Lettore medio

Linea di sangue (Gianfrancesco Intini)

intiniLa porta scricchiolò, sembrò rimanere ferma sulla sua posizione per alcuni istanti, poi cedette. Lenta, ma con costanza, la porta si apriva stridendo a causa dell’attrito con il terreno sottostante. […] Alla fine riuscirono ad aprirla abbastanza da poter passare. Restava solo una cosa da fare adesso e fu Carlo a dirla.
«Entriamo».

Quattro vecchi amici – Carlo, Antonio, Luca e Giuseppe – non vedono l’ora di ritrovarsi e godere del meritato riposo, dopo un lungo periodo in cui carriera e famiglia li hanno tenuti lontani. Invece, la calda estate del 2015 non porta altro che scompiglio e morte tra di loro e nella comunità di Silva, un piccolo paese incastonato tra le montagne del Cilento.
Cosa attende i nostri protagonisti? Potrete scoprirlo solo leggendo “Linea di sangue”, la nuova proposta in formato ebook della casa editrice napoletana inKnot, dell’autore Gianfrancesco Intini.
A metà strada tra il genere horror e il noir, con una spruzzata di paranormale, questo romanzo vi terrà col fiato sospeso, ansiosi di scoprire il colpevole delle efferatezze che scuotono la tranquillità di Silva.
E se ve lo state chiedendo, sì: Silva esiste per davvero, anche se con un altro nome, ed è facilmente raggiungibile seguendo tutte le indicazioni che l’autore inserisce nel corso del romanzo. Parola mia, non ve ne pentirete! Quando mai vi potrà ricapitare di passeggiare tra i vicoli e le piazze percorse da uno spietato assassino? Gianfrancesco ce ne fornisce una descrizione accuratissima, così come particolarmente dettagliate sono le altre descrizioni in cui ci si imbatte nel corso della lettura: ogni gesto, ogni luogo e ogni personaggio viene sviscerato in tutti i suoi aspetti, quasi fosse l’oggetto di un rituale chirurgico.
Ma se quanto ho detto fin’ora non vi ha ancora convinto, leggete le parole dell’autore, che ci ha concesso una breve intervista.

Come è nata l’idea di questo romanzo? L’idea e la voglia di cimentarmi nella scrittura di un romanzo mi stuzzicava da diversi anni, ma non mi ero mai approcciato con convinzione perché non riuscivo a trovare un’idea ben definita. Devo dire che poi ad un certo punto mi sono deciso: avevo qualche immagine e qualche piccola idea da seguire e mi sono basato su quello. Gran parte della trama e delle scene si sono sviluppate da sole, mentre scrivevo, lasciando agire i personaggi; spesso non sapevo neanche io come sarebbe finita, ogni nuova scena mi creava lo spunto per la successiva.
“Linea di sangue” è ambientato in un paesino del Cilento a te molto caro. Qual è il motivo alla base di questa scelta? Innanzitutto, è un luogo che conosco molto bene, del quale potrei descrivere ogni pietra. Mi sono quindi basato su un concetto molto semplice: scrivi quello che conosci. Inoltre, ho sempre pensato che il paese e i luoghi nei dintorni sarebbero stati un’ambientazione perfetta per un horror.
Carlo, il protagonista, è un chirurgo, proprio come te. Ci sono altri elementi che vi accomunano? Se sì, quali? Anche in questo caso mi sono basato sul principio scrivi quello che conosci. Ho pensato che avrei caratterizzato meglio un personaggio che in qualche modo mi somigliasse e che vivesse nel mio stesso mondo. Ci accumunano di certo il modo di intendere il lavoro del chirurgo, l’idea e l’importanza dell’amicizia e il legame con le proprie origini. Una piccola curiosità: già da subito l’immedesimazione nel protagonista era tale che stava iniziando a somigliare troppo a me, perciò in molte situazioni ho iniziato a farlo agire al contrario rispetto a quanto avrei fatto io.
Dalla tua biografia apprendiamo che scrivi fin dagli anni del liceo. Qual è il tuo rapporto con la scrittura? Vedo la scrittura come un modo per esprimersi, per aprirsi, per sfogarsi e per trasmettere i propri pensieri. Qualsiasi stato d’animo può essere riportato su un foglio di carta.
Il tuo lavoro di chirurgo ti terrà sicuramente molto impegnato. Quanta parte del tuo tempo riesci a dedicare alla scrittura? C’è un momento della giornata in cui ti è più congeniale scrivere? Ho scritto in situazioni molto diverse, dalla mattina appena sveglio, alla sera, finanche durante le notti di guardia a lavoro, quando la situazione lo consentiva. Avendo orari imprevedibili e variabili mi sono dovuto adattare a scrivere in ogni momento libero. Ci sono stati dei giorni in cui mi è stato impossibile trovare il tempo per farlo; a volte, ho sfruttato interamente i giorni liberi. Ho dovuto togliere anche qualche ora al sonno, nei momenti in cui non avrei potuto perdere il filo della scrittura.

“Linea di sangue” è il tuo romanzo d’esordio. Com’è stato l’impatto con il mondo dell’editoria? Indubbiamente positivo, dato che, non avendo avuto altre esperienze, non avevo fiducia nel fatto che riuscissi a pubblicare. Ho dovuto imparare che non esiste solo la fase di scrittura: la genesi di un romanzo dipende molto anche dalle fasi successive, dall’editing in particolare. Devo dire che il tanto lavoro che c’è stato ha dato i suoi frutti: il risultato finale è migliore di quanto avrei immaginato.
“Linea di sangue” è stato pubblicato, in formato e-book, da poche settimane. Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Finora mi sembra tutto in linea con le mie aspettative, ho letto alcune recensioni molto positive che mi hanno lasciato felice: è sempre bello quando il proprio lavoro viene apprezzato.

Titolo: Linea di sangue
Autore: Gianfrancesco Intini
Casa editrice: inKnot Edizioni
Genere: Noir/Horror
Pagine: 178
Anno: 2019
Prezzo: € 6,99
Tempo medio di lettura: una settimana
Suggerimento post-lettura: prendete una cartina del Cilento, cercate Silva e programmate una piccola fuga per ricaricare le batterie!

L’autore
Gianfrancesco Intini, romano, classe 1986, nel 2012 si laurea in Medicina e Chirurgia per poi specializzarsi in Chirurgia Generale. Da sempre accanito lettore, ha come riferimenti letterali Stephen King, Gabriel Garcia Marquez, Giorgio Faletti, Thomas Harris, Charles Bukowsky, George Orwell. Si dedica alla scrittura sin dal liceo, prima con poesie poi con racconti brevi. In età adulta collabora col Corriere di Roma con pezzi di natura culturale e pubblica articoli scientifici su riviste nazionali e internazionali.
Corona il sogno di scrivere un libro con “Linea di sangue”, il suo romanzo d’esordio.

Vera

Lettore medio

Edimburgo. Note pittoresche (Robert Louis Stevenson)

9788871644899_0_0_551_75Il suo fascino è romantico nel senso più ristretto del termine. Per quanto bella, più che bella è interessante. È preminentemente gotica e tanto più perché ha voluto darsi arie greche e ha eretto tempi classici sulle sue rupi. In una parole, e soprattutto, è una curiosità.

Mettiamo il caso che abbiate la possibilità di passeggiare per una delle capitali più affascinanti d’Europa in compagnia di uno dei suoi più celebri figli. Mettiamo il caso che costui, mostrandovi gli angoli più belli della sua città, condisca la narrazione di aneddoti storici e di antiche tradizioni popolari. E mettiamo il caso che tutto ciò possa farvi tornare indietro nel tempo di circa centocinquanta anni, mostrandovi abitudini e stili di vita che più lontani dai nostri non si può. Ecco, se volete tutto questo, non dovrete fare altro che inoltrarvi nella lettura di un piccolo libro che risponde al titolo di “Edimburgo. Note Pittoresche” e alla geniale penna di Robert Louis Stevenson (edito in Italia da Ibis edizioni).Probabilmente, il lettore più mordace potrà obiettare che si tratta di una guida oltremodo datata e che dall’anno di pubblicazione – 1879 – innumerevoli cose sono cambiate. Senza dubbio è così. Eppure, il fascino di questa piccola guida sta proprio in questo: Stevenson ci lascia la possibilità di immaginare la vecchia Edimburgo. Non solo! In una terra così legata alle antiche leggende e alla superstizione, di non poco conto sono tutte le curiosità che l’autore ci regala e che ci aiutano a conoscere meglio il meraviglioso popolo scozzese.
A questo punto, il lettore più perspicace, invece, avrà già intuito la passione della scrivente per la Scozia. Ebbene sì, sono colpevole, caro lettore! Da quando ho posato i miei occhi su quella meravigliosa terra, il mio amore per lei, già per altro esistente, non ha fatto altro che aumentare. La nostalgia per lei mi ha spinto alla lettura della guida di Stevenson che, a sua volta, mi ha permesso di rivivere la mia passeggiata lungo il Royal Mile, l’arrampicata fino alla vetta dell’Arthur Seat e la fatica di raggiungere subito dopo Carlton Hill pur di avere il panorama completo sotto i miei occhi. In qualche modo, è stato come proiettarsi di nuovo su quelle strade con l’autore al mio fianco come Cicerone personale. Pertanto, cari lettori, non me ne vogliate, anzi! Qualora decideste di fare un viaggio in Scozia e di passare per Edimburgo non dimenticate di portare con voi questa piccola guida: non potrà fare altro che dare un valore aggiunto alla vostra esperienza!

Titolo: Edimburgo. Note pittoresche
Autore: Robert Louis Stevenson
Casa editrice: Ibis (Collana Minimalia)
Genere: Guida
Pagine: 120
Anno: 2015 (Prima edizione 1879)
Prezzo: € 8,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Robert Louis Stevenson (1850-1894) è uno dei più grandi scrittori scozzesi. Autore di romanzi come “L’Isola del tesoro” e “La freccia nera”, nonché del celeberrimo racconto “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde”, dedica quest’opera a Edimburgo, sua città natale.

Vera

Lettore medio

Scintille (Federico Pace)

9788806240868_0_0_551_75Il tempo e quel che accade. Gli incontri e i destini che mutano per sempre. Ho atteso anche io in una piazza battuta dal vento qualcuno che non vedevo da anni. E negli attimi in cui vagavo con lo sguardo, cercando di indovinare da quale strada sarebbe sbucato quel volto che ricordavo attraversato da una malinconia indefinibile, riemergevano i desideri, gli slanci, le aperture improvvise. I viaggi intrapresi insieme. Le notti ampie come le maree. L’ebbrezza di scoprire in un’altra persona quel che non credevo si potesse trovare.
Quando ci eravamo incontrati per la prima volta?
Quando aveva avuto inizio ogni cosa?

Se l’obiettivo di Federico Pace era quello di prendere per mano il lettore e condurlo alla scoperta di aspetti inediti di personaggi noti (per es. Spassky e Fisher, Watson e Crick, Maria Callas e sua sorella, e molti altri ancora), solleticando le corde più intime della sua emotività, che dire: obiettivo centrato! Infatti, con “Scintille” (edito da Einaudi) ci si immerge in una serie di racconti che sono storie di vita, di relazioni, di quegli incontri che lasciano un segno. Un tocco o una semplice presenza, a volte con un potere tale da influenzare inevitabilmente l’esistenza delle persone coinvolte. A chiunque di noi sarà capitato, almeno una volta nella vita, di amare, disprezzare, sentire la mancanza, creare e vivere legami speciali, sopravvissuti, nel bene e nel male, al tempo e alle distanze. Lo stesso vale per i protagonisti di questo libro.
È un diverso, e un po’ insolito, modo di viaggiare, proposto da chi di viaggi se ne intende, attraverso i sentimenti e le esperienze di persone – prima che personaggi – che sono parte integrante della nostra storia e del nostro immaginario collettivo. Nei vari capitoli che si susseguono si ha la possibilità di scoprire il lato più umano di coloro che, a causa di fama e successi, tendiamo a porre su un piedistallo, circondati da un’innaturale aura di grandezza che ce li fa percepire lontani da qualsiasi esperienza quotidiana o comune sentimento. Ebbene, grazie a questo libro, possiamo conoscere i loro sogni, le loro speranze e le debolezze, possiamo comprendere non solo i loro traguardi ma anche i dolori e le delusioni, a riprova del fatto che sempre, dietro la pubblica facciata del personaggio, c’è la realtà privata di una persona tale e quale a tutti noi, che condivide la propria vita, o un pezzetto di essa, con altri esseri umani.
Ancora una volta Federico Pace ci regala un’esperienza di autenticità: apre piano piano una porta e ci invita a guardare e a conoscere altri mondi con quel suo inconfondibile stile narrativo fatto di atmosfere oniriche e delicate, con quel rispetto di chi sa che sta per entrare nella storia di qualcun altro. Non mi dilungo ulteriormente! Lascio a tutti i lettori medi il piacere di leggere le parole dell’autore che mi ha gentilmente concesso un’intervista.

Le storie che racconti in “Scintille” sono capitate nella tua vita per caso oppure sono frutto di una scelta precisa? Sono molto legato ai personaggi delle storie di “Scintille”. Sono figure che hanno inciso profondamente nella mia vita. Albert Camus, Nelson Mandela, Camille Claudel, i Beatles. Li ho scelti per questo, ma anche perché mi davano modo di cogliere, all’interno della storia, della parte di storia che ho scelto di raccontare, un istante, un’epifania, capace di svelare una parte essenziale della relazione che li riguardava e che ci riguarda.
Come hai organizzato il lavoro per la stesura del libro? Prima di tutto ci sono state molte ricerche, viaggi, interviste, visite a biblioteche, richieste di materiali. Poi, però, mi sono dovuto sedere alla scrivania. Ogni giorno. Con ostinazione. Per attirare la creatività, penso sia necessario costruire una griglia di gesti quotidiani. In questo senso, grazie a questa pratica quotidiana, quel che avevo scoperto, studiato o ricercato, si è messo in dialogo con quello che si agita dentro di me. L’incontro tra questi due universi ha innescato il filo di queste storie. Mi ha permesso di cercare, e spero di aver trovato, un punto di vista originale capace di offrire, a me, alla lettrice e al lettore, qualcosa che prima non si era veduto.
Da dove nasce, invece, il titolo? Cercavo, insieme all’editore, una parola capace di sintetizzare l’energia che sta celata sotto ciascun legame. Alla fine, dopo tante ipotesi, tanti pensieri, siamo arrivati a “Scintille”. Anche perché, rileggendo il libro, ci siamo accorti che era un termine che, più di altri, quasi inconsapevolmente, avevo disseminato qua e là in alcuni punti cruciali del libro.
Tutti i tuoi libri hanno come nucleo centrale il viaggio nelle sue molteplici declinazioni. Tuttavia, soprattutto in “Scintille” e nel tuo libro precedente, “Controvento”, i luoghi passano in secondo piano, lasciando il ruolo di protagonista alle persone. C’è un motivo alla base di questa scelta? Non sono mai stato un narratore di viaggi in termini tradizionali. Ho sempre cercato di mescolare il tema del viaggio a qualcosa d’altro. Il viaggio è sempre stato una stanza dove mi è piaciuto fare entrare delle persone, delle storie. Più vado avanti e più sento che questa stanza deve divenire ancora più grande per contenere tutto quello che vorrei raccontare.
C’è una storia, tra quelle che hai raccontato, che ti è rimasta maggiormente nel cuore? Ciascuna storia di “Scintille” ha qualcosa di speciale per me e tocca una corda diversa. La prima che ho scritto è quella intitolata “Il soffitto dei desideri”, ovvero la storia che lega per la vita Kurt Gödel a Adele Porkert. E forse per questa ragione, per il fatto che è stato il mio primo passo verso un sentiero che ancora non conoscevo, questo racconto ha per me un significato particolare. È stato il primo gesto avventuroso, il mio primo passo su un pianeta che ancora non conoscevo.
Nei tuoi libri hai anche raccontato molti luoghi. Quale, tra quelli che hai visitato, ricordi con maggiore affetto? Forse il Portogallo, per una certa affinità d’animo, per i precipizi oceanici, per il calore della luce, per i ricordi che mi legano a luoghi e a persone straordinarie.
Quale, invece, vorresti visitare ma ancora non ne hai avuto la possibilità? La Luna.
Dovendo scegliere tre oggetti da portare in viaggio con te, cosa porteresti? È sempre bene viaggiare leggeri. Solo cose necessarie. Eppure, non rinuncio mai a portare con me dei portafortuna. E ovviamente, non posso dirti quali sono.
Domanda irriverente: quali caratteristiche deve avere il/la compagno/a di viaggio ideale per te? La compagna ideale di viaggio deve essere curiosa, paziente e imprevedibile.
Un saluto e un augurio a tutti i lettori medi. Un grande abbraccio a tutti i lettori e le lettrici medie con l’augurio di mantenere sempre la capacità di ascoltare quel che ha da dire l’altro che ancora non conosciamo.

Titolo: Scintille
Autore: Federico Pace
Casa editrice: Einaudi
Genere: Racconti biografici
Pagine: 200
Anno: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni

Letture consigliate: dello stesso autore non lasciatevi sfuggire “Controvento” (Einaudi) e “Camminando. Incontri di un viandante” di Pino Cacucci (Feltrinelli) di cui potete trovare la recensione al seguente link: https://illettoremedio.wordpress.com/2018/06/15/camminando-incontri-di-un-viandante-pino-cacucci/

L’autore
Federico Pace è nato nel 1967 a Roma, dove vive. Scrittore e giornalista, da vent’anni lavora per il gruppo editoriale Gedi. Per Einaudi ha pubblicato anche “Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza” e “Controvento”.

Vera

Lettore medio

Mister Rochester (Sarah Shoemaker)

arton151806-a33f4.jpgCredete di essermi in qualche modo affine, Jane? Talvolta mi procurate una strana sensazione, soprattutto quando mi siete accanto, come adesso… È come se una funicella assicurata alle mie costole, a sinistra, fosse inestricabilmente annodata a un’analoga cordicella legata al vostro corpo, e temo che se quel mare e duecento miglia di terra ci separassero, questo legame si spezzerebbe…
Così ho l’inquietante sensazione che sanguinerei interiormente, e che voi… voi mi dimentichereste…”

Diciamocelo: Mister Rochester è uno dei personaggi più affascinanti ed enigmatici della letteratura. Descritto come non particolarmente bello, la sua ricchezza e posizione sociale ne fanno, invece, uno dei partiti più ambiti per le donne in cerca di marito. Ma di quello che si nasconde dietro i suoi occhi scuri e l’animo inquieto, il lettore ne ha soltanto una visione superficiale, visto che la storia, così come la conosciamo noi, è stata raccontata unicamente dal punto di vista di Jane Eyre, l’eroina del romanzo che porta il suo nome. Ora, invece, grazie al “Mister Rochester”di Sarah Shoemaker (Beat edizioni) si apre una finestra su questo straordinario personaggio del quale, finalmente, possiamo conoscere il passato e le vicende personali che lo hanno condotto ad essere ciò che così magistralmente è stato descritto da Charlotte Brönte.
Poco considerato fin dalla nascita e palesemente sfavorito rispetto al fratello maggiore Rowland, Edward Rochester sembra essere esclusivamente uno strumento nelle mani del padre, un ricco possidente che preferisce vivere il brivido degli affari piuttosto che languire nella proprietà di famiglia. Per accondiscendere alla volontà paterna, senza per altro conoscerne il fine ultimo, il nostro protagonista arriva perfino nella lontana Giamaica, una terra mitica e straordinaria nelle sue fantasie di ragazzo, che nella realtà si rivela molto diversa: proprio lì il suo destino prenderà quella svolta decisiva che i lettori della Brontë ben conoscono.

La narrazione è ricca di personaggi che contribuiscono alla formazione del protagonista, a partire dai suoi giovani amici, Tocco e Carota, fino al signore e alla signora Wilson, i quali molto più di altri si avvicinano al concetto di famiglia per Edward. Il racconto in prima persona fa sì che Mr. Rochester si apra senza remore al lettore, quasi come fosse una lunghissima confidenza fatta davanti a un bicchiere di whisky d’ottima annata. La Shoemaker si dimostra una perfetta conoscitrice della Brontë: non si percepisce alcuna discrepanza né stridore tra quanto emerge in “Jane Eyre” e la psicologia dei protagonisti in “Mister Rochester”: tutto collima alla perfezione, regalando così al lettore un senso di completezza e la possibilità di sognare ancora su una delle coppie più belle e interessanti della letteratura.

Titolo: Mister Rochester
Autore: Sarah Shoemaker
Casa editrice: Beat Edizioni (Superbeat)
Genere: romanzo biografico – sentimentale
Pagine: 415
Anno: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Romanzo consigliato: naturalmente “Jane Eyre” di Charlotte Brontë.
Filmografia consigliata: “Jane Eyre” di Franco Zeffirelli (1996); “Jane Eyre” miniserie tv di Susanna White (2006); “Jane Eyre” di Cary Fukunaga (2011)

L’autrice
Sarah Shoemaker è nata in un sobborgo di Chicago e ora vive in un piccolo villaggio nel nord del Michigan. Ha lavorato come insegnante e bibliotecaria. “Mister Rochester” è il suo primo romanzo.

Vera

Lettore medio

Dieci lezioni sui classici (Piero Boitani)

9788815273659_0_0_503_75E dovunque si estende la potenza romana sulle terre domate, sarò letto dalla gente, e per tutti i secoli, grazie alla fama, se c’è qualcosa di vero nelle profezie dei poeti, vivrò.”

Dall’epica alla tragedia, dagli scritti filosofici alla poesia lirica, dalla Grecia a Roma. Un viaggio attraverso il tempo per conoscere i classici della letteratura. E se ve lo state chiedendo no, non si tratta solo di una dissertazione sulla materia o di una lezione su opere e autori che molti considererebbero morti e sepolti, facendo storcere il naso a studiosi e appassionati.
“Dieci lezioni sui classici” di Piero Boitani (edito da Il Mulino) è molto di più. È come immergersi in una realtà virtuale, con il professor Boitani nelle vesti di guida personale, per rivivere il clangore delle lance e degli scudi degli eserciti greci e troiani, il dolore di Achille per la morte di Patroclo e quello di Andromaca per il destino segnato di Ettore; per assistere alla commozione di Ulisse mentre narra le sue avventure attraverso il Mediterraneo alla presenza di Alcinoo e di tutta la sua corte; è rivivere il discorso finale di Socrate ai giudici, percepire lo struggimento amoroso di Saffo o ancora assistere alla nascita di quello che fu, probabilmente, l’impero più famoso dell’antichità, l’impero romano. Capitolo dopo capitolo, il professor Boitani conduce il lettore alla scoperta delle pietre miliari della letteratura mondiale, mettendone in luce i temi e i nuclei portanti che tante altre volte sono stati ripresi da scrittori e poeti successivi, con i quali si definisce il confronto arricchendo così l’esposizione. La coerenza con cui ogni autore viene rappresentato rende la lettura scorrevole e piacevole, quasi non ci si accorge dello scorrere del tempo e delle pagine. Il rispetto con cui ogni opera viene dipinta fa trapelare la passione che anima chi ne scrive. È inevitabile, quindi, sentirsi catapultati dentro quelle righe che parlano di miti e leggende, di interrogativi che sono e resteranno immortali perché fanno parte di noi, radicati come sono nel nostro dna. A volte, sembra quasi che ce ne dimentichiamo, presi come siamo dal nostro quotidiano andirivieni, ma se ci fermassimo, se rallentassimo per concederci il tempo di una riflessione, non potremmo fare a meno di sentire riecheggiare noi stessi in ogni parola, in ogni emozione che essi ci raccontano e ci rappresentano. Siamo sicuri che i classici non abbiano davvero più nulla da dirci? Lascio, dunque, la parola al professor Boitani, che mi ha gentilmente concesso una breve intervista, per rispondere a questa e ad altre domande…
Le dieci lezioni che leggiamo nel suo libro sono la rielaborazione di una serie di puntate realizzate per una radio svizzera. Come ha vissuto l’esperienza radiofonica? La Radio era quella della Svizzera Italiana, culturalmente attivissima. Ho vissuto l’esperienza molto bene, mi sono molto divertito.
Quanto è stato difficile trasformare le puntate radiofoniche nei capitoli del libro? Trasformarle si è rivelato impossibile, anche se mi avevano mandato la sbobinatura. Linguaggio orale radiofonico, e linguaggio scritto per un libro, in italiano, sono completamente diversi. Ho dovuto scrivere ex novo, il che è stato piacevolissimo e mi ha tenuto in vita dopo un infarto.
E quanto è stato difficile, invece, scegliere gli autori e le opere di cui parlare? Difficile? Non è stato affatto difficile. Mi avevano dato, alla RSI, dieci puntate di 30/35 minuti ciascuna. Ho scelto gli autori e le opere che amo da una vita.
Ha mai pensato o le hanno mai chiesto di realizzare una seconda serie di lezioni? Stiamo pensando a una seconda edizione del libro, che avrà un quattro-cinque capitoli in più.
I classici ci dimostrano che l’uomo da sempre si interroga su alcuni temi fondamentali (la vita, la morte, l’amore, la giustizia). Come crede che la nostra realtà contemporanea si ponga nei confronti di questi temi? Il mondo è in sostanza sempre lo stesso, e i problemi dell’umanità sono sempre gli stessi, perché 3000 anni fa come ora si nasce, si cresce, si muore. Il mondo moderno ha anche altri problemi: il cambiamento del clima, la crisi del pianeta, che l’antichità non aveva, e sui quali non ci possono insegnare nulla se non la misura.
Probabilmente i classici, proprio in quanto tali, avranno sempre qualcosa da insegnare. Cosa pensa che possano insegnare alla nostra società contemporanea? Tutto. Basta saperli leggere.
Domanda irriverente: qual è il suo classico preferito. Perché? Forse Omero. Perché è il primo, e coi suoi poemi perfetti fonda la nostra civiltà; perché nell’Iliade e nell’Odissea c’è tutto.
Domanda irriverente numero due: se potesse tornare indietro nel tempo quale autore classico vorrebbe incontrare. Perché? Non potrei incontrare Omero, perché con ogni probabilità Omero non è mai esistito ma è un semplice nome per tanti cantori. Allora sceglierei Sofocle o Plutarco, o Lucrezio o Ovidio. Il perché è nel libro.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi, e a quelli forti.

Titolo: Dieci lezioni sui classici
Autore:  Piero Boitani
Genere: Saggistica
Casa editrice: Il Mulino
Pagine:  240
Anno: 2017
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni

L’autore
Piero Boitani
 insegna Letterature comparate nella Sapienza – Università di Roma. Con il Mulino ha pubblicato numerosi libri, fra i quali ricordiamo “Sulle orme di Ulisse” (2007), “Letteratura europea e Medioevo volgare” (2007), “Il grande racconto delle stelle” (2012) e “Il grande racconto di Ulisse” (2016).

Vera

Lettore medio

Il sogno della macchina da cucire (Bianca Pitzorno)

9788845299032_0_0_503_75

“Ascoltami,” disse gravemente miss Lily Rose. “Sei giovane, e ti può capitare di innamorarti. Ma non permettere mai che un uomo ti manchi di rispetto, che ti impedisca di fare quello che ti sembra giusto e necessario, quello che ti piace. La vita è tua, tua, ricordalo. Non hai alcun dovere se non verso te stessa.”

In una piccola città della provincia italiana, una giovane donna conduce una vita semplice, fatta di mille sacrifici. Rispetto a tante sue coetanee, però, è fortunata: grazie alla lungimiranza di sua nonna ha imparato un mestiere, quello di sartina, che le consente di essere autonoma e di vivere dignitosamente, seppur in maniera modesta. È lei stessa, la sartina – di cui non conosciamo nemmeno il nome – a raccontarci la sua storia, che si intreccia con quella di altri personaggi, come la marchesina Ester, miss Lily Rose e il giovane Guido. Ognuno di loro avrà un ruolo fondamentale nella vita della sartina, accompagnandola nel suo processo di crescita o supportandola nei momenti di difficoltà. Riuscireste mai a immaginare che tutte queste storie di vita ruotino intorno ad una macchina da cucire?
Bianca Pitzorno, autrice de “Il sogno della macchina da cucire” (edito da Bompiani), ha costruito, partendo da questo oggetto semplice e familiare, una storia altrettanto semplice, che avrebbe potuto essere quella delle nostre nonne o bisnonne, per le quali, invece, una macchina da cucire avrebbe potuto significare un’importante fonte di guadagno e quindi di sopravvivenza.
Il racconto in prima persona della protagonista procede pacato, con un tono lieve che mi ha riportato più volte alla mente l’immagine di una nonna accanto al focolare, intenta a passare la sua esperienza a una generazione più giovane. E quella sfumatura di malinconia, tipica di chi si accinge a rimestare il calderone dei propri ricordi, ci porta a conoscere un mondo un po’ diverso dal nostro, ma soltanto perché lontano nel tempo. Infatti, proprio attraverso la voce dell’anonima protagonista (non è un caso che la sua identità resti celata per tutto il romanzo), l’autrice ci permette di scoprire che i sogni delle donne, in fondo, sono rimasti sempre gli stessi: l’indipendenza, la libertà, la felicità.
Ho letto diversi romanzi di Bianca Pitzorno e non sono mai rimasta delusa, come non rimarrete delusi voi, Lettori Medi, leggendo l’intervista che l’autrice mi ha così gentilmente concesso…

Da dove hai tratto l’ispirazione per questo libro? Leggevo un saggio sulle prime case di tolleranza pubbliche (aperte da Cavour nel 1860 per proteggere la salute dei soldati). Bastava pochissimo perché una donna (povera ovviamente) ci venisse rinchiusa senza avere la possibilità di uscirne. I mestieri esercitati dalle tollerate prima cadere in quell’inferno erano in primo luogo quello della servetta, in secondo quello della cucitrice. (D’altra parte Eugene Sue nel suo “L’ebreo errante”, aveva dimostrato con i numeri che una sartina a Parigi, anche lavorando 18 ore al giorno per sette giorni alla settimana, non sarebbe mai riuscita a guadagnarsi da vivere, neppure al livello più basilare, e che se quindi cedeva alle lusinghe di una occupazione peccaminosa non era da biasimare perché non aveva scelta.) Per uscirne, dopo un iter burocratico complicatissimo, bisognava dimostrare di essere in grado di mantenersi onestamente. Ovviamente le cucitrici non potevano dimostrarlo. Però una noticina a piè pagina del mio saggio raccontava di una tollerata che era riuscita a liberarsi dimostrando di possedere una macchina da cucire. Questo è stato il punto di partenza.
Nel corso della lettura non conosciamo mai né i luoghi in cui si svolgono le vicende narrate, né il nome della protagonista. Ci puoi spiegare il motivo di questa scelta? Volevo che la mia protagonista fosse l’emblema di tutte le sartine italiane che all’inizio del Novecento si guadagnavano duramente la vita, con la minaccia di essere chiuse in un bordello sospesa perennemente sulla testa. E volevo che la città fosse l’emblema di tutte e qualsiasi piccole città di provincia italiane dove tutti si conoscono e l’opinione pubblica, le critiche della gente, possono distruggere un’esistenza. Potrebbe essere per esempio la Donora del mio romanzo precedente, “La Vita sessuale dei nostri antenati”, ovviamente mezzo secolo prima.
Man mano che si va avanti con la lettura si scoprono, invece, molti aspetti e dettagli della quotidianità di un passato ormai lontano. La loro descrizione sono frutto di una ricerca? Se sì, quanto tempo vi hai dedicato? Nessuna ricerca. Queste cose, anche nei dettagli, le sapevo già. Per me quel passato non è poi così lontano. La sartina è coetanea di mia nonna. Quando io avevo sette anni lei, la sartina che mi ha ispirato, ne aveva circa cinquantacinque, e veniva ancora a cucire a casa mia. Io la guardavo, e ho imparato da lei a cucire (non per vantarmi, sono bravissima e se non fossi diventata presbite potrei guadagnarmi la vita come sarta. Descrivo tanti dettagli del come si cuce perché sono azioni per me familiari, che so fare e che mi piace fare). La ascoltavo anche; tante storie della sua giovinezza me le ha raccontate lei. Altre storie di quegli anni me le hanno raccontate mia nonna, mia madre, le mie zie. Qualcuna delle storie è in parte vera, e ne erano protagonisti miei parenti vicini o lontani. Mia nonna aveva poi conservato moltissimi numeri del quotidiano cittadino di inizio Novecento, pieno non solo di notizie, ma di pubblicità, barzellette, annunci economici ecc… che mi restituivano l’aria del tempo. Ma non li ho consultati per il libro, li avevo già letti per divertimento.
Un modo di dire recita che Certe cose cambiano, altre, invece, non cambieranno mai. Cosa pensi che sia cambiato e cosa invece sia rimasto uguale rispetto all’epoca in cui sono ambientate le vicende della protagonista? Parliamo dell’Italia. Nel resto del mondo i cambiamenti sono stati tanti e così vari che non ci sarebbe lo spazio per descriverli. Da noi per fortuna è crollata la barriera invalicabile che separava le classi sociali. Molti figli di poveri sono riusciti a studiare. Anche le donne hanno conquistato maggiore libertà. Ciò che sembrava superato e che invece sta ritornando è la forbice tra ricchi e poveri; la libertà non è più una questione di cosa dice la gente ma di quanto denaro possiedi.
Qual è il messaggio più importante che la storia della protagonista vuole farci arrivare? Nessun messaggio. Detesto le storie che vogliono insegnare qualcosa, che vogliono fare la morale al lettore. L’unica cosa che deve fare lo scrittore, che deve rappresentare, mettere in scena, è la complessità della vita. Un romanzo non deve dare risposte, ma spingere il lettore a farsi domande.
I protagonisti dei tuoi libri sono sempre personaggi forti, intraprendenti e coraggiosi. C’è un filo conduttore che li lega tra loro? Questo mi sembra un giudizio un po’ superficiale. Alcune delle mie protagoniste sono timidissime, come Làlalage o Diana, che senza l’aiuto e la spinta delle amiche sarebbero dei pulcini nella stoppa. Qualcuna è una stronzetta snob come Polissena. Le tre amiche di “Speciale Violante” sono diversissime tra di loro. D’altronde io stessa ho cercato di differenziare i loro caratteri. Ripetere sempre lo stesso cliché mi sembrerebbe un fallimento nella mia ricerca espressiva. Ma tra i critici si è creato questo stereotipo delle bambine in gamba della Pitzorno che io però non condivido.
Nell’ultimo periodo sei stata oggetto di critiche a causa di presunti messaggi veicolati da alcuni tuoi famosissimi libri adottati nelle scuole come, per esempio, “Ascolta il mio cuore” o “Extraterrestre alla pari”. Qual è la tua opinione in merito? Che chi vede il male, il vizio, dove non c’è, ce lo ha dentro lui stesso. I fanatici che si sentono minacciati dal cattivo esempio, non sono sicuri dei propri valori e quei presunti peccati di cui accusano gli altri hanno una gran voglia di compierli loro.
Domanda irriverente: nella tua carriera di scrittrice hai dato vita a moltissime storie che sono state anche tradotte in tutto il mondo. Ce n’è una alla quale sei particolarmente affezionata? Forse “La bambinaia francese”.
Curiosità: progetti per il futuro? A questo riguardo sono superstiziosa. Non parlo mai di un mio lavoro finché non l’ho terminato e non ne sono soddisfatta.
Come descriveresti il rapporto con i tuoi lettori? Scrivere e pubblicare è come scagliare una freccia nel buio. Non sappiamo se colpirà qualcuno e chi. Perciò quando scriviamo, io perlomeno, non possiamo pensare e adattarci a chi ci leggerà. Poi, se incontro qualche donna adulta in gamba che mi dice “Sono cresciuta con i suoi libri. E’ grazie a loro se sono quella che sono” – mi sento molto orgogliosa e commossa, ma so che non ne ho alcun merito.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi. Il più ovvio. Buona lettura! E buona fortuna, che possiate incontrare un buon libro. Ormai ce n’è in giro tanti, troppi, che valgono poco, e fare buoni incontri è sempre più difficile. Ma non bisogna lasciarsi scoraggiare. La perla nascosta adatta a noi c’è sempre. Bisogna avere la pazienza e/o la fortuna di trovarla.

Titolo: Il sogno della macchina da cucire
Autore: Bianca Pitzorno
Genere: Romanzo biografico
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 229
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni

L’autrice
Bianca Pitzorno
è nata a Sassari nel 1942. Ha pubblicato dal 1970 a oggi circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che in Italia hanno superato i due milioni di copi vendute e sono stati tradotti in moltissimi Paesi. Tra i suoi titoli più noti: Extraterrestre alla pari, 1979; La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; L’incredibile storia di Lavinia, 1985; Ascolta il mio cuore, 1991; La bambinaia francese, 2004; Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente, 2006; Giuni Russo, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009; La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi), 2015.

Vera

Lettore medio

La veglia di Ljuba (Angelo Floramo)

9788899368333_0_0_423_75Ad Angelo, per la comune appartenenza a queste genti che dell’Adriatico hanno lo spirito talvolta inquieto e talvolta sognante. Perché non voglia mai scegliere, nella complessità delle memorie, ma le sappia piuttosto tutte abbracciare insieme. Il babbo.

Si avverte un certo non so che di epico in questa storia. Sarà perché la Storia (sì, quella con la S maiuscola!) ha un ruolo di primissimo piano; sarà perché il protagonista, come un novello Ulisse, si ritrova a fare del viaggio un perno fondamentale della propria vita, fatto sta che leggendo “La veglia di Ljuba” di Angelo Floramo (Bottega Errante Edizioni) si ha come la sensazione di essere entrati in una versione moderna dell’Odissea. Pagina dopo pagina, seguiamo le vicende di Luciano Floramo – dalla giovinezza in Jugoslavia al trasferimento in Friuli dopo la Seconda Guerra Mondiale – la sua formazione, le sue scelte di vita, gli incontri, i viaggi e il profondo amore per i libri che legge, colleziona e ordina secondo criteri tutti suoi.
Chi ci apre una finestra sulla vita del protagonista è il figlio, Angelo Floramo, che riesce, con una potentissima carica emotiva, a regalarci un toccante elogio della figura di questo padre dall’anima e dal cuore intriso delle memorie di popoli diversi.

Credo che potrei riempire pagine e pagine scrivendo di questo libro, della bellezza che lo permea e che come un filo sottile unisce ogni sua singola parte, delle ore che ho trascorso rileggendo, sottolineando, appuntando pensieri e riflessioni a margine e sì, lo ammetto, anche versando lacrime di commozione. Tuttavia, preferisco fermarmi qua e cedere la parola all’autore.
Lasciatevi emozionare dalle sue parole…

Nome: Angelo
Cognome:Floramo
Quanto è stato difficile mettere nero su bianco la storia della sua famiglia? Estremamente complicato. Perché si vanno a frugare pieghe nascoste, precipitando in pozzi di memoria che non sempre ti appartengono. Sono pozzi collettivi, della famiglia, delle persone la cui vita si è intrecciata alla nostra. Hai sempre la sensazione di essere un ladro di storie, di emozioni private. E poi c’è il confronto con i fantasmi, gli spettri del tuo passato. Che non sempre sono belli. Ti raccontano come sei stato, come ti sei comportato, il dolore che puoi avere inflitto. Un bel pasticcio, insomma.
“La veglia di Ljuba”, come è nato questo titolo? Ljuba è il nome con il quale mio padre chiamò sempre mia mamma. In sloveno significa cara, amore. È un nome che rimbalza in tutte le lingue slave, più o meno uguale. Intriso di tenerezza. La veglia è quella che lei ha voluto e preteso. L’ultima notte di vita di mio padre in ospedale. Quel lungo sospeso in cui il tempo si dilata nell’attesa di un temuto ma inevitabile squillo di telefono. In quel buio assoluto è nata la storia.
Nel libro definisce suo padre un uomo di frontiera. Può spiegarci meglio? Il confine è una violenza che gli uomini impongono alla Terra. La feriscono, erigendo barriere, decidendo che dall’oggi al domani sorgeranno reti, barre, fili spinati per attraversare i quali bisognerà esibire documenti, sottoporsi a controlli. Il confine divide. Per il confine ci si uccide. Va presidiato con uomini in armi. E crea odio, diffidenza, rancore, revanchismo. La frontiera invece è il bagnasciuga del mare: dove non sai dire dove comincia l’acqua, dove finisce la terra. La frontiera è ibrida, plurale, composta. Estremamente dinamica. Mescola odori e paesaggi, lingue e memorie. Quando vado a Sveto, la terra di mio padre, un paesino della Slovenia carsica, mi sento il più italiano fra gli sloveni… a Borc di Ruvigne, dove vivo, mi sento il più sloveno tra i friulani. E questa molteplicità mi arricchisce. Diventa una condizione irrinunciabilmente bella dell’esistere.
Parole come frontiera, diversità, appartenenza, sono ormai parte della nostra quotidianità e hanno un ruolo di primo piano nella sua storia. Quale messaggio vogliono trasmettere al lettore?Coloro che teorizzano e praticano il Verbo della Nazione, i sovranisti che reclamano il potere, i privilegi, tutti i diritti soltanto per i popoli di cui incarnano le paure, sbagliano gettando sul tempo della storia quelle ombre insanguinate che negli anni recenti hanno lacerato il secolo breve, dall’attentato di Sarajevo del 1914 fino al bombardamento di Belgrado del 1999. Io credo fortemente nell’appartenenza identitaria. Ma sono anche convinto che questa identità sia molteplice, complicata, piena di crepe, contaminata. Invito il lettore a lasciarsi prendere dalla meraviglia per la complessità, aderendo sempre al principio in base al quale la purezza del sentire diventa esclusione dell’altro. Ha il triste profilo dei forni di Auschwitz. Io sono per le memorie più che per le radici. Le prime si possono condividere. Diventano narrazione e incanto, anche quando sono dolorose. Le altre invece proclamano il senso di una identità che si radica nel luogo. Appartiene soltanto a te. Per loro uccideresti e ti faresti uccidere. Una brutta cosa davvero!
Facciamo il gioco delle associazioni, se dico radici, lei risponde: terra mia. Gelosia e paura. Esclusione dell’altro. Nel senso che ho detto, quando ho parlato di radici e di memoria.
Quale è stato l’insegnamento più importante che le ha lasciato suo padre? La curiosità del conoscere, la libertà intellettuale, il disincanto e l’ironia. La cultura intesa come servizio per gli altri. E la vocazione al randagismo come parametro fondamentale dell’uomo che non conosce confini.

Un tacito compagno della sua storia e della mia lettura è stato sicuramente Ulisse con il suo destino fatto di vagabondaggi. Quali sono i tratti che accomunano il mitico eroe greco e suo padre?Il nostos sicuramente. La nostalgia del ritorno a casa. L’amore per le semplici cose del quotidiano ti fa re, non la corona. Dopotutto il grande Ulisse è un principe pastore. Un coltivatore di ulivi, un produttore di olio. Ma davanti all’orizzonte del mare si impone di voler capire cosa ci sia laggiù, oltre le brume. Questo era anche mio padre. Visse sempre con la speranza e il sogno di tornare. Ma cercò la casa perduta negli altri, nelle loro vite, nei loro drammi. Ed alimentò le sue utopie in una inappagata volontà di conoscere e di sperimentare. Girava con un vecchio cappotto liso e con scarpe precarie, ma aveva una biblioteca casalinga ricca di migliaia di volumi, alcuni molto rari e preziosi. Era quella la sua casa, costruita pagina per pagina nell’arco di una vita.
Alla fine del libro ci confida che sua madre aveva deciso di aspettare la sua pubblicazione per poterlo leggere. Quali sono stati i suoi commenti e le sue reazioni a lettura terminata?Per la prima volta ha pianto la morte di mio padre. Un pianto liberatorio, dolcissimo e difficile da trattenere. Era lì, sotto le sue ciglia dal 29 gennaio del 2013. Da donna friulana forte e silenziosa non aveva mai aperto la porta al dolore. Il libro le ha fatto risuonare dentro tutte le corde di una vita. E quel pianto è diventato per tutti noi una sinfonia d’amore tra le più commoventi e belle che abbia mai sentito.
Domanda irriverente: qual è il libro che ha letto e che avrebbe voluto scrivere lei?Facile: “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andrić. Resta per me un capolavoro assoluto in cui uomini e tempi si susseguono intrecciandosi al profilo di quell’unico ponte, metafora di ogni incontro possibile. Un genio assoluto, quel serbo bosniaco di Travnik. Che nella vita seppe sempre essere coerente con se stesso. Non si tradì mai.
E il libro che ha letto e amato di più nell’anno appena trascorso? “Jugoslavia, terra mia” di Goran Voinović. Lo so, sono monotematico. Ma è un libro che ho scarnificato tra i sassi di una spiaggia istriana, quest’ultima estate. Sorseggiando malvasia, all’ombra di una pineta. È un libro forte, parla dell’ultima guerra nei Balcani, di profughi e di memorie, di frontiere e di amori, di lingue che si mescolano e che si corrompono. Parla di noi.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi: non saziatevi mai di praticare quella virtuosa tensione che ci porta a cercare la vita nella letteratura e la letteratura nella vita. Usate i libri come porte che aprono varchi infiniti tra voi e il tutto. E poi tornate di qua, lasciatevi inebriare da un respiro o da un bacio, da un sorso di bellezza, anche da uno schiaffo, quando capita. Perché perfino il dolore che si sedimenta nel profondo dell’anima un giorno troverà il modo di uscire con parole scritte, o cantate. E quando capiterà, prendetene nota. Non si sa mai!

Titolo: La veglia di Ljuba
Autore: Angelo Floramo
Genere: romanzo biografico
Casa editrice: BBE Bottega Errante Edizioni
Pagine: 267
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Letture consigliate: “Itaca”, Konstantinos Kavafis; “A Zacinto”, Ugo Foscolo.

L’autore
Angelo Floramo è nato a Udine nel 1966. Insegna Storia e Letteratura al Magrini Marchetti di Gemona ed è ancora convinto che malgrado tutto sia il mestiere più bello del mondo. Medievista per formazione, ha pubblicato molti saggi e articoli, collabora con diverse riviste nazionali ed estere e ancora si perde dietro a carte d’archivio e ai manoscritti, inseguendo storie di osti e pirati, di banditi e di donne perdute. Ama l’umanità minore, cui è convinto di appartenere. Dal 2012 collabora con la Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli in veste di consulente scientifico.Non appena può, scappa per le vie dell’Est, dove perdendosi ritrova se stesso e la sua anima. Con Balkan Circus (Ediciclo-Bottega Errante 2013), Guarneriana Segreta (Bottega Errante 2015) e L’osteria dei passi perduti (Bottega Errante 2017, 3 edizioni) ha sperimentato con gusto le vie della narrazione. Per quanto la vita lo renda nomade e ramingo, alla fine ritorna sempre a Borc, sul ciglione del Tagliamento, dove le tre streghe di Macbeth, che malgrado tutto gli vogliono ancora bene, lo aspettano pazienti, lasciandogli sul tavolo qualche rimasuglio della cena.

Vera

Lettore medio

Ora dimmi di te (Andrea Camilleri)

9788845297755_0_0_423_75“Matilda mia, ho imparato pochissime cose e te le dico.”

“Ora dimmi di te. Lettera a Matilda” (edito da Bompiani) è una lunga e accorata lettera che l’autore indirizza alla sua pronipote. Un inedito Camilleri, quindi, che ripercorre le tappe fondamentali della sua vita permettendo al lettore di conoscere più da vicino il papà del commissario più famoso d’Italia. Ancor di più, attraverso le parole e le esperienze dell’autore, il lettore può assistere a un piccolo riassunto della storia del nostro Paese: si parte, infatti, dal racconto del regime fascista, durante il quale Camilleri è nato, si attraversa il periodo del terrorismo degli anni ’70-’80, la seconda Repubblica, fino ad arrivare ai giorni nostri. Non è una lezione di storia, ma la storia raccontata da chi l’ha vissuta, così come l’ha sentita scorrere sulla propria pelle. È il racconto di un nonno alla propria nipotina che ancora non sa nulla del mondo ma alla quale desidera lasciare in eredità tutto ciò che ha imparato nel corso di una lunga e intensissima vita. Un’eredità che lascia anche a tutti noi con semplicità e con umiltà, mostrandoci non solo le conquiste e le soddisfazioni, ma anche gli errori e i ripensamenti e quella saggezza che soltanto la maturità regala.

Sono molto grata ai miei amici Antonella e Carmine per avermi donato questo piccolo tesoro. Grazie a loro per alcune ore ho avuto il piacere, e l’onore, di sentirmi un po’ anche io la nipote di Andrea Camilleri. Ho immaginato di averlo lì davanti a me, a raccontarmi una miriade di episodi della sua giovinezza con quella sua voce resa roca dalle sigarette e l’inconfondibile cadenza siciliana che tanto amo. Mi ha ricordato le preziosissime ore che ho trascorso con la mia bisnonna, davanti a un fuoco scoppiettante e a una coppa di cioccolatini, ore,durante le quali lei mi ha trasmesso tutta la sua saggezza e la sua esperienza, che così spesso mi tornano in mente quando percorro i passi della mia vita. Ricordi e parole da custodire gelosamente, consigli da usare come una guida giorno per giorno: forse, anche per Matilda sarà così quando leggerà le pagine che il suo bisnonno le ha dedicato. Soltanto una manciata di pagine, da leggere e rileggere e da cui trarre spunto e ispirazione.

Titolo: Ora dimmi di te. Lettera a Matilda
Autore: Andrea Camilleri
Genere: Narrativa epistolare
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 107
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Da leggere: accoccolati su una grande e accogliente poltrona

L’autore
Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle il 6 settembre 1925. Padre del commissario Montalbano e di innumerevoli altri personaggi e racconti, tradotto in tutto il mondo, dopo una vita dedicata al teatro è diventato il più amato scrittore italiano. Per Bompiani ha curato “Un onorevole siciliano. Le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia”.

Vera

Lettore medio

L’inferno è vuoto (Giuliano Pesce)

“Cosa ti aspettavi?” chiede Beccamorto, “Il lieto fine? Quello esiste solo nelle favole. La vita è una merda; e poi si muore”.

In una domenica qualunque il mondo viene sconvolto da un evento straordinario: a Roma, durante l’Angelus, il papa si suicida gettandosi dalla finestra. Ma cosa avranno mai a che fare con il suicidio del papa un aspirante scrittore, un boss della malavita, un attore fallito, una coppia di sicari e una femme fatale dai profondissimi occhi verdi?Questo evento è, invece, la molla che dà il via al rocambolesco tour de force di questi personaggi, le cui vicende si muovono inesorabilmente verso un finale per nulla scontato. Non voglio aggiungere nulla, il rischio di spoiler è davvero elevato! Posso però dirvi che “L’Inferno è vuoto”di Giuliano Pesce (edito da Marcos y Marcos) ha una trama degna del miglior Tarantino: impossibile non rivedere nella coppia di Bara e Beccamorto quella di Vincent Vega e Jules Winnfield di Pulp Fiction!
La prosa è ironica e pungente, con una filosofia di vita ai limiti del cinismo che fa gioco alla descrizione di un mondo fatto di violenza e sopraffazione.
Insomma, con questo romanzo è davvero impossibile annoiarsi ma, se ancora non siete convinti, lascio la parola all’autore…

Nome: Giuliano
Cognome: Pesce
Come è nata l’idea di questo romanzo? È nata molti anni fa, durante una conversazione goliardica. Un mio amico – molto anticlericale – disse: “Se mai diventassi Papa, mi butterei dalla finestra, per creare scandalo”. Per molto tempo, ho pensato che una scena simile sarebbe stata un’ottima apertura per un romanzo. Ma ho dovuto aspettare di avere in mente anche il resto della storia: non si può lanciare una bomba simile e poi scappare via: sarebbe un inganno ai danni del lettore.
Il Cobra, Bara e Beccamorto, il Topo, il Ragno, fino a papa Goffredo: i nomi dei personaggi del tuo romanzo sono decisamente singolari. A che cosa ti sei ispirato per la loro scelta? Vi confesso una mia debolezza: non sono bravo a trovare i nomi ai personaggi, soprattutto quando ce ne sono tanti, come in questo caso. Inoltre, per me è molto importante che i nomi si stampino bene nella mente del lettore, e l’idea che il mondo della malavita romana fosse composto da bizzarri “animali” mi è sembrata quella giusta
Il romanzo mostra una realtà fatta di violenza e sopraffazione con una filosofia di vita profondamente cinica. Come mai questa scelta?Come dice Beccamorto, uno dei gangster protagonisti: “Cosa ti aspettavi? Il lieto fine esiste solo nelle favole. La vita è una merda e poi si muore”. La maggior parte dei personaggi, più o meno consapevolmente, aderisce a questa visione del mondo. Ma vi lascio anche un’altra massima, forse un po’ più speranzosa: la vita è come il culo di un babbuino: piena di merda ma anche di colori.
Uno dei tuoi protagonisti, Fabio, lavora in una casa editrice e sogna il successo letterario. Tu sei molto giovane ma sei già al terzo romanzo pubblicato. Quanto è stato difficile raggiungere questo traguardo? Pubblicare, di per sé, non è difficile. Ogni anno in Italia vengono pubblicate decine di migliaia di novità. C’è spazio per tutti. Il problema semmai è arrivare ai lettori in mezzo a questo marasma editoriale. Io mi auguro un futuro con sempre meno libri pubblicati: meno quantità e più qualità, por favor.
Che genere di lettore sei? Da un libro alla volta o più letture contemporaneamente? Ho sempre letto moltissimo e più o meno di tutto. Nei miei periodi d’oro leggevo anche cinque o sei libri la settimana, ma sempre uno alla volta. Quando entro in un mondo-libro che mi piace preferisco immergermi totalmente. E se un libro non mi piace lo mollo e passo ad altro: ci sono così tanti bei libri da leggere che non basta una vita. Per quelli brutti non c’è il tempo!
Quale libro porterai con te in vacanza? Ho recuperato da poco una vecchia edizione di Requiem per una monaca di William Faulkner. Domani lo attacco, ma purtroppo le vacanze sono ancora lontane, quindi credo che non vedrà mai l’ombrellone.
Progetti futuri? Al futuro voglio pensarci bene. Tre romanzi pubblicati a 28 anni cominciano a sembrarmi troppi. Ora sto lavorando con alcuni registi su sceneggiature e vari progetti. Aspettiamo e vediamo!
Perché i nostri Lettori medi dovrebbero leggere “L’inferno è vuoto”? Non capita tutti i giorni che il Papa si butti di sotto, durante l’Angelus, in mezzo ai fedeli.Non siete curiosi di sapere perché?
Un saluto a tutti i Lettori medi: Ciao, Lettori medi! Fate i bravi e leggete tanto, ché fa sempre bene!

Titolo: L’inferno è vuoto
Autore: Giuliano Pesce
Genere: Noir
Casa editrice: Marcos y Marcos
Pagine: 251
Anno: 2018
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Filmografia consigliata: Pulp Fiction – Quentin Tarantino
Da leggere:con una grande scodella di popcorn.

L’autore
Giuliano Pesce è nato a Monza il 25 febbraio 1990. Cresce a Desio (MB), dove frequenta il liceo classico. La laurea in Lettere Moderne e il master in editoria sono le inevitabili conseguenze della sua passione per i libri. La potenza racchiusa nella narrazione lo investe fin da bambino, spingendolo a rielaborare le prime storie con cui viene a contatto: cosa succederebbe se Batman incontrasse Spiderman? Cosa fa Super Mario quando non è impegnato a salvare la Principessa Peach? Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo La parziale indifferenza (Edizioni Il Foglio Letterario); nel 2016 ha pubblicato Io e Harry, storia di complottismo e di follia, con Marco y Marcos.

Vera

Lettore medio

Camminando. Incontri di un viandante (Pino Cacucci)

9788807887055_0_0_1546_75“Da ogni viaggio sono tornato con il ricordo di qualcuno più che di qualcosa.”

“Camminando. Incontri di un viandante” (edito da Feltrinelli) non è il primo libro di Pino Cacucci che mi capita di leggere e sicuramente non sarà nemmeno l’ultimo. Perché quando si comincia a leggere i racconti di questo autore si apre un mondo, un altro mondo, che sebbene esista – o sia esistito – realmente, viene percepito come qualcosa di lontano sia nella dimensione spazio-temporale che in quella delle nostre consuetudini. E nonostante ciò, non si può fare a meno di inoltrarsi in questo mondo perché di esso, l’autore prova a trasmetterci la vera essenza.
“Camminando” è una raccolta di diciotto storie, una per ogni capitolo. Diciotto personaggi che conversano con l’autore, che raccontano la propria vita e le proprie esperienze sullo sfondo dell’America Latina del secolo scorso. Alcuni li conosciamo bene (Luis Sepúlveda, il musicista Steven Brown, Daniel Chavarría), altri di meno, ma grazie alle loro parole il lettore può ripercorrere alcune tappe fondamentali di una storia che poi tanto lontana non è, una storia che muoveva i suoi passi dall’altra parte dell’oceano: dalla tragedia dei desaparecidos in Argentina, al golpe di Pinochet in Cile, alle conseguenze della dittatura di Francisco Franco in Spagna che ha spinto molti spagnoli a riparare oltreoceano, soprattutto in Messico. Ecco il motivo quindi del sottotitolo “Incontri di un viandante”:quest’ultimo riporta ad un aspetto del viaggio troppo spesso sottovalutato, quello dell’incontro con l’altro per l’appunto, miniera inesauribile di esperienze, di aneddoti, di crescita personale. In questo senso, forse, il merito più grande dell’autore è stato quello di aver saputo lasciare la parola ai veri protagonisti delle storie dal lui raccontate: non solo è riuscito a farli risaltare, a farli percepire in tre dimensioni come se fossero accanto a noi a narrarci di sé; ma, ancor di più, Pino Cacucci è riuscito trasmettere in maniera autentica tutta la carica emotiva contenuta nei loro racconti che arriva forte e chiaro al lettore.

Titolo: Camminando. Incontri di un viandante
Autore: Pino Cacucci
Genere: Narrativa
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 125
Anno: 1996 (prima edizione)
Prezzo: € 7,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Soundtrack consigliata: Rodrigo y Gabriela, Astor Piazzolla, IntiIllimani
Da leggere: In viaggio per imparare a fermarsi e ad ascoltare storie di vita.

L’autore
Pino Cacucci (Alessandria, 1955) è giornalista, scrittore, traduttore e viaggiatore. Fra le sue numerose opere ricordiamo Outland rock (Feltrinelli, 2007), Puerto Escondido (Interno Giallo, 1990; Feltrinelli, 2015) da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo, La polvere del Messico (Feltrinelli, 1996; 2004), Nessuno può portarti un fiore (Feltrinelli, 2012; premio Chiara) e Mahahual (Feltrinelli, 2014).

Vera

Lettore medio

Istanbul Istanbul (Burhan Sönmez)

9788874526222_0_0_1434_75“In realtà è una storia lunga, ma sarò breve. Non si era mai vista una nevicata così a Istanbul. Quando, nel cuore della notte, due suore lasciarono l’Ospedale Saint George di Karaköy, sotto le grondaie era pieno di uccelli morti. Nel mese di aprile, il gelo aveva flagellato i fiori dell’albero di Giuda e il vento, tagliente come una lama, sferzava i cani randagi. Dottore, tu hai mai visto la neve ad aprile? In realtà è una storia lunga, ma sarò breve.”

In una prigione sotterranea di Istanbul, quattro uomini si ritrovano insieme a condividere una cella formato 2×1 in cui le coordinate di tempo e spazio sono praticamente annullate. Da quell’anfratto non è possibile capire se sia giorno o notte, ora di pranzo oppure di cena. Ai quattro prigionieri: lo Studente, il Barbiere, il Dottore e il Vecchio, non resta altro che affidarsi alla parola e, per dieci giorni, proprio come ne “Il Decamerone” di Boccaccio, narrano a turno delle storie.
“Istanbul Istanbul” di Burhan Sönmez (edito da nottetempo) è, pertanto, un romanzo corale nel quale ognuno dei personaggi, attraverso le storie via via raccontate, non solo ci parla di sé, ma tenta anche di affrontare il dolore derivante dalla prigionia e dalle torture inflitte. Queste storie sono il pretesto per riflettere sulla natura umana e su quella di Istanbul, la loro città, indiscussa protagonista del romanzo. Per i quattro uomini ogni città è Istanbul, ogni storia ha a che fare con Istanbul. Istanbul è tutto: è donna, è paradiso, è inferno, è la città che si personifica in continuazione. “Istanbul non è una parte di qualcosa, è il tutto in cui i vari pezzi si mettono insieme”, così afferma il vecchio Küheylan citando il proprio padre.

“Istanbul Istanbul” è uno di quei romanzi che ti entrano dentro, si aggrappano al cuore e restano lì per sempre. È uno di quei romanzi in cui è possibile trovare sempre qualcosa di nuovo e in cui i protagonisti riescono a farsi strada nel lettore, a costruire dentro di lui una nicchia di silenziosa riflessione, nella quale isolarsi quando ci si trova in mezzo al frastuono del traffico dell’ora di punta o delle chiacchiere in una metropolitana affollata. La potenza emanata dalla narrazione, infatti, è straordinaria, trascende le mura di freddo cemento di quella fetida cella in cui è ambientata e crea una dimensione quasi onirica, capace di lenire l’anima dal dolore del corpo.
Aprendo la mia copia del romanzo vedo appunti, passi sottolineati, riflessioni e maldestri tentativi di rispondere alle domande che i quattro protagonisti a volte si pongono, quasi come se avessi cercato di entrare anche io sotto quel cono di luce che si acceso sui protagonisti all’inizio della mia lettura. Dalla prima all’ultima pagina ho amato questo romanzo in modo intenso e partecipato, cercando di carpirne tutti i segreti e le sfumature, ma senza successo. Credo proprio che mi toccherà rileggerlo!

Titolo: Istanbul Istanbul
Autore:  Burhan Sönmez
Genere: Narrativa
Casa editrice: nottetempo
Pagine: 299
Anno: 2016
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Da leggere: Matita alla mano. Impossibile non appuntarsi o commentare alcuni passi del libro.

L’autore
Burhan Sönmez è nato ad Ankara nel 1965, dov’è cresciuto parlando turco e curdo. Avvocato specializzato in diritti umani, vive tra Cambridge e Istanbul e insegna Letteratura all’Università ODTÜ di Ankara. Ferito durante uno scontro con la polizia turca nel 1996, è stato curato in Gran Bretagna col sostegno della Fondazione “Freedom for Torture”. Ha cominciato a scrivere nei lunghi mesi della riabilitazione e oggi i suoi romanzi sono tradotti in più di venti paesi. In Italia è uscito nel 2014 Gli innocenti, per il quale ha ricevuto il Premio Sedat Simavi.

Vera

Lettore medio

Rebecca la prima moglie (Daphne Du Maurier)

9788856500035_dfd57ee6a740487095e9ab4b5009062c-350x501“La notte scorsa ho sognato che tornavo a Manderley. Ero davanti al cancello che si apre sul viale d’ingresso e non riuscivo ad entrare. Il cancello era serrato da una catena con un lucchetto. Nel sogno chiamavo il guardiano, ma lui non rispondeva e, guardando più da vicino, attraverso le sbarre arrugginite, mi accorgevo che il casotto era disabitato.”

Una giovane donna e la sua datrice di lavoro si recano in vacanza in una Montecarlo che langue nella dolcezza dell’inverno mediterraneo. È proprio qui che la giovane donna incontra l’affascinante vedovo Max de Winter che le chiederà di sposarlo e di dividere il resto della vita nella sua bellissima proprietà, Manderley. Alla giovane donna, senza mezzi né esperienza del mondo, sembrerà quasi di coronare un sogno. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Ad accoglierla a Manderly ci saranno segreti, bugie e l’oscura signora Danvers, cameriera personale della prima signora de Winter, Rebecca, ora governante inappuntabile della tenuta. Nulla sfugge all’occhio attento e vigile della signora Danvers, non di certo le mancanze della nuova moglie del signor de Winter, così diversa in tutto da Rebecca. La sua morte sembra aver lasciato un vuoto incolmabile a Manderley così come nel cuore di tutti i suoi abitanti, soprattutto in quello di Max.
Ma sarà proprio così?

Rebecca la prima moglie (edito da il Saggiatore) è un capolavoro assoluto. I personaggi sono tratteggiati magistralmente. In primo luogo, Rebecca. Pur essendo tragicamente scomparsa, la prima signora de Winter è onnipresente. Rebecca è impressa negli oggetti, negli ambienti, nei ricordi di tutti. Della seconda giovane moglie di Max, invece, non veniamo a sapere nemmeno il nome. E come è possibile esserci, affermare se stessi, se si è privati addirittura del nome, primo fondamento della nostra identità? E Max, che sembra perennemente assorto nei propri ricordi, con i suoi silenzi non fa altro che avallare l’invisibilità della sua seconda moglie e annichilirne la presenza. Che dire, infine, della signora Danvers? Tutto ciò che fa ha l’obiettivo di perpetuare il ricordo di Rebecca. Tutto, dalla stanza da letto allo studio personale, è rimasto esattamente come l’aveva lasciato Rebecca, intatto. Tutto è fermo, cristallizzato, fuori così come nella mente della signora Danvers. La sua follia, nel suo climax di tensione emotiva, l’ha resa indubbiamente il mio personaggio preferito!
Le ambientazioni, anche queste sapientemente ritratte, svolgono un ruolo fondamentale nella vicenda, sembra quasi che vadano ad incastrarsi perfettamente con gli altri elementi del romanzo, come fossero tessere di un puzzle.
Attraverso il racconto della seconda moglie, voce narrante della storia, Daphne du Maurier ci trasporta lentamente in una dimensione che, pagina dopo pagina, tra suspense e colpi di scena, aumenta a dismisura il coinvolgimento del lettore.
Il grande maestro del cinema Alfred Hitchcock ha trasposto magnificamente su pellicola tutte le emozioni, le sfumature e la tensione emotiva che è possibile leggere tra le pagine del romanzo.

Titolo: Rebecca la prima moglie
Autore: Daphne Du Maurier
Genere: Narrativa
Casa editrice: il Saggiatore  – Tascabili
Pagine: 383
Anno: 2015 – prima pubblicazione 1938
Prezzo: € 10,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Filmografia consigliata: Rebecca – La prima moglie, Alfred Hitchcock (1940)
Da leggere: Accoccolati su una grande poltrona, sorseggiando una tazza di tè.

L’autrice
Daphne Du Maurier (1907-1989) nasce a Londra. Inizia a scrivere giovanissima. Nonostante i suoi primi romanzi siano stati ben accolti, è con la pubblicazione di Rebecca (1938) che diventa un’autrice di successo internazionale. La trasposizione cinematografica del romanzo, realizzata da Alfred Hitchcock nel 1940, valse al regista l’Oscar e a Rebecca una fama che dura immutata da settant’anni. Di Daphne Du Maurier nei Tascabili Saggiatore è stato pubblicato Gli uccelli e altri racconti.

Vera

Lettore medio

Fuori da Gaza (Selma Dabbagh)

9788887847567_0_0_0_75“Sì, quel posto! Che ne dici? Che ne dici di tornare a vedere in che condizioni è? – come se voltandosi abbastanza in fretta, dopo aver appena girato l’angolo, l’avrebbe ritrovato lì ad aspettarlo. Ma prima che le parole avessero il tempo di arrivargli alla bocca, si era già reso conto di quanto tutto fosse assurdo. Non sarebbe mai potuto tornare in quel posto, era stato sigillato per sempre, fatto saltare in aria con la dinamite, spianato con i bulldozer, tutto asfaltato e ora ci vivevano sopra altre persone.”

Come trascorre la tua vita se sei un abitante di Gaza? In “Fuori da Gaza” (edito da il Sirente), l’autrice Selma Dabbagh ci permette di averne un’idea attraverso le vicende di Rashid e Iman, i protagonisti del romanzo. Sono ragazzi e, come tutti i ragazzi, hanno speranze, coltivano sogni. Rashid è impaziente di lasciare Gaza e raggiungere Londra che per lui rappresenta non solo il proseguimento dei suoi studi, ma anche il ricongiungimento con la ragazza che ama, Lisa. Iman, sorella gemella di Rashid, è un’attivista e impiega il suo tempo alla ricerca di un modo concreto per dare il proprio contributo a beneficio della sua gente. E poi c’è Sabri, il loro fratello maggiore, costretto su una sedia a rotelle, che si divide tra la realizzazione del suo libro e i ricordi di una vita che ormai non esiste più; c’è Kahlìl, il migliore amico di Rashid, e la sua lotta quotidiana con una famiglia che non condivide le sue scelte, e Ziyyàd che porta il peso non solo del proprio ruolo politico ma, soprattutto, del mito rappresentato dai suoi genitori morti quando lui era molto piccolo. Ognuno di questi personaggi sembra affrontare una duplice battaglia: da un lato, la convivenza quotidiana con quanto accade intorno a loro, il costante pericolo, il vivere sempre sul chi va là; dall’altro, una sorta di battaglia interiore che li vede porsi mille domande, riflettere sulla scelta più importante di tutte, restare o andar via, evolvere e maturare nel corso della storia.
Leggere questo romanzo è stato un percorso faticoso, non posso negarlo. Spesso ho dovuto fermarmi e prendermi del tempo per riflettere, per apprezzare ciò che ho la fortuna di avere, un ambiente tranquillo in cui trascorrere la mia vita.
Attraverso le storie dei protagonisti del romanzo, l’autrice riesce a raggiungere il nucleo più intimo del lettore, lì dove alberga il senso di sicurezza e dove vengono alimentati sogni e speranze. E il merito di Selma Dabbagh sta sicuramente nell’essere riuscita con semplicità a rendere il lettore partecipe sia di un fatto storico che è, per citare Sabri, troppo incasinato per sbrogliarlo, sia del mondo interiore e delle vicende dei suoi personaggi. Non vi meravigliate, dunque, se leggendo vi sembrerà di camminare al fianco di Iman tra le strade di Gaza o al fianco di Rashid sotto la pioggia londinese!

Titolo: Fuori da Gaza
Autore: Selma Dabbagh
Genere: Narrativa
Casa editrice: Editrice il Sirente
Pagine: 369
Anno: 2017
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 10 giorni
Da leggere: Nella quiete della propria stanza.

L’autrice
Scrittrice britannica di origini palestinesi, Selma Dabbagh è nata nel 1970 a Dundee, Scozia. Il nonno di Selma, arrestato numerose volte dai Britannici per il suo impegno politico, lasciò la Palestina nel 1948. La famiglia si spostò prima in Siria e poi nel Regno Unito. Lettrice sin dall’età di otto anni, prima di concentrarsi sulla scrittura, Selma Dabbagh ha lavorato per molti anni come legale nel campo dei diritti umani e come avvocato dei passeggeri della Freedom Flotilla per Gaza. “Fuori da Gaza” è il suo primo romanzo, nominato dal “Guardian” libro dell’anno nel 2011.

Lettore medio

Colpa di chi muore (Gianluca Calvino)

calvino_front

«Pensavo al povero Fabio. Mi è sempre stato antipatico. Però forse non meritava di morire picchiato a sangue. No?» Me lo dice senza guardarmi.
«Beh, no, ovvio» dico. Poi, dopo una pausa che mi pare lunghissima, riprendo a parlare: «Nessuno meriterebbe di morire in quel modo. Figuriamoci lui, che in fin dei conti era una persona innocua».
«Già. In fin dei conti sì» conclude, bevendo l’ultimo sorso della sua brodaglia nera.
Mi viene da sorridere.
«La diverte, la cosa?» Il direttore non mi guarda.
«A dire il vero, un po’» rispondo d’istinto.
«A dire il vero, anche a me» fa lui. Poi si volta a guardarmi e sorride. Ricambio il sorriso, è una scena surreale.

L’indolente commissario Marcello Orlando deve indagare su un duplice omicidio ad opera di un assassino che miete le sue vittime con un’arma singolare, un bastone. Tra una partita di solitario e una di Ruzzle, il nostro commissario viene inaspettatamente aiutato da Paolo Mancini, un insegnante d’italiano per stranieri che si ritrova, suo malgrado, coinvolto nella vicenda. Ma, dal momento che il rischio di spoiler è molto elevato, non aggiungerò altro se non che, se state per accingervi alla lettura di questo libro, allora dovete sapere che si tratta di un romanzo giallo dalle sfumature noir. Eh sì, perché “Colpa di chi muore” di Gianluca Calvino (edito da Homo Scrivens) non è solo la classica indagine di polizia per assicurare un criminale alla giustizia, ma è anche un incontro ravvicinato con i suoi personaggi e il loro mondo. Ognuno di loro si rivela nell’insieme delle proprie sfaccettature, nei suoi aspetti positivi e in quelli oscuri perché nessuno è esente da entrambi.

Attraverso il suo stile ironico e pungente, a tratti riflessivo senza mai essere pedante, l’autore riesce a portarci quasi “fisicamente” nella storia e a regalarci delle scene dal taglio decisamente cinematografico. I protagonisti sembrano rivolgersi direttamente al lettore come a volerlo rendere parte attiva di quanto sta accadendo. Se avete visto qualche puntata della serie tv “House of Cards” capirete bene cosa intendo. Volete saperne di più? Allora vi lascio alle parole dell’autore che ho contattato per una breve intervista…

Nome: Gianluca
Cognome: Calvino
“Colpa di chi muore” è il tuo primo romanzo come autore singolo. Come stai vivendo questo momento? È molto gratificante ma anche piuttosto strano. Sono abituato a parlare di romanzi altrui, o di testi collettivi di cui sono coordinatore. Essere direttamente sotto l’obiettivo, nel bene e nel male, è qualcosa a cui devo ancora fare l’abitudine. Però mi piace, ecco.
Come molti già sanno, ti occupi anche di editing. Come ti sei trovato a stare invece “dall’altra parte”? È complicato, per chi di mestiere mette le mani sui testi degli altri, lavorare a un romanzo proprio. Per tanto tempo mi sono “autocensurato”, proprio perché applicavo a me stesso il medesimo metro severo di giudizio con cui sono abituato ad analizzare gli scritti altrui. Poi mi sono convinto a togliere il freno a mano e a buttar giù questa storia.
Il rapporto con i miei editor, Serena Venditto e Aldo Putignano, è stato molto tranquillo, in verità. Sia perché ci lega da anni una profonda amicizia, sia perché loro sono davvero in gamba, e devo dire che le annotazioni che mi hanno fatto durante la stesura mi hanno trovato sostanzialmente d’accordo su tutta la linea.
Quanto c’è nel romanzo di te stesso, dei tuoi gusti e della tua esperienza di vita? Tanto. Sicuramente alcune delle ambientazioni del romanzo mi appartengono particolarmente, ma ciò che credo di aver riversato maggiormente nel testo è la mia vena creativa. Mi sono divertito a giocare coi cliché e a smontarli, come amo fare da sempre. E ad inserire, all’interno della cornice “gialla”, una consistente componente d’ironia.
Il tuo romanzo si può collocare esattamente a metà strada tra il giallo e il noir. Come mai questa scelta? Credo che sia stata la soluzione più naturale. Chi scrive non può fare a meno di considerare i suoi gusti di lettore, nell’atto della scrittura. E il giallo e il noir sono di gran lunga i generi che consumo con più voracità.
Quali sono gli autori di giallo e noir che ami di più e che hanno ispirato la tua scrittura? Risposta secca: Nesbo per la presentazione dei personaggi e Lucarelli per lo smantellamento della figura del poliziotto “politically correct”.
C’è un momento della giornata o un luogo preferito in cui ti dedichi alla scrittura? In verità no. Ho necessità di trovarmi degli spazi all’interno della giornata, che però spesso è totalmente impiegata a lavorare su testi di altri autori (il che inibisce la vena creativa, credimi). Forse il pomeriggio, dopo il caffè (il terzo-quarto della giornata) è il momento che, in linea di massima, preferisco.
Facciamo un riepilogo: sei editor, consulente letterario, uno dei membri fondatori della fiera “Ricomincio dai Libri” (quest’anno alla sua V edizione) e scrittore. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Comprare il Calcio Napoli e portarlo a vincere scudetto e Champions League. Ok, scherzavo (ma solo perché non ho i soldi necessari!). Non saprei, di sicuro sono curioso di conoscere il giudizio di chi leggerà “Colpa di chi muore”. Se il feedback sarà positivo, mi sa che mi cimenterò su un nuovo progetto di romanzo.
Un saluto e un augurio a tutti i lettori medi: Cari lettori medi, non leggete mediamente. Bisogna leggere in maniera smodata. Tanto, tantissimo. Fatelo e sarete più felici. Ho esagerato, eh?

Titolo: Colpa di chi muore
Autore: Gianluca Calvino
Genere: Giallo
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 191
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Soundtrack consigliata: Potete seguire la playlist del libro oppure scegliere un buon disco jazz.
Da leggere: Degustando un calice di vino. Può andar bene anche una pinta di birra, magari una Chouffe.

L’autore:
Gianluca Calvino, editor e consulente letterario. Presidente di Librincircolo, tiene corsi di editoria e di scrittura creativa ed è uno dei fondatori della fiera letteraria “Ricomincio dai Libri”. Si occupa di scouting e da diversi anni dirige il service “Talento Letterario”. Nel 2010 ha fondato il collettivo Gruppo 9, il più numeroso collettivo d’Italia, con cui ha pubblicato titoli di successo, tra cui Sono stato io, Party per non tornare (Premio Speciale Carver 2015), Hyde School, Requiem, Gli affamati, tutti editi da Homo Scrivens.

Lettore medio

Teresa Filangieri. Una duchessa contro un mondo di uomini (Carla Marcone)

9788889682999_0_0_0_75“L’uomo nobile non si perde mai d’animo e vince il timore”. Quelle parole le erano bastate a porle nell’anima l’ebbrezza che emerge dal pericolo e ne trae una forza più grande. Non si sarebbe arresa mai.

Napoli, 1826. Nella casa di una delle famiglie nobili più in vista della città, viene al mondo Teresa Filangieri, la cui vita scorrerà scandita da alcuni tra gli eventi storici più importanti del nostro paese: la nascita della prima tratta ferroviaria nel 1839, la Napoli-Portici; i moti del 1848, le guerre d’Indipendenza e  le politiche colonialiste agli albori del XX secolo.
Fin dalla giovane età, Teresa mostrerà di essere una ragazzina dal carattere indomito e ribelle, contraddistinta da un ardore che la nonna Carolina, l’austera moglie austriaca del famoso filosofo – e nonno di Teresa – Gaetano Filangieri, tenterà di costringere tra i lacci del corsetto e le lezioni di latino. Ma nulla potrà contro il temperamento di Teresa che, per tutta la vita, rimarrà fedele a se stessa, sia quando, ancora ragazza, accoglierà tra le mura di casa sua lo scugnizzo Raffaele, sia quando, all’indomani del più grande dolore che una madre possa mai provare nella sua vita, deciderà di fondare il primo ospedale pediatrico della città di Napoli.

Troppo poco si sa della figura della Filangieri ma, grazie a Carla Marcone e al suo romanzo “Teresa Filangieri. Una duchessa contro un mondo di uomini” (edito da Scrittura&Scritture), oggi possiamo dirci più ricchi. Perché una volta che Teresa entra nella tua vita non ne può più uscire. Attraverso una scrittura a tratti onirica, Carla Marcone ci regala l’esperienza di una donna straordinaria e ci insegna che, se perseguiti con forza di volontà e tenacia, è possibile realizzare i propri obiettivi anche partendo da una condizione di svantaggio, anche quando di fronte a noi sembrano esserci ostacoli insormontabili. Ci insegna che arrendersi non è un’opzione.
Sicura che a questo punto sarete curiosi di saperne di più, ho contattato l’autrice per una breve intervista.

Nome: Carla
Cognome: Marcone
Come e quando Teresa Filangieri è entrata nella tua vita? Come racconto nella nota d’autore del romanzo, Teresa è entrata nella mia vita in un pomeriggio d’aprile mentre giocavo a carte, per le quali ho una grande passione quasi quanta ne ho per i libri. Scartai un asso e squillò il telefono. Con quello squillo e le voci di Chantal e Eliana Corrado, le mie editrici, è cominciato tutto. Sono state loro ad avere l’idea di raccontarla e l’hanno affidata alla mia penna.
Quanto tempo hai dedicato alle ricerche sulla vita e le opere di Teresa Filangieri? Non so per quanto ho studiato e per quanto ho scritto. In più ho avuto una battuta d’arresto di qualche mese: non mi sentivo all’altezza di tale impresa. È stata una donna talmente immensa che ancora adesso, a romanzo terminato, scopro altre cose su di lei che mi fanno sentire una briciola al suo cospetto.
Dalla lettura del tuo romanzo si evince un forte coinvolgimento nella vicenda di Teresa Filangieri. Ci sono delle caratteristiche che vi accomunano? Magari. Mi piacerebbe assomigliarle almeno un po’.
Quale pensi sia l’eredità lasciata da Teresa Filangieri alle generazioni del III millennio? Un’eredità di libertà, dignità e consapevolezza, che lei e altre come lei hanno contribuito a lasciarci militando nel grande esercito dell’amore.
In molti passi del tuo romanzo si possono incontrare delle immagini dalle sfumature oniriche. Qual è la tua fonte di ispirazione? Questa domanda mi piace molto. È una cosa in me radicata. Mi viene naturale quando racconto una storia. Non è studiata, mi appartiene. Il sogno è un aspetto importante della mia cultura: da buona napoletana vivo anche, forse soprattutto, di sogni. A ciò aggiungi gli studi classici. I greci, dell’Italia meridionale antichi colonizzatori, consideravano reale il luogo onirico, non immaginario. E sognare era un’attività che meritava grande attenzione e rispetto. In più c’è lo zampino di Freud che ho studiato compulsivamente qualche lustro fa, affascinata dalla sua interpretazione del sogno come metodo per accedere all’inconscio. E poi, come voleva Rodari “or che i sogni e le speranze si fan veri come i fiori, sulla Luna e sulla Terra fate largo ai sognatori”!
C’è un momento della giornata e/o un luogo in particolare in cui preferisci dedicarti alla scrittura? Da sempre disordinata, ho dovuto fare un grande lavoro su me stessa per imporre al tempo un minimo di disciplina. Con grande sacrificio ce l’ho fatta. Ho imparato a marcare il cartellino d’entrata ogni pomeriggio e d’uscita poco prima di cena. In breve dedico alla scrittura dalle tre alle cinque ore quasi ogni giorno. Però, la storia che racconto nel tempo disciplinato, non mi dà mai tregua. Mi bracca ovunque, specie nel luogo rispettato e creduto reale dai greci, interpretato da Freud e radicato nella mia cultura.
Un saluto e un augurio a tutti i lettori medi: Vi saluto augurandovi tante, ma tante tante, belle letture.

Titolo: Teresa Filangieri. Una duchessa contro un mondo di uomini
Autore: Carla Marcone
Genere: Romanzo storico, collana Voci
Casa editrice: Scrittura&Scritture
Pagine: 160
Anno: 2017
Prezzo: € 13,50
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Soundtrack Consigliata: “Te voglio bene assaje”
Da leggere: Ripercorrendo i passi di Teresa Filangieri tra le strade di Napoli

L’autrice
Carla Marcone è nata a Napoli in una calda notte di luglio, mentre nel mondo echeggiava la rivolta e le streghe tornavano bruciando il reggiseno in piazza. Crescere in una famiglia di stampo patriarcale, dove, però, erano le donne a portare i pantaloni, ha sviluppato in lei un estremo senso di ribellione contro ogni sopruso, contro ogni ingiustizia. I personaggi dei suoi romanzi, di cui racconta in uno stile fatto spesso di parole sussurrate che nascondono segreti, affrontano nella maggior parte dei casi il proprio destino spinti dalla molla dell’adessovelafacciovedereiodicosasonocapace, talvolta uscendone vittoriosi, altre delusi e sconfitti. Dopo il romanzo Fiori di carta (2006), Carla Marcone intinge la penna nella Storia ed entra nel romanzo storico.

Vera