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Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey (Mary Ann Shaffer e Annie Barrows)

9788898713769_0_0_300_75Quella sera, quando vennero a casa mia per scegliere i libri, coloro che normalmente si limitavano alle Sacre Scritture, ai cataloghi di sementi e alla “Gazzetta del porcaro” scoprirono un genere totalmente diverso. Fu qui che Dowsey trovò il suo Charles Lamb e Isola incappò in Cime Tempestose. Per quanto mi riguarda scelsi Il Circolo Pickwick, pensando che avrebbe potuto risollevarmi il morale e così fu.

È il 1946 e la Seconda Guerra Mondiale è appena finita: tutto il mondo sta facendo i conti con le conseguenze del lungo conflitto. Gli strascichi degli anni di guerra si fanno sentire anche nella capitale inglese che, a fatica, sta cercando di tornare a una vita normale. Proprio a Londra vive Juliet Ashton, una giovane e promettente giornalista di satira impegnata nel tour promozionale del libro che raccoglie tutti i suoi articoli. Durante i suoi viaggi tiene una fitta corrispondenza con diverse persone, tra cui il suo editore Sidney e sua sorella Sophie. Un giorno, riceve una lettera molto particolare: viene da Dowsey Adams un fattore dell’isola di Guernsey, nel Canale della Manica. L’uomo ha acquistato dei libri che sono appartenuti a Juliet e le scrive incuriosito dalle annotazioni sugli stessi e dai gusti letterari che hanno in comune. Così la giornalista entra in contatto con una realtà completamente diversa dalla sua:attraverso la corrispondenza con Dowsey scopre l’esistenza di un club con un nome molto singolare,Il club del libro e della torta di buccia di patata e, poco alla volta, inizia una fitta corrispondenza con tutti i suoi membri raccogliendone le storie.
“Il club del libro e della torta di buccia di patata di Guernsey” (edito da Astoria) è un romanzo epistolare in cui le due autrici Mary Ann Shaffer e Annie Barrows riescono a creare,all’interno di una solida struttura, una narrazione che scorre fluida. I vari personaggi che affidano alla carta le loro parole sono ben riconoscibili per lo stile e la voce: proprio per questo è impossibile non affezionarsi a ognuno di loro. Ci raccontano non solo le storie delle loro vite ma anche e soprattutto i ricordi degli anni di guerra, ponendo l’attenzione sull’esperienza del vivere per un lunghissimo periodo sotto l’occupazione nemica e tutto ciò che questo comporta: lo stare perennemente in allerta, sentirsi sempre sotto sorveglianza e essere consapevoli che un qualunque gesto, anche il più innocente, potrebbe essere considerato sovversivo e perciò severamente punito.
Le due autrici ci regalano un libro autentico dove hanno saputo mescolare in modo sapiente tutti quegli elementi che rendono un romanzo irresistibile: amore e odio, ironia e divertimento, tristezza e rabbia. Ovviamente, considerato anche il titolo, l’elemento che accomuna tutti i membri (e anche il lettore) è evidente: l’amore per i libri e la letteratura.

Titolo:Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey
Autrici: Mary Ann Shaffer e Annie Barrows
Genere: Epistolare – storico
Casa editrice: Astoria
Pagine: 292
Anno: 2017
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Consiglio cinematografico (pre o post lettura a seconda delle preferenze): Il film omonimo prodotto dalla piattaforma streaming Netflix.

Le autrici
Mary Ann Shaffer
è stata libraia, bibliotecaria e editor in una casa editrice ma, il suo desiderio più grande “era scrivere un libro che piacesse abbastanza a qualcuno da volerlo pubblicare”. Cominciò a interessarsi all’isola di Guernsey quando vi rimase bloccata verso la fine degli anni settanta: una fitta nebbia impedì al suo aereo di decollare e la libreria dell’aeroporto era ben fornito di titoli sulla storia dell’isola: in particolare abbondavano i libri sul periodo dell’Occupazione. Così le nacque l’idea per Il Club del libro e della torta di buccia di patata, a cui si dedicò alacremente. Purtroppo morì pochi mesi prima dell’uscita del libro. È stata sua nipote, Annie Barrows, autrice di libri per bambini, a dare gli ultimi ritocchi al romanzo.

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E adesso, pover’uomo? (Hans Fallada)

9788838923388_0_0_277_75La povertà non è soltanto miseria, la povertà è punibile, la povertà è macchia, stonatura, la povertà è sinonimo di sospetto.

Germania, 1933. Gianni ed Emma sono due giovani innamorati che presto diventeranno genitori e che per questo decidono di sposarsi.Il matrimonio, però, pur essendo l’inizio di una nuova vita insieme, è anche sinonimo di problemi e difficoltà da affrontare,a cominciare dalle precarie condizioni economiche, a causa delle quali i due giovani possono permettersi soltanto un appartamento in affitto nella periferia del paesino in cui vive Gianni.
Di fronte ad una situazione che non accenna a migliorare, Emma decide di chiedere aiuto alla madre di Gianni, la quale si trova a Berlino. Ma neanche il trasferimento nella grande città e l’inizio di un nuovo lavoro danno tregua ai due ragazzi: anche a Berlino, infatti, le cose dopo un po’ iniziano a complicarsi; la nascita del bambino, poi,li sottopone a nuove prove. Riusciranno i due giovani a rimanere uniti di fronte a tutte le difficoltà della vita?

Nonostante sia ambientato in una nazione e in un’epoca diversa, “E adesso, pover’uomo?” di Hans Fallada (edito da Sellerio) può essere senza dubbio considerato un libro senza tempo. Le difficoltà e i timori che affrontiamo noi oggi sono le stesse che hanno affrontato i nostri genitori da giovani, così come i nostri nonni. In questo libro i due ragazzi affrontano tutto insieme, cercando di farsi forza l’un l’altro perché sono diventati grandi e devono mettere da parte i loro egoismi.
In ogni pagina si percepisce la paura del fallimento ma ciò non deve spaventare il lettore, la fiammella della speranza è sempre accesa. Non siamo mai veramente soli se decidiamo di non esserlo.

Titolo: E adesso, pover’uomo?
Autore: Hans Fallada
Genere: Narrativa
Casa editrice: Sellerio (I° edizione Mondadori 1932)
Pagine: 577
Anno: 2008
Prezzo: € 15
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Pittore e quadro consigliato: “Colourful Dance” (Ernst Ludwig Kirchner, olio su tela, 1932)

L’autore
Hans Fallada
pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen (Griefswald, 21 luglio 1893 – Berlino, 5 febbraio 1947) è stato uno scrittore tedesco e le sue opere sono per lo più incentrate su racconti a sfondo sociale. La sua è stata una giovinezza travagliata, dovuta soprattutto alla conflittualità con il padre. Fece abuso di alcool e sostanze stupefacenti e trascorse anche periodi più o meno lunghi in carcere.
In Italia quest’opera è conosciuta anche grazie alla trasposizione televisiva fatta nei primi anni Sessanta, con il titolo Tutto da rifare pover’uomo.

Arianna

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Polpettology (Daniela Brancati e Daniela Carlà)

9788862668798_0_0_300_75La vita è come una polpetta, sospirò D rivolta all’altra
D. Sai che hai proprio ragione?, rispose lei un po’
stupita: ma sei una filosofa!
Noooo, è solo che quando faccio le polpette ne faccio
tante, e ci vuole tanto tanto tanto tempo. Mani occupate e
cervello libero per pensare.
Così è nato questo libro.

Non un semplice saggio. “Polpettology. Storia, filosofia e ricette della polpetta. Teoria e pratica del cibo più amato al mondo” di Daniela Brancati e Daniela Carlà (edito da Manni editori) è uno spassoso viaggio attraverso gli usi e i costumi degli italiani, raccontati attraverso un’abitudine alimentare che non teme lo scorrere del tempo: il consumo delle polpette. Fritte, al forno, con o senza panatura, al sugo oppure con l’aggiunta di brodo, le polpette sono in assoluto il piatto preferito del popolo italico che, nel corso dei secoli, si è evoluto anche a tavola, scoprendo sapori nuovi e nuovi modi di cucinare, ma strizzando sempre l’occhio alla tradizione.

Un volume delizioso (in tutti i sensi) quello realizzato dal duo Brancati – Carlà capaci di aggiungere un pizzico di ironia alle pagine di un testo che invita a prendere la vita con leggerezza e a rimandare a dopo pranzo quelle discussioni (specie in materia di politica) che tante, troppe volte animano le nostre tavole.
Non aggiungo altro concedendo alle autrici l’onere e l’onore di presentare il libro…

Polpettology. Come, dove, quando e soprattutto perché nasce questo volume?
DB:
Quando si vogliono sciacquare il cervello gli uomini parlano di anatomie femminili, lati a o b. Le donne giovani parlano dell’uomo ideale (ovvero di quello che non esiste) e quelle diversamente giovani come me, di cucina. Una sera Daniela Carlà filosofeggiava sulle polpette. Io le ho detto: “Bei pensieri: scrivi un libro”. Convinta di aver chiuso l’argomento, tornando alla mia pigrizia, affollatissima di cose da fare tutte più o meno urgenti. Ma Daniela non mi ha dato pace: il libro doveva essere a quattro mani o non se ne sarebbe fatto nulla.
DC: Ci siamo divertite a scriverlo e a quanto pare i lettori si divertono a leggerlo.
Il volumetto ha avuto una gestazione lunga, e non sarebbe mai uscito se l’altra Daniela non avesse accettato di scriverlo insieme, mescolando ingredienti di tutte e due, come per le polpette. Per un decennio una rete di esperti in immigrazione, italiani e stranieri, si è riunita a casa mia; avevo deciso che durante le chiacchierate su emigrati, immigrati, rom e caminanti, dovessero piovere polpette di tanti tipi, rispettando gusti e scelte, e accontentando tutti, carnivori, vegani, vegetariani, mussulmani e Maurizio con l’allergia alle melanzane. L’idea è nata da lì, parlandone con Daniela Brancati.
Possiamo definire la polpetta la celebrazione dell’arte, tutta made in Italy, di arrangiarsi?
DB: In un certo senso la polpetta ha le stesse caratteristiche del nostro popolo: duttile, buona per ogni situazione. Così antica e così contemporanea. Assume la personalità che più conviene: vegana per i vegani, di carne per i carnivori. Ricca ed elaborata per i golosi. Vuota o ripiena. Piccola o grande. Sa camuffare i propri ingredienti come noi spesso camuffiamo le nostre vere convinzioni. E sa adattarsi a tutte le situazioni. Proprio come noi.
DC: Sì, la polpetta somiglia agli italiani. Si comincia utilizzando quello che c’è ma alla fine ci si presenta con una nuova veste. È antica ma non vecchia, come accade alle cose belle, sempre contemporanee. Ha da raccontare – ha dentro di sé la storia dei propri ingredienti – ma è pronta a una nuova vita, quella della polpetta. Ma attenzione: la polpetta non è solo italiana e neppure solo europea, non esistiamo solo noi, neppure per le polpette.
Quanto e cosa può apprendere la politica (italiana e non solo) dalle polpette?
DB: La polpetta vuol dire assunzione di responsabilità. Dal momento che non ne esiste la ricetta assoluta, ognuno la fa con gli ingredienti che ha e i dosaggi che preferisce, assumendosi pienamente la responsabilità del risultato. Questa la lezione possibile. Nella pratica però…per imparare bisogna essere innanzitutto disponibili ad ammettere che qualcosa non va nel proprio modo di essere. Non vedo questa suprema e sublime forma di intelligenza nell’attuale politica occidentale, dalle Alpi alle Piramidi dal Manzanarre al Reno, senza tralasciare la Gran Bretagna e gli Usa. A mio parere siamo in una fase in cui la politica non vuole e non può imparare neanche dalle polpette.
DC: Molto, ma se la politica ne ha voglia ed è disposta a polpettare e rimpolpettare. La polpetta invita alla concretezza e contrasta lo spreco, utilizzando le risorse che si hanno a disposizione. Ma invita anche all’immaginazione, sprona alla gioia e all’allegria, e non solo alla compostezza. Anche la politica ne avrebbe bisogno, non ci si può nutrire di rabbia o alimentare divisioni. Lo chef Ferran Adrià sostiene che se si pensa bene, si cucina bene. Vale anche per la cosa pubblica: se si pensa bene si governa bene?
Polpettare implica cura e attenzione, che servono ai singoli e alla collettività. Ed è inoltre, per tradizione nelle case e nell’immaginario, attività tipica delle donne: ci sarebbe tanto bisogno di più donne nella cura della cosa pubblica.
Convivenza, condivisione, contaminazioni. Quanto, lontano dalla cucina, si osserva la regola delle tre C?
DB: Premessa: cucina e musica sono – insieme ai numeri – linguaggi universali dell’umanità. In famiglia e nella società, ovunque si voglia vivere in modo normale e non morire di solitudine o depressione, le tre C sono praticate nei fatti. E la cucina è un potente strumento al loro servizio. La convivenza impone di accettare le diversità, condividere è ovvio perfino per chi in teoria lo nega. E vogliamo parlare di contaminazioni? La cucina ha scoperto la fusion perfino prima della musica. Ogni popolo che ci ha invaso ci ha lasciato qualche parola della sua lingua, qualche usanza, qualche legge e molti piatti da imitare e riadattare secondo gusti e materie prime. Libertà e cultura viaggiano da sempre insieme alle merci. E fra queste innanzitutto c’è il cibo.
DC: È la vita a imporre la pratica della regola delle tre C, anche qualora a parole non si accetti. Come per le polpette, si vive di intrecci e di relazioni. Ogni polpetta è frutto di scambio, ancor più nella storia dell’alimentazione italiana, caratterizzata dal ruolo svolto dalle città e dai mercati. Ogni polpetta racconta di come si mescoli la cultura del latte e della carne, dell’olio e delle verdure, utilizzando ortaggi che vengono da altri paesi.
Decantate le virtù della polpetta con un aforisma.
DB: Con la polpetta ogni cena è perfetta.
DC: La vita è una polpetta.
Quest’ultima domanda potrebbe essere considerata violazione della privacy (si scherza, of course) ma la facciamo ugualmente: le avete preparate proprio tutte le ricette che proponete nella seconda parte del libro?
DB: Certo, negli anni. Tranne quelle di agnello, carne che per me è tabù.
DC: Ve ne sono anche tante altre che non abbiamo ancora proposto. Per quel che mi riguarda, ne ho preparate e provate tante, anche perché – esclusa la salsa di noccioline thailandese che non mi entusiasma – amo il cibo e tutti gli ingredienti.

Titolo: Polpettology. Storia, filosofia e ricette della polpetta. Teoria e pratica del cibo più amato al mondo
Autrici: Daniela Brancati, Daniela Carlà
Casa editrice: Manni editori
Genere: saggistica gastronomica
Pagine: 127
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Dopo aver letto questo libro: cimentarsi nella preparazione delle ricette suggerite nel volume.

Le autrici
Daniela Brancati,giornalista, vive a Roma. Ha lavorato a “Paese Sera” e “Repubblica”, ha diretto il tg di VideoMusic e il Tg3 della Rai.Ha pubblicato romanzi e libri di inchiesta e costume, tra cui “Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia” (Donzelli 2011).
Daniela Carlàvive a Roma. È dirigente generale della Pubblica amministrazione, con incarichi in materia di politiche sociali internazionali, politiche del lavoro, immigrazione, controllo sugli enti pubblici. Dirige la rivista “Nuova etica pubblica”.

Paquito

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Sogni e Altiforni (Gordiano Lupi e Cristina De Vita)

9788864902111_0_0_300_75Vivere con i ricordi ti riempie il cuore di una struggente felicità. Vivere di ricordi no. Vivere di ricordi fa morire in fretta.

Può, il calcio, diventare il pretesto per parlare di sentimenti? Sì, soprattutto nel caso del romanzo “Sogni e Altiforni”, di Gordiano Lupi e Cristina De Vita (edito da A.CAR.), sequel del romanzo “Calcio e acciaio” (scritto da Lupi e già recensito dal nostro blog).
Una storia di sport e sentimenti nella quale ritroviamo Giovanni, l’ex bomber dell’Inter, divenuto ormai un uomo maturo che guarda la vita con un pizzico di disincanto e con l’occhio critico di chi rimpiange il passato. La sua Piombino è completamente cambiata e lo stesso è accaduto a quel calcio cui non riesce a rinunciare (ogni domenica è allo stadio a sostenere il Piombino). Ma la riflessione più profonda Giovanni la fa in merito ai sentimenti: non hai mai costruito una famiglia e si è accorto adesso di sentire un vuoto al suo fianco. Vuoto che si riapre nel momento in cui il destino gli riserva un incontro speciale: Debora, la sua storica fidanzata ai tempi di Trani. Cosa accadrà dopo questo incontro?

Non aggiungo altro lasciando ai lettori la possibilità di scoprirlo. Mi limito a promuovere questo romanzo come il precedente, tanto dal punto di vista stilistico (Gordiano Lupi e Cristina De Vita hanno una scrittura accogliente che permette al lettore di emozionarsi quando si parla di sentimenti, ma pure quando l’argomento principale è il calcio), quanto dal punto di vista della trama: lineare e avvincente. Ottima, infine, la gestione dell’introspezione dei personaggi, presentati soprattutto attraverso quelle debolezze che li rendono “umani”. Ed ora la parola agli autori…

Una vena malinconica permea le pagine di questo romanzo. Cosa spinge Giovanni a sentirsi così nostalgico? Amore, età, rimpianti?
GL: Giovanni ha fatto una scelta inseguendo un sogno (diventare un calciatore famoso) ma adesso che gli anni dei successi sono lontani rimpiange il fatto che per realizzare un sogno ha dovuto rinunciare al solo amore della sua vita. In ogni caso, la nostalgia di Giovanni non è solo per una donna ma anche per una terra cambiata, per un mondo diverso da quello dove è nato e cresciuto. E non è mai nostalgia fine a se stessa, lui è uno che vive con i ricordi, non di ricordi. La differenza è sensibile.
Spesso Giovanni si confronta con la realtà che lo circonda. È cambiato il calcio, la politica, ma pure i rapporti interpersonali non sono più gli stessi. Si sente inadeguato?
GL: In realtà no, perché vive secondo le sue idee e fa le scelte che gli detta la sua personalità. Certo, sente la diversità tra il suo modo di pensare e il mondo circostante, questa cosa lo fa soffrire, ma si è ritirato in un cantuccio d’ombra romita, in mezzo a tante sicurezze, come il calcio e l’amore per la sua terra.
Un calcio come quello vissuto, e ancora amato, da Giovanni esiste ancora o è pure utopia per gli amanti del passato?
GL: Io direi che esiste ancora nei campi di periferia, dove le partite cominciano sempre alle 14 e 30, gli ultras sono simpatici ragazzi che cantano, puoi persino sederti accanto a loro e bere una birra insieme. Ti invito allo Stadio Magona per la prossima partita dell’Atletico Piombino, campionato di Eccellenza, puoi toccare con mano…
Che cosa ti aspetti da questo romanzo?
GL: In realtà niente, ho smesso da tempo di covare aspettative irrealizzabili. Avevo bisogno di scrivere questa storia e di mettere a punto alcuni temi appena abbozzati nel precedente (“Calcio e acciaio”). Credo che sia venuto fuori un romanzo più maturo e interessante, spero che qualcuno lo legga e ci rifletta sopra, mi piacerebbe che un eventuale lettore ci trovasse un po’ della sua vita.
Parlare d’amore è sempre estremamente difficile, tuttavia permette all’autrice (o all’autore) di mettersi a nudo. Ergo, cos’è per te l’amore e quanto è difficile parlarne in un romanzo?
CDV: Nell’ultimo verso del Paradiso di Dante Alighieri, il sommo poeta scrive: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, bene per me l’amore è il motore che ci spinge ogni mattina ad aprire gli occhi sul mondo e a dire “Abbracciamo questa giornata con un sorriso”.
Debora (per ragioni note a chi leggerà o ha letto il romanzo) segue il calcio con grande interesse. Una passione funzionale alla trama o c’è qualcosa di “autobiografico”?
CDV: L’Inter da sempre è stata ed è la mia squadra del cuore, ho seguito il calcio fin da bambina, soprattutto tra gli anni ’80 e i ’90, quando il calcio giocato era davvero un’altra cosa rispetto a oggi.
Infine, una domanda marzulliana: guardandoti allo specchio, in cosa e quanto siete simili tu e Debora?
CDV: Debora mi somiglia perché è una donna forte che riesce a trovare la forza dentro di sé per guardare avanti, e per essere sempre propositiva, il tutto condito da ottimismo e da ragionevolezza. Debora è una femminista ante litteram in una cittadina di provincia, si rimbocca le maniche ma non ha perso il gusto per gli uomini che regalano rose e cioccolatini.Nel romanzo ci sono diversi spunti autobiografici che – chi mi conosce e ha letto il libro – ha individuato subito, come il legame – indissolubile – con il mare.

Titolo: Sogni e Altiforni. Piombino-Trani senza ritorno
Autori: Gordiano Lupi e Cristina De Vita
Casa editrice: A.CAR. edizioni
Genere: sportivo/sentimentale
Pagine: 311
Anno: 2018
Prezzo: € 15,50
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Suggerimenti di lettura:“Dell’amore e di altri demoni” di Gabriel García Márquez; “Febbre a 90°” di Nick Hornby.

Gli autori
Gordiano Lupi si occupa di cinema e letteratura cubana. Traduce autori ispanici. I suoi ultimi romanzi “Calcio e acciaio” (2014) e “Miracolo a Piombino” (2016), entrambi editi da A.car edizioni, sono stati presentati al Premio Strega.

Cristina De Vita vive a Bari con la figlia Annalaura. Collabora con testate giornalistiche e associazioni del territorio. È l’ideatrice di incontri su Fernando Pessoa.

Paquito

Lettore medio

Le nebbie di Avalon (Marion Zimmer Bradley)

9788869053696_0_0_300_75Ai miei tempi sono stata chiamata in molti modi: sorella, amante, sacerdotessa, maga, regina. Ora in verità sono una maga e forse verrà un giorno in cui queste cose dovranno essere conosciute. Ma credo che saranno i cristiani a narrare l’ultima storia. Il mondo della magia si allontana sempre di più dal mondo dove regna il Cristo. E ora che il mondo è cambiato e Artù, mio fratello e amante, che fu re e che sarà re, giace morto nell’Isola Sacra di Avalon, la storia dev’essere narrata com’era prima che i preti del Cristo Bianco venissero a costellarla di santi e leggende.

Tutti almeno una volta nella vita hanno sentito nominare Re Artù, i cavalieri della tavola rotonda e le avventure che li vedono protagonisti. Si può dire che le leggende legate al regno di Camelot siano profondamente radicate nell’immaginario comune. C’è però una grande lacuna in queste storie: le donne. All’interno del ciclo bretone(ovvero il corpus di leggende legate a Artù e al suo seguito) non viene concesso molto spazio alle figure femminili, salvo poche eccezioni: Ginevra, la moglie fedifraga, e Morgana, la maga nonché sorellastra del re. Donne incatenate ai loro ruoli, ridotte a comparse, destinate a stare sullo sfondo mentre gli uomini agiscono. Ovviamente le leggende su Camelot rispecchiano la conformazione della società dell’epoca tardo medievale motivo per cui questo tipo di impostazione è stata sempre accettata. Poi, nel corso degli anni Ottanta, l’autrice Marion Zimmer Bradley decide di colmare questa lacuna con il suo romanzo “Le nebbie di Avalon”(in Italia edito dalla Tea)proponendo una riscrittura delle avventure di Artù e dei suoi cavalieri che dà voce alle figure femminili. Già dalle prime righe del romanzo questa impostazione narrativa è molto evidente: è Morgana, infatti, a raccontare la sua storia. Mentre nel ciclo bretone Morgana trama alle spalle del re per conquistarne il trono, nel romanzo è una sacerdotessa dell’ordine di Avalon, una congrega matriarcale che pratica il culto della grande dea, legato alla natura e alla magia che da essa proviene. Morgana sa che con la diffusione della religione cristiana gli antichi culti a cui lei ha dedicato tutta la sua esistenza sono destinati a sparire e  l’isola sacra di Avalon a sprofondare nelle nebbie del lago, isolata dal resto del mondo. La sua missione è quella di garantire la sopravvivenza della sua fede, consigliando il fratello, re Artù Pendragon. Quello che Morgana non sospetta è come l’influenza della moglie di Artù, la giovane e bella Ginevra, devota cristiana, risulterà determinante per le sorti di Avalon. Una serie di intrighi, piani e avventure, si intrecciano per tutta la durata del romanzo, creando un mondo complesso e ben strutturato in cui i personaggi si muovono ed evolvono.

“Le nebbie di Avalon” è un romanzo che si presta a differenti interpretazioni: oltre a essere un esperimento di riscrittura interessante, offre una gamma di personaggi femminili variegati e peculiari: Morgana non è la rabbiosa e vendicativa maga delle leggende, ma una donna che spesso sente il peso di un destino che non ha scelto ma a cui si sente legata; Ginevra, solitamente presentata come una fanciulla ingenua e devota, è perennemente combattuta tra i dettami della sua religione e il suo cuore: ama Lancillotto ma la ripugna il tradimento che consumerebbe agli occhi di Dio;a causa di ciò, la fragile regina cela le sue insicurezze dietro una fede granitica e spesso ottusa in nome della quale non si farà scrupoli a manipolare le sorti del regno. Gli uomini del romanzo sono anch’essi una parte importante ma non monopolizzano l’attenzione del lettore: fanno parte della storia ma non la dominano, partecipano agli eventi ma spesso non ne comprendono l’esatta natura come invece Morgana, la cui voce spesso interviene nella narrazione, riesce a fare.

Titolo: Le Nebbie di Avalon
Autori: Marion Zimmer Bradley
Genere:Fantasy
Casa editrice: Tea
Pagine: 652
Anno: 2005
Prezzo: € 8,50
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Consiglio di lettura: si consiglia l’ascolto del podcast Morgana di Michela Murgia. Nella prima puntata fa un’analisi del romanzo molto interessante.

L’autrice
Marion Zimmer Bradley (1930 – 1999) è stata un’autrice statunitense molto prolifica: ha pubblicato oltre 60 romanzi in cui spazia tra diversi generi letterari anche se viene considerata da molti come la “regina del fantasy”. “Le nebbie di Avalon” è considerato il punto più alto della sua narrativa e inaugura una serie di volumi che compongono il “ciclo di Avalon”. Ha pubblicato inoltre il “ciclo di Darkover” una serie fantascientifico-fantasy composta da 25 volumi tra romanzi e antologie di racconti per cui le sono stati conferiti numerosi premi.

Giovanna

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Il cielo comincia dal basso (Sonia Serazzi)

9788849854077_0_0_300_75Antonia Cristallo, mia nonna, dice che noi fummo sempre poveri e mai tamarri: il tamarro è uno che la terra gli basta, il povero invece alza gli occhi in cerca d’azzurro.

Comincia così il racconto di Rosa Sirace, la protagonista di “Il cielo comincia dal basso” (edito da Rubbettino), che terminati gli studi a Perugia è tornata nella sua casa natia, in Calabria, per dedicarsi all’insegnamento, pur senza averne una vera e propria vocazione.
Rosa, infatti, vuole scrivere. Ogni giorno, sul suo taccuino, annota tutto quello che le viene in mente sulla sua vita, passata e presente, e sulle meravigliose persone che ne fanno parte. Scavando tra la polvere e i ricordi, la donna rievoca episodi dolorosi, relazioni finite male, amori mai cominciati e amicizie lunghe una vita, che ancora l’accompagnano nelle avversità di tutti i giorni.
C’è molta amarezza nel racconto di Rosa, ma anche speranza, perché – come la sua stessa nonna le ha insegnato – i fiori sbocciano pure lungo i sentieri battuti dal bestiame, nonostante i colpi degli zoccoli e il letame. Ed è tra le parole della protagonista – dense, accorte, vere – che le emozioni del lettore germogliano.

“Il cielo comincia dal basso” è un romanzo incantevole. Si presenta come una scrittura libera della protagonista, ma è ovvio che c’è un grande lavoro dietro, lavoro che l’autrice, Sonia Serazzi, ha svolto in maniera impeccabile, riuscendo a tenere viva la spontaneità delle emozioni, pur avendo senza dubbio progettato e riscritto.
Di particolare intensità il legame della protagonista con il suo luogo natio e con la nonna, un affetto che si trasmette dalla pagina al lettore con peculiare immediatezza e che non manca di commuovere.

Titolo: Il cielo comincia dal basso
Autore: Sonia Serazzi
Casa editrice: Rubbettino
Genere: Diario
Pagine: 164
Anno edizione: 2018
Prezzo: €12,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Canzone consigliata: “L’assenza” di Fiorella Mannoia

L’autrice
Sonia Serazzi
è nata a Napoli nel 1971 e vive in un piccolo paese della Calabria. Ha pubblicato “Non c’è niente a Simbari Crichi” nel 2004 e il romanzo breve “E le ortiche c’hanno ragione” nel 2006.

Claudia

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Un weekend da sogno (Jojo Moyes)

9788804662396_0_0_502_75«Quindi dove andiamo?».
«Dove ci porta la notte. Sei o non sei la ragazza impulsiva che decide di fare un salto a Parigi nel weekend?». Le fa un cenno di saluto e un attimo dopo avvia il motorino con un calcio al pedale e si allontana rombando.

Nell è una ragazza inglese di ventisei anni, timorosa e con scarso spirito avventuriero. Ma, quando trova un’offerta low cost per un fine settimana a Parigi, non riesce a resistere: vuole trascorrere un romantico weekend con il suo ragazzo, Pete, intraprendente ed estroverso, che al contrario di lei ha viaggiato per mezzo mondo.
Purtroppo, però, Pete le dà buca proprio la mattina della partenza e Nell, ritrovatasi in stazione da sola, decide di impulso di partire senza di lui, troppo scossa e ferita per ritornare a casa con la coda tra le gambe. Nell non sospetta minimamente che quel fine settimana, incominciato in maniera tanto disastrosa, si rivelerà essere il più divertente della sua vita.

“Un weekend da sogno” (edito da Mondadori) è un romanzo breve e molto carino, adatto a quelle giornate un po’ malinconiche in cui si vorrebbe restare a letto a sognare di essere altrove.
Jojo Moyes, autrice di talento di cui ho letto molti romanzi, mette in scena con grande abilità due persone dal cuore spezzato: Nell, la cui madre apprensiva le ha insegnato a vivere sempre con cautela, e Fabien, ragazzo francese con aspirazioni letterarie, il cui manoscritto è appena stato spazzato via dal vento. Entrambi soli e incapaci di inseguire i propri desideri, nella reciproca compagnia sapranno trovare il coraggio di osare e ricominciare a sognare.
Pur non essendo, questo, il libro migliore dell’autrice, è senza dubbio ben scritto e molto dolce. Il suo stile, lineare e senza fronzoli, permette una lettura scorrevole e per nulla gravosa. Il lettore si ritrova a Parigi – seppure per troppo poco tempo – e il suo cuore, come quello della protagonista, verrà risollevato da tutti gli affanni.

Titolo: Un weekend da sogno
Autrice: Jojo Moyes
Casa editrice: Mondadori
Genere: chick-Lit
Pagine: 121
Anno edizione: 2016
Prezzo: € 11,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno

L’autrice
Jojo Moyes, nata a Londra nel 1969, ha lavorato come giornalista per dieci anni presso il giornale londinese The Indipendent e come Assistant News Editor presso il Sunday Morning Post ad Hong Kong. Dal 2002 si dedica alla scrittura a tempo pieno ed è diventata una delle più affermate scrittrici internazionali grazie al romanzo “Io prima di te”, di cui è stato realizzato un film nel 2016. Attualmente, vive in una fattoria a Saffron Walden, nell’Essex, con il marito, il giornalista Charles Arthur, e i loro tre figli.

Claudia

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L’ultima dei Neanderthal (Claire Cameron)

9788807891366_0_0_300_75Il dubbio su quale sia lo scopo della mia esistenza mi tormenta da sempre. Il giorno in cui ho trovato lei, una Neanderthal sepolta da moltissimo tempo nella terra, ho avuto la risposta. Quando la trovai, capii finalmente cosa ci facevo al mondo: volevo conoscere i suoi segreti.

Ragazza è una giovane donna appartenete alla specie dei Neanderthal.
La dottoressa Rosamunde Gale è una paleontologa dei nostri giorni.
Le due donne sono unite, a quasi quarantamila anni di distanza, da un’esperienza che trascende il tempo e l’evoluzione: la maternità.
Ragazza vive con la sua famiglia e, insieme a loro, si dedica alle incombenze legate alla sopravvivenza: va a caccia, si occupa della Grande Madre e prepara le provviste per l’imminente viaggio verso il raduno. Ogni anno, infatti, con l’inizio della primavera, tutte le famiglie si riuniscono in un punto vicino al fiume per condividere insieme il tepore della primavera e dell’estate; si pescano salmoni e si concludono unioni formando così nuove famiglie. All’improvviso, però,Ragazza si ritrova sola e incinta ed è quindi costretta ad affrontare una lotta per proteggere se stessa e il figlio che porta in grembo.
Rosamunde vive in Francia e sta lavorando ad uno scavo quando fa una scoperta importante: nel sito in cui sta riportando alla luce una donna Neanderthal, c’è qualcun’altro, un uomo della specie Homo Sapiens. L’idea che le due specie abbiano convissuto sulla terra per un periodo di tempo, prima che i Sapiens predominassero, é diffusa nella comunità scientifica ma senza una prova concreta. Questa prova adesso si trova sotto gli occhi dell’attonita Rose. Oltre all’importanza implicita del ritrovamento, c’è un’altra cosa che preoccupa la dottoressa: è incinta di quasi tre mesi e l’idea di non riuscire a portare a termine il suo lavoro a causa della gravidanza l’atterrisce.
Due storie che corrono parallele a migliaia e migliaia di anni di distanza l’una dall’altra: cosa è cambiato? Ragazza e Rose condividono l’esperienza della maternità e, ovviamente, la vivono su due piani diversi: per la prima è un rito di passaggio ovvio e doveroso; per la seconda è una condizione che, pur essendo molto desiderata, è potenzialmente invalidante: Rose, infatti, ha dedicato la sua vita allo studio dei Neanderthal e vuole che nulla possa influire sul suo lavoro.

Proprio quest’ultimo aspetto del romanzo offre uno spaccato estremamente interessante su un argomento d’attualità, ovvero come viene vista la maternità e la gravidanza in alcuni ambiti lavorativi: spesso le donne si sentono isolate e discriminate, sono portate a dimostrare di potercela fare a gestire gravidanza e lavoro, perché anche un minimo segno di cedimento, emotività in eccesso, scatto di rabbia, può essere interpretato come debolezza.
Oltre a ciò, fin dalle prime righe un messaggio sembra arrivare forte e chiaro: non concentrarsi  sulle differenze ma su ciò che ci accomuna.Soldi, lavoro, carriera, egocentrismo, sono aspetti che nella nostra epoca hanno assunto un’importanza sempre maggiore agli occhi degli altri e della società: la tendenza a prevalere ci fa dimenticare che, alla fine, non c’è molta differenza tra noi e i primi abitanti delle caverne che comparvero sulla terra centinaia di migliaia di anni fa. Siamo sì tecnologicamente più evoluti, viviamo in società complesse e con un bagaglio culturale pesante, ma nei nostri geni è scritta la nostra storia e, esattamente come i nostri progenitori,conosciamo l’importanza del far parte di una comunità, del non essere soli.É quello che desidera Ragazza, è quello che, alla fine, comprende anche Rose. La forza sta nell’accettare la mano che ci viene tesa anche quando pensiamo di non averne bisogno, è trovare il calore di una famiglia anche se diversa da quella che ci aspettiamo, è il restare umani nonostante le difficoltà.

Titolo: L’ultima dei Neanderthal
Autrice: Claire Cameron
Genere: Storico – drammatico
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 287
Anno: 2018
Prezzo: € 9,90
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Consiglio di lettura: Da leggere con carta e penna a portata di mano: il libro offre molti spunti di riflessione sulla natura umana.

L’autrice
Claire Cameron è canadese, laureata in storia e istruttrice di rock climbing e rafting. Oltre a “L’ultima dei Neanderthal” è autrice del best seller “L’Orso” attualmente nel catalogo della casa editrice SEM.

Giovanna

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La veglia di Ljuba (Angelo Floramo)

9788899368333_0_0_423_75Ad Angelo, per la comune appartenenza a queste genti che dell’Adriatico hanno lo spirito talvolta inquieto e talvolta sognante. Perché non voglia mai scegliere, nella complessità delle memorie, ma le sappia piuttosto tutte abbracciare insieme. Il babbo.

Si avverte un certo non so che di epico in questa storia. Sarà perché la Storia (sì, quella con la S maiuscola!) ha un ruolo di primissimo piano; sarà perché il protagonista, come un novello Ulisse, si ritrova a fare del viaggio un perno fondamentale della propria vita, fatto sta che leggendo “La veglia di Ljuba” di Angelo Floramo (Bottega Errante Edizioni) si ha come la sensazione di essere entrati in una versione moderna dell’Odissea. Pagina dopo pagina, seguiamo le vicende di Luciano Floramo – dalla giovinezza in Jugoslavia al trasferimento in Friuli dopo la Seconda Guerra Mondiale – la sua formazione, le sue scelte di vita, gli incontri, i viaggi e il profondo amore per i libri che legge, colleziona e ordina secondo criteri tutti suoi.
Chi ci apre una finestra sulla vita del protagonista è il figlio, Angelo Floramo, che riesce, con una potentissima carica emotiva, a regalarci un toccante elogio della figura di questo padre dall’anima e dal cuore intriso delle memorie di popoli diversi.

Credo che potrei riempire pagine e pagine scrivendo di questo libro, della bellezza che lo permea e che come un filo sottile unisce ogni sua singola parte, delle ore che ho trascorso rileggendo, sottolineando, appuntando pensieri e riflessioni a margine e sì, lo ammetto, anche versando lacrime di commozione. Tuttavia, preferisco fermarmi qua e cedere la parola all’autore.
Lasciatevi emozionare dalle sue parole…

Nome: Angelo
Cognome:Floramo
Quanto è stato difficile mettere nero su bianco la storia della sua famiglia? Estremamente complicato. Perché si vanno a frugare pieghe nascoste, precipitando in pozzi di memoria che non sempre ti appartengono. Sono pozzi collettivi, della famiglia, delle persone la cui vita si è intrecciata alla nostra. Hai sempre la sensazione di essere un ladro di storie, di emozioni private. E poi c’è il confronto con i fantasmi, gli spettri del tuo passato. Che non sempre sono belli. Ti raccontano come sei stato, come ti sei comportato, il dolore che puoi avere inflitto. Un bel pasticcio, insomma.
“La veglia di Ljuba”, come è nato questo titolo? Ljuba è il nome con il quale mio padre chiamò sempre mia mamma. In sloveno significa cara, amore. È un nome che rimbalza in tutte le lingue slave, più o meno uguale. Intriso di tenerezza. La veglia è quella che lei ha voluto e preteso. L’ultima notte di vita di mio padre in ospedale. Quel lungo sospeso in cui il tempo si dilata nell’attesa di un temuto ma inevitabile squillo di telefono. In quel buio assoluto è nata la storia.
Nel libro definisce suo padre un uomo di frontiera. Può spiegarci meglio? Il confine è una violenza che gli uomini impongono alla Terra. La feriscono, erigendo barriere, decidendo che dall’oggi al domani sorgeranno reti, barre, fili spinati per attraversare i quali bisognerà esibire documenti, sottoporsi a controlli. Il confine divide. Per il confine ci si uccide. Va presidiato con uomini in armi. E crea odio, diffidenza, rancore, revanchismo. La frontiera invece è il bagnasciuga del mare: dove non sai dire dove comincia l’acqua, dove finisce la terra. La frontiera è ibrida, plurale, composta. Estremamente dinamica. Mescola odori e paesaggi, lingue e memorie. Quando vado a Sveto, la terra di mio padre, un paesino della Slovenia carsica, mi sento il più italiano fra gli sloveni… a Borc di Ruvigne, dove vivo, mi sento il più sloveno tra i friulani. E questa molteplicità mi arricchisce. Diventa una condizione irrinunciabilmente bella dell’esistere.
Parole come frontiera, diversità, appartenenza, sono ormai parte della nostra quotidianità e hanno un ruolo di primo piano nella sua storia. Quale messaggio vogliono trasmettere al lettore?Coloro che teorizzano e praticano il Verbo della Nazione, i sovranisti che reclamano il potere, i privilegi, tutti i diritti soltanto per i popoli di cui incarnano le paure, sbagliano gettando sul tempo della storia quelle ombre insanguinate che negli anni recenti hanno lacerato il secolo breve, dall’attentato di Sarajevo del 1914 fino al bombardamento di Belgrado del 1999. Io credo fortemente nell’appartenenza identitaria. Ma sono anche convinto che questa identità sia molteplice, complicata, piena di crepe, contaminata. Invito il lettore a lasciarsi prendere dalla meraviglia per la complessità, aderendo sempre al principio in base al quale la purezza del sentire diventa esclusione dell’altro. Ha il triste profilo dei forni di Auschwitz. Io sono per le memorie più che per le radici. Le prime si possono condividere. Diventano narrazione e incanto, anche quando sono dolorose. Le altre invece proclamano il senso di una identità che si radica nel luogo. Appartiene soltanto a te. Per loro uccideresti e ti faresti uccidere. Una brutta cosa davvero!
Facciamo il gioco delle associazioni, se dico radici, lei risponde: terra mia. Gelosia e paura. Esclusione dell’altro. Nel senso che ho detto, quando ho parlato di radici e di memoria.
Quale è stato l’insegnamento più importante che le ha lasciato suo padre? La curiosità del conoscere, la libertà intellettuale, il disincanto e l’ironia. La cultura intesa come servizio per gli altri. E la vocazione al randagismo come parametro fondamentale dell’uomo che non conosce confini.

Un tacito compagno della sua storia e della mia lettura è stato sicuramente Ulisse con il suo destino fatto di vagabondaggi. Quali sono i tratti che accomunano il mitico eroe greco e suo padre?Il nostos sicuramente. La nostalgia del ritorno a casa. L’amore per le semplici cose del quotidiano ti fa re, non la corona. Dopotutto il grande Ulisse è un principe pastore. Un coltivatore di ulivi, un produttore di olio. Ma davanti all’orizzonte del mare si impone di voler capire cosa ci sia laggiù, oltre le brume. Questo era anche mio padre. Visse sempre con la speranza e il sogno di tornare. Ma cercò la casa perduta negli altri, nelle loro vite, nei loro drammi. Ed alimentò le sue utopie in una inappagata volontà di conoscere e di sperimentare. Girava con un vecchio cappotto liso e con scarpe precarie, ma aveva una biblioteca casalinga ricca di migliaia di volumi, alcuni molto rari e preziosi. Era quella la sua casa, costruita pagina per pagina nell’arco di una vita.
Alla fine del libro ci confida che sua madre aveva deciso di aspettare la sua pubblicazione per poterlo leggere. Quali sono stati i suoi commenti e le sue reazioni a lettura terminata?Per la prima volta ha pianto la morte di mio padre. Un pianto liberatorio, dolcissimo e difficile da trattenere. Era lì, sotto le sue ciglia dal 29 gennaio del 2013. Da donna friulana forte e silenziosa non aveva mai aperto la porta al dolore. Il libro le ha fatto risuonare dentro tutte le corde di una vita. E quel pianto è diventato per tutti noi una sinfonia d’amore tra le più commoventi e belle che abbia mai sentito.
Domanda irriverente: qual è il libro che ha letto e che avrebbe voluto scrivere lei?Facile: “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andrić. Resta per me un capolavoro assoluto in cui uomini e tempi si susseguono intrecciandosi al profilo di quell’unico ponte, metafora di ogni incontro possibile. Un genio assoluto, quel serbo bosniaco di Travnik. Che nella vita seppe sempre essere coerente con se stesso. Non si tradì mai.
E il libro che ha letto e amato di più nell’anno appena trascorso? “Jugoslavia, terra mia” di Goran Voinović. Lo so, sono monotematico. Ma è un libro che ho scarnificato tra i sassi di una spiaggia istriana, quest’ultima estate. Sorseggiando malvasia, all’ombra di una pineta. È un libro forte, parla dell’ultima guerra nei Balcani, di profughi e di memorie, di frontiere e di amori, di lingue che si mescolano e che si corrompono. Parla di noi.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi: non saziatevi mai di praticare quella virtuosa tensione che ci porta a cercare la vita nella letteratura e la letteratura nella vita. Usate i libri come porte che aprono varchi infiniti tra voi e il tutto. E poi tornate di qua, lasciatevi inebriare da un respiro o da un bacio, da un sorso di bellezza, anche da uno schiaffo, quando capita. Perché perfino il dolore che si sedimenta nel profondo dell’anima un giorno troverà il modo di uscire con parole scritte, o cantate. E quando capiterà, prendetene nota. Non si sa mai!

Titolo: La veglia di Ljuba
Autore: Angelo Floramo
Genere: romanzo biografico
Casa editrice: BBE Bottega Errante Edizioni
Pagine: 267
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Letture consigliate: “Itaca”, Konstantinos Kavafis; “A Zacinto”, Ugo Foscolo.

L’autore
Angelo Floramo è nato a Udine nel 1966. Insegna Storia e Letteratura al Magrini Marchetti di Gemona ed è ancora convinto che malgrado tutto sia il mestiere più bello del mondo. Medievista per formazione, ha pubblicato molti saggi e articoli, collabora con diverse riviste nazionali ed estere e ancora si perde dietro a carte d’archivio e ai manoscritti, inseguendo storie di osti e pirati, di banditi e di donne perdute. Ama l’umanità minore, cui è convinto di appartenere. Dal 2012 collabora con la Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli in veste di consulente scientifico.Non appena può, scappa per le vie dell’Est, dove perdendosi ritrova se stesso e la sua anima. Con Balkan Circus (Ediciclo-Bottega Errante 2013), Guarneriana Segreta (Bottega Errante 2015) e L’osteria dei passi perduti (Bottega Errante 2017, 3 edizioni) ha sperimentato con gusto le vie della narrazione. Per quanto la vita lo renda nomade e ramingo, alla fine ritorna sempre a Borc, sul ciglione del Tagliamento, dove le tre streghe di Macbeth, che malgrado tutto gli vogliono ancora bene, lo aspettano pazienti, lasciandogli sul tavolo qualche rimasuglio della cena.

Vera

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Professione Researcher (Giorgio Pochetti)

9788872743157_0_0_300_75“Ehm… signor Presidente” si fece avanti con timidezza il Capo della Polizia. “Era proprio di questo che volevamo avvertirla. Cicalino è già in Sicilia. Sembra che voglia fare una traversata a nuoto fino a Pantelleria… dice che l’Italia è degli italiani e la Sicilia dei siciliani e che gli africani non devono venirci a rompere i… scusi il termine signor Presidente, a rompere i “coglioni” qui a casa nostra dove abbiamo già tanti problemi, dice che è una guerra tra poveri e che la colpa è dello Stato che è latitante…”

Un appassionato di rarità letterarie rimane incuriosito dalle note introduttive di un libro in cui si è imbattuto casualmente. L’autore del romanzo è scomparso e pare che il mistero della sua sparizione sia legato alle storie contenute nel libro. È solo una trovata pubblicitaria o l’autore è davvero sparito? E le storie sono vere o è solo finzione letteraria? Il lettore lo capirà piano piano rendendosi protagonista di una puntigliosa caccia al tesoro che lo vedrà vagare dall’Oriente al continente americano, intrecciando inevitabilmente la sua vita a quella del misterioso scrittore scomparso.
Potrebbe a prima vista sembrare un semplice diario di viaggio “Professione Researcher” di Giorgio Pochetti (Robin&sons Edizioni), invece, man mano che si va avanti con la lettura, ci si rende conto che dietro la maschera di romanzo d’avventura si nascondono le tematiche sociali e politiche più attuali: lo sbarco dei migranti, i rapporti tra ex fidanzati, l’infedeltà coniugale, la moda di dedicarsi a pratiche e filosofie orientali come lo yoga e la meditazione. Basta leggere la citazione introduttiva, infatti, per rendersi conto che Cicalino e i Cinque Sberle è una – per nulla celata – parodia di Beppe Grillo e il partito pentastellato. Quanta satira politica c’è in questo romanzo? Tantissima, se pensiamo che fra le tante storie raccontate nel diario del misterioso scrittore scomparso quella sullo sbarco dei migranti a Pantelleria è non solo la più voluminosa, ma anche quella più divertente e allo stesso tempo riflessiva.
La narrazione si dipana su due piani narrativi, entrambi in prima persona: uno è quello del protagonista, che vola da una parte all’altra del globo alla ricerca dello scrittore che sembra svanito nel nulla, e l’altro è quello dello scrittore fantasma stesso, che dà voce alle sue storie. Un cocktail di diari di viaggio e finzione narrativa, grazie ai quali ci si domanda quanto di vero ci sia negli eventi raccontati e quanto invece sia stato romanzato, se quei Paesi siano stati davvero visitati dall’autore o se siano solo frutto della sua ars letteraria.
Una scrittura fresca e distesa, che non risulta mai pesante e che spinge il lettore a terminare il romanzo in pochi giorni.
Un libro per tutta la famiglia, che consiglio di abbinare alla visione del film “Il giro del mondo in 80 giorni” nella versione del 1956, con un David Niven al massimo della forma.

Titolo: Professione Researcher
Autore: Giorgio Pochetti
Genere: Avventura
Casa editrice: Robin&sons
Pagine: 169
Anno: 2018
Musica consigliata: Una qualsiasi hit di Enya
Film consigliati: Il giro del mondo in 80 giorni – Michael Anderson (1956)
Tempo medio di lettura: 2 giorni.

L’autore
Giorgio Pochetti
è nato a Roma nel 1957. Ha pubblicato nel 1991 il romanzo La sua anima dormiva in un cassetto (Giorgio Lucas Editore), nel 2006 Angeli ed altri racconti (Robin Edizioni), nel 2011 Non uccidete Bob Raphaelson (Robin Edizioni), nel 2014 Un detective a Rio (Robin Edizioni) e nel 2016 L’uomo che tagliava le linee a metà (Robin Edizioni)

Giano

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Caffè amaro (Simonetta Agnello Hornby)

9788807031830_0_0_502_75.jpgPreferirei non prendere marito e far sì che i fratelli frequentino una buona università, aveva detto, pronta a immolarsi come Rosalie, e a sostenere i maschi di casa. Ignazio si disprezzava come padre. Vorrei lavorare e guadagnare. Maria era una ragazza moderna, merito della madre. Ma l’isola rimaneva antica.

Nello studio dell’avvocato Ignazio Marra, Pietro Sala un quasi quarantenne ricco, donnaiolo e poco affidabile, si innamora di Maria, una bella adolescente – nonché figlia dell’avvocato – e la chiede in moglie. L’unione, economicamente conveniente per la famiglia di Maria, viene osteggiata sin dall’inizio dalle cognate che non ritengono la giovane all’altezza della loro famiglia e di Pietro. Maria però è forte e intelligente e dalla sua parte non solo ha il suocero e la sua famiglia, ma anche Giosuè, un giovane con il quale Maria è cresciuta e che le sarà sempre vicino, anche dopo aver intrapreso la carriera militare. Solo con il tempo Maria capirà che il vero amore è lui: Giosuè.
L’arrivo della Seconda Guerra Mondiale metterà a repentaglio la loro relazione, perché essendo Giosuè ebreo, sarà costretto a nascondersi, nonostante sia sempre stato molto apprezzato e rispettato da tutti. Grazie a molti aiuti, i due giovani però riusciranno sempre a vedersi e a mantenersi in contatto. Fino alla fine i due sentiranno il bisogno l’uno dell’altra.

In “Caffè amaro” (edito da Feltrinelli), la forza di Maria spicca in ogni singola riga del romanzo. Si intuisce subito quanto non sia la tipica donna dell’epoca arrendevole al volere dei maschi di famiglia dal momento che, pur decidendo di sposare Pietro per il bene economico e sociale della famiglia, non rinuncia a se stessa e alla sua personalità: facendo appello alla sua educazione e al senso di responsabilità, infatti, Maria riesce a portare avanti il suo nuovo nucleo familiare e a diventare una donna ancora più forte e caparbia.
L’amore che la lega a Giosuè, è un amore che affronta mille ostacoli, ma che rinvigorisce e si cementa anche quando sembra che stia per finire tutto. Non si può rimanere indifferenti davanti a questo sentimento che coinvolge e travolge.
La Sicilia di quegli anni non fa solo da sfondo ma è essa stessa una protagonista. Viene descritta in tutta la sua bellezza iniziale e fino alla distruzione dei bombardamenti, come se andasse di pari passo con la vita di Maria.

Titolo: Caffè amaro
Autore: Simonetta Agnello Hornby
Genere: narrativa
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 339
Anno: 2016
Prezzo: € 18
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Autore e quadro consigliato: “Al sole” (Ettore De Maria Bergler, olio su tela 1881)

L’autrice
Simonetta Agnello Hornby (Palermo 1945) vive dal 1972 a Londra. Laureata in giurisprudenza all’Università di Palermo, ha esercitato la professione di avvocato a Brixton in uno studio legale che si occupava di diritto di famiglia e minori. Tutti i suoi libri sono stati bestseller e spesso è ospite alla radio, alla televisione e sulle maggiori testate giornalistiche. Ha anche girato un docu-film con suo figlio George intitolato “Nessuno può volare da solo”, il quale è anche il titolo del suo ultimo libro.

Arianna

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Con in bocca il sapore del mondo (Fabio Stassi)

9788875219734_0_0_300_75Non vi siete mai accorti che scrivere poesie è come collezionare francobolli? Sì, è proprio così, è come se i poeti fossero ammalati di una strana forma di filatelia.

Dieci biografie. Altrettanti racconti. Dieci storie che hanno per protagonisti poeti italiani del secolo appena trascorso. Si potrebbe riassumere sinteticamente così il volume di Fabio Stassi (edito da minimum fax) “Con in bocca il sapore del mondo”, ma non si direbbe abbastanza. Già perché questo libro è un omaggio ai protagonisti – più o meno noti – di una letteratura italiana che sembra aver smarrito la propria memoria poetica. È un omaggio a scrittori che hanno caratterizzato la formazione di migliaia di studenti, critici, autori o semplici lettori. È un autentico e riuscitissimo invito alla lettura.

Il volume mescola sapientemente realtà e finzione (con l’accezione più nobile che si può dare a questo termine). Una raccolta di racconti che conquista, svelando lati poco noti di ognuno dei protagonisti (da Dino Campana ad Alda Merini, passando per Gabriele D’Annunzio, Umberto Saba e Vincenzo Caldarelli). Intere esistenze raccontate nel giro di poche pagine, scritte con grande leggerezza da Stassi che sembra entrare in punta di piedi nelle esistenze di questi autori col solo intento di raccontare dieci storie le quali, si spera, stimolino alla scoperta di altrettanti poeti e dei loro componimenti. Non aggiungo altro e cedo la parola all’autore…

Perché hai deciso di raccontare le storie di questi autoriAvevo con questi poeti un debito. Li leggo da sempre, e mi sono formato su alcuni di loro, primi fra tutti Ungaretti e Quasimodo. Mi sono accorto di provare una grande nostalgia per le loro voci. Avrei voluto sentirli ancora parlare, raccontare la loro vita, la loro idea di letteratura. Poi mi è capitato tra le mani un libro di Noteboom, “Tumbas”, in cui dice che i poeti continuano a parlare anche dopo morti. E insieme la proposta di scrivere dei documentari su di loro: così ho provato a ridargli la parola in prima persona. Lo avevo già fatto con trecento personaggi di romanzo e con Charlie Chaplin, in un’autobiografia inventata. E la mia voce si è impastata con la loro.
Assistiamo a un fenomeno strano: il lento declino della poesia. Non si scrive in versi e, se lo si fa, si ricorre all’autopubblicazione. A tuo parere, in che modo si potrebbe rivalutare questo genere letterario? Sono molto fiducioso sulla sopravvivenza della poesia. Tornerà, con tutta la sua forza. Tornerà e sembrerà a tutti una sorprendente rivoluzione tecnologica. Perché la poesia è twitter prima di twitter, ed è tante altre cose. Ha in sé l’unione tra la massima brevità e il massimo significato. A volte, la lettura di una poesia può valere quella di un romanzo, e può contenere tutta una vita. Spero possa tornare anche come narrazione orale, in bocca a un puparo o a un contastorie, nelle piazze, nei teatri.
È stato più divertente o più complicato calarsi nei panni dei protagonisti del tuo volume? Nell’uno e nell’altro caso, perché? È stato incredibilmente molto semplice. Prima ho studiato molto, poi è venuto quasi da sé. La scrittura di questo libro è stata per me un’esperienza di grande felicità. Ho passato un anno a rileggere le opere di questi poeti, a scoprirne nuovi significati. Alcuni di loro mi hanno coinvolto come mai avrei immaginato: Campana, Alda Merini, Gozzano. E anche D’Annunzio. Ho passato con loro uno degli anni più belli della mia vita, ed è stato un grande regalo.
Al di là delle singole storie, quel che ho apprezzato maggiormente di quest’antologia è il tuo invito alla lettura. Il messaggio, implicito tra le pagine del romanzo, è “non accontentatevi di una sola esistenza. Leggete, leggete, leggete”?La lettura è terapeutica perché ci spinge a uscire fuori da noi stessi, e in qualche modo ci vaccina dall’ipertrofia dell’ego che domina i nostri tempi. Indossare i panni di qualcun altro, anche come lettore, credo sia davvero salutare. La sensibilità è una forma dell’immaginazione, ed entrambe si alimentano a vicenda. Ma tutto questo non avrebbe senso se poi non si ritornasse sempre alla vita.

Titolo: Con in bocca il sapore del mondo
Autore: Fabio Stassi
Casa editrice: minimum fax
Genere: racconti biografici
Pagine: 157
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: leggere le opere dei dieci poeti citati nell’antologia.

L’autore
Fabio Stassi con minimum fax ha pubblicato “È finito il nostro Carnevale” (2007), “La rivincita di Capablanca” (2008) e “Il libro dei personaggi letterari” (2015). Per Sellerio sono usciti “L’ultimo ballo di Charlot” (2012), “Come un respiro interrotto” (2014), “Fumisteria” (2015), “La lettrice scomparsa” (2016) e “Angelica e le comete” (2017) e “Ogni coincidenza ha un’anima” (2018). È il curatore italiano di “Curarsi con i libri” e di “Crescere con i libri” di Ella Berthoud e Susan Elderkin (Sellerio 2016 e 2017). Ha vinto numerosi premi, tra cui il Selezione Campiello, l’Alassio, il Vittorini Opera Prima, lo Sciascia, lo Scerbanenco, l’Arpino.

Paquito

Lettore medio

Con “Ho visto una talpa” inizia il 2019 della casa editrice minibombo.

talpaAnno nuovo, libro nuovo: “Ho visto una talpa” dà il via ai ronzii del 2019!
Il 7 febbraio è in arrivo nelle librerie “Ho visto una talpa”, l’ultimo libro firmato da Chiara Vignocchi e Silvia Borando, che ci dimostrano ancora una volta che il nostro punto di vista sulle cose può non essere così oggettivo come crediamo.
In questo albo, sette simpatici animali si ritrovano a condividere i racconti dei loro mirabolanti avvistamenti in fatto di talpe: l’elefante ha visto una talpa piccolissima, il leopardo una lenta come non mai e il camaleonte di talpe ne ha viste addirittura due! Le attese e le aspettative si alimentano a ogni pagina, e il lettore sarà talmente coinvolto nella vicenda da non poter resistere a unirsi al coro degli increduli mormorii di stupore dei protagonisti.

Ma è davvero possibile che esista una così grande varietà di talpe, come i personaggi di
questo libro vogliono farci credere? Per scoprire di quante e quali talpe si tratta bisognerà attendere il finale, dove la curiosità verrà soddisfatta e tutti i dubbi saranno sciolti.

Anche quest’anno la casa editrice continua a rinnovare la proposta on-line di suggerimenti e spunti di gioco legati ai suoi titoli; per scoprirli tutti si può visitare la
pagina: http://www.minibombo.it/giochiamo-con/

 

Lettore medio

Strani delitti all’Hotel dei Filosofi (Giuseppe Feyles)

9788862668965_0_0_300_75La storia degli avvenimenti straordinari che sto per raccontare iniziò in un fresco mattino d’estate. Alle prime luci dell’alba l’unico segno di vita all’Hotel eravamo noi servitori: io, Juan Maria e Annette. Annette era la ragazza delle pulizie, giovane e inesperta, tanto del mondo quanto di quella esistenza intellettuale e tutta speciale che si svolgeva nella valle.

Cominciamo da un assunto: “Strani delitti all’Hotel dei Filosofi”, il nuovo romanzo di Giuseppe Feyles (edito da Manni Editori), è un libro davvero interessante ed è, a mio parere, uno straordinario invito alla lettura di testi filosofici.
La tranquillità di un hotel che ospita ventiquattro grandi pensatori (tra i quali: Kant, Aristotele, Agostino, Bruno e altri) viene scossa dal ritrovamento del cadavere di Parmenide. Il filosofo greco, infatti, viene ucciso con un colpo alla testa. Chi ha commesso il delitto? E soprattutto: cosa ha spinto l’assassino a compiere l’omicidio?
A indagare saranno gli stessi pensatori, supportati dal cuoco dell’hotel (l’io narrante della storia). Riusciranno a fermare l’assassino prima che commetta altri delitti?

Ai lettori scoprirlo. Prima di lasciare la parola a Giuseppe Feyles, mi limito ad aggiungere che uno dei punti di forza della storia è il ritmo. L’autore ricorre spesso a colpi di scena senza mai risultare banale. Lo stesso si può dire per le descrizioni (come nel caso della biblioteca dell’hotel o il giardino), sempre funzionali alla trama, o le digressioni filosofiche che stimolano la curiosità del lettore (confesso che alcuni filosofi non li conoscevo affatto). Adesso, parola all’autore…

Strani delitti all’Hotel dei Filosofi. Quale messaggio intendi lanciare con questo romanzo? Spero che il romanzo sia soprattutto occasione di una lettura piacevole. Il racconto è scritto sul filo dell’ironia e con una certa leggerezza. Del resto l’ambientazione della storia, un hotel in una sorta di iperuranio nel quale ventiquattro grandi filosofi di secoli diversi convivono e discutono tra loro, è uno spunto di pura fantasia. Ma a tema del romanzo c’è anche una questione importante e attuale: ci sono idee della filosofia del passato ancora vive, cioè interessanti per il nostro mondo? O la maggior parte di esse sono inservibili, passate, morte?E, se sono morte, chi le ha uccise? Così, il romanzo si apre con un omicidio eccellente, quello di Parmenide, uno dei padri della filosofia greca e sarà compito di questa straordinaria comunità di pensatori ricercare il colpevole, e insieme cercare di capire quale sia il significato di quella novità imprevista.
L’io narrante, il cuoco, mostra spesso l’entusiasmo di un ragazzino desideroso di conoscere e di apprendere dai filosofi coi quali si relaziona. Quanto c’è di autobiografico in questo comportamento? In parte mi riconosco in questo personaggio, non solo per l’entusiasmo che hai sottolineato, ma anche per un certo suo disincanto di fronte a una immagine troppo paludata della filosofia. Infatti, ho messo come esergo del libro un motto di Pascal, che afferma che prendersi gioco della filosofia è fare filosofia davvero.
Al di là della storia, quel che ho maggiormente apprezzato è stato il tuo invito alla lettura dei testi filosofici. Quale potrebbe essere un incentivo per avvicinare le nuove generazioni a una disciplina fondamentale tanto tra i banchi di scuola quanto nella vita di ogni giorno? Molti testi dei filosofi antichi e moderni, escludendo quelli più tecnici, sono alla portata di tutti, anche dei giovani apparentemente meno attrezzati. Talvolta si fa l’errore di pensare che i ragazzi non vogliano impegnarsi o, peggio ancora, che non possano capire. Ma non capiscono le cose senza senso e non si impegnano nelle cose banali. Ciò che non è la filosofia!
L’odore dei libri. Quello che si spande nella biblioteca dell’Hotel, quello che permea il pensiero dei protagonisti. Per una proustiana associazione di idee, quali ricordi ti evoca l’odore dei libri e quanto è stata importante questa sensazione per scrivere questo romanzo?Nell’era dell’elettronica si perde la fisicità della pagina. Eppure il libro è anche un oggetto, non solo da leggere, ma da sentire tra le dita, da addomesticare con le note a matita, con gli appunti a margine. Anche l’odore delle pagine fa parte del piacere della lettura. L’estetica è importante, anche se, alla fine, la vera bellezza di un libro è la sua capacità di far riecheggiare idee e parole nel cuore e nella mente del lettore.

Titolo: Strani delitti all’Hotel dei Filosofi
Autore: Giuseppe Feyles
Casa editrice: Manni
Genere: giallo
Pagine: 304
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: avvicinarsi alla filosofia senza il timore di essere interrogati da un professore particolarmente esigente, ma col desiderio di saperne di più sull’argomento.

L’autore
Giuseppe Feylesè nato a Torino nel 1956. Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per nove anni Storia e Filosofia nei licei. Dal 1984 lavora nel settore televisivo come autore e produttore, dapprima per la Rai (radio e tv), poi dal 1991 in Mediaset. Dal 2007 al 2014 è stato direttore di Rete Quattro, Iris e Top Crime. Attualmente è vicedirettore generale di Videotime (Mediaset).
Per undici anni docente a contratto dell’Università Cattolica di Milano, dal 2015 collabora con UniNettuno e l’Università Roma Tre.
Ha pubblicato i saggi “La televisione secondo Aristotele” (Editori Riuniti 2003) e “Il montaggio televisivo” (Carocci 2010).

Paquito

Lettore medio

Non è triste Venezia (Francesco Erbani)

9788862668859_0_0_472_75Luccica per davvero o è uno scherzo dell’immaginazione,una memoria che riaffiora? Di scherzi come questo Venezia è maestra, abile nel trasferire il presente nel passato e viceversa.

Non un semplice reportage. Quel che Francesco Erbani realizza con “Non è triste Venezia” (edito da Manni Editori) è un’attentissima analisi dello stato di una città che, nonostante la storia millenaria, sembra vivere ormai di ricordi sbiaditi e rimpianti per le occasioni mancate. Una città sempre più a misura di turista (con un potenziale comunque sfruttato poco e male) e con cittadini sempre meno affezionati alla terra di Marco Polo.

Il punto di forza di questo volume sta, senza dubbio, nello straordinario lavoro di documentazione effettuato dall’autore. Erbani non si limita a riportare dati statistici, preferendo invece affidarsi al racconto di imprenditori, politici, artigiani e semplici residenti. Testimonianze alle quali si aggiunge l’esperienza vissuta, durante i suoi soggiorni, in un luogo in grado di conservare, nonostante tutto, il proprio fascino.
Con lo spirito critico del giornalista, Erbani riporta pure dati preoccupanti per istituzioni e imprenditori poco lungimiranti o, forse, troppo disinteressati alle sorti di una città che attrae turisti ma allontana i residenti.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore…

Non è triste Venezia. Come è nata l’idea di questo volume? Dal desiderio di smontare un luogo comune: Venezia è una città che non ha più storia e non ha futuro. Non è solo la città romantica del Ponte dei sospiri – giusto per citare uno scorcio romantico – ma non è neppure una città al collasso come si vuole far credere.
Cosa concretamente si potrebbe (e si dovrebbe fare) per far sì che Venezia diventi, innanzitutto, una città da vivere e poi da visitare? Venezia offre tantissimi spazi. Si potrebbero intercettare ricercatori, studiosi, artigiani. Ma vanno individuati tra le nuove leve. Basti pensare alla laguna e al suo fragile equilibrio che potrebbe divenire oggetto di studio, di manutenzione e di tutela. L’Arsenale – che occupa un sesto del territorio – potrebbe trasformarsi in uno spazio per cantieri navali, per l’artigianato e la cultura, rispolverando la sua natura originaria. Venezia, insomma, potrebbe regalare tantissime opportunità semplicemente studiando sé stessa.
MO.S.E.: potenziale risorsa (mal sfruttata) o semplice fallimento dal punto di vista imprenditoriale e politico? Senz’altro la seconda. Mettendo da parte le indagini in corso e le valutazioni della magistratura – secondo cui era il Consorzio Venezia Nuova il controllore di sé stesso – parliamo di un’opera rimasta tutt’ora incompleta che è costata oltre cinque miliardi e mezzo di euro realizzata in un sistema completamente monopolistico e senza alcun tipo di confronto con altri progetti. E che non si ha la certezza che possa funzionare. Inoltre ci si trova di fronte a un progetto ormai obsoleto e alla necessità di una manutenzione di tutta l’opera i cui costi sfiorano i cento milioni l’anno.
Assai spesso citi Marco Polo, tuttavia a me è venuto in mente un altro celebre viaggiatore: Corto Maltese. Ha mai pensato all’eroe di Hugo Pratt, mentre scriveva questo libro? Confesso di non averlo fatto. Tuttavia non mi meraviglio che Pratt – intensamente veneziano – abbia ambientato qui una delle storie di Corto Maltese. Un personaggio che sembra incarnare perfettamente lo spirito di una città che non può e non deve morire.

Titolo: Non è triste Venezia. Pietre, acque, persone. Reportage narrativo da una città che deve ricominciare
Autore: Francesco Erbani
Casa editrice: Manni Editori
Genere: reportage
Pagine: 232
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: Concedersi una passeggiata tra le calli veneziane, immaginandosi Marco Polo, poi Corto Maltese, poi un turista che vuol lasciarsi travolgere dalla magia di questa città. Infine un cittadino che vuol riappropriarsi di questi spazi.

L’autore
Francesco Erbani è nato a Napoli nel 1957, vive a Roma, trascorre molto tempo a Venezia. È giornalista di “Repubblica”, dove lavora nelle pagine culturali.Si occupa di inchieste sul degrado urbanistico e ambientale del territorio italiano. Nel 2003 ha vinto il premio di Giornalismo civile e nel 2006 il premio Antonio Cederna. È stato il curatore del Città territorio festival di Ferrara e di Leggere la città di Pistoia. Ha pubblicato “L’Italia maltrattata” (Laterza 2003), il libro-intervista con Tullio De Mauro “La cultura degli italiani” (Laterza 2004), “Il disastro. L’Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe” (Laterza 2010), il libro-intervista con Leonardo Benevolo “La fine della città” (Laterza 2011), “Roma. Il tramonto della città pubblica” (Laterza 2013), “Pompei, Italia” (Feltrinelli 2015), “Roma disfatta” (con Vezio De Lucia, Castelvecchi 2016).

Paquito