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La gioia fa parecchio rumore (Sandro Bonvissuto)

9788806217723_0_0_471_75– Te va bene da tre metri? Ce n’ho uno già tajato, – disse quello.
Papà rispose con la mano facendo il segno di tre e mezzo. – Perché? – chiesi a Zio.
Zio mi rispose che innanzi tutto mi dovevo fare gli affari miei perché loro di quelle cose ci capivano, e poi che ero davvero deficiente, perché non mi rendevo conto che sarebbe stato proprio quel mezzo metro in più a innalzare la mia bandiera sopra tutte le altre. E che nella vita dovevo protestare quando di roba me ne davano di meno, non quando me ne davano di più.

C’era una volta un ragazzo innamorato della sua squadra del cuore. Sono state queste le prime parole che ho appuntato, su un taccuino che utilizzo appositamente per le recensioni, durante la lettura de “La gioia fa parecchio rumore”, il nuovo romanzo di Sandro Bonvissuto edito da Einaudi.
Non si tratta di narrativa sportiva (non soltanto, almeno), ma di una storia d’amore tra un ragazzino e la Roma. Una squadra che, a cavallo tra gli ’70 e la metà degli ’80, ha regalato ai propri tifosi magre soddisfazioni e bocconi amari da buttar giù fino all’arrivo di Paulo Roberto Falcão, il centrocampista brasiliano che, oltre a distinguersi per la tecnica, per primo sfatò un tabù: parlare di scudetto in una città nella quale, calcisticamente parlando, la scaramanzia regnava (e regna tutt’ora) sovrana.

Bonvissuto regala una storia autentica, genuina, nella quale il dialetto ha l’effetto di un a solo musicale. Cattura l’attenzione e accompagna il lettore tra le righe di una storia che può essere apprezzata anche se si conosce poco il calcio. Basta esser stati innamorati almeno una volta nella vita e aver sofferto e poi gioito e pianto per esprimere queste contrastanti emozioni. Emozioni che ho provato sulla pelle e che mi hanno fatto promuovere a pieni voti questa storia.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“La gioia fa parecchio rumore”. Come è nato questo romanzo? È nato, e di questi tempi mi pare già una cosa rivoluzionaria. Alla base c’era il desiderio di raccontare la storia d’amore più antica per ognuno di noi, quella con la propria squadra del cuore. Il primo legame sentimentale in senso cronologico, anche se di logico non ha proprio niente. Come ogni vero amore. Avevo l’idea in testa e ne ho parlato con Dalia Oggero di Einaudi, la mia editor. Ma non sono bravo a parlare così mi sono messo a scrivere. I libri nascono così.
La Roma: un po’ mamma, un po’ fidanzata con la quale si soffre, si gioisce, ci si prende a male parole; uno stato mentale; il concetto stesso di felicità. Quale tra queste definizioni ti appartiene di più e quale, tra queste, hai fatto emerge maggiormente nel tuo romanzo? Appaiono tutte. A volte insieme, a volte da sole. L’amore è una cosa che tutti sanno cos’è, eppure nessuno lo sa spiegare agli altri compiutamente. Qui si dice che l’amore non si può comprendere come concetto astratto, esiste solo incarnato in un gesto, e va colto accoppiato con qualcosa, sovrapposto. E allora si racconta la vita del ragazzino e di questa comunità, una vita piena di gesti d’amore.
Roma: città che resta sullo sfondo e che permette al lettore piacevolissime divagazioni. Quanto e come il calcio ha cambiato questa città negli ultimi quarant’anni? Il calcio è qualcosa di molto recente rispetto a Roma, vabbè rispetto a Roma tutto è molto recente. Roma ha accolto nella sua lunga storia tante disgrazie, tante piaghe, epidemie, invasioni, dittature, la politica della nazione, la chiesa d’Occidente, e alla fine ha accolto anche il calcio. È una città che sembra sappia solo accogliere. E chi viene non se ne vuole più andare. Poi certo è cambiata, eppure se la guardi non hai dubbi o incertezze, lo si che quella è Roma.
Paulo Roberto Falcão: Per il protagonista del romanzo qualcosa in più dell’ottavo re di Roma. Cosa esattamente? L’uomo che scrive il suo nome nella storia di una città che è essa stessa la storia. E per entrare nella storia di Roma devi essere qualcosa di molto più grande dell’umano. Quando venne la squadra era in cattive acque. Come sempre. Lui ha cambiato la mentalità di un ambiente arreso all’idea che non avremmo raggiunto mai nessun risultato e ci ha insegnato che anche noi potevamo vincere. Ha diviso la storia della squadra in un prima e in un dopo di Lui.
E ora veniamo alle dinamiche familiari: un padre, un zio, ma pure un nonno che fanno da maestri di vita e, soprattutto, di tifo. Lecito chiederti: quanto di autobiografico (o semplicemente di vissuto) c’è in questi passaggi? Molto, ma non più di quanto potrebbe esserci per un mio contemporaneo. All’epoca del libro le famiglie erano tutte uguali e al centro della narrazione c’è proprio la grande famiglia italiana come istituto, in molti mi hanno scritto di aver letto in queste pagine la loro vita, la loro storia, anche se io non li conosco. È il miracolo di questo libro, e di un amore che, come dice uno dei nostri inni (perché noi ne abbiamo tanti) … ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo [“Grazie Roma” di Antonello Venditti, ndr].
Tecnicamente parlando: Come mai la scelta di omettere i nomi dei calciatori? Volevo un libro per tutti, non solo per gli addetti o per gli appassionati di calcio. Chi capisce di pallone può facilmente riconoscere protagonisti e partite, chi non si intende di questo sport può leggere il libro come una saga familiare. Se metti i nomi dei giocatori il libro parla di calcio, se non li metti il libro parla di uomini.
Barabba, il Mister e molti altri maestri di strada o di curva dispensano pillole di quotidiana saggezza raccolte e assimilate dal protagonista della storia. Vale l’assunto la migliore università è ai piedi di una persona coi capelli bianchi? Certo. Anche se il rapporto è reciproco: i vecchi possono avere molto dai giovani, anche e soprattutto l’occasione per riscattare gli errori commessi in gioventù aiutando qualcuno nel suo cammino di vita, la convivenza era prevista dalla civiltà dell’epoca ed è qualcosa di molto conveniente per entrambe le fasce di età, un gesto spesso inconsapevole e soprattutto gratuito. Se i giovani parlassero di più con gli anziani avrebbero meno bisogno degli psicologi.
Finora quali sono stati i feedback dei lettori? Uno più bello dell’altro, da far girare la testa.
Al di là dei risultati, quanta nostalgia hai di quella Roma di inizio anni ’80 e quanto ti manca poter ascoltare una partita della Roma attraverso la radiolina?
La radiolina la uso ancora oggi, pensa che l’ascolto anche allo stadio mentre guardo l’incontro in diretta, così vivo due partite insieme invece che una. Quella Roma di allora è passata e oggi ce n’è un’altra da amare e da seguire, anche se il primo amore non si scorda mai. La nostalgia è per la mia giovinezza, ma questo fa parte del viaggio, anche se la valigia dei ricordi si fa sempre più pesante.
Ultima domanda: cosa ti aspetti da questo libro? Mi riempie di doni ogni giorno, non faccio in tempo a desiderare qualcosa che lui me la regala, e penso non abbia ancora finito. Il libro è di certo il miglior amico dell’uomo.

Titolo: La gioia fa parecchio rumore
Autore: Sandro Bonvissuto
Casa editrice: Einaudi
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 200
Anno: 2020
Prezzo: € 18,50
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Libri consigliati: “Febbre a 90°” di Nick Hornby
Film suggeriti: “Il mio amico Eric” diretto da Ken Loach.
Colonna sonora consigliata: “Grazie Roma” di Antonello Venditti
Dopo aver letto il libro: Cercare su YouTube Paulo Roberto Falcão e lasciarsi incantare dalle sue prodezze calcistiche.

L’autore
Sandro Bonvissuto vive a Roma. Fa il cameriere in un’osteria ed è laureato in filosofia. Alcuni suoi racconti sono stati raccolti nel volume “Nostalgia del vento” (Amaranta editrice, 2010) che per varie traversie non ha avuto distribuzione. Nel 2012 Einaudi ha pubblicato “Dentro”.

Paquito

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Il mare non bagna Napoli (Anna Maria Ortese)

9788845922855_0_0_422_75Rimaneva un fatto: come già a Forcella, non avevo visto ancora tante anime insieme, camminare o stare ferme, scontrarsi e sfuggirsi, salutarsi dalle finestre e chiamarsi dalle botteghe, insinuare il prezzo di una merce o gridare una preghiera, con la stessa voce dolce, spezzata, cantante, ma più sul filo del lamento che della decantata allegria napoletana. Veramente era cosa che meravigliava, e oscurava tutti i vostri pensieri.

Napoli: fine della Seconda guerra mondiale. Attraverso una serie di racconti e reportage, passeggiamo tra le strade martoriate e incontriamo una città desiderosa di riprendere in mano il proprio destino. È così per la piccola Eugenia, che è felicissima di poter guardare il mondo con occhi nuovi, perché sua zia le ha comprato finalmente gli occhiali. È così peri dimenticati dei Granili, un edificio imponente che dopo la guerra viene usato dalla gente povera come rifugio e che versa in condizioni pessime. Malgrado ciò, tutti si aiutano cercando di riacquistare la propria dignità calpestata, continuando ad andare a lavoro, chi un lavoro ce l’ha.
Sull’autobus osserviamo quello che c’è intorno e arriviamo nella parte “bene” di Napoli. Ci fermiamo a casa di Luigi Compagnone, scambiamo con lui due chiacchiere sulla politica e su ciò che ne è stato di “Sud”, la rivista a cui anche l’autrice ha preso parte con i suoi articoli; incontriamo PasqualePrunas alla Nunziatella, una persona e un luogo che per l’autrice sono stati molto importanti, come spiega in “Le giacchette grigie di Monte di Dio”, perché è grazie a quel gruppo di cui Pasquale è a capo che lei ha iniziato a lavorare alla raccolta.
Già dal titolo “Il mare non bagna Napoli” (edito da Adelphi) Anna Maria Ortese mostra una città che non tutti conoscono o che conoscono poco. Siamo abituati a pensare che Napoli e il mare siano una sola entità, non è un caso che venga chiama città partenopea, dato che Partenope era una sirena. La cosa che colpisce però è quanto amore traspaiadalle sue parole, se pensiamo che a descrivere questa città è una non napoletana. La Napoli assolata e allegra, che se fosse un colore sarebbe il celeste, viene coperta da una patina cupa, triste, che la rende grigia.
Il popolo e gli intellettuali sono qui facce della stessa medaglia e la rassegnazione è il sentimento che si percepisce di più. La Ortese parla dei suoi compagni, non solo di Luigi Compagnone e Pasquale Prunas, che ho citato, ma anche di La Capria, Pratolini, Rea e Scognamiglio. L’autrice non ne parla esaltandoli; anzi, muove loro qualche critica,perché li considera degli egoisti che hanno messo da parte gli ideali per la gloria.
Ai nostri occhi fa un certo effettovedere questi mostri sacri della letteratura italiana essere “umanizzati” in questo modo tra le pagine. E in effetti, all’epoca della pubblicazione, la Ortese fu molto criticata, tanto che, addolorata, non fece più ritorno a Napoli.
Nonostante tutto, questo libro è una vera e propria dichiarazione d’amore a Napoli e ai napoletani, che sono i veri protagonisti della raccolta. Non è semplice parlare di una realtà estranea, ma quando quella realtà la senti parte del tuo cuore, vuoi che tutti la conoscano e se ne innamorino.

Titolo: Il mare non bagna Napoli
Autrice: Anna Maria Ortese
Genere: Racconto, reportage
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 176
Anno: 2008
Prezzo: € 11,00
Autore e quadro consigliato: “Il mare non bagna Napoli” di Bianco-Valente, 2015

L’autrice
Anna Maria Ortese, figlia di un siciliano e una napoletana, aveva cinque fratelli e una sorella, Maria con la quale convisse tutta la vita. Nel 1928 andò a Napoli, dove frequentò per un breve periodo, con studi irregolari, una scuola commerciale. La morte del fratello Emanuelefu quella che la portò a scrivere. La sua prima raccolta di racconti pubblicata fu Angelici dolori (Bompiani, 1937). Con Il mare non bagna Napoli vinse il Premio Viareggio nel 1953, mentre nel 1967 vinse il Premio Strega con Poveri e semplici.

Arianna

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Quanto è piccolo il mondo (Angelo Mozzillo e Ilaria Perversi)

9788899931391_0_0_471_75Se ci avete visto in giro già lo sapete:
noi giganti siamo alti, forti e possenti.
Ma c’è una cosa che proprio non mi va dell’essere un gigante…
I nostri grossi, grossi piedoni!

Cosa succederebbe se, un giorno, un gigante decidesse di intraprendere il giro del mondo? È quel che si chiedono Angelo Mozzillo e Ilaria Perversi, autori di “Quanto è piccolo il mondo”, racconto illustrato edito da VerbaVolant.
La risposta è semplice: il gigante si lascerebbe rapire dalle meraviglie del creato. Terre nelle quali la natura esprime tutta la sua bellezza, ma pure città divenute meravigliose grazie all’intervento dell’uomo. Un continuo stupirsi quindi, ma bisogna mettere in conto pure qualche disagio per questo viaggiatore over size. Quale?

Al lettore il compito di scoprirlo grazie a una storia breve ma estremamente divertente. Mozzillo delinea un personaggio che mostra un’ingenuità riconducibile ai bambini, ma lancia pure un messaggio: lì fuori è pieno di meraviglie da scoprire. Meraviglie che vengono valorizzate dall’ottimo lavoro di Ilaria Perversi che, con un tratto molto cartoonistico, da vita a un universo nel quale gli animali si godono il passaggio del gigante al pari di un inaspettato evento della natura.
Non aggiungo altro. È il momento di far parlare Angelo Mozzillo, autore dei testi della storia.

“Quanto è piccolo il mondo”. Come è nato questo progetto? Negli ultimi otto anni ho avuto difficoltà a stare fermo in un posto. Ho vissuto fra Roma e Milano con una media di un trasloco ogni uno/due anni. Mi piace essere in giro – e parlo anche solo di girovagare per un quartiere sconosciuto. “Quanto è piccolo il mondo” però, per quanto sia una storia di viaggio, è nato in un momento di pausa. Mi trovavo nella casa dove sono cresciuto, ad Orta di Atella, in provincia di Caserta.

Il protagonista del racconto è un gigante che vaga di città in città, anzi di territorio in territorio. Questo personaggio è un espediente narrativo o la metafora per raccontare altro? Questo è un libro che parla di viaggi, ma il viaggio è solo un pretesto per parlare di consuetudini. Siamo così abituati a circondarci di comodità che a volte rifiutiamo anche un piccolo stravolgimento per paura di uscire dalla nostra comfort zone. Questa storia molto semplice nasconde un messaggio altrettanto semplice: a volte, per godere appieno di un’esperienza, bisogna stare un po’ scomodi. È una cosa che devo ricordare anche a me stesso, e che mi sta tornando utile adesso, in questo particolare periodo in cui siamo tutti isolati. Anch’io, come un po’ tutti, nascondo dentro un gigante lamentone.
I riferimenti letterati alti sono numerosi: da Jules Verne a Roald Dahl, passando per Dante Alighieri. Quanto la letteratura di viaggio ha influenzato questo racconto? Verne e Dahl sono stati i miti della mia infanzia, assieme alle peregrinazioni dei personaggi di Mark Twain. È molto probabile che le loro storie piene di meraviglie mi abbiano influenzato, anche se in modo non consapevole. Difficilmente, quando inizio a scrivere qualcosa, parto da un messaggio che voglio raccontare. Il fatto che questa volta sia venuto fuori un libro sul viaggio è stato del tutto casuale, spontaneo. E mi è parsa un’evoluzione coerente con l’albo illustrato pubblicato precedentemente per VerbaVolant: “Abita qui Mimì?”.
A proposito di Dante: il camaleonte, nostra vecchia conoscenza, fa la sua comparsa abbracciato a Mimì. C’è da attendersi il loro ritorno? “Abita qui Mimì?” è stato il mio primo esperimento con i libri per bambini. Anche quello, come “Quanto è piccolo il mondo” è stato illustrato da Ilaria Perversi, con la quale condivido gran parte delle mie idee e dei miei progetti. Entrambi siamo legatissimi a Dante, e in questo nuovo albo abbiamo voluto raccontare in un brevissimo flash l’evoluzione del suo rapporto con Mimì – rapporto che nel primo libro è ancora agli inizi. Un po’ come quei film che finiscono con la scritta Due anni dopo….
Quanto è difficile realizzare storie per bambini? E quanto è divertente rapportarsi con loro durante fiere, eventi e presentazioni? Per quel che mi riguarda le difficoltà nella scrittura per bambini sono due: prima di tutto immaginare una buona storia. Dopodiché evitare di complicarla.
Chi scrive tende naturalmente a complicare le trame, a mettere degli ammiccamenti che all’autore piacciono ma che il bambino difficilmente può cogliere data la sua esperienza; a voler esagerare più per autocompiacimento che per reale esigenza. “Quanto è piccolo il mondo” per me è stato anche un esperimento sulla sintesi: la storia è molto più diretta rispetto a quella di “Abita qui Mimì?”, che invece aveva un testo più corposo. Non so ancora se l’esperimento sia riuscito: molti ci hanno detto di preferire questo nuovo albo, altri invece sono più affezionati alla storia di Dante e Mimì. Se qualcuno volesse esprimerci la sua idea ci scriva pure, ogni feedback è per noi preziosissimo.
Tornando alla storia arriva chiaro un messaggio: per affrontare qualsiasi avventura servono le scarpe giuste. O forse no? Ehm, sì. Vedo che è tutto chiaro!
Come è andato avanti il dialogo tra te e Ilaria Perversi? Vi siete fidati l’uno dell’altra, avete discusso? Vi siete confrontati tavola dopo tavola? Lavoro benissimo con Ilaria perché condividiamo un certo tipo di idee e un immaginario molto simile. Di solito lei fa una proposta iniziale nella quale io non metto becco se non interpellato, dopodiché, in una seconda fase, passiamo assieme a limare le tavole che non convincono. Accade anche il contrario: a volte le tavole funzionano così bene che sono io a modificare il testo quando finisce per dire cose che si capiscono benissimo già dai disegni. Tornando a quanto dicevo prima sulla sintesi, poi, con Ilaria abbiamo anche fatto un altro esperimento dove la sintesi è stata anche visiva: si chiama “Il gallo che aveva un barattolo in testa”, un albo che dovrebbe uscire nel 2020 (coronavirus permettendo) per Pane&Sale.
Quali sono stati i feedback dei lettori? Al momento per fortuna sono stati feedback molto buoni. Ma come dicevo noi siamo sempre affamati di nuove opinioni, per cui chi volesse dirci cosa pensa del libro ci scriva su Facebook, su Instagram, via mail, dove vuole!
Ultima domanda: il prossimo viaggio in programma [diamo un segnale di speranza anche attraverso l’intervista] e quello che ricordi con più piacere. Purtroppo non sono ancora riuscito a fare tutti i viaggi che ha fatto il gigante lamentone di “Quanto è piccolo il mondo”, ma ce n’è uno che ricordo molto bene ed è quello a Copenaghen.
La prossima città che ho in programma di visitare è Stoccolma. Probabilmente dovrò posticipare la partenza per via del coronavirus, ma conto di andarci lo stesso. E poi vorrei fare un viaggio da solo prima o poi. Ci ho sempre pensato ma non ho ancora avuto il coraggio di farlo. Che sia arrivato il momento anche per me, come per il gigante, di togliersi gli scarponi?

Titolo: Quanto è piccolo il mondo
Autore: Angelo Mozzillo
Illustrazioni: Ilaria Perversi
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: Racconto illustrato
Pagine: 40
Anno: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Dopo averlo letto: Programmare un viaggio. Poi un altro, poi un altro ancora.

Gli autori
Angelo Mozzillo nasce a Napoli nel 1988. Vive a Milano, dove nel 2014 si è diplomato in regia cine-televisiva alla scuola di cinema Luchino Visconti. A Milano collabora con lo studio Kaos Produzioni come autore di installazioni multimediali per biblioteche, archivi e musei. Nel 2011 ha diretto il cortometraggio Jere Jeff, girato fra Italia e Senegal e presentato al Giffoni Film Festival. Negli ultimi anni ha sceneggiato l’atto unico “Totò e le quattro massime” interpretato dall’attore Maurizio Casagrande e il cortometraggio “Caro Gioacchino” prodotto per il teatro San Carlo di Napoli in occasione dei 150 anni dalla morte di Rossini.
Con Ilaria Perversi ha ideato il cortometraggio animato “Couples” e l’albo illustrato “Abita qui Mimì?”.

Ilaria Perversi nasce nel 1992 a Milano. Nel 2014 si diploma in Digital Animation alla scuola di cinema Luchino Visconti. Il suo cortometraggio animato Couples, ideato insieme ad Angelo Mozzillo, ha vinto numerosi premi nei festival italiani di settore. Attualmente lavora come illustratrice freelance, realizzando pattern e character design per app interattive, editoria, video in motion graphic e cortometraggi animati.
“Abita qui Mimì?” è il suo primo albo illustrato.

Paquito

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Metà di un sole giallo (Chimamanda Ngozi Adichie)

9788806229863_0_0_0_75La fame come arma di guerra nigeriana. La fame che distrusse il Biafra, che lo rese celebre… e permise ai genitori di tutto il pianeta di ordinare ai propri figli di finire quel che avevano nel piatto.

Ogni lettura è un viaggio e questo libro è un viaggio che ti porta dove non ti aspetti, in un paese la cui cultura e storia si smarriscono in quel grande calderone che nella mente degli europei è l’Africa.
Le due protagoniste del romanzo Olanna e Keinene vivono in Nigeria, e dopo aver completato i loro studi in Inghilterra portano in patria i loro ideali e le loro aspettative per il futuro. Il paese che trovano, fresco di indipendenza, è colorato dai contrasti e la fragile democrazia, in cui cercano di costruire la loro vita sentimentale e professionale, è ben distante dall’ideale a cui aspirano. Insieme a loro si muovono altri personaggi, che incarnano ciascuno una delle facce del complesso prisma che è la società nigeriana dei primi anni ’60. Ugwu è un ragazzino che dalle campagne viene mandato a servizio in casa di un professore universitario, scoprendo così il contrasto fra la cultura rurale, ancora intrisa di superstizione, ed il mondo degli intellettuali che popola la giovane università di Nsukka. Richard è uno scrittore inglese che sceglie di uscire dalla cerchia di bianchi che ancora influenzano l’economia nazionale, vivendo in un isolamento fuori contesto, e di immergersi nella della vita in Nigeria.

L’Africa che troviamo nelle di “Metà di un sole giallo” (Einaudi Editore) non è il paese stereotipato di cacciatori e baronesse della Blixen, in cui le popolazioni indigene fanno solo da sfondo alla vita di un’élite coloniale, ma è un’Africa animata dalla tradizione, da ideali e passioni pulsanti, descritta con una lingua che fa ampio uso di termini – la lingua dell’etnia a cui appartengono le due protagoniste e l’autrice stessa – e che ce la rende ancora più viva. È una società che deve confrontarsi con la difficile eredità del colonialismo, con l’analfabetismo e con la corruzione, ma soprattutto con le tensioni etniche, che presto la travolgeranno. Di lì a poco scoppierà la guerra del Biafra, una piccola guerra ormai dimenticata, in cui l’autrice ci proietta improvvisamente, rompendo la linearità della narrazione, e portandoci là dove non avremmo mai voluto andare, nella disperazione di una tragedia umanitaria che è diventata proverbiale, e nello sconvolgimento delle vite delle nostre protagoniste, le cui aspirazioni sono ormai distrutte dalla realtà della guerra civile e dalla fame.
La Adichie non ci risparmia nulla del conflitto biafrano, delle sue atrocità e delle sofferenze, che fanno di ogni guerra, anche se piccola e dimenticata, l’epicentro di un terremoto emotivo che segnerà per sempre coloro che la vivono ed imprimeranno nella memoria dei lettori una lezione indelebile sull’umanità dell’Africa.

Titolo: Metà di un sole giallo
Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Casa editrice: Einaudi
Genere: Romanzo storico
Pagine: 456
Anno di pubblicazione: 2016
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura:7 giorni
Suggerimento di lettura: “Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie (Einaudi Editore)

L’autrice
Chimamanda Ngozi Adichie nasce nel 1977 ad Abba in Nigeria e cresce nella città universitaria di Nsukka. Con “L’ibisco viola” ha vinto il Commonwealth Writers’Prize for Best First Book nel 2005 e con “Metà di un sole giallo” l’Orange Broadband Prize nel 2007. Molto attenta al tema della parità di genere nel 2013 pronuncia il discorso “Dovremmo essere tutti femministi” poi pubblicato da Einaudi 2015.
«Time Magazine» l’ha inclusa nell’elenco delle 100 persone più influenti al mondo nel 2014. Adichie è stata definita «la ChinuaAchebe del XXI secolo».

Cristina

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Sei personaggi in cerca di Totore (Francesca Gerla e Pino Imperatore)

9788899304768_0_0_471_75Addò sta Totore?
Nessuno me l’ha saputo dire.
Scomparso. Evaporato. Irreperibile.
Ve lo giuro: se esco vivo da qua e papà non mi spella, ‘o vaco a cerca’ fino a ‘ncoppe ‘a luna, e appena lo trovo, ‘o scamazzo comme ‘nu scarrafone.
M’ha ‘nguaiato l’esistenza.
E la cosa più assurda, porcoggiuda, è che ancora non so come s’è concluso The Walking Dead.

Marianella, periferia nord di Napoli. Un rocambolesco incidente automobilistico coinvolge sei persone. L’anello di collegamento tra i personaggi è lui: Totore; uno scapestrato ventenne che, dopo aver commesso il fattaccio, sparisce. Le sei vittime raccontano la loro versione dei fatti, una alla volta, sperando di riacciuffare il prima possibile il furfante. Ma dov’è finito Totore? Quali misteri si nascondono dietro il suo strano comportamento? Domande che non trovano risposta, finché non sarà lui stesso a prendere la parola. Dimostrando che la verità non è mai una sola.
Già dalla citazione pirandelliana del titolo si capisce subito che “Sei personaggi in cerca di Totore” di Francesca Gerla e Pino Imperatore (editore Homo Scrivens) non è un semplice romanzo. È copione teatrale, già bello e pronto per essere messo in scena sotto forma di monologhi dei sette protagonisti. È sceneggiatura cinematografica e, visto il periodo d’oro che sta vivendo Napoli nel regno della celluloide, sarebbe un’occasione da non perdere. È valorizzazione della lingua napoletana, che grazie alla bravura degli autori diventa fruibile anche ai meno napoletanofili e, dunque, assurge a linguaggio di fama nazionale. È riqualificazione delle periferie, perché l’ambientazione – la Napoli Nord che spesso balza agli onori della cronaca nera – permette al lettore di tutta Italia di conoscere una parte di Napoli diversa dagli stereotipi del sole-mare-pizza-Vesuvio, ma non per questo meno feconda culturalmente.
I due simpaticissimi autori mi hanno concesso questa breve intervista per la gioia di tutti gli amici del Lettore Medio.

Come è nato questo romanzo a quattro mani?
Francesca: Mi ritrovai a parlare con Pino dell’ipotesi di scrivere un romanzo umoristico ambientato in ospedale dal titolo “Sei personaggi in cerca del dottore”, frutto delle mie peripezie in ospedale. Pino ha ascoltato la mia idea e ha iniziato a trasformarla; abbiamo preso a immaginare altri sviluppi ed è diventata una collaborazione.
Pino: A decidere per noi sono stati il feeling, la stima e l’amicizia che ci uniscono e che spesso ci portano a farci un sacco di risate insieme. La decisione di operare in tandem è stata dunque naturale, spontanea.

Quali sono stati i vantaggi e quali i problemi riscontrati, se ne avete avuti (non mentite!)?
F: Per me il vantaggio è stato lavorare con un professionista del calibro di Pino Imperatore, non solo per il confronto che abbiamo avuto sulla scrittura, ma anche per la sua stessa creatività e professionalità, per me una grande occasione di crescita. Pino è la più imprevedibile testa di cavolo che sia mai esistita sulla faccia della terra! Da lui c’è tutto da imparare. Quanto agli svantaggi, direi la mancanza di una libertà totale. Sarà per questo che il romanzo successivo che ho pubblicato si intitola “La gabbia”. La mia vera gabbia è stata Pino Imperatore!
P: Vantaggio per me: l’opera l’ha interamente scritta Francesca. Svantaggio per tutti: l’opera l’ha interamente scritta Francesca.
Chi dei due è più: Raffinato?
F: Pino.
P: Io.

Colto?
F: Pino.
P: Sempre io.

Divertente?
F: Pino.
P: Soltanto io.

Attraente?
F: Pino.
P: Unicamente io.

Sorprendente?
F: Pino.
P: Che dubbio c’è? Io.

Aggiungi un altro aggettivo che finisce in “ente” che ti caratterizzi.
F: Chiaroveggente? Benedicente? Alcalescente? Qualsiasi cosa, metteteci dopo “Pino”!
P: Fetente.

Il titolo omaggia un maestro del teatro come Pirandello. Leggendo il romanzo, non si può non pensare di farne una trasposizione teatrale. Cosa ne pensi?
F: Penso che ci stiamo lavorando, ma non voglio dirlo troppo che poi porta male. Vedremo cosa accadrà.
P: Ci stiamo lavorando.

Scrivere in dialetto può essere un importante strumento per fare cultura, come il maestro Camilleri ci ha insegnato. È stato lui la vostra fonte d’ispirazione o avete avuto altri modelli?
F: No, personalmente non ho pensato a Camilleri, che ha condotto un’operazione molto diversa dalla nostra. Non so Pino cosa direbbe, ma se devo pensare a chi ha influenzato la mia vena più umoristica penso ai grandi della comicità napoletana. Inoltre, dal punto di vista stilistico, quel che ci interessava era la varietà di registri stilistici e di “idioletti” per ciascun personaggio. Ognuno di loro fornisce una versione diversa degli stessi eventi a seconda della propria storia, del proprio punto di vista ovviamente e del proprio modo di parlare: un mix tra “Gli esercizi di stile” di Raymond Queneau e il relativismo conoscitivo e l’incomunicabilità di Pirandello.
P: I modelli di riferimento sono stati coloro che hanno maggiormente contribuito a rendere il dialetto napoletano una lingua: Antonio Petito, Eduardo Scarpetta, Libero Bovio, Raffaele Viviani, Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo, Totò, Massimo Troisi.

Il romanzo è ambientato nel quartiere Marianella, periferia nord di Napoli spesso conosciuta solo per la cronaca nera, ma che in realtà ha visto crescere artisti come Enzo Avitabile, ‘Ntò, Luchè: gente che fa cultura e la diffonde a livello nazionale e internazionale. Può la vostra scelta essere interpretata come un tentativo di rinascita culturale?
F: Sì, sicuramente la scelta di ambientare il romanzo non al centro storico, o in altre zone più note della città, ma nella periferia, è un messaggio di apertura e speranza soprattutto verso i giovani di queste terre, ai quali è dedicato il libro. Se Napoli viene vista con superficialità dal resto di Italia, la sua periferia non viene vista affatto, nei suoi aspetti più belli e costruttivi; ma, come dicevi tu, balza all’onore delle cronache solo per gli eventi, ahimè, drammatici legati alla criminalità. Noi invece volevamo accendere i riflettori su ciò che spesso resta al buio.
P: Il nostro libro può essere inteso come una conferma del fermento culturale, sociale e artistico che da sempre caratterizza quartieri come Marianella, Scampia, San Giovanni a Teduccio, Bagnoli, Barra: zone ingiustamente definite “periferiche”, perché nei fatti hanno una centralità notevole nel tessuto cittadino.

Progetti per il futuro?
F: Per ora stare a casa e fare il mio dovere per gli altri, evitando contatti umani a rischio. In questo momento sono concentrata sulla tutela della salute mia e dei miei cari, ma anche di tanti sconosciuti più anziani o immunodepressi, cui dobbiamo la nostra cura speciale. Se poi in questi giorni riesco a riemergere dalla didattica online, magari mi metto a scrivere un nuovo romanzo: questa volta da sola però, anche se Pino, ve lo confesso, mi mancherà.
P: Diventare più raffinato, colto, divertente, attraente e sorprendente di Francesca.

Titolo: Sei personaggi in cerca di Totore. Opera comica in sette capovolgimenti.
Autori: Francesca Gerla, Pino Imperatore
Genere: Umoristico
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 141
Anno: 2016
Musica consigliata: Stai mai ccà di 24 Grana
Film consigliato: Una pura formalità di Giuseppe Tornatore
Bevande consigliate: Caffè, limoncello
Tempo medio di lettura: 1 giorno

Gli autori
Francesca Gerla (Napoli, 1976), insegnante, ha lavorato in qualità di redattrice e traduttrice. Tra i libri tradotti il saggio Il bambino filosofo di Alison Gopnik (Bollati Boringhieri), e il romanzo Julie & Julia, di Julie Powell (Rizzoli). Negli anni ha pubblicato L’isola di Pietra (Homo Scrivens 2013), La testimone (Homo Scrivens 2014, finalista al Premio Carver 2015) e nel novembre del 2016 Sei personaggi in cerca di Totore, scritto a quattro mani con Pino Imperatore. È ideatrice e coautrice dello spettacolo teatrale Regine. Il suo ultimo romanzo è La gabbia (Emersioni, 2019).

Pino Imperatore (Milano, 1961) vive ad Aversa, in provincia di Caserta. Dal 2005 è responsabile della sezione Scrittura Comica del Premio «Massimo Troisi». È autore di opere di successo come Benvenuti in casa Esposito. Le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista (Giunti 2012), De vulgari cazzimma. I mille volti della bastardaggine (Cento Autori 2014), Questa scuola non è un albergo (Giunti 2015), Capita solo a Napoli (Mondadori, 2014), Allah, san Gennaro e i tre kamikaze (Mondadori, 2017), Aglio, olio e assassino (DeA Planeta, 2018) e Con tanto affetto ti ammazzerò (DeA Planeta, 2019).

Giano

Lettore medio

La ragazza del bar Centrale (Alessandro Toso)

9788899368432_0_0_471_75Mi chiamo Stefano Da Rin, ho cinquant’anni compiuti a maggio, peso quindici chili di troppo e con questa tuta addosso devo assomigliare a un profugo più che a un allenatore di calcio. Ma nonostante il Real Roggia sia la squadra più perdente di tutta la provincia di Treviso, non esiste un posto al mondo dove preferirei essere in questo momento.

In seguito ad un incidente sul lavoro avvenuto alcuni anni prima, Stefano Da Rin, cinquant’anni, è ormai, nel mezzo del cammin della sua vita, un poliziotto in pensione che ha cambiato completamente il suo stile di vita, passando dalla frenetica quotidianità tipica della grande città, ai ritmi lenti e alla tranquillità che solo un piccolo paese di provincia sa regalare. La nuova routine fatta di abitudini – quali la lettura, la cura della vigna, il calcio – gli dà l’illusione rassicurante di un equilibrio perfetto. Ma sarà proprio così? Tutti sappiamo quanto la vita possa essere imprevedibile e, nonostante ciò, restiamo sorpresi di fronte a quell’unica variabile in grado di far saltare l’intera equazione. Il nostro protagonista non ne è immune ed è proprio questo che rende Stefano Da Rin uno di noi: un uomo che, come tanti altri prima di lui e sicuramente anche dopo, ha la presunzione di riuscire a controllare ogni situazione, l’illusione di poter mantenere sempre tutto uguale, perché se tutto resta uguale non può succedere nulla di male. Ma la verità, nuda e cruda, è proprio lì, dietro l’angolo, pronta a investirlo come una doccia fredda nelle vesti di… eh no, non ve lo dico! Toccherà a voi scoprirlo! Vi basti sapere che tutto questo, e molto altro ancora, fa della “La ragazza del bar Centrale” di Alessandro Toso (Bottega Errante Edizioni) un romanzo scorrevole e godibilissimo, che si legge in un attimo, quasi senza rendersene conto. L’uso del dialetto veneto rende le scene narrate ancora più realistiche tanto che sembra di essere proprio lì, tra le colline della provincia trevigiana.
Non aggiungo altro! Lascio la parola all’autore che ci svelerà altre curiosità sul suo romanzo.

Come è nato “La ragazza del bar Centrale”? La storia della genesi di questo libro è abbastanza particolare. Dopo “A galla” (edito da Scrittura&Scritture, ndr.) avevo partecipato a un’antologia uscita per un piccolo editore trevigiano, inserendo un racconto umoristico e molto più leggero di quanto avessi scritto fino a quel momento. Una lettrice, incontrata per caso, mi ha confessato che quel racconto le aveva risolto una domenica pomeriggio un po’ triste, così mi sono chiesto se non valesse la pena di sviluppare la mia vena, diciamo, meno drammatica. In quel momento stavo per partire per un lungo viaggio in auto, e durante il tragitto mi sono venuti in mente gli elementi fondamentali del romanzo. Che, evidentemente, mi giravano già in qualche archivio del mio cervello senza che me ne fossi reso conto…
Il calcio è uno dei nuclei fondamentali del tuo romanzo. Possiamo considerarlo un tributo agli anni trascorsi nel giornalismo sportivo? Lo sport è un elemento fondamentale della mia vita, come penso di molti ex ragazzi cresciuti negli anni ’70 e ’80. È una cosa alla quale non riesco a rinunciare, e parlo dello sport praticato; quindi, più che un tributo alla mia attività di giornalista, considero il romanzo come l’ammissione di una dolce schiavitù che, con ogni probabilità, non finirà mai! Se non altro, sono mediamente più in forma di molti dei calciatori di cui ho raccontato!
Stefano Da Rin, poliziotto in pensione, ora allenatore di una squadra di calcio di provincia, ha un’idea del calcio ben precisa: quanto questa idea ti appartiene? E soprattutto: giochi a calcio? Se sì, in che ruolo? L’idea del gioco di Stefano deriva da un mio allontanamento dal calcio guardato che è durato per diversi anni, diciamo dall’avvento di Arrigo Sacchi fino a un paio di stagioni or sono. Quando mi sono riaffacciato a questo sport, mi sono reso conto che tanto era cambiato, dal modo di difendere al modo di chiamare un sacco di cose. Niente più terzini, stopper, ala destra o sinistra; tutto era diventato complicato e facevo fatica a raccapezzarmici. Così, mentre reimparavo le regole del calcio del 2000 ho pensato che fosse divertente raccontare di un uomo che, semplicemente, ha rifiutato di adattarsi al cambiamento delle cose, pur continuando a essere innamorato del gioco. A calcio ovviamente ho giocato, ero un dribblomane senza ruolo preciso, di sicuro la palla la passavo pochissimo!
Senza spoilerare troppo, il protagonista del tuo romanzo decide di lasciare la città e di trasferirsi in un piccolo paese di provincia cambiando radicalmente il suo stile di vita. Possiamo dire che sia stato mosso dalla ricerca di un nuovo equilibrio? Sì certo, diciamo che Stefano è vittima di un equivoco che capita spesso alla maggior parte di noi. In presenza di un caos interiore, o di un momento di cambiamento, attribuiamo a un luogo, di solito molto ordinato e tranquillo, la possibilità di rimettere ordine anche dentro di noi. Magari succede quando siamo in vacanza, ci imbattiamo in uno scorcio incantevole e immediatamente pensiamo che vorremmo venire ad abitarci. Invece, come scoprirà Stefano, il caos è presente nel centro di una città tanto quanto in un piccolissimo borgo immerso tra le colline del Prosecco…
Nel libro un ruolo interessante è attribuito al vino e alla viticoltura. È una tua passione o hai dovuto svolgere delle ricerche in merito? Come per molti veneti, la mia passione riguarda più che altro il consumo del vino (ehm), ma il romanzo è stato una fantastica occasione per imparare di più; specialmente il prosecco è un prodotto che negli ultimi anni ha identificato moltissimo la provincia in cui vivo, diventando probabilmente il prodotto più esportato e conosciuto nel mondo. Anzi, la coltivazione del prosecco si è talmente intensificata che si sono dovute studiare normative apposite per evitare che l’operosità dei veneti, come accenno anche nel romanzo, trasformasse in viti anche i giardini delle case dei vicini…
Nella sua vita a Roggia, Stefano scopre anche la lettura e vi si dedica con molto piacere. In questo periodo di fermo forzato quali sono state le tue letture? Sto leggendo con piacere un romanzo uscito da poco per Mondadori, “Da qualche parte starò fermo ad aspettare te”, una storia d’amore ambientata nell’incantevole scenario di una Venezia poco conosciuta, e “The city game”, la storia dello scandalo legato alle scommesse che ha coinvolto i giocatori di un’università newyorchese nel 1950. Sono libri molto diversi tra loro, ma hanno in comune la possibilità di portarmi altrove, e magari li ho scelti proprio perché costretto a restare qui in casa sentivo il bisogno di evadere, almeno con il pensiero!
Quali sono stati i feedback dei lettori? Fino ad ora tutti mi hanno confermato che è stata una lettura piacevole e di evasione, e come mi accade spesso hanno confessato di avere finito il romanzo in pochissimo tempo; alcuni, lo ammetto, sono rimasti vagamente spiazzati dal fatto che non si tratti di un libro etichettabile con un genere preciso. In definitiva si tratta di un romanzo di provincia con venature gialle, ma dal punto di vista del marketing editoriale non è al 100% alcuna delle due cose. Pazienza, ammetto che quando comincio a scrivere vengo preso dalla storia e, magari, trascuro di pensare a quale scaffale di una libreria potrà andare a occupare.
Hai qualche novità nel cassetto pronta a vedere la luce? Dobbiamo aspettarci una nuova avventura di Stefano Da Rin? Sì, ho un paio di manoscritti completati e uno di essi è proprio il seguito de “La ragazza del bar Centrale”; cosa potrà vedere la luce per primo è un mistero che, immagino, riguarderà anche il destino dell’editoria e del mercato dei libri dopo questa cosa del corona virus, ma per quanto mi riguarda mi occuperò soprattutto di curare entrambi al massimo delle mie possibilità. Dopo anni di faticosi interrogativi mi sono detto che il mio lavoro è molto simile a quello di un artigiano che costruisce mobili; una volta che le mie sedie non traballano e, almeno al mio sguardo, sono belle da vedere, mi metto l’anima in pace. Il resto, riguarda il mondo esterno, e come stiamo imparando, non sempre si riesce a controllare ogni cosa come si vorrebbe.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi. Più che un saluto, un ringraziamento! L’idea che uno dei miei libri, quindi il parto della mia fantasia, riposi nella casa di persone che non ho mai conosciuto è ancora una specie di sogno che fatico a mettere a fuoco. Se potessi andrei a casa di ognuno per ringraziarli, ma per fortuna sembrano essere troppi perché possa mettermi in viaggio e farlo per davvero…

Titolo: La ragazza del bar Centrale
Autore: Alessandro Toso
Casa editrice: Bottega Errante Edizioni
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 208
Anno: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni

L’autore
Alessandro Toso, nato a Venezia nel 1970, è cresciuto a Treviso, dove vive tuttora. Dopo una lunga esperienza nel giornalismo sportivo, ha cominciato a occuparsi di export presso una multinazionale nel settore dell’edilizia. Nell’autunno 2013 ha preso parte al talent televisivo di Raitre Masterpiece. A settembre 2014 è uscito il suo primo romanzo, “Destini Verticali” (Ediciclo/Bottega Errante) che è entrato nella cinquina del Premio Itas 2015 e nella terna del premio Cortina d’Ampezzo 2015. Nel 2016 ha pubblicato “A Galla” per Scrittura & Scritture. Collabora come docente di scrittura presso i laboratori organizzati dalla scuola “Il Portolano” di Treviso.

Vera

Lettore medio

Violeta (Virginia Tonfoni & Alessio Spataro)

9788865438466_0_0_422_75… L’arte popolare, la musica sono autentiche solo se interpretate da chi ha vissuto davvero quel luogo! Io voglio vivere il Cile e raccontarlo con la musica cilena!

Comincio con un’ammissione: non conoscevo affatto Violeta Parra prima di aver letto questo graphic novel. E non potevo scegliere modo migliore per accostarmi alla sua musica. “Violeta. Corazón Maldito” (edito da Bao) è una straordinaria biografia a fumetti realizzata da Virginia Tonfoni, autrice della sceneggiatura, e Alessio Spataro, che ha curato i disegni.
Circa 150 pagine per raccontare i momenti salienti della vita di un’artista il cui talento esplode precocemente e altrettanto in fretta l’artista matura le proprie convinzioni politiche affermando contemporaneamente la propria condizione di donna emancipata.
Tuttavia, nonostante il talento, Violeta si mostra anche una donna estremamente fragile, combattuta sempre tra l’amore per la musica e quello per gli uomini che si alternano al suo fianco. Il tutto al ritmo di musica. Quella che scandisce il tempo della storia e sembra dettare i tempi pure delle illustrazioni di Alessio Spataro, che utilizza forme morbide e arrotondate per avvolgere il lettore in una narrazione che incanta il lettore fino all’epilogo.
Non aggiungo altro, lasciando la parola alla sceneggiatrice Virginia Tonfoni.

“Violeta”. Come è nato questo graphic novel? Il fumetto biografico su Violeta Parra nasce come una folgorazione. Stavo per iniziare a tradurre “El Libro Mayor” de Violeta Parra – sul quale ci soffermeremo più avanti – per una collana letteraria per le edizioni de Il Manifesto Libri. La collana avrebbe raccolto voci femminili del ‘900, non solo donne di lettere, ma anche musiciste e artiste. Violeta Parra era la summa cilena del profilo richiesto, ma la collana non è mai partita. Occupandomi di graphic novel sulle pagine di Alias, l’inserto del sabato del Manifesto, un giorno ho capito che la sua storia sarebbe stata bella anche disegnata.
Oltre alla carriera musicale, hai dato ampio risalto alla vita privata di quest’artista. Quali sono state le fonti per documentarsi e, soprattutto, quanto è stato gratificante questo lavoro biografico? Io e Alessio abbiamo voluto raccontare la dimensione umana di un’artista a tutto tondo, famosa principalmente per il suo apporto alla musica cilena e per la riscoperta del patrimonio etnomusicologico del proprio paese. Violeta è stata una donna indipendente e insubordinata, passionale e curiosa e questo suo modo di essere l’ha resa poetessa, musicista, pittrice, tessitrice. Era impensabile trattare la dimensione creativa senza considerare quella umana e personale, e infatti nella sua vita, come nella sua opera, si alternano successi e incomprensioni, importanti riconoscimenti internazionali accompagnati da fasi di totale indifferenza, se non diffidenza, per il suo lavoro.  Ho lavorato molto sul Libro Mayor, il testo che menzionavo in apertura, che è curato dalla figlia Isabel Parra e che raccoglie le testimonianze di Violeta, e delle figure familiari e professionali a lei più vicine, foto bellissime, le lettere struggenti che dalla Svizzera o dalla Francia inviava in Cile, o quelle a Gilbert Favre, il suo ultimo grande amore. Anche la “Autobiografía en Décimas”, l’autobiografia in versi mai tradotta in italiano, è stata fonte di grande ispirazione, perché oltre a raccontare la propria vicenda, qui Violeta dà mostra della musicalità del suo pensiero, delle sue virtù di poetessa. Alcuni di questi versi sono stati utilizzati in chiusura ai capitoli, a mò di colophon. In vista del centenario della nascita di Violeta Parra, sono stati pubblicati anche molti altri testi mentre scrivevamo, per questo abbiamo annotato gli imprescindibili in una piccola bibliografia, insieme a materiali video facilmente reperibili e di grande valore. Per arrivare alla mia gratificazione personale, direi che sarebbe difficile da quantificare: mi piace dire che se la vita a Violeta ha dato il camminare dei suoi piedi stanchi (dal verso di “Gracias a la vida”), lei a me ha dato cammini, molti, diversi e distanti, da percorrere.
Possiamo parlare di graphic novel sensoriale: l’udito viene stimolato continuamente dagli accordi di Violeta; lo sguardo è rapito dall’utilizzo di un solo colore (che contrasta il bianco e nero di fondo). Ma è soprattutto una storia tattile. Fatta di dita che sfiorano una chitarra e di corpi che si cercano continuamente. Concordi? Concordo pienamente – ti ringrazio per averlo notato – sul fatto che “Violeta Corazón Maldito” sia un libro di sensi: a parte la sollecitazione di vista e udito, la tattilità alla quale ti riferisci è probabilmente suggerita subito dal movimento frenetico delle dita sulla chitarra, disegnato magistralmente da Alessio in copertina. Ma c’è anche un’ispirazione materica, legata al senso del legame con la terra, che ha determinato per esempio la scelta del colore. Se noi ci siamo immaginati un Cile assolato e polveroso è stato anche perché Violeta parlava della sua missione di desenterrar (alla lettera dissotterrare) la tradizione musicale cilena; perché tesseva, scolpiva, cucinava, dando espressione molteplice a sapienze che passano attraverso la manualità. Ricorderei anche che Pablo Neruda, nella sua “Elegía para cantar”, la poesia che le dedica nel 1970, la chiama Santa de greda Pura, una santa di pura creta.
Racconti, attraverso questa storia, anche un momento storico particolarmente delicato. Pretesto narrativo o desiderio di raccontare anche qualcosa che andasse al di là della musica? La storia di Violeta attraversa diverse tappe complicate di quella cilena, sicuramente: un primo dittatore Ibañez, al potere la prima volta dal 1927 al 1932, operò forti tagli all’istruzione lasciando molti insegnanti per strada. Tra questi c’era il padre di Violeta, che, già abbastanza incline all’alcool e allo sperpero di denaro, finì per ammalarsi di tubercolosi, e morì lasciando la moglie con 10 figli. Violeta aveva 12 anni, e da allora non smise mai di confrontarsi con il potere. Il suo primo marito, padre di Isabel Parra e di Ángel Parra (morto nei primi mesi del 2017), era un ferroviere che militava nelle file del Partito Comunista. Violeta stessa appoggiò con forza la candidatura di Arturo Alessandri e del Frente Popular; ma nemmeno 10 anni dopo, nel 1948, il nuovo presidente González Videla proclamò quella che è passata alla legge come la Ley maldita, una legge che dichiarava l’illegalità del comunismo, in accordo con gli equilibri internazionali della Guerra Fredda. Un provvedimento che favorì l’istaurarsi della seconda dittatura di Ibañez…Era chiaro che in un paese del genere il lavoro di una donna umile e autodidatta, che cercava di riscattare la storia e le origini del proprio popolo attraverso la musica venisse ignorato, se non direttamente ostacolato. Violeta Parra ha cantato la condizione dei minatori e le rivolte studentesche, tra il 1960 e il 1965, quando viveva in Europa… quasi come se la condizione di lontananza dal Cile le rendesse più facile un’analisi critica delle vicende sociali e politiche della sua terra.
Tecnicamente parlando: come è andato il lavoro con Alessio Spataro? Vi siete fidati l’uno dell’altra? Avete litigato? Oppure avete creato un sano confronto tavola dopo tavola? Litigare? Ci mancherebbe. Ogni volta che Alessio mi inviava un capitolo finito era una festa! Abbiamo lavorato benissimo, sin dal momento in cui gli ho proposto di fare questo libro insieme e lui ha incredibilmente accettato! Io preparavo documenti con storie, aneddoti, dialoghi tratti dalle testimonianze, e anche profili dei vari personaggi e Alessio rispondeva con studi, sequenze e episodi ben costruiti e soprattutto disegnati meravigliosamente. Volevo un tratto morbido e cartoonesco perché la storia di Violeta è molto intensa e a tratti decisamente drammatica, eppure lei conservava un amore alla vita e una positività travolgenti; mi piaceva l’idea che non andasse persa l’ironia e la solarità che per molto tempo ha guidato l’artista nella sua ricerca.
Quali sono stati, finora, i feedback dei lettori? Direi positivi; molti lettori non sapevano chi fosse Violeta Parra, ma conoscevano la sua canzone indimenticata, “Gracias a la vida”, cantata dagli Inti Illimani, che con il golpe del 1973 si stabilirono nel nostro paese. Molta gente si è incuriosita, e in generale le restituzioni sono state positive. Lo scorso anno “Violeta Corazón Maldito” è uscito in Francia per Editions Cambourakis, questo è un buon segnale.
Questo graphic novel ha rappresentato il tuo esordio come narratrice. Visti i presupposti, a quando il prossimo lavoro? Ottima domanda. Insegno spagnolo nella scuola media e mi occupo di graphic novel su Alias, l’inserto del sabato de Il Manifesto, quindi si tratta anche di trovare il tempo materiale per scrivere una storia. Ma realtà ce n’è una già da un po’ nel cassetto che attende proprio il momento per essere raccolta e raccontata. Sarà di nuovo una biografia e di nuovo, un’altra grande donna.

Titolo: Violeta. Corazón maldito
Sceneggiatrice: Virginia Tonfoni
Illustrazioni: Alessio Spataro
Casa editrice: Bao Publishing
Genere: Graphic novel
Pagine: 234
Anno: 2017
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Colonna sonora ideale: Un qualsiasi brano di Violeta Parra.

L’autrice
Virginia Tonfoni è una giornalista e fumettista, nata a Livorno nel 1978. Si laurea in Lingue e Letterature Straniere a Pisa e si trasferisce a Barcellona per seguire un Master in Comunicazione, per poi iniziare a lavorare nel campo dell’editoria e del cinema per sette anni. Nel 2012 decide di tornare a Livorno, dove ora vive e scrive per diverse testate giornalistiche. Ha firmato articoli per Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano e Fumettologica. Il suo esordio nel mondo del fumetto è Violeta, che viene pubblicato da BAO Publishing nel 2017.

Paquito

Lettore medio

I disinnamorati (Frank Iodice)

9788833440972_0_0_471_75Antonino Bellofiore è un giovane nizzardo che sta per essere nominato commissario. Si vergogna del suo nome di battesimo perché è troppo dolce, preferisce farsi chiamare per cognome.

L’amore. Questo sconosciuto.
Si potrebbe riassumere in questo modo “I disinnamorati”, il nuovo romanzo di Frank Iodice edito da Eretica. Un romanzo sentimentale dalle forti tinte noir. Sentimentale perché Antonino Bellofiore – il protagonista del romanzo – vive una relazione con Anisetta, una ragazza apparentemente remissiva e piena di dubbi sul destino della propria storia sentimentale, ma soprattutto impegnata a costruire, giorno per giorno, le sue certezze a cominciare dal dottorato che sta completando; noir perché Bellofiore – lo sbirro che indossa i calzini spaiati, fuma sigarette di contrabbando e si frega gli accendini – porta avanti un’indagine che prende il via grazie ad alcune cartoline inviategli nel lontano 1952.

Il taglio cinematografico che Iodice ha dato alla storia è il punto di forza di un romanzo che si muove su più piani narrativi. Iodice offre al lettore un poliziesco classico (le atmosfere richiamano molto i romanzi di Simenon) ma, contemporaneamente, approfondisce le dinamiche di una coppia apparentemente felice.
Una doppia indagine che gratifica il lettore e lo porta a chiedersi, dopo l’ultima pagina: E adesso?
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“I disinnamorati”. Come è nato questo libro? È nato mentre fissavo il soffitto della mia camera da letto, che aveva una forma pentagonale molto strana, e non riuscivo ad abbracciare la donna che era distesa accanto a me. A partire da questa sensazione di distanza, fisica, corposa, al centro del letto, ho iniziato a investigare il disamore.
Cominciamo con Antonino: poliziotto rude e molto spigoloso, si rivela anche fragile, specie quando si parla d’amore. Come hai fatto a trovare un equilibrio all’interno di questo personaggio? Gli accendini. Ero nel commissariato di polizia di Debouchage per fare una denuncia contro ignoti dopo aver ritrovato la mia auto distrutta, e il brigadiere ha aperto un cassetto pieno di accendini. E mi sono detto: nel collezionare accendini rubati, Bellofiore sembrerà buffo e più umano nel suo tormento, cercherà di collezionare lo stupore delle persone a cui ruberà questi accendini e non gli accendini stessi. È così che ho incominciato a costruire le due metà. Un uomo combattuto costantemente tra il rimorso per il passato, a cui guarda con sfiducia, e lo stupore per il presente, che sembra osservare con gli occhi di un bambino di sei anni.
Riguardo all’amore, anche Antonino, come tutti noi, è vittima del malinteso, come si legge a pagina 77: Il malinteso. Questo, il peggior tranello in cui possiamo cadere quando amiamo qualcuno.
Antonino è particolarmente legato alle proprie origini, tuttavia sembra vivere un conflitto interiore quando si parla del padre Antonio, figura estremamente importante per la sua formazione. Vive una sorta di complesso di inferiorità o, semplicemente, ha un debito di riconoscenza mai estinto nei confronti del padre? Non c’è il suo nome di battesimo sulla cassettina, gli dice il postino in uno dei primi dialoghi del romanzo. Sono l’unico Bellofiore nel palazzo, risponde lui, non occorreva scrivere anche il nome. La psicologia di Antonino Bellofiore è tutta nel suo nome, che è il diminutivo di Antonio, suo padre. Il padre ha abbandonato lui e sua madre quando Antonino era solo un bambino. Rifiutandosi, oggi, di accettare il proprio nome, Antonino non fa altro che rifiutarsi di elaborare l’abbandono. Ne ha ancora paura, e ne ha paura quando si tratta di amare e farsi amare. C’è una frase che Antonino dice a un certo punto: se ci sentiamo completi soltanto quando siamo con un’altra persona, vuol dire che con le nostre stesse mani ci siamo resi inadatti a rimanere da soli… Ne risulta che fa soffrire la sua compagna e non riesce a salvare lei e se stesso dal male che lo attira.
Anisetta. Una donna che nasconde dietro il suo sguardo un mondo fatto di determinazione (con cui porta avanti i propri studi) e incertezze (il suo rapporto con Antonino). Quale figura femminile ti ha ispirato? La figura femminile che mi ha ispirato questo personaggio è in parte la persona con cui ho condiviso molti anni di viaggio, come definivamo la nostra relazione. Finché anche lei si è stancata – e ha fatto bene – di aspettarmi di notte o di svegliarsi con il mal di testa, perché invece di usare un laptop moderno e silenzioso, mi ostino a scrivere con una di quelle vecchie tastiere che ormai si trovano solo negli uffici pubblici o nei call center. A lei, ho attribuito alcuni elementi di altre donne che ho incontrato dopo, donne di cui il narratore dà molte definizioni, come questa: Anisetta è una donna giovane ma conoscitrice di auree immaginarie. Nella seconda parte della notte, confortata dalla penombra che ha ottenuto chiudendo le imposte, sognerà.
Alcune cartoline datate 1952 sono il perno della storia. Quale rapporto hai con gli oggetti del passato e, aprendo un cassetto, quale di questi ti racconterebbe meglio? Un professore di Creative Writing della Florida State University mi ha insegnato (non a lezione, perché dopo aver provato a seguire un corso di scrittura creativa sono scappato, ma nella caffetteria dell’università) che da un qualsiasi oggetto si può tirare fuori una storia. Infatti, lui frequentava i mercatini dell’antiquariato e collezionava vecchie cartoline. Un po’ come quelle che ho usato anch’io quando ho pensato a un elemento scatenante per la ricerca di Bellofiore. Credo che il contatto fisico con gli oggetti sia uno degli aspetti della vita, prima dell’avvento del web, che riesce a sopravvivere nei romanzi. Se non attribuissimo loro significati e significanti forti e ci riducessimo a sostituire qualsiasi azione con una app, allora i romanzi non avrebbero più un senso, sostituiremmo anche questi con dei click. Un oggetto porta con sé lentezza, distanza, silenzio, mistero, fascino, tutto ciò che si cerca di riportare in vita quando si scrive. La scrittura è – e non potrebbe essere altrimenti – un qualcosa di fisico. E in questo universo, che difficilmente la tecnologia riuscirà a sostituire, noialtri ci aggrappiamo a piccoli feticci, reliquie che ci ricordano la nostra attaccatura alla vita. Riguardo a me, ho attribuito alla mia biblioteca questo ruolo salvifico, riuscendo a portare con me 2.000 volumi durante almeno dieci traslochi. La mia unica eredità fatta di carta.
La decisione di ambientare la storia all’inizio degli anni ’80 è dettata solo da esigenze narrative oppure c’è qualche evento, accaduto in quegli anni, che volevi rievocare attraverso la tua storia? Sì, è un’esigenza dovuta alla presenza del dottore, un personaggio del quale non menziono il nome, ma sembrerebbe il dottor Fontaine, protagonista di altri miei romanzi. Nel 1982, Fontaine doveva essere un giovane medico appena laureato, affascinante e colto, quando gli è stato assegnato il corso di Psicologia durante il quale incontra Anisetta.
Quali sono stati, finora, i feedback dei lettori? Non ne ho idea perché non ho avuto modo di andare in Italia da almeno un paio d’anni e non ho ancora tenuto alcuna presentazione dell’edizione italiana, uscita a settembre del 2019. Quando questo periodo apocalittico dovuto all’emergenza sanitaria sarà passato, chiederò alla Feltrinelli di Salerno, la città in cui sono cresciuto, che si era mostrata interessata. Via e-mail, ho ricevuto molti messaggi, tutti positivi e alcuni persino molto minuziosi. C’è stato per esempio un gruppo di lettura di Roma che mi ha fatto notare che la scelta di sostituire Edith Piaf con Loreena McKennitt (una sostituzione decisa nel passare dalla versione pubblicata in francese a quella italiana) è stata un errore perché nel 1982 Loreena McKennitt pare non avesse ancora inciso alcun disco. Infatti, alla prossima ristampa il buon Giordano Criscuolo, direttore di Eretica, mi ha promesso di apportare questa piccola correzione. Altri commenti, molto più profondi e disinteressati, mi hanno invece commosso e ne conservo un bellissimo ricordo. Talvolta li rileggo quando non ho voglia di scrivere e mi chiedo se oggi ne valga ancora la pena.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Emozionare. Si scrive una storia per emozionare. Tutto il resto è pura vanità.

Titolo: I disinnamorati
Autore: Frank Iodice
Casa editrice: Eretica Edizioni
Genere: Poliziesco, sentimentale
Pagine: 200
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Letture consigliate: Un qualsiasi romanzo di Andrea Camilleri che abbia come protagonista il Commissario Montalbano.

L’autore
Scrittore di origini napoletane, Frank Iodice vive tra la Francia e gli Stati Uniti dedicandosi con passione e costanza ai suoi romanzi. Tra le opere: “Un perfetto idiota” (Ass. Culturale Il Foglio, 2017), “Matroneum” (Ass. Culturale Il Foglio, 2018), “La meccanica dei sentimenti” (Eretica, 2018), “I disinnamorati” (Eretica, 2019).

Paquito

Lettore medio

Fidanzati dell’Inverno – L’Attraversaspecchi vol.1 (Christelle Dabos)

L'attraversaspecchi 1 - Fidanzati dell'InvernoInerpicato su un muraglione, un cammino di ronda avvolgeva la fortezza a spirale serpeggiando fino in cima. Città-cielo era molto più strana che bella. Torrette dalle forme diverse, alcune panciute, altre affusolate, altre ancora sbilenche, sputavano fumo da ogni comignolo. Le scale sospese scavalcavano maldestramente il vuoto e non comunicavano alcuna voglia di arrischiarvisi.

Dopo una lunga sequela di Young Adult parecchio deludenti, credevo di aver detto addio alle storie per ragazzi a tema fantastico, invece, a distanza di qualche anno, eccomi a parlare di “Fidanzati dell’Inverno”, il primo volume della saga francese “L’Attraversaspecchi” (edito in Italia da e/o), che di deludente, per fortuna, ha assai poco.
Catapultato fin dalle prime pagine in un mondo diviso in Arche, dove tutti hanno poteri magici e sono guidati da uno Spirito divino, il lettore fa subito la conoscenza di Ofelia, la classica eroina degli Young Adult, goffa e introversa, che ha il potere di leggere la storia degli oggetti toccandoli e di muoversi da un luogo all’altro attraversando gli specchi. Promessa in sposa a Thorn, un ricco funzionario del Polo, un’arca lontana e inospitale, Ofelia si ritrova a vivere in una società molto diversa dalla sua, tra nobili viziati e falsi, che non sono mai sinceri e non si fanno scrupoli a rovinarsi la vita l’un l’altro per ottenere i favori del loro Spirito divino, Faruk.
Ignara del perché sia stata scelta proprio lei come sposa del rude Thorn, Ofelia cerca di dipanare l’intricata matassa di misteri che la circonda e di capire quale persona a corte sia degna di fiducia e quale no.
“Fidanzati dell’Inverno” è un romanzo non perfetto, ma senza dubbio un ottimo punto di partenza per una storia a più puntate. Nonostante i ritmi all’inizio un po’ lenti e il non detto che talvolta risulta frustrante, questo primo capitolo trasmette bene il senso di confusione della protagonista, che, calata in un contesto sociale per lei incomprensibile e, soprattutto, pieno di intrighi e misteri, non capisce bene cosa succeda intorno a sé né quali siano le vere intenzioni dei personaggi.
L’autrice Christelle Dabos ha senza dubbio seminato elementi che torneranno utili nei successivi volumi della saga, descrivendo in maniera brillante e minuziosa questo mondo fantastico dai toni steampunk, in cui le tecnologie a vapore si affiancano allo stile della Belle Époque in modo assai accattivante, ricordando la nota saga fantasy di Philip Pullman, “Queste Oscure Materie”.
C’è da sperare che nei prossimi volumi ci siano maggiori informazioni sui personaggi, qui appena abbozzati, e che la dimessa Ofelia, acquisita più determinazione e sicurezza in se stessa, riesca a vederci chiaro in questa fitta e misteriosa nebbia e a essere l’eroina impavida e forte che, sono sicura, può diventare.

Titolo: Fidanzati dell’Inverno
Autore: Christelle Dabos
Casa editrice: Edizioni e/o
Genere: Fantastico, Young Adult
Pagine: 512
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni

L’autrice
Christelle Dabos è cresciuta a Cannes in una famiglia di musicisti e artisti. Scrive le prime storie all’università. Durante un periodo di convalescenza, si unisce al Silver Plume, una comunità di scrittori su internet che la incoraggia a partecipare a un concorso organizzato da Gallimard Jeunesse. Dal 2005 vive e lavora in Belgio. Nel 2013 ha vinto il Prix du Premier Roman Jeunesse Gallimard-RTL-Télérama per “Fidanzati dell’Inverno”. Nel 2016 i primi due libri della saga sono stati premiati con il Grand Prix de l’Imaginaire.

Claudia

Lettore medio

Cambiare l’acqua ai fiori (Valérie Perrin)

Cambiare l'acqua ai fioriMi chiamo Violette Toussaint. Facevo la guardiana di passaggio a livello, ora faccio la guardiana di cimitero. Assaporo la vita, la bevo a piccoli sorsi, come un tè al gelsomino con un po’ di miele. E la sera, quando il cancello del cimitero è chiuso e la chiave appesa alla porta del bagno, sono in paradiso.

Quando un libro colpisce, è difficile parlarne. Qual è la parola adatta a descrivere questo romanzo? Malinconico, misterioso, vivo? “Cambiare l’acqua ai fiori” (edito da e/o) è tutto ciò e molto altro ancora. È un viaggio nella memoria, nel dolore e nelle passioni, un intreccio di storie che non sempre hanno un lieto fine, ma che sanno comunque regalare un sorriso.
Non si può seguire Violette Toussaint, la protagonista, e non sentirsi travolti dalle sue emozioni, tanto forti quanto trattenute. Una donna all’apparenza mite, perfettamente a suo agio tra i morti, che si fa carico di alleviare le sofferenze degli altri, ma che non permette a nessuno di conoscere le sue. La vita di Violette, la vita che aveva prima di diventare la guardiana del cimitero di Branchion-en-Chalon, è avvolta nel mistero. I compaesani sanno che suo marito è scomparso poco dopo essere arrivati in Borgogna, che ama fare giardinaggio e parlare con le tombe dei defunti. Ma chi è questa donna solitaria che veste di colori scuri e non sorride mai?
Il lettore è l’unico ad avere accesso ai pensieri di Violette, che, dopo l’incontro con un affascinante commissario in lutto per sua madre, ripercorre i suoi passi e torna col pensiero all’adolescenza, a suo marito, ai dolori sopraggiunti col matrimonio. E, nel frattempo, altre storie si intrecciano a quella di Violette: gli amori, le amicizie, i tradimenti delle persone che si sono poste sul suo cammino, ma anche i segreti dei defunti di Branchion-en-Chalon, che continuano a vivere nei ricordi e nelle carte lasciate a chi li ha amati e vive ancora.
La scrittura di Valérie Perrin riesce in un’impresa per nulla semplice, tiene col fiato sospeso senza annoiare mai, affonda nelle emozioni più profonde senza scadere nella banalità. Tra le pagine c’è tutto: desiderio bruciante, malinconia, lutto, rinascita. Non mancano momenti in cui leggere fa male, in cui bisogna chiudere il libro e dedicarsi ad altro. La commozione, talvolta, è meravigliosamente insopportabile.
“Cambiare l’acqua ai fiori” è una storia di desideri inespressi, di amori trovati, perduti e ritrovati, di sogni infranti e resurrezioni. Valérie Perrin mostra che è possibile rinascere dalle proprie ceneri, che il dolore esiste ed è reale, ma che si può superare. Che per quanto sia lungo l’inverno, in primavera sbocceranno i fiori.

Titolo: Cambiare l’acqua ai fiori
Autore: Valérie Perrin
Casa editrice: e/o
Genere: Biografico, drammatico
Pagine: 480
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni

L’autrice
Valérie Perrin lavora da sempre nel mondo dell’arte e per anni è stata fotografa di scena delle più importanti produzioni cinematografiche francesi, tra cui quelle del marito Claude Lelouch. Il suo talento nel cogliere attraverso l’obiettivo situazioni, atmosfere, emozioni le ha fatto conquistare numerosi premi.

Claudia

Lettore medio

La vita è altrove (Milan Kundera)

9788845908958_0_0_422_75«Il peggio non è che il mondo non sia libero, ma che la gente abbia disimparato la libertà» le diceva il pittore, e lei pensava che l’osservazione si riferisse proprio a lei, che apparteneva completamente a quel vecchio mondo che, come dichiarava il pittore, andava rifiutato in blocco. «Se non possiamo cambiare il mondo, cambiamo almeno la nostra vita e viviamola liberamente» le diceva. «Se ogni vita è qualcosa di unico, traiamone tutte le conseguenze; rifiutiamo tutto ciò che non è nuovo. Bisogna essere assolutamente moderni» le diceva citando Rimbaud e lei lo stava ad ascoltare religiosamente, piena di fiducia nelle nelle sue parole e piena di sfiducia in se stessa.

“La vita è altrove” (edito da Adelphi), romanzo ambientato in Cecoslovacchia tra gli anni Trenta e la fine degli anni Quaranta, racconta la storia del giovane Jaromil, ironicamente soprannominato Il poeta. Durante la prima adolescenza, il giovane subisce cocenti delusioni, che lo portano a evadere dalla realtà e a trasportarsi sempre più verso un mondo immaginario straordinariamente artistico, nonostante gli atteggiamenti assai diffidenti e protettivi della madre.
In questa sua fuga dalla quotidianità, il protagonista matura in particolar modo uno spiccato senso poetico e idealistico, talmente prorompente da diventare quasi tangibile per il lettore. Con l’avvento di un periodo storico e culturale difficile, l’istinto creativo e soprattutto evasivo di Jaromil diverranno così forti da costringerlo a immedesimarsi in maniera del tutto parallela nelle avventure di un personaggio da lui stesso creato, Xavier, che fa da contrappeso a una realtà in apparenza sterile e angosciante.

Mi piace credere che tra me e “La vita è altrove” sia stato amore a prima vista: quando ho notato curiosando nelle librerie di Port’Alba il titolo del libro, celebre frase del poeta Arthur Rimbaud, già suggeriva il connubio tra narrativa e poesia che durante il corso della lettura mi ha letteralmente stregata. Ad accompagnare lo stile inconfondibile di Kundera ci sono temi molto forti, come il terrificante periodo fascista e la lunga crisi cecoslovacca che, pur sembrando elementi scenografici, divengono dimensioni storico-spaziali necessarie affinché la narrazione possa funzionare nel migliore dei modi.
Altra colonna portante del romanzo è la significativa caratterizzazione dei personaggi principali: la profondissima introspezione di Jaromil, in particolar modo, è talmente fitta da dover ricorrere anche al pensiero del co-protagonista Xavier, a cui l’autore dedica alcuni avventurosi intermezzi, creando una narrazione secondaria riflessa e contrapposta alla narrazione primaria, e rendendo il lettore partecipe anche dei desideri inconsci di Jaromil. Altrettanto interessante è la figura della madre del poeta, una donna apprensiva che in un primo momento può destare antipatie ma che, al contrario, rivela sin da subito la sua ammirazione per il mondo dell’arte, che riesce però a intravedere e sfiorare solo nei momenti in cui Jaromil le è accanto.
Insomma, “La vita è altrove” mi ha stupito e commosso, oltre che per la sua compiutezza, per la forte connotazione poetica e per l’intensità delle emozioni che regala.

Titolo: La vita è altrove
Autore: Milan Kundera
Genere: Romanzo
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 349
Anno: 1992
Prezzo: € 12
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Brano consigliato: “Reprise” dei Caspian

L’autore
Milan Kundera, uno dei maggiori autori europei del secondo Novecento, è stato un attento testimone delle vicende storiche dell’ex Cecoslovacchia, dalla Primavera di Praga alla repressione sovietica.
Nato a Brno, nel sud della Repubblica Ceca, eredita dal padre musicista l’amore per la musica e il jazz in particolare. Iscritto al Partito Comunista, negli anni Cinquanta e Sessanta si accredita come la personalità culturale di maggior rilievo nel suo Paese.
Il vento riformatore del 1968, da lui sostenuto convintamente, lo porta a scontrarsi con il regime filosovietico e a rifugiarsi a Parigi. Qui nel 1984 pubblica L’insostenibile leggerezza dell’essere, suo capolavoro assoluto, divenuto un classico della letteratura europea.
L’ultima fatica è La Festa dell’insignificanza, edita nel 2013 e ambientata nella Parigi contemporanea.

Federica

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La rotta delle nuvole (Peppe Millanta)

9788865493144_0_0_422_75Ogni volta che nella storia è stato aperto un nuovo cammino, lo si è fatto seguendo qualcosa: una stella, un vento, una mappa, una corrente o addirittura un sogno. In questo viaggio tutto particolare, invece, seguiremo loro.
Le nuvole.

Non è un saggio. Ma nemmeno un romanzo. Non è una fiaba, né un racconto. “La rotta delle nuvole. Piccole bussole per sognatori testardi” il nuovo libro di Peppe Millanta (edito da Ediciclo) è un viaggio. Un’esperienza da vivere senza troppi pensieri e con lo sguardo orientato al cielo. Lì dove cumulonembi in cerca d’attenzione assumono le forme più fantasiose: animali leggendari, volti umani, ma pure oggetti che potrebbero provenire dal futuro (come sostiene l’autore).

Peppe Millanta tiene per mano il lettore lungo tutto l’arco narrativo. Lo fa con l’ausilio di aneddoti (meravigliosa la storia del signor Luke Howard, al quale si deve la classificazione delle nuvole), con una scrittura accattivante (che arricchisce con una fantasiosa formattazione) e con un lungo ma piacevolissimo flusso di coscienza. Ha un’ambizione questo libro: intrattenere il lettore, strappandogli più di un sorriso. I presupposti per riuscire nell’impresa ci sono tutti.
Adesso parola all’autore.

“La rotta delle nuvole”. Come è nato questo libro? Innanzitutto da una intuizione di Lorenza Stroppa, editor di Ediciclo e a sua volta scrittrice, che mi ha coinvolto in questa collana camminante, “Piccola filosofia di viaggio”. Davvero un gioiellino, che osserva il mondo dalla fessura dello stupore, proprio come piace a me. È stata una bella sfida, perché non avevo mai scritto nulla utilizzando me come protagonista, come voce narrante. Dopo anni passati a nascondermi dietro i miei personaggi, sono stato stanato e costretto a venire un po’ fuori. Il tema erano le nuvole e intorno a questo ho costruito il resto, che non è un romanzo, non è un racconto, ma che mi piace definire una passeggiata con il naso all’insù.
Cominciamo dalla struttura: un po’ saggio, un po’ fiaba, un po’ diario di viaggio. Tutto rigorosamente con il naso all’insù. Che libro avevi in testa? Più che altro, che libro avevo sopra la testa! Scherzi a parte, volevo utilizzare le nuvole come una sorta di modello da seguire, da cui imparare qualcosa. Si tratta infatti dell’ultimo elemento naturale di cui ci siamo appropriati. Sono state a lungo qualcosa di misterioso, le nuvole, e per certi aspetti lo sono ancora oggi. Dimore di divinità. Inspiegabili. Impalpabili. Eppure magnetiche. Capaci di monopolizzare il nostro sguardo dalla notte dei tempi. E nonostante il nostro rapporto profondo con loro, sono state una degli ultimi elementi che siamo riusciti a classificare e a organizzare in uno schema. Sono anarchiche per natura, le nuvole. E incarnano la fantasia. È venuto di conseguenza immaginare una sorta di rosa delle nuvole anziché dei venti, con delle rotte tracciate seguendo alcune loro caratteristiche peculiari. E da lì a metà tra il gioco, il ragionamento, lo scherzo, ho provato a scrivere come loro, mutando continuamente forma.
Sostieni che siano “le domande a condizionare il nostro agire”. Un modo implicito per dire: smettiamola di ascoltare gli altri e godiamoci la vita? Un modo esplicito per dire che uno degli esercizi fondamentali per restare dei sognatori è quello di essere capaci di ascoltarsi. Sempre. Dentro ognuno di noi c’è una domanda, un qualcosa che ci spinge a cercare. Siamo tutti in cerca di qualcosa. Ci aggiriamo per il mondo, sbirciamo, studiamo, frughiamo, rivoltiamo cose alla ricerca di un qualcosa. Quel qualcosa è la nostra domanda, il nostro marchio, il nostro modo di stare al mondo. Abbassare il frastuono che ci circonda per riuscire ad ascoltarci è un esercizio fondamentale.
Osservare la forma mutevole delle nuvole trovandoci milleuno immagini è, in qualche modo, un invito alla creatività, anche solo di pensiero? Esattamente. Essere creativi significa avere attitudine al creare. E preservare questa qualità, questo essere animali creativi, appunto, ci permette di essere generosi con noi stessi, perché ci regala sempre una alternativa rispetto a ciò che siamo. Significa, quindi, regalarsi la capacità continua di cambiare, senza mai avere paura. È un qualcosa di potentissimo essere l’artefice del nostro cambiamento, agire invece che subire. Si tratta di un esercizio facile quando si è piccoli, e che diviene via via sempre più difficile quando ci incancreniamo in un ruolo, una posizione, in un nome, in un modo di fare, in un punto di vista. Essere creativi significa rimanere giovani, e potenzialmente sbocciare in tutte le nostre alternative, scandagliando ogni nostra possibilità. Un regalo splendido direi.
Quale messaggio volevi trasmettere attraverso questo libro? A questa domanda rispondo sempre allo stesso modo. Purtroppo (o per fortuna) non ho messaggi. E diffido sempre dello scrittore che dice di averli. Se avessi messaggi, o soluzioni, o ricette, non li nasconderei dentro delle storie, ma andrei dritto al punto. Troverei mezzi più sfacciati per comunicarli. Io posso al massimo sperare di avere delle intuizioni, e provare a lanciarle come un piccolo sasso nello stagno di chi mi legge, senza sapere nulla su quello che accadrà. Magari il sasso andrà subito a fondo, come se non fosse mai esistito. O magari farà qualche cerchio nell’acqua, corrugando la superficie proprio come facciamo noi quando qualcosa ci da dà pensare. Al massimo posso offrire un altro punto di vista, condivisibile o meno. Non più di questo.

Titolo: La rotta delle nuvole. Piccole bussole per sognatori testardi
Autore: Peppe Millanta
Genere: Saggio, racconto, favola
Casa editrice: Ediciclo
Pagine: 94
Anno: 2020
Prezzo: € 9,50
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Canzoni suggerite: “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli
Letture suggerite: “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne; “Tre uomini a zonzo” di Jerome K. Jerome

L’autore
Peppe Millanta, pseudonimo nato per mascherare le attività eversive durante la sua doppia vita ai tempi dell’Università a Roma (studente di giorno, perditempo di notte), è un musicista di strada. Si vanta di aver avuto la carriera di avvocato più rapida della storia: 12 ore appena, giusto il tempo di abilitarsi, farsi le foto di rito e cancellarsi dall’Albo l’indomani mattina.
Lasciata la carriera da avvocato si è diplomato in Drammaturgia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico.
Vincitore di numerosi premi di narrativa e di teatro, nel 2013 fonda la band di world music “Peppe Millanta & Balkan Bistrò”, con cui si esibisce in numerosi festival in tutta Italia. Nel 2017 fonda a Pescara la “Scuola Macondo – l’Officina delle Storie”, dedicata alle arti narrative. “Vinpeel degli orizzonti” (Neo Edizioni 2018) è il suo primo romanzo. Nel 2020 esce per Edicilo “La rotta delle nuvole”.

Paquito

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La Lega degli Straordinari Gentlemen (Alan Moore e Kevin O’Neill)

9788832732580_0_0_471_75L’Impero Britannico ha sempre avuto difficoltà a distinguere i suoi eroi dai suoi mostri.

Tutto inizia con un incontro: quello che avviene tra Campion Bond, membro dei servizi segreti britannici,e una giovane donna: Wilhelmina “Mina” Murray, ex signora Harker. Il motivo del loro incontroè una missione: l’intelligence (capitanata da un uomo che si nasconde dietro l’iniziale M.) ha bisogno che venga riunita una squadra di persone, ognuna dotata a suo modo di abilità fuori dal comune, per riuscire in imprese che ad altri sono precluse. Il compito di scovarle e riunirle è affidato proprio alla giovane Mina che parte in compagnia del Capitano Nemo a bordo del suo Nautilus per recuperare gli altri membri della Lega degli Straordinari Gentlemen: Allan Quatermain, prode cacciatore e già eroe dell’impero; Hawley Griffin, diventato invisibile dopo un esperimento andato male e, infine, il dottor Henry Jekyll/Mr Hyde. Loro malgrado e un po’ attratti dai benefici che il governo può offrire, questi gentiluomini uniranno le forze, non senza intoppi e battibecchi, per fronteggiare i pericoli che si presenteranno e proteggere la nazione dai suoi nemici.

Per realizzare “La Lega degli Straordinari Gentlemen” (edito da Bao Publishing), Alan Moore e Kevin O’Neill hanno ricreato attraverso questo fumetto le ambientazioni tetre della Londra vittoriana dove i vizi dei suoi abitanti la fanno da padrona: una pungente ironia sull’imperialismo britannico domina tutto il fumetto, abbonda il linguaggio scurrile e la violenza. L’atmosfera è resa perfettamente dallo spettro di colori scelto per le tavole, scuri e cupi, che si alternano con rossi e ocra brillanti nelle scene più esplicite: insomma, in questa storia non cisono mezze misure ed è proprio questo che la rende così affascinante. Gli autori sradicano dai più famosi romanzi dell’Ottocento i loro protagonisti e,pur mantenendo il background originale, li rimodellano in base alle loro esigenze, dando loro personalità meno edulcorate e più adatte al lettore moderno: Mina Murray (“Dracula”) è divorziata dal marito Johnatan Harker; Allan Quatermain (“Le miniere di re Salomone”) è dipendente dall’oppio; Hawley Griffin (“L’uomo invisibile”) ha trascorso anni a molestare le studentesse di un collegio femminile e infine, il dottor Jekyll (“Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde”) ha permesso alla sua controparte, Mr Hyde, di prendere il sopravvento per anni. Questo, solo per quanto riguarda i componenti de la Lega,ma ci sono moltissimi riferimenti anche ad altri personaggi letterari come Mr Dupin (“I delitti della Rue Morgue”) e Sherlock Holmes, con una strizzata d’occhio alle opere di Charles Dickens. Un lavoro ambizioso, una storia di avventura e mistero condita da molta ironia e british humor con protagonisti i più grandi personaggi della letteratura mondiale.

Due parole, infine, per l’edizione: la casa editrice Bao Publishing, che da un po’ di anni detiene i diritti della serie, ha ripubblicato a partire da metà del 2019 questo primo volume e i successivi in una nuova edizione estremamente curata: alla fine del fumetto ci sono diversi inserti con illustrazioni riguardanti la storia e un intero racconto con protagonista Allan Quotermain scritto e illustrato dagli autori. Un valore aggiunto e una piccola chicca per i fan vecchi e nuovi di questa storia e dei suoi personaggi.

Titolo: La Lega degli Straordinari Gentlemen
Autrice: Alan Moore e Kevin O’Neill
Genere: Fumetto
Casa editrice: Bao Publishing
Pagine: 176
Anno: 2019
Prezzo: € 21,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Filmografia consigliata: Da questa storia è stato tratto un film nel 2003 “La leggenda degli uomini straordinari”. Per i lettori del fumetto le differenze con la versione cinematografica sono abbastanza evidenti ma è comunque un film godibile ed è ricordato anche per essere l’ultima apparizione cinematografica di Sean Connery.

Gli autori
Alan Moore, di origine britannica, è un artista completo: scrive fumetti, romanzi, musica e canzoni. È autore di alcuni dei fumetti più famosi e premiati, riconosciuti universalmente come capolavori: “Watchman”, “V per Vendetta”, “From Hell”, e “Batman: The Killing Joke” oltre, ovviamente, alla serie de “La lega degli Straordinari Gentlemen”.

Kevin O’Neill
, fumettista, conosciuto soprattutto per essere il co-creatore della serie “Nemesis the Warlock” e “La Lega degli Straordinari Gentlemen”.

Giovanna

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Editoria al femminile (Paquito)

Italia. Terra di santi, poeti, navigatori e case editrici.
Al di là di qualsiasi polemica (è triste la disparità tra editori e lettori, ma non è questa la sede per approfondire il discorso!) è confortante riflettere sulla crescita delle quote rosa (mi sia concessa quest’espressione) nel campo dell’editoria. Sono molte le donne impegnate attivamente nei processi editoriali, nelle vesti di: redattrici, traduttrici, correttrici di bozza e altro ancora. Ma quante decidono di investire il proprio tempo, le proprie energie, denaro (spesso, purtroppo, anche quelli) nell’editoria? E soprattutto perché? La risposta, quasi sempre, appare scontata: lo si fa per passione.
Possibile sia sufficiente affidarsi alla passione? Tante, troppe volte, gli editori (intesi come macrocategoria, al di là del genere) sono costretti ad avere un doppio lavoro e a portare avanti una casa editrice alla stregua di un’associazione culturale. Editoria come lavoro oppure come hobby? Abbiamo provato ad approfondire il discorso coinvolgendo due giovani editrici indipendenti: Oriana Conte, editrice di SuiGeneris, e Cristina Barone, una delle fondatrici di Cliquot.
Innanzitutto: perché si sceglie di diventare editori? «Non certo per danari» risponde Cristina. «Naturalmente per passione, per amore verso quest’oggetto così antico, ma classico e intramontabile. Per sentirsi parte di un processo, sano e costruttivo, parte dalla (ri)scoperta di un autore fino a rivelare la nuova uscita a lettori e stampa. In un mondo lavorativo profondamente asfittico è qualcosa che rasserena l’anima».cliquot
«Non è il più semplice degli investimenti» le fa eco Oriana. «Direi perché do ai libri vitale importanza e una buona dose di potere. Non a caso nella maggior parte dei mondi distopici, dove qualcosa è andato terribilmente storto, i libri sono proibiti o temuti».
E al di la delle ragioni etiche? «Mi sono proposta di rischiare» continua «puntando su autori contemporanei che la contemporaneità la vivisezionano, e ci trascinano in una immedesimazione viscerale, o ci mostrano qualcosa in più della realtà».
Un lavoro molto appagante, quindi, ma che riserva più di un problema, al di là di qualsiasi analisi di bilancio. Lecito chiedere: quanto è difficile per una donna occuparsi attivamente di editoria?
suigeneris«È un campo minato» afferma Oriana Conte. «Vorrei poter dire “Nessuno. Ci siamo liberati dagli stereotipi da entrambi i lati”. Mi limito a un aspetto: con sarcasmo, ricordo i primi anni, quando nel mio catalogo avevo ancora sei libri, tutti scritti da uomini e mi si chiedeva con sospetto: “Ma tu che sei donna perché hai solo autori maschi?”. Seguivano battute, qualcuno forse si aspettava che rispondessi come l’Amadeus di turno “Sono belli e sanno stare un passo indietro”. Scelgo i libri che mi piacciono e che abbiano qualcosa da dire. Questa del genere è un’annosa diatriba nel mondo editoriale. Dunque una delle difficoltà è mantenere l’attenzione sui libri».
«È difficile affermarsi» aggiunge Cristina «come in qualsiasi campo lavorativo in una nazione arretrata dal punto di vista della parità di genere. Deve cambiare il sistema di pensiero, come in altri paesi più avanzati è già successo, con risultati più che positivi sotto molti punti di vista, di benessere personale e sociale oltre che di produttività».
Forse, un giorno, le cose effettivamente cambieranno. Non vi sarà disparità di genere, aumenterà il numero dei lettori a qualsiasi latitudine. E magari verrà pure il giorno cui investire nell’editoria non sarà più considerato un atto di coraggio, ma una sana scelta professionale.

Paquito

Lettore medio

Anna Édes (Dezső Kosztolányi)

9788889076378_0_0_422_75Poteva fare di tutto ma non riusciva ad abituarsi al posto. Il suo olfatto, acuto come quello di un cane, si rifiutava. Quando da lontano scorgeva l’edificio al 238 di via Attila, rabbrividiva.

Budapest, 1919. Il terribile regime comunista di Bela Kun è finito e la borghesia ungherese può prendere, seppure per poco, un attimo di respiro. I coniugi Vizy, ansiosi di ostentare la ricchezza e lo status sociale tenuti a lungo nascosti, sono alla ricerca di una nuova cameriera, poiché tutte quelle avute finora sono pigre, ladre e donnacce. Venuto a sapere che il loro portinaio ha una nipote, tale Anna Édes, giovane volenterosa e virtuosa che fa la bambinaia presso un’altra famiglia, i signori Vizy fanno di tutto per convincere la ragazza a lavorare per loro, siccome all’inizio Anna è reticente a entrare in quella casa che, non sa bene perché, la mette a disagio.

“Anna Édes” (edito da Edizioni Anfora) è un romanzo che denuncia, senza mezzi termini, l’insensibilità e l’ipocrisia delle classi più alte della società nei confronti della servitù. Prigionieri delle loro vite vuote e prive di qualsivoglia scopo che non ruoti intorno alla ricchezza e al potere, i coniugi Vizy sfogano sulle domestiche le loro frustrazioni, pretendendo da loro un livello di efficiente perfezione inarrivabile a chiunque.
Eppure, la dolce Anna (Édes vuol dire proprio dolce in ungherese) appare fin da subito come la domestica dei loro sogni: silenziosa, dimessa, quasi invisibile, affronta il pesante carico di lavoro senza mai lamentarsi. I signori Vizy sono più che entusiasti di darle altre faccende da sbrigare, di vantarsi del suo carattere irreprensibile con amici e conoscenti, e mai una volta si chiedono perché Anna non mangi, perché appaia spesso triste e mai desiderosa di alcunché.
La ragazza è per loro un oggetto, uno dei tanti utensili per pulire la casa (lo stesso signor Vizy la paragona a una scopa) e a nessuno viene mai in mente che possa avere sentimenti o desideri come un qualunque altro essere umano. Sarà per questo che l’autore, con la sua scrittura fluida e la sua penna affilata, non fa mai entrare il lettore nella testa di Anna, ma ce la mostra per la maggior parte del tempo assumendo il punto di vista degli altri, dei borghesi amici dei Vizy, del giovane seduttore Jancsi, delle altre serve del condominio.
Forse perché Anna stessa, a furia di essere trattata come un oggetto, comincia a perdere la sua umanità, a sentirsi schiava e prigioniera di una casa che non le lascia via di scampo. E cosa accade quando una persona mette da parte i sogni e perde la sua umanità? Dezső Kosztolányi ce lo mostra in maniera brutale e quasi inaspettata, lasciando chi legge sgomento, ma, allo stesso tempo, vendicato.

Titolo: Anna Édes
Autore: Dezső Kosztolányi
Casa editrice: Edizioni Anfora
Genere: Realistico, drammatico
Pagine: 270
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni

L’autore
Dezső Kosztolányi è un maestro della letteratura del primo novecento ungherese, conosciuto e stimato in Italia grazie a Sellerio, Edizioni e/o, Rubettino, Castelvecchi e Mimesis. Il suo stile fu principalmente parnassiano e crepuscolare, comprendente elementi allusivi e sfumati, angoscia esistenziale e focalizzazione sull’individuo.
Anna Édes (1926) è considerato il suo miglior romanzo, presentato per la prima volta in Italia in edizione integrale nel 2014 (nel 1937 Baldini&Castoldi ne pubblicò una versione ridotta, forse per motivi di censura), e ha riscosso successo sia tra i critici sia tra i lettori.

Claudia