Lettore medio

Giovanissimi (Alessio Forgione)

9788894938562_0_0_422_75Gli amici smisero perché sentirono le sirene della polizia e provarono a sollevare l’altro ma non si mosse. Dal collo gli usciva un fiume di sangue che finiva giusto in mezzo alla strada che, colorata da quel liquido, era diventata viola.
Scapparono. Gioiello rimase steso, per terra, vivo, e vicino a lui stava steso quello che aveva ammazzato. Il coltello di Gioiello gli aveva preso la carotide e la vita gli era straripata via, come un fiume quando piove molto.

Soccavo, quartiere di Napoli. Marocco è figlio unico, vive da solo col padre dopo l’abbandono della madre avvenuto molti anni prima, e con l’amico Lunnovivele esperienze tipiche dell’adolescenza: le partite di calcio giovanile, il liceo frequentato con svogliatezza, i primi amori e il sesso, le serate con gli amici a sballarsi. Marocco tenta di sbarcare il lunario insieme all’amico in maniera poco pulita, ma il rischio, per un ragazzo della sua età, è molto alto.
Una scommessa coraggiosa e vincente quella di Alessio Forgione e del suo “I giovanissimi”(edito da NN Edizioni), romanzo di formazione con venature pulp, perché trattare un tema delicato come l’adolescenza non è mica facile. In troppi l’hanno fatto, attraverso i generi letterari più disparati e tentando di coglierne l’ampia gamma di sfumature. Il rischio di cadere nel retorico o, peggio ancora, nel banale, nel “trito e ritrito”, era elevato. Invece il romanzo funziona, riuscendo a catalizzare l’interesse  del lettore sin dall’incipit.
La narrazione in prima persona aiuta a calarsi perfettamente nei panni del protagonista, facendo vivere al lettore le emozioni, le sensazioni, ma soprattutto le bravate di Marocco. Viverle, appunto, ma senza giudicare né essere giudicati, perché in fondo, in quella delicatissima fase dello sviluppo psicofisico, tutti abbiamo fatto le nostre esperienze di scoperta progressiva del mondo adulto, positive o negative che siano.
«Ho iniziato a fumare a dodici anni, ho perso la verginità a tredici e a quattordici avevo già provato ogni tipo di droga. Non dico di essere stato un cattivo ragazzo, ero soltanto curioso» disse Johnny Depp in un’intervista. Nessun’altra citazione può meglio descrivere il cosmo adolescenziale di Forgione, che da un lato omaggia Bukowski – non tanto nella crudezza di linguaggio, quanto nelle vette di autentica poesia raggiunte da alcuni passaggi – e dall’altro ci sbatte in faccia uno spaccato sociale che è una vera e propria lezione di psicologia dello sviluppo.
E ora spazio all’autore.

Leggendo il romanzo ho intravisto uno stile molto vicino a Efraim Medina Reyes. È a lui che ti sei ispirato? In caso contrario, quali sono i tuoi modelli di riferimento?Non ho mai letto Reyes– a dire il vero, non l’avevo mai nemmeno sentito nominare. E di certo ci sono delle influenze in quel che scrivo, ma non saprei dire quali. “Pinocchio”, sicuramente, e Carlo Cassola, ma sono cose che ho letto o riletto solo dopo aver incominciato a scrivere “Giovanissimi” e quindi non mi sento molto influenzato nel particolare.
Il calcio fa da espediente narrativo alle vicende raccontate, anche se non ne è l’argomento principale. Che rapporto hai con questo sport, sia a livello professionistico che dilettantistico?Il mio interesse per il calcio comincia e finisce con il Napoli. Oltre, se ci penso, non mi fa troppo piacere lo stare a guardare degli uomini piuttosto ignoranti che corrono in pantaloncini e non si vergognano di sudare in pubblico.Ho giocato a calcio quando avevo l’età di Marocco, ovvero del protagonista del mio romanzo, ma anche io preferivo altre cose, come i libri e la musica.
Frequenti sono i riferimenti cinematografici. Che rapporto s’instaura tra cinema e letteratura nelle tue storie?Non saprei. Più passano gli anni e meno m’interessano i film. Oggi, per esempio, guardo con molto più piacere i documentari, oppure quelle opere che hanno una parte organizzata e un’altra lasciata al caso o agli incontrollabili eventi del momento – tipo Herzog. Forse quello che mi affascina dei film è che li si può guardare assieme, senza compromettere di una virgola la loro fruizione.
All’inizio il romanzo sembra permeato da un’aura di pessimismo, ma si percepisce man mano una sempre crescente visione ottimistica (senza spoilerare nulla). È un’interpretazione plausibile?Credo di sì, sono d’accordo. L’inizio di “Giovanissimi” è molto legato alle azioni che accadono intorno al protagonista, mentre la seconda parte si concentra sulle cose che gli accadono dentro, sui suoi pensieri e i suoi sentimenti. Mi sembrava anche un modo per dire che se stiamo bene stiamo bene ovunque, perché lo stare bene ci rende ignifughi e idrorepellenti.
Il protagonista è alle prese con le principali esperienze adolescenziali (calcio giovanile, droghe leggere, sessualità, fumo e alcol). Cosa ti senti di dire o consigliare ai giovani che si avvicinano al mondo degli adulti? Di non credere agli adulti, che nemmeno loro sanno nulla: hanno solo seppellito la testa sotto la sabbia.
Cosa ti aspetti da questo libro?Ovviamente, spero che lo leggano il maggior numero di persone possibili, ma non mi creo troppe aspettative, ché così tutto quel che succede è bello e sorprendente.

Titolo: Giovanissimi
Autore: Alessio Forgione
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: NN Editore
Pagine: 220
Anno: 2020
Musica consigliata: “Napoli Centrale” di Antonio Onorato
Film consigliato: “I Vesuviani” (1997); “Polvere di Napoli” (1998); “Kids” (1995)
Bevanda consigliata: Peroni da 66 cl
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autore
Alessio Forgione (Napoli, 1986) scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza. Il suo romanzo d’esordio, Napoli monamour, ha vinto il Premio Berto 2019 e il Premio Intersezioni Italia-Russia; in corso di traduzione in Francia e Russia, verrà portato in scena al Teatro Mercadantedi Napoli con la regia di Rosario Sparno. Giovanissimi è il suo secondo romanzo, grazie al quale l’autore è tra i finalisti del Premio Strega 2020.

Giano

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Tutto chiede salvezza (Daniele Mencarelli)

9788804721987_0_0_422_75«’Sto fijo de ’na mignotta, e ’ndo cazzo l’hai trovato ’st’accendino?»
«Maria ho perso l’anima! Aiutami Madonnina mia!»
L’infermiere mi sfila davanti, con un balzo strappa l’accendino dalle mani del pazzo, lui non dice niente, si fa mettere sul letto senza reazione alcuna, un animale di colpo inerme, indifeso.
«Che devo fa’ co’ te, Madonni’? Se oggi me rifai quarche guaio giuro che te chiudo ar bagno.»
Il mio corpo vorrebbe riaddormentarsi, ma io mi oppongo, cerco in ogni modo di resistere, provo a parlare, senza riuscirci.

È il 1994. Daniele ha vent’anni e viene sottoposto a un Trattamento Sanitario Obbligatorio in seguito a una feroce esplosione di rabbia. Passano con lui l’intera settimana di internamento forzato i suoi compagni di stanza del reparto psichiatrico, personaggi inquieti e inquietanti, sconclusionati eppure saggi, travolti dalla vita com’è successo a lui.
Tra medici e infermieri indifferenti, Daniele e gli altri si avvicinano giorno dopo giorno, si alleano come fratelli, bisognosi di un sostegno mai ricevuto prima. Ma basterà per raggiungere la salvezza?
Raccontato in prima persona dalla viva voce del protagonista, “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli (edito da Mondadori) è un percorso catartico che attraversa i tre regni di dantesca memoria – Inferno, Purgatorio e Paradiso – dell’animo umano.
Autore soprattutto di poesie, Daniele Mencarelli trasporta la sensibilità poetica nel romanzo e scava nei recessi della psiche scandagliandone la follia, le paure, i disagi, poiché è da questo che il protagonista chiede salvezza. Una ricerca della redenzione che passa per la volontà di purgarsi dagli errori passati, dai dolori e dalle sofferenze, dal male fatto a sé stesso e agli altri. E se fosse tutto inutile e un vero Paradiso non potesse esistere?

In un tourbillon di denuncia sociale e politica, Mencarelli ribalta le gerarchie. E lo fa attraverso un microcosmo in cui medici e infermieri troppo spesso si rivelano automi anaffettivi e disumanizzati, i “pazzi” – allegoria delle classi sociali più umili, ghettizzate e discriminate – si scoprono lentamente forieri degli ultimi residui di un’umanità ancora possibile.
Un romanzo che, utilizzando una parafrasi pugilistica, colpisce come un montante allo stomaco e manda il lettore al tappeto a pochi secondi dal gong, invitandolo a rialzarsi in fretta e a procedere con la lettura fino alla fine.

Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

Perché la scelta di un romanzo su pazienti sottoposti a TSO? Perché è un’esperienza che ho fatto, perché il tema della malattia mentale dal mio punto di vista è quanto mai centrale nella nostra epoca. Assistiamo, da anni, a un incremento costante di persone affette da disturbi psicologici. In parte, ciò è dovuto da alcune caratteristiche della nostra società, semplicemente disumane, ma c’è anche altro. Oggi, alcune domande che l’uomo si è sempre posto sui suoi limiti, su tutto ciò che nella vita lo interroga, in primis l’amore, vengono né più né meno interpretate come un malessere, malessere che approda spesso a una medicalizzazione vera e propria. Ma interrogarsi sui propri limiti è naturale, mi impaurisce di più chi vive senza mai porsi di fronte all’esistenza con curiosità viva, autentica, come un meccanismo sociale perfettamente risolto. In fondo è proprio questo che ci chiedono, essere produttivi, mai problematici.
La vicenda di Valentina può essere letta come una condanna a problematiche di attualità come la violenza sulle donne, il bullismo, il revenge porn? Senz’altro, anche se la lettura primaria di quel passaggio del romanzo, fondamentale, sta ancora più alla fonte della questione, riguarda il nostro rapporto con gli altri, con tutta l’umanità che ci vive a fianco. Noi produciamo benessere, o dolore, costantemente, anche quando non ce ne accorgiamo. Ciò per dire che la nostra relazione con gli altri va ben oltre la nostra percezione immediata. Questo ci dovrebbe far riflettere, sempre, su ogni azione che compiamo nel mondo: magari a noi sembra microscopica, ma per chi la riceve è enorme. Cercare sempre di sintonizzarsi sugli altri, attraverso l’empatia, la compassione, restituire alla nostra condotta non solo quello che interessa a noi nel momento specifico, ma quel che è, o rischia di essere, anche per il prossimo. È una sfida, un modo di stare al mondo.
I pazienti sottoposti a TSO inizialmente appaiono persone disumanizzate dai farmaci e dalla pazzia. Eppure dalla narrazione traspare l’idea che probabilmente sono gli unici forieri di residui di umanità. Può essere secondo te questa una chiave di lettura valida? Sì, contemporaneamente nel romanzo, com’è ovvio, non si esclude l’esistenza della malattia mentale. I compagni di viaggio del protagonista sono uomini che vivono senza riparo alcuno, a partire dal modo con cui si porgono alle cose della vita, non hanno sviluppato quella corazza psicologica che le persone cosiddette normali hanno. Si offrono sempre totalmente, la loro è una disponibilità assoluta, senza riserve, che pagano con la loro salute mentale e fisica. Possiedono una speciale grandezza, nella loro vulnerabilità, la fragilità assoluta, ci ricordano qualcosa di primordiale, radicale. Uomini vivi interamente, sino alle estreme conseguenze, spesso tragiche.
Una cosa che mi ha colpito del romanzo è la straordinaria caratterizzazione dei personaggi, che li rende terribilmente reali. Mi verrebbe da fare un paragone col film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Quando hai scritto il libro avevi già pensato a possibili trasposizioni teatrali o cinematografiche? La mia scrittura procede per scene che prendono vita, all’interno di esse ci sono comportamenti, azioni, che svolgono la funzione di correlativi assoluti per dirla alla Eliot, quindi elementi concreti che sanno dire il mondo interiore dei personaggi meglio di qualsiasi descrizione. Per me nasce tutto dal teatro, la stessa realtà è un magnifico teatro. Quando scrivo penso solo alla qualità della scena che sta prendendo vita sotto i miei occhi.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro, sia in ambito letterario che artistico più in generale? Voglio chiudere quella che è diventata una specie di trilogia biografica. Ho cominciato con “La casa degli sguardi”, sempre con Mondadori, ora è il turno di “Tutto chiede salvezza”. Mi manca il terzo e ultimo. I tre libri procedono a ritroso nel tempo. “La casa degli sguardi” è ambientato nel ’99 e racconta un anno di lavoro, come operaio addetto alle pulizie, dentro l’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Un anno fondamentale per la mia vita. “Tutto chiede salvezza”, invece, è ambientato nel ’94. L’ultimo libro racconterà un episodio del ’91.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Dalla mia scrittura mi aspetto sempre, più o meno, la stessa cosa: che diventi esperienza viva, carnale, per i lettori. Che dalla lettura possano trarre qualcosa di utile per le loro vite. È un grande, meraviglioso impegno.

Titolo: Tutto chiede salvezza
Autore: Daniele Mencarelli
Genere: Autobiografico
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 204
Anno: 2020
Musica consigliata: Je so’ pazzo (Pino Daniele)
Film consigliato: Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) di Milos Forman
Bevanda consigliata: assenzio
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autore
Daniele Mencarelli (Roma, 1974) collabora scrivendo di cultura e società con quotidiani e riviste. Ha pubblicato poesie su numerose riviste letterarie e in diverse antologie. Le sue raccolte principali sono: I giorni condivisi, (clanDestino, 2001), Guardia alta (La Vita felice, 2005), Bambino Gesù (vincitore del premio Città di Atri, finalista ai premi Luzi, Brancati, Montano, Frascati, Ceppo, 2010), Figlio (2013), La Croce è una via (Edizioni della Meridiana, 2013), Storia d’amore (Lietocolle, 2015).
Del 2018 è il suo primo romanzo La casa degli sguardi, Mondadori (premio Volponi, premio Severino Cesari opera prima, premio John Fante opera prima), nel 2020 esce sempre per Mondadori, Tutto chiede salvezza.

Giano

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Sei personaggi in cerca di Totore (Francesca Gerla e Pino Imperatore)

9788899304768_0_0_471_75Addò sta Totore?
Nessuno me l’ha saputo dire.
Scomparso. Evaporato. Irreperibile.
Ve lo giuro: se esco vivo da qua e papà non mi spella, ‘o vaco a cerca’ fino a ‘ncoppe ‘a luna, e appena lo trovo, ‘o scamazzo comme ‘nu scarrafone.
M’ha ‘nguaiato l’esistenza.
E la cosa più assurda, porcoggiuda, è che ancora non so come s’è concluso The Walking Dead.

Marianella, periferia nord di Napoli. Un rocambolesco incidente automobilistico coinvolge sei persone. L’anello di collegamento tra i personaggi è lui: Totore; uno scapestrato ventenne che, dopo aver commesso il fattaccio, sparisce. Le sei vittime raccontano la loro versione dei fatti, una alla volta, sperando di riacciuffare il prima possibile il furfante. Ma dov’è finito Totore? Quali misteri si nascondono dietro il suo strano comportamento? Domande che non trovano risposta, finché non sarà lui stesso a prendere la parola. Dimostrando che la verità non è mai una sola.
Già dalla citazione pirandelliana del titolo si capisce subito che “Sei personaggi in cerca di Totore” di Francesca Gerla e Pino Imperatore (editore Homo Scrivens) non è un semplice romanzo. È copione teatrale, già bello e pronto per essere messo in scena sotto forma di monologhi dei sette protagonisti. È sceneggiatura cinematografica e, visto il periodo d’oro che sta vivendo Napoli nel regno della celluloide, sarebbe un’occasione da non perdere. È valorizzazione della lingua napoletana, che grazie alla bravura degli autori diventa fruibile anche ai meno napoletanofili e, dunque, assurge a linguaggio di fama nazionale. È riqualificazione delle periferie, perché l’ambientazione – la Napoli Nord che spesso balza agli onori della cronaca nera – permette al lettore di tutta Italia di conoscere una parte di Napoli diversa dagli stereotipi del sole-mare-pizza-Vesuvio, ma non per questo meno feconda culturalmente.
I due simpaticissimi autori mi hanno concesso questa breve intervista per la gioia di tutti gli amici del Lettore Medio.

Come è nato questo romanzo a quattro mani?
Francesca: Mi ritrovai a parlare con Pino dell’ipotesi di scrivere un romanzo umoristico ambientato in ospedale dal titolo “Sei personaggi in cerca del dottore”, frutto delle mie peripezie in ospedale. Pino ha ascoltato la mia idea e ha iniziato a trasformarla; abbiamo preso a immaginare altri sviluppi ed è diventata una collaborazione.
Pino: A decidere per noi sono stati il feeling, la stima e l’amicizia che ci uniscono e che spesso ci portano a farci un sacco di risate insieme. La decisione di operare in tandem è stata dunque naturale, spontanea.

Quali sono stati i vantaggi e quali i problemi riscontrati, se ne avete avuti (non mentite!)?
F: Per me il vantaggio è stato lavorare con un professionista del calibro di Pino Imperatore, non solo per il confronto che abbiamo avuto sulla scrittura, ma anche per la sua stessa creatività e professionalità, per me una grande occasione di crescita. Pino è la più imprevedibile testa di cavolo che sia mai esistita sulla faccia della terra! Da lui c’è tutto da imparare. Quanto agli svantaggi, direi la mancanza di una libertà totale. Sarà per questo che il romanzo successivo che ho pubblicato si intitola “La gabbia”. La mia vera gabbia è stata Pino Imperatore!
P: Vantaggio per me: l’opera l’ha interamente scritta Francesca. Svantaggio per tutti: l’opera l’ha interamente scritta Francesca.
Chi dei due è più: Raffinato?
F: Pino.
P: Io.

Colto?
F: Pino.
P: Sempre io.

Divertente?
F: Pino.
P: Soltanto io.

Attraente?
F: Pino.
P: Unicamente io.

Sorprendente?
F: Pino.
P: Che dubbio c’è? Io.

Aggiungi un altro aggettivo che finisce in “ente” che ti caratterizzi.
F: Chiaroveggente? Benedicente? Alcalescente? Qualsiasi cosa, metteteci dopo “Pino”!
P: Fetente.

Il titolo omaggia un maestro del teatro come Pirandello. Leggendo il romanzo, non si può non pensare di farne una trasposizione teatrale. Cosa ne pensi?
F: Penso che ci stiamo lavorando, ma non voglio dirlo troppo che poi porta male. Vedremo cosa accadrà.
P: Ci stiamo lavorando.

Scrivere in dialetto può essere un importante strumento per fare cultura, come il maestro Camilleri ci ha insegnato. È stato lui la vostra fonte d’ispirazione o avete avuto altri modelli?
F: No, personalmente non ho pensato a Camilleri, che ha condotto un’operazione molto diversa dalla nostra. Non so Pino cosa direbbe, ma se devo pensare a chi ha influenzato la mia vena più umoristica penso ai grandi della comicità napoletana. Inoltre, dal punto di vista stilistico, quel che ci interessava era la varietà di registri stilistici e di “idioletti” per ciascun personaggio. Ognuno di loro fornisce una versione diversa degli stessi eventi a seconda della propria storia, del proprio punto di vista ovviamente e del proprio modo di parlare: un mix tra “Gli esercizi di stile” di Raymond Queneau e il relativismo conoscitivo e l’incomunicabilità di Pirandello.
P: I modelli di riferimento sono stati coloro che hanno maggiormente contribuito a rendere il dialetto napoletano una lingua: Antonio Petito, Eduardo Scarpetta, Libero Bovio, Raffaele Viviani, Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo, Totò, Massimo Troisi.

Il romanzo è ambientato nel quartiere Marianella, periferia nord di Napoli spesso conosciuta solo per la cronaca nera, ma che in realtà ha visto crescere artisti come Enzo Avitabile, ‘Ntò, Luchè: gente che fa cultura e la diffonde a livello nazionale e internazionale. Può la vostra scelta essere interpretata come un tentativo di rinascita culturale?
F: Sì, sicuramente la scelta di ambientare il romanzo non al centro storico, o in altre zone più note della città, ma nella periferia, è un messaggio di apertura e speranza soprattutto verso i giovani di queste terre, ai quali è dedicato il libro. Se Napoli viene vista con superficialità dal resto di Italia, la sua periferia non viene vista affatto, nei suoi aspetti più belli e costruttivi; ma, come dicevi tu, balza all’onore delle cronache solo per gli eventi, ahimè, drammatici legati alla criminalità. Noi invece volevamo accendere i riflettori su ciò che spesso resta al buio.
P: Il nostro libro può essere inteso come una conferma del fermento culturale, sociale e artistico che da sempre caratterizza quartieri come Marianella, Scampia, San Giovanni a Teduccio, Bagnoli, Barra: zone ingiustamente definite “periferiche”, perché nei fatti hanno una centralità notevole nel tessuto cittadino.

Progetti per il futuro?
F: Per ora stare a casa e fare il mio dovere per gli altri, evitando contatti umani a rischio. In questo momento sono concentrata sulla tutela della salute mia e dei miei cari, ma anche di tanti sconosciuti più anziani o immunodepressi, cui dobbiamo la nostra cura speciale. Se poi in questi giorni riesco a riemergere dalla didattica online, magari mi metto a scrivere un nuovo romanzo: questa volta da sola però, anche se Pino, ve lo confesso, mi mancherà.
P: Diventare più raffinato, colto, divertente, attraente e sorprendente di Francesca.

Titolo: Sei personaggi in cerca di Totore. Opera comica in sette capovolgimenti.
Autori: Francesca Gerla, Pino Imperatore
Genere: Umoristico
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 141
Anno: 2016
Musica consigliata: Stai mai ccà di 24 Grana
Film consigliato: Una pura formalità di Giuseppe Tornatore
Bevande consigliate: Caffè, limoncello
Tempo medio di lettura: 1 giorno

Gli autori
Francesca Gerla (Napoli, 1976), insegnante, ha lavorato in qualità di redattrice e traduttrice. Tra i libri tradotti il saggio Il bambino filosofo di Alison Gopnik (Bollati Boringhieri), e il romanzo Julie & Julia, di Julie Powell (Rizzoli). Negli anni ha pubblicato L’isola di Pietra (Homo Scrivens 2013), La testimone (Homo Scrivens 2014, finalista al Premio Carver 2015) e nel novembre del 2016 Sei personaggi in cerca di Totore, scritto a quattro mani con Pino Imperatore. È ideatrice e coautrice dello spettacolo teatrale Regine. Il suo ultimo romanzo è La gabbia (Emersioni, 2019).

Pino Imperatore (Milano, 1961) vive ad Aversa, in provincia di Caserta. Dal 2005 è responsabile della sezione Scrittura Comica del Premio «Massimo Troisi». È autore di opere di successo come Benvenuti in casa Esposito. Le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista (Giunti 2012), De vulgari cazzimma. I mille volti della bastardaggine (Cento Autori 2014), Questa scuola non è un albergo (Giunti 2015), Capita solo a Napoli (Mondadori, 2014), Allah, san Gennaro e i tre kamikaze (Mondadori, 2017), Aglio, olio e assassino (DeA Planeta, 2018) e Con tanto affetto ti ammazzerò (DeA Planeta, 2019).

Giano

Lettore medio

Documenti, prego (Andrea Vitali)

9788806241469_0_0_300_75Era quello il mio errore. Pensare di essere in una specie di stato di arresto. Pensare che mi avessero privato della libertà.
– Ma le pare che la giustizia possa agire così? Incatenare, mi passi il termine, persone senza che se ne conoscano le colpe, i delitti? Sono cose che magari succedono altrove. Non qui, glielo posso assicurare, – disse il funzionario.
– Solo dopo, – disse.
Dopo, a prove acquisite, a confessione avvenuta. […] Allora sì che avrei potuto considerarmi una sorta di prigioniero.

Notte, Nord Italia. Tre funzionari di una ditta commerciale tornano a casa da un viaggio di lavoro, stanchi. Niente di strano che decidano di fermarsi in un autogrill per bere un caffè e comprare le sigarette. Ma nella stazione di servizio, sotto gli occhi indifferenti dei camionisti insonnoliti e delle ragazze del bar, il destino aspetta uno di loro.
Una leggerezza e una banale dimenticanza trasformano un semplice controllo di documenti in un incubo, facendo precipitare il malcapitato nelle maglie di un intricato meccanismo giudiziario, intransigente nei metodi e implacabile nelle conseguenze.
Sin dalle prime pagine “Documenti, prego” di Andrea Vitali (edito da Einaudi) appare come un omaggio a Kafka e ai suoi classici: la solitudine, il dramma esistenziale, le allegorie, il senso di impotenza dell’uomo di fronte al mondo. Proseguendo con la lettura, si ha poi l’impressione che l’autore, attraverso il sapiente uso del surreale e del grottesco, voglia strizzare l’occhio anche a Dino Buzzati (in particolar modo a “Sette piani”) e alla sua critica al sistema, alla burocrazia e alla politica, che sono spesso presenti nei suoi racconti.
Come nel film “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore, la trama inizia con un evento banale, la richiesta di documenti per un parcheggio nell’area disabili, per poi dare inizio a una serie di conseguenze via via sempre più inspiegabili, tra il serio e il faceto, scatenando continuamente nel lettore il dubbio se quanto sta accadendo sia sogno (incubo?) o realtà.
La caratterizzazione dei personaggi è impressionante. Vitali fa in modo che il protagonista, oltre a confidarsi col lettore attraverso continui flussi di coscienza, si erga a nuovo Freud e tenti di volta in volta di psicanalizzare i personaggi che gli stanno intorno, esprimendo giudizi, immedesimandosi in ognuno di loro, tentando di prevederne e spiegarne i pensieri, le pulsioni, le azioni. Tutto questo, unito allo stile narrativo in prima persona – che alterna tempi al passato nella narrazione puramente descrittiva per poi passare al presente quando il momento si fa clou – fa sì che il lettore possa vivere in tempo reale le emozioni del protagonista.
Il finale, per nulla banale, contribuisce a rendere questo romanzo un pezzo assolutamente immancabile nella libreria di ognuno di noi. Da leggere in una sola notte, in compagnia di un bicchiere di amaro.

Titolo: Documenti, prego
Autore: Andrea Vitali
Genere: drammatico, grottesco
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 111
Anno: 2019
Musica consigliata: qualsiasi canzone dei Sigur Ros e dei Giardini di Mirò
Film consigliato: “Una pura formalità” (1994) diretto da Giuseppe Tornatore
Bevanda consigliata: Amaro
Tempo medio di lettura: 1 giorno

L’autore
Andrea Vitali è nato a Bellano nel 1956. Medico di professione, ha esordito nel 1989 con il romanzo Il procuratore, che si è aggiudicato l’anno seguente il premio Montblanc per il romanzo giovane. Pluripremiato autore anche con i successivi romanzi L’ombra di Marinetti. (1996), Una finestra vista lago (2003), La figlia del podestà (2006), La modista (2008), Almeno il cappello (2009, finalista al Premio Strega), Olive comprese (2011). Nel 2008 gli è stato conferito il premio letterario Boccaccio per l’opera omnia, nel 2015 il premio De Sica e nel 2019 il Premio Giovannino Guareschi per l’Umorismo nella Letteratura.

Giano

Lettore medio

Tua (Claudia Piñeiro)

9788807881329_0_0_422_75Ciascuno giocherà le proprie carte per uscire al meglio da questa faccenda. E anche in questo senso sono tranquilla. Perché anche se la giustizia è cieca, io ho pensato bene di metterle un paio di occhiali. Magari non avranno la correzione giusta, magari distorceranno un po’, ma è sempre meglio di niente.

Buenos Aires. Inés, moglie di Ernesto – irreprensibile dirigente di successo – , trova per caso nella ventiquattrore del marito un biglietto d’amore scritto con il rossetto e firmato Tua. Una sera decide di seguirlo fino al parco Bosques de Palermo dove lui e la sua amante si sono dati appuntamento. Iniziano a discutere, lui la spinge violentemente, la donna cade, sbatte la testa contro un sasso e muore. Inés torna a casa ben decisa a fare il possibile per coprire il marito, salvare le apparenze e il matrimonio. Ma l’imprevedibilità della vita è dietro l’angolo, e la situazione prenderà una piega decisamente diversa.
Ho voluto leggere “Tua” di Claudia Piñeiro (Universale Economica Feltrinelli) sull’onda dell’entusiasmo del precedente “La Crepa”, recensito da me qualche mese fa. Come nell’altro romanzo, la tematica principale attorno alla quale ruotano tutti gli avvenimenti è sempre lei: la morte accidentale. La Morte che si fa burattinaia dell’umano agire, che si erge a Fato; il leitmotiv dell’intera vicenda che condiziona, irrimediabilmente, le azioni dei personaggi che si muovono all’interno della narrazione.
I personaggi sono tipicamente noir, nel senso che non tutti sono realmente colpevoli e nessuno è veramente innocente. Tuttavia, rispetto all’altro romanzo, la caratterizzazione di alcuni di loro è meno forte e questo condiziona non poco il prosieguo della lettura: il marito fedifrago della protagonista, ad esempio, risulta poco approfondito psicologicamente, talvolta appena accennato, e rischia di rendere inspiegabili agli occhi del lettore alcuni suoi comportamenti.
Particolarità del romanzo è lo stile narrativo che alterna più punti di vista, fino a parlare a un certo punto in terza persona. Può essere una scelta stilistica vincente, ma può anche risultare fastidiosa e confusionaria.
Il vero tallone d’Achille resta comunque la descrizione degli avvenimenti. Leggendo la sinossi sembra quasi che venga spoilerato tutto in poche righe; invece, si tratta soltanto dell’incipit che occupa le prime due pagine del libro. Dopodiché, troviamo una interminabile sequenza di flussi di coscienza che spesso finiscono col risultare prolissi e che potrebbero tranquillamente narrare i fatti nella metà delle pagine. Dulcis in fundo (si fa per dire), un finale che più scontato non si può.
Una delusione totale, dunque? Non esattamente. Qualche spunto interessante c’è, soprattutto nelle pagine centrali in cui vengono puntati i riflettori sulla figlia e le relative turbe adolescenziali; le elucubrazioni mentali (termine che ridonda in maniera maniacale) della protagonista, inoltre, potrebbero essere utili per eventuali trasposizioni teatrali sotto forma di monologo, previa opportuna sintesi.
Un romanzo che piacerà alle persone (non solo donne) che sono state tradite e che cercano di risalire la china, ma dal quale mi sarei aspettato sicuramente qualcosa in più.

Titolo: Tua
Autore: Claudia Piñeiro
Genere: Noir
Casa editrice: Universale Economica Feltrinelli
Pagine: 142
Prezzo: € 6,50
Anno: 2011
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Colonna sonora: Compay Segundo
Film consigliato: “Il delitto perfetto” (1954) di A. Hitchcock, “She-Devil” (1989) di Susan Seidelman.

L’autrice
Claudia Piñeiro è nata a Buenos Aires nel 1960. Scrittrice, drammaturga, sceneggiatrice con Feltrinelli ha pubblicato: Tua” (2011), “Betibú” (2012), “La crepa” (2013), con il quale si è aggiudicata il Premio Sor Juana Inés de la Cruz (2010), “Un comunista in mutande” (2014), “Piccoli colpi di fortuna” (2016), “Le vedove del giovedì” (2016; Premio Clarin 2005, poi adattato al cinema da Marcelo Piñeyro nel 2009) e “Le maledizioni” (2019). Nel 2019 si è aggiudicata il Premio Pepe Carvalho, riconoscimento internazionale destinato ad autore di polizieschi e intitolato al famoso detective ideato dallo scrittore Manuel Vázquez Montalbán, vinto in passato da autori come Andrea Camilleri, Petros Markaris e James Ellroy.

Giano

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Da lontano sembrano mosche (Kike Ferrari)

9788807032721_0_0_454_75Il successo è una scema bionda che ti succhia l’uccello, l’aroma di un Montecristo. Il successo è la pastiglia azzurra e dieci milioni di dollari in banca.
[…]
L’aria mefitica che smuove il ventaglio di dubbi evoca nomi conosciuti, possibilità impensabili. Il signor Machi scopre che ci sono nemici potenziali là dove lui non vedeva altro che rivali, sudditi, rompicoglioni.

Il signor Machi è un uomo potente a Buenos Aires e la sua arroganza è pari alla sua ricchezza. Tra una sniffata di coca e un servizietto da parte di qualche giovane donna in cerca di favori, inebriato dal proprio successo, si illude che resterà sempre sulla cresta dell’onda. Un giorno, alla guida della sua Bmw nera da duecentomila dollari, fora una gomma e scopre nel bagagliaio un cadavere sfigurato da un colpo di pistola. Inizia così un’incalzante discesa all’inferno, dove tutte le sue certezze e la sua sicurezza sono materia corruttibile quanto la società in cui sguazza. Sono tanti infatti quelli che lui ha schiacciato e umiliato, e sono sempre stati così insignificanti che da lontano sembravano mosche. Ma chi di loro gli ha giocato questo brutto scherzo?
In “Da lontano sembrano mosche” (Feltrinelli/noir) c’è tutto il background socioculturale di Kike Ferrari. Un autore che, come si evince dalla biografia, ha svolto i lavori più disparati, è stato rimpatriato dagli USA come immigrato illegale e attualmente lavora di notte come uomo delle pulizie in metropolitana. Quello che ne viene fuori è un noir sporco, torbido e fatiscente, proprio come la cornice in cui si svolgono gli avvenimenti: una Buenos Aires che si traveste da Chicago del proibizionismo, piena di intrighi, complotti, corruzione, vendette e tradimenti. E anche come il suo protagonista, un Luís Machi che si fa odiare dal lettore sin dalle prime pagine e per il quale, a differenza di quanto accade con gli antieroi del cinema dei fratelli Coen, risulta quasi impossibile entrare in empatia.
La narrazione avviene attraverso una voce che, più che seguire da vicino il protagonista, gli sta letteralmente col fiato sul collo alla stregua di un documentarista o di un regista di reality, trasformandosi quasi in un flusso di coscienza in terza persona che tende a sopperire alla totale mancanza della stessa nel protagonista, cinico parvenu anaffettivo e menefreghista per il quale l’unica cosa che abbia valore nella vita sono i suoi soldi e il potere che ne deriva.
Il finale grottesco che lascia a bocca aperta, e che conclude la vicenda solo all’ultimo rigo – anzi, all’ultima parola – è il dulcis in fundo di un romanzo che colpisce come un pugno nello stomaco, se ancora ne rimane un po’ una volta arrivati all’epilogo.
Un noir tutto da godere, sorseggiando un bicchiere di Legui.

Titolo: Da lontano sembrano mosche
Autore: Kike Ferrari
Genere: Noir/pulp
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 192
Prezzo: € 15,00
Anno: 2018
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Colonna sonora: Rodrigo Amarante, Pedro Aznar, Charly Garcia, Los Redondos, Virus, Los Rodriguez, Andrés Calamaro, Bersuit Vergarabat, Los Piojos.

L’autore
Kike Ferrari è nato nel 1972 e vive a Buenos Aires con la moglie e i tre figli. Ha esercitato i mestieri più diversi e ha vissuto quattro anni negli Stati Uniti a Fort Lauderdale, dove è andato a cercare fortuna con la moglie, prima di essere entrambi rimpatriati come immigrati illegali. Ora lavora come addetto alle pulizie nella metropolitana della capitale argentina di notte e si dedica alla scrittura di giorno. Ha pubblicato quattro libri che gli sono valsi premi importanti tra cui il premio Casas de las Américas (Cuba) e ha ottenuto con Da lontano sembrano mosche (2018) il premio come migliore opera prima al festival della Semana Negra de Gijón (Spagna).

Giano

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081 (Luca Delgado)

51tCa10v0rL._SX331_BO1,204,203,200_Accecata nel buio, non cercherò di darti la mano per uscire fuori, ma ci andrò da sola, perché è da sola, che voglio restare. E non aspetterò nessun segnale, nessun suggerimento, riesco a capirlo da sola quando è giunto il mio momento. Adesso me ne andrò e reciterò la morte ancora una volta, e magari stavolta morirò per davvero. Il mio momento è questo, il momento in cui gli spettatori si chiederanno incuriositi cosa stia accadendo, mentre litri di alcol si consumano nei bar, i morti criticano i vivi per non voler morire, i vivi criticano i morti per non aver avuto il coraggio di restare.

Felice è un clochard che vive nel centro storico di Napoli, con un passato incerto alle spalle e pochi amici a fargli compagnia. Il suo mondo è fatto di sbornie, stati depressivi e battaglie per la quotidiana sopravvivenza, fino a quando non s’imbatte in Elena, un’attrice bellissima per la quale prova un’attrazione irresistibile. Una vera e propria scintilla che riaccende in lui una nuova vitalità e lo porta a scoprire i segreti della vita di Elena e del suo amante Maurizio. Si aziona così un meccanismo intricato di inseguimenti, appostamenti e incursioni che infittiscono un mistero che sin dall’inizio brama una spiegazione. Quello di un cadavere penzolante attaccato a una corda.
Dopo il successo de “La terra è blu come un’arancia” (2013), Luca Delgado torna alla scrittura con “081” (editore Homo Scrivens, collana Dieci).
La prima impressione è che, invece di un noir vero e proprio, stavolta ci si trovi di fronte a un romanzo molto più introspettivo e filosofico che, strizzando l’occhio al Bellavista di Luciano De Crescenzo, propone quesiti sull’esistenza, sforzandosi di dare risposte, di mettere a nudo le opinioni dell’uomo comune, perfettamente incarnato dalle figure grottesche e allo stesso tempo crude e reali dei barboni che dialogano col protagonista.
Contestualizzando la narrazione in una dimensione onirica, Delgado fa un tuffo nel cinema di David Lynch e Paolo Sorrentino, conducendo per mano lo spettatore in un centro storico di Napoli dalle atmosfere surreali, in cui tutti i personaggi sono caratterizzati alla pirandelliana maniera: ognuno indossa una maschera perché ha un alter ego, e soprattutto qualche segreto da nascondere.
Nel romanzo si può notare altresì un ritorno allo stile e alle tematiche del decadentismo; ma, a un’analisi più approfondita, è inevitabile ascoltare gli echi disturbanti dei film di David Cronenberg, soprattutto nell’ossessione per il corpo e le sue continue modificazioni. A cominciare dalla descrizione del protagonista: un climax discendente ne scandisce il declino, sia fisico che psicologico, sfruttando la ridondanza di alcuni termini indicanti parti del corpo, come la parola ventre che, oltre a caratterizzare continuamente la bellezza della protagonista femminile, diventa metafora per descrivere la grandezza e la profondità di Piazza Bellini.
La tematica della morte come allegoria della liberazione dai mali, dalle sofferenze, dall’ignavia, è il pretesto perfetto per tenere incollato il lettore a un noir contemporaneo che vale la pena leggere. Tutto d’un fiato, proprio come fanno i personaggi alle prese con la bottiglia di turno.

Titolo: 081
Autore: Luca Delgado
Genere: Noir
Casa editrice: Homo Scrivens (collana Dieci)
Pagine: 204
Prezzo: € 14,00
Anno: 2014
Colonna sonora: Brani di James Senese, Pino Daniele e Antonio Onorato
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Luca Delgado è nato a Napoli nel 1979. Insegna lingua e letteratura inglese alle superiori e italiano per stranieri. Ha pubblicato “Daniel di Waterford” (Otma, 2009), “Dubliners di James Joyce” (Ferraro, 2010) e il dramma teatrale “Il Muro di Roma” (Otma, 2011). Si occupa di traduzione teatrale ed ha collaborato con i registi Peter Brook (“The Suit”, “Lo Spopolatore”), Peter Sellars (“Desdemona”), Luca De Fusco (“Antigone”). Si occupa di regia teatrale e ha curato di recente la regia di spot pubblicitari. Con Homo Scrivens ha pubblicato i romanzi “La terra è blu come un’arancia” (2013) e “081” (2014).

Giano

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La crepa (Claudia Piñeiro)

2000000035307_0_0_551_75Lui non si era mai considerato come uno pari a Borla o a Marta, per quanto fossero colleghi, anche se condividevano un ufficio da vent’anni. E neppure pari a Laura […] Invece, stranamente, adesso si sentiva alla pari con quell’uomo, che aveva conosciuto appena qualche giorno prima, quell’uomo che, standosene in piedi con le scarpe più brutte che avesse mai visto, oscillava avanti e indietro come se si cullasse […].
Pablo aveva capito, in quel luogo e in quel preciso momento, che Jara e lui erano, in qualche senso che non riusciva ancora a definire, la stessa cosa.

Nella vita da uomo qualunque dell’architetto Pablo Simó c’è una fessura inconfessabile, una crepa che gli tormenta la coscienza: Nelson Jara. Forse era solo un piccolo truffatore, una canaglia, ma anche Pablo Simó sa di essere una canaglia, nonostante l’apparenza di irreprensibile professionista e buon padre di famiglia. Come una crepa che si allunga e si allarga, tutte le piccole certezze quotidiane di Pablo si sgretolano: una giovane donna che sembra sapere chissà cosa su Jara scatena in lui un’attrazione dirompente, la famiglia va in frantumi, il lavoro diventa insopportabile, e passo dopo passo la tentazione di essere canaglia fino in fondo lo travolge.
“Hitchcock è donna e vive a Buenos Aires” è il commento di Antonio D’Orrico sulla quarta di copertina. Mai definizione poteva essere più calzante per descrivere Claudia Piñeiro autrice di “La crepa” (Feltrinelli). Perché la scrittrice argentina, nonché autrice teatrale e sceneggiatrice – e si vede – scrive delle pagine che sin da subito risultano pervase dall’angoscia tipica delle atmosfere del regista britannico. La crepa diventa metafora di quel momento della vita in cui da un evento inaspettato nasce l’esigenza di rompere gli schemi della quotidianità, generando una frattura, appunto, tra la consapevolezza del proprio status quo e nuovi moti interiori, che spingono allora a decidere se abbracciare l’idea di un cambiamento o continuare a vivere nella propria routine (e qui è scontato il paragone con la Janet Leigh di “Psyco”).
Il palazzo di undici piani che Simó disegna rappresenta la chimera da inseguire, l’utopia, il sogno irraggiungibile. Il protagonista lo fa in maniera compulsiva e abitudinaria, lo ridisegna ogni giorno senza mai realizzarlo. Perché i sogni vanno a scontrarsi con la realtà, creando nella mente infiniti blocchi che Simó deve riuscire a scardinare, lui, nuovo Don Chisciotte contro mulini a vento che non smettono di perseguitarlo.
Lo stile narrativo è molto descrittivo, indugia continuamente sui minimi dettagli sia fisici che psicologici del protagonista. Il narratore, infatti, racconta la vicenda in terza persona seguendo il protagonista da molto vicino, quasi come un’ombra, in un susseguirsi di flussi di coscienza. Ponendo continue domande sui pensieri e sullo stato d’animo di Simó, l’autrice crea un continuo processo introspettivo che mostra al lettore, un po’ alla volta, la psicologia dell’anonimo protagonista. Rivelando pian piano che, in fondo, tanto anonimo non è.
Un thriller che inizia lento per poi scorrere veloce e appassionare sempre di più, pagina dopo pagina, fino al finale che lascia a bocca aperta, come nella migliore tradizione hitchcockiana. Da leggere assolutamente, accompagnato dal sottofondo della magica chitarra di Compay Segundo e un dulce de leche affogato nel caffè.

Titolo: La crepa
Autore: Claudia Piñeiro
Genere: Thriller
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 206
Prezzo: € 14,00
Anno: 2013
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Colonna sonora: Compay Segundo
Film consigliato: “Rebecca, la prima moglie” (1940), “Psyco” (1960), “La donna che visse due volte” (1958) tutti di A. Hitchcock.

L’autrice
Claudia Piñeiro è nata a Buenos Aires nel 1960. Scrittrice, drammaturga, sceneggiatrice con Feltrinelli ha pubblicato: Tua” (2011), “Betibú” (2012), “La crepa” (2013), con il quale si è aggiudicata il Premio Sor Juana Inés de la Cruz (2010), “Un comunista in mutande” (2014), “Piccoli colpi di fortuna” (2016), “Le vedove del giovedì” (2016; Premio Clarin 2005, poi adattato al cinema da Marcelo Piñeyro nel 2009) e “Le maledizioni” (2019). Nel 2019 si è aggiudicata il Premio Pepe Carvalho, riconoscimento internazionale destinato ad autore di polizieschi e intitolato al famoso detective ideato dallo scrittore Manuel Vázquez Montalbán, vinto in passato da autori come Andrea Camilleri, Petros Markaris e James Ellroy.

Giano

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La terra è blu come un’arancia (Luca Delgado)

9788897905356_0_0_0_75“Il chiasso, i rumori, le urla erano così forti che non si vedeva nulla. Un treno in fiamme era riverso sul lato destro, come dormiente sulla spalla di Bagnoli. Una pioggia di fili bruciacchiati scivolava sulla schiena grigia di un vagone. Il muso del treno aveva la faccia di uno spettro, lo spettro di una guerra che aveva avuto inizio perché qualcuno potesse raccontarla, perché qualcuno potesse scriverne articoli da prima pagina.”

Samuele D., giornalista de Il Mattino, ha un’ossessione: la freschezza, la freschezza degli abiti che indossa, del cibo che mangia, delle donne che incontra, dei fatti di cronaca nera di cui scrive. Samuele D. ha un’ambizione. Diventare il più grande giornalista al mondo, nel più breve tempo possibile. Il suo segreto? Inconfessabile.
E poi c’è Zeno Zanetti, ispettore di Polizia. Zeno ha un compito. Fermare la spirale di violenza che si è abbattuta su Napoli. Il suo problema? Non ha nessuna voglia di farlo.
Un romanzo thriller-noir, un racconto breve, una pièce teatrale, un film, un fumetto, un mondo in cui non bisogna credere alla verità, ma soltanto alle parole.
Confinare “La terra è blu come un’arancia” di Luca Delgado (editore Homo Scrivens, collana Scout) entro la definizione di romanzo è assai riduttivo. Un po’ romanzo, un po’ storyboard cinematografico, copione teatrale, fumetto, quella dell’autore napoletano è una vera opera d’arte metadisciplinare. È proprio in questo alternare la cronaca degli eventi alle relative ricostruzioni cinematografiche, teatrali e fumettistiche che ho trovato nel romanzo un geniale sperimentalismo che strizza l’occhio a capolavori come “Dogville” di Lars Von Trier.
Delgado si erge a degno prosecutore della tradizione noir napoletana, intrisa di mistero ma soprattutto di ironia e umorismo tipicamente partenopei, che nel cinema ha avuto esempi di grande spessore come “Giallo Napoletano” e “No grazie, il caffè mi rende nervoso”. La città ai piedi del Vesuvio prende forma davanti agli occhi del lettore staccandosi completamente dall’immagine da cartolina cui siamo abituati: il sole si cela dietro le tinte fredde e sbiadite del tramonto e dell’alba invernali, il panorama sul golfo lascia spazio alle strade pittoresche del centro storico, le canzoni del repertorio classico napoletano vanno in fade out al cospetto delle voci di popolo dei quartieri di Montesanto e della Pignasecca.
I due piani narrativi che seguono da vicino Samuele e Zeno permettono al lettore di addentrarsi in una Napoli underground in cui, come nella miglior tradizione del genere, anche se c’è un colpevole nessuno è davvero innocente.
Uno stile narrativo originale che si regge su flashback, termini dialettali e sperimentazioni a 360 gradi e che rendono il romanzo un piccolo capolavoro, da leggere in pochi giorni accompagnati dal sassofono di James Senese in sottofondo.

Titolo: La terra è blu come un’arancia
Autore: Luca Delgado
Genere: Noir
Casa editrice: Homo Scrivens (collana Scout)
Pagine: 128
Prezzo: € 12,00
Anno: 2013
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Colonna sonora: “Habanera”, “Napoli Centrale” (album) entrambi di James Senese
Film: “Giallo Napoletano” (1979) di S. Corbucci, “No grazie, il caffè mi rende nervoso” (1982) di L. Gasparini, “Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti” (1986) di L. Wertmuller, “Polvere di Napoli” (1998) di A. Capuano

L’autore
Luca Delgado è nato a Napoli nel 1979. Insegna lingua e letteratura inglese alle superiori e italiano per stranieri. Ha pubblicato “Daniel di Waterford” (Otma, 2009), “Dubliners” di James Joyce(Ferraro, 2010) e il dramma teatrale “Il Muro di Roma” (Otma, 2011). Si occupa di traduzione teatrale ed ha collaborato con i registi Peter Brook (“The Suit”, “Lo Spopolatore”), Peter Sellars (“Desdemona”), Luca De Fusco (“Antigone”). Si occupa di regia teatrale e ha curato di recente la regia di spot pubblicitari. Con Homo Scrivens ha pubblicato i romanzi  “La terra è blu come un’arancia” (2013) e “081” (2014).

Giano

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La notte dei supereroi (Giancarlo Vitagliano)

9788825407976-la-notte-dei-supereroiSi porta vicino all’ampia vetrata e l’apre. La brezza della sera entra nella stanza insieme al rumore del traffico che si ingarbuglia decina di piani più sotto. Come se tutti gli abitanti della metropoli potessero vederlo così, a gambe aperte e con l’invito spiegato tra le mani, inizia a leggere a voce alta. Un colpo secco gli recide la carotide e schizzi rossi investono il foglio; i suoi occhi guardano allibiti il bianco macchiato per sempre, la mano si apre e la lettera plana sul pavimento, con lente volute. […]
– Non avresti dovuto farlo! – dice una voce soffocata da una sciarpa.

La città di New York viene sconvolta da una nuova serie di efferati omicidi: i più grandi artisti di comics di supereroi vengono trovati uccisi e, sulla scena del delitto, l’assassino lascia frasi apparentemente incomprensibili scritte con il sangue delle vittime. Il detective della polizia incaricato delle indagini, il ruvido sergente Esposito, ignora del tutto il mondo dei comics e decide di farsi affiancare da un collega più giovane che, invece, ne è un grande appassionato. I due si addentrano nel mondo dei fumetti, scoprendo amicizie, rivalità e cupidigia. Ma gli omicidi continuano. Riusciranno i due a scoprire perché il sangue dei creatori di fumetti continua a scorrere e a fermare così il serial killer?
La prima cosa che sorprende de “La notte dei supereroi” di Giancarlo Vitagliano (editore Delos Digital, collana Odissea Digital #96) è l’immediatezza, che fa sì che il lettore si senta subito catapultato nel mondo distaccato ed elitario dei fumetti e si immedesimi facilmente nei due detective.Importante punto di forza del romanzo è la loro caratterizzazione perfettamente antitetica: rude e sboccato uno, pacato e tipicamente nerd l’altro; due personaggi che inizialmente appaiono poli opposti di una calamita esi riscoprono poi complementari e reciprocamente necessari per il completamento delle indagini.
La struttura procede su più piani narrativi: ora seguendo da vicino la vita privata dei detective, ora presentando al lettore la cronaca in tempo reale degli omicidi, ora spiando a mo’ di Grande Fratello i segreti dell’assassino. Ed è per questo che la lettura non risulta mai noiosa e, pagina dopo pagina, mi ha appassionato sempre di più.Un romanzo che ho divorato in pochi giorni con immenso piacere, pur non essendo un appassionato di fumetti e di supereroi.
Il simpatico autore, Giancarlo Vitagliano, mi ha concesso questa breve intervista a beneficio degli amici del Lettore Medio.

Come mai un romanzo sui supereroi e i fumetti? Sono un grande lettore di tutto ciò che è stampato e non mi importa se siano libri o fumetti perché a me interessano le storie (per questo amo anche il cinema e le serie TV). Ho incominciato a leggere i fumetti e a conservarli da quando avevo cinque/sei anni e da allora non mi sono più fermato. I primi erano i leggendari “Albi del falco – Nembo Kid”, che conservo ancora gelosamente, e da allora di supereroi ne ho letto e straletto. Poi, da alcuni decenni, si è avuta la perdita dell’innocenza dei comics e questo ha rivoluzionato in parte il modo di intendere il supereroe: non è più il cavaliere senza macchia e senza paura ma un essere umano con i suoi problemi. Per me questa è stata la normale evoluzione di un medium come il fumetto, ma ad altri non è andato giù e continuano a lamentarsi di quanto fosse bello tutto ciò che ha preceduto il corso attuale dei comics. Io scrivo sempre storie che nascono da un mio interesse sociale, politico o da una mia passione e poiché amo il genere noir ecco che è nata la notte dei supereroi, dove ho voluto anche raccontare vere e proprie pagine di fumetti inventati per l’occasione.
Quali sono state le fonti d’ispirazione per i due protagonisti? Se intendi i poliziotti (perché per me il vero protagonista è il serial killer con le sue passioni distorte) mi sono rifatto alle coppie celebri del romanzo noir o delle detective story classiche, anche se qui non è ben chiaro chi sia la spalla dei due: a volte il giovane, altre il poliziotto più navigato. E poi mi serviva che ci fosse uno dei due totalmente a digiuno del mondo dei comics e l’altro che, invece, da grande appassionato facesse da contraltare al serial killer.
Quale supereroe ti piacerebbe essere e quale superpotere ti piacerebbe avere? Batman certamente, proprio perché è un supereroe senza superpoteri se non le sue abilità.
Nel romanzo ci sono riferimenti sociali e politici. Può un romanzo essere uno strumento per combattere i pregiudizi e l’ignoranza? Leggere è l’unico strumento adatto a chiunque per abbattere pregiudizi sociali e politici e razzismi vari. Del resto vivere più di una vita, entrando nelle storie narrate e vivendole fino in fondo, aumenta l’empatia che è l’unica maniera che ha l’essere umano per confrontarsi e capire gli altri, specie quelli del tutto diversi da sé.
Progetti per il futuro? Immergermi nelle storie, indipendentemente se siano narrate in un romanzo, lette in fumetto o viste sullo schermo, oppure che siano nate nella mia mente. Infatti, da poco è uscito un mio nuovo romanzo, questa volta cartaceo, ma questa è un’altra storia…

Titolo: La notte dei supereroi
Autore: Giancarlo Vitagliano
Genere: Noir/thriller
Casa editrice: Delos Digital
Pagine: 172 (ebook)
Prezzo: € 3,99
Anno: 2019
Colonna sonora: “Batman” – Prince (album, 1989)
Film consigliato: “Mystery Men” – KinkaUsher(1999), “Watchman” – ZackSnyder(2009)
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Giancarlo Vitagliano è nato a Napoli, dove vive con la moglie, due figlie e un cane. È laureato in medicina ed è cardiologo presso il più grande ospedale del sud. È un lettore compulsivo di libri e fumetti, amante del cinema e delle serie TV; da sempre ne sogna di proprie ascoltando musica o andando in giro in moto. Ha pubblicato diversi racconti e sei romanzi: “Fantasmi dentro”, Cicorivolta Edizioni 2009, “Che musica ascolti”, Photocity Edizioni 2011, “L’amore negato”, Lettere Animate Editore 2014, “Il viaggiatore perfetto”, Homo Scrivens 2015 (secondo al Premio Nazionale Megaris 2016 e terzo al Premio L’Iguana 2016), “Malaika”, Watson 2015, “Milo. Detective per amore”, Homo Scrivens 2017 (menzione al Premio letterario Festival Giallo Garda 2018).

Giano

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4891. La speranza del viaggio (Maura Messina)

messina maura - 2«Questa mattina ho scoperto che avevi ragione. I colori “diversi” esistono, o meglio, esistevano. Oggi tutto è “colore sfumatura” come diciamo noi, ma un tempo, invece, esistevano infinite sfumature di altrettanti colori».
«Era quello che cercavo di spiegarti l’altro giorno. […] Il nostro unico e affidabile “colore sfumatura” circa duemila anni addietro veniva chiamato “grigio” […] Il mondo un tempo era pieno di colori, credo sia stato bello, anche se neppure io l’ho mai visto».

Nel 4000 la Terra è stata inquinata e devastata al punto da aver perso anche la qualità della luce. Sono spariti i colori e la realtà è percepita in bianco e nero. Gli umani però hanno sviluppato una capacità di sognare in modo diverso, con sogni reali e tangibili. Per combattere il deterioramento del suo mondo, Spes, ultima D.E.A. (Difesa Equilibrio Ambientale), decide di tornare indietro nel tempo, nel 2014, inseguendo un libro trovato nella magica Ennebiblioteca. Riuscirà a portare a termine la sua missione, fatta di conoscenza e consapevolezza di quella che una volta fu Napoli?
Romanzo di fantascienza, come si nota già dalle prime pagine (il titolo stesso è una citazione al contrario di “1984” di G. Orwell), “4891” di Maura Messina (edito da Homo Scrivens) è anche un romanzo di denuncia politica e sociale. Il mondo narrato dall’autrice, in cui sono scomparsi i colori e tutto è visibile in sfumature di grigio, è allegoria del potere distruttivo dell’uomo, satira sul consumismo e sul problema dello sfruttamento di tutte le risorse possibili. Le vicende sono raccontate su due piani narrativi: uno contemporaneo, in cui l’autrice dà voce (facendoli spesso dialogare) a oggetti e opere d’arte che raccontano i fatti del passato; un secondo piano, fatto di flashback che seguono da vicino la protagonista Spes e i suoi amici. Le illustrazioni a colori, realizzate dalla stessa autrice (che è anche pittrice e disegnatrice), permettono di immedesimarsi più facilmente in personaggi, ambientazioni e avvenimenti.
Maura Messina è cresciuta nei luoghi che i media hanno ribattezzato Terra dei fuochi, motivo per cui la scelta di ambientare le vicende nella Napoli del futuro mette in luce non solo l’aspetto di denuncia sociale del romanzo, ma anche e soprattutto quello della speranza di un cambiamento, quella speranza che si percepisce a partire dai nomi dei protagonisti. Ce lo spiega proprio l’autrice, che ho avuto il piacere di intervistare per gli amici del Lettore Medio.

I personaggi hanno tutti nomi che significano speranza. Una speranza per l’umanità di superare i mali? Più che altro un monito per non perderla di vista e non svuotare questa parola di significato. Si tende a pensare alla speranza come ad un’illusione che guida chi resta in una fiduciosa e statica attesa dell’arrivo di cambiamenti positivi. Mi piace pensarla come un insieme complesso di ambizioni e di progetti proiettati nel futuro. Un concetto che implica un necessario dinamismo.
Nel romanzo le conoscenze sono ingerite sotto forma di pillole per far sì che tutti possano accedere facilmente alle informazioni, alla cultura. E in un momento politico come quello attuale… È volontariamente sottolineata l’importanza dell’informazione e della diffusione libera delle conoscenze proprio in contrapposizione al momento storico e politico che stiamo vivendo. C’è chi ha espresso meglio di me questa preoccupazione (mi riferisco a Camilleri), ma mi è impossibile non dire la mia e non potevo non cogliere l’opportunità del libro per offrire un timido spunto di riflessione sulla questione. È innegabile che viviamo il momento più tragico dal punto di vista della comunicazione e bisogna puntare il dito sull’incapacità delle persone di comprendere le informazioni che ricevono. Non a caso si parla di analfabetismo funzionale. I mezzi per combatterlo ce li offre la cultura e, nel futuro che ho immaginato, quest’ultima gioca un ruolo fondamentale.
Come mai il tema del sogno è così ricorrente e, soprattutto, così importante? Perché i sogni mi hanno da sempre guidata. Mi hanno insegnato a non temere l’immaginazione e a lasciarla libera di creare. Al contempo, mi hanno dato solide basi per tenere i piedi a terra e per capire che, dopo tanto immaginare, bisogna tirar fuori l’adulto che c’è in me, lavorare sodo e realizzare i sogni. Ciò che immaginiamo, se ci impegniamo, possiamo renderlo reale. È tutta una questione di volontà e di duro lavoro.
Nel romanzo c’è una forte componente rivoluzionaria: parli di manifestazioni, donne in prima linea per difendere l’ambiente, voglia di riscatto dei cittadini. Quanto può essere utile un libro per smuovere le coscienze e veicolare messaggi di riscatto sociale? Da sempre i libri impegnati hanno smosso le coscienze. Spero, con il mio, di riuscire a smuovere almeno una coscienza sopita.Mi piacerebbe che tutti diventassero sentinelle attive del proprio territorio. Non per una questione di controllo, ma di amore nei confronti della vita e di un pianeta che è obbligato a tenerci seppur ospiti sgraditi. Credo nel cambiamento che parte dal basso, nella partecipazione delle persone, nella capacità di poter stravolgere il corso degli eventi se si ha il coraggio di cambiare prospettiva. Un ruolo fondamentale può essere affidato alle donne. Sono loro le madri che si vedono strappare i figli dalle braccia. È quello che più si avvicina alla concezione della madre terra stuprata dalle sue stesse creature.
Hai progetti per il futuro (immediato stavolta, non tra 2000 anni)? Progetti ne ho tanti. Immaginami in un archivio, tipo quelli magici di Harry Potter. Ogni cassetto contiene un sogno in divenire e ovviamente stiamo parlando di cassetti senza fondo. Ne apro uno a caso e ti anticipo che sto lavorando ad una raccolta di racconti. Apriamo il secondo cassetto, qui c’è una serie pittorica che sto portando avanti e si intitola “Animastraccia”… Per il terzo cassetto, aspettiamo la prossima intervista?

Titolo: 4891. La speranza del viaggio
Autrice: Maura Messina
Genere: Fantascienza
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 255
Anno: 2018
Prezzo: 15,00 €
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Colonna sonora consigliata: Daniele Sepe & Tartaglia “Le rangefellon”
Film consigliato: “2022 – I sopravvissuti” di Richard Fleischer (con CharltonHeston)

L’autrice
Maura Messina è nata a Napoli nel 1985. Fin da bambina ha mostrato un’autentica passione per il disegno. A quindici anni incontra Amleto Sales, dal quale impara a dipingere a olio su tela. Nel 2011 consegue la laurea Magistrale in Design per l’Innovazione con il massimo dei voti e relativa pubblicazione della tesi “Napoli città di scarto” su aiapzine (osservatorio internazionale di design).
Progetta alcuni lavori di communication design, loghi, poster, pannelli pubblicitari e partecipa attivamente a numerosi contest nazionali ed internazionali. Si dedica alla realizzazione di presepi e piccole miniature e dall’estate 2013 si avvicina alla ceramica sempre grazie alla guida dell’amico Sales. Ha partecipato ad alcune mostre collettive.
Con la casa editrice Homo Scrivens ha pubblicato “Diario di una kemionauta” (2014), in ristampa  nel 2016 in una seconda edizione arricchita di contenuti inediti.

Giano

Lettore medio

Come le storie che cominciano (Christian Capriello e Armando Grassitelli)

9788894393101_0_0_454_75Mi sono sempre chiesto: cosa accadrà il giorno che dovessi diventare padre?
Bene, ancora non lo so a dire il vero. So però cosa accade nel momento in cui tua moglie ti dice: sono incinta.
Sudorazione, speranza, gioia, terrore, affetto, amore, paura, e una serie interminabile di emozioni che trovano una magistrale sintesi nella parola: Marò.
Marò, da oggi sono un nascituro padre di un nascituro figlio.
Marò, da oggi devo mettere da parte i soldi per la culla.
Marò, un anno di matrimonio e già la luna di miele è finita.
Marò, sto mangiando il quarto panino, in questo momento ho un fiato capace di fermare la metro a Piazza Dante (non è che ci voglia poi molto, la metro è già piuttosto capace di suo), e non ho ancora ritelefonato ad Alessia. Questo è un problema.

Alessia è sposata con Andrea, Francesca è sposata con Marco. Giovani coppie di Napoli, ignote l’una all’altra. Nello stesso giorno, le due donne scoprono di essere in dolce attesa. Da questo momento, inizieranno una serie di situazioni spassose e ai limiti del grottesco. Nel corso della gravidanza si uniranno ai protagonisti tanti bizzarri personaggi che, intorno a un evento piuttosto ordinario come la nascita di un bambino, andranno a creare situazioni sempre più straordinarie, che muteranno giorno dopo giorno gli equilibri delle due coppie.
Un romanzo sulla vita? Non esattamente. “Come le storie che cominciano” di Christian Capriello e Armando Grassitelli (edito da La Bottega delle parole) è molto di più. Perché la vita in tutte le sue molteplici sfaccettature, quello che sembra il nucleo centrale di tutto il romanzo, è in realtà un espediente letterario per fare satira di costume e denuncia sociale. La vera domanda che gli autori si pongono è: che mondo stiamo lasciando nelle mani dei nostri figli? E lo fanno con una leggerezza e un umorismo che strizzano l’occhio al Ben Stiller de “I sogni segreti di Walter Mitty”, spaziando tra realtà e immaginazione con tuffi nel surreale e nel grottesco.
Raccontato in prima persona da più punti di vista, balzano subito all’occhio due stili di scrittura molto diversi tra loro: più fresco e comico Grassitelli, più riflessivo e sognatore Capriello. A rendere interessante la narrazione sono le innumerevoli citazioni cinematografiche e musicali (il titolo del romanzo è un verso di una canzone di Gianni Togni), oltre che una serie di metafore e paragoni esilaranti, come la scelta di accostare il momento del parto all’atterraggio su pista di un aereo.
Per gli amici del Lettore Medio li ho intervistati in questa simpatica intervista doppia.

Armando e Christian. Come e quando vi è venuta l’idea di scrivere un romanzo a quattro mani?
A: È nata a settembre del 2016, quando ci siamo rincontrati dopo alcuni anni, Christian ha apprezzato il mio esordio, e fu lui a lanciare l’idea. Io l’ho preso in parola, e dopo avere scambiato qualche chiacchiera a novembre venne la folgorazione.
C: Galeotto fu un incontro in un bar. Apparentemente innocuo, sulle prime. Deflagrante, in realtà. Caratteri diversi, modi di pensare talvolta diametralmente opposti. Due penne diverse, ma, come potrà notare chiunque ci farà l’onore di leggere il libro, un aspetto in comune. Ebbene sì, lo ammettiamo. Qualche rotella di normalità ci manca.
Perché il titolo ispirato proprio a Gianni Togni?
A: Il titolo è stata l’ultima cosa del libro, non perché la meno importante, ma perché eravamo partiti con tutt’altra idea: dare voce solo ai 6 protagonisti, le due coppie e i due bimbi; ma man mano il libro ha acquistato colori e personaggi nuovi, per cui abbiamo virato. La discussione sul titolo è durata tanto, e ancora dura. Gianni Togni è il cantante preferito di uno dei protagonisti, ma in realtà la frase ci è sembrata adattissima a narrare una serie di piccole storie che si incastrano l’una nell’altra.
C: Beh, nello sperare che Gianni Togni non si rivoltasse nella villa, alla fine del percorso di scrittura abbiamo concordato che dare quel titolo fornisse tono e connotazione appropriata a uno dei personaggi del racconto in particolare, e all’intero romanzo in generale. Anche la musica è una componente importante nel romanzo, e il sogno, la spensieratezza, l’umiltà che trasuda dai versi di alcune sue canzoni calzavano a pennello con il nostro narrato. Ah, a proposito: Gianni Togni ha il nostro libro! E dopo averlo letto ha gradito non poco.
Quali sono i vostri generi letterari preferiti e quali sono state le fonti d’ispirazione per questo libro?
A: Questa è facile. Scherzo. A me piace la letteratura umoristica, un poco british ma soprattutto spiazzante; per intenderci, tra i classici il mio modello è “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome, tra i contemporanei adoro “La versione di Barney” di Mordecai Richler (che ho anche spudoratamente copiato in un capitolo del mio primo libro, anche se nessuno se ne è accorto).
C: Io leggo di tutto. Ho un amore per il fantasy, a patto che non sia di carattere bellico. Ma non mi fermo mica qui. Vado dai grandi classici alla letteratura contemporanea, dai quotidiani ai cruciverba, per finire dal manuale di istruzioni della pista delle Hot Wheels alla distribuzione degli ingredienti dei Pan di Stelle. Noi siamo quello che mangiamo, ma appariamo al prossimo soprattutto per quello che leggiamo.
Chi dei due è più:
Comico.
A: Io, ci sono dubbi?
C: Diamo a lui lo scettro, ci tiene assai. Sì, Armando fa ridere. E sa far ridere.
Bello.
A: Io, ci sono dubbi?
C: Propongo di lasciare libera scelta allo spettatore, come nei contest televisivi: Codice 01: Christian Capriello; Codice 02: NON Armando Grassitelli. Che dici? Che già stanno scoppiando i centralini?
Intelligente.
A: Qui ce la giochiamo; secondo me lui, ma io simulo bene, so poco di tante cose: sono il giocatore ideale di Trivial Pursuit.
C: Ahia, qui entri in un campo minato. Me la cavo dicendo che esistono diversi tipi di intelligenza. Ma ne esiste un tipo particolare che ho sperimentato in questo lasso di tempo in cui abbiamo scritto il libro insieme, ed è quello della sopportazione. Da questo punto di vista, direi che è più intelligente lui.
Acculturato.
A: Lui, senza dubbi.
C: Tu proprio vuoi creare la disturbata, eh? (Ride). Diciamo che ragioniamo su livelli socio-culturali diversi: lui proviene dall’associazionismo e ha una laurea di carattere legale. Io sono ingegnere e quindi superiore per definizione, ma la mia umiltà non mi consente di offenderlo oltremodo. Ah, a proposito, pure questa storia dell’ingegnere con la capa quadrata è una sciocchezza. Guarda me: se avessi solo quattro spigoli fra orecchie e capelli credi che ce la farei a essere così folle come sono?
Cosa invidi all’altro autore?
A: Il metodo e la costanza; io per tirare fuori tre pagine devo essere veramente ispirato, lui caschi il mondo ogni sera produce e sforna idee e spunti a getto continuo.
C: Per definizione, io non sono capace di invidiare. È un sentimento triste, negativo. Quanto ad Armando, parlerei assai più che altro di ammirazione. È uno che, a fronte di una apparente e solida scorza di perentorietà, ha gran cuore. Oltre a possedere, visibilmente, un gran talento narrativo. Gran capacità di associare eventi reali alle cose della vita, l’abilità di saper ricondurre le conseguenze dei medesimi a spunti di riflessione. Poi ha buona memoria. Ricorda un fiume di apparenti facezie, le mette insieme e ci tira fuori un racconto avvincente. Non si vince il Premio Massimo Troisi per caso. E lui se l’è meritato.
Cosa credi che lui invidi a te?
A: L’immediatezza della battuta, specie dal vivo, o comunque la voglia di ridere di me e degli altri senza remore.
C: Credo che lui riconosca e apprezzi in me la gran capa tosta. Sa che, quando mi cimento in una cosa, non la mollo se non le ho provate proprio tutte. La perseveranza, la pazienza, l’ottimismo. E poi, a prescindere, c’è stima reciproca: non si scrive un libro con qualcuno che non stimi. Certo, sono proprio curioso di conoscere la sua risposta alla stessa domanda. A proposito: nel dubbio, hai un battipanni da prestarmi?
Dal romanzo traspare un amore sconfinato per Napoli, ma soprattutto per la sua squadra di calcio. E se tuo figlio/a dovesse tifare per un’altra squadra?
A: Ne dubito. L’imprinting arriva dalla culla: a parte mamma e papà, la prima parola che ha imparato mia figlia Giorgia è stata marekhamsik!
C: Nessun problema, credo che lo sport debba accomunare e non dividere. Gli vorrò sempre bene, e ogni sera continuerò a rimboccargli amorevolmente le coperte, scendendo le scale, candela in una mano e catenaccio da tre chili e mezzo nell’altra, per portargli tutto il mio affetto nell’ambiente volutamente poco illuminato che, con tanto amore, gli avrò riservato nella parte più umida della nostra cantina. Scherzi a parte, per chiunque si ritroverà a tifare, l’importante è che lo faccia in modo oculato. Il calcio è passione, ma non mi piace la piega che sta prendendo.
Il romanzo avrà un seguito? Se sì, come si intitolerà e a quale cantante sarà ispirato stavolta il titolo?
A: Sinceramente, a me non piace la ciclicità, credo che i personaggi abbiano detto quello che dovevano dire, comunque mai dire mai.
Se ci dovesse essere una ispirazione musicale, avrei l’imbarazzo della scelta; la mia cultura è dichiaratamente pop, per cui, se fosse autobiografico, me la caverei con “I know this much is true” dei miei amati Spandau Ballet; in ambito italiano, amo quei cantanti in grado di costruire canzoni sulle quali ci si possa vestire, per cui saccheggerei tra i miei idoli Fossati, Vecchioni o De Gregori. Per dire, uno dei titoli in ballo era “Le storie siamo noi”, ma abbiamo scoperto che c’era già un libro con questo nome.
C: Se il libro avrà un seguito? Io spero di sì. C’è ancora tanto da dire, e non ti nascondo che in tanti ce l’hanno chiesto, o, per certi versi, addirittura commissionato. Io porrò in campo l’idea. Armando, lo so, già trema al solo pensiero di doversi impelagare in un altro anno e mezzo (previsione ottimistica!) di litigate con me. Ma – e promettimi di non dirglielo – io lo so che non vedrebbe l’ora di ricominciare. Del resto, “Come le storie che cominciano”, come dice il maestro Pino Imperatore «è un libro che non ha un inizio e non ha una fine». Un diario lasciato volutamente aperto. E, proprio per questo, possiamo ancora aggiungere a piacere.
A quale cantante sarà ispirato il titolo? Mmm… Gigi D’Alessio? No, “Non dirgli mai come le storie che continuano” non mi convince molto.

Titolo: Come le storie che cominciano
Autori: Christian Capriello e Armando Grassitelli
Genere: umoristico
Casa editrice: La Bottega delle parole
Pagine: 265
Anno: 2018
Colonna sonora: John Lennon e Fabio Concato
Film consigliato: “I sogni segreti di Walter Mitty” – Ben Stiller.
Tempo medio di lettura: 3 giorni.

Gli autori
Christian Capriello (Napoli, 1976) è ingegnere civile e scrittore. Sposato con Lorenza e padre di Giuseppe, ha pubblicato con Tullio Pironti Editore “Derek Dolphyn e il varco incantato” (2015) e “Derek Dolphyn e l’Emig-Mago” (2018), primi due capitoli di una saga fantasy.

Armando Grassitelli (Napoli, 1973) si occupa di amministrazioni condominiali e ha fondato l’associazione GuapaNapoli. Ex avvocato, è sposato con Marta ed è il papà di Giorgia e Silvia. Ha pubblicato “La forma imperfetta” (2016), “Dagli undici metri” (2017) e “La bambina dai capelli neri” (2018, LFA Publisher).

Giano

Lettore medio

Professione Researcher (Giorgio Pochetti)

9788872743157_0_0_300_75“Ehm… signor Presidente” si fece avanti con timidezza il Capo della Polizia. “Era proprio di questo che volevamo avvertirla. Cicalino è già in Sicilia. Sembra che voglia fare una traversata a nuoto fino a Pantelleria… dice che l’Italia è degli italiani e la Sicilia dei siciliani e che gli africani non devono venirci a rompere i… scusi il termine signor Presidente, a rompere i “coglioni” qui a casa nostra dove abbiamo già tanti problemi, dice che è una guerra tra poveri e che la colpa è dello Stato che è latitante…”

Un appassionato di rarità letterarie rimane incuriosito dalle note introduttive di un libro in cui si è imbattuto casualmente. L’autore del romanzo è scomparso e pare che il mistero della sua sparizione sia legato alle storie contenute nel libro. È solo una trovata pubblicitaria o l’autore è davvero sparito? E le storie sono vere o è solo finzione letteraria? Il lettore lo capirà piano piano rendendosi protagonista di una puntigliosa caccia al tesoro che lo vedrà vagare dall’Oriente al continente americano, intrecciando inevitabilmente la sua vita a quella del misterioso scrittore scomparso.
Potrebbe a prima vista sembrare un semplice diario di viaggio “Professione Researcher” di Giorgio Pochetti (Robin&sons Edizioni), invece, man mano che si va avanti con la lettura, ci si rende conto che dietro la maschera di romanzo d’avventura si nascondono le tematiche sociali e politiche più attuali: lo sbarco dei migranti, i rapporti tra ex fidanzati, l’infedeltà coniugale, la moda di dedicarsi a pratiche e filosofie orientali come lo yoga e la meditazione. Basta leggere la citazione introduttiva, infatti, per rendersi conto che Cicalino e i Cinque Sberle è una – per nulla celata – parodia di Beppe Grillo e il partito pentastellato. Quanta satira politica c’è in questo romanzo? Tantissima, se pensiamo che fra le tante storie raccontate nel diario del misterioso scrittore scomparso quella sullo sbarco dei migranti a Pantelleria è non solo la più voluminosa, ma anche quella più divertente e allo stesso tempo riflessiva.
La narrazione si dipana su due piani narrativi, entrambi in prima persona: uno è quello del protagonista, che vola da una parte all’altra del globo alla ricerca dello scrittore che sembra svanito nel nulla, e l’altro è quello dello scrittore fantasma stesso, che dà voce alle sue storie. Un cocktail di diari di viaggio e finzione narrativa, grazie ai quali ci si domanda quanto di vero ci sia negli eventi raccontati e quanto invece sia stato romanzato, se quei Paesi siano stati davvero visitati dall’autore o se siano solo frutto della sua ars letteraria.
Una scrittura fresca e distesa, che non risulta mai pesante e che spinge il lettore a terminare il romanzo in pochi giorni.
Un libro per tutta la famiglia, che consiglio di abbinare alla visione del film “Il giro del mondo in 80 giorni” nella versione del 1956, con un David Niven al massimo della forma.

Titolo: Professione Researcher
Autore: Giorgio Pochetti
Genere: Avventura
Casa editrice: Robin&sons
Pagine: 169
Anno: 2018
Musica consigliata: Una qualsiasi hit di Enya
Film consigliati: Il giro del mondo in 80 giorni – Michael Anderson (1956)
Tempo medio di lettura: 2 giorni.

L’autore
Giorgio Pochetti
è nato a Roma nel 1957. Ha pubblicato nel 1991 il romanzo La sua anima dormiva in un cassetto (Giorgio Lucas Editore), nel 2006 Angeli ed altri racconti (Robin Edizioni), nel 2011 Non uccidete Bob Raphaelson (Robin Edizioni), nel 2014 Un detective a Rio (Robin Edizioni) e nel 2016 L’uomo che tagliava le linee a metà (Robin Edizioni)

Giano

Lettore medio

Pulp. Una storia del XX secolo (Charles Bukowski)

9788807881343_0_0_770_75Poi la porta si spalancò. Ed entrò quella donna. Tutto quello che posso dirvi è che ci sono miliardi di donne, sulla terra, giusto? Certune sono passabili. La maggior parte sono abbastanza belline, ma ogni tanto la natura fa uno scherzo, mette insieme una donna speciale, incredibile. Cioè, guardi e non ci puoi credere. Tutto è un movimento ondulatorio perfetto, come l’argento vivo, come un serpente, vedi una caviglia, un gomito, un seno, un ginocchio, e tutto si fonde in un insieme gigantesco, provocante, con magnifici occhi sorridenti, bocca leggermente piegata in giù, labbra atteggiate in modo che sembrano scoppiare in una risata alla tua sensazione di impotenza. E sanno vestirsi, e i loro lunghi capelli incendiano l’aria. Troppo di tutto, accidenti.

Nick Belane è un investigatore privato, il detective più dritto di Los Angeles come ama autodefinirsi. Giocatore d’azzardo perennemente squattrinato, alcolizzato e in sovrappeso, viene coinvolto suo malgrado nella ricerca del misterioso Passero Rosso, una ricerca che, ben presto, proietta Nick tra personaggi allucinanti e surreali. Le indagini si snodano tra bar, locali, motel di terz’ordine: soste obbligate per Belane che rimanda il più possibile gli impegni per sprofondare in una falsa autocommiserazione; ma riuscirà, alla fine, a trovare il Passero Rosso?
Ho commesso l’errore di leggere “Pulp. Una storia del XX secolo” di Charles Bukowski (editore Feltrinelli) prima di qualunque altro suo romanzo o raccolta. Errore, sì.
Perché questo romanzo è talmente perfetto da far quasi sfigurare gli altri, creando in me aspettative sull’autore americano che poi si sono rivelate in parte deludenti. Perché “Pulp”, come del resto suggerisce già il nome, può ergersi a vero e proprio manifesto del genere letterario. Perché è un motore in cui tutti i meccanismi, che appaiono arrugginiti a prima vista, funzionano invece alla perfezione e lavorano in sinergia senza problemi. La trama si presenta come una sorta di parodia dei classici del noir, quelli in cui un detective cupo e alcolizzato si trova a dover risolvere un caso intricato. Ma scordatevi Humphrey Bogart e il suo fare da bel tenebroso, Nick Belane è tutto l’opposto: un vero e proprio perdente, un antieroe che sembra uscito da una sceneggiatura dei fratelli Coen, capace di accattivarsi da subito le simpatie del lettore grazie al suo fare grottesco.
Tutto ciò potrebbe essere già sufficiente a rendere il romanzo interessante, e invece i fatti prendono improvvisamente una piega tra il surreale e il fantastico: Nick si ritrova faccia a faccia nientepopodimenoché con la Signora Morte e con un’affascinante aliena con manie di controllo della mente umana. Una scelta narrativa da interpretare in chiave allegorica, utile per affrontare tematiche attuali come il rapporto con la morte e la violenza psicologica.
Raccontato in prima persona dal punto di vista di Belane, lo stile narrativo è tipico del genere, con dialoghi serrati e battute secche e concise, alternando il gergo di strada (scurrilità comprese) a momenti descrittivi che toccano vette di alta poesia. Il lettore si lascia piacevolmente ipnotizzare dalla narrazione senza nemmeno accorgersi del tempo che passa.
Un viaggio nei vizi e nelle debolezze dell’essere umano che rende questo polpettone (è questo il significato del termine pulp) un classico della letteratura, non solo di genere.
Da leggere con musica jazz in sottofondo (o, in alternativa, brani della colonna sonora de Le Iene come “Stuck in the middle with you”), sorseggiando whisky e lime con acqua tonica come il buon Nick Belane ci insegna.

Titolo: Pulp. Una storia del XX secolo
Autore: Charles Bukowski
Genere: Pulp
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 182
Anno: 2007 (prima edizione 1994)
Musica consigliata: Colonna sonora del film Le Iene di Quentin Tarantino
Film consigliati: Barfly, Pulp Fiction, Factotum
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore
Charles Bukowski è nato ad Andernach, in Germania, nel 1920 ma è vissuto in America dall’età di tre anni fino alla morte, avvenuta nel marzo del 1994 a San Pedro, in California. Ha pubblicato giovanissimo il suo primo racconto, ma è rimasto a lungo nell’ombra, ai margini della cultura ufficiale, anche per il suo stile di vita disordinato e ribelle. Negli anni settanta diventa un autore di culto, soprattutto in Europa, apprezzato come l’esponente più autentico e originale di quella vena letteraria corrosiva e anticonformista inaugurata da Henry Miller e dalla cultura beat.
Con Feltrinelli ha pubblicato Storie di ordinaria follia (1975), Compagno di sbronze (1979), Taccuino di un vecchio porco (1980), Musica per organi caldi (1984), Hollywood, Hollywood! (1990), Pulp. Una storia del XX secolo (1994), Shakespeare non l’ha mai fatto (1996), Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle (1997)

Giano

Lettore medio

Niente di vero tranne gli occhi (Giorgio Faletti)

9788868528683_0_0_404_75Intorno c’erano luci che lampeggiavano, grida, ordini lanciati imperiosamente, macchine in arrivo e gomme sulla ghiaia di macchine in partenza. Riusciva solo a restare lì, la mano che ancora stringeva la pistola abbandonata lungo un fianco, sola di fronte all’immensa responsabilità di aver troncato una vita umana. Qualcuno avrebbe detto che Avenir Gallani si era ampiamente cercato e meritato quello che gli era successo. In effetti, da dietro le spalle aveva sentito dei passi ed era arrivato il lapidario commento di uno della squadra.
«Quando vivi cercando di rompere il culo al mondo, è inevitabile che prima o poi il mondo rompa il culo a te.»

Jordan Marsalis, ex tenente di polizia che ha appeso il distintivo al chiodo, riceve l’incarico da suo fratello, sindaco di New York, di indagare sull’omicidio del figlio Jerry Kho, artista maledetto nonché suo nipote, trovato morto come Linus, il celebre personaggio dei Peanuts, col pollice in bocca e l’inseparabile coperta incollata in mano.
Ben presto viene rinvenuto un altro cadavere che fa il verso a Lucy, e un indizio lasciato a bella posta sulla scena del delitto fa pensare che il prossimo sarà quello di Snoopy. Mentre Jordan è sulle tracce dell’assassino, Maureen Martini, commissario della Polizia di Roma, arriva a New York per un’operazione agli occhi per la quale rischia la cecità. L’intervento riesce, ma dopo il trapianto delle cornee Maureen comincia ad avere dei flash ricorrenti della vita del suo donatore.
E se quelle visioni appartenessero al killer che si ispira ai fumetti di Schulz?

Quando l’ho visto per la prima volta in libreria ho pensato subito a uno scherzo. Un thriller scritto da QUEL Giorgio Faletti, il cabarettista di Drive In? Mi è bastato leggere l’incipit per capire che, come spesso accade, l’abito non fa il monaco. Già, perché come ogni romanzo del genere che si rispetti “Niente di vero tranne gli occhi” di Giorgio Faletti (editore Baldini e Castoldi) è un thriller che non ha nulla da invidiare a quelli di colleghi più illustri.
L’impressione che ho avuto dopo le prime righe è che a scriverlo non fosse stato un autore italiano. L’impostazione infatti è quella del classico giallo “all’americana”, a partire dalle ambientazioni: fa da sfondo agli omicidi dell’assassino seriale una New York satinata e viziata, in cui a morire sono i figli di quella borghesia decadente che una vita routinaria ha spinto a cercare, spesso inutilmente, nuovi stimoli nella loro (presunta) vis artistica.
La descrizione degli eventi procede su più piani narrativi, seguendo ora Jordan, ora Maureen, ora la prossima vittima del serial killer, dando alla lettura quel tocco di brio tale da renderla sempre piacevole e mai pesante o noiosa. Il linguaggio semplice e l’abbondanza di dialoghi contribuiscono a rendere il romanzo fruibile da più fasce e tipologie di lettori, rendendolo di fatto un prodotto concepito proprio per una trasposizione cinematografica o televisiva. A rafforzare questa impressione, l’eccessivo ricorso agli “effetti speciali” a tutti i costi, il che, in un romanzo che dovrebbe raccontare gli avvenimenti in maniera veritiera per favorire il coinvolgimento del lettore, lo rende forse più simile a una fiction che alla cronaca di fatti realmente accaduti.
Ottima la psicologia dei personaggi, sia dei protagonisti che di quelli secondari, ma del resto è la condicio sine qua non per la buona riuscita di un thriller. Eccellente il colpo di scena che svela l’identità dell’assassino.
Un romanzo che, nonostante la lunghezza, si lascia leggere con piacere, senza mai stancare. Soprattutto se accompagnato da whisky e cioccolato fondente.

Titolo: Niente di vero tranne gli occhi
Autore: Giorgio Faletti
Genere: thriller
Casa editrice: Baldini e Castoldi
Pagine: 499
Anno: 2015 (prima edizione 2004)
Musica consigliata: Moanin’ (Charles Mingus), Almost Blue (Chet Baker, ma qui è meglio la versione di Elvis Costello)
Film consigliati: Seven (D. Fincher), La tela dell’assassino (P. Kaufman), Identità Violate (D. J. Caruso), Nella mente del serial killer (R. Harlin)
Tempo medio di lettura: 5 giorni

L’autore
Giorgio Faletti (1950-2014) è stato attore, compositore, cantante e comico. Con Baldini&Castoldi ha esordito nel mondo della narrativa con Io uccido, che in Italia ha venduto oltre cinque milioni di copie ed è stato tradotto in tutte le principali lingue del mondo. Uno straordinario successo confermato con Niente di vero tranne gli occhi, Fuori da un evidente destino, Io sono Dio, Appunti di un venditore di donne, Pochi inutili nascondigli, Tre atti e due tempi e Da quando a ora.

Giano