomini e donne alle prese con piccole difficoltà ed imponenti ostacoli. La continua ricerca d’identità dei personaggi di Megan Mayhew Bergman, il loro combattere per costruire o mantenere in piedi relazioni amorose, rapporti familiari e d’amicizia si specchiano negli animali che abitano le loro vite. Infatti, i protagonisti di questo libro, che si configura un po’ come una raccolta di moderne favole di Esopo, sono proprio gli animali. L’autrice posa il suo sguardo sul mondo e, soprattutto, sulle sue creature, parlandoci delle trappole di solitudine e dolore in cui cadiamo tutti, ma anche di una ricerca d’amore quasi smaniosa, che muove le nostre esistenze.

“Questi racconti chiudono lo stomaco”, è stato ciò che ho pensato dopo aver letto le prime tre narrazioni. Poi, andando avanti con la lettura, la delicatezza genuina della Bergman e i suoi toni lievi mi hanno dato modo di rafforzare la mia supposizione iniziale, poiché ogni capitolo è carico di emotività e gentilezza che, però, non risultano mai stucchevoli o melense. Ho trovato molto significativo il modo in cui ogni personaggio riesce a mettersi a nudo con assoluta spontaneità, spogliandosi di ogni convenzionalità e mostrandosi nella sua autentica e umana pateticità, lasciandosi andare a flussi di profonde debolezze e significative rotture quasi placidamente. A dare vita e brio ai microcosmi della scrittrice sono i continui e significativi parallelismi col mondo animale che stravolgono totalmente i modi di agire e pensare dei protagonisti: qualcuno si spoglierà di ogni malessere vivendo in terapeutica solitudine prendendosi cura di cani paraplegici e gatti; alcuni cercheranno consolazione nella voce nostalgica di un pappagallo d’Africa ed altri capiranno cosa vuol dire dare calore ad un altro corpo abbracciando un piccolo lemure in un centro animali. Questo continuo rimando, il continuo specchiarsi della natura umana in quella animale rivela ogni viscerale istintività dell’animo di fronte a circostanze inospitali per la sopravvivenza di ogni forma di tenerezza, che contrasta una realtà cinica e desolata dal punto di vista sentimentalistico. Nonostante la cupezza di alcuni testi, questo libro sembra avere uno scopo catartico: quasi incoraggia il lettore a stringere i denti ed a respirare lentamente, chiedendogli di lasciar scivolare ogni goccia della sua amarezza, custodita troppo a lungo, tra una sottolineatura ed una piega a piè di pagina.

Titolo: Paradisi minori
Autore: Megan Mayhew Bergman
Genere: Raccolta di racconti
Casa editrice: NN Editore
Pagine: 228
Anno: 2017
Prezzo: € 18
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Brano consigliato: U2 – Sometimes you can’t make it on your own

L’autrice
Megan Mayhew Bergman (nata il 23 dicembre 1979) vive in una fattoria nel Vermont con la famiglia e tanti animali. I suoi lavori sono apparsi su The New York Times, McSweeney’s, Ploughshares, Oxford American e Best American Short Stories. “Paradisi minori” è la sua prima raccolta di racconti.

Federica

Lettore medio

Una scrittura femminile azzurro pallido (Franz Werfel)

9788845912702_0_0_313_75Avere un figlio non è cosa da poco. Soltanto quando ha un figlio l’essere umano è irrimediabilmente gettato nel mondo, spietatamente inserito nella catena delle cause e degli effetti. Tutti noi siamo chiamati a rispondere di quello che facciamo. Non si dà soltanto la vita, ma la morte, la menzogna, il dolore, la colpa. Soprattutto la colpa!

Leonida, un alto funzionario ministeriale, sposato con una bella e ricchissima viennese, apre, la mattina del suo cinquantesimo compleanno, una lettera. Sulla busta riconosce una scrittura femminile azzurro pallido. Quella lettera si insinua repentinamente nella sua vita eccessivamente levigata, sviscerandola. Apparentemente, in poche righe formali, la scrivente chiede l’aiuto del potente funzionario per trasferire in una scuola viennese un giovane tedesco di diciotto anni. Ma, per il destinatario, quelle righe cifrate significano il riaffiorare di un amore, cancellato con estrema cura, risalente a molti anni prima. Si tratterà forse di un figlio ignorato? Quella storia era stata l’unico vero, grande amore della sua vita. Ma al tempo stesso era qualcosa che il suo cuore guasto aveva dovuto eliminare. La capacità di adeguare la propria vita alle esigenze della società ha distaccato l’uomo da qualsiasi altro elemento della sua esistenza, dalle sue origini incerte e povere come anche da quella passione inaccettabile.

Una scrittura femminile azzurro pallido (edito da Adelphi) mi è stato regalato da Stefania, mia carissima amica, in un periodo un po’ particolare e proprio per questo motivo penso tutt’ora che sia stato il libro a leggere me e non viceversa. Il fiore all’occhiello è senza ombra di dubbio lo stile di Werfel che fluisce rapidamente ed è talmente misurato da far risultare il testo una chitarra perfettamente accordata, rendendo il lettore preda degli sconvolgimenti e delle forti afflizioni di Leonida, la cui figura si materializza vividamente tra le pagine. Molto interessante è anche l’analisi della società che lo scrittore attua durante la stesura delle scene e delle descrizioni mai fini a sé stesse: il tempo della storia (romanzata) viaggia di pari passo, ed a tratti si mescola, con riflessioni filosofico esistenziali e, più profondamente, con la paura soffocante nei confronti dell’Olocausto.  Nonostante i contenuti così grevi e spinosi, Werfel è riuscito ugualmente a trasmetterci una storia in cui ci si immerge facilmente, pur articolandosi in intrecci accurati e riflessioni notevoli, che riescono a trasportare il lettore in una dimensione labirintica in cui, sia presente che passato, si contrappongono al lirismo quasi feroce del protagonista, ed allo stesso tempo narratore, dell’intera vicenda. Come ho già accennato prima, questo libro mi ha lasciato molto più del profumo della carta stampata e di qualche bella citazione da appuntare: mi ha presa totalmente alla sprovvista. Non pensavo che, a tratti, le riflessioni di Leonida potessero essere così simili alle mie; eppure lui si è presentato a me stranito e con un tema che, per motivi personali, considero molto caro: l’eterno ritorno dell’uguale. Quindi, cari lettori medi, vi auguro davvero di leggere questo romanzo che è ormai diventato un piccolo pezzo del mio cuore, ma soprattutto spero che possiate circondarvi di amici e persone care che vi aiutino a trovare risposte alle domande che non avete ancora espresso apertamente, così come Stefania ha fatto con me.

Titolo: Una scrittura femminile azzurro pallido
Autore: Franz Werfel
Genere: Romanzo
Pagine: 131
Anno edizione: 2017
Prezzo: €10
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Brano consigliato: The same deep water as you – The Cure

L’autore
Franz Werfel, nato a Praga nel 1890, è uno scrittore austriaco considerato uno dei più rilevanti della sua generazione. Fu amico di Franz Kafka e Max Brod. Visse soprattutto a Berlino e Vienna ma, nel 1938, emigrò dapprima in Francia e quindi negli Stati Uniti. Esordì nel clima dell’astratto umanitarismo espressionista con liriche ispirate all’amore e alla fratellanza universale: L’amico del mondo (1911). Seguirono: Noi siamo (1913), Il giorno del giudizio (1919), Sonno e risveglio (1935), Poesie degli anni 1908-45 (1908-45, postumo, 1946). Muore a Beverly Hills nel 1945.

Federica

Lettore medio

La vita non è in ordine alfabetico (Andrea Bajani)

9788806226176_0_0_477_75Tu stavi lì in un angolo – avevi quattro anni, poi sette, poi sedici, poi venti – sperando soltanto di sparire, di essere assorbita dall’intonaco dei muri, incapace anche solo di domandartene il perché. Tuo padre dopo si sigillava in camera per ore, e per quello stesso tempo in casa si camminava sulle punte, si mangiava senza dirsi nulla, colpevoli tutti – tu per prima – di avergli rovinato il tuo compleanno.”

“La vita non è in ordine alfabetico” di Andrea Bajani (edito da Einaudi) è una raccolta di racconti brevi, densi e molto significativi incentrati su episodi di vita comune totalmente stravolti dall’immaginario e da commoventi sprazzi poetici.

Sono rimasta molto colpita da questo libricino, tanto piccolo quanto ricco di rivelazioni e possibilità interpretative. La prima cosa che mi ha attratta è stato lo stile di Bajani: sottile, scevro di fronzoli, essenziale ma esplosivo. Tranquilli, non sto parlando di una bomba ad orologeria ma di racconti ben costruiti, nostalgici e velati di un certo non so che di viscerale e seducente che desta la mente del lettore e lo induce a fantasticare su cosa si possa nascondere tra quelle poche righe, quanti labirinti possa nascondere la loro tessitura apparentemente semplice ed elementare. Durante la lettura ho pensato a quanto l’autore tenesse a ciascuna parola o segno di interpunzione: ogni dettaglio è organo vivo del racconto, che può determinare un capovolgimento della trama o lasciare che stati d’animo trapassino il lettore: dimostrazione di come, secondo Bajani stesso, un tipo di linguaggio sostanziale possa fare la differenza costruendo o distruggendo il mondo. Insomma, se avrete fantasia e vi lascerete andare al piacevole flusso delle narrazioni, potreste trovare manciate di parole che vi faranno ricordare emozioni passate, vicende accadute solo in sogno ed altre vissute in equilibrio su corde da funambolo.

Titolo: La vita non è in ordine alfabetico
Autore: Andrea Bajani
Genere: Raccolta di racconti
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 134
Anno: 2014
Prezzo: €10,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Brano consigliato: Things mean a lot – Red House Painters

L’autore:
Andrea Bajani ha pubblicato con Einaudi Cordiali saluti (2005 e 2008), Se consideri le colpe (2007 e 2009, Premio Super Mondello, Premio Brancati, Premio Recanati), Domani niente scuola (2008), Ogni promessa (2010, Premio Bagutta). Con La vita non è in ordine alfabetico ha vinto il premio Leonilde e Arnaldo Settembrini. I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue.

Federica

Lettore medio

La signora della porta accanto (Yewande Omotoso)

9788832970296_0_0_0_75“Si legò un blocco di cemento alla caviglia e lasciò che la tirasse giù. L’odio, dopotutto, era una forma più asciutta di annegamento. Hortensia guardò nel punto in cui una volta era appeso il ritratto, a nascondere la macchia. Il modo in cui l’amore poteva mutare così drasticamente, continuava a confonderla. Perché una volta c’era stato davvero qualcosa, una cosa vera, precaria come solo l’amore può essere, ma tenera e dolce.”

“La signora della porta accanto” (edito da 66thand2nd) è un romanzo molto ironico, incentrato sulle vite parallele di Hortensia e Marion: due vicine di casa tanto diverse quanto simili. La prima nera e minuta, l’altra grossa e bianca ma entrambe donne forti, intelligenti, solitarie, affermate nei rispettivi campi lavorativi, infinitamente amareggiate nei confronti della vita ed in perenne conflitto l’una con l’altra.

A primo impatto, la narrazione sembra procedere molto lentamente ma, approfondendo la lettura, ci si rende conto che la penna della Omotoso è simile ad un pettine che cattura, come fossero nodi, tutte le vicende quotidiane e passate delle due donne. Per questo stesso motivo, la struttura del romanzo, per quanto possa apparire semplice, ricorda un labirinto o, meglio ancora, una matrioska russa: dal ventre, dal fulcro di ogni situazione inaspettata se ne scatena un’altra, e poi un’altra ancora. Leggendo mi sono chiesta che sensazione potesse suscitare l’ultimo atto poiché, dopo colpi di scena e qualche lacrimuccia, ero curiosa di scoprire quale espressione avesse l’ultima bambola della fila di matrioske e soprattutto quale avrei assunto io, investita dallo stesso groviglio di emozioni delle protagoniste. Infatti, per i più curiosi come me, questo libro può essere un’arma a doppio taglio: da un lato vi sono toni schietti e freddi che, figli del vissuto non troppo roseo delle due donne, lasciano presagire cosa possa nascondere il cuore del racconto senza offrire suggerimenti o cadere in stereotipi;dall’altro vi è una tenerezza così avvolgente ed agro-dolce da scongiurare il termine del racconto. Sono queste le caratteristiche che rendono estremamente vivide e, soprattutto, vicine al lettore Hortensia e Marion, esperte nell’arte del trattenere i sospiri e tenere testa alle sventure. Cosa dirvi ancora? “La signora della porta accanto” mi ha davvero stupita ed appassionata. Dunque, non posso far altro di consigliarvi vivamente di immergervi in questo meraviglioso romanzo!

Titolo: La signora della porta accanto
Autore: YewandeOmotoso
Genere: Narrativa
Editore: 66thand2nd
Pagine: 246
Anno: 2016
Prezzo: €16
Tempo di lettura: 5 giorni
Album consigliato: “I could live in hope” – Low

L’autrice:
Nata nell’isola delle Barbados nel 1980 e cresciuta in Nigeria, Yewande Omotoso si è trasferita in Sudafrica con la famiglia nel 1992. Scrittrice, architetto e designer, ha pubblicato il suo primo libro, “Bom Boy”, nel 2011, aggiudicandosi il South African Literary Award per la migliore opera d’esordio. Con “La signora della porta accanto”, è entrata nella longlist del Baileys Women’sPrize for Fiction 2017 ed è tra i finalisti dell’International Dublin Literary Award 2018.

Federica

 

Lettore medio

Il Ciclope (Paolo Rumiz)

0001121247060_0_0_0_75“Sono ridiventato padrone del tempo. La contabilità delle cose fatte e dei pensieri maturati sotto quella luce rotante dice che sono stato sull’Isola tre mesi, non tre settimane. Sul taccuino, le osservazioni si sono fatte più attente, puntuali. I pensieri sono diventati meno complessi ma più ermetici; hanno acquisito forza per sottrazione, come gli oggetti levigati dal mare.”

Le vacanze si avvicinano sempre più, avete voglia di viaggiare ma siete ancora impegnati con il lavoro o lo studio? In tal caso, non potrete lasciarvi sfuggire un libro come “Il Ciclope” (edito da Feltrinelli) di Paolo Rumiz. Ambientato su un’isola (quasi) dimenticata dall’uomo, il racconto dà la possibilità al lettore di immaginarsi in una dimensione in cui il tempo, lo spazio ed i pensieri si dilatano assecondando il respiro lento della natura.

“Il Ciclope” mi ha davvero incantata e stupita. Ogni capitolo è una nuova avventura, una magica visione e, soprattutto, un dialogo a tu per tu con l’autore. Rumiz, infatti, è stato in grado di creare una narrazione densa, fitta di riflessioni e colma di un lirismo che, seppur molto intimo, è capace di abbracciare calorosamente l’essenza umana in tutta la sua semplicità e spontaneità. Anche se all’interno del libro sono trattati vari argomenti, il testo è comunque molto scorrevole ed ordinato: gli accostamenti di svariate sfumature espressive (in determinati casi anche dialettali) risultano sempre armoniosi e pertinenti, tali da dar vita a sensazioni ed immagini molto vivide.

Titolo: Il Ciclope
Autore: Paolo Rumiz
Genere: Narrativa
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 149
Anno edizione: 2015
Prezzo: € 15
Tempo medio di lettura: sei giorni
Brano consigliato: “La tempesta di mare” in Fa maggiore di Antonio Vivaldi (Allegro).

L’autore:
Paolo Rumiz è giornalista de “la Repubblica” e “Il Piccolo” di Trieste. Con Feltrinelli ha pubblicato tanti altri libri, tra cui La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli” (2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro (2013).

Federica

Lettore medio

L’altra città: guida sentimentale di Napoli (Davide Vargas)

“L’ennesima volta che torni in un luogo o a una persona finalmente riesci a prenderne tra le dita il senso. Come un’acqua fresca che bevi dalle mani a coppa per dissetare la tua infinita arsura. Ma io ho nostalgia dei posti che non ho mai visto. Sembra una cosa impossibile. Eppure è così. Non li conosci neanche e ne hai nostalgia? Perché da qualche parte tra le fibre della mia persona io li ho visti. Lo so.”9788879377430_0_0_0_75

Appena si inizia a leggere “L’altra città: guida sentimentale di Napoli” (edizione Tullio Pironti, 2017) di Davide Vargas, ci si sente catapultati nei luoghi più conosciuti del capoluogo campano, descritti in maniera scrupolosa dal punto di vista storico – architettonico, ma in modo tale da lasciare molto spazio anche agli aspetti mitologici e, come ci suggerisce il sottotitolo, sentimentali che rendono la metropoli così vitale e ricolma di magia. L’autore riesce a dar vita a una prosa misurata, e al contempo colorata, di una poesia e profonde riflessioni personali, che permettono al lettore di capire le mille sfaccettature di Napoli.

Personalmente, penso di non aver mai trovato tanto piacevole un libro con una struttura narrativa così fitta. Tra le pagine di Vargas si percepiscono l’odore di salsedine che bacia la città e il calore che trapela dal primo e più piccolo mattone di tufo giallo fino all’ultimo balcone da cui proviene l’aroma del caffè preparato da poco. Questo piccolo volume costituisce davvero una guida adatta ai napoletani più curiosi e a tutti coloro che vogliono iniziare ad avvicinarsi a questa splendida metropoli.

Titolo: L’altra città: guida sentimentale di Napoli
Autore: Davide Vargas
Genere: itinerario napoletano
Casa editrice: Tullio Pironti Editore
Pagine: 154
Anno edizione: 2017
Prezzo: €12
Tempo medio di lettura: una settimana.
Da leggere: per i “vicarielli” napoletani, lasciandosi stupire da ogni dettaglio come i bambini.
Canzone suggerita: “Santa Lucia” degli Osanna

L’autore:
Davide Vargas si definisce un letterato – architetto. La sua ricerca architettonica si svolge attraverso il lavoro sui cantieri e nei rapporti con i committenti pubblici e privati. Ha scritto i suoi primi racconti su “Nazione Indiana”. Con l’editore Tullio Pironti ha pubblicato anche “Racconti di qui” e “Racconti di architettura”. Con Lettera Ventidue pubblica invece “Città della Poesia”.

Federica

Lettore medio

La grammatica di Dio (Stefano Benni)

9788807883132_0_0_768_75“L’Universo si manifesta e scompare senza parole, siamo noi a inventare una voce al suo terribile silenzio. Dal primo grido di paura che l’uomo gettò sulla Terra, ogni nostra frase è poco più del lamento di un animale. Possiamo soltanto ascoltare. Come l’incanto di una musica lontana, nel cuore della notte”.

Cercate un libro entusiasmante, che faccia riflettere e con una buona dose di pathos? Ebbene, cari lettori medi, lo avete trovato! La grammatica di Dio di Stefano Benni (edito da Feltrinelli) raccoglie storie d’amore, solitudini e tristezze che esplodono in situazioni caratterizzate da una profonda comicità impedendo al lettore di staccare lo sguardo dalla pagina.

A rendere irresistibili le storie di Benni credo sia la sua capacità di incastrare, come se fossero i pezzi di un puzzle, delicate vicende quotidiane dai risvolti impensabili con personaggi particolarmente estrosi, sfacciatamente umani e, spesso,  goffi e impertinenti (o semplicemente bisognosi di un po’ di compagnia?) . Per un po’ di tempo ho avuto il piacere di passeggiare al loro fianco: sono rimasta in silenzio osservando Frate Zitto lavorare, ho incoraggiato Orlando durante le sue sofferenze ed ho colto ogni dettaglio prezioso per scorgere la tristezza nascosta nei gesti delle persone, come Sospiro.  Dopo aver terminato tutti i racconti, mi sono resa conto di aver vissuto grazie a questo libro vent’anni di esperienze (anche paradossali e fantastiche) non mie, tenuta per mano da persone d’inchiostro che ogni tanto sembravano dare più calore di quelle in carne ed ossa.

Titolo: La grammatica di Dio
Autore: Stefano Benni
Genere: Raccolta di racconti
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 182
Anno: 2007
Prezzo: € 8,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Da leggere: sul letto, con i piedi all’insù.

L’autore
Stefano Benni è nato a Bologna nel 1947. Giornalista, scrittore e poeta. Scrive per il teatro e ha allestito e recitato in numerosi spettacoli con vari musicisti jazz e classici. Tiene da anni seminari sull’immaginazione e reading. È autore di numerosi romanzi di successo tradotti in trenta paesi.

Federica