Lettore medio

Mister Rochester (Sarah Shoemaker)

arton151806-a33f4.jpgCredete di essermi in qualche modo affine, Jane? Talvolta mi procurate una strana sensazione, soprattutto quando mi siete accanto, come adesso… È come se una funicella assicurata alle mie costole, a sinistra, fosse inestricabilmente annodata a un’analoga cordicella legata al vostro corpo, e temo che se quel mare e duecento miglia di terra ci separassero, questo legame si spezzerebbe…
Così ho l’inquietante sensazione che sanguinerei interiormente, e che voi… voi mi dimentichereste…”

Diciamocelo: Mister Rochester è uno dei personaggi più affascinanti ed enigmatici della letteratura. Descritto come non particolarmente bello, la sua ricchezza e posizione sociale ne fanno, invece, uno dei partiti più ambiti per le donne in cerca di marito. Ma di quello che si nasconde dietro i suoi occhi scuri e l’animo inquieto, il lettore ne ha soltanto una visione superficiale, visto che la storia, così come la conosciamo noi, è stata raccontata unicamente dal punto di vista di Jane Eyre, l’eroina del romanzo che porta il suo nome. Ora, invece, grazie al “Mister Rochester”di Sarah Shoemaker (Beat edizioni) si apre una finestra su questo straordinario personaggio del quale, finalmente, possiamo conoscere il passato e le vicende personali che lo hanno condotto ad essere ciò che così magistralmente è stato descritto da Charlotte Brönte.
Poco considerato fin dalla nascita e palesemente sfavorito rispetto al fratello maggiore Rowland, Edward Rochester sembra essere esclusivamente uno strumento nelle mani del padre, un ricco possidente che preferisce vivere il brivido degli affari piuttosto che languire nella proprietà di famiglia. Per accondiscendere alla volontà paterna, senza per altro conoscerne il fine ultimo, il nostro protagonista arriva perfino nella lontana Giamaica, una terra mitica e straordinaria nelle sue fantasie di ragazzo, che nella realtà si rivela molto diversa: proprio lì il suo destino prenderà quella svolta decisiva che i lettori della Brontë ben conoscono.

La narrazione è ricca di personaggi che contribuiscono alla formazione del protagonista, a partire dai suoi giovani amici, Tocco e Carota, fino al signore e alla signora Wilson, i quali molto più di altri si avvicinano al concetto di famiglia per Edward. Il racconto in prima persona fa sì che Mr. Rochester si apra senza remore al lettore, quasi come fosse una lunghissima confidenza fatta davanti a un bicchiere di whisky d’ottima annata. La Shoemaker si dimostra una perfetta conoscitrice della Brontë: non si percepisce alcuna discrepanza né stridore tra quanto emerge in “Jane Eyre” e la psicologia dei protagonisti in “Mister Rochester”: tutto collima alla perfezione, regalando così al lettore un senso di completezza e la possibilità di sognare ancora su una delle coppie più belle e interessanti della letteratura.

Titolo: Mister Rochester
Autore: Sarah Shoemaker
Casa editrice: Beat Edizioni (Superbeat)
Genere: romanzo biografico – sentimentale
Pagine: 415
Anno: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Romanzo consigliato: naturalmente “Jane Eyre” di Charlotte Brontë.
Filmografia consigliata: “Jane Eyre” di Franco Zeffirelli (1996); “Jane Eyre” miniserie tv di Susanna White (2006); “Jane Eyre” di Cary Fukunaga (2011)

L’autrice
Sarah Shoemaker è nata in un sobborgo di Chicago e ora vive in un piccolo villaggio nel nord del Michigan. Ha lavorato come insegnante e bibliotecaria. “Mister Rochester” è il suo primo romanzo.

Vera

Annunci
Lettore medio

Dieci lezioni sui classici (Piero Boitani)

9788815273659_0_0_503_75E dovunque si estende la potenza romana sulle terre domate, sarò letto dalla gente, e per tutti i secoli, grazie alla fama, se c’è qualcosa di vero nelle profezie dei poeti, vivrò.”

Dall’epica alla tragedia, dagli scritti filosofici alla poesia lirica, dalla Grecia a Roma. Un viaggio attraverso il tempo per conoscere i classici della letteratura. E se ve lo state chiedendo no, non si tratta solo di una dissertazione sulla materia o di una lezione su opere e autori che molti considererebbero morti e sepolti, facendo storcere il naso a studiosi e appassionati.
“Dieci lezioni sui classici” di Piero Boitani (edito da Il Mulino) è molto di più. È come immergersi in una realtà virtuale, con il professor Boitani nelle vesti di guida personale, per rivivere il clangore delle lance e degli scudi degli eserciti greci e troiani, il dolore di Achille per la morte di Patroclo e quello di Andromaca per il destino segnato di Ettore; per assistere alla commozione di Ulisse mentre narra le sue avventure attraverso il Mediterraneo alla presenza di Alcinoo e di tutta la sua corte; è rivivere il discorso finale di Socrate ai giudici, percepire lo struggimento amoroso di Saffo o ancora assistere alla nascita di quello che fu, probabilmente, l’impero più famoso dell’antichità, l’impero romano. Capitolo dopo capitolo, il professor Boitani conduce il lettore alla scoperta delle pietre miliari della letteratura mondiale, mettendone in luce i temi e i nuclei portanti che tante altre volte sono stati ripresi da scrittori e poeti successivi, con i quali si definisce il confronto arricchendo così l’esposizione. La coerenza con cui ogni autore viene rappresentato rende la lettura scorrevole e piacevole, quasi non ci si accorge dello scorrere del tempo e delle pagine. Il rispetto con cui ogni opera viene dipinta fa trapelare la passione che anima chi ne scrive. È inevitabile, quindi, sentirsi catapultati dentro quelle righe che parlano di miti e leggende, di interrogativi che sono e resteranno immortali perché fanno parte di noi, radicati come sono nel nostro dna. A volte, sembra quasi che ce ne dimentichiamo, presi come siamo dal nostro quotidiano andirivieni, ma se ci fermassimo, se rallentassimo per concederci il tempo di una riflessione, non potremmo fare a meno di sentire riecheggiare noi stessi in ogni parola, in ogni emozione che essi ci raccontano e ci rappresentano. Siamo sicuri che i classici non abbiano davvero più nulla da dirci? Lascio, dunque, la parola al professor Boitani, che mi ha gentilmente concesso una breve intervista, per rispondere a questa e ad altre domande…
Le dieci lezioni che leggiamo nel suo libro sono la rielaborazione di una serie di puntate realizzate per una radio svizzera. Come ha vissuto l’esperienza radiofonica? La Radio era quella della Svizzera Italiana, culturalmente attivissima. Ho vissuto l’esperienza molto bene, mi sono molto divertito.
Quanto è stato difficile trasformare le puntate radiofoniche nei capitoli del libro? Trasformarle si è rivelato impossibile, anche se mi avevano mandato la sbobinatura. Linguaggio orale radiofonico, e linguaggio scritto per un libro, in italiano, sono completamente diversi. Ho dovuto scrivere ex novo, il che è stato piacevolissimo e mi ha tenuto in vita dopo un infarto.
E quanto è stato difficile, invece, scegliere gli autori e le opere di cui parlare? Difficile? Non è stato affatto difficile. Mi avevano dato, alla RSI, dieci puntate di 30/35 minuti ciascuna. Ho scelto gli autori e le opere che amo da una vita.
Ha mai pensato o le hanno mai chiesto di realizzare una seconda serie di lezioni? Stiamo pensando a una seconda edizione del libro, che avrà un quattro-cinque capitoli in più.
I classici ci dimostrano che l’uomo da sempre si interroga su alcuni temi fondamentali (la vita, la morte, l’amore, la giustizia). Come crede che la nostra realtà contemporanea si ponga nei confronti di questi temi? Il mondo è in sostanza sempre lo stesso, e i problemi dell’umanità sono sempre gli stessi, perché 3000 anni fa come ora si nasce, si cresce, si muore. Il mondo moderno ha anche altri problemi: il cambiamento del clima, la crisi del pianeta, che l’antichità non aveva, e sui quali non ci possono insegnare nulla se non la misura.
Probabilmente i classici, proprio in quanto tali, avranno sempre qualcosa da insegnare. Cosa pensa che possano insegnare alla nostra società contemporanea? Tutto. Basta saperli leggere.
Domanda irriverente: qual è il suo classico preferito. Perché? Forse Omero. Perché è il primo, e coi suoi poemi perfetti fonda la nostra civiltà; perché nell’Iliade e nell’Odissea c’è tutto.
Domanda irriverente numero due: se potesse tornare indietro nel tempo quale autore classico vorrebbe incontrare. Perché? Non potrei incontrare Omero, perché con ogni probabilità Omero non è mai esistito ma è un semplice nome per tanti cantori. Allora sceglierei Sofocle o Plutarco, o Lucrezio o Ovidio. Il perché è nel libro.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi, e a quelli forti.

Titolo: Dieci lezioni sui classici
Autore:  Piero Boitani
Genere: Saggistica
Casa editrice: Il Mulino
Pagine:  240
Anno: 2017
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni

L’autore
Piero Boitani
 insegna Letterature comparate nella Sapienza – Università di Roma. Con il Mulino ha pubblicato numerosi libri, fra i quali ricordiamo “Sulle orme di Ulisse” (2007), “Letteratura europea e Medioevo volgare” (2007), “Il grande racconto delle stelle” (2012) e “Il grande racconto di Ulisse” (2016).

Vera

Lettore medio

La notte dei supereroi (Giancarlo Vitagliano)

9788825407976-la-notte-dei-supereroiSi porta vicino all’ampia vetrata e l’apre. La brezza della sera entra nella stanza insieme al rumore del traffico che si ingarbuglia decina di piani più sotto. Come se tutti gli abitanti della metropoli potessero vederlo così, a gambe aperte e con l’invito spiegato tra le mani, inizia a leggere a voce alta. Un colpo secco gli recide la carotide e schizzi rossi investono il foglio; i suoi occhi guardano allibiti il bianco macchiato per sempre, la mano si apre e la lettera plana sul pavimento, con lente volute. […]
– Non avresti dovuto farlo! – dice una voce soffocata da una sciarpa.

La città di New York viene sconvolta da una nuova serie di efferati omicidi: i più grandi artisti di comics di supereroi vengono trovati uccisi e, sulla scena del delitto, l’assassino lascia frasi apparentemente incomprensibili scritte con il sangue delle vittime. Il detective della polizia incaricato delle indagini, il ruvido sergente Esposito, ignora del tutto il mondo dei comics e decide di farsi affiancare da un collega più giovane che, invece, ne è un grande appassionato. I due si addentrano nel mondo dei fumetti, scoprendo amicizie, rivalità e cupidigia. Ma gli omicidi continuano. Riusciranno i due a scoprire perché il sangue dei creatori di fumetti continua a scorrere e a fermare così il serial killer?
La prima cosa che sorprende de “La notte dei supereroi” di Giancarlo Vitagliano (editore Delos Digital, collana Odissea Digital #96) è l’immediatezza, che fa sì che il lettore si senta subito catapultato nel mondo distaccato ed elitario dei fumetti e si immedesimi facilmente nei due detective.Importante punto di forza del romanzo è la loro caratterizzazione perfettamente antitetica: rude e sboccato uno, pacato e tipicamente nerd l’altro; due personaggi che inizialmente appaiono poli opposti di una calamita esi riscoprono poi complementari e reciprocamente necessari per il completamento delle indagini.
La struttura procede su più piani narrativi: ora seguendo da vicino la vita privata dei detective, ora presentando al lettore la cronaca in tempo reale degli omicidi, ora spiando a mo’ di Grande Fratello i segreti dell’assassino. Ed è per questo che la lettura non risulta mai noiosa e, pagina dopo pagina, mi ha appassionato sempre di più.Un romanzo che ho divorato in pochi giorni con immenso piacere, pur non essendo un appassionato di fumetti e di supereroi.
Il simpatico autore, Giancarlo Vitagliano, mi ha concesso questa breve intervista a beneficio degli amici del Lettore Medio.

Come mai un romanzo sui supereroi e i fumetti? Sono un grande lettore di tutto ciò che è stampato e non mi importa se siano libri o fumetti perché a me interessano le storie (per questo amo anche il cinema e le serie TV). Ho incominciato a leggere i fumetti e a conservarli da quando avevo cinque/sei anni e da allora non mi sono più fermato. I primi erano i leggendari “Albi del falco – Nembo Kid”, che conservo ancora gelosamente, e da allora di supereroi ne ho letto e straletto. Poi, da alcuni decenni, si è avuta la perdita dell’innocenza dei comics e questo ha rivoluzionato in parte il modo di intendere il supereroe: non è più il cavaliere senza macchia e senza paura ma un essere umano con i suoi problemi. Per me questa è stata la normale evoluzione di un medium come il fumetto, ma ad altri non è andato giù e continuano a lamentarsi di quanto fosse bello tutto ciò che ha preceduto il corso attuale dei comics. Io scrivo sempre storie che nascono da un mio interesse sociale, politico o da una mia passione e poiché amo il genere noir ecco che è nata la notte dei supereroi, dove ho voluto anche raccontare vere e proprie pagine di fumetti inventati per l’occasione.
Quali sono state le fonti d’ispirazione per i due protagonisti? Se intendi i poliziotti (perché per me il vero protagonista è il serial killer con le sue passioni distorte) mi sono rifatto alle coppie celebri del romanzo noir o delle detective story classiche, anche se qui non è ben chiaro chi sia la spalla dei due: a volte il giovane, altre il poliziotto più navigato. E poi mi serviva che ci fosse uno dei due totalmente a digiuno del mondo dei comics e l’altro che, invece, da grande appassionato facesse da contraltare al serial killer.
Quale supereroe ti piacerebbe essere e quale superpotere ti piacerebbe avere? Batman certamente, proprio perché è un supereroe senza superpoteri se non le sue abilità.
Nel romanzo ci sono riferimenti sociali e politici. Può un romanzo essere uno strumento per combattere i pregiudizi e l’ignoranza? Leggere è l’unico strumento adatto a chiunque per abbattere pregiudizi sociali e politici e razzismi vari. Del resto vivere più di una vita, entrando nelle storie narrate e vivendole fino in fondo, aumenta l’empatia che è l’unica maniera che ha l’essere umano per confrontarsi e capire gli altri, specie quelli del tutto diversi da sé.
Progetti per il futuro? Immergermi nelle storie, indipendentemente se siano narrate in un romanzo, lette in fumetto o viste sullo schermo, oppure che siano nate nella mia mente. Infatti, da poco è uscito un mio nuovo romanzo, questa volta cartaceo, ma questa è un’altra storia…

Titolo: La notte dei supereroi
Autore: Giancarlo Vitagliano
Genere: Noir/thriller
Casa editrice: Delos Digital
Pagine: 172 (ebook)
Prezzo: € 3,99
Anno: 2019
Colonna sonora: “Batman” – Prince (album, 1989)
Film consigliato: “Mystery Men” – KinkaUsher(1999), “Watchman” – ZackSnyder(2009)
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Giancarlo Vitagliano è nato a Napoli, dove vive con la moglie, due figlie e un cane. È laureato in medicina ed è cardiologo presso il più grande ospedale del sud. È un lettore compulsivo di libri e fumetti, amante del cinema e delle serie TV; da sempre ne sogna di proprie ascoltando musica o andando in giro in moto. Ha pubblicato diversi racconti e sei romanzi: “Fantasmi dentro”, Cicorivolta Edizioni 2009, “Che musica ascolti”, Photocity Edizioni 2011, “L’amore negato”, Lettere Animate Editore 2014, “Il viaggiatore perfetto”, Homo Scrivens 2015 (secondo al Premio Nazionale Megaris 2016 e terzo al Premio L’Iguana 2016), “Malaika”, Watson 2015, “Milo. Detective per amore”, Homo Scrivens 2017 (menzione al Premio letterario Festival Giallo Garda 2018).

Giano

Lettore medio

Il sogno della macchina da cucire (Bianca Pitzorno)

9788845299032_0_0_503_75

“Ascoltami,” disse gravemente miss Lily Rose. “Sei giovane, e ti può capitare di innamorarti. Ma non permettere mai che un uomo ti manchi di rispetto, che ti impedisca di fare quello che ti sembra giusto e necessario, quello che ti piace. La vita è tua, tua, ricordalo. Non hai alcun dovere se non verso te stessa.”

In una piccola città della provincia italiana, una giovane donna conduce una vita semplice, fatta di mille sacrifici. Rispetto a tante sue coetanee, però, è fortunata: grazie alla lungimiranza di sua nonna ha imparato un mestiere, quello di sartina, che le consente di essere autonoma e di vivere dignitosamente, seppur in maniera modesta. È lei stessa, la sartina – di cui non conosciamo nemmeno il nome – a raccontarci la sua storia, che si intreccia con quella di altri personaggi, come la marchesina Ester, miss Lily Rose e il giovane Guido. Ognuno di loro avrà un ruolo fondamentale nella vita della sartina, accompagnandola nel suo processo di crescita o supportandola nei momenti di difficoltà. Riuscireste mai a immaginare che tutte queste storie di vita ruotino intorno ad una macchina da cucire?
Bianca Pitzorno, autrice de “Il sogno della macchina da cucire” (edito da Bompiani), ha costruito, partendo da questo oggetto semplice e familiare, una storia altrettanto semplice, che avrebbe potuto essere quella delle nostre nonne o bisnonne, per le quali, invece, una macchina da cucire avrebbe potuto significare un’importante fonte di guadagno e quindi di sopravvivenza.
Il racconto in prima persona della protagonista procede pacato, con un tono lieve che mi ha riportato più volte alla mente l’immagine di una nonna accanto al focolare, intenta a passare la sua esperienza a una generazione più giovane. E quella sfumatura di malinconia, tipica di chi si accinge a rimestare il calderone dei propri ricordi, ci porta a conoscere un mondo un po’ diverso dal nostro, ma soltanto perché lontano nel tempo. Infatti, proprio attraverso la voce dell’anonima protagonista (non è un caso che la sua identità resti celata per tutto il romanzo), l’autrice ci permette di scoprire che i sogni delle donne, in fondo, sono rimasti sempre gli stessi: l’indipendenza, la libertà, la felicità.
Ho letto diversi romanzi di Bianca Pitzorno e non sono mai rimasta delusa, come non rimarrete delusi voi, Lettori Medi, leggendo l’intervista che l’autrice mi ha così gentilmente concesso…

Da dove hai tratto l’ispirazione per questo libro? Leggevo un saggio sulle prime case di tolleranza pubbliche (aperte da Cavour nel 1860 per proteggere la salute dei soldati). Bastava pochissimo perché una donna (povera ovviamente) ci venisse rinchiusa senza avere la possibilità di uscirne. I mestieri esercitati dalle tollerate prima cadere in quell’inferno erano in primo luogo quello della servetta, in secondo quello della cucitrice. (D’altra parte Eugene Sue nel suo “L’ebreo errante”, aveva dimostrato con i numeri che una sartina a Parigi, anche lavorando 18 ore al giorno per sette giorni alla settimana, non sarebbe mai riuscita a guadagnarsi da vivere, neppure al livello più basilare, e che se quindi cedeva alle lusinghe di una occupazione peccaminosa non era da biasimare perché non aveva scelta.) Per uscirne, dopo un iter burocratico complicatissimo, bisognava dimostrare di essere in grado di mantenersi onestamente. Ovviamente le cucitrici non potevano dimostrarlo. Però una noticina a piè pagina del mio saggio raccontava di una tollerata che era riuscita a liberarsi dimostrando di possedere una macchina da cucire. Questo è stato il punto di partenza.
Nel corso della lettura non conosciamo mai né i luoghi in cui si svolgono le vicende narrate, né il nome della protagonista. Ci puoi spiegare il motivo di questa scelta? Volevo che la mia protagonista fosse l’emblema di tutte le sartine italiane che all’inizio del Novecento si guadagnavano duramente la vita, con la minaccia di essere chiuse in un bordello sospesa perennemente sulla testa. E volevo che la città fosse l’emblema di tutte e qualsiasi piccole città di provincia italiane dove tutti si conoscono e l’opinione pubblica, le critiche della gente, possono distruggere un’esistenza. Potrebbe essere per esempio la Donora del mio romanzo precedente, “La Vita sessuale dei nostri antenati”, ovviamente mezzo secolo prima.
Man mano che si va avanti con la lettura si scoprono, invece, molti aspetti e dettagli della quotidianità di un passato ormai lontano. La loro descrizione sono frutto di una ricerca? Se sì, quanto tempo vi hai dedicato? Nessuna ricerca. Queste cose, anche nei dettagli, le sapevo già. Per me quel passato non è poi così lontano. La sartina è coetanea di mia nonna. Quando io avevo sette anni lei, la sartina che mi ha ispirato, ne aveva circa cinquantacinque, e veniva ancora a cucire a casa mia. Io la guardavo, e ho imparato da lei a cucire (non per vantarmi, sono bravissima e se non fossi diventata presbite potrei guadagnarmi la vita come sarta. Descrivo tanti dettagli del come si cuce perché sono azioni per me familiari, che so fare e che mi piace fare). La ascoltavo anche; tante storie della sua giovinezza me le ha raccontate lei. Altre storie di quegli anni me le hanno raccontate mia nonna, mia madre, le mie zie. Qualcuna delle storie è in parte vera, e ne erano protagonisti miei parenti vicini o lontani. Mia nonna aveva poi conservato moltissimi numeri del quotidiano cittadino di inizio Novecento, pieno non solo di notizie, ma di pubblicità, barzellette, annunci economici ecc… che mi restituivano l’aria del tempo. Ma non li ho consultati per il libro, li avevo già letti per divertimento.
Un modo di dire recita che Certe cose cambiano, altre, invece, non cambieranno mai. Cosa pensi che sia cambiato e cosa invece sia rimasto uguale rispetto all’epoca in cui sono ambientate le vicende della protagonista? Parliamo dell’Italia. Nel resto del mondo i cambiamenti sono stati tanti e così vari che non ci sarebbe lo spazio per descriverli. Da noi per fortuna è crollata la barriera invalicabile che separava le classi sociali. Molti figli di poveri sono riusciti a studiare. Anche le donne hanno conquistato maggiore libertà. Ciò che sembrava superato e che invece sta ritornando è la forbice tra ricchi e poveri; la libertà non è più una questione di cosa dice la gente ma di quanto denaro possiedi.
Qual è il messaggio più importante che la storia della protagonista vuole farci arrivare? Nessun messaggio. Detesto le storie che vogliono insegnare qualcosa, che vogliono fare la morale al lettore. L’unica cosa che deve fare lo scrittore, che deve rappresentare, mettere in scena, è la complessità della vita. Un romanzo non deve dare risposte, ma spingere il lettore a farsi domande.
I protagonisti dei tuoi libri sono sempre personaggi forti, intraprendenti e coraggiosi. C’è un filo conduttore che li lega tra loro? Questo mi sembra un giudizio un po’ superficiale. Alcune delle mie protagoniste sono timidissime, come Làlalage o Diana, che senza l’aiuto e la spinta delle amiche sarebbero dei pulcini nella stoppa. Qualcuna è una stronzetta snob come Polissena. Le tre amiche di “Speciale Violante” sono diversissime tra di loro. D’altronde io stessa ho cercato di differenziare i loro caratteri. Ripetere sempre lo stesso cliché mi sembrerebbe un fallimento nella mia ricerca espressiva. Ma tra i critici si è creato questo stereotipo delle bambine in gamba della Pitzorno che io però non condivido.
Nell’ultimo periodo sei stata oggetto di critiche a causa di presunti messaggi veicolati da alcuni tuoi famosissimi libri adottati nelle scuole come, per esempio, “Ascolta il mio cuore” o “Extraterrestre alla pari”. Qual è la tua opinione in merito? Che chi vede il male, il vizio, dove non c’è, ce lo ha dentro lui stesso. I fanatici che si sentono minacciati dal cattivo esempio, non sono sicuri dei propri valori e quei presunti peccati di cui accusano gli altri hanno una gran voglia di compierli loro.
Domanda irriverente: nella tua carriera di scrittrice hai dato vita a moltissime storie che sono state anche tradotte in tutto il mondo. Ce n’è una alla quale sei particolarmente affezionata? Forse “La bambinaia francese”.
Curiosità: progetti per il futuro? A questo riguardo sono superstiziosa. Non parlo mai di un mio lavoro finché non l’ho terminato e non ne sono soddisfatta.
Come descriveresti il rapporto con i tuoi lettori? Scrivere e pubblicare è come scagliare una freccia nel buio. Non sappiamo se colpirà qualcuno e chi. Perciò quando scriviamo, io perlomeno, non possiamo pensare e adattarci a chi ci leggerà. Poi, se incontro qualche donna adulta in gamba che mi dice “Sono cresciuta con i suoi libri. E’ grazie a loro se sono quella che sono” – mi sento molto orgogliosa e commossa, ma so che non ne ho alcun merito.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi. Il più ovvio. Buona lettura! E buona fortuna, che possiate incontrare un buon libro. Ormai ce n’è in giro tanti, troppi, che valgono poco, e fare buoni incontri è sempre più difficile. Ma non bisogna lasciarsi scoraggiare. La perla nascosta adatta a noi c’è sempre. Bisogna avere la pazienza e/o la fortuna di trovarla.

Titolo: Il sogno della macchina da cucire
Autore: Bianca Pitzorno
Genere: Romanzo biografico
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 229
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni

L’autrice
Bianca Pitzorno
è nata a Sassari nel 1942. Ha pubblicato dal 1970 a oggi circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che in Italia hanno superato i due milioni di copi vendute e sono stati tradotti in moltissimi Paesi. Tra i suoi titoli più noti: Extraterrestre alla pari, 1979; La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; L’incredibile storia di Lavinia, 1985; Ascolta il mio cuore, 1991; La bambinaia francese, 2004; Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente, 2006; Giuni Russo, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009; La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi), 2015.

Vera

Lettore medio

Gli occhi di Firenze (Paolo Ciampi)

9788899368425_0_0_503_75È vero: non c’è niente come il cielo di Firenze in primavera. Se non forse il cielo di Firenze in autunno.

Partiamo da un assunto: “Gli occhi di Firenze”, il nuovo libro di Paolo Ciampi (edito da Bottega Errante Edizioni) non è una guida turistica né un diario di viaggio. È un gioco letterario tra un editore e uno scrittore. Il primo affida al secondo il compito di realizzare un libro dedicato al capoluogo toscano; il secondo prova a raccontare la città attraverso quei luoghi che, solitamente, non finiscono sulle guide turistiche né vengono immortalati sulle cartoline.
Nasce così un libro fatto di aneddoti, nel quale trovano spazio testimonial d’eccezione – Dante Alighieri su tutti – ma pure nomi meno blasonati, come Zoroastro da Peretola, semisconosciuto nobile fiorentino che testò la macchina volante realizzata da Leonardo da Vinci.
Non di sola arte vive la città, ed ecco che Ciampi propone dei piatti tipici – il lampredotto su tutti – attraverso i quali gustare una Firenze tanto rinascimentale quanto contemporanea.

Quel che ho più apprezzato di questo libro è il desiderio, da parte dell’autore, di raccontare una città vissuta con l’occhio del turista in casa propria: Ciampi ne sottolinea, talvolta, anche i difetti. Non cicatrici, ma graffi sul volto di una città che, col passare del tempo, vede il proprio volto solcato da rughe che non ne intaccano la bellezza. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore…

Gli occhi di Firenze. Da cosa nasce l’esigenza di scrivere questo libro? L’idea, devo dire, non è farina del mio sacco, mi è stato suggerita dall’editore, a conclusione di una bella cena al Pisa Book Fest. All’inizio ero titubante, avevo l’impressione che su Firenze fosse già stato detto e scritto tutto. L’unico modo era provare a modo mio, facendo quello che mi piace fare: camminare, magari senza una meta, andare dietro alle mie curiosità. E sì, usando occhi diversi per una città che non smette di reinventarsi. Firenze, il posto dove ho sempre abitato, è diventato il mio viaggio più lontano.
Giornalista, scrittore, turista, semplice passeggiatore: quante anime convivono in te e quale spirito ti ha animato durante la stesura di questo volume? Anche se forse dirlo è una forma di presunzione, non mi piace definirmi turista, il turista è colui che si muove senza accettare l’esperienza di cambiamento. Preferisco dirmi viaggiatore, perché il viaggiatore si mette in gioco e riesce a essere tale anche sotto casa. E poi mi piace considerarmi una persona che si mette in ascolto delle storie che un luogo è sempre in grado di consegnarti.
Firenze non è solo monumenti e storia, è pure cibo. Suggerisci un piatto che – in maniera quasi “proustiana” – ci riporti alla mente questa città ogni volta che l’assaggeremo. Troppo facile dire la bistecca alla fiorentina, ma la bistecca è un piatto troppo importante, eccessivo, oserei dire divisivo, a prescindere da come la si pensi sulla carne. Preferirei dire l’umile lampredotto, lo street-food di Firenze da sempre, da prima ancora che la parola street-food circolasse: cibo da chiosco, da consumare in piedi, con un bicchiere di vino e una chiacchiera gomito a gomito. E per chi non gradisce, ecco, raccomando la schiacciata all’uva, che in autunno ci riporta alle nostre radici, nella terra che ci circonda: la mia madeleine.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Anche gli amici per ora non hanno avuto niente da ridire e questo è sorprendente: noi siamo quella città, scrivo nel libro, che nel calcio aspetta a gloria il terzo scudetto, ma una volta conquistato farebbe spallucce: era meglio il secondo. Scherzi a parte, la cosa più bella è che in diversi mi stanno chiamando da fuori Firenze e mi dicono: si verrebbe da te a camminare.
Numerose sono le citazioni all’interno del libro, non soltanto tratte dai classici e dalle pietre miliari della letteratura, ma pure da capolavori del secolo appena trascorso. Quale aforisma (presente nel libro o uno che ti sovviene adesso), a tuo parere, racchiude l’essenza di questa città? In fondo ci starebbe bene l’Italo Calvino con le sue “Città invisibili”, quando dice che le città sono fatte di desideri e paure. Mi piace poter pensare che Firenze sia ancora fatta più di desideri che di paure.
Non solo i “luoghi da cartolina”, ma anche e soprattutto posti nei quali apprezzare la bellezza delle piccole cose. È questa la Firenze che preferisci? Assolutamente sì. Mi piace la Firenze che non si deve vedere per forza, la Firenze fuori dal terribile imbuto che ingoia comitive su comitive. La Firenze dove i ritmi si allentano e la folla si rarefa, dove a volte c’è perfino silenzio. E poi ci sono tanti scorci di bellezza, tante storie da raccontare, persino in periferia. Mi piacerebbe che questo libro fosse inteso come un suggerimento anche per chi non è fiorentino e persino per chi non ha affatto intenzione di venire a Firenze. Che possa essere usato per passi e parole su altre città, ispirando cammini che arrivano alla meta perché non hanno una meta.
Saluta i lettori medi. Che dirvi, se non che è meravigliosa questa rete che unisce lettori e letture? Anche questo è un modo per tenere a galla ciò che di migliore c’è nel nostro Paese. E allora buone parole, buoni passi a tutti.

Titolo: Gli occhi di Firenze
Autore: Paolo Ciampi
Illustrazioni: Elisabetta Damiani
Casa editrice: Bottega Errante Edizioni
Genere: saggistica
Pagine: 240
Anno: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: Prendere il primo treno (ma pure l’auto o l’aereo) e concedersi una vacanza a Firenze.

L’autore
Giornalista e scrittore fiorentino, Paolo Ciampi ha lavorato per diversi quotidiani e oggi è direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione “Toscana Notizie”. Si divide tra la passione per i viaggi e la curiosità per i personaggi dimenticati nelle pieghe della storia. Ha all’attivo oltre venti libri, tra i quali: “L’uomo che ci regalò i numeri” (Mursia),dedicato al matematico Fibonacci; “Tre uomini a piedi” (Ediciclo) e “Per le Foreste sacre” (Edizioni dei Cammini). Con Tito Barbini è uscito per Clichy con “I sogni vogliono migrare”. Ha due blog, ilibrisonoviaggi.blogspot.ite passieparole.blog

Paquito

Lettore medio

Silenzio! (Céline Claire &Magali Le Huche)

9788867995684_0_0_502_75Al signor Martin piaceva moltissimo la tranquillità.
Bere il suo caffè con calma…
Leggere il giornale senza essere disturbato…
Schiacciare un pisolino in santa pace.
Ebbene sì, il signor Martin era un uomo che amava soprattutto il…
SILENZIO!

Il signor Martin ama il silenzio. Adora, in assenza di rumori, gustare un caffè sfogliando le pagine di un quotidiano. Per non parlare del riposino pomeridiano. Una ritualità che influisce sul suo benessere fisico e mentale. Una ritualità messa in discussione dagli abitanti della cittadina che popolano le pagine di “Silenzio!”, il racconto di Céline Claire illustrato da Magali Le Huche, pubblicato in Italia da Edizioni Clichy.
A nulla valgono le proteste del mite signore: le macchine continuano a sfrecciare sotto la sua finestra; le persone proprio non riescono a fare a meno di una conversazione; per non parlare del circo che – tra prove e spettacoli – continua a far rumore. Troppo rumore.
Al signor Martin non resta che rivolgersi a una ferramenta per trovare un rimedio efficace contro il frastuono cittadino: un’enorme bolla di sapone che avvolge casa sua, rendendola impenetrabile al rumore. Acquista, così, un prodotto magico che gli permette di realizzare una gigantesca bolla di sapone in grado di insonorizzare l’intera abitazione.
Ma cosa accadrebbe se tutto questa totale assenza di rumori portasse l’uomo all’isolamento totale dal resto della comunità?

Ho apprezzato molto questa storia che parla di desideri, ma pure di rapporti umani. Rapporti quanto mai importanti se non si vuole correre il rischio di rimanere isolati all’interno di una bolla (vera o fittizia, il senso di straniamento è il medesimo). Ho apprezzato molto il linguaggio (semplice e alla portata di tutti), con una serie di ripetizioni che non infastidiscono affatto, anzi, funzionali alla caratterizzazione del protagonista e dei comprimari della storia.
Una storia arricchita dal talento di Magali Le Huche (ormai presenza fissa sulle pagine del nostro blog) che, ancora una volta, lavora in modo impeccabile sulle espressioni dei personaggi. Volti che dicono molto – spesso tutto – senza la necessità di ricorrere alle parole.
Un racconto, insomma, che promuovo a pieni voti e che suggerisco a piccoli e grandi lettori.

Titolo: Silenzio!
Autrice: Céline Claire
Illustrazioni: Magali Le Huche
Casa editrice: Edizioni Clichy
Genere: narrativa per l’infanzia
Pagine: 60
Anno: 2019
Prezzo: € 19,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Consigli di lettura: Leggere questo racconto assicurandosi del silenzio circostante, così da lasciarsi suggestionare completamente dalla storia.

Gli autori
Céline Claire è nata vicino agli abeti dei Vosgi e ha trascorso parte della sua infanzia giocando a nascondino nel fienile e mangiando mandarini all’angolo della stufa. Ha iniziato a insegnare alle elementari, ma raccontare storie ogni giorno le faceva venir voglia di inventarne di nuove. Dieci anni e tre figli più tardi, si dedica interamente alla scrittura. Tra le storie di maggior successo “La tempesta” (2018) edito da La margherita.

Magali Le Huche è nata nel 1979 a Parigi, da piccola si inventava delle storie che la facevano stare sveglia tutta la notte, allora ha iniziato a disegnare per ritrovare il sonno. Da grande, la voglia di inventare storie e di disegnare non l’ha abbandonata, così è partita alla volta di Strasburgo per frequentare l’Accademia di Arti decorative. È una delle illustratrici di riferimento di Clichy, con la quale ha pubblicato, tra gli altri, “La grande ruota” (2018) e “Il tango di Antonella” (2018).

Paquito

Lettore medio

Il Mostro della vasca da bagno (Colin Boyd& Tony Ross)

9788867995653_0_0_454_75Vi siete mai chiesti dove va a finire
l’acqua sporca dopo che avete fatto il bagno?

Jackson è un ragazzino come tanti. Con gli amici ama giocare, divertirsi, ma soprattutto sporcarsi. Fango, terriccio, fogliame e tutto quel che può lasciare traccia sul corpo e sui vestiti diventano per Jackson un gioco al pari del nascondino, ruba bandiera o chissà quale altra attività da svolgere all’aria aperta.
Una volta a casa, a Jackson tocca confrontarsi con la mamma la quale, dopo aver constatato le condizioni del figlio, ripete sempre: «Guarda come ti sei ridotto!Vai subito a fare il bagno o il Mostro della vasca verrà a prenderti». Già, il Mostro della vasca da bagno: una creatura che si nasconde tra gli scarichi e che si nutre di fango, lerciume e quanto di meglio hanno da offrire le tubature di casa nostra.
Ogni sera il ragazzino tiene lontano il Mostro prendendosi cura del proprio corpo, ma cosa accadrebbe se, un giorno, Jackson decidesse di non lavarsi?
Ai lettori il compito di scoprire la risposta. “Il Mostro della vasca da bagno”, edito da Edizioni Clichy, è una spassosa storia educativa. I messaggi sono due: innanzitutto prendersi cura, fin da piccoli, del proprio corpo; inoltre ascoltare sempre i consigli degli adulti.

Oltre ad avermi divertito, questa storia mi ha permesso di confrontarmi con un gruppo di piccoli lettori che frequentano la prima elementare: i bambini hanno sì paura dei mostri, ma soprattutto temono le ramanzine dei propri genitori, pertanto la storia di Jackson ha ricordato loro quanto sia importante rispettare le regole e non contraddire mamma e papà. Contemporaneamente, però, gli allievi si sono divertiti non poco a dar vita al proprio personalissimo mostro – al quale è stato attribuito un nome bizzarro (ognuno ha scelto il proprio) – e una descrizione che, irrimediabilmente, ha fatto nascere delle sonore risate a conferma della sterminata fantasia di cui dispongono i bambini. Fantasia che storie del genere non fa che nutrire.
Tornando alla storia, Colin Boyd – al suo debutto da narratore – racconta la storia di un ragazzino tanto audace quanto ingenuo. Un personaggio, quello di Jackson, nel quale ogni bambino riuscirà a identificarsi specie nei moti di ribellione verso gli adulti.
Il punto di forza di questa storia è senz’altro nella parte grafica, affidata a un veterano del genere: l’illustratore britannico Tony Ross, infatti, ribalta qualsiasi cliché realizzando un Mostro che, invece di terrorizzare, fa affezionare il lettore alle sue sorti e al suo mostruoso appetito.

Titolo: Il Mostro della vasca da bagno
Autore: Colin Boyd
Illustrazioni: Tony Ross
Genere: narrativa per l’infanzia
Casa editrice: Edizioni Clichy
Pagine: 32
Anno: 2019
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Film consigliato: “Monsters & Co.”(Disney Pixar).

Gli autori
Colin Boyd vive nel Regno Unito con la sua giovane famiglia. “Il Mostro della vasca da bagno” è il suo primo libro, ispirato al tempo trascorso in bagno con suo figlio, illustrato dal suo famosissimo suocero Tony Ross.

Tra i più grandi illustratori contemporanei, Tony Ross ha illustrato oltre ottocento libri pubblicati in tutto il mondo, tra i quali: “Paolona musona” (2007), “Il principe antipatico” (2016), “Buon compleanno boa!” (2015) tutti editi da Il Castoro.

Paquito

Lettore medio

Il diavolo in corpo (Raymond Radiguet)

Il diavolo in corpo“A forza di pensare a Marthe, ci pensavo sempre meno. Nella mia mente succedeva quanto capita allo sguardo che vaga sulla tappezzeria di carta della camera. A forza di guardarla, gli occhi non la distinguono più.”

Durante gli anni della Grande Guerra, in una cittadina anonima sulle rive della Marna abita il protagonista e narratore de “Il diavolo in corpo” (edito da Feltrinelli), un quindicenne – anch’egli senza nome – dall’animo ribelle e con una forte passione per la letteratura e per l’arte.
Un giorno incontra Marthe, figlia di certi amici di famiglia, che lo affascina con la sua natura irruenta e un po’ civettuola. La bella diciannovenne, però, è già promessa a un altro uomo, un bigotto di nome Jacques di stanza al fronte. I due ragazzi instaurano un bel rapporto di amicizia, che all’inizio non sembra portare ad altro; ma quando poco dopo il matrimonio il marito di Marthe parte nuovamente per il fronte, non ci vuole molto perché entrambi si confessino i reciproci sentimenti, dando inizio alla loro storia d’amore illecita, tormentata e ricca di ostacoli.

Nonostante i due amanti si atteggino a persone adulte e indipendenti, non sono altro che ragazzini capricciosi e un po’ volubili. Gelosia, ripicche e tradimenti sono viste dai due come simboli della loro passione bruciante, che si alimenta del sospetto e della noia che li attanagliano.
Il nostro protagonista pare stufarsi presto di Marthe, eppure allo stesso tempo non riesce a starle lontano, tormentato dal pensiero che un altro possa averla, specialmente quel marito lontano, che ogni tanto fa ritorno a casa. Dal canto suo, Marthe sembra nutrire una vera e propria ossessione per il suo giovane amante; in ogni suo silenzio vede la fine del suo amore, in ogni sua assenza il tradimento, diventando presto schiava del sospetto.
Lo stile di Radiguet, semplice, lineare e scarno di dialoghi, rispecchia la giovane età dell’autore. Altrettanto semplice è la trama, che non presenta momenti di notevole azione né colpi di scena eclatanti. Tuttavia, il narratore trascina il lettore con sé, con la sua voce cinica e lontana, un “senno di poi” che racconta le sue passioni di gioventù con più crudezza di quanto richiederebbe una storia d’amore tra due adolescenti. Il narratore pare consapevole dei tratti infantili e ossessivi della tresca con Marthe e non tenta in alcun modo di giustificarli, pur chiamando spesso in causa la volubilità e i desideri carnali legati all’età.
L’immersione del lettore nella relazione è totale e ciò causa, in alcuni punti della narrazione, un rallentamento della lettura dovuto soprattutto alla ripetitività dei temi affrontati: l’infedeltà, il sospetto e il tentennamento amoroso vengono portati all’attenzione del lettore troppe volte, pur contribuendo a trasmettere quel senso di ossessione e pedanteria che fanno parte di entrambi i personaggi coinvolti.
Leggere “Il diavolo in corpo” resta un’esperienza piacevolissima e consigliata. Il giovane Radiguet possedeva un innegabile talento, che, se fosse vissuto più a lungo, avrebbe certamente portato alla stesura di innumerevoli capolavori.

Titolo: Il diavolo in corpo
Autore: Raymond Radiguet
Genere: letteratura erotica
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 160
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 7,50
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore
Raymond Radiguet fu uno scrittore francese di grande sensibilità e talento, vissuto nei primi vent’anni del Novecento. Figlio di un disegnatore satirico, amico di Jean Cocteau, lettore onnivoro e personalità intensa e riservata, a soli 17 anni scrisse quello che divenne il suo capolavoro, “Il diavolo in corpo”, che in tempi brevissimi divenne un classico della letteratura contemporanea. Morì di febbre tifoidea, pochi giorni dopo aver consegnato all’editore il suo secondo e ultimo romanzo, “Il ballo del conte d’Orgel”, pubblicato postumo.

Claudia

Lettore medio

La contessa nera (Rebecca Johns)

La contessa nera“Non ho fatto nulla che non mi spettasse per diritto di sangue edi titolo, né al conte palatino né a nessun altro. Erzsébet Bàthory, vedova di Ferenc Nádasdy, figlia della più antica e nobile casata di Ungheria, non è una strega, una pazza, un’assassina o una criminale. E non ha nessuna intenzione di accettare supinamente il suo destino.”

“La contessa Dracula” o “Contessa sanguinaria”, è così che la storia ricorda Erzsébet Bàthory, leggendaria serial killer ungherese, vissuta tra il Sedicesimo e Diciassettesimo secolo e protagonista de “La contessa nera” (edito da Garzanti). Le sue vittime, all’incirca trecento, erano giovani donne di bell’aspetto e in età da marito, ragazze che lavoravano in casa sua e che la contessa, con l’aiuto dei suoi servi più fedeli, adorava torturare fino alla morte.
Il libro di Rebecca Johns segue l’intera vita di Erzsébet, partendo dalla fine. Dalla prima pagina sappiamo già che è stata rinchiusa in una torre, condannata ad essere murata viva, con l’accusa di omicidio e stregoneria. Nella penombra della sua prigione, Erzsébet decide di scrivere al figlio Pàl, per raccontargli la sua versione dei fatti; la contessa, infatti, si dichiara innocente. O, per meglio dire, ritiene di aver agito sempre per ottime ragioni.
Tornando con la mente alla sua infanzia, Erzsébet descrive le sue giornate nella tenuta di Ecsed. Pur circondata dall’affetto dei familiari, è testimone di episodi di estrema violenza e viene mandata, ancora ragazzina, a Sàrvàr, nella casa del suo futuro sposo, dove una suocera oppressiva e un istitutore fin troppo severo le fanno avvertire un profondo senso di solitudine e abbandono.

L’autrice dipinge un personaggio estremamente umano e vulnerabile. Ogni azione di Erzsébet è dettata dall’insicurezza e dal desiderio di essere amata. Unica depositaria della sua fiducia e amicizia è la serva Darvulia, che con il suo aspetto sgradevole e dimesso conquista subito il cuore della contessa; la donna non può essere una minaccia alla sua vanità e diviene, col tempo, complice dei suoi misfatti. Ad accrescere ulteriormente il disagio di Erzsébet, la totale indifferenza di Ferenc, il suo fidanzato, che sembra non apprezzare i suoi gesti gentili né la sua decantata bellezza.
La contessa si sente umiliata dalla sua noncuranza e furiosa con le cameriere, che si vantano tra loro di essere andate a letto con il padrone e sembrano ridere di lei in ogni momento. E sono proprio quelle ragazze a scatenare il lato mostruoso della giovane signora.
Il romanzo mostra come la solitudine, i tradimenti e gli inganni possano scatenare la più grande ferocia anche negli animi più sensibili. Ma con abilità, le azioni del “mostro” vengono raccontate come del tutto ragionevoli. Il lettore si immedesima in lei, prova lo stesso vuoto e la stessa vergogna nel sentirsi traditi e rifiutati. Alla fine del romanzo, si prova quasi pena per questa fragile donna murata viva e non si può fare a meno di provare tristezza per lei.
Complici anche i dialoghi affascinanti e le descrizioni, crude e dettagliate ma senza mai annoiare, il coinvolgimento nelle vicende è totale e, anche se il finale è rivelato fin dall’inizio, sono tanti i segreti che la contessa svela e che lasciano a bocca aperta.

Titolo: La contessa nera
Autrice: Rebecca Johns
Genere: romanzo storico
Casa editrice: Garzanti
Pagine: 360
Anno edizione: 2011
Prezzo: € 18,60
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autrice
Rebecca Johns insegna al dipartimento di inglese della DePaul University, a Chicago, e scrive su giornali e riviste tra cui l’Harvard Review, il Chicago Tribune e Cosmopolitan. Il suo primo romanzo, “Icebergs”, è stato finalista dell’Hemingway Foundation/PEN Award per romanzi d’esordio e ha ricevuto il Michener-Copernicus Award.

Claudia

Lettore medio

Lisario o il piacere infinito delle donne (Antonella Cilento)

Lisario o il piacere infinito delle donne“Odiava la moglie perché poteva procurarsi piacere senza di lui e perché lo sbeffeggiava anche in questa pratica. E poi: a chi pensava questa moglie tanto istruita dei fatti della carne mentre si gingillava in sua assenza? A un soldato? A un principe? A un passante? Tutti li odiava, tutti.”

Protagonista di “Lisario o il piacere infinito delle donne” (edito da Mondadori), in una Napoli di metà Seicento, è Lisario Morales, ragazza muta a causa di un intervento chirurgico finito male, che legge di nascosto Cervantes e scrive lettere alla Madonna per trovare conforto e dare voce ai suoi pensieri più profondi. Privata della parola, non può opporsi alla decisione del padre di maritarla a un uomo molto più vecchio. In collera, decide di dormire, come aveva fatto nei mesi dopo l’intervento, per sfuggire a quell’orribile destino. Un anno dopo, mentre la ragazza ancora dorme, giunge a Napoli Avicente Iguelmano, un medico spagnolo senza alcun talento, ma alla ricerca di gloria e fama.
Avicente riesce, con uno stratagemma inaspettato, a risvegliare Lisario, ottenendo il successo sperato e la mano della ragazza. L’uomo si accorge presto che il suo carattere debole e la sua mediocrità non sono compatibili con l’animo indomito della moglie, donna per nulla remissiva, che osa procurarsi piacere fisico da sola quando lui non è in grado di soddisfarla. L’ossessione per Lisario, ma soprattutto per il corpo femminile, conturbante e misterioso, porterà Avicente sull’orlo della follia.

Pur essendo Lisario la protagonista dichiarata della vicenda, la voce narrante segue in terza persona anche le azioni di altri personaggi, picari disonesti, che, insieme alla tematica della ricerca del piacere, dell’amore e della follia, dominano lo scenario narrativo. Il romanzo accoglie in sé diversi elementi letterari che catapultano il lettore in un universo caotico, fatto di luci e ombre, quale è la Napoli del Seicento.
Risuona forte e chiara l’eco della famosissima raccolta di favole napoletana, “Lo cunto de li cunti”, che in Lisario, bella addormentata nel castello di Baia, vede la reincarnazione di Talia, la principessa dormiente di Giovanbattista Basile. L’elemento favolistico sfuma al cospetto dei furfanti del romanzo: lontani dai personaggi fiabeschi, essi non compiono azioni malvagie in funzione di una cattiveria innata e fine a se stessa, ma in base alle circostanze in cui la vita stessa li ha posti, facendo ciò che possono per ottenere un minimo di felicità terrena.
L’interesse dell’autrice è dunque per gli aspetti più degradati della realtà e per i personaggi più miseri, creando un’immagine che rimanda ai dipinti seicenteschi, con il mondo terreno in basso, cupo e disordinato e ricco di sofferenza e umanità, e quello divino in alto, sempre presente, ma fermo nel suo punto d’osservazione.
Anche i toni usati rimandano allo stile picaresco: episodi comici si alternano ad altri tragici o eroici, con un linguaggio spesso crudo e con un ritmo veloce, incalzante, che avvolge il lettore stretto, lasciandolo precipitare nella spirale di eventi insieme ai protagonisti e facendolo riemergere, alla fine, completamente soddisfatto.

Titolo: Lisario o il piacere infinito delle donne
Autrice: Antonella Cilento
Genere: romanzo storico
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 297
Anno edizione: 2014
Prezzo: € 17,50
Tempo medio di lettura: 6 giorni

L’autrice
Antonella Cilento scrive e insegna scrittura creativa presso l’associazione culturale Lalineascritta, che ha ideato e fondato nel 1993. Collabora con «Il Mattino», «L’Indice dei libri del mese» e «Grazia», ha scritto numerosi testi per il teatro e cortometraggi per Mario Martone e Sandro Dionisio. Tra le sue pubblicazioni: “Il cielo capovolto (Avagliano, 2000), “Una lunga notte” (Guanda, 2002), “Neronapoletano” (Guanda, 2004), “Isole senza mare” (Guanda, 2009), “La paura della lince” (Rogiosi, 2012), “Morfisa o l’acqua che dorme” (Mondadori 2018). Il suo romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori, 2014) è stato finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio.”

Claudia

Lettore medio

Le case di Luca (Roberto Piumini)

9788862668170_0_0_503_75Caro Dario,
lo so che sei solo un diario, ma la maestra Giovanna ha detto che un diario è come un amico che c’è sempre e ti ascolta senza perdere la pazienza, così ho deciso di toglierti la “i”, metterti la maiuscola,
e farti diventare Dario, che suona meglio e fa più compagnia.

Toccante. Credo sia questo l’aggettivo giusto per definire “Le case di Luca. Diario segreto di un affido”, racconto di Roberto Piumini illustrato da Stefania Vincenzi, edito da Manni.
Luca, il protagonista della storia, è un ragazzino come tanti:due genitori, un fratellino e una sorellina, una scuola da frequentare ogni giorno. Tutto ordinario, o forse no. Già, perché le cose non vanno poi così bene. La madre spesso rimane silenziosa, assorta in chissà quale pensiero, mentre il papà sembra lasciarsi andare più alla rabbia che al raziocinio nei momenti di difficoltà (su tutte la perdita del lavoro).
“Serve aiuto” si dicono i genitori e quest’aiuto arriva dagli assistenti sociali, dagli psicologi e da Isabella e Renato una coppia di coniugi che decide di accogliere Luca presso la propria casa e di regalargli quella serenità con cui affrontare il periodo più spensierato della propria vita.

Confesso di essermi emozionato nella lettura di una storia nella quale tanto l’autore quanto l’illustratrice sono riusciti a toccare alcune corde dell’animo che credevo sopite. Il tratto di Stefania Vincenzi è delicato, una carezza per lo sguardo del lettore; Piumini, invece, dà voce a un bambino che, a dispetto della giovane età, sta sbocciando e, di conseguenza, sta aprendo gli occhi sul mondo circostante con la consapevolezza che i giorni non saranno tutti senza nuvole.
Non aggiungo altro e cedo la parola a Grazia Manni, editore e presidente dell’ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie) di Lecce.

Le case di Luca. Da cosa è nata l’esigenza di raccontare questa storia? 
Nasce da un progetto rivolto alle scuole per raccontare cosa è l’affido in un linguaggio adatto e comprensibile ai bambini, senza fraintendimenti, cercando di dare una corretta informazione.
I bambini: un territorio sconfinato nel quale proporre idee, stimoli nuovi. Una tela bianca da riempire inculcando nelle nuove generazioni passioni e prospettive per il futuro. Quanto è stato difficile lavorare a una storia del genere immaginando lettori così giovani? Si è partiti dalle norme e dalla realtà: è venuto poi immediato impostare il racconto sotto forma di diario, per essere liberi di scavare nelle emozioni del piccolo protagonista.
Storie come quella di Luca sono all’ordine del giorno, tuttavia è lecito chiedere se un Luca esiste davvero. Luca esiste, è sempre esistito e anche, purtroppo, esisterà. Si dovrebbe lavorare di più sulla diffusione della cultura dell’affido famigliare perché sempre più Luca siano aiutati a farcela, ad avere le pari opportunità degli altri bambini.
Il libro si arricchisce delle illustrazioni di Stefania Vincenzi. Ci si è affidati al suo talento oppure c’è stato un dialogo tra autore e illustratrice? Ci siamo affidati al suo tratto, sempre puntuale ed allegro. Ma anche alla sua sensibilità di madre adottiva, che si è calata nella storia in maniera egregia.
Quali sono stati i feedback da parte dei lettori, specie quelli più giovani? Il libro è stato divorato dai bambini di 9/11 anni, che lo hanno anche utilizzato in progetti specifici (come quello dell’Ambito di Zona di Nardò, in provincia di Lecce, dove è stato regalato ad oltre 800 bambini). Si sono immedesimati nel piccolo personaggio e hanno creato numerose storie di tanti Luca del nostro tempo.
Un saluto per i lettori medi. Leggetelo con i vostri figli, nipoti, alunni: vi sorprenderanno le loro riflessioni perché dai bambini si impara sempre.

Titolo: Le case di Luca. Diario segreto di un affido
Autore: Roberto Piumini
Illustrazioni: Stefania Vincenzi
Genere: narrativa per l’infanzia
Casa editrice: Manni editori
Pagine: 63
Anno: 2017
Prezzo: € 9,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Suggerimenti di lettura: “Oliver Twist” di Charles Dickens.

L’autore
Roberto Piumini, nato a Edolo in Valcamonica, vive tra Milano e Buonconvento presso Siena. È autore di libri dal 1978: romanzi, racconti, poemi, poesie e traduzioni. È tra gli scrittori italiani per bambini e ragazzi più conosciuti e suoi testi sono tradotti all’estero. Per i lettori adulti è autore di romanzi, tra i quali: “L’amorosa figura” (Skira, 2013) e “Il dio delle donne” (EdiLet, 2010), scritto con Milva M. Cappellini; e di fortunate raccolte di poesia, tra le quali: “I silenziosi strumenti d’amore” (Interlinea, 2014).

Paquito

Lettore medio

4891. La speranza del viaggio (Maura Messina)

messina maura - 2«Questa mattina ho scoperto che avevi ragione. I colori “diversi” esistono, o meglio, esistevano. Oggi tutto è “colore sfumatura” come diciamo noi, ma un tempo, invece, esistevano infinite sfumature di altrettanti colori».
«Era quello che cercavo di spiegarti l’altro giorno. […] Il nostro unico e affidabile “colore sfumatura” circa duemila anni addietro veniva chiamato “grigio” […] Il mondo un tempo era pieno di colori, credo sia stato bello, anche se neppure io l’ho mai visto».

Nel 4000 la Terra è stata inquinata e devastata al punto da aver perso anche la qualità della luce. Sono spariti i colori e la realtà è percepita in bianco e nero. Gli umani però hanno sviluppato una capacità di sognare in modo diverso, con sogni reali e tangibili. Per combattere il deterioramento del suo mondo, Spes, ultima D.E.A. (Difesa Equilibrio Ambientale), decide di tornare indietro nel tempo, nel 2014, inseguendo un libro trovato nella magica Ennebiblioteca. Riuscirà a portare a termine la sua missione, fatta di conoscenza e consapevolezza di quella che una volta fu Napoli?
Romanzo di fantascienza, come si nota già dalle prime pagine (il titolo stesso è una citazione al contrario di “1984” di G. Orwell), “4891” di Maura Messina (edito da Homo Scrivens) è anche un romanzo di denuncia politica e sociale. Il mondo narrato dall’autrice, in cui sono scomparsi i colori e tutto è visibile in sfumature di grigio, è allegoria del potere distruttivo dell’uomo, satira sul consumismo e sul problema dello sfruttamento di tutte le risorse possibili. Le vicende sono raccontate su due piani narrativi: uno contemporaneo, in cui l’autrice dà voce (facendoli spesso dialogare) a oggetti e opere d’arte che raccontano i fatti del passato; un secondo piano, fatto di flashback che seguono da vicino la protagonista Spes e i suoi amici. Le illustrazioni a colori, realizzate dalla stessa autrice (che è anche pittrice e disegnatrice), permettono di immedesimarsi più facilmente in personaggi, ambientazioni e avvenimenti.
Maura Messina è cresciuta nei luoghi che i media hanno ribattezzato Terra dei fuochi, motivo per cui la scelta di ambientare le vicende nella Napoli del futuro mette in luce non solo l’aspetto di denuncia sociale del romanzo, ma anche e soprattutto quello della speranza di un cambiamento, quella speranza che si percepisce a partire dai nomi dei protagonisti. Ce lo spiega proprio l’autrice, che ho avuto il piacere di intervistare per gli amici del Lettore Medio.

I personaggi hanno tutti nomi che significano speranza. Una speranza per l’umanità di superare i mali? Più che altro un monito per non perderla di vista e non svuotare questa parola di significato. Si tende a pensare alla speranza come ad un’illusione che guida chi resta in una fiduciosa e statica attesa dell’arrivo di cambiamenti positivi. Mi piace pensarla come un insieme complesso di ambizioni e di progetti proiettati nel futuro. Un concetto che implica un necessario dinamismo.
Nel romanzo le conoscenze sono ingerite sotto forma di pillole per far sì che tutti possano accedere facilmente alle informazioni, alla cultura. E in un momento politico come quello attuale… È volontariamente sottolineata l’importanza dell’informazione e della diffusione libera delle conoscenze proprio in contrapposizione al momento storico e politico che stiamo vivendo. C’è chi ha espresso meglio di me questa preoccupazione (mi riferisco a Camilleri), ma mi è impossibile non dire la mia e non potevo non cogliere l’opportunità del libro per offrire un timido spunto di riflessione sulla questione. È innegabile che viviamo il momento più tragico dal punto di vista della comunicazione e bisogna puntare il dito sull’incapacità delle persone di comprendere le informazioni che ricevono. Non a caso si parla di analfabetismo funzionale. I mezzi per combatterlo ce li offre la cultura e, nel futuro che ho immaginato, quest’ultima gioca un ruolo fondamentale.
Come mai il tema del sogno è così ricorrente e, soprattutto, così importante? Perché i sogni mi hanno da sempre guidata. Mi hanno insegnato a non temere l’immaginazione e a lasciarla libera di creare. Al contempo, mi hanno dato solide basi per tenere i piedi a terra e per capire che, dopo tanto immaginare, bisogna tirar fuori l’adulto che c’è in me, lavorare sodo e realizzare i sogni. Ciò che immaginiamo, se ci impegniamo, possiamo renderlo reale. È tutta una questione di volontà e di duro lavoro.
Nel romanzo c’è una forte componente rivoluzionaria: parli di manifestazioni, donne in prima linea per difendere l’ambiente, voglia di riscatto dei cittadini. Quanto può essere utile un libro per smuovere le coscienze e veicolare messaggi di riscatto sociale? Da sempre i libri impegnati hanno smosso le coscienze. Spero, con il mio, di riuscire a smuovere almeno una coscienza sopita.Mi piacerebbe che tutti diventassero sentinelle attive del proprio territorio. Non per una questione di controllo, ma di amore nei confronti della vita e di un pianeta che è obbligato a tenerci seppur ospiti sgraditi. Credo nel cambiamento che parte dal basso, nella partecipazione delle persone, nella capacità di poter stravolgere il corso degli eventi se si ha il coraggio di cambiare prospettiva. Un ruolo fondamentale può essere affidato alle donne. Sono loro le madri che si vedono strappare i figli dalle braccia. È quello che più si avvicina alla concezione della madre terra stuprata dalle sue stesse creature.
Hai progetti per il futuro (immediato stavolta, non tra 2000 anni)? Progetti ne ho tanti. Immaginami in un archivio, tipo quelli magici di Harry Potter. Ogni cassetto contiene un sogno in divenire e ovviamente stiamo parlando di cassetti senza fondo. Ne apro uno a caso e ti anticipo che sto lavorando ad una raccolta di racconti. Apriamo il secondo cassetto, qui c’è una serie pittorica che sto portando avanti e si intitola “Animastraccia”… Per il terzo cassetto, aspettiamo la prossima intervista?

Titolo: 4891. La speranza del viaggio
Autrice: Maura Messina
Genere: Fantascienza
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 255
Anno: 2018
Prezzo: 15,00 €
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Colonna sonora consigliata: Daniele Sepe & Tartaglia “Le rangefellon”
Film consigliato: “2022 – I sopravvissuti” di Richard Fleischer (con CharltonHeston)

L’autrice
Maura Messina è nata a Napoli nel 1985. Fin da bambina ha mostrato un’autentica passione per il disegno. A quindici anni incontra Amleto Sales, dal quale impara a dipingere a olio su tela. Nel 2011 consegue la laurea Magistrale in Design per l’Innovazione con il massimo dei voti e relativa pubblicazione della tesi “Napoli città di scarto” su aiapzine (osservatorio internazionale di design).
Progetta alcuni lavori di communication design, loghi, poster, pannelli pubblicitari e partecipa attivamente a numerosi contest nazionali ed internazionali. Si dedica alla realizzazione di presepi e piccole miniature e dall’estate 2013 si avvicina alla ceramica sempre grazie alla guida dell’amico Sales. Ha partecipato ad alcune mostre collettive.
Con la casa editrice Homo Scrivens ha pubblicato “Diario di una kemionauta” (2014), in ristampa  nel 2016 in una seconda edizione arricchita di contenuti inediti.

Giano

Lettore medio

Il tango di Antonella (Magali Le Huche)

9788867994854_0_0_503_75Questa storia si svolge a Buenos Aires,
nel periodo della fioritura,
quando gli alberi traboccano in tutta la città.
Antonella vive in una casetta,
arroccata in cima a un palazzo molto alto,
circondato da alberi dove gli uccelli si fermano a cantare a centinaia.

Benvenuti nel meraviglioso mondo di Antonella, una ragazza dai lunghi capelli rossi che, ogni mattina, comincia a danzare guardando il cielo. “Il tango di Antonella” di Magali Le Huche, edito da Edizioni Clichy, è una favola moderna raccontata a tempo di musica: quella di un tango argentino che fa da sottofondo a ogni pagina. La musica del tango accompagna la protagonista, una ragazza spensierata con la passione per il più celebre dei balli, tra i vicoli di Buenos Aires ma soprattutto tra le nuvole della capitale argentina.
Già perché, un giorno, la danzante routine di Antonella viene sconvolta dall’arrivo di Helmut, un giovane aviatore che precipita col suo velivolo a pochi passi dal terrazzo della giovane. Sarà vero amore tra i due? Ai lettori l’ardua sentenza.

Ho apprezzato non poco il lavoro di Le Huche tanto dal punto di vista grafico – ho già recensito in maniera entusiasta il suo precedente lavoro “La grande ruota” – ma anche e soprattutto dal punto di vista del soggetto e della sceneggiatura. “Il tango di Antonella”, infatti, è un omaggio all’Argentina e alla sua cultura, ma è anche e soprattutto un romantico sogno a occhi aperti. Antonella ed Helmut si piacciono, s’innamorano ma si vedono costretti pure a fronteggiare certe difficoltà quotidiane (non posso dire quali altrimenti non c’è gusto a leggere questa storia) che minano la serenità di qualsiasi coppia. L’assenza di spigoli e la cura maniacale alle espressioni del viso – tanto degli esseri umani, quanto degli animali – sono il tratto distintivo delle illustrazioni della Le Huche che, fin da subito, regala al lettore la possibilità di danzare lungo le pagine della storia, permeandola di leggerezza tanto nel tratto quanto nei colori, tenui e particolarmente suggestivi.
Un racconto per immagini che suggerisco a tutti: piccoli, così da poter sognare; grandi, così da poter tornare bambini e concedersi qualche sorridente divagazione sulle note di un tango.

Titolo: Il tango di Antonella
Autrice e illustratrice: Magali Le Huche
Genere: narrativa per l’infanzia
Casa editrice: Edizioni Clichy
Pagine: 32
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Film consigliati: “Il favoloso mondo di Amelie”scritto e diretto da Jean-Pierre Jeunet.
Soundtrack consigliata: “Libertango” (Astor Piazzolla)

L’autrice
Magali Le Huche è nata nel 1979 a Parigi, da piccola si inventava delle storie che la facevano stare sveglia tutta la notte, allora ha iniziato a disegnare per ritrovare il sonno. Da grande, la voglia di inventare storie e di disegnare non l’ha abbandonata, così è partita alla volta di Strasburgo per frequentare l’Accademia di Arti decorative. È una delle illustratrici di riferimento di Clichy, con la quale ha pubblicato il racconto illustrato “La grande ruota” (2018).

Paquito

Lettore medio

Anna (Niccolò Ammaniti)

9788806227753_0_0_503_75Le labbra spalancate risucchiavano la stoffa sottile. La bottiglia di gin. Il pianto senza più lacrime e i singhiozzi ruvidi come carta vetrata. L’odore terroso del muschio. Foglie che fremevano al ritmo del suo respiro. Il vestito viola della mamma.
Il resto era sofferenza che la colmava e traboccava come acqua da un vaso pieno.

La Rossa sta invadendo il mondo e non lascia scampo. Questo virus è latente e inizia a mostrarsi dopo lo sviluppo o in età adulta. A causa sua sono molti i bambini e i ragazzini rimasti soli. Tra questi ci sono anche Anna, di tredici anni, e suo fratello Astor, di otto,che, in una Sicilia martoriata da incendi, negozi e case saccheggiate, cercano di raggiungere il continente nella speranza di incontrare adulti sopravvissuti che abbiano trovato una cura.
Il cammino sarà lungo e pieno di ostacoli, una vera e propria lotta interiore e per la sopravvivenza. Durante questo viaggio la speranza muore e rinasce ogni giorno ma non li abbandona mai.

In“Anna” (edito da Einaudi), Niccolò Ammaniti racconta di una ragazzina che è riuscita a gustare ben poco della dolcezza della vita scoprendo quasi subito il suo lato amaro. La sua testardaggine e gli insegnamenti che la madre le ha lasciato in un quaderno prima di morire, la portano a essere un’instancabile sognatrice con i piedi per terra. Anche se sa che potrebbe restare delusa, Anna continua imperterrita ad andare avanti e a sperare che ci sia qualcuno, oltre il suo piccolo e martoriato mondo, che possa salvare lei e suo fratello.
Credo che in questo libro il viaggio che affronta Anna sia lo specchio di ciò che si affronta durante l’adolescenza: prime delusioni, prime responsabilità, primi amori.
Nonostante la morte sia una presenza costante, queste pagine restano un inno alla vita perché, come si suol dire,non importa quante volte cadi, ma quante volte cadi e ti rialzi.

Titolo: Anna
Autore: Niccolò Ammaniti
Genere: Fantascienza
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 304
Anno: 2015
Prezzo: €13
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Autore e quadro consigliato: “La torre rossa” (Giorgio De Chirico, olio su tela 1913)

L’autore
Niccolò Ammaniti
(Roma, 25 settembre 1966) non è solo scrittore, ma anche sceneggiatore. Tra i suoi libri più celebri si ricorda “Io non ho paura” uscito nel 2001 e trasposto cinematograficamente da Gabriele Salvatores due anni dopo e grazie al quale riceve il Premio Flaiano per la sceneggiatura.
Nel 2007 vince il Premio Strega grazie a “Come Dio comanda” e anche questo libro verrà nuovamente adattato per il grande schermo da Salvatores.

Arianna

Lettore medio

La chiave segreta dell’universo (Stephen e Lucy Hawking)

9788804591894_0_0_0_75Esistono molti tipi di scienza e hanno molti usi diversi. Il mio in particolare riguarda il Come e il Perché. Com’è iniziato tutto? L’Universo, il Sistema Solare, il nostro pianeta, la vita sulla Terra? Come funziona? E perché? Questa è Fisica, George: l’eccitante, brillante, affascinante Fisica.

George è un ragazzino sveglio e vivace che vive nella fattoria di famiglia insieme ai suoi genitori e a Fred, il suo maiale. Si potrebbe dire che la sua vita sia prevedibile e tranquilla, se non fosse per alcuni piccoli dettagli: ad esempio, i suoi genitori sono ferventi ecologisti che rifiutano la tecnologia e cercano, in ogni modo, di avere uno stile di vita ecosostenibile, coinvolgendo ovviamente anche il figlio. George comprende le ragioni e le motivazioni dei suoi genitori per cui partecipa alle loro attività anche se non può fare a meno di porsi delle domande: la sua mente è curiosa di scoprire quello che succede sul pianeta e lì fuori, nello spazio. Come fare a saziare la sua sete di conoscenza? La risposta è una sola: un computer. È la cosa che vuole di più al mondo ma sa che i genitori sono contrari a qualsiasi innovazione tecnologica. Per fortuna, nella casa accanto, rimasta vuota per anni, si stabilisce il brillante scienziato Eric, con la figlia Annie, di poco più giovane del nostro protagonista. I nuovi vicini, come George scoprirà presto, hanno un piccolo segreto: un supercomputer, di nome Cosmo, dotato di una personalità ironica e irriverente che permette loro di viaggiare nell’universo e di scoprirne i segreti. Ma, ovviamente, George non è l’unico interessato alle meraviglie che Cosmo può mostrare: c’è qualcun altro che vorrebbe mettere le mani sul supercomputer e non per scopi nobili. Toccherà ai nostri tre eroi proteggere Cosmo e contemporaneamente svelare i segreti del nostro universo.

Stephen Hawking è una delle menti più brillanti del nostro secolo. Si è distinto in ambito scientifico per i suoi studi sulle origini dell’universo e, in generale, per la sua capacità di percepire il mondo esaltandone la bellezza e l’unicità. Nei suoi libri, anche in quelli destinati ad un pubblico adulto e specializzato, si è contraddistinto per una caratteristica, ovvero l’estrema chiarezza e semplicità con cui tratta argomenti spesso complessi. “La chiave segreta per l’universo” (edito da Mondadori) non fa eccezione. Scritto a quattro mani con la figlia Lucy, il romanzo si caratterizza per la presenza di personaggi simpatici e ben delineati, con cui i lettori possono facilmente identificarsi.
Gli autori usano un linguaggio semplice ma non banale e riescono con poche righe a esplorare concetti talvolta complessi. George, Annie e Eric guidano il lettore (che sia esso giovane o meno) in un viaggio attraverso i segreti dell’universo, un viaggio da cui si torna arricchiti e con il desiderio di conoscere ancora di più.

Titolo: La chiave segreta dell’universo
Autori: Stephen e Lucy Hawking
Genere: Avventura
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 221
Anno: 2009
Prezzo: € 10,50
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Musica consigliata: Rocket man – Elton John

Gli autori
Stephen Hawking
 è stato uno dei cosmologi più autorevoli e conosciuti del mondo, famoso per la sua teoria sulle origini dei buchi neri. Nonostante la grave forma di sclerosi che lo ha colpito, impedendogli progressivamente l’uso degli arti, non ha mai smesso di fare ricerca ad alto livello. È autore di testi scientifici che sono diventati dei veri e propri best seller come “Dal big bang ai buchi neri” e “L’universo in un guscio di noce”. Insieme alla figlia Lucy Hawking ha scritto una serie di libri per ragazzi con lo scopo di avvicinare i giovani alla scienza di cui “La chiave segreta dell’universo” è il primo volume.

Lucy Hawking è scrittrice di narrativa per professione e collabora con diverse testate giornalistiche.

Giovanna