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Come le storie che cominciano (Christian Capriello e Armando Grassitelli)

9788894393101_0_0_454_75Mi sono sempre chiesto: cosa accadrà il giorno che dovessi diventare padre?
Bene, ancora non lo so a dire il vero. So però cosa accade nel momento in cui tua moglie ti dice: sono incinta.
Sudorazione, speranza, gioia, terrore, affetto, amore, paura, e una serie interminabile di emozioni che trovano una magistrale sintesi nella parola: Marò.
Marò, da oggi sono un nascituro padre di un nascituro figlio.
Marò, da oggi devo mettere da parte i soldi per la culla.
Marò, un anno di matrimonio e già la luna di miele è finita.
Marò, sto mangiando il quarto panino, in questo momento ho un fiato capace di fermare la metro a Piazza Dante (non è che ci voglia poi molto, la metro è già piuttosto capace di suo), e non ho ancora ritelefonato ad Alessia. Questo è un problema.

Alessia è sposata con Andrea, Francesca è sposata con Marco. Giovani coppie di Napoli, ignote l’una all’altra. Nello stesso giorno, le due donne scoprono di essere in dolce attesa. Da questo momento, inizieranno una serie di situazioni spassose e ai limiti del grottesco. Nel corso della gravidanza si uniranno ai protagonisti tanti bizzarri personaggi che, intorno a un evento piuttosto ordinario come la nascita di un bambino, andranno a creare situazioni sempre più straordinarie, che muteranno giorno dopo giorno gli equilibri delle due coppie.
Un romanzo sulla vita? Non esattamente. “Come le storie che cominciano” di Christian Capriello e Armando Grassitelli (edito da La Bottega delle parole) è molto di più. Perché la vita in tutte le sue molteplici sfaccettature, quello che sembra il nucleo centrale di tutto il romanzo, è in realtà un espediente letterario per fare satira di costume e denuncia sociale. La vera domanda che gli autori si pongono è: che mondo stiamo lasciando nelle mani dei nostri figli? E lo fanno con una leggerezza e un umorismo che strizzano l’occhio al Ben Stiller de “I sogni segreti di Walter Mitty”, spaziando tra realtà e immaginazione con tuffi nel surreale e nel grottesco.
Raccontato in prima persona da più punti di vista, balzano subito all’occhio due stili di scrittura molto diversi tra loro: più fresco e comico Grassitelli, più riflessivo e sognatore Capriello. A rendere interessante la narrazione sono le innumerevoli citazioni cinematografiche e musicali (il titolo del romanzo è un verso di una canzone di Gianni Togni), oltre che una serie di metafore e paragoni esilaranti, come la scelta di accostare il momento del parto all’atterraggio su pista di un aereo.
Per gli amici del Lettore Medio li ho intervistati in questa simpatica intervista doppia.

Armando e Christian. Come e quando vi è venuta l’idea di scrivere un romanzo a quattro mani?
A: È nata a settembre del 2016, quando ci siamo rincontrati dopo alcuni anni, Christian ha apprezzato il mio esordio, e fu lui a lanciare l’idea. Io l’ho preso in parola, e dopo avere scambiato qualche chiacchiera a novembre venne la folgorazione.
C: Galeotto fu un incontro in un bar. Apparentemente innocuo, sulle prime. Deflagrante, in realtà. Caratteri diversi, modi di pensare talvolta diametralmente opposti. Due penne diverse, ma, come potrà notare chiunque ci farà l’onore di leggere il libro, un aspetto in comune. Ebbene sì, lo ammettiamo. Qualche rotella di normalità ci manca.
Perché il titolo ispirato proprio a Gianni Togni?
A: Il titolo è stata l’ultima cosa del libro, non perché la meno importante, ma perché eravamo partiti con tutt’altra idea: dare voce solo ai 6 protagonisti, le due coppie e i due bimbi; ma man mano il libro ha acquistato colori e personaggi nuovi, per cui abbiamo virato. La discussione sul titolo è durata tanto, e ancora dura. Gianni Togni è il cantante preferito di uno dei protagonisti, ma in realtà la frase ci è sembrata adattissima a narrare una serie di piccole storie che si incastrano l’una nell’altra.
C: Beh, nello sperare che Gianni Togni non si rivoltasse nella villa, alla fine del percorso di scrittura abbiamo concordato che dare quel titolo fornisse tono e connotazione appropriata a uno dei personaggi del racconto in particolare, e all’intero romanzo in generale. Anche la musica è una componente importante nel romanzo, e il sogno, la spensieratezza, l’umiltà che trasuda dai versi di alcune sue canzoni calzavano a pennello con il nostro narrato. Ah, a proposito: Gianni Togni ha il nostro libro! E dopo averlo letto ha gradito non poco.
Quali sono i vostri generi letterari preferiti e quali sono state le fonti d’ispirazione per questo libro?
A: Questa è facile. Scherzo. A me piace la letteratura umoristica, un poco british ma soprattutto spiazzante; per intenderci, tra i classici il mio modello è “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome, tra i contemporanei adoro “La versione di Barney” di Mordecai Richler (che ho anche spudoratamente copiato in un capitolo del mio primo libro, anche se nessuno se ne è accorto).
C: Io leggo di tutto. Ho un amore per il fantasy, a patto che non sia di carattere bellico. Ma non mi fermo mica qui. Vado dai grandi classici alla letteratura contemporanea, dai quotidiani ai cruciverba, per finire dal manuale di istruzioni della pista delle Hot Wheels alla distribuzione degli ingredienti dei Pan di Stelle. Noi siamo quello che mangiamo, ma appariamo al prossimo soprattutto per quello che leggiamo.
Chi dei due è più:
Comico.
A: Io, ci sono dubbi?
C: Diamo a lui lo scettro, ci tiene assai. Sì, Armando fa ridere. E sa far ridere.
Bello.
A: Io, ci sono dubbi?
C: Propongo di lasciare libera scelta allo spettatore, come nei contest televisivi: Codice 01: Christian Capriello; Codice 02: NON Armando Grassitelli. Che dici? Che già stanno scoppiando i centralini?
Intelligente.
A: Qui ce la giochiamo; secondo me lui, ma io simulo bene, so poco di tante cose: sono il giocatore ideale di Trivial Pursuit.
C: Ahia, qui entri in un campo minato. Me la cavo dicendo che esistono diversi tipi di intelligenza. Ma ne esiste un tipo particolare che ho sperimentato in questo lasso di tempo in cui abbiamo scritto il libro insieme, ed è quello della sopportazione. Da questo punto di vista, direi che è più intelligente lui.
Acculturato.
A: Lui, senza dubbi.
C: Tu proprio vuoi creare la disturbata, eh? (Ride). Diciamo che ragioniamo su livelli socio-culturali diversi: lui proviene dall’associazionismo e ha una laurea di carattere legale. Io sono ingegnere e quindi superiore per definizione, ma la mia umiltà non mi consente di offenderlo oltremodo. Ah, a proposito, pure questa storia dell’ingegnere con la capa quadrata è una sciocchezza. Guarda me: se avessi solo quattro spigoli fra orecchie e capelli credi che ce la farei a essere così folle come sono?
Cosa invidi all’altro autore?
A: Il metodo e la costanza; io per tirare fuori tre pagine devo essere veramente ispirato, lui caschi il mondo ogni sera produce e sforna idee e spunti a getto continuo.
C: Per definizione, io non sono capace di invidiare. È un sentimento triste, negativo. Quanto ad Armando, parlerei assai più che altro di ammirazione. È uno che, a fronte di una apparente e solida scorza di perentorietà, ha gran cuore. Oltre a possedere, visibilmente, un gran talento narrativo. Gran capacità di associare eventi reali alle cose della vita, l’abilità di saper ricondurre le conseguenze dei medesimi a spunti di riflessione. Poi ha buona memoria. Ricorda un fiume di apparenti facezie, le mette insieme e ci tira fuori un racconto avvincente. Non si vince il Premio Massimo Troisi per caso. E lui se l’è meritato.
Cosa credi che lui invidi a te?
A: L’immediatezza della battuta, specie dal vivo, o comunque la voglia di ridere di me e degli altri senza remore.
C: Credo che lui riconosca e apprezzi in me la gran capa tosta. Sa che, quando mi cimento in una cosa, non la mollo se non le ho provate proprio tutte. La perseveranza, la pazienza, l’ottimismo. E poi, a prescindere, c’è stima reciproca: non si scrive un libro con qualcuno che non stimi. Certo, sono proprio curioso di conoscere la sua risposta alla stessa domanda. A proposito: nel dubbio, hai un battipanni da prestarmi?
Dal romanzo traspare un amore sconfinato per Napoli, ma soprattutto per la sua squadra di calcio. E se tuo figlio/a dovesse tifare per un’altra squadra?
A: Ne dubito. L’imprinting arriva dalla culla: a parte mamma e papà, la prima parola che ha imparato mia figlia Giorgia è stata marekhamsik!
C: Nessun problema, credo che lo sport debba accomunare e non dividere. Gli vorrò sempre bene, e ogni sera continuerò a rimboccargli amorevolmente le coperte, scendendo le scale, candela in una mano e catenaccio da tre chili e mezzo nell’altra, per portargli tutto il mio affetto nell’ambiente volutamente poco illuminato che, con tanto amore, gli avrò riservato nella parte più umida della nostra cantina. Scherzi a parte, per chiunque si ritroverà a tifare, l’importante è che lo faccia in modo oculato. Il calcio è passione, ma non mi piace la piega che sta prendendo.
Il romanzo avrà un seguito? Se sì, come si intitolerà e a quale cantante sarà ispirato stavolta il titolo?
A: Sinceramente, a me non piace la ciclicità, credo che i personaggi abbiano detto quello che dovevano dire, comunque mai dire mai.
Se ci dovesse essere una ispirazione musicale, avrei l’imbarazzo della scelta; la mia cultura è dichiaratamente pop, per cui, se fosse autobiografico, me la caverei con “I know this much is true” dei miei amati Spandau Ballet; in ambito italiano, amo quei cantanti in grado di costruire canzoni sulle quali ci si possa vestire, per cui saccheggerei tra i miei idoli Fossati, Vecchioni o De Gregori. Per dire, uno dei titoli in ballo era “Le storie siamo noi”, ma abbiamo scoperto che c’era già un libro con questo nome.
C: Se il libro avrà un seguito? Io spero di sì. C’è ancora tanto da dire, e non ti nascondo che in tanti ce l’hanno chiesto, o, per certi versi, addirittura commissionato. Io porrò in campo l’idea. Armando, lo so, già trema al solo pensiero di doversi impelagare in un altro anno e mezzo (previsione ottimistica!) di litigate con me. Ma – e promettimi di non dirglielo – io lo so che non vedrebbe l’ora di ricominciare. Del resto, “Come le storie che cominciano”, come dice il maestro Pino Imperatore «è un libro che non ha un inizio e non ha una fine». Un diario lasciato volutamente aperto. E, proprio per questo, possiamo ancora aggiungere a piacere.
A quale cantante sarà ispirato il titolo? Mmm… Gigi D’Alessio? No, “Non dirgli mai come le storie che continuano” non mi convince molto.

Titolo: Come le storie che cominciano
Autori: Christian Capriello e Armando Grassitelli
Genere: umoristico
Casa editrice: La Bottega delle parole
Pagine: 265
Anno: 2018
Colonna sonora: John Lennon e Fabio Concato
Film consigliato: “I sogni segreti di Walter Mitty” – Ben Stiller.
Tempo medio di lettura: 3 giorni.

Gli autori
Christian Capriello (Napoli, 1976) è ingegnere civile e scrittore. Sposato con Lorenza e padre di Giuseppe, ha pubblicato con Tullio Pironti Editore “Derek Dolphyn e il varco incantato” (2015) e “Derek Dolphyn e l’Emig-Mago” (2018), primi due capitoli di una saga fantasy.

Armando Grassitelli (Napoli, 1973) si occupa di amministrazioni condominiali e ha fondato l’associazione GuapaNapoli. Ex avvocato, è sposato con Marta ed è il papà di Giorgia e Silvia. Ha pubblicato “La forma imperfetta” (2016), “Dagli undici metri” (2017) e “La bambina dai capelli neri” (2018, LFA Publisher).

Giano

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Professione Researcher (Giorgio Pochetti)

9788872743157_0_0_300_75“Ehm… signor Presidente” si fece avanti con timidezza il Capo della Polizia. “Era proprio di questo che volevamo avvertirla. Cicalino è già in Sicilia. Sembra che voglia fare una traversata a nuoto fino a Pantelleria… dice che l’Italia è degli italiani e la Sicilia dei siciliani e che gli africani non devono venirci a rompere i… scusi il termine signor Presidente, a rompere i “coglioni” qui a casa nostra dove abbiamo già tanti problemi, dice che è una guerra tra poveri e che la colpa è dello Stato che è latitante…”

Un appassionato di rarità letterarie rimane incuriosito dalle note introduttive di un libro in cui si è imbattuto casualmente. L’autore del romanzo è scomparso e pare che il mistero della sua sparizione sia legato alle storie contenute nel libro. È solo una trovata pubblicitaria o l’autore è davvero sparito? E le storie sono vere o è solo finzione letteraria? Il lettore lo capirà piano piano rendendosi protagonista di una puntigliosa caccia al tesoro che lo vedrà vagare dall’Oriente al continente americano, intrecciando inevitabilmente la sua vita a quella del misterioso scrittore scomparso.
Potrebbe a prima vista sembrare un semplice diario di viaggio “Professione Researcher” di Giorgio Pochetti (Robin&sons Edizioni), invece, man mano che si va avanti con la lettura, ci si rende conto che dietro la maschera di romanzo d’avventura si nascondono le tematiche sociali e politiche più attuali: lo sbarco dei migranti, i rapporti tra ex fidanzati, l’infedeltà coniugale, la moda di dedicarsi a pratiche e filosofie orientali come lo yoga e la meditazione. Basta leggere la citazione introduttiva, infatti, per rendersi conto che Cicalino e i Cinque Sberle è una – per nulla celata – parodia di Beppe Grillo e il partito pentastellato. Quanta satira politica c’è in questo romanzo? Tantissima, se pensiamo che fra le tante storie raccontate nel diario del misterioso scrittore scomparso quella sullo sbarco dei migranti a Pantelleria è non solo la più voluminosa, ma anche quella più divertente e allo stesso tempo riflessiva.
La narrazione si dipana su due piani narrativi, entrambi in prima persona: uno è quello del protagonista, che vola da una parte all’altra del globo alla ricerca dello scrittore che sembra svanito nel nulla, e l’altro è quello dello scrittore fantasma stesso, che dà voce alle sue storie. Un cocktail di diari di viaggio e finzione narrativa, grazie ai quali ci si domanda quanto di vero ci sia negli eventi raccontati e quanto invece sia stato romanzato, se quei Paesi siano stati davvero visitati dall’autore o se siano solo frutto della sua ars letteraria.
Una scrittura fresca e distesa, che non risulta mai pesante e che spinge il lettore a terminare il romanzo in pochi giorni.
Un libro per tutta la famiglia, che consiglio di abbinare alla visione del film “Il giro del mondo in 80 giorni” nella versione del 1956, con un David Niven al massimo della forma.

Titolo: Professione Researcher
Autore: Giorgio Pochetti
Genere: Avventura
Casa editrice: Robin&sons
Pagine: 169
Anno: 2018
Musica consigliata: Una qualsiasi hit di Enya
Film consigliati: Il giro del mondo in 80 giorni – Michael Anderson (1956)
Tempo medio di lettura: 2 giorni.

L’autore
Giorgio Pochetti
è nato a Roma nel 1957. Ha pubblicato nel 1991 il romanzo La sua anima dormiva in un cassetto (Giorgio Lucas Editore), nel 2006 Angeli ed altri racconti (Robin Edizioni), nel 2011 Non uccidete Bob Raphaelson (Robin Edizioni), nel 2014 Un detective a Rio (Robin Edizioni) e nel 2016 L’uomo che tagliava le linee a metà (Robin Edizioni)

Giano

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Pulp. Una storia del XX secolo (Charles Bukowski)

9788807881343_0_0_770_75Poi la porta si spalancò. Ed entrò quella donna. Tutto quello che posso dirvi è che ci sono miliardi di donne, sulla terra, giusto? Certune sono passabili. La maggior parte sono abbastanza belline, ma ogni tanto la natura fa uno scherzo, mette insieme una donna speciale, incredibile. Cioè, guardi e non ci puoi credere. Tutto è un movimento ondulatorio perfetto, come l’argento vivo, come un serpente, vedi una caviglia, un gomito, un seno, un ginocchio, e tutto si fonde in un insieme gigantesco, provocante, con magnifici occhi sorridenti, bocca leggermente piegata in giù, labbra atteggiate in modo che sembrano scoppiare in una risata alla tua sensazione di impotenza. E sanno vestirsi, e i loro lunghi capelli incendiano l’aria. Troppo di tutto, accidenti.

Nick Belane è un investigatore privato, il detective più dritto di Los Angeles come ama autodefinirsi. Giocatore d’azzardo perennemente squattrinato, alcolizzato e in sovrappeso, viene coinvolto suo malgrado nella ricerca del misterioso Passero Rosso, una ricerca che, ben presto, proietta Nick tra personaggi allucinanti e surreali. Le indagini si snodano tra bar, locali, motel di terz’ordine: soste obbligate per Belane che rimanda il più possibile gli impegni per sprofondare in una falsa autocommiserazione; ma riuscirà, alla fine, a trovare il Passero Rosso?
Ho commesso l’errore di leggere “Pulp. Una storia del XX secolo” di Charles Bukowski (editore Feltrinelli) prima di qualunque altro suo romanzo o raccolta. Errore, sì.
Perché questo romanzo è talmente perfetto da far quasi sfigurare gli altri, creando in me aspettative sull’autore americano che poi si sono rivelate in parte deludenti. Perché “Pulp”, come del resto suggerisce già il nome, può ergersi a vero e proprio manifesto del genere letterario. Perché è un motore in cui tutti i meccanismi, che appaiono arrugginiti a prima vista, funzionano invece alla perfezione e lavorano in sinergia senza problemi. La trama si presenta come una sorta di parodia dei classici del noir, quelli in cui un detective cupo e alcolizzato si trova a dover risolvere un caso intricato. Ma scordatevi Humphrey Bogart e il suo fare da bel tenebroso, Nick Belane è tutto l’opposto: un vero e proprio perdente, un antieroe che sembra uscito da una sceneggiatura dei fratelli Coen, capace di accattivarsi da subito le simpatie del lettore grazie al suo fare grottesco.
Tutto ciò potrebbe essere già sufficiente a rendere il romanzo interessante, e invece i fatti prendono improvvisamente una piega tra il surreale e il fantastico: Nick si ritrova faccia a faccia nientepopodimenoché con la Signora Morte e con un’affascinante aliena con manie di controllo della mente umana. Una scelta narrativa da interpretare in chiave allegorica, utile per affrontare tematiche attuali come il rapporto con la morte e la violenza psicologica.
Raccontato in prima persona dal punto di vista di Belane, lo stile narrativo è tipico del genere, con dialoghi serrati e battute secche e concise, alternando il gergo di strada (scurrilità comprese) a momenti descrittivi che toccano vette di alta poesia. Il lettore si lascia piacevolmente ipnotizzare dalla narrazione senza nemmeno accorgersi del tempo che passa.
Un viaggio nei vizi e nelle debolezze dell’essere umano che rende questo polpettone (è questo il significato del termine pulp) un classico della letteratura, non solo di genere.
Da leggere con musica jazz in sottofondo (o, in alternativa, brani della colonna sonora de Le Iene come “Stuck in the middle with you”), sorseggiando whisky e lime con acqua tonica come il buon Nick Belane ci insegna.

Titolo: Pulp. Una storia del XX secolo
Autore: Charles Bukowski
Genere: Pulp
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 182
Anno: 2007 (prima edizione 1994)
Musica consigliata: Colonna sonora del film Le Iene di Quentin Tarantino
Film consigliati: Barfly, Pulp Fiction, Factotum
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore
Charles Bukowski è nato ad Andernach, in Germania, nel 1920 ma è vissuto in America dall’età di tre anni fino alla morte, avvenuta nel marzo del 1994 a San Pedro, in California. Ha pubblicato giovanissimo il suo primo racconto, ma è rimasto a lungo nell’ombra, ai margini della cultura ufficiale, anche per il suo stile di vita disordinato e ribelle. Negli anni settanta diventa un autore di culto, soprattutto in Europa, apprezzato come l’esponente più autentico e originale di quella vena letteraria corrosiva e anticonformista inaugurata da Henry Miller e dalla cultura beat.
Con Feltrinelli ha pubblicato Storie di ordinaria follia (1975), Compagno di sbronze (1979), Taccuino di un vecchio porco (1980), Musica per organi caldi (1984), Hollywood, Hollywood! (1990), Pulp. Una storia del XX secolo (1994), Shakespeare non l’ha mai fatto (1996), Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle (1997)

Giano

Lettore medio

Niente di vero tranne gli occhi (Giorgio Faletti)

9788868528683_0_0_404_75Intorno c’erano luci che lampeggiavano, grida, ordini lanciati imperiosamente, macchine in arrivo e gomme sulla ghiaia di macchine in partenza. Riusciva solo a restare lì, la mano che ancora stringeva la pistola abbandonata lungo un fianco, sola di fronte all’immensa responsabilità di aver troncato una vita umana. Qualcuno avrebbe detto che Avenir Gallani si era ampiamente cercato e meritato quello che gli era successo. In effetti, da dietro le spalle aveva sentito dei passi ed era arrivato il lapidario commento di uno della squadra.
«Quando vivi cercando di rompere il culo al mondo, è inevitabile che prima o poi il mondo rompa il culo a te.»

Jordan Marsalis, ex tenente di polizia che ha appeso il distintivo al chiodo, riceve l’incarico da suo fratello, sindaco di New York, di indagare sull’omicidio del figlio Jerry Kho, artista maledetto nonché suo nipote, trovato morto come Linus, il celebre personaggio dei Peanuts, col pollice in bocca e l’inseparabile coperta incollata in mano.
Ben presto viene rinvenuto un altro cadavere che fa il verso a Lucy, e un indizio lasciato a bella posta sulla scena del delitto fa pensare che il prossimo sarà quello di Snoopy. Mentre Jordan è sulle tracce dell’assassino, Maureen Martini, commissario della Polizia di Roma, arriva a New York per un’operazione agli occhi per la quale rischia la cecità. L’intervento riesce, ma dopo il trapianto delle cornee Maureen comincia ad avere dei flash ricorrenti della vita del suo donatore.
E se quelle visioni appartenessero al killer che si ispira ai fumetti di Schulz?

Quando l’ho visto per la prima volta in libreria ho pensato subito a uno scherzo. Un thriller scritto da QUEL Giorgio Faletti, il cabarettista di Drive In? Mi è bastato leggere l’incipit per capire che, come spesso accade, l’abito non fa il monaco. Già, perché come ogni romanzo del genere che si rispetti “Niente di vero tranne gli occhi” di Giorgio Faletti (editore Baldini e Castoldi) è un thriller che non ha nulla da invidiare a quelli di colleghi più illustri.
L’impressione che ho avuto dopo le prime righe è che a scriverlo non fosse stato un autore italiano. L’impostazione infatti è quella del classico giallo “all’americana”, a partire dalle ambientazioni: fa da sfondo agli omicidi dell’assassino seriale una New York satinata e viziata, in cui a morire sono i figli di quella borghesia decadente che una vita routinaria ha spinto a cercare, spesso inutilmente, nuovi stimoli nella loro (presunta) vis artistica.
La descrizione degli eventi procede su più piani narrativi, seguendo ora Jordan, ora Maureen, ora la prossima vittima del serial killer, dando alla lettura quel tocco di brio tale da renderla sempre piacevole e mai pesante o noiosa. Il linguaggio semplice e l’abbondanza di dialoghi contribuiscono a rendere il romanzo fruibile da più fasce e tipologie di lettori, rendendolo di fatto un prodotto concepito proprio per una trasposizione cinematografica o televisiva. A rafforzare questa impressione, l’eccessivo ricorso agli “effetti speciali” a tutti i costi, il che, in un romanzo che dovrebbe raccontare gli avvenimenti in maniera veritiera per favorire il coinvolgimento del lettore, lo rende forse più simile a una fiction che alla cronaca di fatti realmente accaduti.
Ottima la psicologia dei personaggi, sia dei protagonisti che di quelli secondari, ma del resto è la condicio sine qua non per la buona riuscita di un thriller. Eccellente il colpo di scena che svela l’identità dell’assassino.
Un romanzo che, nonostante la lunghezza, si lascia leggere con piacere, senza mai stancare. Soprattutto se accompagnato da whisky e cioccolato fondente.

Titolo: Niente di vero tranne gli occhi
Autore: Giorgio Faletti
Genere: thriller
Casa editrice: Baldini e Castoldi
Pagine: 499
Anno: 2015 (prima edizione 2004)
Musica consigliata: Moanin’ (Charles Mingus), Almost Blue (Chet Baker, ma qui è meglio la versione di Elvis Costello)
Film consigliati: Seven (D. Fincher), La tela dell’assassino (P. Kaufman), Identità Violate (D. J. Caruso), Nella mente del serial killer (R. Harlin)
Tempo medio di lettura: 5 giorni

L’autore
Giorgio Faletti (1950-2014) è stato attore, compositore, cantante e comico. Con Baldini&Castoldi ha esordito nel mondo della narrativa con Io uccido, che in Italia ha venduto oltre cinque milioni di copie ed è stato tradotto in tutte le principali lingue del mondo. Uno straordinario successo confermato con Niente di vero tranne gli occhi, Fuori da un evidente destino, Io sono Dio, Appunti di un venditore di donne, Pochi inutili nascondigli, Tre atti e due tempi e Da quando a ora.

Giano

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La metà oscura (Stephen King)

9788820090531_0_0_0_75«Sono tornato», disse Machine. Halstead serrò gli occhi, ma non servì a niente. Il ferro sottile gli forò facilmente la palpebra sinistra e gli trafisse l’occhio sottostante con un botto sommesso, quasi impercettibile. Dal foro cominciò a colare del fluido gelatinoso. «Sono tornato dal mondo dei morti e tu non sembri affatto contento di rivedermi, ingrato figlio di puttana.»
“In viaggio per Babilonia” di George Stark

Thad Beaumont, ragazzino dall’innato talento per la scrittura, un giorno ha un malore. Quella che sembra una crisi epilettica rivela in realtà alcuni resti umani nel suo cervello; il medico sostiene che, probabilmente, Thad aveva un gemello che poi è stato assorbito da lui nel grembo materno.
Molti anni dopo, Thad è diventato scrittore di successo con lo pseudonimo di George Stark: i suoi romanzi horror, efferati e sanguinari, sono tutti clamorosi bestseller. Ricattato da un avvocato che ha scoperto la vera identità di Stark, Thad organizza un’intervista, con tanto di finta bara nel cimitero, in cui annuncia che da quel momento George Stark è morto per sempre, e mai più scriverà i suoi romanzi.
Ma a Stark tutto questo non sta bene.
“La metà oscura” di Stephen King (editore Sperling & Kupfer) si presenta sin da subito come un metaromanzo con forti tratti autobiografici: a cominciare dai paesaggi freddi e desolati del Maine, dove l’autore è nato e cresciuto, che fanno da sfondo alla vicenda, passando per il protagonista Thad, insegnante di letteratura che pubblica romanzi horror col nome di George Stark, che più di un semplice personaggio ispirato a King ne diventa un vero e proprio alter ego: l’autore stesso, infatti, ha un passato da docente e ha pubblicato alcuni romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman.
Il rapporto/scontro con l’io interiore che si materializza e prende il sopravvento sulla persona non è una novità nel mondo della letteratura, ma qui assume connotazioni che vanno ben oltre l’introspezione psicologica: l’horror diventa qui un pretesto per riflettere sul fatto che quando si raggiunge il successo si finisce spesso talmente inghiottiti dallo star system che risulta poi impossibile uscirne.
King ha uno stile che coinvolge – e sconvolge – nella sua particolarità: inizia ogni capitolo con un breve estratto di Alexis Machine, il protagonista dei truculenti romanzi di Stark, che funge da prologo al racconto dei fatti veri e propri, che mai vengono esposti in maniera lineare e scontata, bensì attraverso continui rimandi che tengono desta l’attenzione del lettore, facendo risultare mai noiosa la narrazione e stimolando sempre, continuamente, il prosieguo della lettura. Le descrizioni dei fatti nei minimi dettagli, molto spesso maniacali – talvolta ai limiti dello splatter – facilitano ulteriormente l’immedesimazione, rendendo fruibile la lettura a una gran varietà di utenti, ma non a quelli più facilmente impressionabili.
Un finale buono, non del tutto scontato, contribuisce a rendere “La metà oscura” un romanzo di ottima fattura, forse poco pubblicizzato e ancor meno osannato dalla critica, ma ugualmente di livello, dove la tensione e l’ansia del lettore restano alte per oltre quattrocento pagine. In perfetto stile King.

Titolo: La metà oscura
Autore: Stephen King
Genere: horror/thriller
Casa editrice: Sperling & Kupfer
Pagine: 470
Anno: 2014 (prima edizione 1989)
Soundtrack consigliata: “Feed my Frankenstein” (Alice Cooper), “Sweet Dreams” e “Tainted love” (Marilyn Manson)
Da leggere: di notte, possibilmente a lume di candela
Tempo medio di lettura: 3 giorni.

L’autore
Stephen King (Portland, 1947) è considerato uno dei maestri della letteratura horror americana. Ha esordito con Carrie (1974), scrivendo poi oltre ottanta opere entrate spesso nelle classifiche dei best seller. Complessivamente ha venduto oltre 500 milioni di copie.
Molti suoi romanzi sono diventati trasposizioni cinematografiche, tra cui Carrie, Shining, Cimitero Vivente, La zona morta, It, Misery non deve morire, La metà oscura, Il miglio verde, Le ali della libertà, Dolores Claiborne, La torre nera.

Giano

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Progresso (Raffaele Formisano)

9788832780659_0_0_0_75 (1)“Se ti fai male il tuo corpo riporterà una ferita, lo stesso vale nel caso in cui tu subisca menomazioni per un qualche incidente. Il sistema assocerà il tuo stato fisico all’evento. Non è un giocattolo per bambocci! Questo è il futuro! Questo è progresso!”

È il 13 luglio 2024 e RAF trascorre il suo compleanno dialogando con Susy, interfaccia virtuale che ha tratto dal suo subconscio alcuni input e li ha rielaborati in forma di tre racconti visivi. Protagonisti di queste storie virtuali sono Stanley e Charlie McGee, due fratelli, ingegneri informatici con opinioni opposte sul rapporto tra uomo e tecnologia: più scettico il primo, convinto che la realtà virtuale sia l’unico possibile futuro per l’umanità il secondo. Tre storie in cui i due si muovono in uno spazio distopico e cyberpunk, fra erotismo e thriller, con i social media a farla da padrone: un immenso magazzino rigurgitante di eccessive, incalzanti amicizie da stringere on-line.
Ma dove porta tutto questo? Cosa accadrebbe se il virtuale finisse col prendere il sopravvento sulla realtà?

In “Progresso” di Raffaele Formisano (edito da Homo Scrivens, collana “dieci”) il mondo virtuale – la Dimensione Unreal, come lui stesso la chiama – diventa il pretesto con cui l’autore, attraverso storie che mescolano cybersesso, azione, thriller e sentimenti, cerca di stimolare il lettore a dare una risposta all’annoso quesito.
Ho avuto il piacere di incontrare l’autore, che mi ha concesso una breve intervista che permetterà a tutti voi di conoscerlo meglio.

Nel romanzo si nota subito un richiamo ai classici della letteratura fantascientifica anche nel registro linguistico: il narratore esterno infatti usa un linguaggio piuttosto aulico, forbito, come accade in mostri sacri quali P. K. Dick o G. Orwell. È voluta l’ispirazione ai suddetti oppure fa parte tuo stile narrativo? Sicuramente c’è un richiamo di ispirazione alla fantascienza classica, un po’ per omaggiare grandi autori come P. K. Dick o G. Orwell e tanti altri. Se nessuno ci hai fatto caso, aggiungo che la parte iniziale e, in generale, quella dell’utente telematico è una spiccata parodia riferita (citando Dick) proprio alla scena del film “Minority Report” in cui Tom Cruise interroga il sistema informatico per estrapolare i database derivanti dalle premonizioni dei precog.
Aggiungo che la mia letteratura è un percorso verso uno stile sempre più, per così dire, leggero: dal confronto col mio romanzo “Il Paradosso di Schrodinger” si evince uno stile più snello in quest’ultimo, meno classicheggiante. Nulla di cui meravigliarsi, visto che “Progresso”, pur essendo stato pubblicato dopo l’altro, fu scritto precedentemente ad esso.
In questo romanzo c’è tutto: satira sociale, critica al progresso, azione, cybersesso e anche un pizzico di humour. In poche parole è riduttivo ascriverlo al genere fantascientifico. Potrebbe secondo te la fantascienza diventare un macrogenere letterario che comprende tanti sottogeneri? Io credo di sì. A dire il vero ci si potrebbe riferire alla corrente artistica Avantpop in merito ad una narrazione che tratta non tanto di fenomeni legati al paranormale tipo alieni, poteri particolari, esperimenti catastrofici di respiro mondiale, quanto ad una ipotetica descrizione di ipotetiche società del futuro. Se un uomo medio che viveva la sua vita quotidiana anche negli anni ‘80, ma anche nei ‘90 iniziali (non bisogna andare lontano) avesse scritto di dispositivi come uno smartphone, come uno strumentino che, sfilato di tasca, può mettere l’utente in comunicazione con tutto il mondo, ciò sarebbe stato visto come fantascienza. Il progresso stesso definisce la società di domani come fantascienza per la società di ieri. La fantascienza può diventare sicuramente un macrogenere di più generi letterari. Lo stesso Minority Report ne è un esempio, visto che trattasi di un thriller/giallo/poliziesco ambientato in una realtà futuristica.
A un certo punto scrivi (cito testualmente): “Quando c’è un monitor dietro cui nasconderti le cose cambiano, vero? È tutto più semplice, matematico, tutto calcolato, rischio zero”. È una critica al fenomeno degli opinionisti da social, i cosiddetti leoni da tastiera? Di sicuro la tastiera e il monitor rappresentano delle schermature ideali per chi voglia osare mettendosi poco o per niente in gioco (spesso usando addirittura dei nickname). Ciò può potenzialmente favorire fenomeni di anonimato spesso anche pericolosi che consentono un libero attacco ad altri utenti in maniera assolutamente più semplice rispetto ad un normale rapporto umano. A volte se incontro una persona dal vivo magari non ho nemmeno il coraggio di confrontarmi con quella persona, non necessariamente per una lite, ma per un qualsiasi tipo di approccio. Bisogna avere il controllo del fenomeno in particolar modo nel presentarlo ed affidarlo alle generazioni più giovani e, per tale motivo, anche più fragili (si pensi ad esempio al fenomeno del cyberbullismo con tutte le dovute conseguenze, a volte purtroppo anche letali per giovanissimi).
Tocco di campanilismo: nel secondo racconto l’ambientazione è la ricostruzione della Herculaneum pre-eruzione, descrizione dettagliatissima nei minimi particolari. Quanto hai attinto da fonti storiche, quanto ti sei documentato, e quanto invece c’è della tua esperienza personale con gli scavi. Scrissi “Progresso” un po’ di tempo fa, poi l’ho rivisto nel tempo. Ricordo che un giorno ero in visita per la prima volta al MAV (da poco aperto) e ne rimasi favorevolmente colpito, in particolar modo dall’accostamento fra storia antica e tecnologia moderna. Da lì la prima idea di scrivere qualcosa in merito, che andasse oltre il semplice concetto di utente spettatore passivo. Immaginai uno spettatore attivo a tutti gli effetti e proiettato a 360° in un mondo antico, concepito non tanto secondo battaglie e imperi, ma secondo stili di vita di tutti i giorni in una Ercolano antica. Un giorno decisi di concedermi una mattinata intera passeggiando per il Miglio D’Oro fino a Torre del Greco, soffermandomi attentamente sui vari palazzi storici e monumenti di cui Ercolano abbonda. Poi decisi di rivisitare gli scavi qualche tempo dopo, nonché di immergermi in letture di testi vecchi e nuovi sull’argomento e visionare filmati vari in merito, i quali ricostruivano eccellentemente l’antica città.
Dopodiché il racconto si è scritto da sé.
Progetti futuri? Attualmente sono un po’ fermo e mi sto godendo la mia famiglia, allietata sei mesi fa dalla nascita di due gemellini che io e mia moglie abbiamo chiamato Angelo Raffaele e Ciro Lorenzo. Grazie a loro mi sono cimentato nella mia prima favola dal titolo “Cacciatori di stelle”, scritta per loro (in collaborazione con mia moglie Nunzia) in occasione del loro battesimo e come parte della bomboniera dello stesso. Il racconto è tra i vincitori del Premio “Un Prato Di Fiabe 2018”. Sto scrivendo un racconto breve horror che spero di riuscire a pubblicare a breve in qualche antologia, tipo “Esecranda”. Per il resto ho un terzo romanzo, già selezionato da tre case editrici, ma sono in fase decisionale e mi sono concesso un po’ di pausa.

Titolo: Progresso
Autore: Raffaele Formisano
Genere: thriller/fantascienza
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 254
Anno: 2018
Film consigliati: Matrix, Inception, Minority Report.
Tempo medio di lettura: 4 giorni.

L’autore
Raffaele Formisano (Castellammare di Stabia, 1974) è ingegnere gestionale ad Atripalda (AV). Con Homo Scrivens ha pubblicato il suo primo romanzo, Il Paradosso di Schrödinger (2016), e il successivo Progresso (2018). Più volte premiato per la sua narrativa fantascientifica, ha partecipato a numerose antologie. Fa parte del collettivo letterario Gruppo 9, con cui ha preso parte ai romanzi Hyde School (2015), Gli affamati (2017) e Scacco al Re (2018).

Giano

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C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo (Efraim Medina Reyes)

9788807881862_0_0_477_75Il tizio che canta si chiama Sid Vicious, un fuori di testa della peggior specie. La donna che amava si chiamava Nancy Spungen […] Sono vissuti come angeli dell’inferno e sono caduti come cani di strada. Gary Oldman ha interpretato Sid in un film di Alex Cox ma non era all’altezza, era solo un mollusco, sei mai stato un mollusco? Io sì, quando ero innamorato di una certa ragazza, ma lei non era come Nancy, lei era moscia come un budino e ha finito per sposarsi con un altro budino e hanno avuto tanti piccoli budini.

Rep, diminutivo di Reptile, vive a Cartagena, città che lui stesso definisce Immobile. Con il suo gruppo di amici sbandati e artisti falliti cerca di sbarcare il lunario, alternando tentativi vani di dare forma al proprio presunto estro artistico a sbronze colossali. Tra infelici rappresentazioni teatrali e film amatoriali mal riusciti, Rep soffre per la ragazza che ama. Un amore tormentato, di cui prende consapevolezza solo adesso che è finito per sempre. E a cui non resta che dare degna sepoltura.

Attraverso la narrazione in prima persona, “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” di Erfaim Medina Reyes (Feltrinelli Editore) è un pugno nello stomaco travestito da flusso di coscienza. La realtà ci viene presentata dalla viva voce del protagonista come un mondo insostenibile, una tanto perenne quanto inutile ricerca della felicità che passa attraverso i più disperati tentativi di dare senso all’inutilità della vita. Fatta di rapporti promiscui e tradimenti, talenti artistici sprecati, mancanza di concretezza in qualsivoglia cosa si tenti di fare, l’esistenza di Rep è una discesa negli Inferi che procede di pari passo con quelle di Sid Vicious e Kurt Cobain. In particolar modo con quest’ultimo i parallelismi sono evidenti: l’amore che il protagonista vuole ammazzare è quello di Kurt per una vita che gli andava stretta, quella vita fatta di ipocrisie, perbenismo, mancanza di poesia e sentimenti nella gente, uno star system ormai diventato solo una macchina sfornasoldi. La vera arte era quella che Kurt creava con la sua chitarra invisibile, così come l’amore di Rep è invisibile, impalpabile ed etereo; e come l’arte invisibile di Kurt, nessuno riesce a percepirlo.
Il contesto pulp è costellato di situazioni paradossali e grottesche, condito da un continuo ricorso alle figure retoriche: la “certa ragazza” che Rep ama non viene mai chiamata per nome, così come il suo nuovo fidanzato è “il pidocchio” e Cartagena “Città Immobile”. Stilisticamente, Reyes alterna il linguaggio crudo tipico del genere a frasi molto poetiche, come quando, a proposito del suo rapporto con l’amata, si definisce il giardiniere che ha colto quel fiore […] l’hai colta con dolcezza, non c’è stato dolore, è stato lento e piacevole come succhiare una caramella di menta per poi subito dopo apostrofare la sua condizione come meno di uno stronzo spiaccicato in mezzo alla strada.
Un romanzo con l’anima rock, in cui – del resto l’autore stesso ce lo suggerisce all’inizio di ogni capitolo – anche quando non si parla di Sid e Nancy o di Kurt tutto appare perfuso di sottofondi musicali che hanno fatto la storia della musica.

Titolo: C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo
Autore: Efraim Medina Reyes
Genere: Pulp
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 173
Anno: 1994
Musica consigliata: Nirvana e Sex Pistols
Bevanda consigliata: Peroni da 66 cl ghiacciata
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore
Efraim Medina Reyes (Cartagena, 1964) è uno dei massimi scrittori pulp. Ha esordito con Seis informes (1988) e nel 1995 ha vinto il Premio nazionale per il racconto con la raccolta Cinema àrbol y otros cuentos. Ha diretto un film e scrive per il teatro.
Tra i suoi romanzi più famosi ricordiamo Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin, La sessualità della Pantera Rosa, Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio.

Giano

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La Fattoria degli Animali (George Orwell)

9788804667926_0_0_1554_75«Giorno e notte noi vegliamo sul vostro benessere. Ed è nel vostro interesse che beviamo quel latte e mangiamo quelle mele. Lo sapete cosa accadrebbe se noi maiali venissimo meno ai nostri doveri? Ritornerebbe Jones. […] Non vorrete mica che torni Jones?». […]
Una volta che la faccenda fu posta in questi termini, non ebbero più nulla da replicare. L’importanza che i maiali si mantenessero in forma era fin troppo evidente. Si decise quindi, senza ulteriori discussioni, che il latte e le mele […] sarebbero stati appannaggio esclusivo dei maiali.

Gli animali della Fattoria Padronale del signor Jones, stanchi dei continui soprusi degli esseri umani, decidono di ribellarsi e, dopo avere cacciato il proprietario, tentano di creare un nuovo ordine fondato su un concetto utopistico di uguaglianza.
A suggellare il tutto, vengono stabiliti i Sette Comandamenti: principi generali che tutti gli animali debbono rispettare per assicurare il clima di felicità, libertà e fratellanza tanto auspicato.
Ben presto, tuttavia, emerge tra loro una nuova classe di burocrati, i maiali, che con l’astuzia, la cupidigia e l’egoismo che li contraddistinguono si impongono in modo prepotente e tirannico sugli altri animali più docili e semplici d’animo.
E a quel punto, per gli animali, è davvero cambiato qualcosa rispetto a quando erano sotto la tirannia dell’uomo?

In maniera molto semplicistica, la prima cosa che ho pensato appena terminata la lettura de “La Fattoria degli Animali” di George Orwell (edito da Mondadori) è che basterebbero queste pagine a far capire anche all’uomo medio i meccanismi subdoli che regolano le logiche governative. Riprendendo la tradizione favolistica di Fedro ed Esopo, la genialità di questo capolavoro di satira – e dell’autore stesso – sta proprio nella capacità di raccontare le complesse dinamiche della politica attraverso voce e corpo di animali antropomorfi, ognuno allegoria di una determinata categoria di persone.
Non è un caso, allora, che siano i maiali a rappresentare i dittatori, i padroni gretti e prepotenti che, dopo aver promesso una vita migliore, una volta preso il potere assoluto si dimostrano sempre più simili al tanto odiato nemico umano; e non è un caso che a sostenerli siano le pecore – gli analfabeti funzionali – che belano ripetutamente frasi fatte inculcate loro dal regime, pur ignorandone completamente il significato, per coprire le voci fuori dal coro di chi ha un’opinione diversa da quella dei regnanti.
Orwell ha sottolineato come la sua satira fosse soprattutto rivolta al comunismo, e in effetti i riferimenti sono palesi (i dispotici maiali che chiamano gli altri animali “compagni”, le voci secondo cui nella fattoria si pratichi il cannibalismo e le femmine siano in comune), ma a pensarci bene la si può estendere a tutti gli aspetti della vita politico-sociale, anche e soprattutto a quella attuale, nonostante siano passati settant’anni: basti pensare ai due maiali leader – partito conservatore e progressista, destra e sinistra, o come li si vuol chiamare – perennemente in opposizione tra loro ma sempre in plancia di comando, o alle notizie date al popolo attraverso un unico canale di (dis)informazione, che presentano un status generale sempre roseo a dispetto di quello che accade nella realtà. Oppure ai continui cambiamenti di leggi sempre a favore dei maiali, giustificando poi la cosa col terrorismo spicciolo secondo cui senza le loro menti a governare la fattoria tornerebbe sotto il controllo degli umani: i cattivi, gli assassini.
Un libro da leggere e rileggere instancabilmente, magari abbinato alla visione di un film capolavoro politicamente scorretto come “Operazione Canadian Bacon” di Michael Moore.

Titolo: La Fattoria degli Animali
Autore: George Orwell
Genere: Allegorico/satirico
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 113
Anno: 2018 (prima edizione 1947)
Soundtrack consigliata: l’album “Animals” (1977) dei Pink Floyd.
Film consigliati: “Operazione Canadian Bacon” diretto da Michael Moore; “Orwell’s 1984” diretto da Michael Radford
Tempo medio di lettura: 1 giorno

L’autore:
George Orwell è pseudonimo di Eric Arthur Blair (Motihari, Bengala, 1903 – Londra 1950). Prese parte alla Guerra civile spagnola e durante il secondo conflitto mondiale fu corrispondente di guerra. Le sue opere più celebri sono Omaggio alla Catalogna (1938), La fattoria degli animali (1945) e 1984 (1949).

Giano

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Scacco al Re (Gruppo 9)

gruppo 9 - scacco al re“Il braccio meccanico sparò quella luce rossa nei suoi occhi. In un secondo sentì qualcosa conficcarsi nella pupilla: il dolore era atroce, le sue urla rimbombarono in quella stanza gelida, le pareti d’acciaio non lasciavano scampo neanche alle sue grida che restarono intrappolate lì dentro insieme a lei.
Dopo qualche minuto il dolore sembrò attenuarsi, Asia riaprì gli occhi. O almeno ci provò, ma davanti a lei c’era il buio totale”.

Africa, 2117. Attraverso una campagna d’odio nei confronti del genere femminile, il partito ALPHA è diventato la prima la prima forza politica di una Cape Town desaturata e ipertecnologica, in cui i rapporti umani sono soppiantati dalla realtà virtuale e ci si sposta a bordo di futuristici aerotaxi. Il programma del Woman Apartheid, avviato da mesi, sta trovando una sua tragica attuazione: le donne spariscono, molte vengono uccise, mentre altre sono segregate in una base segreta, per farne cavie da laboratorio. L’incubo del genocidio delle donne ha un solo nemico: l’organizzazione clandestina che ha nome di “Scacco al re”. Le persone sono pedine di un’immensa scacchiera, per giocare una partita la cui posta in palio è la sopravvivenza. E la libertà.
È su questo sfondo che si intrecciano le vicende di Asia e James, i due protagonisti di “Scacco al Re” (Homo Scrivens, collana Polimeri), il nuovo romanzo di Gruppo 9.

La difficoltà principale di un gruppo così nutrito di scrittori avrebbe potuto essere quella di trovare il giusto amalgama nella caratterizzazione psicologica e comportamentale dei personaggi, ma il lavoro qui è stato svolto egregiamente, risultando sempre difficile capire chi ha scritto cosa. Il ritmo narrativo alterna momenti di stasi e riflessione a frangenti in cui l’azione si fa più incalzante, e il ricorso a continui flashback permette, man mano, di ricostruire tutte le vicende che hanno portato allo status quo in cui si srotola l’intricata trama.
Un lavoro encomiabile quello svolto dal coordinatore del gruppo, Gianluca Calvino, che ha rilasciato per noi questa breve intervista.

Nome: Gianluca
Cognome: Calvino
Libro preferito: Difficile rispondere a questa domanda, ce ne sono tanti. Però se proprio fossi costretto a citare qualche titolo, direi “Il grande Gatsby” di Fitzgerald tra i classici e “Soffocare” di Palahniuk tra i contemporanei.
Cos’è un collettivo letterario, e come nasce il Gruppo 9? Il Gruppo 9 nasce da un’esperienza di corso di scrittura creativa; ogni anno alla Mondadori di Pompei tengo un corso di scrittura, la cui seconda parte è interamente dedicata alla stesura di un’opera collettiva. È così che è nato Gruppo 9, il più numeroso collettivo letterario d’Italia. Per collettivo letterario, normalmente, si intende un gruppo di persone che lavora insieme a un unico progetto letterario. Tuttavia, il “metodo” Gruppo 9 è unico nel suo genere perché è il solo caso in cui si segue tutti insieme, settimana dopo settimana, il medesimo progetto di scrittura.
Quali sono i pro e i contro di questo tipo di scrittura? L’unico contro credo che sia la difficoltà di tenere insieme tante teste e di combinare gli stili per crearne uno più o meno omogeneo. Il pro è che è divertente e incredibilmente stimolante, perché nel corso della stesura del testo ognuno dà il proprio contributo, in fatto di ideazione e di realizzazione materiale dell’opera.
La fantascienza distopica è un genere letterario meno commerciale. Ci sono classici a cui vi siete ispirati? In verità non  c’è stata la volontà di rifarsi a un modello preesistente; tuttavia forse si può trovare qualche similitudine con “1984” di Orwell, che prefigurava una società in cui la libertà di espressione fosse limitata al minimo. Noi abbiamo pensato invece a una distopia che vede l’impossibilità per la donna di esprimere se stessa; o meglio, addirittura di vivere, biologicamente, la propria esistenza.
Il collettivo, negli anni, si è specializzato nel giallo nelle sue varie sfumature e sfaccettature. Quali sono le caratteristiche che deve avere un romanzo di questo genere per essere vincente? Io credo che sia importante superare i clichè del genere. Ormai è difficile trovare una chiave autenticamente originale, nella narrativa. Quindi trovo stimolante giocare con i generi e cercare sempre strade innovative e, perché no, provocatorie per “smontare” i canoni classici.
Il prossimo romanzo del Gruppo 9? Sarebbe un segreto. Infatti non ho intenzione di rivelarlo…

Titolo: Scacco al Re
Autore: Gruppo 9
Casa editrice: Homo Scrivens
Genere: Thriller/fantascienza distopica
Pagine: 220
Anno: 2018
Musica consigliata: The Great Gig in the Sky, Astronomy Domine, Interstellar Overdrive, tutti dei Pink Floyd.
Film consigliati: Fahrenheit 451, Orwell’s 1984, Minority Report, Equilibrium
Tempo medio di lettura: 3 giorni.

L’autore:
Gruppo 9 è il più numeroso collettivo letterario italiano, coordinato da Gianluca Calvino e alimentato, anno dopo anno, dal laboratorio di scrittura di Pompei di Homo Scrivens. Ha pubblicato i romanzi Sono stato io (2013), Party per non tornare (vincitore del Premio Speciale Carver 2014), Hyde School (2015), Requiem (2016), Gli affamati (2017) e Scacco al Re (2018).

Giano

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Tarantella Nera (Mario De Simone)

9788899381271_0_0_0_75“Quando l’ago mi bucò il braccio, lasciando spazio al freddo che mi intorpidì gli arti, capii che non avrei mai potuto smettere con quella roba. Era la cosa più fottutamente coinvolgente che avessi mai provato. Il viaggio più divertente e lontano che avessi mai fatto. Meglio di un bicchiere d’acqua in un pomeriggio d’agosto, della cacata dopo il pranzo domenicale, della sigaretta post caffè, delle polpette al sugo della nonna, di un pompino di Marta, di un gol al 90′, di una birra fredda con gli amici dopo il calcetto.”

Il tossicodipendente Salvatore è in sala d’attesa per i controlli clinici di routine quando alcuni uomini col volto coperto irrompono nell’ospedale. Nella sparatoria che segue, il suo amico Joe si sacrifica per salvargli la vita. Salvatore raccoglie la pistola e a sua volta fa fuoco, colpendo a morte uno dei killer.
Inizia così il suo personalissimo percorso di vendetta e, al tempo stesso, redenzione, accompagnato dal bastardino Pocho, tra crimini efferati, conversioni religiose, flashback sulla sua vita da tossico e passione per la misteriosa Carmen. Ma andrà davvero tutto secondo i piani?

Ho cercato a lungo una definizione che potesse descrivere questo romanzo senza sembrare riduttiva, date le sue tante sfaccettature. Alla fine, credo che Tarantella Nera di Mario De Simone (editore Ad est dell’equatore, collana I virus) si possa definire “Un Trainspotting in salsa Pulp Fiction con contorno di friarielli”.
Crudo, spietato, delirante, a tratti disturbante, ma allo stesso tempo coinvolgente. De Simone crea una dipendenza paragonabile al tema principale della vicenda: la droga. Un cammino verso la redenzione, quello del protagonista, che passa attraverso continui flashback e citazioni – anzi, spesso, reinterpretazioni – della Bibbia, con conseguenze sempre inaspettate e un colpo di scena finale che lascia a bocca aperta.
Un piccolo capolavoro made in Napoli il cui stile hollywoodiano sembra fatto apposta per future trasposizioni cinematografiche o televisive; quel mondo da cui Tarantella Nera prende ispirazione, come lo stesso autore ammette in questa breve intervista.

Nome: Mario
Cognome: De Simone
Come ti è venuta l’ispirazione per questo romanzo? Più che da un’idea, sono stato mosso e pervaso da un totale senso di rabbia e frustrazione, che in qualche maniera aveva preso il sopravvento in un periodo buio della mia vita. Scrivere è sempre un ottimo metodo per sputare via il veleno accumulato, così mi sono deciso a scrivere cercando di esorcizzare il malessere dei giorni passati.
Tarantella Nera sembra fatto apposta per il cinema. C’è qualche film che ti ha particolarmente influenzato? Pulp Fiction su tutti, ma in generale ogni prodotto pulp del cinema americano targato Tarantino e non. E poi, incredibilmente, “FidAti di me” di Ale e Franz. Mi ha tenuto compagnia una notte insonne in cui cercavo un finale degno del romanzo e l’ho trovato proprio negli ultimi minuti del film, ma non anticipo nulla. Per trovare ispirazione bisogna tener conto di tutto ciò che ci passa sotto gli occhi, anche nei momenti in cui sembra che non stia accadendo nulla.
Una componente importante del romanzo è la religione… Onestamente ho un rapporto abbastanza conflittuale con la religione. Sono un agnostico che non si fa troppe domande su quello che verrà dopo la vita. Provo a concentrarmi giorno dopo giorno sulle cose che possono rendermi felice. In Tarantella Nera ho cercato di ribaltare il consueto punto di vista e utilizzare la religione come movente per ottenere una vendetta personale, che agli occhi del protagonista è un metodo molto più equo di quello divino, al punto che la stesura iniziale prevedeva il sottotitolo “Storia di una redenzione a mano armata”.
Progetti futuri? I miei giorni si dividono in due fasi: la fase d’accumulo, durante la quale dedico almeno un momento della giornata a guardarmi intorno per lasciarmi ispirare da quel che vivo; e poi quella di scrittura, dove metto nero su bianco. Al momento ho qualche idea ma sono ancora in piena fase d’accumulo. Sono orientato verso un romanzo che racchiuda la fase più critica e al tempo stesso più spensierata della vita, l’adolescenza. Ma è ancora presto per parlare di un progetto vero e proprio.

Titolo: Tarantella Nera
Autore: Mario De Simone
Genere: Pulp/drammatico
Casa editrice: Ad Est dell’Equatore
Pagine: 174
Anno: 2017
Colonna sonora consigliata: “Interstellar Overdrive” (Pink Floyd); l’album “Salvammo ‘o munno” di Enzo Avitabile.
Film consigliati: “Trainspotting”, “Pulp Fiction”, “Requiem for a dream”.
Tempo medio di lettura: 2 giorni.

L’autore: Mario De Simone è nato a San Giorgio a Cremano nel 1988. Laureato in filologia moderna, è insegnante d’italiano per stranieri. Lavora come giornalista ed editor letterario. Nel 2011 ha pubblicato la sua opera d’esordio, “Non servono parole”.
È coorganizzatore della fiera del libro di Napoli “Ricomincio dai Libri”.

Giano

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Habeas Corpus (Marco Sagliocchi)

9788832780154_0_0_1466_75Aveva combattuto per sopravvivere, essendo nato in una terra che non conosceva pace. Aveva lottato per l’amicizia, desiderando di trovare compagni che non dessero peso a un diverso colore di pelle. E aveva lottato ancora, quando si trattava di ritornare alle sue origini, al suo passato. Combatteva da sempre, ma quella fu la prima volta che aveva paura di perdere.

Inghilterra, 1166 d.C. Un gruppo di amichetti, lontano dagli occhi degli adulti, passa intere serate ad allenarsi con spade di legno. Il loro più grande sogno: diventare cavalieri e partire all’avventura. Tra tutti spicca, per carisma e abilità in duello, la dodicenne Eleanor, migliore amica di Matilda.
I ragazzi crescono e migliorano sempre di più fino a diventare i Nerocrociati: prodi cavalieri mossi dal desiderio di lottare con orgoglio e coraggio, senza un particolare credo politico da seguire o una bandiera da difendere.
Ecco dunque che i giovani partono per Gerusalemme, per difendere la Terra Santa dai crociati, per poi fare successivamente ritorno in Inghilterra, dove i rapporti con la Francia si sono deteriorati e una nuova guerra pare inevitabile. E a quel punto, allora, con chi si alleeranno i Nerocrociati? Riusciranno a vincere o, almeno, a sopravvivere?

Amicizie imperiture, amori impossibili, combattimenti valorosi, tradimenti e perdite dolorose: in Habeas Corpus di Marco Sagliocchi (edito da Homo Scrivens) gli ingredienti per il romanzo epico perfetto ci sono tutti. Se al mix ci aggiungiamo una narrazione che scorre piuttosto veloce, un ottimo equilibrio tra realtà storica e finzione narrativa e, cosa che più mi è piaciuta, il frequente ricorso a colpi di scena e suspense, allora mi sento di consigliare la lettura di questo romanzo a tutti, appassionati del genere e non. Soprattutto con i Mago de Oz come sottofondo musicale.

Nome: Marco
Cognome: Sagliocchi.
Come nasce la tua passione per questo genere? Credo che quando da bambino incontri un libro importante, questo ti rimane dentro: a 8 anni mi misero in mano l’Ivanhoe di Scott e forse è per questo che cerco sempre di narrare storie che abbiano come protagonisti cavalieri (con la spada, ma anche più moderni) che si battono per dare prova del loro valore.
Quanto lavoro di ricerca storica c’è in Habeas Corpus? Non molto in verità: quel periodo della storia mi affascina da sempre, da prima ancora che scoprissi la passione per la scrittura. Anche se ci sono state volte in cui mi sono fatto prestare il badge da un amico che studia storia per andare a sfogliare alcuni manuali della facoltà (grazie sempre, G).
Ci sono dei romanzi o dei film a cui ti sei ispirato? Ho iniziato la prima stesura nel periodo in cui andava in onda la prima stagione di Game of Thrones e non posso nascondere il fatto che la mia protagonista sia fortemente ispirata ad Arya Stark; più che altro dalla suggestione che questa mi ha trasmesso: “Chissà quanto doveva essere faticoso provare a diventare cavaliere, se anziché maschio avevi avuto l’audacia di nascere femmina”.
Qual è il tuo libro preferito? Sicuramente “I Pilastri della Terra” di Ken Follett. Quello è il libro che avrei voluto scrivere.
Progetti futuri? L’estate scorsa ho iniziato una sorta di seguito di “Habeas Corpus”, e dico sorta perché è una storia indipendente e parallela che riempie uno dei salti temporali del libro. Contemporaneamente sto portando avanti un piccolo romanzo di narrativa contemporanea che si discosta totalmente da Habeas (narrazione al presente e in prima persona, punto di vista unico sugli avvenimenti).
Cosa consigli agli aspiranti scrittori che desiderano intraprendere la tua stessa strada? Studio dei classici, allenamento quotidiano e confronto con gli altri sono i presupposti necessari per migliorare come scrittore. Scrivi di ciò che sai, di ciò che ti mette a tuo agio, ma allo stesso tempo costringiti a uscire dalla zona di comfort. E ricordati di divertirti, perché quando si tratta di scrivere un libro, scriverlo è la cosa più semplice.

Titolo: Habeas Corpus
Autore: Marco Sagliocchi
Genere: Epico
Casa editrice: Homo Scrivens (collana Direzioni Immaginarie)
Pagine: 229
Anno: 2017
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Musica consigliata: Mago de Oz (Don Quixote, Fiesta pagana)
Film consigliati: “Robin Hood – Principe dei ladri”; “Ivanhoe”.

L’autore:
Marco Sagliocchi vive a Napoli. Nato nella primavera del Novanta, è cresciuto divorando i vinili di Stevie Wonder e recitando i romanzi di Alexandre Dumas. Laureato in Economia Aziendale alla Federico II, ha partecipato a diverse raccolte, tra le quali Dei trenta e più modi di perdere l’ombrello (Homo Scrivens, 2014), Napoli nelle canzoni in 100 parole (L’Erudita, 2016) e Le donne di Napoli (Homo Scrivens, 2017). Habeas Corpus è il suo romanzo d’esordio.

Giano

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L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire (Angelo Zabaglio a.k.a. Andrea Coffami)

9788898978090_0_0_1503_75Alex suda. Ma suda in maniera abominevole. […] si è fatto la Jacuzzi grande che usa con la sua ragazza per farci l’amore. Lei si chiama Olivia […] fa dei peti portentosi che però non puzzano, sono solo rumorosi. Ma loro sono una coppia perfetta e sono innamorati. E nella Jacuzzi Alex o Olivia scopano da dio, tanto lui suda, ma non se ne accorge nessuno, lei scoreggia, ma tanto c’è l’idromassaggio.

Trentadue momenti di risate e follia pura. La forza narrativa de “L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire” di Angelo Zabaglio a.k.a. Andrea Coffami, edito da Gorilla Sapiens Edizioni, si potrebbe riassumere in queste poche righe. Già, perché i racconti di quest’antologia vanno oltre i confini della normalità.
Fin dalla prefazione si capisce come, andando avanti con la lettura, si entri nel regno del nonsense. L’autore è cresciuto a pane e cinema, e si notano molte affinità col politicamente scorretto delle pellicole dei Monty Python, soprattutto “Il senso della vita”, da cui mutua la satira sociale e religiosa.
Lo stile di scrittura sfocia nel pulp di bukowskiana memoria, soprattutto quello de “La macchina strizza fegato” o di “Sei pollici”, con dialoghi e personaggi che risultano incredibilmente reali, grazie a un linguaggio che mescola tra loro termini dialettali di tutta Italia e che spesso si presenta appositamente sgrammaticato come lo stesso Bukowski era solito fare.
Centoventi pagine da divorare in un solo giorno, prima o dopo aver visto almeno un video di Maccio Capatonda.

Nome: Angelo
Cognome: Zabaglio
Come ti è venuta in mente l’idea di questa raccolta di racconti? Avevo tanti bei raccontini che nessuno voleva pubblicare ma che quando leggevo in giro nei reading facevano ridere la gente. Allora ho provato a mandarli agli editori e sono orgoglioso del fatto di aver ricevuto 27 rifiuti, finché non ho trovato la Gorilla Sapiens edizioni che ha deciso di buttare soldi ed è riuscita nell’intento pubblicando l’opera senza chiedermi nemmeno un euro! Perché, come ben sapete, esistono case editrici a pagamento che chiedono soldi agli autori, un po’ come se tu chiamassi l’idraulico perché hai il cesso rotto, lui te lo aggiusta e poi ti da 300 euro. Sarebbe un mondo perfetto, ma purtroppo la vita è triste e funziona in altro modo. Lo diceva anche Petrarca ai piccioni nel parco.
Nel tuo libro ci sono tantissime citazioni cinematografiche, e tu stesso lavori spesso nel cinema. Ci racconti questa esperienza? Ma guarda, non lavoro più nel cinema da tanto tempo, da piccino lavoravo in videoteca e questa cosa ha influito tanto visto che potevo vedermi i film gratis. Le mie estati le passavo senza amici ma con un cane e i film di serie B dalle nove del mattino alla sera. Il paradiso. Ho lavoricchiato in varie produzioni, ho portato i caffè sui set a Cinecittà, come lo schiavo di Boris(serie tv cult, ndr), poi sono passato alla sceneggiatura e a fare l’assistente regia per piccole produzioni. Una bellissima scuola, come l’esperienza avuta su VVVVID dove ero autore di stronzate e gestivo la pagina Film e Horror. Quella breve esperienza – anche con i suoi tanti difetti – è stata utile e formativa in ogni senso. Allora con Carlo Piscicelli si è deciso di girare due stagioni di “Oral Sex – Coming Soon” che ha avuto un discreto successo in rete, soprattutto in India e in Canada (può sembrare strano ma è così). In India i nostri attori sono dei divi e quando vanno lì la gente s’inchina e pulisce le strade in loro onore con la lingua.
Quali sono gli autori che hanno maggiormente influenzato il tuo modo di scrivere? Sadro Orrù aka Dj Gruff in primis, un poeta rapper che quando non ci sarà più il mondo hip hop avrà perso il Buster Keaton della musica rap e della poesia. Poi sono stato influenzato parecchio da Paolo D’Orazio per quanto riguarda l’horror. Mi stimola il mondo della slam poetry, nel quale si possono incontrare stili talmente differenti tra loro da essere sublimi se ascoltai in un’unica occasione. Riguardo i classici ti dico: Marinetti, Majakóvskij, la poesia classica e umoristica napoletana del primo ‘900.
Libro preferito: Sarò banale ma “Ragazzi di vita” di Pasolini mi colpì parecchio quando lo lessi e non ritrovai niente di simile dopo, anche se devo dire che non leggo più romanzi da parecchio tempo. L’ultimo che ho letto è mi è piaciuto è stato “Il fasciocomunista” che ho divorato durante i miei viaggi (leggo solo in treno). Mi attraggono di più le poesie, i fumetti e le sceneggiature. In primis quelle di Quentin Tarantino, capaci di rivoluzionare il mio modo di scrivere script. Ai tempi dell’università giravano le fotocopie de “Le iene” e la lettura mi folgorò. Un’altra interessante è quella de “La banda degli onesti”. Il bello delle sceneggiature è che puoi trovare pezzi di film mai girati o tagliati in montaggio e capire invece dove gli attori improvvisano le battute.
Film preferito/i: Sono troppi. “Amici miei” di Monicelli, “Quei bravi ragazzi” di Scorsese, “Un maledetto imbroglio” di Pietro Germi, “Il senso della vita” dei Monty Python”, la comicità demenziale dei fratelli Zucker. Ma tutto parte per me dai film di Méliès e soprattutto Buster Keaton: il movimento del corpo atletico, la risata che crea la sua maschera che non ride mai, il giocare con gli effetti visivi della telecamera. ‘Fanculo Charlot e la sua retorica!
Progetti per il futuro: Al momento ho in testa due libretti autoprodotti, uno di poesie dal titolo “Meno male che non siamo nati lui” e un fumetto tratto dalla web serie “Oral Sex – Coming Soon” disegnato da Mirko Milone. Siamo in cerca di editori ma la vedo mooooolto dura.

Titolo: L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire
Autore: Angelo Zabaglio a.k.a. Andrea Coffami
Genere: Demenziale/pulp
Casa editrice: Gorilla Sapiens Edizioni
Pagine: 123
Anno: 2016
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Musica consigliata:
Blink 182, punk californiano
Film consigliati: La filmografia dei Monty Python, i trailer e le serie TV di Maccio Capatonda.

L’autore: Andrea Coffami, alias Angelo Zabaglio, è nato a Latina. Ha lavorato come lavapiatti, blogger, pony express, fotografo e operatore di film vietati ai minori, gestore guide in un museo nazionale, assistente alla regia, standista al mercato, promoter presso una casa editrice, autore presso web tv, ispettore di produzione in lungometraggi, tuttofare in una casa editrice, raccoglitore di cocomeri e pomodori, segretario di produzione, lettore di poesie e racconti, aiuto regista, fotografo di scena, sceneggiatore.
Al momento lavora presso la casa editrice NPE, nel tempo libero scrive e crea cose bizzarre.

Giano

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Il corpo dei ricordi (Daniela Montella)

9788898377992_0_0_0_75«Da soli potremmo essere qualunque cosa; ma finché non c’è un altro essere umano a testimoniare la nostra presenza, uno solo, noi non esistiamo davvero.»

In un futuro post bellico, lo Stato è l’unico luogo in cui la gente appare felice. La morte, infatti, è stata dichiarata illegale. La parola stessa è scomparsa dal vocabolario comune; al suo posto si parla di Termine (per sopraggiunti limiti di età), e in caso di incidente o altra fatalità si prospetta un Ritorno del soggetto attraverso un suo clone, al quale vengono impiantati i ricordi del soggetto appena terminato.
Yolande, donna tormentata da incubi agghiaccianti e frequenti amnesie, un giorno viene a sapere che il suo amato Krisztof è appena morto in un incidente, ma che in pochi giorni se lo ritroverà accanto, perfettamente identico all’originale e con gli stessi ricordi, come se nulla fosse successo. Ma sarà davvero il suo Krisztof, quello che lei ha sempre amato?
Ne “Il corpo dei ricordi” di Daniela Montella (Milena Edizioni) la fantascienza distopica diventa il pretesto per una più ampia e articolata discussione filosofica sul tema della morte. Nello Stato del romanzo, infatti, la morte è stata sconfitta attraverso la clonazione e la cancellazione dei ricordi; ma la vita, a questo punto, diventa davvero eterna?

Ho trovato all’interno del libro molti riferimenti al nazismo. A cominciare dai nomi dei personaggi (Krisztof, Szilagyi, Josef), che richiamano i luoghi dello sterminio come Polonia o Ungheria, fino ad arrivare alla soluzione al problema della morte grazie alla cancellazione dei ricordi passati; ecco allora che l’oblio diventa la Soluzione Finale, l’olocausto dei sentimenti, con un dottor Szilagyi nuovo Josef Mengele che, paradossalmente, anziché dispensare la morte diventa personificazione del terrore dispensando vita eterna. Una vita di cui, però, nessuno sentirà la mancanza.
Nome: Daniela
Cognome: Montella
Libro preferito e perché: “E l’asina vide l’angelo” di Nick Cave, nella traduzione della Sperti per la Mondadori. Credo sia uno dei romanzi più lirici, belli e tragici che siano mai stati scritti. È fuori catalogo e introvabile – se non usato e a prezzi stratosferici – ma spero ancora che qualcuno si faccia un esame di coscienza e ordini una ristampa. Sono solo quindici anni che aspetto di rivederlo in libreria…
Hai esordito nel mondo della letteratura con un romanzo di fantascienza distopica. Come mai? Perché non ci ho pensato. Se lo avessi fatto, forse non avrei esordito con questo… o meglio, non avrei esordito e basta! Starei ancora a rimuginarci su. L’ho scritto perché era diventato necessario, un impulso fisiologico simile al parto. L’ho sputato fuori. Era diventato troppo ingombrante, forte. Non l’ho mai visto come un romanzo di fantascienza però. Penso tuttora che non lo sia. Gli elementi fantascientifici sono un mezzo narrativo, ma nella storia generale contano relativamente poco.
Un’altra tua grande passione è la recitazione. Se e quanto il teatro ha influenzato il tuo stile di scrittura e in che modo può incidere sulla letteratura e confrontarsi con essa. Molti tendono a pensare che la scrittura narrativa e quella teatrale si somiglino; per me non c’è niente di più sbagliato. Per un motivo molto semplice: la narrativa dipende dalla parola, il teatro no. Teatro e narrativa hanno due linguaggi completamente diversi. Possono avvicinarsi, influenzarsi, intrecciarsi, ma bisogna conoscere entrambi i mondi per poter imparare qualcosa. Io sto ancora imparando. Sicuramente la vicinanza al teatro ha cambiato il mio modo di percepire certi testi – non solo teatrali, ma anche narrativi. Ha cambiato il mio modo di “sentire” le parole. Mi ha obbligata a raffinare l’aggressività che scagliavo nei testi. Non a reprimerla, attenzione, ma a concentrarla per farne arma potente, bella. E mi ha insegnato un trucco che credo dovrebbe conoscere ogni scrittore: leggere quello che si scrive ad alta voce. Non sono riuscita a farlo quanto avrei voluto con “Il Corpo dei Ricordi”, ma sto recuperando con tutto il resto.
Progetti letterari per il futuro? Ne ho moltissimi! Per ora mi sto concentrando solo su un romanzo, perché se mi ostino a lavorare su più cose rischio di rovinare tutto e fare un “mappazzone”. Ma sono in fermento. Una delle cose che vorrei riuscire davvero a fare è portare “Il Corpo dei Ricordi” a teatro. Non sarà facile, ma voglio provarci.

Titolo: Il corpo dei ricordi
Autore: Daniela Montella
Genere: Fantascienza/horror
Casa editrice: Milena Edizioni
Pagine: 204
Anno: 2017
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni.
Musica consigliata: Hans Zimmer, Enya
Film e serie tv consigliati: Orwell’s 1984, Fahrenheit 451, Equilibrium, Black Mirror (episodio “Torna da me”, stagione 2)

L’autrice:
Daniela Montella è nata a Napoli, e si occupa di narrativa, poesia e teatro. Scrive articoli e racconti brevi per il web. Con il collettivo artistico L’inguine di Daphne sperimenta la fusione tra musica e teatro. Il corpo dei ricordi è il suo romanzo d’esordio.

Giano

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Animal Factory (Edward Bunker)

9788806230739_0_0_1534_75“- La solita stronzata, – disse qualcuno. – Far entrare i negri mentre noi stiamo qui a congelarci il culo.
– 
Vuoi scommettere che quei bifolchi di sbirri li stanno pestando a sangue? – chiese Paul.
– Gli sbirri hanno paura di loro, – disse Bad Eye
– È da lì che viene l’odio, mio caro: dalla paura.”

Penitenziario di San Quentin, California. È la prima volta che Ron Decker entra in un carcere, e capisce subito di essere un pesce fuor d’acqua lì: figlio della Hollywood bene, uno yuppie di buon famiglia che si è messo nei guai vendendo droga.
La vita tra quelle mura si dimostra subito non facile tra faide razziali, condizioni igieniche pessime e detenuti che aspirano a violare la verginità del giovane. Finché non trova un’ancora di salvezza che risponde al nome di Earl Copen. Uno della vecchia guardia, che da quelle parti ci è arrivato ragazzino e adesso gode del rispetto e dei favori di tutti, secondini compresi. Earl spiega a Ron le regole per sopravvivere in quella “fabbrica di animali”: farsi rispettare senza mancare di rispetto, guardarsi le spalle da tutti, farsi i fatti propri e non accettare favori da nessuno.
Gli insegna, in poche parole, ad essere uomo; o, meglio, bestia.
La Animal Factory del titolo del romanzo di Edward Bunker (edizione Einaudi) parte come metafora per poi arrivare al cuore del lettore come realtà crudele e spietata. La ridondanza di riferimenti al mondo animale, quali “branco di lupi”, “bestie in gabbia”, “un puzzo tremendo”, “radunati come bestiame”, “cani randagi”, “leoni in gabbia”, diventa un faro accecante sparato negli occhi del lettore, testimoni di un mondo che solo chi l’ha vissuto (in primis l’autore stesso) può comprendere appieno.
Sottolineando spesso come la scena che si sta descrivendo apparirebbe, agli occhi dello “spettatore casuale” o “improvvisato”, diversa da come invece viene percepita da chi  quel contesto lo respira, lo osserva, lo vive, l’autore tende a rimarcare il concetto che soltanto chi dietro quelle sbarre c’è davvero stato può comprendere la realtà dei fatti.

Il punto di forza di tutto il romanzo è il realismo nudo e crudo con cui sono raccontati tutti gli avvenimenti. Bunker mette da parte ogni buonismo, a cominciare dal linguaggio che non risparmia volgarità e bestemmie, fino alla cronaca fredda e distaccata degli avvenimenti; è così che la rivolta dei detenuti, i continui episodi di violenza razziale, la sodomia, l’organizzazione in gang perdono quel sensazionalismo capace di colpire nello stomaco il lettore inesperto, entrando piuttosto a far parte di una routine che, nell’animo del detenuto comune, non suscita clamore.
La caratteristica che tuttavia spicca di più, e che probabilmente rappresenta il perno sul quale si regge tutta la narrazione, è il tema dell’odio. Gli avvenimenti si susseguono in un contesto storico-sociale in cui formalmente le leggi sulla segregazione razziale sono state abolite, ma dove in sostanza l’odio tra bianchi e neri non è mai del tutto scomparso. Anzi, andando avanti nella lettura, lo si sente crescere, alimentarsi dei continui pretesti che i membri della Fratellanza Ariana usano per scatenare violente risse, fino a diventare il vero leitmotiv della storia.
Ci ho messo qualche giorno a leggerlo tutto, ma con un sottofondo ora ispirato al rock anni ‘70, ora all’R&B, me lo sono goduto ancora di più.

Titolo: Animal Factory
Autore: Edward Bunker
Genere: Pulp/noir
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 219
Anno: 2016 (originale 1977)
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni.
Musica consigliata: “The house of the rising sun” The Animal; “Starway to heaven” Led Zeppelin”; “Gangsta’s Paradise” Coolio.

L’autore:
Edward Bunker (1933 – 2005) è uno dei più grandi esponenti del genere pulp. È entrato nel penitenziario di San Quentin per la prima volta a diciassette anni; lì ha cominciato a frequentare corsi di scrittura creativa, scegliendo così di cambiare vita e di raccontare la violenza e il degrado degli ambienti carcerari nelle sue opere.
A San Quentin è diventato molto amico di Danny Trejo, attore feticcio di Robert Rodriguez, che lo ha introdotto nel mondo di Hollywood permettendogli di recitare in diversi film (tra i ruoli più famosi ricordiamo il Mr. Blue de Le Iene e il capitano Holmes in Tango & Cash, nonché diversi cammei nelle trasposizioni cinematgrafiche dei suoi romanzi come Animal Factory e Vigilato speciale (tratto da Come una bestia feroce).

Giano

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Le intolleranze elementari (Serena Venditto)

9788832780307_0_0_0_75«Aspetta, ma perché porti quel maglione rosso? […] Avrà almeno cinque anni e lascia un sacco di pelini rossi in giro…»
«Che significa? Beatrice ne ha ventinove, lascia in giro milioni di capelli rossi e a New York me la porto lo stesso. E non mi tiene nemmeno calda».

Beatrice, eterna studentessa di lingue sempre in procinto di laurearsi; Marzia, ragazza precisa e programmatrice che cerca da anni la casa dei sogni senza mai trovarla; Elena, pigra e disordinata pubblicitaria perennemente alle prese con colloqui di lavoro che puntualmente hanno esito negativo.
Tre amiche del cuore, che lavorano nello stesso bar, l’Hearts (in inglese “cuori”), nei pressi del reparto di cardiochirurgia del Policlinico. Coincidenze? Pare quasi di sì, perché il leitmotiv del romanzo è la travagliata storia d’amore di Beatrice con un cardiologo dell’ospedale, Valerio, che le ha spezzato il cuore. Lo stesso cuore che tuttavia potrebbe diventare il deus ex machina e sbrogliare le matasse di questo intricato romanzo sentimentale.
Il rosa non è il mio genere preferito, eppure ho divorato questo libro in appena due giorni (e solo per la concomitanza di altri impegni). Perché “Le intolleranze elementari” di Serena Venditto (edito da Homo Scrivens per la collana “direzioni immaginarie”) è un romanzo piacevole da leggere, che ti coinvolge senza che te ne accorga grazie a un ritmo narrativo scorrevole e allo stile divertente e mai noioso di una scrittrice che a prescindere dal genere, rosa o giallo che sia, non disdegna virate nell’umorismo puro, con trovate che non mancheranno di strapparvi più di una risata.

Nome: Serena
Cognome: Venditto
Genere letterario preferito: il giallo, senza dubbio. È una sfida, quindi tiene svegli, ma al contempo è un genere rassicurante, sai sempre che l’assassino sarà punito. Forse per questo si legge d’estate, quando vogliamo rilassarci: non avremo sorprese.
Come mai per il tuo romanzo d’esordio hai scelto proprio il genere rosa? Mah, in realtà non ho scelto un genere, ho scelto una storia. O lei ha scelto me, più probabilmente.
E poi la decisione di passare al giallo, con la trilogia di Mycroft. Sì, perché sono le letture a influenzare ciò che scrivi, quindi temo fosse inevitabile. il gatto detective è un personaggio nato nel laboratorio di scrittura Homo Scrivens e funzionava bene, poi è venuto tutto molto naturale.
Una scelta vincente, visto che, a partire da quest’anno, i tre romanzi verranno ripubblicati da Mondadori. Com’è successo e che emozione hai provato quando l’hai saputo? Non credo sia descrivibile, mi sentivo e tuttora mi sento su una nuvoletta se ci penso! Aldo Putignano (direttore editoriale di Homo Scrivens, ndr) me lo ha detto in dosi omeopatiche, quasi alla fine della trattativa per evitare che mi affezionassi troppo all’idea e poi non se ne facesse nulla, ma quando è stato ufficiale me lo ha detto il giorno del mio compleanno, mostrandomi la mail. ho pianto per cinque minuti senza riuscire a parlare, mia madre che continuava a chiedermi «Ma che è successo? Parla, parla!» e io che singhiozzavo. Insomma, una bella scena!
Progetti futuri? Sto lavorando al nuovo editing di Aria di neve, in uscita a maggio 2018, e contemporaneamente al quarto volume della serie. Insomma, non mi annoio!

Titolo: Le intolleranze elementari
Autrice: Serena Venditto
Genere: Rosa/sentimentale
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 179
Anno: 2017
Prezzo: € 14,00
Colonna sonora: 4 Non Blondes – What’s Up.
Tempo medio di lettura: 2 giorni.

L’autrice:
Serena Venditto è nata a Napoli nel 1980. Giornalista sportiva e grande tifosa del Napoli oltre che scrittrice, cura la rubrica Bar Sport sul sito Napoliclick.it. Dopo il romanzo d’esordio Le intolleranze elementari, si è affermata come autrice di gialli con la trilogia di Mycroft, il gatto detective (Aria di neve, C’è una casa nel bosco, Al Sassofono Blu), edita prima da Homo Scrivers e, dal 2018, da Mondadori.

Giano