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L’abbandonatrice (Stefano Bonazzi)

9788898605675_0_0_454_75Ilaria resta in silenzio, la sento inspirare piano, dev’essersi portata una mano alla bocca per trattenere qualcosa. All’improvviso mi rendo conto di non essere il primo a udire quei sospiri e capisco cosa sta cercando di dirmi. La parola. Quella parola.
«Morta».
«Sì. Si è suicidata. Ieri».
Suicidata.

L’amore, la morte, la depressione, la dipendenza. Sono numerosi gli spunti che mi ha offerto la lettura de “L’abbandonatrice”, il romanzo di Stefano Bonazzi edito da Fernandel.
Davide, il fotografo protagonista della storia, cattura istanti di vita altrui attraverso il suo obiettivo. Crede di aver raggiunto l’apice nel momento in cui, finalmente, espone le proprie opere in una galleria. Tuttavia, a rovinare la magia di quel momento, è una telefonata nella quale gli viene comunicata la morte di Sofia, non una semplice amica ma uno dei pilastri della sua vita passata. Quella di studente del DAMS che si innamora di Oscar, un pianista talentuoso ma discontinuo; quella di ragazzo che soffre di attacchi di panico e che tenta di contrastare con l’ausilio dei farmaci.
Come e quanto cambierà la sua vita quando, durante il funerale di Sofia, incontrerà Diamante, il figlio della sua amica?

“L’abbandonatrice” è un romanzo davvero interessante, che ho letto durante un viaggio in treno. Scrittura fluida, pochi fronzoli, flussi di coscienza brevi ma in grado di lasciare il segno. Quel che ho trovato impeccabile è stato l’uso delle voci narranti: Bonazzi scrive in prima persona (a parlare è Davide), riservando dei capitoli a Oscar e Sofia. Un modo per accompagnare il lettore in una storia estremamente dura, ma assolutamente piacevole. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“L’abbandonatrice”. Come è nato questo romanzo? Ho unito tre tematiche a me molto vicine: gli attacchi di panico, la competizione artistica, e la paura dell’abbandono. Ognuna di queste ha quindi trovato la sua personificazione in uno dei tre protagonisti. Da questa base di lacune ho poi lavorato per costruire una storia di formazione e de-formazione che rende tributo a due cose a me molto care: Sofia e Bologna.
Cominciamo dal protagonista: Davide. Chi è questo fotografo omosessuale con uno spiccato senso di protezione verso gli altri (Sofia, Oscar, Diamante)? Una proiezione dell’autore, il frutto della sua fantasia, qualcuno che s’incontra per strada? È un mix di tutte le cose che hai scritto: del trio, Davide impersona la paura. Di autobiografico c’è sicuramente l’aspetto riguardante gli attacchi di panico e la sua passione per la fotografia, ma ci sono anche moltissimi altri tratti caratteriali di pura fiction. È un personaggio estremamente sensibile, insicuro, ma è anche il classico studente della porta accanto. Quando il romanzo uscì, molti ragazzi in privato mi scrissero per dirmi che si erano riconosciuti molto in lui.
Omosessualità, droga, crisi depressive. Tematiche estremamente delicate, assai spesso dei tabù, ma soprattutto materiale narrativo al quale attingere a piene mani. Quanto è stato difficile, ma pure stimolante, mescolare elementi del genere e mantenerli in equilibrio all’interno della trama? La parte più difficile è stata trovare il giusto bilanciamento tra le varie tematiche. Non volevo scrivere un trattato saggistico sulle malattie ma nemmeno una storia di sola autocommiserazione anche se spesso, soprattutto nella prima parte, i personaggi sono vittime delle loro insicurezze e tendono a compatirsi. Per questo l’aspetto artistico si è rivelato fondamentale. In sunto, il messaggio di fondo del libro è proprio quello di cercare un proprio modo di espressione attraverso la creatività, qualsiasi forma di creatività, basta che sia utile a spurgare il nero che abbiamo dentro: non si tratta di un percorso semplice e non sempre il risultato finale sarà positivo, ma il tempo impiegato in questa ricerca non sarà mai tempo sprecato.
Una Sofia prima o poi è entrata nella vita di ognuno di noi. Ha lasciato cicatrici, ma pure eredità più o meno pesanti. A te cos’ha lasciato in dote questo personaggio? La storia di Sofia è una storia che attinge da un fondo di verità. Per quanto mi riguarda la vera Sofia è stata una persona indispensabile per superare ostacoli che probabilmente non sarei riuscito ad affrontare da solo ma è stata anche una persona che, attraverso il suo dolore, mi ha aiutato a vedere le difficoltà quotidiane sotto una luce diversa. Mi ha dato un nuovo metro di misurazione dello sforzo e della soglia di sopportazione.
Diamante è uno sguardo proiettato al futuro. Lo specchio di nuove generazioni che sembrano non avere più valori e sembrano non curarsi del domani. Sono vittime del fascino del male o semplicemente non hanno stimoli? Non penso che Diamante sia affascinato dal male, perché già essere incuriositi da qualcosa significa comunque avere un interesse. Nel suo caso, invece, penso che il problema principale sia proprio la sua mancanza di stimoli. È stato deluso dagli adulti e quindi si rifiuta di assumersi l’onere di crescere. Non vuole diventare come loro ma alla fine non è poi così differente dai tre protagonisti principali, nonostante abbia metà dei loro anni. Non lo considero un personaggio cattivo, deve semplicemente tornare a fidarsi delle persone.

Quali sono stati i primi feedback dei lettori?Molto positivi. Portando il libro anche nelle scuole ho avuto il piacere di confrontarmi con molti giovani, anche coetanei di Diamante e ho avuto la conferma di quanto siano attuali queste tematiche. Per molti ragazzi ammettere di soffrire di attacchi di panico è un’umiliazione, senza parlare poi della tematica del coming out o della fuga all’estero. Ho ricevuto feedback da ogni fascia d’età e sapere che il libro è “arrivato”, che ha accompagnato per mano, e magari fatto sentire meno solo il lettore, è la soddisfazione più grande.
Dulcis in fundo, la domanda marzulliana: se un autore si riflette (in modo conscio o inconscio) nei propri personaggi, quanto c’è di tuo in: Sofia, Diamante, Davide e Oscar? Direi un buon 70% di Davide e qualche frecciatina acida di Sofia. Di Oscar purtroppo non ho nulla anche se non mi dispiacerebbe avere un po’ della sua sfacciataggine, potrebbe essere utile in alcune situazioni!
Saluta i lettori del nostro blog. Non esistono lettori medi, esistono solo libri medi!Un abbraccio a tutto lo staff del blog e a tutti quelli con un libro in mano.

Titolo: L’abbandonatrice
Autore: Stefano Bonazzi
Casa editrice: Fernandel
Genere: Drammatico
Pagine: 206
Anno: 2017
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Colonna sonora consigliata: “Morrison Hotel”, album dei The Doors del 1970.

L’autore
Stefano Bonazzi è nato a Ferrara nel 1983. Di professione webmaster e grafico pubblicitario, realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Miami, Seul, Monaco.Nel 2014 ha pubblicato per l’editore Newton Compton il suo primo romanzo “A bocca chiusa”.

Paquito

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Un uomo qualunque(Samuele Arba)

9788832205022_0_0_551_75Domani, alla notizia della mia morte, qualcuno piangerà o forse riderà, ma ai più non gliene fregherà nulla. Ci tengo a precisare una cosa, forse avrei dovuto farlo prima, non mi voglio suicidare: mi voglio as-sas-si-na-re!

Un pugno nello stomaco. Credo sia questo il modo migliore per definire “Un uomo qualunque”, il romanzo di Samuele Arba pubblicato da Biplane Edizioni.
Xavi è un uomo di mezz’età, stanco di una vita avara di soddisfazioni, che matura un proposito: assassinarsi. Non vuole, infatti, suicidarsi ma sbarazzarsi di quella parte di sé che non gli appartiene e che occupa il suo corpo. La pistola, acquistata tempo prima, potrebbe essergli d’aiuto, ma risulta ancor più utile lasciarsi coinvolgere dalla lotta portata avanti dagli Indignados, il movimento sociale che protesta contro Zapatero e il suo governo.
Tra le fila del gruppo conosce l’affascinante attivista Ada, una donna in grado di fargli provare finalmente desideri sessuali ormai sopiti, ma soprattutto Luis (fidanzato di Ada) e Pep, due integralisti che intendono manipolare la mente dell’uomo e trasformarlo in un martire del movimento.

Questo libro mi è piaciuto perché, innanzitutto, Arba mescola in modo convincente finzione e realtà storica: la Barcellona raccontata nel romanzo è reale e ha l’espressione cupa e rabbiosa degli Indignados; inoltre mi ha colpito in modo particolare per il linguaggio: crudo, estremamente diretto, senza artifici e col solo desiderio di supportare una storia che ha un taglio molto cinematografico. Non aggiungo altro e lascio che sia l’autore a raccontare questo romanzo.

Un uomo qualunque. Come è nato questo romanzo? Una sera di maggio, al telegiornale, sentii parlare degli Indignados. Barcellona era il covo della rivoluzione 15-M e io dovevo esserne testimone. Ero in quel di Plaça Catalunya quando pensai che la trama di “Storia di un impiegato”, il concept album di Fabrizio De Andrè, sarebbe stata bene in quel periodo storico. Cos’era cambiato dal ‘68 al 2011? Mi piaceva l’idea di portare su carta gli ideali e l’universo di quel disco. Sarebbe stato però un esercizio sterile far muovere il personaggio del disco in un’altra rivoluzione, su carta. Allora ho voluto sconvolgere il tutto. Ho capovolto la prospettiva del disco, trasformando il mio protagonista in un vigliacco che si lascia trasportare dagli eventi.
Hai sapientemente mescolato fiction e fatti storici. Quanto è stato difficile mantenere in equilibrio queste due forme di narrazione antitetiche? È stato un lavoro lungo, a tratti faticoso. Incastrare in una storia fatti già accaduti e fiction,non è banale! Anche perché avevo in testa la storia personale di Xavi, prima che gli eventi storici. Sono soddisfatto del risultato: credo che il mix sia equilibrato. Gli eventi sono una cornice interessante alla storia di Xavi e la storia di Xavi rivela fatti che magari ai più non sono così noti.
Non una semplice città cosmopolita, Barcellona è un autentico genere letterario. Raccontaci la città da abitante, ma soprattutto da lettore. La Ciutat Comtal, come è chiamata in catalano Barcellona, è un ambiente sempre in ebollizione, un’urbe sveglia giorno e notte, la più italiana delle città d’oltralpe. L’ho conosciuta e ritrovata nel romanzo storico “Il mercante di stoffe”, di CoiaValls, e grazie alle investigazioni del detective Carvalho ne“I mari del sud” di Montalbán, o grazie alle descrizioni ambientali quasi deleddiane di Zafón ne “L’ombra del vento”.
Xavi è un cavaliere solitario perennemente alla ricerca di un’occasione di riscatto. Irrimediabilmente mi ha riportato alla mente Don Chisciotte e le sue battaglie. Plateale errore di paragone oppure, irrimediabilmente, il tuo protagonista è figlio del celebre personaggio di Cervantes? Mi piace quest’accostamento, non ci avevo riflettuto! In fondo anche Xavi è come Alonso. Ha affrontato la vita come un sogno ritrovandosi in mano un pugno di mosche. Ma il protagonista di “Un uomo qualunque” non è risoluto, non possiede lo spirito cavalleresco che un giorno spinge Alonso ad abbandonare la vita in cerca d’avventura.
La musica permea ogni anfratto di questa storia. Ed è la voce di Fabrizio De André ad accompagnare il lettore tra le pagine della storia. Perché proprio l’album “Storia di un impiegato come soundtrack del libro? È un disco che ascolto da sempre, una storia drammatica, di rivoluzione e d’amore, con un finale fin troppo malinconico. Una storia atemporale che calzava a pennello nella Barcellona del 2011. “Un uomo qualunque” è un omaggio a quello che ha significato per me il mondo di De Andrè e alla sua capacità di descrivere stati d’animo.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Coloro che hanno già letto “Un uomo qualunque” sono stati piacevolmente colpiti, chi dalla scrittura e dal ritmo, chi dalla storia o dal finale. C’è chi l’ha definito ‘beat’ cogliendo in Xavi un’essenza anticonformista e un desiderio di fuga dall’opulenza della società. Questo è stato il più bel commento ricevuto.Ma sono in attesa dei prossimi!
Dulcis in fundo: cosa ti aspetti da questo romanzo? Quello che mi aspettavo l’ho già ricevuto: un gran entusiasmo nello scriverlo, una grande felicità quando la Biplane Edizioni l’ha pubblicato, un’enorme soddisfazione quando qualcuno mi dice: «Ehi, sto leggendo “Un uomo qualunque”».
Saluta i lettori del nostro blog. Apreciadoslectores, questo romanzo è stato creato plasmando tanti ingredienti che troverete sulla quarta di copertina, ma ciò che guida questa storia è la speranza.
Un suggerimento: quando vi accingete a leggere le prime pagine di “Un uomo qualunque”, ascoltate la canzone “Summertime”, nella versione di Leslie West. È la stessa canzone che sta ascoltando Xavi mentre scrive la sua lettera.
Un abrazodesdeBarcelona.
¡Hasta pronto!

Titolo: Un uomo qualunque
Autore: Samuele Arba
Casa editrice: Biplane Edizioni
Genere: Politico
Pagine: 169
Anno: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Letture consigliate: “Per chi suona la campana” di Ernest Hemingway.

L’autore
Samuele Arba, nato in Sardegna a Silius nel 1978, risiede da più di una decade in Catalogna, a Tarragona.
È autore di una raccolta di storie brevi in italiano, mentre il suo romanzo d’esordio in spagnolo è un noir intitolato “J.P. Pablowski”. Ha inciso due dischi di canzone d’autore con brani in sardo, italiano, catalano e spagnolo; ha inoltre scritto, diretto e interpretato uno spettacolo di teatro canzone in spagnolo. Per Samuele scrivere non è una passione, è uno stato d’animo. I suoi riferimenti si possono ormai definire dei classici, da De André a Bukowski, da G. Gaber a J.D. Morrison, da Kerouac a L. Cohen.

Paquito

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Io sono Kurt (Paolo Restuccia)

9788876259036_0_0_454_75Vent’anni fa portavo i capelli lunghi come Kurt Cobain, con un accenno di pizzetto. La prima volta che mi vide, Diavolo Biondo disse: «E tu chi saresti?».
«Andrea Brighi».
«Nome da sfigato».

Immaginate di essere in macchina e di avere al vostro fianco una borsa piena zeppa di soldi. Soldi che dovrete consegnare in una banca di Lugano, senza dar troppe spiegazioni e, soprattutto, senza perdere tempo. Immaginate adesso che, mentre procedete in direzione della Svizzera, la vostra auto venga affiancata da un veicolo alla cui guida c’è il vostro ex datore di lavoro lo stesso che, da vent’anni, vi deve ancora 10 milioni. Continuereste il vostro viaggio serenamente oppure rendereste più eccitante il percorso seguendo la macchina che avete appena visto?
Andrea Brighi, protagonista del romanzo “Io sono Kurt” di Paolo Restuccia (edito da Fazi), propende per questa seconda opzione e si prepara a fare i conti col proprio passato. Un passato fatto di serate in discoteca, nelle quali veniva soprannominato Kurt a causa della somiglianza col cantante Kurt Cobain; di un rapporto ambiguo con Anna, una ragazza annoiata dalla routine sentimentale e amante della sottomissione, e di un ancor più controverso rapporto di amore e odio con Stefano Zanchi, soprannominato Diavolo Biondo, ex datore di lavoro di Kurt.
Riuscirà il protagonista a recuperare il vecchio credito, senza dissipare i soldi con cui sta viaggiando?

Ho apprezzato non poco questo romanzo nel quale la musica ha un ruolo fondamentale. Al termine del libro, Restuccia motiva la scelta di ogni singolo pezzo citato nel romanzo invitando il lettore a ritrovare tormentoni di inizio secolo e vecchi successi degli anni ’60 e ’70. Inoltre mi è piaciuta la scrittura: cruda, spigolosa, senza fronzoli e senza alcun rispetto per i ben pensanti. Il sesso viene raccontato senza volgarità ma pure evitando censure che avrebbero rovinato un’atmosfera cupa che permea tutto il romanzo. Inoltre, ho apprezzato particolarmente che l’autore abbia – di tanto in tanto – interrotto la narrazione (in prima persona) per rivolgersi direttamente al lettore, coinvolgendolo pienamente nella storia e in una serie di riflessioni mai banali né stucchevoli.

Titolo: Io sono Kurt
Autore: Paolo Restuccia
Casa editrice: Fazi editore
Genere: Noir
Pagine: 270
Anno: 2016
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Dopo aver letto il libro: Godersi, una a una, le canzoni citate alla fine del romanzo.

L’autore
È il regista del noto programma satirico di Radio2 “Il ruggito del coniglio”. Lavora alla Rai dal 1987 come regista, autore e conduttore. Insieme a Enrico Valenzi, è il fondatore della Scuola di scrittura Omero di Roma, la prima aperta in Italia, attiva dal 1988. Ha pubblicato il manuale “La palestra dello scrittore, le parole e la forma” (Omero, 2010) e il romanzo “La strategia del tango” (Gaffi, 2014).

Paquito

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Kirsten (Salvatore Vivenzio & Chiara Raimondi)

kristen-salvatore-vivenzio-chiara-raimondi«Quale parte interpreterò stavolta?»

L’istante che precede il ciak. È quel che Salvatore Vivenzio e Chiara Raimondi raccontano con “Kirsten”, il graphic novel edito da Alt! Edizioni.
Protagonista della storia è la diva hollywoodiana Kirsten Dunst immortalata fuori e dentro il set. Non una storia per celebrare un’attrice di indiscusso talento, quindi, ma il ritratto a tinte forti di una ragazza molto fragile che, ruolo dopo ruolo, si guarda allo specchio e non vede più riflessa la propria immagine ma quella dei personaggi a cui presta corpo e voce.

Definisco questo graphic novel: delizioso. Una storia breve, con pochissime battute e tanto spazio all’illustrazione (da questo punto di vista, straordinario lavoro di Chiara Raimondi che – con un tratto molto bonelliano – dà vita alla celebre attrice regalando ai lettori una serie di immagini iconiche della Dunst). Vivenzio è molto attento alle inquadrature ed è bravo a far recitare Kirsten anche lontano dal set. Quei soliloqui, tuttavia, non sono battute, ma veri e propri dubbi che possono cogliere una ragazza anche all’apice della carriera. Non aggiungo altro e cedo con piacere la parola all’autore.

Kristen. Come è nato questo progetto? Kristen nacque sostanzialmente da una scommessa tra me e Chiara Raimondi, la disegnatrice, entrambi follemente innamorati dell’attrice Kirsten Dunst. Ci mandavamo sue foto di continuo, poi passammo alle interviste e man mano scoprii che lei aveva un passato davvero interessante fatto di problemi familiari, depressione e cliniche psichiatriche. La figura dell’attore mi ha sempre interessato moltissimo, quindi decisi di provare a mettere in relazione la classica maschera dell’attrice con i problemi reali della vita di Kirsten Dunst. Ne venne fuori un esperimento niente male, così decidemmo di realizzarlo.
La Kristen Dunst protagonista di questa storia si discosta dalla diva patinata alla quale siamo abituati. Come mai hai deciso di raccontare il lato fragile di quest’attrice? Perché ciò che mi interessa principalmente è il lato umano, emotivo, profondo delle cose. Tutti possiamo vedere quanto sia bella un’attrice hollywoodiana, tutti possiamo ammirare i suoi vestiti, i suoi gioielli, le sue fantastiche relazioni amorose. Ma la vera domanda, per me, è sempre: cosa c’è dietro tutto questo?
In alcune istantanee vengono ricordati i momenti salienti della sua carriera. Un modo, questo, per mettere una persona davanti allo specchio per ricordare il proprio lato umano? Per me era un confronto con se stessa. Tra il lato umano e quello attoriale. Non so come sia effettivamente essere un attore, non so neanche recitare una poesia, ma l’ho sempre immaginato come una figura sfuggevole, sempre in bilico tra ciò che è e ciò che recita.
La Stanza. Raccontaci questo interessante progetto. La Stanza è stato l’inizio di tutto per me. Nacque quando avevo circa diciassette anni. Avevo iniziato a provare a scrivere una sceneggiatura (non mi era facile ai tempi, ero totalmente spaesato) ma rimaneva un problema: chi l’avrebbe mai disegnata? Così provai a tirare su questo collettivo di artisti. Ai tempi non immaginavo sarebbe diventato qualcosa di così grosso. Poi sono sopraggiunti dei problemi, realtà del genere sono difficili da portare avanti a meno di non trovare persone disposte a investire tempo e denaro nel progetto. Quindi pian piano abbiamo tutti abbandonato la barca. Non so se faremo mai altro con i vecchi membri, me lo auguro comunque. Ma si va avanti, non bisogna mai fermarsi al passato.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Ai tempi delle nostre prime uscite furono tutti molto entusiasti. La prima tiratura di Kristen finì al Comicon 2017, fiera d’esordio praticamente (prima avevamo fatto solo Pescara Comics dove avevamo portato l’albo in anteprima). I ragazzi di ALT! fecero un lavorone, immagino fosse molto difficile lavorare con noi ai tempi, eravamo dei ragazzini (io avevo 19 anni). Pochi giorni fa ho saputo che sono andate esaurite anche tutte le copie di “Gamble”. E’ una bella soddisfazione vedere il proprio lavoro apprezzato anche a distanza di tempo.
Sei al lavoro su qualche nuovo progetto? Certo! Nel 2018 è uscita “La Rabbia”, il graphic novel scritto da me e disegnato da Gabriele Falzone. Abbiamo fatto sostanzialmente un anno di tour promozionale, conclusosi a giugno. Anche questo volume è andato molto bene, abbiamo girato parecchio. Ora ho altri due libri in uscita nel 2020, sempre per Shockdom. Il primo è un fumetto sulla cultura trap e il secondo è una decostruzione surrealista del classico noir che prova a succhiare la linfa vitale di Bunuel, Dalì e De Chirico (una roba da niente, insomma). Nel frattempo lavoro a tante altre cose e provo a laurearmi!
Un saluto ai lettori del nostro blog. Un abbraccio a tutti i lettori di “Il lettore medio”, spero di incontrarvi nuovamente presto, magari in occasione dell’uscita del mio prossimo libro!

Titolo: Kirsten
Autore: Salvatore Vivenzio
Illustratrice: Chiara Raimondi
Casa editrice: Alt!
Genere: Graphic novel
Pagine: 36
Anno: 2017
Prezzo: € 4,90
Tempo medio di lettura: 1 ora
Film consigliati: “Il giardino delle vergini suicide” (1999) e “Marie Antoinette” (2006), scritti e diretti da Sofia Coppola. Di entrambi i film Kirsten Dunst ne è la protagonista.

L’autore
Salvatore Vivenzio è scrittore, sceneggiatore e giornalista. Tra le sue pubblicazioni: i romanzi brevi “Radioactive” e “Awake” (entrambi pubblicati da Montecovello) e dei fumetti, pubblicati con Alt!, “Kristen” e “Gamble”. Con l’editore Shockdom ha pubblicato il graphic novel “La rabbia”.
È il fondatore e coordinatore del collettivo “La Stanza”.

L’illustratrice
Chiara Raimondi, classe ‘96, dopo il diploma al liceo decide di fare fumetti così, su due piedi. Esordisce con “Kristen” e come colorista con “Gamble”, entrambi scritti da Salvatore Vivenzio ed editi da ALT! Associazione Lettori Torresi. Collabora come illustratrice e fumettista con giornali locali e pubblica webcomics su piattaforme online come Comiqube e Lo Spazio Bianco.

Paquito

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Il libro dei Baltimore (Joël Dicker)

9788893445511_0_0_454_75Se trovate questo libro, leggetelo, per favore.
Vorrei che qualcuno conoscesse la storia dei Goldman di Baltimore.

Comincio questa recensione affermando che “Il libro dei Baltimore” di Joël Dicker (edito da La nave di Teseo) è uno dei romanzi più interessanti che mi sia mai capitato di leggere negli ultimi anni.
Una saga familiare sui generis (consta, infatti, di un unico volume) nel quale vengono raccontate le gesta della famiglia Goldman, nel momento più delicato della loro vita. Protagonista della vicenda è Marcus Goldman, un giovane scrittore al lavoro sul suo nuovo romanzo. Vittima, inizialmente, del blocco dello scrittore, Marcus (che nel corso della narrazione riceverà gli affettuosi nomignoli di Markie e Markikette) inizia a raccontare la storia della propria famiglia: il padre e la madre con cui vive a Monclair, ma soprattutto la famiglia Goldman di Baltimore: quella composta dallo zio Saul, la zia Anita e il cugino Hillel ai quali si aggiunge il giovane Woody, un ragazzino abbandonato dalla propria famiglia d’origine che trova nella ricca tenuta dei Goldman di Baltimore la propria seconda chance. Ognuno di loro combatte quotidianamente per primeggiare (nello studio, nel lavoro, ma soprattutto agli occhi dei parenti), ognuno di loro ha un segreto, ognuno di loro ha fantasmi del passato che riemergono per rendere insonni le notti a qualsiasi latitudine.
Riuscirà Markie a raccontare la storia della propria famiglia, senza lasciarsi travolgere dalle onde anomale dei ricordi?

Al di là della storia, particolarmente bella, quel che ho adorato di questo romanzo è la tecnica. Dicker utilizza in maniera impeccabile il flashback (quasi sempre aperto, così da aumentare la suspence al termine di ogni capitolo) muovendosi su più piani narrativi. Ottima pure la scelta della prima persona per la voce narrante: Marcus condivide col lettore le proprie emozioni (specie nel rapporto con Alexandra Neville, inizialmente semplice vicina di casa e amica di famiglia, successivamente fidanzata di Marcus) ma soprattutto i propri ricordi. Racconta quel che gli è successo, nei lunghi soggiorni a Baltimore, ma pure quel che gli viene raccontato da due cugini per i quali prova un grande affetto, ma pure un pizzico d’invidia.
I personaggi sono delineati in modo perfetto. Di ognuno di loro l’autore regala un ritratto molto dettagliato, ma nient’affatto stancante, nel quale emergono le fragilità. Fragilità che li rende umani e nei quali ci si può facilmente immedesimare.
Non aggiungo altro, per non correre il rischio di essere stucchevole. Lascio ai lettori l’ardua sentenza. Per me è promozione a pieni voti, con tanto di desiderio di leggere altri romanzi di quest’autore.

Titolo: Il libro dei Baltimore
Autrice: Joël Dicker
Casa editrice: La nave di Teseo
Genere: Saga familiare
Pagine: 587
Anno: 2018
Prezzo: € 14,50
Tempo medio di lettura: 15 giorni
Letture consigliate: “La verità sul caso Harry Quebert” (2013) e “La scomparsa di Stephanie Mailer” entrambi di Dicker.

L’autore
Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. Ha pubblicato “La verità sul caso Harry Quebert” (2013), “Gli ultimi giorni dei nostri padri” (2015), “Il libro dei Baltimore” (2016) e “La scomparsa di Stephanie Mailer” (2018). Ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010, il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012.

Paquito

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Anm & core (Alex Amoresano)

copertina-anm-e-core-1«Ma tu sai come ci si arriva?»
«Dobbiamo solo cambiare linea. Comunque poi chiediamo!»
«È il “poi chiediamo” che mi preoccupa…»

Confesso di aver sempre avuto un debole per le storie ambientate a bordo di un treno. Se le suddette storie hanno un taglio umoristico – e magari sono pure ambientate a Napoli – non posso esimermi dal recensirle positivamente. Ed è quel che accade con “Anm & core” il divertente volume realizzato da Alex Amoresano (autore delle sceneggiature e delle illustrazioni) edito da Alt! Edizioni.
Una raccolta di storie legate tra loro da un sottilissimo filo: sono tutte ambientate a bordo dei mezzi pubblici napoletani. Stazioni belle come opere d’arte popolate di viaggiatori distratti, studenti fuorisede, innamorati che attendono la fermata successiva per dichiararsi e venditori ambulanti che danno fondo a un repertorio da navigati attori per piazzare la propria mercanzia (nel 90% dei casi si tratta di calzini!).
Tutto questo mentre il mondo fuori continua a muoversi a velocità frenetica, senza la possibilità di godersi uno spettacolo del genere.

Ho apprezzato molto questo fumetto per due motivi: il primo è che rende giustizia alle metro napoletane (delle quali sono assiduo fruitore) tanto per l’aspetto estetico (la stazione di Toledo è oggettivamente molto bella), quanto per quel teatro quotidiano che va in scena, ogni giorno, tra un vagone e l’altro. A questo punto taccio e lascio la parola all’autore.

Anm & core. Come è nato questo progetto? È nato osservando. Un’osservazione che mi ha accompagnato per anni, sin da piccolo, attraverso quel labirinto di percorsi artistici che è la metropolitana di Napoli, con occhi curiosi e orecchie attente ai discorsi dei passeggeri.
Da sempre la linea dei trasporti napoletana viene considerata un gigantesco contenitore di storie. Storie che prendono vita tra le pagine del tuo graphic novel. Quale di queste ti ha più divertito? “Toilette”, la storia sulle due signore che cercano di risparmiare sui servizi igienici della metro.
C’è spazio, nel graphic novel, anche per qualche attenta riflessione. A bordo della metro viaggiano turisti, studenti con le cuffiette, professionisti silenziosi, massaie ciarliere ma pure persone che proprio non riescono a fare a meno dei pregiudizi. Quanto ti spaventa quest’ultima categoria? Ti rispondo con una storiella: una volta una signora sull’autobus imprecava contro gli arabi. La assecondo, dicendole che aveva ragione, facendole capire quanto io fossi più intransigente di lei e di come, a mio avviso, si dovesse eliminare ogni cosa importata dagli arabi. Numeri, astronomia, medicina, spezie, e molte parole della nostra lingua napoletana. Rimase in silenzio.
La linea 1 della metropolitana di Napoli avrà pure mille e uno difetti, ma è universalmente riconosciuto che è dotata di stazioni meravigliose. Giusto soffermarsi a contemplare queste opere d’arte oppure è meglio continuare a lamentarsi i disservizi? In medio stat virtus.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Meravigliati. Sia per la scoperta di un fumetto che parlasse di una Napoli quotidiana, reale, di tutti i giorni, sia per la scelta della protagonista assoluta: la metro.
Adesso tocca farci gli affari tuoi. Sei al lavoro su qualche nuovo progetto? Ci sto lavorando, al momento sono ancora alla fase iniziale, quella che ogni bravo scrittore definirebbe “ricerca delle fonti”. E già ti ho dato un forte indizio sull’orientamento cronologico dell’opera.
Un saluto ai lettori del nostro blog. Un saluto a tutti, ragazzi! E ricordatevi che: in vino veritas, ma in birra figuriamocis!

Titolo: Anm & core
Autore/illustratore: Alex Amoresano
Casa editrice: Alt!
Genere: Graphic novel
Pagine: 105
Anno: 2019
Prezzo: € 10,00
Tempo medio di lettura: 2 ore
Dopo aver letto questo graphic novel: Viaggiare a bordo delle linee 1 e 2 della metropolitana di Napoli per scoprire che, talvolta, la realtà supera di gran lunga la fantasia.

L’autore
Alex Amoresano nasce a Napoli nel 1994. Cresciuto a “pane e greco antico”, nel 2017 si diploma alla Scuola Italiana di Comix in Fumetto e Colorazione CG.
Nell’aprile dello stesso anno espone per il Napoli Comicon-off presso il PAN – Palazzo delle Arti di Napoli alcune tavole tratte dalla storia scritta con Corinne Cocca “Làthe Biòsas”, per la rassegna ’77 Anno Cannibale. Nel dicembre 2018, è tra i quaranta finalisti esposti del concorso “Batman: Vita con Alfred” organizzato da Dimensione Fumetto. Nello stesso mese, realizza la locandina, esposta presso l’Università Sorbonne di Parigi, dell’incontro “Le due Napoli di Maurizio de Giovanni”.
Collabora attivamente come scrittore ed illustratore con il sito internet e la pagina facebook “Storie di Napoli”. Attualmente studia Scienza ed Ingegneria dei Materiali presso l’Università di Napoli Federico II.

Paquito

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Dorando Pietri. Una storia di cuore e di gambe (Antonio Recupero & Luca Ferrara)

9788867901876_0_0_503_75«Il babbo mi ha dato le mie, e visto che a te non ti ha acchiappato poi mi ha dato anche le tue…»
«Eh, allora devi correre più veloce anche te…»

Quella di Dorando Pietri non è la storia di un atleta per caso, è epica allo stato puro. Ciò che accadde a Londra nel 1908 – la vittoria della maratona durante le Olimpiadi, la successiva revoca della medaglia, infine il trofeo offerto dalla regina Alessandra per celebrare le sue gesta sportive – non può essere semplicemente annoverato tra le cronache sportive. Rende merito a un uomo diventato corridore casualmente, tuttavia pronto a qualsiasi sacrificio pur di superare i propri limiti e comprendere non solo quando è il momento di dire basta (dopo appena tre anni di attività agonistica vissuta a livelli fuori dal comune), ma pure quando è il momento di tirar fuori gli artigli e difendersi dall’accusa di aver barato durante una finale olimpica.
Antonio Recupero, supportato dalle illustrazioni di Luca Ferrara, racconta tutto questo in “Dorando Pietri. Una storia di cuore e di gambe” edito da Tunuè. Non la semplice biografia di un grande atleta di inizio ‘900, ma il desiderio di raccontare una parabola sportiva e la vita quotidiana di un ragazzo di provincia dotato di un fisico non propriamente atletico (particolarmente magro e con le gambe arcuate) ma pure di una volontà ferrea e di grande intelligenza (specie nel prendere decisioni sul proprio futuro).

Ho apprezzato davvero molto questo graphic novel per una serie di motivi. Innanzitutto, per lo straordinario lavoro grafico di Luca Ferrara. Essenziale, senza fronzoli, reso d’effetto grazie all’utilizzo dell’acquerello che valorizza ogni tavola e le regala quel tocco vintage quanto mai indicato per una storia ambientata ad inizio ‘900.
Dal punto di vista della sceneggiatura, ottima la scelta di Recupero che decide di raccontare la vicenda dell’uomo Pietri – costretto a difendersi in tribunale, subito dopo la gara – e di ripercorrere le fasi salienti della sua vita attraverso una serie di flashback davvero efficaci. Ancor di più, mi è piaciuta l’idea di raccontare, nell’ultima parte del volume, la vita di Pietri lontano dalle piste di atletica. Un modo perfetto per restituire umanità a una leggenda dello sport.

Titolo:
Dorando Pietri. Una storia di cuore e di gambe
Autore: Antonio Recupero
Illustrazioni: Luca Ferrara
Casa editrice: Tunué
Genere: Graphic novel
Pagine: 104
Anno: 2016
Prezzo: € 16,90
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Serie televisiva consigliata: “Il sogno del maratoneta”, serie tv del 2012 diretta da Leone Pompucci. Dorando Pietri è interpretato da Luigi Lo Cascio.

L’autore
Antonio Recupero (Messina 1977), laureato in Giurisprudenza nella sua città natale, ha studiato sceneggiatura sotto la guida di Giorgio Pedrazzi alla Scuola Internazionale di Comics di Roma; qui conosce Cristian Di Clemente. Ha collaborato con le etichette Perfect Trip Production e Cronaca di Topolinia, oltre che con le community Gruppo Trinacria e Kinart. Collabora con le e-zine Fumettomania.net e Komix.it.
Ha scritto due storie pubblicate su Mono#3 “Acqua” (Torello, disegnata da Cristian Di Clemente) e Mono #4 “Cibo” (Cena a due, disegnata da Giovanni Ruello). Attualmente vive a Roma, occupandosi di comunicazione. Con Cristian Di Clemente realizza il graphic novel Tunué “Non c’è trucco”.

Luca Ferrara (Cava dè Tirreni, 1982) fumettista e creativo pubblicitario unisce alla necessità di disegnare la passione per il teatro amatoriale e la recitazione. Con Tunué ha pubblicato nel 2013 “Gli altri”, dal testo teatrale di Maurizio de Giovanni e con la sceneggiatura di Alessandro Di Virgilio. Inoltre ha disegnato e co-sceneggiato “Pippo Fava. Lo spirito di un giornale” (2010, Round Robin) e “Antonino Caponetto. Non è tutto finito” (2012, Round Robin).

Paquito

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Notte a Caracas (Karina Sainz Borgo)

9788806241780_0_0_503_75Seppellimmo mia madre con le sue cose: il vestito blu, le scarpe nere senza tacco e gli occhiali multifocali.

Non dirò molto su “Notte a Caracas” di Karina Sainz Borgo (edito da Einaudi per la collana Stile Libero) se non che è uno dei romanzi più belli che abbia letto durante il 2019 e che, ad oggi, è il miglior romanzo d’esordio che mi sia capitato tra le mani.
Adelaida Falcón, protagonista del romanzo, è una giovane donna che ha appena perso la madre e la casa. Se il primo evento viene vissuto con serena rassegnazione (sua madre, anch’essa chiamata Adelaida Falcón, è molto malata e le cure in Venezuela sono particolarmente costose), il secondo – la sua abitazione viene occupata da un commando di donne particolarmente spietate e dedite al commercio illegale – si rivelerà fondamentale per prendere una decisione quanto mai drastica: lasciare il Venezuela per approdare in Spagna sotto falso nome. Come sarà possibile tutto questo? Al lettore il compito di scoprirlo attraverso un romanzo che mi è piaciuto fin dalle prime battute.
Il taglio della storia è decisamente cinematografico: la Sainz Borgo regala al lettore istantanee e fotogrammi che permettono di immedesimarsi coi protagonisti e affida al lettore una “telecamera” con la quale seguire da vicino il susseguirsi di eventi che si alternano lungo tutta la narrazione.
Narrazione tecnicamente impeccabile, anche grazie a un sapiente uso del flashback. Ritroviamo spesso un’Adelaida bambina impegnata a confrontarsi con sua madre, una donna severa ma giusta, temprata da una vita sentimentale tormentata (viene abbandonata dal compagno non appena scopre di essere incinta) ma pure da un grande desiderio di riscatto che passa attraverso la cultura.
In casa Falcón abbondano i  libri, bene prezioso per evolversi e per distinguersi da un contesto fatto di guerre di potere e sete di denaro. Una delle scene che ho preferito, infatti, è quella nella quale Adelaida chiede alle donne che hanno occupato la sua abitazione di renderle i libri, quella preziosa eredità che si trasforma in ideale cordone ombelicale con la madre.
Promozione a pieni voti per un romanzo che, pur raccontando una storia inventata, affonda le proprie radici in un contesto tristemente vero che, irrimediabilmente, porterà il lettore a una riflessione lontano dalle pagine di questa storia.

Titolo: Notte a Caracas
Autrice: Karina Sainz Borgo
Genere: Noir
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 194
Anno: 2019
Prezzo:€ 17,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Opere d’arte suggerite: “Guernica” di Pablo Picasso (1937)

L’autrice
Karina Sainz Borgo
(Caracas, 1982) vive in Spagna da dodici anni. È autrice di alcuni saggi politici e scrive su “El Nacional» ed “El Mundo”. Questo suo primo romanzo è in corso di traduzione in 22 paesi.

Paquito

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L’uomo dei tetti (Nerina Fiumanò)

9788899931285_0_0_454_75Aveva scelto di vivere lassù.
Perché lassù il mondo aveva un altro colore
e poteva stare tranquillo, lontano dal traffico cittadino
e dalle tensioni
e dallo stress del vivere insieme agli altri.

C’era una volta un uomo che aveva deciso di vivere sui tetti. Comincia pressappoco in questo modo “L’uomo dei tetti”, la fiaba di Nerina Fiumanò illustrata da Angelo Ruta e pubblicata da VerbaVolant in un formato particolarmente accattivante, ovvero i libri da parati. Dispiegando le pagine di questa storia, che ho trovato deliziosa, si scoprono le abitudini di quest’uomo senza nome che decide di fare a meno di qualsiasi cosa e godersi lo spettacolo del cielo e quello della neve. Di affidare i propri pensieri al silenzio della notte, ma pure ai lievi brusii che giungono indistinti a certe altitudini. Una storia delicata che invita alla riflessione sul valore delle piccole cose, quelle sufficienti per vivere felici.
Ormai da tempo recensisco volumi di una casa editrice capace di innovarsi e di proporre prodotti editoriali validissimi in un formato particolare ma di sicuro impatto.
Un unico rimpianto caratterizza questa recensione: non poter intervistare l’autrice Nerina Fiumanò, scomparsa recentemente. Affido pertanto al suo compagno di viaggio Angelo Ruta il compito di raccontare questa storia ai lettori del nostro blog.

L’uomo dei tetti. Come è nato questo progetto? Un giorno Nerina mi ha chiesto: “Ho scritto delle nuove fiabe, ti va di leggerle?”. Io sono sempre lento a leggere, così le ho messe in un angolo della scrivania e ho aspettato qualche mese prima di affrontarle. Questa mi ha subito colpito. Ma non sapevo come prenderla. Poi mi è venuta l’idea e ho subito chiamato Fausta (l’editore di VerbaVolant, ndr).
L’uomo dei tetti vive lontano dal mondo abitato e sembra accontentarsi di poco per essere felice: un pezzo di pane, la neve dentro la quale affondare i piedi, un tetto sopra il quale sedersi per contemplare l’immensità del cielo. Un modo per dire agli altri: smettiamola, ogni tanto, di rincorrere falsi miti e tecnologia per ritrovare noi stessi? Forse. Ma c’è una profonda crisi esistenziale dietro a questa scelta. Un saggio diceva “C’è un tempo per stare nel mondo e un tempo per rifugiarsi da soli nel bosco”. Ecco, i tetti del personaggio di Nerina sono il suo bosco, il rifugio dove ritrovare se stessi prima di ritornare nel mondo.
Possiamo considerare questa storia una fiaba, anche per merito delle tue illustrazioni. Lecito chiederti: ti ha ispirato qualche evento particolare (un film, un quadro, una corrente artistica) oppure hai sognato ad occhi aperti mentre illustravi le pagine scritte da Nerina? Mi sono lasciato ispirare dalla storia. Per prima, mi è venuta l’idea dell’ultima tavola, quella del letto. Non ce lo siamo mai detti con Nerina ma per me il significato del libro sta tutto in quell’immagine. Volendola tradurre in parole vuol dire: “Visto che non posso arrivare fino al cielo, un pezzo di cielo scende fino a me e mi avvolge tutto”.
Per un artista poliedrico come te quale è la dimensione giusta per questo racconto? Io immagino un film di animazione oppure uno spettacolo di mimo. Hai ragione! Non ci avevo pensato ma, in entrambi i casi, mi sembra un’idea stupenda. Forse lo spettacolo di mimo più del film di animazione.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Te ne racconto uno. Un giorno una lettrice, che aveva comprato il libro, era tornata da Fausta per prenderne un altro, da regalare. Le ha raccontato quanto l’avesse colpita nel profondo questo libro e il significato che aveva dato, pagina per pagina, a tutta la storia. E mentre lo raccontava piangeva.
Questa storia appartiene a te ma anche e soprattutto a Nerina. Ti andrebbe di ricordarla attraverso il nostro blog? Nerina era una persona ribelle e spigolosa ma aveva un senso magico della vita;  questo ha creato subito una forte empatia tra di noi. Amava la narrazione della realtà ma ancor di più la deviazione poetica che a volte la trasfigura, fino a farla diventare, nel senso più nobile del termine, fiaba.

Titolo: L’uomo dei tetti
Autrice: Nerina Fiumanò
Illustratore: Angelo Ruta
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: libri da parati
Pagine: 1 (nel formato 70×100)
Anno: 2018
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Letture consigliate: “Seb e la conchiglia” di Claudia Mencaroni e Luisa Montalto (ed. VerbaVolant)

L’autrice
Nerina Fiumanò è stata sceneggiatrice e story editor. Ha collaborato a lungo con diverse case di produzione. Nel 2001 ha fondato Cinerentola, studio di consulenza per lo spettacolo. Nel maggio 2011 ha ottenuto il Certificate Program in Television Screenwriting presso UCLA Extension a Los Angeles dove ha vissuto per un anno e mezzo. Nel 2016 ha pubblicato per VerbaVolant Edizioni “La principessa che scriveva”, libro da parati con le illustrazioni di Angelo Ruta.

L’illustratore
Angelo Ruta si è formato a Milano, dove ha frequentato il corso di Scenografia all’Accademia di Brera, il Corso Superiore di Illustrazione e Fumetto e la Scuola di Tecnica Cinetelevisiva. Lavora prevalentemente come illustratore editoriale, collaborando con i maggiori editori italiani e inglesi, realizzando spettacoli teatrali e film e vincendo qualche premio. Collabora regolarmente con “La Lettura”, inserto domenicale del “Corriere della Sera”. Per VerbaVolant Edizioni ha illustrato due libri da parati: “Fiori bianchi bacche di caffè” (con testo di Pia Parlato) e “La principessa che scriveva” (con testo di Nerina Fiumanò).

Paquito

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Pietro Mennea. Più veloce del vento (Pippo Russo)

9788867996063_0_0_551_75Quarant’anni fa. Il tempo passa veloce se smetti di contarlo. Veloce quasi quanto i 20 secondi scarsi che ti sono serviti per filare via a razzo nella gara dei 200 metri e diventare l’uomo più veloce del mondo sulla distanza.

Venti secondi appena. Anzi diciannove e settantadue per trasformare un atleta in leggenda. Quel che accadde, nel 1979, a Pietro Mennea quando stabilì il record mondiale dei 200 metri. Un lasso di tempo brevissimo che rese l’atleta di Barletta una leggenda dello sport italiano. Ma “Pietro Mennea. Più veloce del vento”, volume curato da Pippo Russo per Edizioni Clichy, è pure il ritratto di un uomo che sembra incarnare il motto “mens sana in corpore sano”. Mennea, infatti, ha portato avanti – fino alla fine dei suoi giorni – una battaglia contro il doping, vero e proprio cancro di qualsiasi disciplina, e a favore dello sport come forma di cultura.
Trovano spazio, all’interno di un volume che ho apprezzato per lo stile (molto asciutto e senza fronzoli), non solo le imprese sportive di Mennea, ma pure quelle universitarie: tre, infatti, sono state le lauree conseguite da un atleta disposto a studiare di nascosto pur di conseguire un titolo di studio che gli garantisse un avvenire al termine di una carriera agonistica ricca di successi (tra i quali l’oro alle olimpiadi di Mosca nel 1980).
Non aggiungo altro e lascio all’autore la parola.

“Pietro Mennea. Più veloce del vento”. Come è nato questo volume?L’idea di questo volume risale alla prima pianificazione della collana Sorbonne. Quando si è cominciato a tracciare una galleria dei personaggi cui dedicare i titoli, e si è deciso che una parte di essi dovessero appartenere al mondo dello sport, quello di Pietro Mennea è stato il primo nome menzionato assieme a quello di Socrates. Poi le scelte editoriali hanno portato a puntare prima su Socrates, e il libro su Mennea è rimasto in sospeso. Si è deciso di riprenderlo alla fine dello scorso anno, quando si è constatato che nel 2019 ricorre il quarantennale del record sui 200 metri battuto a Città del Messico. E a questo punto si può ben dire che il volume sia arrivato in libreria nel momento più opportuno.
Quel che emerge, dalle pagine di questo libro, è il ritratto di uno sportivo ligio al dovere e dotato di una volontà granitica. Cosa, invece, ti ha conquistato dal punto di vista umano?Di Mennea emerge una totale refrattarietà al compromesso. Era un uomo molto fermo nelle idee e nelle decisioni, e se era convinto di avere ragione non defletteva minimamente. Ma al tempo stesso era pronto a cambiare idea se si rendeva conto che fossero cambiate alcune condizioni, o che semplicemente ci fosse stata un’evoluzione delle cose. E in questo non c’è incoerenza, ma piuttosto intelligenza e umiltà nel capire quando sia il caso di sottoporre a revisione alcune delle proprie idee.
19”72, un lasso di tempo brevissimo che trasformò Pietro Mennea in leggenda. Come hai vissuto quegli istanti da appassionato di sport e come li hai rivissuti da narratore?Da appassionato di sport lo vissi molto alla lontana. Avevo appena finito le medie e mi apprestavo a iniziare il ginnasio, e a quell’epoca seguivo poco l’atletica. Inoltre, la copertura mediatica di quel record non fu puntuale, gli italiani lo vissero in differita. Mi entusiasmai molto più quando un anno dopo vidi Mennea vincere l’oro olimpico a Mosca nei 200. Invece da narratore ho provato a immedesimarmi, e calare l’impresa di Pietro Mennea nel contesto del passaggio d’epoca. Il suo è stato il record più longevo sui 200 metri, quasi 17 anni. E a vedere la struttura fisica di Michael Johnson, l’atleta che ha fatto segnare il nuovo record nel 1996, si ha la perfetta rappresentazione di come nel frattempo sia cambiata la velocità. Quella di Pietro Mennea era la velocità delle gazzelle, quella di Michael Johnson era (ed è) la velocità dei culturisti.
Durante tutta la sua carriera agonistica, e pure dopo, Pietro Mennea ha combattuto contro il doping anche dal punto di vista culturale: la sua speranza era quella di vedere in pista atleti desiderosi di superare i propri limiti (oltre che gli avversari) attraverso il duro lavoro. A distanza di sei anni dalla sua morte, ritieni che le sue siano state parole al vento oppure c’è da sperare che il suo sogno si realizzi?Quelle contro il doping non sono mai parole al vento. Specie se pronunciate da un personaggio che ha il carisma di Pietro Mennea, con la sua capacità di indicare una strada alternativa (e pulita) al successo agonistico. Se però dobbiamo considerare il risultato della lotta contro il doping, allora dobbiamo registrare difficoltà che diventano sempre più elevate. E non certo per un limite mostrato da Mennea o da chiunque altro lotti o abbia lottato contro il doping. È che per troppi la scorciatoia verso il successo è sempre seducente.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori?Fin qui molto positivi. Evidentemente il pubblico non ha dimenticato Mennea, e chi non lo ha conosciuto trova in questo libro delle tracce importanti per comprendere il personaggio.
Previsione futura: Filippo Tortu può diventare l’erede di Pietro Mennea?In pista certamente, e glielo auguro. Fuori dalla pista, non saprei. Non per demerito suo, ma perché Pietro Mennea è stato un personaggio forse irripetibile.
Saluta i lettori del nostro blog. Li saluto volentieri, e li esorto a non smettere di seguire questo spazio così stimolante e ricco di idee.

Titolo: Pietro Mennea. Più veloce del vento
Autore: Pippo Russo
Casa editrice: Edizioni Clichy
Genere: saggio sportivo
Pagine: 104
Anno: 2019
Prezzo: € 7,90
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Serie tv consigliata: “Pietro Mennea – La freccia del Sud” miniserie televisiva del 2015 diretta da Ricky Tognazzi

L’autore
Pippo Russo è un sociologo, saggista e giornalista italiano. Insegna sociologia all’Università degli Studi di Firenze. Scrive per l’Unità, il Messaggero, e per le edizioni fiorentina e palermitana de La Repubblica. In passato ha collaborato con il Manifesto (per il quale ha inventato la celebre rubrica Pallonate, in cui venivano messi alla berlina i vizi del giornalismo sportivo italiano), il Riformista, il Fatto Quotidiano, Pubblico e il Corriere della Sera. Ha esordito nella narrativa nel 2006, con il romanzo “Il mio nome è Nedo Ludi” (Dalai editore). Il suo ultimo libro è “L’importo della ferita e altre storie. Frasi veramente scritte dagli autori italiani contemporanei. Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi” (Edizioni Clichy).

Paquito

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Basilio. Racconti di gioventù assoluta (Alessandro Mauro)

cop_Basilio«Zero, pure a te».
Spaccato per giunta: sopra quel cerchio già inconfondibile di suo, la maestra aveva tirato una linea obliqua, con così tanta foga che ci mancò poco non bucasse il foglio.
Basilio avvertì il misto di dispiacere e sorpresa spingergli gli occhi un po’ in fuori, primo perché gli era parso che lei avesse guardato la sua paginetta di “f” minuscole soltanto per un secondo o due, poi perché era rientrato a scuola proprio quel giorno, dopo un febbrone che l’aveva quasi steso.

A metà strada tra “Il giovane Holden” e “Il giornalino di Gian Burrasca”. S’inserisce in questo solco “Basilio. Racconti di gioventù assoluta”, il romanzo di Alessandro Mauro pubblicato dalla neonata Augh! edizioni.
Il protagonista è Basilio, un ragazzino come tanti: scuola, sport, passatempi e il desiderio di crescere attraverso l’esperienza. Non quella altrui, proposta sotto forma di suggerimenti da parte di parenti e amici più grandi; quella autentica fatta di cicatrici (per lo più metaforiche) da esibire con fierezza, per il solo gusto di poter dire «l’ho fatto e ho imparato qualcosa». E ne ha di cose da apprendere il protagonista di un romanzo composto da tanti piccoli racconti di vita quotidiana in cui trovano spazio: le ragazze, il calcio e pure i classici della letteratura presi in prestito in biblioteca.
È amore autentico per la scrittura quello di Alessandro Mauro che permea questa storia di leggerezza e di autenticità. Basilio potrebbe essere chiunque: il vicino di casa, il figlio, il compagno di classe, ma pure chi legge questo libro. Ritengo giusto, a questo punto, tacere e lasciare la parola all’autore.

Basilio. Come è nato questo romanzo? Grazie, intanto, di averlo definito romanzo. In realtà, come sai, si tratta di racconti, anche se il fatto di avere tutti lo stesso protagonista dà loro una certa continuità, e magari permette di entrare in confidenza col personaggio, come accade appunto nei romanzi. Quanto alle origini, vorrei darti una risposta migliore, ma credo di dover dire che sono casuali. Di sicuro non sono partito dall’idea di scrivere dieci racconti che diventassero quasi un romanzo. A un certo punto m’è venuto in mente che un ragazzino potesse scordarsi di pagare un gelato, o cadere nel cortile della scuola durante una gara di corsa, temere le conseguenze catastrofiche di questi eventi e agire di conseguenza. Se queste idee resistono per un po’, di solito a un certo punto le scrivo. Solo più avanti, dopo almeno tre o quattro racconti, mi sono accorto di avere un personaggio, e ho provato a scrivere il resto.
Lecito chiederti, innanzitutto, quanto c’è di autobiografico e quanto di vissuto nel personaggio di Basilio? Diciamo un terzo autobiografia, un terzo saccheggio delle biografie altrui, un terzo invenzione. La speranza è che non si veda la differenza, il che vorrebbe dire che le parti inventate sono verosimili.
Un vero e proprio romanzo di formazione il tuo, tuttavia ammantato di leggerezza. Quanto è difficile raccontare, con tono scanzonato, l’adolescenza? Sin dai primi commenti, è venuta fuori questa cosa della leggerezza. Ne sono felice, ma è una leggerezza nostra, casomai. Dico mia che scrivo, e di chi legge. Basilio sta quasi sempre in mezzo ai guai, e non percepisce la leggerezza che in rari, meravigliosi momenti. Infanzia e adolescenza sono stagioni intense per definizione, e la mia idea è di stare attaccato a quello che racconto. Forse l’ironia, o quello che è, mi serve per dare alle pagine la temperatura che dico io.
Il calcio. Non un semplice sport (figuriamoci un passatempo), ma un vero e proprio genere letterario. Quanto è importante il calcio per te personalmente e per le tue storie? Piuttosto importante, e infatti questa è una bella domanda. È uno spazio in cui ti misuri con la gioia, con la sconfitta, con l’idea di stare da una parte, insieme ad altri, e soprattutto con il desiderio. Sono cose grosse. Ed è anche un ambito in cui stai in una connessione piuttosto stretta con quello che eri da ragazzino. Nel libro, se non scordo niente, ci sono riferimenti al calcio in quattro diversi racconti. Credo che il più importante sia all’interno di “Poi ti devo far vedere”, che è quello in cui se ne parla di meno. Il calcio qualche volta ci tiene ancorati a terra, e ci sta bene così.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Ci sono due livelli, mi pare. Stanno uscendo un po’ di recensioni, e a meno che io non capisca male perché sono troppo coinvolto, sono tutte positive o molto positive. Questo mi fa molto piacere, si capisce. Ma la cosa più grossa è quando qualcuno che sta leggendo il libro, o che l’ha appena finito, mi fa sapere di essersi emozionato, divertito, rivisto. Vedere che Basilio piace alle persone è una gioia, anche se innesca la trappola del desiderio: più vedi gradimento, e più vorresti che fosse letto.
Una delle cose che mi colpisce di più è il fatto che diversi lettori vedono sé stessi in Basilio. Anche molte lettrici, e questo è specialmente sorprendente, perché Basilio non capisce granché delle donne. E poi il fatto che stia piacendo ad alcuni giovani, per ragioni magari comprensibili, ma non credo scontate.
Social network e affini: quanto sono preziosi per te come autore e quanto possono essere deleteri per coloro i quali si affacciano alla narrativa attraverso i social dedicati alla scrittura? Basilio ha una sua pagina Facebook, che è curata dalla fantastica Elena Dardano, e infatti è fatta bene. Io non ce l’ho, e questo ti dice quanto ne so dei social. Dunque non ho idea di come possa essere affacciarsi alla scrittura per quella via. Quanto all’utilità per me, osservo che nel web possono crearsi spazi di attenzione che altrove, senza una grande casa editrice dietro, sono preclusi. La pagina che ti dicevo, o questa intervista, ne sono due esempi.
Quello di Basilio è un universo che potrebbe essere sviluppato all’interno di una lunga serialità (penso alla saga di Malaussene, ad esempio). Questo personaggio tornerà prima o poi? Non lo so. Dopo il mio primo libro, che si chiama “Se Roma è fatta a scale” e parla in modo molto libero delle scale di Roma, ho detto in varie presentazioni che non avrei fatto “Le scale due”. Stavolta mi sbilancio meno, ma la cosa che sto provando a scrivere adesso è ancora diversa.
Saluta i lettori del nostro blog: Buone pagine a tutti e tutte. Chi legge “Basilio” è benemerito. Se non vi piace, vi offro una birra. Se vi piace, passate parola.

Titolo: Basilio. Racconti di gioventù assoluta
Autore: Alessandro Mauro
Casa editrice: Augh! edizioni
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 140
Anno: 2019
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimenti di lettura: “Il giovane Holden” di J. D. Salinger; “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba.

L’autore
Alessandro Mauro è nato a Roma nel 1965 e scrive per mestiere da più di venticinque anni. Ha pubblicato centinaia di articoli su testate a diffusione nazionale, dal quotidiano al quadrimestrale. Ha curato rassegne cinematografiche e un festival di cortometraggi. Quando non scrive, rivede testi altrui, dedicandosi in ogni caso alla cura di prodotti editoriali. Nel 2016 ha pubblicato per Exòrma “Se Roma è fatta a scale”.

Paquito

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Zio Billy e i suoi amici. Il calcio e lo scolapasta (Alessandro Costacurta, Marco Cattaneo)

9788893818247_0_0_551_75Da quando un asteroide a forma di pallone è misteriosamente precipitato nel giardino di casa sua, Camillo ha un superpotere: è diventato il più grande esperto di calcio al mondo, o almeno così dice in giro.

Prendete un rampante giornalista, Marco Cattaneo, e affiancategli una leggenda del calcio, Billy Costacurta. Chiedete loro di scrivere una storia a quattro mani e quel che ne verrà fuori sarà uno spassoso romanzo che mescola sapientemente humour e pallone. “Zio Billy e i suoi amici. Il calcio e lo scolapasta” (edito da Salani) è un libro per ragazzi pronto a conquistare i lettori di qualsiasi età. Protagonista della storia è Camillo, un ragazzino dotato di un dono assai raro: conosce la storia di qualsiasi calciatore, dalla nascita di questo sport a oggi. Tutto merito di un asteroide precipitato nel giardino di casa che lo ha dotato di questo bizzarro superpotere.
Spettatrice degli interminabili racconti del ragazzino è Benedetta, una signorina dotata di grande pazienza – far tacere Camillo è pressoché impossibile – tuttavia animata da una grande curiosità.
La stessa che sembra aver spinto i due autori a raccontare, con grande ironia, le vicende sportive, ma soprattutto umane, di Leo Messi, Arrigo Sacchi e William Foulke e pazienza se – di tanto in tanto – quel che viene raccontato non corrisponde esattamente alla verità.
Non aggiungo altro e cedo la parola ai due autori.

Il calcio e lo scolapasta. Come è nato questo progetto? (Marco) Dall’amore per il calcio, da quello per la scrittura, e dal piacere inestimabile che si prova quando si arriva al cuore e alla curiosità dei più piccoli. “Il Calcio e lo scolapasta” è il primo volume di una serie (“Zio Billy e i suoi amici”) che spero possa essere la più lunga possibile.
Lo “Zio Billy” è Alessandro Costacurta, che in tanti anni di lavoro e trasferte a Sky Sport mi ha raccontato un’infinità di storie e aneddoti sulla sua straordinaria carriera. Billy aveva già provato, quando suo figlio Achille era piccolo, ad addormentarlo la sera romanzando le sue mirabolanti avventure di campo, col risultato che però non si addormentava mai, anzi rimaneva sveglio ad ascoltarlo con gli occhi sbarrati. Io ho provato a mettere ordine nei suoi pensieri, e da grande innamorato del calcio e del mondo dei bambini, mi son detto che avremmo potuto provare a trasmettere ai più piccoli il nostro amore per questo sport, che è un gioco meraviglioso, come del resto magici sono molti dei suoi protagonisti. Così, nell’ordine: ho sperimentato queste storie sui miei 3 figli, ho provato a scriverle, ho incontrato persone eccezionali in Salani, e ho avuto l’enorme fortuna di potermi confrontare con Pierdomenico Baccalario (n.d.r. autore di romanzi d’avventura per ragazzi), che mi ha insegnato come scrivere per i bambini. Rispetto alla scrittura televisiva, destinata a un altro pubblico, è stato un passaggio non banale.
Quanto c’è di Marco nel personaggio di Camillo? Anche tu sei un appassionato dell’aneddotica calcistica? E soprattutto anche a te piace – partendo da fatti realmente accaduti – inventare storie che abbiano come protagonisti i calciatori? (Marco) Ne parlavo pochi giorni fa con mia figlia, a cui mi sono ispirato scrivendo di Benedetta, una ragazzina delle scuole elementari decisamente sveglia e peperina, che nel “Calcio e lo Scolapasta” si sorbisce i racconti di Camillo, il protagonista della serie. Camillo è un simpatico “cacciaballe”, molto curioso e un po’ maldestro, a cui piace ritrovarsi al centro dell’attenzione, incantare gli amici con i suoi racconti, spesso ritrovandosi però in un mare di guai. Ecco, non so quanto ne fossi consapevole scrivendone, ma rileggendo le storie di Zio Billy ho notato quanto mi assomigli Camillo: del resto nel quarto volume, ambientato sulle piste da sci, i compagni lo prendono in giro per essere arrivato quarantasettesimo su quarantanove partecipanti alla gara scolastica, ma solo perché gli ultimi due erano caduti. A me è successo davvero, anni fa; e non avete idea di quante volte abbia raccontato questa storia, romanzandola. Lo stesso vale per le storie di calcio: si parte dal fatto accaduto, e si finisce a raccontare una favola, dove i calciatori recitano la parte dei supereroi, e la morale non può che essere istruttiva, educativa.
Le storie di Messi, Foulke e Sacchi hanno un comune denominatore: superare le difficoltà. Si tratti di chili di troppo, centimetri in meno o un curriculum non particolarmente altisonante, i tre protagonisti hanno superato i loro limiti e si sono affermati. Quali di queste tre storie ti ha maggiormente appassionato? (Marco) In ogni volume della serie raccontiamo tre tipi di storie: la prima legata a un personaggio conosciuto da tutti i bambini, come Messi appunto; la seconda legata a un personaggio che forse neanche i padri conoscono, come quella di William Foulke; e la terza è una storia che solo Billy può raccontare, in quanto basata sui suoi aneddoti. Mi ha divertito tantissimo la storia di Sacchi, perché i racconti di Billy sono esilaranti e molto buffi, ma ad appassionarmi di piùè stata quella di William Foulke, perché non la conoscevo: Foulke giocò a calcio, in porta, a cavallo tra l’ottocento e il novecento, e ancora oggi è considerato il calciatore più grosso nella storia di questo sport. Arrivò a pesare 150 kg, e grazie alla sua stazza pachidermica diventò pressoché imbattibile, perché copriva tutto lo specchio della porta. Ma il comune denominatore è esattamente quello di cui parli tu: prendere le proprie debolezze, e trasformarle in un punto di forza. Questo è il messaggio che vogliamo dare ai più piccoli.
Il cane di Camillo si chiama Pelé, in onore del calciatore più forte del mondo. Di Maradona – altra leggenda calcistica nonché tuo avversario – che ricordi hai? (Billy) Uno dei due giocatori più forti contro i quali abbia mai giocato. Il primo in assoluto era Ronaldo, il fenomeno. Di Diego ricordo quanto fosse impossibile buttarlo giù, e che le poche volte che ci riuscivi lui si rialzava con una facilità disarmante, senza protestare, senza fare scene inutili, e prendeva subito il pallone in mano per andare a battere la punizione, voleva ricominciare il gioco. Ecco, se dovessi raccontare Maradona, userei poche parole semplici: voleva giocare a calcio, sempre; era l’unico suo pensiero, la sua grande passione. La sua vita.
Quanto è divertente/emozionante raccontare la propria carriera attraverso un personaggio letterario? (Billy) Molto. Ma è molto emozionante farlo rivolgendosi ai bambini. Osservare il loro candore, il loro stupore, la loro meraviglia quando gli racconti di aver fatto un gol, di avere giocato una certa partita, di aver incontrato grandi campioni. Mi diverte raccontare loro le storie che ho vissuto, mi diverte rivedermi nelle splendide illustrazioni di Michele Monte, semplicemente mi divertono loro, quando alle presentazioni del libro prendono il microfono perché è il turno delle loro domande. A Milano, a maggio, in uno splendido teatro dell’ottocento appena ristrutturato, un vero gioiello in pieno centro, eravamo circondati da marmocchi di ogni età. Uno di loro a un certo punto alza una mano, perché deve fare una domanda. E così, all’improvviso, mi chiede: “E se durante una partita ti scappava una puzzetta?”.
Quanto è difficile parlare alle nuove generazioni di lettori, sempre più affezionate ai dispositivi digitali e sempre meno alle storie? (Marco) Ho scoperto recentemente di aver commesso un errore, considerando ogni bambino un potenziale lettore. Purtroppo invece non è così: molti di loro non sono mai stati educati e avvicinati alla lettura, e mi sembra sinceramente un grande peccato e un grosso torto che si fa loro, perché fantasia, curiosità, immaginazione, sensibilità. sono tutte cose che si rafforzano e si coltivano perdendosi in una storia, o tra le pagine di un libro.
I giovani lettori di oggi saranno i lettori adulti del futuro; e ogni giorno che passa mi sembra sempre più urgente la necessità di averne tanti.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? (Marco) Sono stati molto gratificanti: molti genitori ci hanno raccontato che “Zio Billy”è riuscito a catturare la curiosità dei loro figli, così dopo aver letto di Sacchi molti hanno voluto sapere chi fossero Gullit e Van Basten, o hanno chiesto di vedere foto di Messi da bambino per capire quanto fosse piccolo. Tenere vivo l’album dei ricordi del calcio, provare a trasferire i valori più positivi, che si trovano nelle vittorie come nelle sconfitte, mettere il divertimento, la passione, ma anche l’impegno per ottenere certi risultati al centro di tutto: sarebbe un enorme soddisfazione trasferire tutto questo ai bambini. Spiegando loro che tifare contro, prendersela eccessivamente per una sconfitta, trovare sempre e per forza un responsabile negativo, ha poco senso: dietro ogni giocatore c’è una storia di sogni e sacrifici che merita grande rispetto.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Camillo ritornerà? (Marco) Billy ricorda talmente tanti aneddoti che potremmo scriverne per tre o quattro generazioni di bambini. Di certo Camillo torna alla fine di agosto, con “Il calcio e la bicicletta scomparsa”, il secondo volume della serie, e a seguire con il terzo, ambientato in un salone di bellezza, dove Camillo è costretto ad accompagnare la mamma nel temutissimo tour di commissioni del sabato mattina (e questo è mooooolto autobiografico). E poi vedremo: io intanto sto scrivendo il sesto!
Un saluto ai lettori del nostro blog. (Marco) Ciao ragazzi, sono profondamente innamorato di questa nuova avventura, che mi sta facendo conoscere persone e realtà davvero affascinanti. Tra queste c’è anche il vostro blog, grazie al quale ho già segnato un paio di consigli molto interessanti per l’estate!

Titolo: Zio Billy e i suoi amici. Il calcio e lo scolapasta
Autori: Alessandro Costacurta, Marco Cattaneo
Illustrazioni: Michele Monte
Casa editrice: Salani
Genere: narrativa sportiva per ragazzi
Pagine: 144
Anno: 2019
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Dopo aver letto questo libro: mettere da parte qualsiasi supporto elettronico e uscire
all’aria aperta per giocare a pallone con gli amici, emulando i propri idoli calcistici.

Gli autori
Marco Cattaneo è un giornalista sportivo, e da quando tre piccoli asteroidi sono precipitati nella sua vita racconta loro tante storie legate al calcio, la sua grande passione. Ha condotto programmi di calcio per bambini su Disney Channel e ora è conduttore e telecronista per Sky Sport, ma se avesse avuto due piedi migliori, un fisico migliore, una visione di gioco migliore e capacità aerobiche migliori, probabilmente oggi avrebbe vinto tante Coppe quante quelle di Billy.

Alessandro Costacurta, detto Billy, è stato uno dei più grandi difensori della storia del calcio. Nel giardino di casa sua sono precipitati innumerevoli asteroidi a forma di trofeo: 7 Scudetti, 5 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, e via dicendo. Con la maglia del Milan ha giocato quasi settecento partite e conquistato un record dopo l’altro, con quella della Nazionale italiana è stato vicecampione del mondo a USA 1994.

Paquito

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Mio padre, il pornografo (Chris Offutt)

9788833890142_0_0_551_75Mio padre crebbe in una capanna di tronchi nei pressi di Taylorsville, nel Kentucky. La casa aveva muri spessi trenta centimetri, con feritoie per difendersi da eventuali aggressori, prima gli indiani e poi i soldati, durante la guerra civile. A dodici anni papà scrisse un romanzo sul Vecchio West. Imparò a battere a macchina da solo, usando il metodo Columbus – trova il tasto e pestaci sopra – con un dito della mano sinistra e due della mano destra. Papà batteva a macchina velocemente e con entusiasmo. Alla fine avrebbe scritto e pubblicato più di quattrocento libri, usando diciotto pseudonimi diversi. C’erano sei romanzi di fantascienza, ventiquattro fantasy e un thriller. Il resto erano romanzi pornografici.

Questo libro è semplicemente straordinario. “Mio padre, il pornografo” di Chris Offutt (edito da minimum fax) è una delle biografie più belle che abbia mai letto.
L’autore americano racconta la storia di suo padre, Andrew Offutt – uno dei più celebri e prolifici autori di fantascienza e letteratura pornografica degli Stati Uniti – a distanza di pochi anni dalla sua morte (avvenuta nel 2013 a causa della cirrosi epatica).
Riordinando libri, lettere, appunti e manoscritti inediti appartenuti al padre, Chris Offutt comincia a raccontare la vita di un uomo dedito unicamente alla scrittura (abbandona, senza remore, il proprio lavoro di agente assicurativo) al punto di isolarsi dalla propria famiglia e circoscrivere il proprio mondo alla scrivania del suo ufficio. Quella che, metaforicamente, diventa una finestra che affaccia sull’immaginario.
Fervida è l’immaginazione di Andrew Offutt, autore (con una serie di pseudonimi) in grado di realizzare oltre trecento romanzi (l’obiettivo minimo era scrivere un libro al mese), all’interno dei quali la pornografia diventa materia viva in un periodo – la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 – nel quale il cinema a luci rosse non si è ancora diffuso.Romanzi del genere, ben presto, diventano oggetto di culto per onanisti (i suoi libri vengono definiti “romanzi da leggere con la mano sinistra”) e cultori.

Non una semplice biografia, quindi, ma un romanzo generazionale nel quale si racconta di un “match” padre contro figlio. Chris palesa tutta la sua sofferenza per l’assenza di un dialogo col padre:vorrebbe essere accettato da Andrew, ma questi sembra essere interessato unicamente alle sue storie.
L’autore non chiede il sostegno del lettore, al contrario. Chris Offutt vuole raccontare i fatti per quelli che sono (dal suo punto di vista, ovviamente). Non vi è acredine, ma solo il desiderio di aprire la propria scatola dei ricordi arricchendola con le righe rubate alle storie di un padre che, come una gigantesca ombra, oscura il figlio fino alla fine della propria vita.
Numerose sono le similitudini col capolavoro di Franz Kafka “Lettera al padre” e avendo apprezzato non poco quest’ultimo, non posso che promuovere a pieni voti la storia del pornografo più popolare degli USA.

Titolo: Mio padre, il pornografo
Autore: Chris Offutt
Traduttore: Roberto Serrai
Casa editrice: minimum fax
Genere: biografia
Pagine: 296
Anno: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni
Suggerimenti di lettura: “Lettera al padre” di Franz Kafka; “Open” di Andre Agassi.

L’autore
Chris Offutt è nato a Lexington, Kentucky. Oltre a “Nelle terre di nessuno”, ha scritto un’altra raccolta di racconti “Out of the Woods”, un romanzo, “The Good Brother”, e tre memoir: “The Same River Twice”, “No Heroes: A Memoir of Coming Home”, e“My Father, the Pornographer”. Ha ricevuto, nel 1996, il Whiting Award per la narrativa e la saggistica, ed è stato incluso dalla rivista letteraria Grantatra i venti migliori narratori delle ultime generazioni.

Paquito

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Gli spaesati (Mia Lecomte)

9788899931353_0_0_503_75È successo a diversi animali
tutt’a un tratto di cambiare paese,
per ragioni più o meno banali
si son persi la fine del mese.

Un bizzarro giro del mondo. Si potrebbe descrivere in questo modo “Gli spaesati”, il racconto di Mia Lecomte (illustrato da Andrea Rivola) edito da VerbaVolant.
Quindici animali lasciano la propria terra d’origine per recarsi all’altro capo del mondo o, più semplicemente, in un habitat completamente differente. Come reagiranno? Con quello spirito di adattamento che, da sempre, caratterizza le specie animali.
Il pappagallo Beto, ad esempio, lascia il Brasile per il Tibet, diventando un monaco che ripete mantra tutto il giorno; il bradipo Angel, invece, saluta le calde terre del Sudamerica per andare in Islanda a godersi, con la solita flemma, l’eruzione di un vulcano.
Dopo aver scavato cunicoli per un intero anno, la talpa Ling si lascia alle spalle la Cina per il nord Europa, dove scopre lo spettacolo dell’aurora boreale; la formica gigante Ribka, invece, indossa un kimono per adeguarsi agli usi e ai costumi giapponesi, così diversi da quelli del Burundi, il suo paese d’origine.

Ho apprezzato molto questo testo, innanzitutto, per le illustrazioni. Le istantanee con cui Andrea Rivola presenta i singoli personaggi sono esaustive e si rivolgono a un pubblico quanto mai variegato.
Altrettanto buono il lavoro della Lecomte che si affida alla rima baciata per raccontare le storie di Hans lo stambecco, Bharat il coccodrillo e degli altri personaggi.
In conclusione, un testo che promuovo soprattutto per il fine: raccontare, nel modo più divertente possibile, le diversità culturali che caratterizzano tutti i popoli della terra.

Titolo: Gli spaesati
Autrice: Mia Lecomte
Illustratore: Andrea Rivola
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: racconto illustrato
Pagine: 40
Anno: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Letture consigliate: “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne

L’autrice
Mia Lecomte è una poetessa e scrittrice italiana di origine francese. Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue e pubblicate all’estero e in Italia in numerose riviste e raccolte antologiche; tra le sue pubblicazioni più recenti le sillogi poetiche “Intanto il tempo” (La Vita Felice, 2012), “For the Maintenance of Landscape” (antologia bilingue, Guernica, 2012), “Al museo delle relazioni interrotte” (LietoColle, 2016) e la raccolta di racconti “Cronache da un’impossibilità” (Quarup, 2015).
Come autrice per ragazzi ha pubblicato, tra gli altri, “Come un pesce nel diluvio” (Sinnos, 2008) e “L’Altracittà” (Sinnos, 2010), entrambi illustrati da Andrea Rivola. Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della letteratura transnazionale italofona, e in particolare della poesia, a cui ha dedicato il saggio “Di un poetico altrove” (Cesati, 2018). Tra i fondatori del trimestrale di letteratura della migrazione «El Ghibli», è redattrice del semestrale di poesia comparata “Semicerchio” e collabora all’edizione italiana de “Le Monde Diplomatique”.
Ha fondato la Compagnia delle poete (www.compagniadellepoete.com) e l’agenzia letteraria transnazionale Linguafranca (www.linguafrancaonline.org).

L’illustratore
Andrea Rivola è nato a Faenza nel 1975. Laureato al Dams Arte di Bologna, vive immerso tra i paesaggi campestri della Valle del Senio in compagnia di inseparabili e variegati personaggi creati dalle sue matite immaginifiche. Appassionato illustratore, collabora con il “Corriere della Sera” e ha pubblicato più di quaranta libri in Italia e all’estero: tra gli ultimi titoli “Il cammino dei diritti” (Fatatrac, 2014), “Pioggia di primavera” (Sinnos, 2015), “Mio!” (Fatatrac, 2016), “Girotondo” (Fatatrac, 2017).
Con Mia Lecomte ha pubblicato “Come un pesce nel diluvio” (Sinnos, 2008) e “L’Altracittà” (Sinnos, 2010). Tenace vignaiuolo, allieta le ugole assetate coi suoi vini tipici.

Paquito

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Batata (Graciela Beatriz Cabal)

9788857609713_0_0_551_75Ci sono case pulite, splendenti e profumate di pino. Case con le federe sulle poltrone per non impiastricciarle e le pattine di lana per non macchiare i pavimenti. Case dove le cose vecchie o bucate vanno a finire nella spazzatura. Sono case perfette.
In queste case perfette i cagnolini veri non possono entrare. Perché i cagnolini veri fanno la pipì e la cacca, nascondono gli ossi sotto i cuscini e fanno una serie di altre cose da far drizzare i capelli a certa gente.

Una ragazzina molto curiosa e dotata di una fervida immaginazione, un cane combinaguai e una mamma che proprio non vuol saperne di ritrovarsi animali in casa. Sono questi gli ingredienti di “Batata” (edito da #logosedizioni), il racconto di Graciela Beatriz Cabal illustrato da Giulia Pintus.
Giulietta, la protagonista della storia, vorrebbe tanto possedere un cane, ma sua madre – ossessionata dalle pulizie – non vuol proprio saperne. L’abitazione deve essere sempre linda e profumata. Alla ragazzina non resta che creare un cane di pezza con cui trascorrere le giornate. Una monotonia che viene interrotta dall’incontro fortuito con Batata, un piccolo meticcio che non vuol saperne affatto di separarsi dalla ragazzina.

Una bella storia di sogni e di amicizia quella raccontata dalla Cabal. Grazie a Batata, Giulietta inizia a comprendere il significato della parola responsabilità: il cane non è un giocattolo, ma un essere vivente del quale prendersi cura. Inoltre la padroncina dovrà educare Batata affinché limiti il numero di guai.
Il vero punto di forza di questa storia sono le illustrazioni: il tratto delicato e i colori pastello con cui Giulia Pintus ha animato le pagine del racconto permettono ai lettori di qualsiasi età di sognare a occhi aperti e vivere pienamente una storia rivolta a un pubblico di giovani lettori, ma pure a quelli coi capelli bianchi.
Non aggiungo altro e cedo la parola all’illustratrice di queste pagine…

Batata. Quali sono state le tue prime impressioni da lettrice e quali quelle da illustratrice? Quando ho letto “Batata”per la prima volta mi ha incuriosito la semplicità della storia. Ho pensato che Graciela Cabal avesse trovato il modo giusto di rivolgersi ai bambini, usando le loro parole e i loro pensieri. Per illustrarla ho provato a utilizzare la stessa tecnica: sono tornata bambina e – inutile dirlo – mi sono divertita moltissimo.
Hai dedicato questo lavoro a Senape, il tuo cagnolino. Lecito chiederti: che tipo di rapporto hai con lui e quanto ti ha ispirato la tua quotidianità per illustrare questa storia?Senape ed io siamo molto legati, migliori amici. Viviamo insieme, solo io e lui. Quando illustravo Batata lui era con me da meno di un anno, quindi mi ricordavo bene i primi disastri che faceva in casa e tutto l’impegno che c’è voluto per insegnargli le cose. Mi sono molto immedesimata in Giulietta anche per questo!
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Non c’è niente da fare, a tutti piacciono le storie con i cagnolini! Ai bambini, soprattutto. Infatti, un sacco di volte, dopo che i bambini leggono “Batata”, li sento dire “Mamma, possiamo prendere un cagnolino?”. Spero sempre che la mamma ci pensi un po’ e poi risponda di sì.
Al fine di conoscerti un po’ meglio: quando e in che modo hai capito che la passione per l’illustrazione doveva diventare un lavoro? Disegnare è sempre stato il mio gioco preferito. Le bambole, la TV non mi interessavano molto. Quando poi ho dovuto scegliere le scuole, i miei genitori mi hanno sempre incoraggiata;in fondo anche loro fanno un lavoro artistico, pertanto l’idea di lavorare con quel che mi è sempre piaciuto è sempre stata molto chiara.
Il libro che rileggeresti senza mai annoiarti e quello che, ultimamente, giace sul tuo comodino. Quando mi piace tanto un libro ho il vizio di ricomprarmelo in varie edizioni. Ad esempio“Le Streghe” di Roal Dahl, del quale ho tutte le versioni. Ultimamente ascolto audiolibri mentre lavoro, mi viene comodo e faccio due cose insieme.Adesso sto iniziando “Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo.
Raccontaci il tuo 32esimo Salone Internazionale del Libro, da addetta ai lavori, ma soprattutto da lettrice. Io amo le fiere del libro. Mi piace tutto: girare tra gli stand e anche fare le dediche tutto il tempo; mi piacciono le persone, si fanno sempre conoscenze nuove e belle. Anche quest’anno ho sentito una bella atmosfera e me la sono portata a casa insieme a una valigia di libri.
Domanda marzulliana: cosa ti aspetti da questa storia? Io sono positiva di natura. Mi aspetto il meglio e non vedo l’ora. Intanto mi godo il viaggio.

Titolo: Batata
Autrice: Graciela Beatriz Cabal
Illustratrice: Giulia Pintus
Casa editrice: #logosedizioni
Genere: racconto illustrato
Pagine: 48
Anno: 2018
Prezzo: € 7,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Dopo aver letto questo libro: prendere seriamente in considerazione la possibilità di adottare un cagnolino.

L’autrice
Graciela Beatriz Cabal (1939–2004) è stata una scrittrice e giornalista argentina. Accanita lettrice, è stata studentessa di Jorge Luis Borges. Trovava noiose le Cenerentole e le case perfette, mentre le piaceva moltissimo collezionare premi e viaggiare per l’Argentina con la sua valigia carica di racconti. Ha avuto figli, nipoti, un marito, un cane, un gatto, pappagalli e una casa tanto, ma tanto, strana. Ha scritto più di sessanta libri per ragazzi, e anche qualcuno per adulti, tutti finora inediti in Italia. “Batata” è stato pubblicato per la prima volta nel 1998. Della stessa autrice #logosedizioni ha pubblicato anche “Giacinto” (2018), il suo primo racconto.

L’illustratrice
Giulia Pintus è un’illustratrice freelance e all’occorrenza una scrittrice strampalata. Vive tra Piacenza e Bologna, ma spera di abitare in tutto il mondo. Le piace usare la matita come i bambini e ama accostare il verde salvia al rosa. Quando è felice disegna ortaggi. Quando è triste disegna barattoli. Lavora in uno studio a righe e pois che si chiama Foglie al Vento. Il suo cagnolino si chiama Senape.Per #logosedizioni ha pubblicato “Attilio” (2017), “Giacinto” e “Batata” (2018).

Paquito