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La veglia di Ljuba (Angelo Floramo)

9788899368333_0_0_423_75Ad Angelo, per la comune appartenenza a queste genti che dell’Adriatico hanno lo spirito talvolta inquieto e talvolta sognante. Perché non voglia mai scegliere, nella complessità delle memorie, ma le sappia piuttosto tutte abbracciare insieme. Il babbo.

Si avverte un certo non so che di epico in questa storia. Sarà perché la Storia (sì, quella con la S maiuscola!) ha un ruolo di primissimo piano; sarà perché il protagonista, come un novello Ulisse, si ritrova a fare del viaggio un perno fondamentale della propria vita, fatto sta che leggendo “La veglia di Ljuba” di Angelo Floramo (Bottega Errante Edizioni) si ha come la sensazione di essere entrati in una versione moderna dell’Odissea. Pagina dopo pagina, seguiamo le vicende di Luciano Floramo – dalla giovinezza in Jugoslavia al trasferimento in Friuli dopo la Seconda Guerra Mondiale – la sua formazione, le sue scelte di vita, gli incontri, i viaggi e il profondo amore per i libri che legge, colleziona e ordina secondo criteri tutti suoi.
Chi ci apre una finestra sulla vita del protagonista è il figlio, Angelo Floramo, che riesce, con una potentissima carica emotiva, a regalarci un toccante elogio della figura di questo padre dall’anima e dal cuore intriso delle memorie di popoli diversi.

Credo che potrei riempire pagine e pagine scrivendo di questo libro, della bellezza che lo permea e che come un filo sottile unisce ogni sua singola parte, delle ore che ho trascorso rileggendo, sottolineando, appuntando pensieri e riflessioni a margine e sì, lo ammetto, anche versando lacrime di commozione. Tuttavia, preferisco fermarmi qua e cedere la parola all’autore.
Lasciatevi emozionare dalle sue parole…

Nome: Angelo
Cognome:Floramo
Quanto è stato difficile mettere nero su bianco la storia della sua famiglia? Estremamente complicato. Perché si vanno a frugare pieghe nascoste, precipitando in pozzi di memoria che non sempre ti appartengono. Sono pozzi collettivi, della famiglia, delle persone la cui vita si è intrecciata alla nostra. Hai sempre la sensazione di essere un ladro di storie, di emozioni private. E poi c’è il confronto con i fantasmi, gli spettri del tuo passato. Che non sempre sono belli. Ti raccontano come sei stato, come ti sei comportato, il dolore che puoi avere inflitto. Un bel pasticcio, insomma.
“La veglia di Ljuba”, come è nato questo titolo? Ljuba è il nome con il quale mio padre chiamò sempre mia mamma. In sloveno significa cara, amore. È un nome che rimbalza in tutte le lingue slave, più o meno uguale. Intriso di tenerezza. La veglia è quella che lei ha voluto e preteso. L’ultima notte di vita di mio padre in ospedale. Quel lungo sospeso in cui il tempo si dilata nell’attesa di un temuto ma inevitabile squillo di telefono. In quel buio assoluto è nata la storia.
Nel libro definisce suo padre un uomo di frontiera. Può spiegarci meglio? Il confine è una violenza che gli uomini impongono alla Terra. La feriscono, erigendo barriere, decidendo che dall’oggi al domani sorgeranno reti, barre, fili spinati per attraversare i quali bisognerà esibire documenti, sottoporsi a controlli. Il confine divide. Per il confine ci si uccide. Va presidiato con uomini in armi. E crea odio, diffidenza, rancore, revanchismo. La frontiera invece è il bagnasciuga del mare: dove non sai dire dove comincia l’acqua, dove finisce la terra. La frontiera è ibrida, plurale, composta. Estremamente dinamica. Mescola odori e paesaggi, lingue e memorie. Quando vado a Sveto, la terra di mio padre, un paesino della Slovenia carsica, mi sento il più italiano fra gli sloveni… a Borc di Ruvigne, dove vivo, mi sento il più sloveno tra i friulani. E questa molteplicità mi arricchisce. Diventa una condizione irrinunciabilmente bella dell’esistere.
Parole come frontiera, diversità, appartenenza, sono ormai parte della nostra quotidianità e hanno un ruolo di primo piano nella sua storia. Quale messaggio vogliono trasmettere al lettore?Coloro che teorizzano e praticano il Verbo della Nazione, i sovranisti che reclamano il potere, i privilegi, tutti i diritti soltanto per i popoli di cui incarnano le paure, sbagliano gettando sul tempo della storia quelle ombre insanguinate che negli anni recenti hanno lacerato il secolo breve, dall’attentato di Sarajevo del 1914 fino al bombardamento di Belgrado del 1999. Io credo fortemente nell’appartenenza identitaria. Ma sono anche convinto che questa identità sia molteplice, complicata, piena di crepe, contaminata. Invito il lettore a lasciarsi prendere dalla meraviglia per la complessità, aderendo sempre al principio in base al quale la purezza del sentire diventa esclusione dell’altro. Ha il triste profilo dei forni di Auschwitz. Io sono per le memorie più che per le radici. Le prime si possono condividere. Diventano narrazione e incanto, anche quando sono dolorose. Le altre invece proclamano il senso di una identità che si radica nel luogo. Appartiene soltanto a te. Per loro uccideresti e ti faresti uccidere. Una brutta cosa davvero!
Facciamo il gioco delle associazioni, se dico radici, lei risponde: terra mia. Gelosia e paura. Esclusione dell’altro. Nel senso che ho detto, quando ho parlato di radici e di memoria.
Quale è stato l’insegnamento più importante che le ha lasciato suo padre? La curiosità del conoscere, la libertà intellettuale, il disincanto e l’ironia. La cultura intesa come servizio per gli altri. E la vocazione al randagismo come parametro fondamentale dell’uomo che non conosce confini.

Un tacito compagno della sua storia e della mia lettura è stato sicuramente Ulisse con il suo destino fatto di vagabondaggi. Quali sono i tratti che accomunano il mitico eroe greco e suo padre?Il nostos sicuramente. La nostalgia del ritorno a casa. L’amore per le semplici cose del quotidiano ti fa re, non la corona. Dopotutto il grande Ulisse è un principe pastore. Un coltivatore di ulivi, un produttore di olio. Ma davanti all’orizzonte del mare si impone di voler capire cosa ci sia laggiù, oltre le brume. Questo era anche mio padre. Visse sempre con la speranza e il sogno di tornare. Ma cercò la casa perduta negli altri, nelle loro vite, nei loro drammi. Ed alimentò le sue utopie in una inappagata volontà di conoscere e di sperimentare. Girava con un vecchio cappotto liso e con scarpe precarie, ma aveva una biblioteca casalinga ricca di migliaia di volumi, alcuni molto rari e preziosi. Era quella la sua casa, costruita pagina per pagina nell’arco di una vita.
Alla fine del libro ci confida che sua madre aveva deciso di aspettare la sua pubblicazione per poterlo leggere. Quali sono stati i suoi commenti e le sue reazioni a lettura terminata?Per la prima volta ha pianto la morte di mio padre. Un pianto liberatorio, dolcissimo e difficile da trattenere. Era lì, sotto le sue ciglia dal 29 gennaio del 2013. Da donna friulana forte e silenziosa non aveva mai aperto la porta al dolore. Il libro le ha fatto risuonare dentro tutte le corde di una vita. E quel pianto è diventato per tutti noi una sinfonia d’amore tra le più commoventi e belle che abbia mai sentito.
Domanda irriverente: qual è il libro che ha letto e che avrebbe voluto scrivere lei?Facile: “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andrić. Resta per me un capolavoro assoluto in cui uomini e tempi si susseguono intrecciandosi al profilo di quell’unico ponte, metafora di ogni incontro possibile. Un genio assoluto, quel serbo bosniaco di Travnik. Che nella vita seppe sempre essere coerente con se stesso. Non si tradì mai.
E il libro che ha letto e amato di più nell’anno appena trascorso? “Jugoslavia, terra mia” di Goran Voinović. Lo so, sono monotematico. Ma è un libro che ho scarnificato tra i sassi di una spiaggia istriana, quest’ultima estate. Sorseggiando malvasia, all’ombra di una pineta. È un libro forte, parla dell’ultima guerra nei Balcani, di profughi e di memorie, di frontiere e di amori, di lingue che si mescolano e che si corrompono. Parla di noi.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi: non saziatevi mai di praticare quella virtuosa tensione che ci porta a cercare la vita nella letteratura e la letteratura nella vita. Usate i libri come porte che aprono varchi infiniti tra voi e il tutto. E poi tornate di qua, lasciatevi inebriare da un respiro o da un bacio, da un sorso di bellezza, anche da uno schiaffo, quando capita. Perché perfino il dolore che si sedimenta nel profondo dell’anima un giorno troverà il modo di uscire con parole scritte, o cantate. E quando capiterà, prendetene nota. Non si sa mai!

Titolo: La veglia di Ljuba
Autore: Angelo Floramo
Genere: romanzo biografico
Casa editrice: BBE Bottega Errante Edizioni
Pagine: 267
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Letture consigliate: “Itaca”, Konstantinos Kavafis; “A Zacinto”, Ugo Foscolo.

L’autore
Angelo Floramo è nato a Udine nel 1966. Insegna Storia e Letteratura al Magrini Marchetti di Gemona ed è ancora convinto che malgrado tutto sia il mestiere più bello del mondo. Medievista per formazione, ha pubblicato molti saggi e articoli, collabora con diverse riviste nazionali ed estere e ancora si perde dietro a carte d’archivio e ai manoscritti, inseguendo storie di osti e pirati, di banditi e di donne perdute. Ama l’umanità minore, cui è convinto di appartenere. Dal 2012 collabora con la Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli in veste di consulente scientifico.Non appena può, scappa per le vie dell’Est, dove perdendosi ritrova se stesso e la sua anima. Con Balkan Circus (Ediciclo-Bottega Errante 2013), Guarneriana Segreta (Bottega Errante 2015) e L’osteria dei passi perduti (Bottega Errante 2017, 3 edizioni) ha sperimentato con gusto le vie della narrazione. Per quanto la vita lo renda nomade e ramingo, alla fine ritorna sempre a Borc, sul ciglione del Tagliamento, dove le tre streghe di Macbeth, che malgrado tutto gli vogliono ancora bene, lo aspettano pazienti, lasciandogli sul tavolo qualche rimasuglio della cena.

Vera

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Ora dimmi di te (Andrea Camilleri)

9788845297755_0_0_423_75“Matilda mia, ho imparato pochissime cose e te le dico.”

“Ora dimmi di te. Lettera a Matilda” (edito da Bompiani) è una lunga e accorata lettera che l’autore indirizza alla sua pronipote. Un inedito Camilleri, quindi, che ripercorre le tappe fondamentali della sua vita permettendo al lettore di conoscere più da vicino il papà del commissario più famoso d’Italia. Ancor di più, attraverso le parole e le esperienze dell’autore, il lettore può assistere a un piccolo riassunto della storia del nostro Paese: si parte, infatti, dal racconto del regime fascista, durante il quale Camilleri è nato, si attraversa il periodo del terrorismo degli anni ’70-’80, la seconda Repubblica, fino ad arrivare ai giorni nostri. Non è una lezione di storia, ma la storia raccontata da chi l’ha vissuta, così come l’ha sentita scorrere sulla propria pelle. È il racconto di un nonno alla propria nipotina che ancora non sa nulla del mondo ma alla quale desidera lasciare in eredità tutto ciò che ha imparato nel corso di una lunga e intensissima vita. Un’eredità che lascia anche a tutti noi con semplicità e con umiltà, mostrandoci non solo le conquiste e le soddisfazioni, ma anche gli errori e i ripensamenti e quella saggezza che soltanto la maturità regala.

Sono molto grata ai miei amici Antonella e Carmine per avermi donato questo piccolo tesoro. Grazie a loro per alcune ore ho avuto il piacere, e l’onore, di sentirmi un po’ anche io la nipote di Andrea Camilleri. Ho immaginato di averlo lì davanti a me, a raccontarmi una miriade di episodi della sua giovinezza con quella sua voce resa roca dalle sigarette e l’inconfondibile cadenza siciliana che tanto amo. Mi ha ricordato le preziosissime ore che ho trascorso con la mia bisnonna, davanti a un fuoco scoppiettante e a una coppa di cioccolatini, ore,durante le quali lei mi ha trasmesso tutta la sua saggezza e la sua esperienza, che così spesso mi tornano in mente quando percorro i passi della mia vita. Ricordi e parole da custodire gelosamente, consigli da usare come una guida giorno per giorno: forse, anche per Matilda sarà così quando leggerà le pagine che il suo bisnonno le ha dedicato. Soltanto una manciata di pagine, da leggere e rileggere e da cui trarre spunto e ispirazione.

Titolo: Ora dimmi di te. Lettera a Matilda
Autore: Andrea Camilleri
Genere: Narrativa epistolare
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 107
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Da leggere: accoccolati su una grande e accogliente poltrona

L’autore
Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle il 6 settembre 1925. Padre del commissario Montalbano e di innumerevoli altri personaggi e racconti, tradotto in tutto il mondo, dopo una vita dedicata al teatro è diventato il più amato scrittore italiano. Per Bompiani ha curato “Un onorevole siciliano. Le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia”.

Vera

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L’inferno è vuoto (Giuliano Pesce)

“Cosa ti aspettavi?” chiede Beccamorto, “Il lieto fine? Quello esiste solo nelle favole. La vita è una merda; e poi si muore”.

In una domenica qualunque il mondo viene sconvolto da un evento straordinario: a Roma, durante l’Angelus, il papa si suicida gettandosi dalla finestra. Ma cosa avranno mai a che fare con il suicidio del papa un aspirante scrittore, un boss della malavita, un attore fallito, una coppia di sicari e una femme fatale dai profondissimi occhi verdi?Questo evento è, invece, la molla che dà il via al rocambolesco tour de force di questi personaggi, le cui vicende si muovono inesorabilmente verso un finale per nulla scontato. Non voglio aggiungere nulla, il rischio di spoiler è davvero elevato! Posso però dirvi che “L’Inferno è vuoto”di Giuliano Pesce (edito da Marcos y Marcos) ha una trama degna del miglior Tarantino: impossibile non rivedere nella coppia di Bara e Beccamorto quella di Vincent Vega e Jules Winnfield di Pulp Fiction!
La prosa è ironica e pungente, con una filosofia di vita ai limiti del cinismo che fa gioco alla descrizione di un mondo fatto di violenza e sopraffazione.
Insomma, con questo romanzo è davvero impossibile annoiarsi ma, se ancora non siete convinti, lascio la parola all’autore…

Nome: Giuliano
Cognome: Pesce
Come è nata l’idea di questo romanzo? È nata molti anni fa, durante una conversazione goliardica. Un mio amico – molto anticlericale – disse: “Se mai diventassi Papa, mi butterei dalla finestra, per creare scandalo”. Per molto tempo, ho pensato che una scena simile sarebbe stata un’ottima apertura per un romanzo. Ma ho dovuto aspettare di avere in mente anche il resto della storia: non si può lanciare una bomba simile e poi scappare via: sarebbe un inganno ai danni del lettore.
Il Cobra, Bara e Beccamorto, il Topo, il Ragno, fino a papa Goffredo: i nomi dei personaggi del tuo romanzo sono decisamente singolari. A che cosa ti sei ispirato per la loro scelta? Vi confesso una mia debolezza: non sono bravo a trovare i nomi ai personaggi, soprattutto quando ce ne sono tanti, come in questo caso. Inoltre, per me è molto importante che i nomi si stampino bene nella mente del lettore, e l’idea che il mondo della malavita romana fosse composto da bizzarri “animali” mi è sembrata quella giusta
Il romanzo mostra una realtà fatta di violenza e sopraffazione con una filosofia di vita profondamente cinica. Come mai questa scelta?Come dice Beccamorto, uno dei gangster protagonisti: “Cosa ti aspettavi? Il lieto fine esiste solo nelle favole. La vita è una merda e poi si muore”. La maggior parte dei personaggi, più o meno consapevolmente, aderisce a questa visione del mondo. Ma vi lascio anche un’altra massima, forse un po’ più speranzosa: la vita è come il culo di un babbuino: piena di merda ma anche di colori.
Uno dei tuoi protagonisti, Fabio, lavora in una casa editrice e sogna il successo letterario. Tu sei molto giovane ma sei già al terzo romanzo pubblicato. Quanto è stato difficile raggiungere questo traguardo? Pubblicare, di per sé, non è difficile. Ogni anno in Italia vengono pubblicate decine di migliaia di novità. C’è spazio per tutti. Il problema semmai è arrivare ai lettori in mezzo a questo marasma editoriale. Io mi auguro un futuro con sempre meno libri pubblicati: meno quantità e più qualità, por favor.
Che genere di lettore sei? Da un libro alla volta o più letture contemporaneamente? Ho sempre letto moltissimo e più o meno di tutto. Nei miei periodi d’oro leggevo anche cinque o sei libri la settimana, ma sempre uno alla volta. Quando entro in un mondo-libro che mi piace preferisco immergermi totalmente. E se un libro non mi piace lo mollo e passo ad altro: ci sono così tanti bei libri da leggere che non basta una vita. Per quelli brutti non c’è il tempo!
Quale libro porterai con te in vacanza? Ho recuperato da poco una vecchia edizione di Requiem per una monaca di William Faulkner. Domani lo attacco, ma purtroppo le vacanze sono ancora lontane, quindi credo che non vedrà mai l’ombrellone.
Progetti futuri? Al futuro voglio pensarci bene. Tre romanzi pubblicati a 28 anni cominciano a sembrarmi troppi. Ora sto lavorando con alcuni registi su sceneggiature e vari progetti. Aspettiamo e vediamo!
Perché i nostri Lettori medi dovrebbero leggere “L’inferno è vuoto”? Non capita tutti i giorni che il Papa si butti di sotto, durante l’Angelus, in mezzo ai fedeli.Non siete curiosi di sapere perché?
Un saluto a tutti i Lettori medi: Ciao, Lettori medi! Fate i bravi e leggete tanto, ché fa sempre bene!

Titolo: L’inferno è vuoto
Autore: Giuliano Pesce
Genere: Noir
Casa editrice: Marcos y Marcos
Pagine: 251
Anno: 2018
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Filmografia consigliata: Pulp Fiction – Quentin Tarantino
Da leggere:con una grande scodella di popcorn.

L’autore
Giuliano Pesce è nato a Monza il 25 febbraio 1990. Cresce a Desio (MB), dove frequenta il liceo classico. La laurea in Lettere Moderne e il master in editoria sono le inevitabili conseguenze della sua passione per i libri. La potenza racchiusa nella narrazione lo investe fin da bambino, spingendolo a rielaborare le prime storie con cui viene a contatto: cosa succederebbe se Batman incontrasse Spiderman? Cosa fa Super Mario quando non è impegnato a salvare la Principessa Peach? Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo La parziale indifferenza (Edizioni Il Foglio Letterario); nel 2016 ha pubblicato Io e Harry, storia di complottismo e di follia, con Marco y Marcos.

Vera

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Camminando. Incontri di un viandante (Pino Cacucci)

9788807887055_0_0_1546_75“Da ogni viaggio sono tornato con il ricordo di qualcuno più che di qualcosa.”

“Camminando. Incontri di un viandante” (edito da Feltrinelli) non è il primo libro di Pino Cacucci che mi capita di leggere e sicuramente non sarà nemmeno l’ultimo. Perché quando si comincia a leggere i racconti di questo autore si apre un mondo, un altro mondo, che sebbene esista – o sia esistito – realmente, viene percepito come qualcosa di lontano sia nella dimensione spazio-temporale che in quella delle nostre consuetudini. E nonostante ciò, non si può fare a meno di inoltrarsi in questo mondo perché di esso, l’autore prova a trasmetterci la vera essenza.
“Camminando” è una raccolta di diciotto storie, una per ogni capitolo. Diciotto personaggi che conversano con l’autore, che raccontano la propria vita e le proprie esperienze sullo sfondo dell’America Latina del secolo scorso. Alcuni li conosciamo bene (Luis Sepúlveda, il musicista Steven Brown, Daniel Chavarría), altri di meno, ma grazie alle loro parole il lettore può ripercorrere alcune tappe fondamentali di una storia che poi tanto lontana non è, una storia che muoveva i suoi passi dall’altra parte dell’oceano: dalla tragedia dei desaparecidos in Argentina, al golpe di Pinochet in Cile, alle conseguenze della dittatura di Francisco Franco in Spagna che ha spinto molti spagnoli a riparare oltreoceano, soprattutto in Messico. Ecco il motivo quindi del sottotitolo “Incontri di un viandante”:quest’ultimo riporta ad un aspetto del viaggio troppo spesso sottovalutato, quello dell’incontro con l’altro per l’appunto, miniera inesauribile di esperienze, di aneddoti, di crescita personale. In questo senso, forse, il merito più grande dell’autore è stato quello di aver saputo lasciare la parola ai veri protagonisti delle storie dal lui raccontate: non solo è riuscito a farli risaltare, a farli percepire in tre dimensioni come se fossero accanto a noi a narrarci di sé; ma, ancor di più, Pino Cacucci è riuscito trasmettere in maniera autentica tutta la carica emotiva contenuta nei loro racconti che arriva forte e chiaro al lettore.

Titolo: Camminando. Incontri di un viandante
Autore: Pino Cacucci
Genere: Narrativa
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 125
Anno: 1996 (prima edizione)
Prezzo: € 7,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Soundtrack consigliata: Rodrigo y Gabriela, Astor Piazzolla, IntiIllimani
Da leggere: In viaggio per imparare a fermarsi e ad ascoltare storie di vita.

L’autore
Pino Cacucci (Alessandria, 1955) è giornalista, scrittore, traduttore e viaggiatore. Fra le sue numerose opere ricordiamo Outland rock (Feltrinelli, 2007), Puerto Escondido (Interno Giallo, 1990; Feltrinelli, 2015) da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo, La polvere del Messico (Feltrinelli, 1996; 2004), Nessuno può portarti un fiore (Feltrinelli, 2012; premio Chiara) e Mahahual (Feltrinelli, 2014).

Vera

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Istanbul Istanbul (Burhan Sönmez)

9788874526222_0_0_1434_75“In realtà è una storia lunga, ma sarò breve. Non si era mai vista una nevicata così a Istanbul. Quando, nel cuore della notte, due suore lasciarono l’Ospedale Saint George di Karaköy, sotto le grondaie era pieno di uccelli morti. Nel mese di aprile, il gelo aveva flagellato i fiori dell’albero di Giuda e il vento, tagliente come una lama, sferzava i cani randagi. Dottore, tu hai mai visto la neve ad aprile? In realtà è una storia lunga, ma sarò breve.”

In una prigione sotterranea di Istanbul, quattro uomini si ritrovano insieme a condividere una cella formato 2×1 in cui le coordinate di tempo e spazio sono praticamente annullate. Da quell’anfratto non è possibile capire se sia giorno o notte, ora di pranzo oppure di cena. Ai quattro prigionieri: lo Studente, il Barbiere, il Dottore e il Vecchio, non resta altro che affidarsi alla parola e, per dieci giorni, proprio come ne “Il Decamerone” di Boccaccio, narrano a turno delle storie.
“Istanbul Istanbul” di Burhan Sönmez (edito da nottetempo) è, pertanto, un romanzo corale nel quale ognuno dei personaggi, attraverso le storie via via raccontate, non solo ci parla di sé, ma tenta anche di affrontare il dolore derivante dalla prigionia e dalle torture inflitte. Queste storie sono il pretesto per riflettere sulla natura umana e su quella di Istanbul, la loro città, indiscussa protagonista del romanzo. Per i quattro uomini ogni città è Istanbul, ogni storia ha a che fare con Istanbul. Istanbul è tutto: è donna, è paradiso, è inferno, è la città che si personifica in continuazione. “Istanbul non è una parte di qualcosa, è il tutto in cui i vari pezzi si mettono insieme”, così afferma il vecchio Küheylan citando il proprio padre.

“Istanbul Istanbul” è uno di quei romanzi che ti entrano dentro, si aggrappano al cuore e restano lì per sempre. È uno di quei romanzi in cui è possibile trovare sempre qualcosa di nuovo e in cui i protagonisti riescono a farsi strada nel lettore, a costruire dentro di lui una nicchia di silenziosa riflessione, nella quale isolarsi quando ci si trova in mezzo al frastuono del traffico dell’ora di punta o delle chiacchiere in una metropolitana affollata. La potenza emanata dalla narrazione, infatti, è straordinaria, trascende le mura di freddo cemento di quella fetida cella in cui è ambientata e crea una dimensione quasi onirica, capace di lenire l’anima dal dolore del corpo.
Aprendo la mia copia del romanzo vedo appunti, passi sottolineati, riflessioni e maldestri tentativi di rispondere alle domande che i quattro protagonisti a volte si pongono, quasi come se avessi cercato di entrare anche io sotto quel cono di luce che si acceso sui protagonisti all’inizio della mia lettura. Dalla prima all’ultima pagina ho amato questo romanzo in modo intenso e partecipato, cercando di carpirne tutti i segreti e le sfumature, ma senza successo. Credo proprio che mi toccherà rileggerlo!

Titolo: Istanbul Istanbul
Autore:  Burhan Sönmez
Genere: Narrativa
Casa editrice: nottetempo
Pagine: 299
Anno: 2016
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Da leggere: Matita alla mano. Impossibile non appuntarsi o commentare alcuni passi del libro.

L’autore
Burhan Sönmez è nato ad Ankara nel 1965, dov’è cresciuto parlando turco e curdo. Avvocato specializzato in diritti umani, vive tra Cambridge e Istanbul e insegna Letteratura all’Università ODTÜ di Ankara. Ferito durante uno scontro con la polizia turca nel 1996, è stato curato in Gran Bretagna col sostegno della Fondazione “Freedom for Torture”. Ha cominciato a scrivere nei lunghi mesi della riabilitazione e oggi i suoi romanzi sono tradotti in più di venti paesi. In Italia è uscito nel 2014 Gli innocenti, per il quale ha ricevuto il Premio Sedat Simavi.

Vera

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Rebecca la prima moglie (Daphne Du Maurier)

9788856500035_dfd57ee6a740487095e9ab4b5009062c-350x501“La notte scorsa ho sognato che tornavo a Manderley. Ero davanti al cancello che si apre sul viale d’ingresso e non riuscivo ad entrare. Il cancello era serrato da una catena con un lucchetto. Nel sogno chiamavo il guardiano, ma lui non rispondeva e, guardando più da vicino, attraverso le sbarre arrugginite, mi accorgevo che il casotto era disabitato.”

Una giovane donna e la sua datrice di lavoro si recano in vacanza in una Montecarlo che langue nella dolcezza dell’inverno mediterraneo. È proprio qui che la giovane donna incontra l’affascinante vedovo Max de Winter che le chiederà di sposarlo e di dividere il resto della vita nella sua bellissima proprietà, Manderley. Alla giovane donna, senza mezzi né esperienza del mondo, sembrerà quasi di coronare un sogno. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Ad accoglierla a Manderly ci saranno segreti, bugie e l’oscura signora Danvers, cameriera personale della prima signora de Winter, Rebecca, ora governante inappuntabile della tenuta. Nulla sfugge all’occhio attento e vigile della signora Danvers, non di certo le mancanze della nuova moglie del signor de Winter, così diversa in tutto da Rebecca. La sua morte sembra aver lasciato un vuoto incolmabile a Manderley così come nel cuore di tutti i suoi abitanti, soprattutto in quello di Max.
Ma sarà proprio così?

Rebecca la prima moglie (edito da il Saggiatore) è un capolavoro assoluto. I personaggi sono tratteggiati magistralmente. In primo luogo, Rebecca. Pur essendo tragicamente scomparsa, la prima signora de Winter è onnipresente. Rebecca è impressa negli oggetti, negli ambienti, nei ricordi di tutti. Della seconda giovane moglie di Max, invece, non veniamo a sapere nemmeno il nome. E come è possibile esserci, affermare se stessi, se si è privati addirittura del nome, primo fondamento della nostra identità? E Max, che sembra perennemente assorto nei propri ricordi, con i suoi silenzi non fa altro che avallare l’invisibilità della sua seconda moglie e annichilirne la presenza. Che dire, infine, della signora Danvers? Tutto ciò che fa ha l’obiettivo di perpetuare il ricordo di Rebecca. Tutto, dalla stanza da letto allo studio personale, è rimasto esattamente come l’aveva lasciato Rebecca, intatto. Tutto è fermo, cristallizzato, fuori così come nella mente della signora Danvers. La sua follia, nel suo climax di tensione emotiva, l’ha resa indubbiamente il mio personaggio preferito!
Le ambientazioni, anche queste sapientemente ritratte, svolgono un ruolo fondamentale nella vicenda, sembra quasi che vadano ad incastrarsi perfettamente con gli altri elementi del romanzo, come fossero tessere di un puzzle.
Attraverso il racconto della seconda moglie, voce narrante della storia, Daphne du Maurier ci trasporta lentamente in una dimensione che, pagina dopo pagina, tra suspense e colpi di scena, aumenta a dismisura il coinvolgimento del lettore.
Il grande maestro del cinema Alfred Hitchcock ha trasposto magnificamente su pellicola tutte le emozioni, le sfumature e la tensione emotiva che è possibile leggere tra le pagine del romanzo.

Titolo: Rebecca la prima moglie
Autore: Daphne Du Maurier
Genere: Narrativa
Casa editrice: il Saggiatore  – Tascabili
Pagine: 383
Anno: 2015 – prima pubblicazione 1938
Prezzo: € 10,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Filmografia consigliata: Rebecca – La prima moglie, Alfred Hitchcock (1940)
Da leggere: Accoccolati su una grande poltrona, sorseggiando una tazza di tè.

L’autrice
Daphne Du Maurier (1907-1989) nasce a Londra. Inizia a scrivere giovanissima. Nonostante i suoi primi romanzi siano stati ben accolti, è con la pubblicazione di Rebecca (1938) che diventa un’autrice di successo internazionale. La trasposizione cinematografica del romanzo, realizzata da Alfred Hitchcock nel 1940, valse al regista l’Oscar e a Rebecca una fama che dura immutata da settant’anni. Di Daphne Du Maurier nei Tascabili Saggiatore è stato pubblicato Gli uccelli e altri racconti.

Vera

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Fuori da Gaza (Selma Dabbagh)

9788887847567_0_0_0_75“Sì, quel posto! Che ne dici? Che ne dici di tornare a vedere in che condizioni è? – come se voltandosi abbastanza in fretta, dopo aver appena girato l’angolo, l’avrebbe ritrovato lì ad aspettarlo. Ma prima che le parole avessero il tempo di arrivargli alla bocca, si era già reso conto di quanto tutto fosse assurdo. Non sarebbe mai potuto tornare in quel posto, era stato sigillato per sempre, fatto saltare in aria con la dinamite, spianato con i bulldozer, tutto asfaltato e ora ci vivevano sopra altre persone.”

Come trascorre la tua vita se sei un abitante di Gaza? In “Fuori da Gaza” (edito da il Sirente), l’autrice Selma Dabbagh ci permette di averne un’idea attraverso le vicende di Rashid e Iman, i protagonisti del romanzo. Sono ragazzi e, come tutti i ragazzi, hanno speranze, coltivano sogni. Rashid è impaziente di lasciare Gaza e raggiungere Londra che per lui rappresenta non solo il proseguimento dei suoi studi, ma anche il ricongiungimento con la ragazza che ama, Lisa. Iman, sorella gemella di Rashid, è un’attivista e impiega il suo tempo alla ricerca di un modo concreto per dare il proprio contributo a beneficio della sua gente. E poi c’è Sabri, il loro fratello maggiore, costretto su una sedia a rotelle, che si divide tra la realizzazione del suo libro e i ricordi di una vita che ormai non esiste più; c’è Kahlìl, il migliore amico di Rashid, e la sua lotta quotidiana con una famiglia che non condivide le sue scelte, e Ziyyàd che porta il peso non solo del proprio ruolo politico ma, soprattutto, del mito rappresentato dai suoi genitori morti quando lui era molto piccolo. Ognuno di questi personaggi sembra affrontare una duplice battaglia: da un lato, la convivenza quotidiana con quanto accade intorno a loro, il costante pericolo, il vivere sempre sul chi va là; dall’altro, una sorta di battaglia interiore che li vede porsi mille domande, riflettere sulla scelta più importante di tutte, restare o andar via, evolvere e maturare nel corso della storia.
Leggere questo romanzo è stato un percorso faticoso, non posso negarlo. Spesso ho dovuto fermarmi e prendermi del tempo per riflettere, per apprezzare ciò che ho la fortuna di avere, un ambiente tranquillo in cui trascorrere la mia vita.
Attraverso le storie dei protagonisti del romanzo, l’autrice riesce a raggiungere il nucleo più intimo del lettore, lì dove alberga il senso di sicurezza e dove vengono alimentati sogni e speranze. E il merito di Selma Dabbagh sta sicuramente nell’essere riuscita con semplicità a rendere il lettore partecipe sia di un fatto storico che è, per citare Sabri, troppo incasinato per sbrogliarlo, sia del mondo interiore e delle vicende dei suoi personaggi. Non vi meravigliate, dunque, se leggendo vi sembrerà di camminare al fianco di Iman tra le strade di Gaza o al fianco di Rashid sotto la pioggia londinese!

Titolo: Fuori da Gaza
Autore: Selma Dabbagh
Genere: Narrativa
Casa editrice: Editrice il Sirente
Pagine: 369
Anno: 2017
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 10 giorni
Da leggere: Nella quiete della propria stanza.

L’autrice
Scrittrice britannica di origini palestinesi, Selma Dabbagh è nata nel 1970 a Dundee, Scozia. Il nonno di Selma, arrestato numerose volte dai Britannici per il suo impegno politico, lasciò la Palestina nel 1948. La famiglia si spostò prima in Siria e poi nel Regno Unito. Lettrice sin dall’età di otto anni, prima di concentrarsi sulla scrittura, Selma Dabbagh ha lavorato per molti anni come legale nel campo dei diritti umani e come avvocato dei passeggeri della Freedom Flotilla per Gaza. “Fuori da Gaza” è il suo primo romanzo, nominato dal “Guardian” libro dell’anno nel 2011.

Lettore medio

Colpa di chi muore (Gianluca Calvino)

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«Pensavo al povero Fabio. Mi è sempre stato antipatico. Però forse non meritava di morire picchiato a sangue. No?» Me lo dice senza guardarmi.
«Beh, no, ovvio» dico. Poi, dopo una pausa che mi pare lunghissima, riprendo a parlare: «Nessuno meriterebbe di morire in quel modo. Figuriamoci lui, che in fin dei conti era una persona innocua».
«Già. In fin dei conti sì» conclude, bevendo l’ultimo sorso della sua brodaglia nera.
Mi viene da sorridere.
«La diverte, la cosa?» Il direttore non mi guarda.
«A dire il vero, un po’» rispondo d’istinto.
«A dire il vero, anche a me» fa lui. Poi si volta a guardarmi e sorride. Ricambio il sorriso, è una scena surreale.

L’indolente commissario Marcello Orlando deve indagare su un duplice omicidio ad opera di un assassino che miete le sue vittime con un’arma singolare, un bastone. Tra una partita di solitario e una di Ruzzle, il nostro commissario viene inaspettatamente aiutato da Paolo Mancini, un insegnante d’italiano per stranieri che si ritrova, suo malgrado, coinvolto nella vicenda. Ma, dal momento che il rischio di spoiler è molto elevato, non aggiungerò altro se non che, se state per accingervi alla lettura di questo libro, allora dovete sapere che si tratta di un romanzo giallo dalle sfumature noir. Eh sì, perché “Colpa di chi muore” di Gianluca Calvino (edito da Homo Scrivens) non è solo la classica indagine di polizia per assicurare un criminale alla giustizia, ma è anche un incontro ravvicinato con i suoi personaggi e il loro mondo. Ognuno di loro si rivela nell’insieme delle proprie sfaccettature, nei suoi aspetti positivi e in quelli oscuri perché nessuno è esente da entrambi.

Attraverso il suo stile ironico e pungente, a tratti riflessivo senza mai essere pedante, l’autore riesce a portarci quasi “fisicamente” nella storia e a regalarci delle scene dal taglio decisamente cinematografico. I protagonisti sembrano rivolgersi direttamente al lettore come a volerlo rendere parte attiva di quanto sta accadendo. Se avete visto qualche puntata della serie tv “House of Cards” capirete bene cosa intendo. Volete saperne di più? Allora vi lascio alle parole dell’autore che ho contattato per una breve intervista…

Nome: Gianluca
Cognome: Calvino
“Colpa di chi muore” è il tuo primo romanzo come autore singolo. Come stai vivendo questo momento? È molto gratificante ma anche piuttosto strano. Sono abituato a parlare di romanzi altrui, o di testi collettivi di cui sono coordinatore. Essere direttamente sotto l’obiettivo, nel bene e nel male, è qualcosa a cui devo ancora fare l’abitudine. Però mi piace, ecco.
Come molti già sanno, ti occupi anche di editing. Come ti sei trovato a stare invece “dall’altra parte”? È complicato, per chi di mestiere mette le mani sui testi degli altri, lavorare a un romanzo proprio. Per tanto tempo mi sono “autocensurato”, proprio perché applicavo a me stesso il medesimo metro severo di giudizio con cui sono abituato ad analizzare gli scritti altrui. Poi mi sono convinto a togliere il freno a mano e a buttar giù questa storia.
Il rapporto con i miei editor, Serena Venditto e Aldo Putignano, è stato molto tranquillo, in verità. Sia perché ci lega da anni una profonda amicizia, sia perché loro sono davvero in gamba, e devo dire che le annotazioni che mi hanno fatto durante la stesura mi hanno trovato sostanzialmente d’accordo su tutta la linea.
Quanto c’è nel romanzo di te stesso, dei tuoi gusti e della tua esperienza di vita? Tanto. Sicuramente alcune delle ambientazioni del romanzo mi appartengono particolarmente, ma ciò che credo di aver riversato maggiormente nel testo è la mia vena creativa. Mi sono divertito a giocare coi cliché e a smontarli, come amo fare da sempre. E ad inserire, all’interno della cornice “gialla”, una consistente componente d’ironia.
Il tuo romanzo si può collocare esattamente a metà strada tra il giallo e il noir. Come mai questa scelta? Credo che sia stata la soluzione più naturale. Chi scrive non può fare a meno di considerare i suoi gusti di lettore, nell’atto della scrittura. E il giallo e il noir sono di gran lunga i generi che consumo con più voracità.
Quali sono gli autori di giallo e noir che ami di più e che hanno ispirato la tua scrittura? Risposta secca: Nesbo per la presentazione dei personaggi e Lucarelli per lo smantellamento della figura del poliziotto “politically correct”.
C’è un momento della giornata o un luogo preferito in cui ti dedichi alla scrittura? In verità no. Ho necessità di trovarmi degli spazi all’interno della giornata, che però spesso è totalmente impiegata a lavorare su testi di altri autori (il che inibisce la vena creativa, credimi). Forse il pomeriggio, dopo il caffè (il terzo-quarto della giornata) è il momento che, in linea di massima, preferisco.
Facciamo un riepilogo: sei editor, consulente letterario, uno dei membri fondatori della fiera “Ricomincio dai Libri” (quest’anno alla sua V edizione) e scrittore. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Comprare il Calcio Napoli e portarlo a vincere scudetto e Champions League. Ok, scherzavo (ma solo perché non ho i soldi necessari!). Non saprei, di sicuro sono curioso di conoscere il giudizio di chi leggerà “Colpa di chi muore”. Se il feedback sarà positivo, mi sa che mi cimenterò su un nuovo progetto di romanzo.
Un saluto e un augurio a tutti i lettori medi: Cari lettori medi, non leggete mediamente. Bisogna leggere in maniera smodata. Tanto, tantissimo. Fatelo e sarete più felici. Ho esagerato, eh?

Titolo: Colpa di chi muore
Autore: Gianluca Calvino
Genere: Giallo
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 191
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Soundtrack consigliata: Potete seguire la playlist del libro oppure scegliere un buon disco jazz.
Da leggere: Degustando un calice di vino. Può andar bene anche una pinta di birra, magari una Chouffe.

L’autore:
Gianluca Calvino, editor e consulente letterario. Presidente di Librincircolo, tiene corsi di editoria e di scrittura creativa ed è uno dei fondatori della fiera letteraria “Ricomincio dai Libri”. Si occupa di scouting e da diversi anni dirige il service “Talento Letterario”. Nel 2010 ha fondato il collettivo Gruppo 9, il più numeroso collettivo d’Italia, con cui ha pubblicato titoli di successo, tra cui Sono stato io, Party per non tornare (Premio Speciale Carver 2015), Hyde School, Requiem, Gli affamati, tutti editi da Homo Scrivens.

Lettore medio

Teresa Filangieri. Una duchessa contro un mondo di uomini (Carla Marcone)

9788889682999_0_0_0_75“L’uomo nobile non si perde mai d’animo e vince il timore”. Quelle parole le erano bastate a porle nell’anima l’ebbrezza che emerge dal pericolo e ne trae una forza più grande. Non si sarebbe arresa mai.

Napoli, 1826. Nella casa di una delle famiglie nobili più in vista della città, viene al mondo Teresa Filangieri, la cui vita scorrerà scandita da alcuni tra gli eventi storici più importanti del nostro paese: la nascita della prima tratta ferroviaria nel 1839, la Napoli-Portici; i moti del 1848, le guerre d’Indipendenza e  le politiche colonialiste agli albori del XX secolo.
Fin dalla giovane età, Teresa mostrerà di essere una ragazzina dal carattere indomito e ribelle, contraddistinta da un ardore che la nonna Carolina, l’austera moglie austriaca del famoso filosofo – e nonno di Teresa – Gaetano Filangieri, tenterà di costringere tra i lacci del corsetto e le lezioni di latino. Ma nulla potrà contro il temperamento di Teresa che, per tutta la vita, rimarrà fedele a se stessa, sia quando, ancora ragazza, accoglierà tra le mura di casa sua lo scugnizzo Raffaele, sia quando, all’indomani del più grande dolore che una madre possa mai provare nella sua vita, deciderà di fondare il primo ospedale pediatrico della città di Napoli.

Troppo poco si sa della figura della Filangieri ma, grazie a Carla Marcone e al suo romanzo “Teresa Filangieri. Una duchessa contro un mondo di uomini” (edito da Scrittura&Scritture), oggi possiamo dirci più ricchi. Perché una volta che Teresa entra nella tua vita non ne può più uscire. Attraverso una scrittura a tratti onirica, Carla Marcone ci regala l’esperienza di una donna straordinaria e ci insegna che, se perseguiti con forza di volontà e tenacia, è possibile realizzare i propri obiettivi anche partendo da una condizione di svantaggio, anche quando di fronte a noi sembrano esserci ostacoli insormontabili. Ci insegna che arrendersi non è un’opzione.
Sicura che a questo punto sarete curiosi di saperne di più, ho contattato l’autrice per una breve intervista.

Nome: Carla
Cognome: Marcone
Come e quando Teresa Filangieri è entrata nella tua vita? Come racconto nella nota d’autore del romanzo, Teresa è entrata nella mia vita in un pomeriggio d’aprile mentre giocavo a carte, per le quali ho una grande passione quasi quanta ne ho per i libri. Scartai un asso e squillò il telefono. Con quello squillo e le voci di Chantal e Eliana Corrado, le mie editrici, è cominciato tutto. Sono state loro ad avere l’idea di raccontarla e l’hanno affidata alla mia penna.
Quanto tempo hai dedicato alle ricerche sulla vita e le opere di Teresa Filangieri? Non so per quanto ho studiato e per quanto ho scritto. In più ho avuto una battuta d’arresto di qualche mese: non mi sentivo all’altezza di tale impresa. È stata una donna talmente immensa che ancora adesso, a romanzo terminato, scopro altre cose su di lei che mi fanno sentire una briciola al suo cospetto.
Dalla lettura del tuo romanzo si evince un forte coinvolgimento nella vicenda di Teresa Filangieri. Ci sono delle caratteristiche che vi accomunano? Magari. Mi piacerebbe assomigliarle almeno un po’.
Quale pensi sia l’eredità lasciata da Teresa Filangieri alle generazioni del III millennio? Un’eredità di libertà, dignità e consapevolezza, che lei e altre come lei hanno contribuito a lasciarci militando nel grande esercito dell’amore.
In molti passi del tuo romanzo si possono incontrare delle immagini dalle sfumature oniriche. Qual è la tua fonte di ispirazione? Questa domanda mi piace molto. È una cosa in me radicata. Mi viene naturale quando racconto una storia. Non è studiata, mi appartiene. Il sogno è un aspetto importante della mia cultura: da buona napoletana vivo anche, forse soprattutto, di sogni. A ciò aggiungi gli studi classici. I greci, dell’Italia meridionale antichi colonizzatori, consideravano reale il luogo onirico, non immaginario. E sognare era un’attività che meritava grande attenzione e rispetto. In più c’è lo zampino di Freud che ho studiato compulsivamente qualche lustro fa, affascinata dalla sua interpretazione del sogno come metodo per accedere all’inconscio. E poi, come voleva Rodari “or che i sogni e le speranze si fan veri come i fiori, sulla Luna e sulla Terra fate largo ai sognatori”!
C’è un momento della giornata e/o un luogo in particolare in cui preferisci dedicarti alla scrittura? Da sempre disordinata, ho dovuto fare un grande lavoro su me stessa per imporre al tempo un minimo di disciplina. Con grande sacrificio ce l’ho fatta. Ho imparato a marcare il cartellino d’entrata ogni pomeriggio e d’uscita poco prima di cena. In breve dedico alla scrittura dalle tre alle cinque ore quasi ogni giorno. Però, la storia che racconto nel tempo disciplinato, non mi dà mai tregua. Mi bracca ovunque, specie nel luogo rispettato e creduto reale dai greci, interpretato da Freud e radicato nella mia cultura.
Un saluto e un augurio a tutti i lettori medi: Vi saluto augurandovi tante, ma tante tante, belle letture.

Titolo: Teresa Filangieri. Una duchessa contro un mondo di uomini
Autore: Carla Marcone
Genere: Romanzo storico, collana Voci
Casa editrice: Scrittura&Scritture
Pagine: 160
Anno: 2017
Prezzo: € 13,50
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Soundtrack Consigliata: “Te voglio bene assaje”
Da leggere: Ripercorrendo i passi di Teresa Filangieri tra le strade di Napoli

L’autrice
Carla Marcone è nata a Napoli in una calda notte di luglio, mentre nel mondo echeggiava la rivolta e le streghe tornavano bruciando il reggiseno in piazza. Crescere in una famiglia di stampo patriarcale, dove, però, erano le donne a portare i pantaloni, ha sviluppato in lei un estremo senso di ribellione contro ogni sopruso, contro ogni ingiustizia. I personaggi dei suoi romanzi, di cui racconta in uno stile fatto spesso di parole sussurrate che nascondono segreti, affrontano nella maggior parte dei casi il proprio destino spinti dalla molla dell’adessovelafacciovedereiodicosasonocapace, talvolta uscendone vittoriosi, altre delusi e sconfitti. Dopo il romanzo Fiori di carta (2006), Carla Marcone intinge la penna nella Storia ed entra nel romanzo storico.

Vera

Lettore medio

Dal primo istante (Mhairi Mc Farlane)

cover istante“Tutti dicono che dopo i trent’anni i pezzi del puzzle vanno a posto da soli… Hai presente le interviste alle attrici? Dicono sempre: Oh, non vorrei avere di nuovo vent’anni, è stato un periodo così turbolento, ora invece mi sento… in pace con me stessa e so quali vestiti mi stanno bene, i capi classici… bla bla bla… Tutte stronzate. Dai venti ai trenta è un antipasto a base di Non Sei Ancora Tenuta A Capire Tutto. Poi dai trenta in su arriva il piatto principale: Forse È Così Che Sarà Per Sempre.”

Ci sono momenti, nella vita, che si rivelano decisivi. Incontri che segnano dei capoversi, l’inizio di un nuovo capitolo, volendo mantenere la metafora letteraria. Ma, naturalmente noi, impegnati a vivere la nostra quotidianità, non ce ne accorgiamo. È quello che accade a Ben e Rachel, due ragazzi all’inizio del loro percorso universitario nella città di Manchester, protagonisti del romanzo di Mhairi McFarlane “Dal primo istante” (edito da BUR Rizzoli).
Inseparabili, complici, come i membri di un club esclusivo sembrano parlare addirittura una lingua tutta loro. Nasconderà qualcosa di più questa strana amicizia? Sono passati dieci anni dalla fine dell’università, dieci anni in cui le vite di Ben e Rachel sono andate avanti senza mai incrociarsi, come i binari paralleli di un treno, ed eccoli di nuovo qui trentenni e con delle carriere avviate, di nuovo a Manchester, di nuovo insieme dopo un incontro fortuito (o forse no?). Cosa avrà il destino in serbo per loro questa volta?

Quando la mia amica Claudia mi ha prestato questo libro sapeva che mi avrebbe colpito come un pugno nello stomaco. E, sebbene questa immagine possa far pensare a una sensazione sgradevole, vi assicuro che non è stato così.
Questo libro non è soltanto una storia d’amore o, per meglio dire, un intreccio di storie d’amore, non è soltanto la celebrazione delle seconde occasioni. Questo libro rappresenta una generazione, quella dei trentenni, con tutti i dubbi, le disillusioni e le amare consapevolezze che questa età comporta. Ma non temete!
In mezzo a questo mare d’incertezze vedrete spuntare anche i sogni, le speranze e la voglia di non arrendersi mai, nonostante intorno ci siano persone che non fanno altro che ricordare che l’orologio, soprattutto quello biologico, continua a ticchettare inesorabilmente.
Considerando che quest’anno mi toccherà il tanto temuto giro di boa dei trent’anni, il tempismo con il quale ho letto questo romanzo è a dir poco calzante.
Attraverso i suoi toni leggeri, lo stile fluido e coinvolgente e una storia in cui tutti possono immedesimarsi, se non nelle vicende di sicuro nelle emozioni, l’autrice è riuscita a dipingere lo scorcio di una generazione che affronta un importante momento di passaggio verso una maggiore consapevolezza di se stessi e la definizione della propria identità.

Titolo: Dal primo istante
Autore: Mhairi Mc Farlane
Genere: Narrativa
Casa editrice: BUR Rizzoli
Pagine: 464
Anno: 2015
Prezzo: € 7,90
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Soundtrack Consigliata: “La descrizione di un attimo” dei Tiromancino
Film Consigliato: “Trent’anni in un secondo” di Gary Winick
Da leggere: Sul divano con una bella scorta di barrette di cioccolato.

L’autrice
Mhairi McFarlane è nata in Scozia nel 1976 e da allora passa il suo tempo a spiegare come si pronuncia il suo nome (con la ‘V’, non con la ‘M’, colpa delle origini celtiche). Vive a Nottingham dove ha lavorato come giornalista e dove ora fa la scrittrice e la blogger (cioè, come dice lei, perde tempo su Twitter). Ama bere vino, mangiare e fare shopping. I suoi migliori aneddoti includono la lussazione di un gomito nel sollevare una valigia e un orrendo volo Londra-New York. Vive con un uomo e un gatto.

Vera

Lettore medio

Esilio dalla Siria. Una lotta contro l’indifferenza (Shady Hamadi)

9788867831159_0_0_1461_75“Non ho mai vissuto un giorno sotto le bombe, non conosco il ronzio che fanno prima di colpire, di uccidere. Non ho sofferto la fame, la sete, né ho mai vissuto nella tenda di un campo profughi. Però conosco quello che prova chi vive un dramma dall’esterno. È come assistere alla morte della propria madre senza poter fare nulla. Questa è la sensazione, la condizione che più rappresenta quello che voglio descrivervi. Conosco la sofferenza dell’esilio, perché ci sono nato.”

Guardo il foglio bianco sullo schermo del computer con la barra spaziatrice che continua a pulsare da un bel po’ senza sapere bene come cominciare questa recensione. Mi sembra che qualsiasi cosa possa dire o scrivere, alla fine, risulti insufficiente, inconsistente, banale.
Il libro di Shady Hamadi “Esilio dalla Siria. Una lotta contro l’indifferenza” (add editore) è una finestra sulla Siria e sulle sue vicende storiche e politiche. È la voce per un popolo a cui si sta togliendo dignità. È la testimonianza consapevole di chi fa parte di quel popolo e che, pur non vivendo fisicamente in Siria, non ha voltato lo sguardo dall’altra parte.
Ma non è un saggio, non del tutto almeno. Ciò che rende questo libro unico nel suo genere, così come il precedente (“La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana”, add editore), è il coinvolgimento in prima persona dell’autore che ci narra, attraverso le vicende della sua famiglia, la storia di un paese in macerie ma per il quale non si smette di sperare, non si smette di lottare.
Ho letto il libro di Shady Hamadi con la calma e la concentrazione che meritano le storie importanti. E con la consapevolezza, una volta arrivata alla fine, di dover ricominciare.
Scorrendo le pagine una dopo l’altra, ho immaginato di vagare in punta di piedi tra le strade di Damasco e di Aleppo o tra i colonnati di Palmira; ho immaginato, come è accaduto all’autore, di poter guardare il mio paese solo dalla cima di una collina, al di qua di un’invalicabile frontiera sapendo di non poterla attraversare. E ho provato un grande vuoto che non riesco a descrivere.
Lascio dunque la parola all’autore che ho contattato per chiedergli di parlare a tutti i lettori medi del suo libro.

Nome: Shady
Cognome: Hamadi
Toglici una curiosità: cosa significa il tuo nome? Significa “l’incantatore”
Questo non è il primo libro che pubblichi sul tema della rivoluzione siriana: quando e soprattutto perché hai deciso di scrivere? Ho cominciato ad avvicinarmi ai libri all’età di 21 anni, appena tornato dalla Siria. Così sono diventato un lettore forte, macinando decine di libri all’anno. Cercavo risposte sulla vita. Poi mi è venuta voglia di scrivere, di imitare gli autori che più amavo, come Gibran. Quando la guerra in Siria è cominciata avevo un disperato bisogno di scaricare la rabbia: l’ho fatto su un foglio bianco. Ho capito che scrivere un libro era come imbracciare un fucile. La differenza è che sparavo alla mente delle persone.
A breve uscirà il tuo prossimo libro. Puoi darci qualche anticipazione? Parlerà di identità, partendo come sempre dall’esperienza personale. Sarà un duro attacco agli imprenditori dell’odio, populisti e musulmani.
Hai portato la questione siriana sia presso il Parlamento Europeo che presso la terza commissione Affari Esteri del parlamento italiano. Come ricordi queste esperienze? Ricordo di aver avuto fiducia nelle istituzioni. Poi, con il tempo, ho capito che tutto finiva in discussioni che al loro termine non producevano nulla. Rimasi scioccato incontrando un europarlamentare italiano che parlava in termini astratti. Dicevo: “Abbiamo bisogno di pozzi per l’acqua”, e lui: “La geopolitica e il gasdotto e la mezzaluna sciita”. Era uno che viveva sui social e, nel momento in cui aveva la Siria davanti a sé, con le sue richieste, non riusciva ad astrarsi dalla geopolitica inutile.
Nel tuo libro, grande spazio è dedicato alle storie delle singole persone. Come mai questa scelta? Perché la storia di uno racconta la vita di molti.
Quando parti per i tuoi viaggi c’è qualcosa che non puoi proprio fare a meno di portare con te? Lo stretto indispensabile. Cosa ci serve davvero? Il viaggio è un po’ come nella vita: bisogna fare la cernita di quello che conta davvero. Quando viaggio porto un libro sempre con me.
Raccontaci il tuo libro in trecento battute: Scritto fra Beirut e Milano, racconta l’esilio: quello vissuto da me è da un intero popolo. La vicenda siriana (ho spiegato) può essere compresa se diamo retta ai siriani e diamo il giusto perso alla loro tragedia. Dobbiamo capire – scrivo – che quando parliamo di Siria parliamo di noi: li affondano le nostre radici.
Un saluto e un augurio a tutti i lettori medi: vi auguro di continuare a leggere tutta la vita.

Titolo: Esilio dalla Siria. Una lotta contro l’indifferenza
Autore: Shady Hamadi
Genere: Saggistica
Casa editrice: add editore
Pagine: 141
Anno: 2016
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Soundtrack Consigliata: “Il mio nemico” di Daniele Silvestri
Da leggere: Con una cartina geografica a portata di mano

L’autore
Shady Hamadi è nato a Milano nel 1988 da madre italiana e padre siriano. Fino al 1997 gli è stato vietato di entrare in Siria in seguito all’esilio del padre Mohamed. Con lo scoppio della rivolta contro il regime di Bashar al-Assad nel marzo del 2011, Hamadi diventa attivista per i diritti umani e un importante punto di riferimento per la causa siriana in Italia. Con add editore ha pubblicato La felicità araba.

Vera

Lettore medio

Viaggiatore suo malgrado (Minh Tran Huy)

9788869680304_0_0_0_75“Il silenzio non è l’estinzione ma lo scrigno del ricordo. Non ho la sensazione di dimenticare qualcosa, solo di trascorrere un po’ di tempo in più, ogni giorno, in un sogno familiare che mi appartiene e al quale appartengo, e che non posso credere svanirà con me.”

Cos’hanno in comune una famiglia vietnamita, un operaio francese vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo e un’atleta somala? Apparentemente nulla, lontani come sono nel tempo e nello spazio. Eppure, tutte queste vite hanno un unico denominatore: il viaggio. Chi per seguire l’impulso irrefrenabile di mettere un piede davanti all’altro, chi per cercare condizioni di vita migliori, chi per sfuggire a guerra e povertà, tutti intraprendono un percorso che li porterà lontano dal luogo natio.
Per la protagonista Line, invece, sono l’occasione per partire alla scoperta delle memorie familiari e delle proprie radici. E proprio come un vero viaggio, anche il libro di Minh Tran Huy “Viaggiatore suo malgrado”, edito da O barra O edizioni, si divide in Andate e Ritorni. Andate, ossia scoperta delle storie di vita dei personaggi; Ritorni, per ricomporre tutti i pezzi. Come una molla che più ti allontani e più ti riporta al punto di partenza. Aiutata dai racconti paterni, Line, conoscerà i sentimenti contrastanti di chi si lascia tutto alle spalle e subisce lo sradicamento dalla propria cultura d’origine; conoscerà, e il lettore con lei, la prepotenza della nostalgia delle cose passate e forse, ancor di più, delle cose mai state, il dolore di chi, per ironia della sorte, sta perdendo la consapevolezza di tutto ciò che è stato e che è. Chiunque abbia vissuto un allontanamento, temporaneo o definitivo, dalle proprie origini non potrà fare a meno di ritrovarsi in qualche punto, tra le righe di queste pagine. Per tutti, un viaggio alla scoperta delle fondamenta della propria identità e dei suoni diversi e profondi dei silenzi.

Attraverso uno stile fluido ed evocativo l’autrice è riuscita a catapultarmi nella storia con tutte le scarpe, ha fatto vibrare qualcosa dentro di me, che tanti chilometri ho già macinato nella mia vita e probabilmente molti altri ne percorrerò. Alla fine, credo che il senso sia che siamo un po’ tutti viaggiatori nostro malgrado. Ciò che conta non è tanto dove si va, ma tenere sempre ben presente chi si è e da dove si viene.

Titolo: Viaggiatore suo malgrado
Autore: Minh Tran Huy
Genere: Narrativa
Casa editrice: O barra O edizioni
Pagine: 185
Anno: 2017
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Soundtrack Consigliata: “Gocce di memoria” Giorgia
Da leggere: In treno, in autobus, in metropolitana.

L’autrice
Minh Tran Huy, figlia di genitori vietnamiti fuggiti dal paese durante la guerra ed emigrati in Francia, nasce il 16 marzo 1979 a Clamart, nella regione parigina.
Dopo gli studi universitari alla Sorbona diventa redattrice del mensile «Le Magazine Litteraire». Nel 2007 è finalista al premio Goncourt con il romanzo La principessa e il pescatore, nel 2008 vince il Premio Gironde Nouvelles Ecritures. Viene nominata Cavaliere delle Arti e delle Lettere nel 2011. Tra i suoi libri più noti ricordiamo La doppia vita di Anna Song.

Vera