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La ragazza delle meraviglie (Lavinia Petti)

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Gennaro non sapeva che fare. Azionò il meccanismo cilindrico della Ruota e l’involto di stracci arrivò a lui. Quando lo toccò qualcosa si mosse e pensò a un animale. Scostò una coperta di lana, e poco mancò che al suo povero cuore venisse un colpo.
Una bambina.

Un libro davvero bello. Recensisco con grande piacere “La ragazza delle meraviglie” di Lavinia Petti (edito da Longanesi), uno urban fantasy rivolto a un pubblico quanto mai variegato. Lettori che amano il genere, ma pure neofiti o appassionati di leggende.
Protagonista del romanzo è Fanny, un’adolescente particolarmente curiosa cresciuta con due amorevoli genitori, Dora e Gennaro. Il loro rapporto cambierà irrimediabilmente nel momento in cui scoprirà di essere stata adottata e deciderà di mettersi sulle tracce dei suoi veri genitori. Riuscirà nell’impresa?

Ai lettori il piacere di scoprirlo. Per il momento elenco una serie di motivi per i quali vale la pena leggere questo romanzo: innanzitutto i personaggi. Descritti con molta attenzione, hanno spessore e creano, fin da subito, empatia col lettore. Tra i miei preferiti l’assessore D’Avalos, l’antagonista di Fanny. È il tipico cattivo che potremmo ritrovare in un classico della letteratura, tuttavia le motivazioni che lo animano sono molto profonde e disseminate lungo tutto il romanzo. Così come molto forti sono quelle che spingono il signor Marone – altro protagonista della storia – ad aiutare Fanny nella sua ricerca. Un antiquario che parla forbito e che dispensa saggi consigli ma che non esita a bacchettare la sua giovane ospite.
Dal punto di vista tecnico l’autrice si affida a una scrittura leggera, molto ritmata con colpi di scena ben dosati e un ottimo uso dei flashback. Inoltre ho apprezzato l’utilizzo della lingua napoletana accostata all’italiano.
A proposito di Napoli: la città non fa solo da sfondo alla storia, ma ne diviene protagonista grazie alle sue numerose leggende, agli scorci da cartolina (ma pure quelli che non finirebbero mai in una guida turistica) e alla sua stratificazione che racconta la storia millenaria di un popolo.
Non aggiungo altro, è il momento di lasciare la parola all’autrice.

La ragazza delle meraviglie. Come è nato questo romanzo? È successo un po’ di tempo fa, appena tornata dall’Inghilterra. Avevo lavorato come cameriera in un paesino in provincia di Londra ed era stato un anno difficilissimo, molto sofferto. All’epoca mi dicevo che non avrei sofferto così tanto, se ci fosse stato il mare. Per me il mare è sempre stato una cura.
Comunque, ricordo che ero appena tornata, era sera e bevevo una birra con un’amica. Guardavo il golfo di Napoli e ne avevo nostalgia, sebbene ce l’avessi davanti. A volte le cose che amiamo ci fanno quest’effetto. In quell’istante, è germogliata un’idea. Volevo parlare della città e delle sue leggende, volevo raccontare di un rito di passaggio che consistesse nella trasmissione di un’antica storia. Nel buio, sono apparsi tre personaggi.Ma questa è stata solo una scintilla: da allora sono passati sette anni e il lavoro che ha richiesto questo romanzo è stato immenso.
Fanny: un’adolescente molto curiosa, perennemente alla ricerca di una risposta. Chi o cosa ha ispirato questo personaggio e quanto di tuo c’è in questa ragazzina? Da moltissimi anni vedo in giro per Napoli una scritta sui muri: Fanny ’96. Non so chi sia questa persona, ma le ho cucito addosso una storia.
Io e Fanny un poco ci assomigliamo. Abbiamo lo stesso vizio di esplorare vecchi ruderi, ad esempio. Da bambina non facevo altro e, se ne ho l’occasione, lo faccio ancora. Ci unisce anche la curiosità e una certa determinazione nel cercare la verità. Ma Fanny è molto più coraggiosa di me, molto più intraprendente. Non ci pensa su due volte: è tutta azione, al contrario del protagonista del “Ladro di Nebbia”, che invece è pensiero, pura astrazione; in lui forse mi riconosco di più. Tuttavia, quando scrivo mi sembra di tirar fuori cose che tenevo sepolte dentro, oppure di dotarmi di qualità che prima non mi appartenevano. Dando a Fanny il coraggio, l’ho impiantato in me. Prima, davanti a una scelta preferivo non prendere alcuna decisione e lasciare che le cose accadessero; ora, invece, mi domando: cosa farebbe Fanny? E lo faccio. A volte penso che i personaggi che un autore crea finiscano per crearlo.
Veniamo adesso al signor Marone: più che una spalla, potremmo considerarlo un moderno grillo parlante. Bacchetta Fanny ma dispensa pure saggi consigli che, irrimediabilmente, porteranno alla crescita del personaggio. Valutazione corretta o volevi comunicare altro attraverso questo personaggio? Il signor Marone ricopre il classico ruolo del mentore e senza di lui Fanny non arriverebbe a conquistare la verità. La tua è una valutazione molto corretta,alla quale aggiungerei un piccolo dettaglio: Fanny accetta il suo aiuto perché si riconosce in lui, nel suo amore per il passato, nel suo rispetto per gli oggetti che sono più di semplici cose, perché custodiscono storie e memorie, e dunque sono dotati di un’anima. Il signor Marone è una sorta di specchio, solo un po’ più ruvido e attempato.
Napoli: non solo la città che fa da sfondo alla vicenda, ma un autentico genere letterario che utilizzi con sapienza, concedendoti qualche licenza funzionale alla storia. Che tipo di rapporto hai con questa città dal punto di vista letterario? In quanto a storie credo sia difficile trovare al mondo una città più felicemente fertilee stimolante di Napoli. Si può trarne ispirazione da qualsiasi angolo o pietra o palazzo, dal gesto di una donna, dal modo spavaldo in cui camminano certi ragazzini, da quello che si raccontano i vecchi che giocano a carte, in mezzo alle piazze, o in quei vasci che diventano schermi di vite vissute. Per non parlare della Storia con la S maiuscola: ci inciampi a ogni passo.
Non è un caso che ci siano così tanti scrittori napoletani o scrittori che parlano di Napoli, e ognuno di loro lo fa in modo assolutamente singolare.Questa città è una fabbrica di miti, fornisce materia prima per storie, si offre a svariate chiavi di lettura… Chi viene qui ha voglia di afferrare la sua anima e di imprimerla su carta. Ma è un’anima umida, scivolosa, sfuggente, come il corpo dei pesci. Nessuno può riuscirci davvero.
Restando in tema, quali difficoltà hai avuto nell’utilizzare la lingua napoletana nel romanzo? Io sono assolutamente ridicola quando parlo in napoletano, me lo dicono tutti. E dire che negli ultimi anni credo di aver fatto dei progressi, avendo vissuto al centro storico. Mi sono sforzata di affinare l’orecchio, di imitare la parlata della gente. Niente, continuo a essere ridicola. Ci tenevo, però, che nel romanzo venisse usato il dialetto. Lì per lì le frasi le buttavo giù, controllando poi il vocabolario e la grammatica. Il mio editor, Guglielmo Cutolo, mi ha aiutato molto, suggerendomi di rendere la lingua meno pulita, soprattutto in bocca a certi personaggi. Nell’ultima fase dell’editing ha anche consultato professori ed esperti, inviando loro tutte le frasi in napoletano, perché il problema, a quel punto, era la trascrizione.
Il tema portante del romanzo sono i rapporti familiari e le verità che – molto spesso per troppo amore – vengono tenute nascoste. Quanto è stato difficile trattare un argomento così delicato all’interno di una storia dai toni fantastici? Difficilissimo, da un lato; molto naturale dall’altro. Volevo che fosse una storia quanto più possibile vicina alla realtà, pur trattando temi leggendari e mitologici. Una volta che ho capito come tenermi in equilibrio tra le due parti – e solo per questo, ci ho messo anni! – è stato terapeutico poter parlare di certe cose. Tutti i genitori hanno un segreto, io credo. Parte del diventare adulti sta nella scoperta di quel segreto. Ci vuole tempo per accettarlo, per accettare i limiti e gli errori dei propri genitori. E non sempre siamo in grado di perdonarli, e non per forza dobbiamo farlo.
Io amo il processo d’identificazione con i miei personaggi. Mi permette di essere cose diverse, di capirle meglio. Sono stata una madre che non può avere figli, un padre che trova una bambina non sua, una ragazza che scopre che tutto ciò che credeva di sapere su di sé è una bugia. La storia di Dora, Gennaro e Fanny mi pare di averla vissuta, non semplicemente scritta.
Sono passati quattro anni da “Il ladro di nebbia”, cosa è cambiato in te, specie dal punto di vista della scrittura? Il metodo. È qualcosa che prima non possedevo: scrivevo e basta, buttando giù tutto quello che mi passava per la testa. Adesso ho capito che è indispensabile per me avere uno schema. Io ho talmente tante idee che se le lascio libere mi dominano e rischio di essere inconcludente.
Quali sono stati i primi giudizi parte dei lettori?Per ora pare che la storia di Fanny stia piacendo. Molti la stanno divorando, e spesso chi arriva alla fine mi dice di aver versato qualche lacrima.
Cosa ti aspetti da questo libro? Preferisco non aspettarmi nulla. Spero solo sia un rifugio per chi lo legge.
Saluta i lettori del nostro blog. Un saluto a tutti i lettori, che non sono medi, perché sono lettori.

Titolo: La ragazza delle meraviglie
Autrice: Lavinia Petti
Casa editrice: Longanesi
Genere: Urban fantasy
Pagine: 445
Anno: 2019
Prezzo: € 18,60
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Letture consigliate: “Il ladro di nebbia” romanzo d’esordio di Lavinia Petti.

L’autrice
Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici all’Istituto Orientale di Napoli, ha vinto vari concorsi letterari (Premio Tabula Fati, Premio Robot, Premio Book’sBar, Scrittura Giovane). Nel 2015 ha pubblicato con Longanesi il suo primo romanzo, “Il ladro di nebbia” (Premio Brancati 2016), tradotto in molte lingue. Nel 2019 pubblica con la stessa casa editrice “La ragazza delle meraviglie”.

Paquito

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Il Mago M. (René Barjavel)

9788899793784_0_0_503_75Più di mille anni fa, in Bretagna, viveva un mago di nome Merlino. Era giovane e bello, aveva lo sguardo vivace e malizioso, un sorriso vagamente beffardo, le mani sottili, la grazia di un ballerino, la noncuranza di un gatto, la vivacità di una rondine. Lo scorrere del tempo non lo sfiorava, sua era la giovinezza eterna delle foreste.

Ci sono alcune storie che, nonostante il trascorrere del tempo, non smettono mai di esercitare il loro fascino sui lettori. Alcune di queste storie sono quelle che riguardano Artù e i suoi cavalieri. Fanno parte dell’immaginario comune e i loro nomi sono noti a tutti: Merlino, Viviana, Ginevra, Morgana, Lancillotto. Non si può pensare a loro senza rievocare lo splendore delle armature, i candidi destrieri e tanta magia. “Il Mago M.” di René Barjavel (edito da L’Orma) si concentra su un aspetto molto particolare delle avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda, un filone molto specifico, quello della ricerca del Sacro Graal: all’inizio della narrazione facciamo conoscenza con quello che è il personaggio che dà il via a tutti gli eventi, il mago Merlino, una creatura potente ed eterna, in perenne lotta con il suo essere, a metà tra bene e male e che cerca in ogni modo di perseguire la via della luce. Se in altri romanzi che raccontano il Ciclo Bretone Merlino è rappresentato come un vegliardo saggio a dalla lunga barba bianca, in questa versione è un uomo giovane, che può però mutare e mascherare il proprio aspetto e la propria età a piacimento. La sua storia viene raccontata a partire dal concepimento fino a conoscerlo,oltre che per gli straordinari prodigi che accompagnano ogni fase della sua vita,anche per il suo amore proibito: quello con la bella Viviana, la Dama del Lago che lui stesso istruisce nell’arte della magia. Nel racconto tutte le azioni di Merlino sono finalizzate ad un unico scopo: il ritrovamento del Graal, la coppa benedetta usata per raccogliere il sangue di Cristo crocifisso che, si dice, porterà pace nel mondo. Solo un cavaliere dal cuore puro però è destinato a riuscire nell’impresa e la creazione della Tavola Rotonda servirà a scoprire il prescelto. La ricerca del Graal è quindi la spina dorsale di tutto il romanzo e da essa si diramano tutte le storie degli altri personaggi, cavalieri e non: tra questi troviamo la storia di Lancillotto, dilaniato tra la devozione per il suo sovrano e l’amore per la regina Ginevra, e Morgana, la strega che mira al trono del fratellastro Artù.
In questo romanzo c’è un perfetto connubio tra i personaggi descritti nel Ciclo Bretone e la potenza narrativa del romanzo moderno: i personaggi mantengono i tratti caratteristici delle leggende ma hanno uno spettro più ampio di personalità, pensieri e emozioni. In particolare, l’aspetto più innovativo del romanzo è proprio la scrittura dell’autore: un linguaggio semplice ma non banale che oscilla tra l’epica e l’umorismo. René Barjavel attinge a piene mani alle leggende senza però stravolgerle ma le consegna in una nuova veste ai lettori che possono avvicinarsi a questi racconti e contribuire alla diffusione delle storie di Artù e dei suoi cavalieri.

Titolo: Il mago M.
Autore: René Barjavel
Genere: Fantastico
Casa editrice: L’Orma
Pagine: 400
Anno: 2019
Prezzo: €20,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni

Consiglio di lettura:“Le nebbie di Avalon” ripercorre le gesta di Artù e dei suoi cavalieri narrate dal punto di vista di Morgana. Potete trovare la recensione al seguente link
https://illettoremedio.wordpress.com/2019/02/09/le-nebbie-di-avalon-marion-zimmer-bradley/

L’autore
René Barjavel è stato uno scrittore, giornalista, sceneggiatore e dialoghista francese, considerato in patria uno degli autori di punta della fantascienza moderna francese. Il mago M., contrariamente ai suoi romanzi precedenti, è una riscrittura del ciclo bretone, una vera incursione nell’epica, pubblicato in Francia nel 1984 poco prima della morte dell’autore e da molti considerato il suo “testamento letterario”. Le opere di Barjavel in Italia hanno avuto poca risonanza, tant’è che il Mago M. è rimasto inedito in Italia fino alla pubblicazione da parte de L’Orma editore.

Giovanna

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Il silenzio delle ragazze (Pat Barker)

9788806241025_0_0_454_75Il grande Achille. Il luminoso, splendido Achille; Achille simile a un dio. Montagne di epiteti che le nostre labbra non hanno mai pronunciato. Per noi era solo un macellaio. Il piè veloce Achille. Ecco, questo sì che è interessante. Più di ogni altra qualità era la velocità a definirlo […] Con lui nessuno poteva avere l’ultima parola: neppure un dio.

Della guerra di Troia si è sempre scritto tanto: che si tratti di studi storici, letterari o di altro genere, il mito di questo lungo conflitto e degli eroi che lo combatterono non smette di affascinarci ancora oggi. Il perché è abbastanza semplice da spiegare: è uno dei più grandi racconti della nostra cultura occidentale. Non il primo, e nemmeno il più antico, ma sicuramente uno dei più affascinanti. A causa dei dettami dell’epoca, però, c’è una parte importante che manca quasi sempre nei poemi antichi: la voce delle donne. O almeno, questa è limitata alle loro competenze e alle loro funzioni narrative e sociali. Ovviamente, ci sono delle eccezioni: già nella letteratura antica Euripide aveva restituito la voce alle donne, rendendole protagoniste della guerra con la sua tragedia “Le Troiane”. Nella tradizione omerica, tuttavia,le donne rispecchiano la prima tipologia e sono, quasi sempre, elementi silenziosi, dei complementi d’arredo, e se questo è vero per quelle di nobili natali, lo è ancora di più per le schiave di guerra, considerate parte di un bottino, alla stregua delle armi e del vasellame e, in quanto oggetti, non dotate di voce o possibilità di scelta.Sono le donne del romanzo di Pat Barker, “Il silenzio delle ragazze” (edito Einaudi). Tra queste troviamo la protagonista del romanzo, Briseide, regina di Lirnesso e poi schiava di Achille. Già dalle prime righe del romanzo si evince l’odio di Briseide per il suo padrone. Odia Achille come uomo e come nemico della sua patria ma, per la sua sopravvivenza, deve accettarne la convivenza, impararne le abitudini, servirlo in tutto. Achille che le ha tolto il suo status di regina, la sua famiglia e la sua dignità, Achille che versa ogni giorno il sangue della sua gente, Achille il macellaio, sempre e costantemente alla ricerca di onore e gloria. Dalla sua prospettiva analizziamo con gli occhi delle donne i momenti più significativi della guerra. Con le altre schiave Briseide si confida, trova conforto e aiuto, in una rete sotterranea di lealtà e amicizia e sarà lei, a conservare e tramandare le storie delle donne troiane, sopravvissute alla loro patria e disperse in altri paesi.
Pat Barker non solo ha dato voce alle sue donne: le fa urlare di rabbia anche se in un modo sommesso, sotterraneo, senza destare sospetti. Il suo è un romanzo crudo ed esplicito, ogni situazione anche la più sgradevole è raccontata senza mezzi termini, in modo diretto. L’ambientazione è molto specifica, ricreata alla perfezione e risulta molto affascinante, ma, al di là delle armature, dei cavalli, degli dei e degli eroi, una considerazione viene spontanea: che quelle ragazze di cui parla e racconta la Parker esistono ancora: sono in ogni parte del mondo in cui c’è ancora la guerra e in cui ancora il corpo delle donne è un oggetto di scambio. L’autrice quindi è riuscita in un duplice intento: sotto l’aspetto letterario, ha raccontato gli effetti che la guerra ebbe sulle donne di Troia, in uno dei poemi più famosi della nostra letteratura; sotto quello sociale,invece, ha spostato l’attenzione sul lato umano facendoci riflettere sul fatto che da qualche parte nel mondo, ancora oggi, per alcune donne questa non è finzione ma realtà.

Titolo: Il silenzio delle ragazze
Autore: Pat Barker
Genere: Epico-storico
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 344
Anno: 2019
Prezzo: € 18,50
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Consiglio di lettura: Armarsi di post-it, matite o evidenziatori, qualsiasi cosa si preferisca per segnare le parti più significative.

L’autrice
Pat Barker è una scrittrice inglese già vincitrice del Man Booker Prize nel 1995. Ha insegnato storia ed è sempre stata attirata dal tema della guerra; infatti, il libro che le fece vincere il premio, “The Ghost Road”, è l’ultimo della trilogia della “Rigenerazione”, incentrata su alcuni veterani della Prima guerra mondiale e sulle conseguenze che ebbe su di loro.

Giovanna

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Il senso di una fine (Julian Barnes)

9788806220808_0_0_0_75Non è affatto vero che la storia è fatta delle menzogne dei vincitori. È fatta più dei ricordi dei sopravvissuti, la maggior parte dei quali non appartiene né alla schiera dei vincitori né a quella dei vinti.

Tony Webster è il classico signore inglese che conduce una vita tranquilla e appartata. Da poco in pensione, divorziato, con una figlia ormai adulta che si tiene a distanza da lui, la sua monotona routine viene scossa dalla notifica di un’eredità, ricevuta dalla madre di una sua vecchia fiamma, Veronica Ford, che frequentava ai tempi dell’Università. Si tratta del diario di un suo carissimo amico, Adrian, morto suicida ad appena vent’anni; un diario che, però, la sua ex ha bruciato prima che potesse entrarne in possesso. Ossessionato dal ricordo dell’amico e dal contenuto del diario, Tony cerca di ottenere le risposte che cerca, ripensando agli eventi che lo portarono, tanti anni prima, ad allontanarsi dai suoi amici e dalla prima ragazza che avesse mai amato.

“Il senso di una fine” (edito da Einaudi) è un piccolo capolavoro di stile. Con una prosa densa e coinvolgente, trascina il lettore in una trama semplice, ma inaspettata, giocando con il presupposto che un narratore non è mai del tutto attendibile, soprattutto se anziano e dal carattere un po’ egocentrico. Tony Webster non è una cattiva persona, ma neanche una figura straordinaria. È un mediocre, come lui stesso ammette nelle prime pagine del romanzo, e della mediocrità ha fatto il suo rifugio. È forte il senso di straniamento del lettore quando Tony si rende conto, indagando sul passato e sulle sue relazioni, di aver plasmato la realtà a suo piacimento, trasformando le verità scomode della sua gioventù in ricordi più gradevoli e, forse, più facili da sopportare.
Quello che ricorda del suo passato è vero, ma non del tutto. Ha amato Veronica, ma poi si è stufato di lei. Teneva molto al suo amico Adrian, ma poi i rapporti si sono deteriorati. Queste sono verità, ma non tutta la verità, e continuando a scavare, riprendendo i contatti con alcuni vecchi amici e con la sua ex, Tony si rende conto di quanto sia inattendibile la realtà che viviamo ogni giorno, di come la sua versione dei fatti non corrisponda necessariamente alla verità oggettiva. E alla fine, un terribile segreto viene a galla, qualcosa di impensabile, che era proprio sotto i suoi occhi, ma che non aveva voluto vedere.
Julian Barnes mette alla prova chi legge con grande maestria e intensità. La sua penna è scaltra e abile, più simile a un pennello per il modo in cui delinea le emozioni umane e l’indeterminatezza della memoria. Nulla è certo, soprattutto ciò che è stato. Ogni evento ha più versioni e nessuna di queste è una verità oggettiva.

Titolo: Il senso di una fine
Autore: Julian Barnes
Casa editrice: Einaudi
Genere: Memoriale
Pagine: 150
Anno edizione: 2014
Prezzo: € 11,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Julian Barnes è uno scrittore britannico. I suoi romanzi e racconti sono esempi di postmodernismo in letteratura. Ha vinto il Man Booker Prize per “Il senso di una fine” nel 2011, ma è stato finalista del premio altre tre volte: nel 1984 per “Il pappagallo di Flaubert”, nel 1998 per “England, England” e nel 2005 per “Arthur e George”.
Ha scritto romanzi polizieschi sotto lo pseudonimo di Dan Kavanagh. L’altro pseudonimo usato è Edward Pygge, in collaborazione con Ian Hamilton, John Fuller, Clive James e Russell Davies per polemiche e critiche letterarie.

Claudia

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Il vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù (Christopher Moore)

9788869936319_0_0_454_75La folla si fermò sulla riva e lo acclamò. Persino noi rimanemmo stupefatti davanti a quel nuovo miracolo e, seduti sul fondo della barca, lo guardammo avvicinarsi a bocca aperta.
«Che c’è?» chiese lui. «Cosa?».
«Maestro, tu stai camminando sull’acqua» disse Pietro.
«Ho appena mangiato» rispose il Messia. «Bisogna aspettare un’ora prima di entrare. Potrebbero venirmi i crampi. Che c’è, nessuno di voi ha una madre?».

Duemila anni dopo la morte e resurrezione di Cristo, l’angelo Raziel viene mandato sulla Terra con una missione: resuscitare il migliore amico di Gesù, Levi detto Biff, affinché egli scriva un nuovo vangelo sulla vita del Messia. Così il povero Biff, tredicesimo apostolo di cui nessuna scrittura ha mai fatto menzione, si ritrova bloccato in una camera d’albergo con l’angelo per settimane, costretto a ricordare la sua vita al fianco del Salvatore, gli anni più spensierati dell’infanzia e i primi amori, poi i viaggi alla ricerca di risposte sulla religione e sul volere di Dio.

“Il vangelo secondo Biff” (edito da Elliot) è un romanzo umoristico che sa mettere in luce gli aspetti più divertenti legati alla religione e alla figura di Gesù senza risultare offensivo o blasfemo. Tra le sue pagine sono racchiuse la storia e l’anima delle religioni, ma soprattutto lo spettro completo dei sentimenti umani, di cui si fa portavoce Levi detto Biff.
Figura estremamente umana, che nasconde le sue fragilità dietro un pesante sarcasmo, Biff si contrappone in tutto e per tutto al suo migliore amico Gesù, virtuoso e saggio, che al lettore risulta spesso ingenuo e un po’ troppo idealista in un mondo corrotto e materiale. Divertentissimi gli scambi di opinioni tra i due, che si vogliono bene, ma non esitano a parlarsi con franchezza, anche quando la verità può fare male. L’amicizia che lega Biff e Gesù è sincera e forte, non vacilla mai, neanche quando è chiaro che entrambi sono innamorati della stessa ragazza, Maria Maddalena, non una prostituta, come riportato ingiustamente nelle Scritture, ma un’amica avventurosa e schietta, cotta di Gesù fin dall’infanzia, ma da lui tenuta sempre a debita distanza.
Questo romanzo è adatto a tutti, ai cristiani, agli atei, a chi professa una religione differente. Lo scopo dell’autore non è quello di convertire chi legge al cattolicesimo, ma di mostrare quanti elementi in comune abbiano le diverse religioni e di umanizzare un personaggio, quello di Gesù, che da millenni ha assunto caratteristiche più vicine al divino, facendoci dimenticare che era, innanzitutto, un uomo. E Christopher Moore compie questa operazione in maniera brillante, mai volgare né banale, rimaneggiando i più noti fatti delle Sacre Scritture con grande sagacia e ironia, affidando la narrazione a un personaggio che tutti vorremmo come amico, leale, schietto e intraprendente, che impreca come uno scaricatore di porto e non dice mai di no a un po’ di baldoria.

Titolo: Il vangelo secondo Biff. Amico d’infanzia di Gesù
Autore: Christopher Moore
Casa editrice: Elliot
Genere: Umoristico, Storico
Pagine: 432
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 19,97
Tempo medio di lettura: 8 giorni

L’autore
Christopher Moore ha svolto i mestieri più disparati prima di dedicarsi completamente alla scrittura. I suoi romanzi sono best seller negli Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania e Giappone. Ha vinto numerosi premi, tra cui il prestigioso Quill Award per ben due volte consecutive (di cui una per “Un lavoro sporco”).

Claudia

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La notte dei bambini cometa (Pierpaolo Vettori)

9788845295676_0_0_503_75Il bambino si chiama Zeno Vivaldi e il suo papà fa il fabbro. La mamma invece lavora dove fanno le televisioni Magnadyne. Dico queste cose perché siate sicuri che le cose che vi racconterò sono successe davvero. Le dico anche perché la gente crede che i bambini non sappiano niente, invece Zeno sapeva tante cose e me le ha insegnate tutte.
Io sono il suo migliore amico.
Io, purtroppo, non esisto.

Alzi la mano chi non ha mai parlato, almeno una volta durante l’infanzia, con un amico invisibile. Io faccio parte di questa categoria e forse è questo uno dei motivi per il quale mi sono affezionato subito a Zeno Vivaldi, il protagonista de “La notte dei bambini cometa” il romanzo di Pierpaolo Vettori edito da Bompiani.
Zeno è un ragazzino di 11 anni che vive una vita apparentemente tranquilla: scuola, vacanze dai nonni, l’amore platonico per la cugina Chloe. Una serena monotonia infranta dalla morte del cugino Micky. Più che un fratello maggiore, Micky rappresenta per Zeno un punto di riferimento, un modello da imitare per realizzare e lasciarsi alle spalle la nomea di moccioso. Riuscirà nel suo intento? Al lettore il compito di scoprilo e di scoprire se il cuore di Zeno continuerà a battere per Chloe oppure capitolerà di fronte a Irene, l’adolescente alla quale – in maniera inconsapevole – salverà la vita.

Quel che ho apprezzato di questo romanzo è il punto di vista: quello di Ulmer, narratore inesistente tuttavia molto attendibile. Ulmer esterna tutte le sensazioni provate dal suo amico umano creando col lettore una grandissima empatia. Mi è piaciuta, inoltre, la schiettezza con cui Vettori ha affrontato il tema della morte: senza la necessità di regalare immagini forti ai lettori, l’autore parla di qualcosa che segna irrimediabilmente Zeno, trasformandolo in un piccolo uomo fatto e finito. Uno che dovrà fare i conti con i bulli del quartiere, con le leggende popolari di paese (scoprendo la vera natura di Lebbra, un anziano sul quale aleggia più di una diceria) e soprattutto con i sentimenti.
Non aggiungo altro e lascio a Pierpaolo Vettori il compito di raccontare questa storia.

La notte dei bambini cometa. Come è nato questo romanzo? Il libro ha avuto diverse nascite, ma quella definitiva è avvenuta in un giorno ed in un momento ben precisi. Stavo lavorando nella mia officina e, come sempre, una parte del mio cervello non smetteva di rigirare tra le sinapsi la storia di Zeno che avevo cominciato più volte senza successo. Improvvisamente ho cominciato ad immaginarla con la voce di un bambino di undici anni, la voce di Ulmer, e tutti i pezzi che sembravano non incastrarsi si sono coagulati in un attimo. Appena rientrato a casa, ho buttato nel cestino tutti fogli che avevo scritto fino ad allora ed ho ricominciato da zero. Anzi, da Zeno. Nel giro di tre mesi “La notte dei bambini cometa” era terminato.
Cominciamo dal protagonista: Zeno. Un ragazzino sui generis la cui vita cammina lungo il binario che separa la giovinezza e la vita adulta. Un bambino col vissuto di un vecchio oppure un uomo bicentenario intrappolato nel corpo di un ragazzino? Non c’è molta differenza a ben vedere. Io credo che si nasca con un carattere già ben definito. La vita non è altro che il tempo della scoperta progressiva di noi stessi. Alcuni sono costretti ad accelerare questo movimento di autoconoscenza, altri restano sempre estranei a se stessi.
La morte è uno dei temi portanti di questo romanzo. Una morte che ha il volto terrorizzato di Zeno, ma pure quello sfacciatamente sorridente di Irene. Quanto è difficile affrontare una tematica del genere? La morte è il grande scandalo: l’inevitabile, inaccettabile limite. I bambini si pensano immortali ed è estremamente difficile per loro capire che persone e cose non sono per sempre. Addirittura, io penso che ci siano due tipi di persone: quelli che hanno avuto una precoce esperienza della morte e tutte le altre. Zeno appartiene al primo gruppo e questa fragilità, questo buco che si porta dentro, lo rende speciale. A me è molto simpatico.
Contraltare perfetto della morte è l’amore. Quello che lega Zeno al cugino Miky, ma pure a Chloe (in una visione assai romantica delle prime pulsioni sentimentali) e a Irene (con una sorta di sindrome samaritana). Quanto nobile è il sentimento di questo ragazzino e quanto opportunismo si nasconde in ogni suo gesto? Come una sorta di moderno Pinocchio, anche Zeno vorrebbe essere amato senza pagare un prezzo. All’inizio, identifica l’amore con la bellezza o con la possibilità di sfruttare l’affetto per soddisfare i suoi piccoli capricci. Presto però entra in un mondo più scuro, dove l’amore può nascondersi anche sotto il ghigno di quella che, in apparenza, è una creatura mostruosa.
Veniamo a Ulmer, l’amico invisibile che narra questa storia (irrimediabilmente mi viene in mente il dottor John Watson raccontato da Conan Doyle). Un mostro “disneyano” che osserva silenziosamente la vita di Zeno e ne racconta le gesta, gli amori e le delusioni. Come è nato questo personaggio? Come dicevo, è nata prima la sua voce: quella di un bambino che ragiona da mostro e che guarda la vita da un punto di vista spiazzante. Ulmer scrive per necessità, lo fa per salvarsi la vita. Deve scrivere bene affinché possa rimanere nella mente dei lettori e sopravvivere. Rappresenta, anzi è, quello che ogni scrittore dovrebbe essere. L’urgenza narrativa per lui non è un modo di dire o una posa.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? I lettori, come i libri del resto, non esistono come categoria. Alcune persone hanno le antenne sintonizzate sul linguaggio di alcuni, specifici libri. Io scrivo per loro. E spero siano davvero tante.
Dulcis in fundo, la domanda marzulliana: se un autore si riflette (in modo conscio o inconscio) nei propri personaggi, quanto c’è di tuo in: Zeno, Ulmer, Chloe e Irene? Io sono tutti loro, chiaramente. Fanno parte di un teatrino immaginario che, preso nel suo insieme, riescono a dire di me quello che non saprei esprimere altrimenti.
Saluta i lettori del nostro blog. Auguro a tutti voi lettori di questo blog di svegliarvi domani mattina completamente nuovi e di cominciare la giornata come se fosse la prima volta che il vostro piede si posa nel mondo.

Titolo: La notte dei bambini cometa
Autrice: Pierpaolo Vettori
Casa editrice: Bompiani
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 208
Anno: 2019
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Letture consigliate: “L’amico immaginario” di Matthew Dicks

L’autore
Pierpaolo Vettori, laureato in Lingue e Letterature Straniere con una tesi sulla Swinging London, è stato finalista per due edizioni al Premio Calvino e per diversi anni si è occupato di musica e ha lottato contro i demoni. Alcuni li ha catturati e messi su carta. Tra i suoi libri“Le sorelle Soffici”, “La vita incerta delle ombre” e “Lanterna per illusionisti”, pubblicato da Bompiani nel 2018. “La notte dei bambini cometa” ha segnato nel 2011 il suo esordio come romanziere.

Paquito

Lettore medio

La vegetariana (Han Kang)

9788845934018_0_0_454_75Una stuoia di paglia sventola floscia davanti all’ingresso. La arrotolo verso l’alto e sono dentro; è dentro. Una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue. Cerco di passare oltre ma la carne… non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita. Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle.

Durante una fredda notte d’inverno la mite Yeong-hye viene svegliata da un sogno terribile, un incubo pieno di sangue e oscurità che pare risvegliare qualcosa dentro di lei, un senso di orrore che fino a quel momento aveva sepolto nelle profondità di se stessa. Decide, di punto in bianco, di non mangiare mai più carne. Una decisione per lei semplice, ma che condiziona inevitabilmente la vita di chi le sta intorno e che finisce, a lungo andare, col cancellare la realtà che conosceva.
Narrata da tre punti di vista differenti, “La vegetariana” (edito da Adelphi) è la storia di un malessere all’apparenza immotivato e folle, ma che nasconde un indicibile dolore. Attraverso le parole del marito di Yeong-hye, del cognato e della sorella, conosciamo la protagonista del romanzo senza avere la possibilità di entrarle in testa. Come i suoi affetti più cari, non riusciamo mai veramente a comprenderla. Eppure, con grande abilità e raffinatezza, l’autrice Han Kang semina degli indizi, piccoli frammenti che alla fine della lettura, messi insieme, possono dare un’idea delle reali motivazioni della donna.
C’è una grande fragilità nell’apparente vigore di Yeong-hye, nella sua irrevocabile decisione di non mangiare più carne. E c’è una grande forza nella sua lotta contro le figure più importanti della sua vita, che la schiacciano, la cancellano e non comprendono la sua scelta di diventare vegetariana. Quella della protagonista è una disperata ricerca della libertà e di riscatto, ma soprattutto di empatia. Una ricerca che, purtroppo, sfocia presto nella malnutrizione e nella follia, portando i membri della sua famiglia a mettere in discussione il passato e, più di tutto, il futuro.
“La vegetariana” è uno di quei romanzi che cattura, pur non avendo molta azione o una trama particolarmente rocambolesca. È un libro che merita di essere letto per la sua prosa densa e cruda, per la sua capacità di emozionare con dialoghi oculati e descrizioni suggestive. La penna di Han Kang è senza dubbio capace di grandi cose e io non vedo l’ora di leggerle tutte.

Titolo: La vegetariana
Autore: Han Kang
Casa editrice: Adelphi
Genere: Narrativa, drammatico
Pagine: 177
Anno edizione: 2016
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autrice
Han Kang è nata nel 1970 a Gwangju, nella Corea del Sud. Figlia dello scrittore Han Seung-Wonm è stata insignita come lui del prestigioso Yi Sang Literary Award. Apparso per la prima volta nel 2007, “La vegetariana” è stato tradotto in nove lingue e ha ottenuto nel 2016 il Man Booker International Prize, che lo ha scelto fra 155 romanzi definendolo «di una potenza e un’originalità indimenticabili».

Claudia

Lettore medio

Da lontano sembrano mosche (Kike Ferrari)

9788807032721_0_0_454_75Il successo è una scema bionda che ti succhia l’uccello, l’aroma di un Montecristo. Il successo è la pastiglia azzurra e dieci milioni di dollari in banca.
[…]
L’aria mefitica che smuove il ventaglio di dubbi evoca nomi conosciuti, possibilità impensabili. Il signor Machi scopre che ci sono nemici potenziali là dove lui non vedeva altro che rivali, sudditi, rompicoglioni.

Il signor Machi è un uomo potente a Buenos Aires e la sua arroganza è pari alla sua ricchezza. Tra una sniffata di coca e un servizietto da parte di qualche giovane donna in cerca di favori, inebriato dal proprio successo, si illude che resterà sempre sulla cresta dell’onda. Un giorno, alla guida della sua Bmw nera da duecentomila dollari, fora una gomma e scopre nel bagagliaio un cadavere sfigurato da un colpo di pistola. Inizia così un’incalzante discesa all’inferno, dove tutte le sue certezze e la sua sicurezza sono materia corruttibile quanto la società in cui sguazza. Sono tanti infatti quelli che lui ha schiacciato e umiliato, e sono sempre stati così insignificanti che da lontano sembravano mosche. Ma chi di loro gli ha giocato questo brutto scherzo?
In “Da lontano sembrano mosche” (Feltrinelli/noir) c’è tutto il background socioculturale di Kike Ferrari. Un autore che, come si evince dalla biografia, ha svolto i lavori più disparati, è stato rimpatriato dagli USA come immigrato illegale e attualmente lavora di notte come uomo delle pulizie in metropolitana. Quello che ne viene fuori è un noir sporco, torbido e fatiscente, proprio come la cornice in cui si svolgono gli avvenimenti: una Buenos Aires che si traveste da Chicago del proibizionismo, piena di intrighi, complotti, corruzione, vendette e tradimenti. E anche come il suo protagonista, un Luís Machi che si fa odiare dal lettore sin dalle prime pagine e per il quale, a differenza di quanto accade con gli antieroi del cinema dei fratelli Coen, risulta quasi impossibile entrare in empatia.
La narrazione avviene attraverso una voce che, più che seguire da vicino il protagonista, gli sta letteralmente col fiato sul collo alla stregua di un documentarista o di un regista di reality, trasformandosi quasi in un flusso di coscienza in terza persona che tende a sopperire alla totale mancanza della stessa nel protagonista, cinico parvenu anaffettivo e menefreghista per il quale l’unica cosa che abbia valore nella vita sono i suoi soldi e il potere che ne deriva.
Il finale grottesco che lascia a bocca aperta, e che conclude la vicenda solo all’ultimo rigo – anzi, all’ultima parola – è il dulcis in fundo di un romanzo che colpisce come un pugno nello stomaco, se ancora ne rimane un po’ una volta arrivati all’epilogo.
Un noir tutto da godere, sorseggiando un bicchiere di Legui.

Titolo: Da lontano sembrano mosche
Autore: Kike Ferrari
Genere: Noir/pulp
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 192
Prezzo: € 15,00
Anno: 2018
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Colonna sonora: Rodrigo Amarante, Pedro Aznar, Charly Garcia, Los Redondos, Virus, Los Rodriguez, Andrés Calamaro, Bersuit Vergarabat, Los Piojos.

L’autore
Kike Ferrari è nato nel 1972 e vive a Buenos Aires con la moglie e i tre figli. Ha esercitato i mestieri più diversi e ha vissuto quattro anni negli Stati Uniti a Fort Lauderdale, dove è andato a cercare fortuna con la moglie, prima di essere entrambi rimpatriati come immigrati illegali. Ora lavora come addetto alle pulizie nella metropolitana della capitale argentina di notte e si dedica alla scrittura di giorno. Ha pubblicato quattro libri che gli sono valsi premi importanti tra cui il premio Casas de las Américas (Cuba) e ha ottenuto con Da lontano sembrano mosche (2018) il premio come migliore opera prima al festival della Semana Negra de Gijón (Spagna).

Giano

Lettore medio

After (Jessica Warman)

9788804613435_0_221_0_75La polizia ha chiamato i sommozzatori. Quando arrivano, vedo che sono due uomini e due donne e tutti indossano la muta. Scendono in acqua dalla scaletta di poppa e insieme lavorano per liberare il mio corpo dallo spazio tra il legno del pontile e la vetroresina della barca. […] Una volta trasportato il mio corpo fuori dall’acqua, lo infilano in un sacco per cadaveri nero e lucente.

La sera del suo diciottesimo compleanno, al termine della festa sullo yacht di famiglia insieme agli amici più intimi, Elizabeth Valchar, ragazza bella e popolare, è morta. Risvegliatasi accanto al suo cadavere galleggiante sull’acqua, il fantasma di Liz si interroga sulle misteriose circostanze che hanno portato alla sua fine e sui motivi per cui è bloccata sulla Terra con Alex, ex compagno di scuola, deceduto proprio l’anno prima in circostanze altrettanto sospette.
Insieme, i due ragazzi assistono alle vicende e alle indagini che seguono la morte di Elizabeth, ripercorrono gli eventi passati in cui potrebbero celarsi degli indizi significativi e provano a capire chi, tra gli affetti della ragazza, potrebbe essere il suo assassino.

“After” (edito da Mondadori) è un noir per adolescenti davvero ben scritto. Fin dalle prime pagine il lettore si ritrova accattivato dalle oscure circostanze del delitto, intrigato dai personaggi che spesso appaiono sfuggenti e mai del tutto sinceri. Tante ombre si nascondono nel passato di Elizabeth, protagonista egocentrica, a tratti insensibile, che si rivela via via una ragazza fragile, ferita nell’animo da una madre malata di anoressia e da un padre assente, che si è risposato troppo presto una volta rimasto vedovo. Amata dagli amici, dal suo fidanzato e dalla sorellastra, detestata dal resto dei compagni di scuola per la sua presunzione, Liz si ritrova bloccata dopo la morte proprio con il compagno che più l’aveva odiata, ma s’impegna per comprendere gli errori commessi in vita e prova a fare ammenda, per quanto possibile.
Quello tra lei e Alex è un rapporto d’odio-amore, seppure non inteso in senso romantico. I due fantasmi dovranno imparare a comprendersi, a stare l’uno nei panni dell’altro, e dovranno affrontare le loro peggiori paure insieme, come solo i veri amici possono fare.
Il romanzo mette in luce le ombre che si nascondono nella vita di ognuno di noi, presenta personaggi che non sono del tutto come appaiono, adolescenti con segreti inconfessabili, corrotti dall’invidia e dal denaro, e adulti con colpe che è impossibile cancellare. Ogni filo della trama s’intreccia in maniera perfetta, avvince il lettore dalla prima all’ultima pagina, in maniera mai scontata, districando infine ogni nodo e portando a una risoluzione chiara e inaspettata del mistero. Chi ha ucciso Elizabeth? Chi ha ucciso Alex? Tutti i tasselli sono messi, alla fine del romanzo, al posto giusto, lasciando chi legge soddisfatto come accade raramente ormai nella lettura di Young Adult.

Titolo: After
Autore: Jessica Warman
Casa editrice: Mondadori
Genere: Young Adult, Noir
Pagine: 414
Anno edizione: 2011
Prezzo: € 8,50
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autrice
Jessica Warman, pluripremiata scrittrice di romanzi per ragazzi, vive a Pittsburgh, in Pennsylvania. Ha studiato alla Seton Hill University, laureandosi in scrittura creativa. Ha scritto “After” ispirandosi a un episodio vissuto da bambina: un ragazzo del suo paese era scomparso dopo una festa su uno yacht (ma poi era stato ritrovato vivo).

Claudia

Lettore medio

Riccio dal barbiere (Silvia Borando)

9788898177516_0_0_454_75Andare dal barbiere
per Riccio è un’avventura,
gli piace da impazzire
cambiare acconciatura…

Una piacevolissima abitudine. Recensire i libri illustrati di Silvia Borando sta diventando, per il sottoscritto, un appuntamento fisso. E pure stavolta mi trovo di fronte un lavoro particolarmente divertente: “Riccio dal barbiere” edito da minibombo.
Il piccolo mammifero decide di cambiare il proprio look ed ecco una carrellata di coloratissime immagini che vedono l’animaletto con una pettinatura afro, poi con le treccine, poi con la cresta alla moicana e pure col parrucchino. Una spassosa galleria d’immagini accompagnata da testi in rima – talvolta anche solo una parola – che rendono la storia decisamente piacevole per il pubblico di giovanissimi lettori cui è destinata.
Non aggiungo altro se non che, pure stavolta, promuovo a pieni voti questo lavoro e, pure stavolta, cedo la parola a Silvia Borando per farci raccontare qualche retroscena.

Riccio dal barbiere. Come è nato questo progetto? Anche se la notizia è già trapelata in qualche occasione, forse non tutti sanno che il mio animale preferito in assoluto è il riccio! Questa passione ha origini lontane nella mia infanzia: fin da quando ero piccola, infatti, colleziono ricci dalle forme e aspetti più disparati. Pensate che ho più di 500 diversi esemplari! Credo che quindi la mia passione da un lato e la mia curiosità dall’altro abbiamo contribuito alla nascita di questo progetto. Quello che mi sono chiesta è: come apparirebbe un riccio, se cambiasse la piega ai suoi aculei di tanto in tanto?
Il riccio protagonista di questa storia è un animaletto vanitoso oppure un mammifero desideroso di sperimentare e di vedersi diverso dal solito? A essere sincera, direi che un pizzico di vanità ce l’ha senz’altro (abbiamo perfino dovuto ammetterlo nella quarta di copertina!). Ma credo che ciò che lo guidi in questa incalzante ricerca di nuove acconciature sia principalmente il divertimento che scaturisce dal vedersi diverso da come appare quotidianamente o da come gli altri si aspettino che debba apparire.
Alle immagini, particolarmente divertenti, si associa un’esplosione di colori e un linguaggio fatto di rime, singole parole – spesso dal suono onomatopeico – che restano. Come mai questa scelta lessicale? “Riccio dal barbiere” è un catalogo di acconciature bizzarre e inaspettate. Pur avendo in sé una piccola narrazione, mi sembrava che le rime fossero il perfetto contraltare di queste illustrazioni che si susseguono in modo così repentino. Sia questo tipo di immagine (quasi un’istantanea!) sia le sonorità delle rime dovrebbero spingere il lettore a girare una pagina dopo l’altra fino ad arrivare al finale e alla ingegnosa soluzione adottata dal protagonista!
Ho trovato, tra le righe della storia, un messaggio di apertura: siamo tutti bellissimi con le nostre diversità e se cambiamo look facciamolo per noi stessi. Cantonata clamorosa oppure ho colto nel segno? Nei libri di minibombo lasciamo sempre grande libertà interpretativa al lettore, quindi direi che hai ragione ma che anche un’altra lettura resta altrettanto valida! Dopo questa lunghissima seduta dal barbiere, il riccio tornerà in qualche nuova storia? Per il momento non ci sono altre storie che lo vedono protagonista, però non si sa mai!
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Il libro è uscito da pochissimo, non abbiamo ancora avuto modo di incontrare i nostri lettori e sentire le loro opinioni. Per adesso posso dire che la curiosità sembra tanta!
Saluta nuovamente i lettori. Un saluto e buoni esperimenti piliferi a tutti!

Titolo: Riccio dal barbiere
Testi e illustrazioni: Silvia Borando
Casa editrice: minibombo
Genere: Narrativa per bambini
Pagine: 60
Anno: 2019
Prezzo: € 9,90
Tempo medio di lettura: 10 minuti
Dopo averlo letto: Provare a cambiare look!

L’autrice
Silvia Borando è nata nel 1986. Da piccola voleva fare la parrucchiera per tingere i capelli di fucsia alla zia. Da grande mantiene la sua passione per i colori lavorando come grafica nello studio TIWI. Coordina inoltre il progetto Minibombo. Vive tra Trecate e Reggio Emilia e il suo animale preferito è il riccio.

Paquito

Lettore medio

Il Gran Balún (Lucia Moschella)

9788899931216_0_0_454_75Di notte il Pallone aprì gli occhi e parlò con la bocca ancora impastata dal sonno.
“Volerò?” chiese al Pilota.
“Voleremo insieme” gli rispose lui.

Dieci anni. Giorno più, giorno meno. Dieci anni a sollevarsi a centocinquanta metri d’altezza e a rimirare lo stesso spicchio di cielo. Per mostrare ai turisti quante e quali meraviglie si nascondano al di là delle nuvole. Dieci anni durante i quali il Pallone Aerostatico protagonista de “Il Gran Balún” (edito da VerbaVolant edizioni) comincia ad annoiarsi. Il suo obiettivo è volare sul serio, senza fili né ancore che ne limitino i desideri. Perché è di desideri che si parla all’interno di un racconto illustrato che ho apprezzato sia dal punto di vista grafico, con un eccellente lavoro realizzato da Stefania Arcieri brava, soprattutto a giocare con la prospettiva (trattandosi di un libro da parati le immagini si allargano per riempire il formato delle pagine) e a usare sapientemente i colori; sia da quello della storia, con Lucia Moschella abile a raccontare una favola che ha per protagonista un Pallone Aerostatico annoiato e sognatore.
Al lettore il compito di scoprire l’epilogo della storia, per il momento parola all’autrice.

Il Gran Balún. Come è nato questo progetto? Ho scritto questa storia a maggio 2016, stavo finendo il biennio alla Scuola Holden. Nello stesso periodo un mio racconto veniva pubblicato con VerbaVolant Edizioni, casa editrice attenta alla letteratura per bambini. Il dicembre successivo ho proposto a Fausta (l’editore di VerbaVolant, ndr) questo testo sbilenco, di cui mi era rimasto solo un pdf mal impaginato. Ad agosto 2017, perse ormai le speranze, Fausta mi ha scritto proponendomi la pubblicazione. Shock.
Il Pallone Aerostatico è animato da un fortissimo desiderio di libertà. Dobbiamo intendere questa voglia di volare come: un eccesso di curiosità; l’aspettativa di conoscere nuovi posti e arricchire il proprio bagaglio culturale; o, più semplicemente, vivere intensamente la propria vita? All’inizio ho creduto fosse noia, ribellione alla ripetizione o libertà. In realtà quel che credo è che il Pallone, semplicemente, compia con la sua scelta una dichiarazione d’identità. Lui è fatto per volare, ma la costrizione alla sua attività – e di certo, il volere del Pilota – lo costringe a terra. A me sembra più un’affermazione di sé che una dichiarazione d’indipendenza, come se il pallone dicesse: “Eccomi, sono fatto per volare, volo”.
Cosa, o chi, ha ispirato questa storia? In fondo, dentro ognuno di noi c’è un prode viaggiatore pronto a mettersi in cammino ma, soprattutto, un Pallone Aerostatico che non vede l’ora di spiccare il volo. Il Pallone è Torino, in Borgo Dora, dove vivevo anche io. Una notte ho sognato che volava via e mi sono subito innamorata dell’immagine. Una seconda ispirazione è venuta dall’ammirazione per il racconto di Donald Barthelme, “Il Pallone”, di cui ho amato e utilizzato l’immagine del pallone sgonfio, a terra. L’idea iniziale era di scrivere un racconto breve, ma andando avanti la lingua si è asciugata e ho capito che stavo scrivendo una storia adatta anche ai bambini, che sarebbe stata bella da illustrare.
Come è stato il rapporto tra autrice ed illustratrice? Quando la casa editrice ha scelto la mia storia, aveva già in mente Stefania. Lei abita a Lille, in Francia, e io a Torino, ma siamo entrambe siciliane. Così ci siamo conosciute via mail e Skype. Le abbiamo affidato il compito di dividere la storia e illustrarla. I punti di vista di certi passaggi si ribaltavano: l’ultima tavola io l’avrei disegnata da terra, lei l’ha disegnata dall’alto. Ci siamo sempre parlate, a volte modificando il lavoro l’una dell’altra. Per me è stato prezioso poter vedere come si lavora con le immagini, e tra noi è stato ben presto naturale trovarci nello stesso contesto, da Torino a Siracusa.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? La cosa che più mi ha stupito è stata la naturalezza con cui è stata accolta dai più piccoli. Ritenevo fosse una lettura più da adulti, invece loro hanno mostrato una maturità per me inedita, anche sul tema della separazione. Una bimba, per dire, mi ha detto che le ricordava quando è morta sua nonna. Così, anche una donna mi ha raccontato che era come quando si era dovuta separare dal figlio, partito per studiare fuori. Per me è stato l’ennesimo modo di accettare come le separazioni siano leggi immanenti della natura umana.
Un saluto ai lettori del nostro blog. Felice il popolo che legge. Bravi!

Titolo: Il Gran Balún
Autrice: Lucia Moschella
Illustratrice: Stefania Arcieri
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: Libri da parati
Pagine: 1 (nel formato 70×100)
Anno: 2018
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Letture consigliate: “Seb e la conchiglia” di Claudia Mencaroni e Luisa Montalto (ed. VerbaVolant) e “L’uomo dei tetti” di Nerina Fiumanò e Angelo Ruta (ed. VerbaVolant)

L’autrice
Lucia Moschella è nata nel 1990 a Siracusa. Dal 2013 vive a Torino, dove lavora come copywriter freelance. Oltre a scrivere racconti, articoli e narrativa è co-fondatrice del progetto Love Storage.

L’illustratrice
Stefania Arcieri vive tra la Francia e l’Italia. Fin da piccola adora i libri, gli albi illustrati e i fumetti, così tanto da fare del disegno il suo gioco preferito: la carta è la materia prima che piegata, ritagliata, spillata, incollata, può dare vita a case, astronavi, abiti, cinema, mongolfiere e a mille altre cose. Frequenta l’Accademia di Belle Arti a Palermo, L’École Superieure d’Art di Cambrai (Francia) e diversi workshop di illustrazione e fumetto. Ama lavorare in gruppo, ha fatto parte del collettivo Fare Ala a Palermo dal 2010 al 2013, e dal 2014 lavora con il collettivo/galleria/casa editrice Le Cagibi a Lille. Oggi continua a illustrare e disegnare per la maggior parte del tempo, oppure progetta libri, fanzine e altri multipli stampati e rilegati artigianalmente, da sola o collaborando con amici serigrafi, stampatori, micro-editori.

Paquito

Lettore medio

Giulietta e Romeo (Serenella Quarello)

9788897698418_0_0_300_75– Sara Rajput o comecavolosichiama? La figlia del kebabbaro? Lei? Proprio lei? Ma dove stava prima?Io non l’ho mai vista.
– No, Romeo, tu non l’hai mai guardata. È bella ed èanche una ok. C’è solo un trascurabilissimo, infimo,minuscolo problemino da risolvere: SUO padre è nemico giurato del TUO.

Un classico della letteratura in chiave young adult? Perché no. Anzi why not, giusto per citare il Bardo. È quel che avviene con Giulietta e Romeo, riscrittura della tragedia shakespeariana a cura di Serenella Quarello (edita da Hop! per la collana “Amori da panico in 4G”).
In una Verona contemporanea, e quanto mai multietnica, gli adolescenti Romeo Montrucchi e Sara Rajput s’incontrano durante una festa innamorandosi reciprocamente. Un sentimento osteggiato fin da subito dalle rispettive famiglie: i Montrucchi e i Rajput, infatti, non vanno particolarmente d’accordo per mere questioni professionali: i primi hanno una gastronomia che, da sette generazioni, nutre gli studenti del vicino liceo; i secondi hanno sfidato qualsiasi tradizione culinaria aprendo una kebaberia.
Nonostante i veti imposti dalle famiglie, i due giovani vivranno il loro amore tra sotterfugi, dediche musicali e infiniti messaggi su WhatsApp. Quale epilogo verrà riservato loro?

Ho trovato davvero molto interessante questa riscrittura. La Quarello si rivolge ai giovani lettori con un linguaggio nuovo e molto diretto, specchio di una generazione che continua ad avere la passione per i libri. Lancia, inoltre, un chiaro messaggio: abbattere qualsiasi barriera etnica attraverso la cultura, la musica, ma soprattutto l’amore. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

Giulietta e Romeo. Come è nato questo progetto? Da una luminosa idea dell’editrice, Lorenza Tonani: ri-raccontare amori “sfigati” celebri in chiave moderna, anzi contemporanea. Fin qui niente di nuovo. La vera novità è stata quella di trasformare alcuni dialoghi del libro in… chat di WhatsApp, anche graficamente. I ragazzi ci dicono che siamo brontosauri dei social? E allora perché non parlare il loro stesso linguaggio? Oggi, nell’era dei social, istantanea e fotografica, l’idea di trasformare la parola-classica in parola-social è uno stratagemma per arrivare ai giovani lettori. E uso la parola stratagemma non a caso, perché l’obiettivo finale di ciascun libro della neonata collana “Amori da panico 4G” è quello di spingere i ragazzini a ritornare ai grandi classici. Il primo non poteva che essere Lui, Shakespeare. Quella di Romeo e Giulietta è una storia eterna che tu la vesta in abiti di velluto e calzamaglie o che si indossino i jeans e una t-shirt! Il bello è ri-accendere l’interesse verso la penna magistrale di chi ha scritto queste storie d’amore. Non voglio certo paragonarmi a loro, ma riportare l’interesse dei giovanissimi verso i classici dimenticati, sì!
Romeo e Sara fanno parte di una generazione multirazziale e tecnologica, rispettando valori come l’amicizia, la cultura e il non dipendere dagli smartphone. Dobbiamo considerarli un’eccezione alla regola, oppure è il caso di superare il luogo comune legato a una nuova generazione senza valori? No, no, affatto! Abbattiamo serenamente il luogo comune della generazione senza valori. Io ho la fortuna (e sì, fortuna!) di lavorare con ragazzi liceali e non è vero che non abbiano valori, li hanno eccome, nonostante la società attuale cerchi di appiattirli e spesso azzerarli, dipingendo i giovani come un gregge di debosciati senza interessi. Semplicemente sono cambiati, i valori. Si adattano, evolvono, sfumano, a volte si camuffano, ma valgono in quanto tali. A scuola si parla molto di diseguaglianze, di integrazione, di amicizia, si cercano di usare le nuove tecnologie facendo a botte con strutture fatiscenti e la mancanza di dotazioni adeguate. Sì, la dipendenza dagli smartphone è un fatto, ma perché, noi adulti forse non lo siamo? Eppure quando racconti loro belle (ma devono essere belle) storie di amore e amicizia, anche “antiche”, i ragazzi ancora si incantano. E allora si dialoga, si discute, si litiga. E si distoglie lo sguardo dallo schermo del cellulare.
La musica – il rap particolare – ha una parte fondamentale nella storia. Ritieni che possa essere questo un viatico per rendere più avvincenti le poesie dei grandi del passato? Sì. Rileggevo quei versi immortali e, non so perché, prendevano la forma, nella mia mente, di frasi rappate, di musica. Siccome la storia parla di scuola, siccome gli stessi miei alunni hanno contribuito a rendere più fresche la chat dei dialoghi “WhatsAppati” del libro e siccome uno di loro è un rapper, perché non proporre lo strano connubio, che poi strano non è stato, tra i versi di Shakespeare e le “barre” del rap? Ancor più che il “mio rapper” nel romanzo è una rapper ed è pure un’immigrata!
La storia lancia un chiaro messaggio: mettiamo da parte i pregiudizi e accogliamo coloro i quali, per ragioni di fede, cultura o altro, sono diversi da noi. C’ho preso? Sì, hai fatto centro. Ho dedicato il libro a Sana e Hina, due ragazze pakistane come “Sara-Giulietta”, la protagonista. Volevano essere semplicemente se stesse e non gliel’hanno permesso. Non voglio dire altro perché vorrei che leggendo la dedica ai lettori venisse voglia di scoprire le loro tristi storie. Nel romanzo, però il finale è felice perché l’integrazione multirazziale è possibile. E quando si accompagna alla curiosità e all’amore, è doppiamente fruttifera. In ogni caso, in ognuno dei libri che entreranno nella collana dovrà esserci almeno un tema caldo: integrazione, bullismo, ecc.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori, soprattutto quelli più giovani? Ottimi! Al di sopra delle aspettative: mi chiedono insistentemente il secondo. Forse aiuta il fatto che le storie siano attualizzate in un contesto che loro conoscono bene: le merende spiaccicate in fondo dello zaino, le prime cotte tempestose, il gruppo di amici e nemici, le aspirazioni, forze e fragilità…questi sono gli ingredienti. È fantastico quando le mamme ti dicono: “Ma lo sa che mia figlia mi ha chiesto di leggerle Shakespeare?”
C’è qualche altro classico della letteratura o del teatro che ti piacerebbe riscrivere in chiave più “young” e moderna? Dunque, del prossimo credo si possa già svelare il titolo perché a breve sarà nelle librerie: “Titanic”. Sono sincera: non era quello che avrei voluto scrivere e non avevo mai visto prima il film. Beh, è stata una scoperta e ho pianto molto, non tanto nelle scene finali, bensì quando l’anziana Rose racconta. I ricordi degli anziani sono toccanti. Un tesoro inestimabile, così come quelli nascosti in fondo all’oceano. Amo il mare e tutto ciò che si lega al mondo sottomarino, quindi “scendere” laggiù e scoprire storie pazzesche, durante la ricerca che sempre faccio precedere a ogni libro che scrivo, è stato entusiasmante, quindi credo che mi piacerebbe unire ancora amore e avventura, o mistero. Ecco potrei scrivere una bella storia d’amore con tocchi gialli o noir.
Un saluto ai lettori del nostro blog. “E così, con un bacio, io muoio!” (W. Shakespeare)
“Un bacio e un arrivederci al prossimo AMORE da PANICO 4G!” (Serenella Quarello)

Titolo: Giulietta e Romeo
Autrice: Serenella Quarello
Casa editrice: Hop! (collana Amori da panico 4G)
Genere: narrativa per ragazzi
Pagine: 172
Anno: 2019
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Letture consigliate: “Giulietta e Romeo” di William Shakespeare.

L’autrice
Serena Quarello, nata ad Asti nel 1970 e diplomata in spagnolo e rumeno, insegna lingue e dirige una compagnia teatrale di studenti. È traduttrice, e dal 2008 scrive libri per bambini, molti dei quali pubblicati dalle più importanti case editrici spagnole. Oltre a “El barco volante y lospersonajesestrafalarios” illustrato da Lucie Müllerová, vincitore nel 2013 del Premio Albo IlustradoEdelvives, per i bambini ha scritto “Pulga y Gigante” con i disegni di Maurizio Quarello per le edizioni OQO. Attualmente sta lavorando a una biografia di Goya.

Paquito

Lettore medio

L’ultima mano di burraco (Serena Venditto)

9788804709312_0_0_503_75Chiudi gli occhi.
Pensa alla libertà.
Non al concetto astratto, all’idea, ma alla sua forma, alla materia di cui è composta, alle sembianze con cui si manifesta.
La libertà.

Una piacevolissima conferma. Pure stavolta recensisco con grande piacere il nuovo romanzo di Serena Venditto “L’ultima mano di burraco” (edito da Mondadori).
Ariel, Kobe, Samuel, Malù e il gatto Mycroft saranno coinvolti, loro malgrado, nell’indagine sulla morte del professor Temistocle Serra, un matematico con la passione per i giochi.
Ed è un gioco – anzi un’autentica sfida col lettore – quello che Serena Venditto porta avanti nel suo romanzo: l’unico indizio è una sequenza di carte disposte lungo il tavolo. Il professor Serra pare aver lasciato un indizio piuttosto chiaro, ma quale?
Ai 4+1 di via Atri il compito di scoprirlo, tra pedinamenti in giro per Napoli, interrogatori semiseri (quasi sempre alla presenza di Mycroft, sempre più provetto detective) e cene luculliane affidate a Kobe, uno dei protagonisti della fortunata saga.
Riusciranno gli improvvisati investigatori a scoprire l’assassino? Ai lettori l’ardua sentenza.

Da amante dei romanzi seriali promuovo anche questo romanzo. Serena Venditto ha una scrittura molto ironica, leggera ed è in grado, molto spesso, di spiazzare il lettore con trovate mai banali che rendono questo romanzo davvero interessante. Promozione a pieni voti anche per quella che definisco la trama parallela: una commedia sentimentale nella quale i protagonisti, in modo particolare Ariel, faranno i conti col peggiore dei nemici: la gelosia.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

L’ultima mano di burraco. Come è nato questo romanzo? È nato dalla fine, ovvero dallo scioglimento del delitto in codice, mentre la casa della vittima a via Piscicelli è stata la scintilla dell’ambientazione: una casa che affaccia da un lato su un vicolo popolare, dall’altro su una strada chic di Chiaia. Due facce, due personalità. Come accade anche per molte persone, no?
Delitto in codice. Quanto è stato difficile/gratificante lavorare su una storia del genere, autentico “esame di maturità” per un giallista? Divertente, più che altro. Elaborare un rompicapo è molto più semplice che non risolverlo, devi solo cercare di essere coerente, poi il resto viene da sé. E ovviamente assicurarti che lo stesso trucchetto non sia stato usato da altri, altrimenti non vale.
Al di là dell’indagine sulla morte del professor Serra, il tema portante di questa seconda avventura del gatto Mycroft e dei “detective” di Via Atri 36 è senza dubbio la gelosia. Un “mostro dagli occhi verdi” che mina la serenità di Ariel, Kobe e pure di qualcun altro. Eh sì, la gelosia è un ottimo sistema per mettere alla prova i personaggi, vedere le loro reazioni, far succedere le cose.
Come in altre storie, anche in “L’ultima mano di burraco” coinvolgi il lettore con una scrittura sensoriale fatta di odori, suoni, ma soprattutto di sapori. Come mai questo desiderio di stuzzicare così tanto il palato dei lettori? Innanzitutto colori, suoni, odori servono a rendere tridimensionale la pagina, a far entrare il lettore in uno spazio, a renderlo familiare. E poi mi piace che mangino in abbondanza, io sto sempre a dieta, almeno loro che si godano la vita!
Márquez, Camilleri, Jane Austen. Come nei precedenti romanzi, anche stavolta rivolgi ai lettori degli straordinari inviti alla lettura, attraverso la riscoperta di classici e narrativa contemporanea. Leggere è un desiderio che non sopisce mai? Mai, è il carburante della scrittura. Leggere è fondamentale, non potrei immaginare la mia vita senza i libri.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Molto buoni, mi stanno arrivando un sacco di messaggi molto affettuosi e sono davvero felice.
Domanda molto difficile: cosa ti aspetti da questo libro? Che domande, la gloria eterna! Scherzo, non saprei. Che continui come è partito mi sembrerebbe già un ottimo risultato. Ho vinto il Premio Costa d’Amalfi nella sezione giallo/noir, sono finalista al Carver e sono stata scelta per il concorso per le scuole La pagina che non c’era. Avanti così!
Visto che sei una presenza fissa sul nostro blog, ci meritiamo un saluto doppio: quello tuo e quello di Mycroft, il gatto detective. Ciao, Lettori medi, diventate sempre più forti!
Memememeowwwwwwwwwwww!!!

Titolo: L’ultima mano di burraco. Quattro coinquilini e un’indagine (per non parlar del gatto)
Autrice: Serena Venditto
Casa editrice: Mondadori
Genere: Giallo
Pagine: 224
Anno: 2019
Prezzo: € 18,50
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Letture consigliate: “Aria di neve. La prima indagine di Mycroft, il gatto detective” di Serena Venditto.

L’autrice
Serena Venditto è nata nel 1980 a Napoli, dove lavora al Museo Archeologico Nazionale.
Ha esordito con la commedia “Le intolleranze elementari” (Homo Scrivens, 2012). “Aria di neve” è il primo volume della seriededicata al gatto detective Mycroft e ai 4+1 di via Atri 36, che, apparsa per la prima volta in libreria per i tipi di Homo Scrivens, ha già ricevuto numerosi riconoscimenti e segnalazioni (Premio Nabokov, Premio della critica Costad’Amalfi, Garfagnana in Giallo, Festival Giallo Garda).

Paquito

Lettore medio

Nos4a2 (Joe Hill)

9781473226418_0_0_0_75Sarebbe felice per sempre a Christmasland. Lassù il mondo non può fargli niente, perché non è un posto nel mondo. È nella mia testa. Sono tutti al sicuro nella mia testa. L’ho sognato, sai, Christmasland. L’ho sognato e cammino, cammino, ma non riesco ad arrivare in fondo al tunnel. Sento i bambini che cantano per me, ma il tunnel non ha fine. Mi serve lo Spettro, mi serve un passaggio.

Victoria, Vic,McQueen ha otto anni quando scopre di possedere una straordinaria abilità: riesce a attraversare il ponte coperto tra lo Smarrito e il Ritrovato. In altre parole, può trovare tutto quello che si smarrisce: oggetti, animali domestici e, in alcune circostanze, persone. Questa sua abilità la espone spesso a situazioni rischiose che la mettono in bilico tra follia e sanità mentale. È lei per prima a dubitare delle sue capacità ogni volta che non ne fa uso. Tutto cambia quando, qualche anno dopo, incrocia sulla sua strada lo Spettro, alias Charles Talent Manx, un altro speciale come lei. Ma, a differenza di Vic, Manx è stato traviato dal suo potere: ha creato un luogo, sospeso tra lo spazio e il tempo, Christmasland, dove si nutre delle anime delle sue piccole vittime. Victoria si troverà quindi ad essere l’unica a poter fronteggiare Manx, soprattutto quando la vita di qualcuno a lei molto caro si troverà in pericolo.
Per chi non lo sapesse, Joe Hill è il figlio di Stephen King e, ora più che mai, è palesemente vero che la mela non è caduta lontana dall’albero. In Nos4a2 (edito da Sperling&Kupfer),viene rimessa in gioco la più antica creatura della notte su cui siano mai state scritte pagine o raccontate leggende: il Nosferatu, il vampiro. Hill rimescola le carte in gioco attingendo dal passato ma, nel contempo, costruendo un proprio mondo narrativo, abitato da creature dotate di poteri stravaganti, doni che spesso richiedono il pagamento di un prezzo proporzionato. Così nasce Charles Talent Manx, il vampiro moderno della nostra storia, una creatura corrotta dal suo potere e dalla sua stessa immaginazione. Un altro punto di forza della storia è, senza dubbio, Christmasland: la terra immaginaria frutto della fantasia malata di Manx. Joe Hill riesce a prendere ciò che è sempre stato associato alle festività natalizie con tutto il bagaglio di purezza e candore per trasformarlo in paura. Nessuno guarderà più un bastoncino di zucchero o un albero di Natale allo stesso modo!
La nostra protagonista, Victoria, è tanto dotata quanto problematica: le conseguenze legate al suo dono la portano a sprofondare sempre più spesso in problemi di varia natura. Non è un’eroina nel vero senso del termine, anzi: vengono messe spesso in evidenza le sue fragilità e debolezze, le stesse che ha un comune essere umano, come anche i suoi pregi tra cui quello per cui si è fatta apprezzare di più: la capacità di riuscire a trasformare tutto il male della propria vita in qualcosa di creativo oltre, ovviamente, al suo coraggio e alla temerarietà nell’affrontare anche l’ignoto per salvare chi ama.Con questo romanzo Joe Hill ha creato un mondo: ben costruito, solido, con personaggi ben fatti e vividi.
Ultima nota di apprezzamento: tutti i fan di Stephen King sanno dei collegamenti che intercorrono tra un romanzo e l’altro del Re (spesso palesi, altre volte meno). A quanto pare anche Joe Hill ha seguito questo filo conduttore: all’interno del romanzo ci sono citazioni riguardanti sia un suo lavoro precedente sia quelli del padre, oltre a diversi omaggi alla madre, Tabitha King, anche lei scrittrice. Al lettore il compito di scovarli tutti (oppure no).

Titolo: Nos4a2
Autore: Joe Hill
Genere: Horror
Casa editrice: Sperling&Kupfer
Pagine: 657
Anno: 2013
Prezzo: € 17,90
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Musica consigliata: Higway to Hell degli AC/DC

L’autore
Joseph Hillstrom King è scrittore e fumettista. Il suo primo romanzo “La scatola a forma di cuore” viene pubblicato nel 2007 sempre dalla casa editrice Sperling&Kupfer. É anche autore di una serie a fumetti “Locke e Key” illustrata da Gabriel Rodríguez.

Giovanna

Lettore medio

Il pieno di felicità (Cecilia Ghidotti)

9788833890012_0_0_503_75La cosa giusta per diventare adulti era rinunciare ai privilegi che derivano dal vivere in luoghi familiari: trovare una strada senza dover tutte le volte impostare un indirizzo su una mappa, avere una macchina a disposizione senza necessariamente possederne una, avere amici di amici che conoscono un idraulico e un falegname a un prezzo sensato, e i genitori vicini quando c’è bisogno di essere aiutati; o di aiutarli.

Cecilia ha trent’anni e una vita da fuori sede. È di Brescia, ma ha deciso di studiare a Bologna, per poi trasferirsi prima a Torino e in un secondo tempo a Coventry. La domanda che tutti le pongono è: perché Coventry? L’ha fatto per amore di Simone e, non essendo una persona che sa stare con le mani in mano, decide di lavorare e tentare di proseguire la carriera universitaria contemporaneamente. Tuttavia, vivere lì non le piace, per questo non perde occasione di ritornare in Italia appena può, di andare in giro per l’Europa e di fare la spola tra Coventry e Londra per un tirocinio, nonostante le ore di treno che le separano.
“Il pieno di felicità” (edito da Minimum fax) raccoglie i pensieri di Cecilia Ghidotti, l’autrice, che ad oggi vive ancora a Coventry, pur essendo in procinto di trasloco in una città – citata nel libro – che, però, non vi svelerò!
Potremmo definirlo un libro che parla ad un’intera generazione, la nostra, perché ora più che mai noi ragazzi viviamo la necessità di partire, allontanandoci dalle nostre origini, per cercare un futuro, soprattutto lavorativo, che possa appartenerci appieno.
All’inizio il cambiamento è sempre un po’ traumatico e, se si sente la nostalgia di casa, non bisogna pensare di essere dei deboli: stiamo prendendo in mano la nostra vita. Stiamo diventando grandi e sta accadendo proprio a noi.
In questo romanzo, l’autrice dà voce a tutte le ansie per il futuro, utilizzando talvolta l’ironia e facendoci pensare che, in fondo, le cose che ci capitano sono le occasioni che decidiamo di cogliere e che “possiamo prendercela un po’ come viene, come abbiamo sempre fatto. Finora ha funzionato, no?”
A questo punto non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

Cosa ti ha spinto a scrivere la tua storia? Non è che io abbia deciso tutto d’un colpo di mettermi a scrivere un libro prevalentemente incentrato sulla mia esperienza personale. È stato un avvicinamento progressivo, prima ho scritto dei racconti brevi su alcune mie esperienze che sono finiti in “Abbiamo le Prove” (rivista online fondata da Violetta Bellocchio, ndr) un progetto di scrittura collettivo che raccoglieva storie autobiografiche di ragazze più o meno della mia età. Questo mi ha dato lo slancio e il coraggio per mettere da parte il pudore e iniziare a scrivere esplicitamente dei fatti miei. Poi bisogna anche dire che ogni storia reca traccia di chi l’ha creata, c’è tutto uno spettro che va da chi si nasconde e quasi scompare nelle pieghe del testo a quanti dicono “se volete, io sono qui”. Questa volta ho optato per una scrittura scopertamente, spudoratamente referenziale, non è detto che questa sia una scelta definitiva.
Leggendo il tuo libro troviamo spesso termini in inglese, come mai questa scelta? Molto del libro è ambientato a Coventry, in Inghilterra. Anche se per lo più io frequento persone italiane e parlo italiano, vivo ormai da anni in un contesto in cui l’italiano non è la lingua principale. L’inglese mi consentiva di mettere in scena una tensione tra la mia lingua madre e la lingua d’uso nelle interazioni al di fuori dell’ambiente domestico. L’inglese è una lingua che più o meno ormai in molti padroneggiamo, tuttavia mi interessava mettere in evidenza che questo padroneggiare non è automatico, non è neutro, richiede uno sforzo e poi ci sono delle parole o delle espressioni che smettono di esistere o non sono mai esistite in italiano, esistono solo in inglese, hanno quel suono lì e quindi andavano messe in inglese. Insieme ad Alessandro Gazoia, l’editor che ha lavorato con me a questo libro, ci siamo chiesti l’inglese quanto potesse ostacolare la comprensione, tuttavia abbiamo concluso che valeva la pena di correre il rischio, non solo per una questione di resa mimetica dell’ambiente ma perché la storia parla anche di fare i conti con una lingua che senti un po’ imposta e questa dinamica non andava solo raccontata, andava anche mostrata.
Si può dire che abbia anche una colonna sonora perché citi spesso gruppi musicali; quanto ti ha aiutata la musica non solo nella stesura del libro, ma anche nei momenti da fuori sede? Tornando all’inglese di cui sopra, aver iniziato ad un certo punto – molto più tardi della media, sospetto – ad ascoltare parecchia roba in inglese, dopo anni di autarchia per lo più involontaria, mi ha consentito di fare un po’ pace con la lingua. Per il resto la rilevanza della musica all’interno del libro non è stata qualcosa decisa a priori, se l’è presa strada facendo. Come è chiaro a chi legge il libro, io tendo a fissarmi in maniera piuttosto decisa su alcune band e/o canzoni e molte di quelle che poi ho usato sono lì perché mi sembrava potessero aggiungere un livello al libro. Nel senso: c’è una tale canzone che probabilmente ha, per chi l’ha scritta, un certo significato, poi ci sono io che la prendo e la piego a quello che mi interessava dire nell’economia del libro e, infine, c’è il senso che già aveva per un lettore. Secondo me dall’incrocio di queste tre direttrici possono uscire delle cose interessanti. Poi la musica e il consumo di musica, soprattutto nella forma dei festival è uno dei temi su cui torno di continuo, i festival sono visti come uno di quei momenti che consentono di fare un po’ pace col presente, per cui episodi come quello del Primavera Festival sono centrali. Io di solito ascolto musica mentre scrivo tuttavia dev’essere musica che conosco bene se no mi distrae, ma nello stesso tempo non può essere del tutto ancorata ad un periodo preciso. Per dire, il disco di PJ Harvey di due o tre anni fa, The Hope Six Demolition Project è talmente legato al pendolarismo da Coventry a Londra quando lavoravo in casa editrice che non posso più nemmeno ascoltarlo. Recentemente sono ossessionata dai video in cui Sharon Van Etten suona dal vivo Seventeen perché è una performance vocale potentissima, in cui mi pare che lei sia completamente in controllo del pezzo, ma anche costantemente a disagio nel trovarsi più esposta perché non sta suonando la chitarra, quindi probabilmente se stessi scrivendo qualcosa in questo momento costruirei qualcosa a partire da questa canzone.
Come stile narrativo, chi senti ti abbia influenzata? Per questo libro credo di aver saccheggiato “Piove all’insù” di Luca Rastello (Bollati Boringhieri 2007) anche se in maniera magari non esplicita. Purtroppo lui non c’è più quindi non posso andare a chiedergli di persona cosa ne pensa di questa mia affermazione. La struttura di “Piove all’insù”, libro dalla natura meno scopertamente autobiografica del mio, ma comunque basato sulla vicenda personale dell’autore, fatta di brevi capitoletti che non si susseguono in ordine cronologico ma organizzati attorno a nuclei tematici, mi ha molto influenzato nella struttura (nel senso che io e il mio editor siamo, ad un certo punto, impazziti nel tentare di restituire un andamento cronologico almeno superficialmente coerente a quello che avevo scritto). Per il resto Chimamanda Ngozi Adichie, Zadie Smith, Caitlin Moran, Viv Albertine, Ferrante e Starnone. Tondelli. Celati per lo sguardo sul paesaggio padano. Gli Offlaga Disco Pax. Per fortuna ho letto Sally Rooney quando la maggior parte del libro era già scritta.
Per finire, lasceresti un saluto o un consiglio ai Lettori Medi? Innanzitutto grazie di aver letto fino qui. Io, che sono una che si affida tantissimo ai consigli altrui, suggerirei a quelle come me di fare un po’ più di testa loro.

Titolo:
Il pieno di felicità
Autore: Cecilia Ghidotti
Genere: Romanzo autobiografico/di formazione
Casa editrice: Minimum fax
Pagine: 218
Anno: 2019
Prezzo: € 16
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Autore e quadro consigliato: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (Paul Gauguin, olio su tela 1897)

L’autrice
Cecilia Ghidotti, classe 1984, è nata a Brescia, si trasferisce a Bologna per studiare, poi a Torino per frequentare la Scuola Holden. Ha scritto per il teatro e pubblicato racconti. Vive a Coventry in Inghilterra.

Arianna