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Pulp. Una storia del XX secolo (Charles Bukowski)

9788807881343_0_0_770_75Poi la porta si spalancò. Ed entrò quella donna. Tutto quello che posso dirvi è che ci sono miliardi di donne, sulla terra, giusto? Certune sono passabili. La maggior parte sono abbastanza belline, ma ogni tanto la natura fa uno scherzo, mette insieme una donna speciale, incredibile. Cioè, guardi e non ci puoi credere. Tutto è un movimento ondulatorio perfetto, come l’argento vivo, come un serpente, vedi una caviglia, un gomito, un seno, un ginocchio, e tutto si fonde in un insieme gigantesco, provocante, con magnifici occhi sorridenti, bocca leggermente piegata in giù, labbra atteggiate in modo che sembrano scoppiare in una risata alla tua sensazione di impotenza. E sanno vestirsi, e i loro lunghi capelli incendiano l’aria. Troppo di tutto, accidenti.

Nick Belane è un investigatore privato, il detective più dritto di Los Angeles come ama autodefinirsi. Giocatore d’azzardo perennemente squattrinato, alcolizzato e in sovrappeso, viene coinvolto suo malgrado nella ricerca del misterioso Passero Rosso, una ricerca che, ben presto, proietta Nick tra personaggi allucinanti e surreali. Le indagini si snodano tra bar, locali, motel di terz’ordine: soste obbligate per Belane che rimanda il più possibile gli impegni per sprofondare in una falsa autocommiserazione; ma riuscirà, alla fine, a trovare il Passero Rosso?
Ho commesso l’errore di leggere “Pulp. Una storia del XX secolo” di Charles Bukowski (editore Feltrinelli) prima di qualunque altro suo romanzo o raccolta. Errore, sì.
Perché questo romanzo è talmente perfetto da far quasi sfigurare gli altri, creando in me aspettative sull’autore americano che poi si sono rivelate in parte deludenti. Perché “Pulp”, come del resto suggerisce già il nome, può ergersi a vero e proprio manifesto del genere letterario. Perché è un motore in cui tutti i meccanismi, che appaiono arrugginiti a prima vista, funzionano invece alla perfezione e lavorano in sinergia senza problemi. La trama si presenta come una sorta di parodia dei classici del noir, quelli in cui un detective cupo e alcolizzato si trova a dover risolvere un caso intricato. Ma scordatevi Humphrey Bogart e il suo fare da bel tenebroso, Nick Belane è tutto l’opposto: un vero e proprio perdente, un antieroe che sembra uscito da una sceneggiatura dei fratelli Coen, capace di accattivarsi da subito le simpatie del lettore grazie al suo fare grottesco.
Tutto ciò potrebbe essere già sufficiente a rendere il romanzo interessante, e invece i fatti prendono improvvisamente una piega tra il surreale e il fantastico: Nick si ritrova faccia a faccia nientepopodimenoché con la Signora Morte e con un’affascinante aliena con manie di controllo della mente umana. Una scelta narrativa da interpretare in chiave allegorica, utile per affrontare tematiche attuali come il rapporto con la morte e la violenza psicologica.
Raccontato in prima persona dal punto di vista di Belane, lo stile narrativo è tipico del genere, con dialoghi serrati e battute secche e concise, alternando il gergo di strada (scurrilità comprese) a momenti descrittivi che toccano vette di alta poesia. Il lettore si lascia piacevolmente ipnotizzare dalla narrazione senza nemmeno accorgersi del tempo che passa.
Un viaggio nei vizi e nelle debolezze dell’essere umano che rende questo polpettone (è questo il significato del termine pulp) un classico della letteratura, non solo di genere.
Da leggere con musica jazz in sottofondo (o, in alternativa, brani della colonna sonora de Le Iene come “Stuck in the middle with you”), sorseggiando whisky e lime con acqua tonica come il buon Nick Belane ci insegna.

Titolo: Pulp. Una storia del XX secolo
Autore: Charles Bukowski
Genere: Pulp
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 182
Anno: 2007 (prima edizione 1994)
Musica consigliata: Colonna sonora del film Le Iene di Quentin Tarantino
Film consigliati: Barfly, Pulp Fiction, Factotum
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore
Charles Bukowski è nato ad Andernach, in Germania, nel 1920 ma è vissuto in America dall’età di tre anni fino alla morte, avvenuta nel marzo del 1994 a San Pedro, in California. Ha pubblicato giovanissimo il suo primo racconto, ma è rimasto a lungo nell’ombra, ai margini della cultura ufficiale, anche per il suo stile di vita disordinato e ribelle. Negli anni settanta diventa un autore di culto, soprattutto in Europa, apprezzato come l’esponente più autentico e originale di quella vena letteraria corrosiva e anticonformista inaugurata da Henry Miller e dalla cultura beat.
Con Feltrinelli ha pubblicato Storie di ordinaria follia (1975), Compagno di sbronze (1979), Taccuino di un vecchio porco (1980), Musica per organi caldi (1984), Hollywood, Hollywood! (1990), Pulp. Una storia del XX secolo (1994), Shakespeare non l’ha mai fatto (1996), Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle (1997)

Giano

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Lettore medio

Abita qui Mimì? (Angelo Mozzillo e Ilaria Perversi)

9788899931308_0_0_0_75Dante è un comunissimo camaleonte.
Vive giornate comunissime, con passatempi comunissimi
nel mezzo di una comunissima campagna.
Ma quest’oggi, per lui, sarà una giornata fuori dal comune.

L’amore al tempo dei camaleonti. Si potrebbe riassumere in questo modo “Abita qui Mimì” (edito da VerbaVolant edizioni), racconto di Angelo Mozzillo illustrato da Ilaria Perversi.
Protagonista della storia è Dante, un simpatico camaleonte che lascia per un giorno la campagna per recarsi in città con l’intento di salutare la sua amica (per la quale sembra nutrire sentimenti molto profondi) Mimì. Impresa tutt’altro che semplice, poiché Mimì ha traslocato più volte e i suoi coinquilini non conoscono l’indirizzo della nuova abitazione o, peggio ancora, ignorano completamente Dante. Riuscirà il camaleonte innamorato nel suo intento?

Lascio ai lettori la sentenza. Aggiungo che questa storia è molto divertente e sembra voler lanciare un messaggio chiaro: Attenzione a non diventare schiavi delle abitudini. Vale la pena, ogni tanto, fermarsi a riflettere e concentrarsi su quel che dà valore alla vita, come i sentimenti.
L’obiettivo – a mio parere – è raggiunto in pieno grazie all’ottimo lavoro di scrittura di Angelo Mozzillo, supportato dalle illustrazioni di Ilaria Perversi, brava a umanizzare gli animali secondo un modello che strizza l’occhio ai film di animazioni più famosi (“Zootropolis” su tutti). Ed è proprio a questo dinamico duo che lascio la parola.

Abita qui Mimì. Come è nato questo progetto?
AM: Da una filastrocca. L’avevo composta qualche anno fa descrivendo, in rima, quanto fossero cambiati gli animali da quando vivono in città: il gatto, rispetto ai suoi colleghi di campagna, non dorme più così tanto perché al mattino ha il tram per l’ufficio; il toro è finalmente più calmo da quando si è iscritto a un corso di yoga; il gallo continua a cantare, ma per il suo canale GnuTube. Via via quella storia si è trasformata: ha perso la rima e ha guadagnato un protagonista: Dante.
IP: Un anno fa volevo finalmente cimentarmi nella creazione di un albo illustrato. Angelo mi ha proposto questa storia e me ne sono subito innamorata: non vedevo l’ora di mettermi a disegnare tutti quegli animali!
Dante è il protagonista di questa divertente e tenera storia. Perché questo nome? C’è un riferimento al sommo poeta e ai suoi sonetti sentimentali oppure altro?
AM: Sarò sincero: all’inizio mi piaceva semplicemente come suonava il nome Dante il camaleonte. Quando poi ho realizzato che questa omonimia rendeva l’idea dello spaesamento per l’inferno cittadino davanti al quale si ritrova il protagonista, ho avuto la conferma che il nome funzionava. A quel punto mi è stato suggerito di chiamare la camaleontina “Bea”, ma ho preferito limitare i riferimenti danteschi, anche perché l’albo si sarebbe chiamato “Abita qui Bea?” Volete mettere? Meglio Mimì!
Dante lascia la campagna e si confronta con la città. Caos, urla, ma soprattutto smartphone che imperversano ovunque. Quale messaggio intendete lanciare ai piccoli lettori della storia? Forse: mettete da parte i telefonini e tornate a sognare?
AM: I telefonini sono solo un simbolo: in generale la città può portare ad accrescere l’individualismo di chi la abita.
IP: Ho voluto rappresentare gli animali della storia come dei perfetti cittadini di oggi: va da sé che la tecnologia non poteva mancare nei miei disegni. Per rafforzare il senso di alienazione e di solitudine, ho pensato di mettere gli animali che incontra Dante davanti a uno schermo (chi davanti a un televisore, chi davanti a un computer, chi davanti a uno smartphone).
AM: Bisognerebbe, ogni tanto, spegnere tutto e cominciare a guardarsi di più intorno.
Un camaleonte che non necessita di mimetizzarsi perché nessuno gli presterà attenzione. Come gli animali del racconto, viviamo una vita un po’ troppo frenetica e non ci accorgiamo di quel che c’è intorno a cominciare dagli amici?
AM: Dante va in città per cercare la camaleontina Mimì, ma lei è in realtà nascosta in quasi tutte le pagine dell’albo. Sia Dante che il lettore non ci fanno subito caso. Quest’albo, nel suo piccolo, è un invito a fermarsi e a osservare. Guardarsi intorno, come dicevo prima.
Quanto è difficile realizzare storie per bambini? E quanto è divertente rapportarsi con loro durante fiere, eventi e presentazioni?
AM: È divertentissimo scrivere storie per bambini, ne scrivo in continuazione. Il difficile è trovare quelle che realmente funzionino!
IP: Io trovo molto naturale rapportarmi coi bambini. Certo, prima di ogni evento sono un po’ agitata, ma poi con loro mi sento totalmente a mio agio. Forse perché anch’io, in fondo, sono una bambina?
Come hanno reagito i lettori a questa storia?
IP: Molto bene! I bambini spesso riportano la storia al loro vissuto, ci tengono a raccontarci che anche loro prendono il tram o la metro, che abitano in case più o meno grandi, che anche loro guardano i cartoni animati su Youtube. Inoltre è divertente vederli cercare Mimì in tutte le pagine! E vedere la loro gioia quando la trovano.
AM: I più grandi si sono invece divertiti a scovare nell’albo alcune chicche: mi sono divertito a immaginare che libri si leggano, che film si guardino o quali social network si usino in un mondo abitato da soli animali.
Dante e Mimì torneranno prima o poi in una nuova storia? Magari dalla loro tenera amicizia sboccerà un sentimento più forte e maturo?
AM: Non ci avevo ancora pensato. Chissà? Magari la prossima volta potrebbe essere Mimì, ormai cittadina, a tornare per una breve vacanza nelle campagne in cui è cresciuta con Dante.
IP: Per me significherebbe mettermi a disegnare altri animali. Quando cominciamo?
L’ultimo libro che avete letto.
AM: Ultimamente ho sul comodino una strana accoppiata: “Le Metamorfosi” di Ovidio e “Diario di una schiappa”, di Jeff Kinney (ammetto che quest’ultimo mi ha fatto ridere più volte!)
IP: Oltre agli innumerevoli albi illustrati che sono “costretta” a leggere per lavoro ho appena terminato la lettura di “La mia cosa preferita sono i mostri” di Emil Ferris.
Prima di salutarci domanda “invadente”: quale è il vostro animale preferito? E perché?
AM:
In generale nelle storie cercheremo di mettere sempre tanti animali, così non dobbiamo stare a scegliere. Ci piacciono un po’ tutti.
IP: I pennuti sono in generale gli animali che preferisco disegnare, ma in particolare ho un amore sconfinato per la forma delle galline. Possibilmente quelle grasse.
Salutate i lettori medi.
AM:
Il lettore medio è una persona che mediamente legge, ma leggere sta diventando un evento che non fa media. Quindi forza e coraggio, ribaltiamo le statistiche! Ciao lettori medi!
IP: In questo momento storico essere lettori (di libri ma anche di articoli di giornale) equivale a essere degli eroi. Continuate così!

Titolo: Abita qui Mimì?
Autore: Angelo Mozzillo
Illustrazioni: Ilaria Perversi
Casa editrice: VerbaVolant edizioni
Genere: narrativa per bambini
Pagine: 32
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Dopo averlo letto: Divertirsi a immaginare quali animali possano popolare le nuove storie di Dante e Mimì e poi disegnarli.

Gli autori
Angelo Mozzillo nasce a Napoli nel 1988. Vive a Milano, dove nel 2014 si è diplomato in regia cine-televisiva alla scuola di cinema Luchino Visconti. A Milano collabora con lo studio Kaos Produzioni come autore di installazioni multimediali per biblioteche, archivi e musei. Nel 2011 ha diretto il cortometraggio Jere Jeff, girato fra Italia e Senegal e presentato al Giffoni Film Festival. Negli ultimi anni ha sceneggiato l’atto unico Totò e le quattro massime interpretato dall’attore Maurizio Casagrande e il cortometraggio Caro Gioacchino: prodotto per il teatro San Carlo di Napoli in occasione dei 150 anni dalla morte di Rossini, verrà presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2018. Con Ilaria Perversi ha ideato il cortometraggio animato “Couples” e l’albo illustrato “Abita qui Mimì?”.

Ilaria Perversi nasce nel 1992 a Milano. Nel 2014 si diploma in Digital Animation alla scuola di cinema Luchino Visconti. Il suo cortometraggio animato Couples, ideato insieme ad Angelo Mozzillo, ha vinto numerosi premi nei festival italiani di settore. Attualmente lavora come illustratrice freelance, realizzando pattern e character design per app interattive, editoria, video in motion graphic e cortometraggi animati. “Abita qui Mimì?” è il suo primo albo illustrato.

Paquito

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Niente di vero tranne gli occhi (Giorgio Faletti)

9788868528683_0_0_404_75Intorno c’erano luci che lampeggiavano, grida, ordini lanciati imperiosamente, macchine in arrivo e gomme sulla ghiaia di macchine in partenza. Riusciva solo a restare lì, la mano che ancora stringeva la pistola abbandonata lungo un fianco, sola di fronte all’immensa responsabilità di aver troncato una vita umana. Qualcuno avrebbe detto che Avenir Gallani si era ampiamente cercato e meritato quello che gli era successo. In effetti, da dietro le spalle aveva sentito dei passi ed era arrivato il lapidario commento di uno della squadra.
«Quando vivi cercando di rompere il culo al mondo, è inevitabile che prima o poi il mondo rompa il culo a te.»

Jordan Marsalis, ex tenente di polizia che ha appeso il distintivo al chiodo, riceve l’incarico da suo fratello, sindaco di New York, di indagare sull’omicidio del figlio Jerry Kho, artista maledetto nonché suo nipote, trovato morto come Linus, il celebre personaggio dei Peanuts, col pollice in bocca e l’inseparabile coperta incollata in mano.
Ben presto viene rinvenuto un altro cadavere che fa il verso a Lucy, e un indizio lasciato a bella posta sulla scena del delitto fa pensare che il prossimo sarà quello di Snoopy. Mentre Jordan è sulle tracce dell’assassino, Maureen Martini, commissario della Polizia di Roma, arriva a New York per un’operazione agli occhi per la quale rischia la cecità. L’intervento riesce, ma dopo il trapianto delle cornee Maureen comincia ad avere dei flash ricorrenti della vita del suo donatore.
E se quelle visioni appartenessero al killer che si ispira ai fumetti di Schulz?

Quando l’ho visto per la prima volta in libreria ho pensato subito a uno scherzo. Un thriller scritto da QUEL Giorgio Faletti, il cabarettista di Drive In? Mi è bastato leggere l’incipit per capire che, come spesso accade, l’abito non fa il monaco. Già, perché come ogni romanzo del genere che si rispetti “Niente di vero tranne gli occhi” di Giorgio Faletti (editore Baldini e Castoldi) è un thriller che non ha nulla da invidiare a quelli di colleghi più illustri.
L’impressione che ho avuto dopo le prime righe è che a scriverlo non fosse stato un autore italiano. L’impostazione infatti è quella del classico giallo “all’americana”, a partire dalle ambientazioni: fa da sfondo agli omicidi dell’assassino seriale una New York satinata e viziata, in cui a morire sono i figli di quella borghesia decadente che una vita routinaria ha spinto a cercare, spesso inutilmente, nuovi stimoli nella loro (presunta) vis artistica.
La descrizione degli eventi procede su più piani narrativi, seguendo ora Jordan, ora Maureen, ora la prossima vittima del serial killer, dando alla lettura quel tocco di brio tale da renderla sempre piacevole e mai pesante o noiosa. Il linguaggio semplice e l’abbondanza di dialoghi contribuiscono a rendere il romanzo fruibile da più fasce e tipologie di lettori, rendendolo di fatto un prodotto concepito proprio per una trasposizione cinematografica o televisiva. A rafforzare questa impressione, l’eccessivo ricorso agli “effetti speciali” a tutti i costi, il che, in un romanzo che dovrebbe raccontare gli avvenimenti in maniera veritiera per favorire il coinvolgimento del lettore, lo rende forse più simile a una fiction che alla cronaca di fatti realmente accaduti.
Ottima la psicologia dei personaggi, sia dei protagonisti che di quelli secondari, ma del resto è la condicio sine qua non per la buona riuscita di un thriller. Eccellente il colpo di scena che svela l’identità dell’assassino.
Un romanzo che, nonostante la lunghezza, si lascia leggere con piacere, senza mai stancare. Soprattutto se accompagnato da whisky e cioccolato fondente.

Titolo: Niente di vero tranne gli occhi
Autore: Giorgio Faletti
Genere: thriller
Casa editrice: Baldini e Castoldi
Pagine: 499
Anno: 2015 (prima edizione 2004)
Musica consigliata: Moanin’ (Charles Mingus), Almost Blue (Chet Baker, ma qui è meglio la versione di Elvis Costello)
Film consigliati: Seven (D. Fincher), La tela dell’assassino (P. Kaufman), Identità Violate (D. J. Caruso), Nella mente del serial killer (R. Harlin)
Tempo medio di lettura: 5 giorni

L’autore
Giorgio Faletti (1950-2014) è stato attore, compositore, cantante e comico. Con Baldini&Castoldi ha esordito nel mondo della narrativa con Io uccido, che in Italia ha venduto oltre cinque milioni di copie ed è stato tradotto in tutte le principali lingue del mondo. Uno straordinario successo confermato con Niente di vero tranne gli occhi, Fuori da un evidente destino, Io sono Dio, Appunti di un venditore di donne, Pochi inutili nascondigli, Tre atti e due tempi e Da quando a ora.

Giano

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La giovinezza al tempo degli orsi (Raffaele Cars)

251_orsiAnche se erano trascorsi più di vent’anni da quando mi ero trasferito alle Isole Svalbard, non riesco proprio a spiegarmi il perché – e ancora oggi me lo domando – proprio quella sera me ne ricordai subendone gli effetti.

Un romanzo d’esordio a metà strada tra “Nelle terre estreme” e “Martin Eden”. Qualcuno, forse, storcerà il naso di fronte a quest’affermazione, qualcun altro invece deciderà di testare la capacità letterarie di Raffaele Cars autore del romanzo “La giovinezza al tempo degli orsi”, edito da Homo Scrivens per la collana direzioni immaginarie.
Enrico è uno studente di sociologia che ha un’opportunità: trasferirsi alle Isole Svalbard per realizzare una ricerca sullo stile di vita degli abitanti del posto più a nord del mondo. Poco più di 1800 anime le cui abitudini sociali sono scandite dalla natura.
Per vivere quest’esperienza, si lascerà alle spalle Ester, la ragazza per la quale prova un sentimento che supera l’amicizia ma non sfiora neppure le porte dell’amore, e s’immergerà in un mondo fatto di gesti e abitudini dettate da cicli solari e lunari semestrali.
Così lontano dalla sua quotidianità Enrico – che non augura a nessuno di essere giovane come lui – s’interrogherà sulle sue aspirazioni (vorrebbe diventare uno scrittore), sull’amore e sul senso della vita.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore…
La giovinezza al tempo degli orsi.Come è nato questo progetto?Attraversavo quello che chiamerei un periodo di passaggio. Sentivo che il mondo mi voleva adulto. Qualcuno addirittura cominciava a chiedermi il matrimonio. E poi il lavoro: il posto fisso, la realizzazione personale. Volevo raccontare il mio disagio nell’allinearmi con le aspettative del mondo.
Enrico, il protagonista non augura a nessuno di “essere giovane come lo è lui”. Cosa lo spinge a riflettere in maniera così profonda e amara? Essere giovani e avere una “certa sensibilità” ti espone a una serie di sensazioni che, proprio come dicevi tu, definirei amare. Questo è quello che sento io, ancora oggi, a 26 anni. Ed è quello che ho cercato di trasferire nel romanzo.
Un sociologo napoletano alle Svalbard: semplice scelta narrativa oppure il desiderio di immaginare la propria vita a 4000 km dal luogo natio? In realtà io amo raccontare i luoghi e come i personaggi interagiscono con i posti. Ho sempre scritto delle zone dove sono cresciuto – la periferia a nord di Napoli – ma in questo caso immaginavo che non avrebbe avuto la stessa potenza narrativa. Poi, spulciando tra documentari e libri ho trovato le Svalbard, e appena le ho “conosciute” mi sono sembrate perfette per il disagio esistenziale che provano Enrico, Kari, Dianna ed Ester.
Quale messaggio hai voluto comunicare con questa storia? Non ho la presunzione di voler comunicare qualcosa. Non sono nessuno per farlo. Sono solo un ragazzino che quando scrive sta bene. Io volevo solo raccontare il mio disagio. Farlo conoscere alle persone. E magari far rispecchiare qualche ragazzo nelle mie righe.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Molto positivi. Qualcuno l’ha trovato toccante. Molti mi hanno detto: “Cavolo Raf, ma quante seghe mentali si fa Enrico?”
I social network fanno parte della tua quotidianità. Quanto sono importanti per un autore esordiente? Come contraltare, non credi che i social possano trasformarsi in una vetrina per autori a “proprie spese” bravi a diffondere contenuti sul web? Una persona molto saggia che ho conosciuto qualche anno fa, un giorno, parlando del web, mi disse: “Con il coltello si può tagliare il pane e si può ferire qualcuno.” È esattamente quello che penso del web. Se si ha una qualche forma di talento il web ha democratizzato tutti i processi. Ci sono meno soldi in ballo ma più possibilità per tutti. E questo è davvero bello. Quelli non bravi non andrebbero avanti lo stesso. Web o non web.
Ester e Kari: due donne che hanno una forza dirompente nel romanzo e nella vita di Enrico. Quanto è difficile raccontare l’amore? Difficilissimo, come lo è raccontare la solitudine, per esempio. Il problema è che l’amore nella vita reale non è quasi mai come nelle commedie romantiche. È più come un western. O almeno non lo è per me. In quel caso sarebbe molto più facile da raccontare. E questo Ester e Kari lo sanno bene!
L’ultimo libro che hai letto e quello che rileggeresti mille volte col medesimo entusiasmo. Al momento sto leggendo “Viaggio in Portogallo” di Saramago. Lo scorso settembre ho fatto un giro del Portogallo del sud e mi ha segnato tanto. Per quanto riguarda la seconda domanda ti dico “Chiedi alla Polvere” di John Fante.
Prima di salutarci domanda invadente: hai mai visto un orso dal vivo? Sì, ma ahimè non un orso polare. Vidi un orso marsicano durante un on the road in Abruzzo. Fu molto emozionante. L’orso è un animale straordinario.
Saluta i lettori medi: Un grande abbraccio a tutti i lettori medi! E se proprio dovete leggere “La giovinezza al tempo degli Orsi”, dopo parlatene ai giovani, che siamo noi ragazzi ad aver ancor più bisogno di libri!

Titolo: La giovinezza al tempo degli orsi
Autore: Raffaele Cars
Casa editrice: Homo Scrivens
Genere: romanzo di formazione
Pagine: 188
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Suggerimenti di lettura: attingere dalla top 10 che l’autore ha riportato nella rubrica “La stanza dello scrittore”.

L’autore
Raffaele Cars si occupa di web copywriting e web marketing. Con Homo Scrivens ha partecipato ai volumi “Infinito presente” (2015) e “Faximile. 101 riscritture di opere letterarie” (2016).

Paquito

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Atlante delle meraviglie. Sessanta piccoli racconti mondo (Danilo Soscia)

9788875218874_0_0_0_75Mio fratello minore Dieyi era rimasto l’unico in famiglia a occuparsi di questioni religiose. Una volta lo implorai di scovarmi un dio qualsiasi che si accontentasse di un poco di frutta, come si faceva un tempo. Un vassoio di prugne, una bottiglia di sorgo da libare senza troppe cerimonie. Un dio che gioisse nel vedere bruciate nel suo tempio banconote di giornale, e per questo ci assolvesse tutti dall’incubo di lavorare, di edificare il futuro.

Comincio da una considerazione: “Atlante delle meraviglie. Sessanta piccoli racconti mondo” di Danilo Soscia (edito da Minimum fax) è un gran bel libro. Un’antologia nella quale l’autore non si limita a raccontare storie ma a riscrive realtà ben note, osservate da un differente punto di vista. Hitler diventa così il dio dei conigli, mentre Cassandra racconta una storia differente relativa al destino degli Achei, così come differente è il destino di Gesù Cristo, Edipo o Asterione.

Quel che ho apprezzato di questo volume è, innanzitutto, lo stile. Soscia predilige una narrazione in prima persona, con dialoghi serrati e poche didascalie. Gli stati d’animo dei personaggi sono palpabili (angoscia, paura, rabbia sembrano essere entità che gravitano intorno ai protagonisti); inoltre ogni singolo vocabolo diviene l’ingranaggio di una narrazione asciutta – i racconti difficilmente superano le cinque cartelle – che scorre con piacere. Non aggiungo altro, lasciando all’autore la possibilità di raccontarsi.

Atlante delle meraviglie. Come è nato questo libro? Nasce dalla volontà di inserire in un anfratto museale, quasi una collezione ossessiva, un certo numero di scritti che allora mi parevano appartenere alla medesima voce. Monologhi dissimili, che pure riuscivano a convivere in una dimora comune, nel pugno stretto di un unico libro.
Per i racconti di questo volume ricorri quasi sempre alla prima persona. Scelta stilistica o il desiderio di far sentire la tua voce all’interno dei racconti? L’io che prende parola racconto dopo racconto muta sempre declinazione. La mia voce – almeno questa era l’ambizione originaria – vorrebbe essere in verità una cassa di risonanza, una sorta di persona loquens rivista, un mascheramento rituale. Brecht, l’apostolo Giovanni, Benjamin, Gramsci, Lutero, Nietzsche, Odisseo e tutto l’affollato corteo che abita l’“Atlante” sono simulacri che il soffio di chi scrive cerca di rianimare. Il mito erode, metamorfizza – con lentezza, ma in modo inesorabile – la verità. Leviga i tratti di un volto, rovescia l’ordine delle vicende così come sono realmente accadute. In virtù di questo procedimento arcaico, le storie sedimentano, mutano, i corpi diventano polvere. Amleto, Oreste, non hanno un viso. L’attore che ne ripropone le gesta, che ne incarna appunto la voce, è l’unica verità superstite.
Fortissimo è il richiamo – attraverso luoghi, personaggi e situazioni – alla mitologia e alla religione. Che tipo di rapporto hai con queste due antichissime forme di narrazione che, di fatto, hanno segnato qualsiasi genere letterario? Un rapporto di continuità. Rappresentano un paradigma costante, un argine, ma anche un granaio inesauribile. Per quanto si collochino all’origine stessa di ogni narrazione, sono continenti ancora ricchi di terre inesplorate.
Cosa, in letteratura, riesce a meravigliarti? E cosa, invece, ti lascia senza parole nella vita di tutti i giorni? Quando un’opera riesce a testimoniare nella sua viva carne il rapporto che intercorre tra l’uomo e il mondo, la sua contraddizione di fondo, lo smarrimento, la tragica appartenenza, allora quell’opera diventa una pietra della mia casa, il luogo materiale in cui io mi metto al riparo.
Domanda personale adesso. Come vivi il rapporto con i tuoi lettori? Spesso, non sempre, si scrive con la speranza di poter condividere quanto si è scritto. Il libro di per sé è un oggetto inerte. Occorrono le mani, la voce e gli occhi dei lettori per renderlo una cosa viva, durevole. Confesso una certa pigrizia nella promozione dei miei scritti, tuttavia i momenti di incontro viso a viso, la conoscenza diretta con coloro che hanno vissuto anche una sola tua pagina, lo scambio di un parere o di un aneddoto, sono il fondamento di un rapporto autentico, vero, l’unico che può darti una coscienza piena di quella che è stata la reale percezione del tuo lavoro, e di quale esistenza esso abbia avuto dopo la pubblicazione.
E quello con i social network? Non ho un’esistenza digitale.
Quali suggerimenti vorresti dare a un aspirante narratore? Si metta in ascolto della propria voce, narri solo quello che veramente desidera e nella forma che più lo rispecchia, senza complessi di appartenenza o adesioni a modelli altrui. Riscriva, sempre, si lasci il tempo di osservare da lontano quello che è precipitato sulla pagina. La verità è difficile, e la bellezza non è da meno.
Premi letterari. A prescindere dal prestigio, ritieni siano una buona vetrina per un libro e per il suo autore oppure è il lettore (medio o no) a decretare il successo di un romanzo? Sono fenomeni organici alla produzione letteraria. Il libro è il prodotto – l’esito concreto – di un processo industriale, di una strategia definita. Per sopravvivere nel magma del tempo presente ha necessità di molti galleggianti. Non credo alla teoria per la quale i promotori culturali (tra cui gli editori e allo stesso modo le giurie dei premi) assecondino un gusto pregresso, una richiesta che giunge dalle retrovie di chi legge, di chi compra. Credo invece che il gusto – così mi pare – si formi attraverso una dialettica fatta di impulsi, proposte, scambi. Il prestigio è un fatto accessorio. È il messaggio che giunge al lettore a partire da una scelta – critica e di mercato – il vero nucleo della faccenda.

Titolo: Atlante delle meraviglie. Sessanta piccoli racconti mondo
Autore: Danilo Soscia
Genere: racconti
Casa editrice: Minimum fax
Pagine: 280
Anno edizione: 2018
Prezzo: 18,00 €
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Da leggere: di sera, per meglio lasciarsi suggestionare dalle storie ma soprattutto dalle parole che le compongono. In viaggio, così da associare un posto differente a ogni racconto.

L’autore
Danilo Soscia vive a Pisa. Con l’editore Manni ha pubblicato la raccolta di racconti “Condominio” (2008). Come studioso di letteratura e di Asia Orientale ha curato, per l’editore ETS, il volume “In Cina” (2010) e realizzato, per l’editore Mimesis, lo studio “Forma Sinarum. Personaggi cinesi nella letteratura italiana” (2016).

Paquito

Lettore medio

La mia cosa preferita sono i mostri (Emil Ferris)

B10YAmro0iSOggi la nostra vicina del piano di sopra, la signora Anka Silverberg, è morta in circostanze misteriose. Le hanno sparato al cuore in salotto, ma è stata ritrovata a letto con le coperte in ordine, come se si fosse messa a dormire.
Nella sua vita Anka Silverberg ne aveva schivate di pallottole… allora perché avrebbe scelto di morire stando ferma sulla traiettoria di quella lì? Ma poiché le due porte di casa erano chiuse dall’interno la polizia ha detto che si è suicidata…
Ma io non ci credo!

Karen ha dieci anni e vive con sua madre e suo fratello Deeze a Uptown, un quartiere di Chicago: è il 1968 un periodo di forti cambiamenti politici e sociali. La nostra protagonista è una ragazzina sveglia e vivace che ama l’arte, le riviste e i film dell’orrore ma, soprattutto, ha una passione per i mostri: licantropi, vampiri e zombi sono in assoluto il suo argomento preferito.L’altra sua passione è il disegno: la struttura stessa del libro è il quaderno in cui Karen rappresenta il suo piccolo mondo e anche se stessa, con le fattezze di un piccolo lupo mannaro che vestirà i panni del detective (con tanto di impermeabile e borsalino) quando deciderà di indagare sulla morte della sua vicina di casa, la fragile e bellissima Anka. Per la polizia non c’è dubbio che si tratti di un suicidio ma Karen non ci crede: fra un’indagine e l’altra ci permette, attraverso i suoi disegni e le sue descrizioni irriverenti e spesso sgrammaticate, di addentrarci sempre di più nel suo universo e di conoscere i curiosi personaggi che lo abitano. Com’è da subito evidente, Karen è un’outsider: non si adegua alla massa e le sue passioni la rendono facile preda delle angherie dei compagni di scuola; per questo ricorre spesso a dei piccoli meccanismi di sopravvivenza quando il mondo intorno a lei diventa gretto e violento. La ragazzina, tra le indagini, la scuola e le incursioni al museo con il fratello, trova anche il tempo per scavare nel passato della sua famiglia, facendo riaffiorare segreti scomodi e terribili, che la portano a riflettere su se stessa e sui suoi desideri. Ciò che maggiormente colpisce è la grande varietà di tematiche trattate e la spontaneità con cui queste emergono come il lutto, la guerra e i suoi orrori, la diversità, tematiche lgbt, l’immigrazione, l’amore e l’amicizia.
“La mia cosa preferita sono i mostri” (edito da Bao Publishing) si presenta come un’opera decisamente sui generis già nella sua forma: è, a tutti gli effetti, il quaderno su cui Karen disegna costantemente. Le tavole spesso sono irregolari, non incasellate nei classici riquadri, sono frequenti le illustrazioni a tutta pagina che riportano scritte e prese in giro, frasi e didascalie grammaticalmente scorrette o neologismi. Le tavole sono disegnate a matita o con i materiali che normalmente ha a disposizione una bambina di dieci anni; nonostante ciò, il tratto del disegno è molto peculiare, carico e ricco di particolari e ombreggiature. L’autrice Emil Ferris ha una grande padronanza della sua arte; ogni tratto, ogni disegno o sfumatura di colore è appositamente studiato per dare quella sensazione di spontanea genuinità.

Titolo: La mia cosa preferita sono i mostri
Autori: Emil Ferris
Genere: graphic novel fantastico/di formazione
Casa editrice: Bao Publishing
Pagine:416
Anno: 2018
Prezzo: € 29
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Consiglio di lettura:Una volta terminata la lettura consiglio di prendersi un giorno per raccogliere le idee e poi rileggerlo per afferrare meglio alcuni concetti.

L’autrice
Emil Ferris è laureata all’Art Institute of Chicago, ha lavorato come illustratrice e creatrice di giocattoli. A 40 anni contrae il virus del West Nile e si ritrova temporaneamente paralizzata dalla vita in giù con una figlia piccola di cui prendersi cura. Deve imparare nuovamente a fare alcune cose tra cui disegnare visto che la paralisi ha colpito anche la mano destra.Decide di riprendere un vecchio progetto ed è così che nasce “La mia cosa preferita sono i mostri”; il libro diventa un caso editoriale non solo per la storia personale dell’autrice ma anche per un altro singolare aneddoto: le prime copie della graphic novel, edite dalla casa editrice americana Fantagraphics Book, rimasero bloccate nel Canale di Panama a cause del fallimento dell’azienda di spedizioni che si occupava del trasporto.

Giovanna

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Ritorno a Pompei (Amélie Nothomb)

9788888700526_0_0_283_75– L’8 maggio di quale anno?
– Il 1995. È il cinquantenario dell’armistizio.
– Che armistizio?
– La Seconda Guerra Mondiale.
– Mi sembra di ricordare qualcosa. Mi rincresce rivelarle la verità. Purtroppo non è l’8 maggio del 1995, è il 27 maggio del 2580.

Incuriosito dal titolo ho letto “Ritorno a Pompei” di Amélie Nothomb (edito da Voland) perché curioso di conoscere questa scrittrice belga della quale avevo sempre sentito parlare. La scelta si è rivelata azzeccata: “Ritorno a Pompei” è un romanzo surreale ma decisamente intrigante. Merito dei due personaggi, la Nothomb stessa e Celsius, un uomo che vive nel 2580.
Già perché la scrittrice, sottopostasi a un intervento chirurgico, con relativa anestesia, si risveglia nel ventiseiesimo secolo e scopre che Celsius – uomo con un quoziente intellettivo di 190 – è un cronoviaggiatore reo di aver provocato l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. al fine di preservare la storia della città campana.
Celsius aggiunge, inoltre, che il Tiranno regge le sorti del genere umano, che la bellezza è uno dei metri di giudizio con cui vengono valutate le persone oltre al quoziente intellettivo. I libri subiscono un destino ben peggiore: interi romanzi, infatti, vengono tagliati al punto da trasformarsi in racconti da poche pagine. Non una forma di censura, ma la necessità di assecondare le aspettative dei lettori del futuro. E numerosi sono gli spunti che Celsius dà alla sua interlocutrice, perennemente in bilico tra il timore di essere vittima di uno scherzo e l’amara consapevolezza di trovarsi in un’epoca completamente diversa dalla propria. Un lungo ma piacevolissimo battibecco che tiene il lettore incollato fino all’ultima pagina e a un epilogo nient’affatto scontato.

Non mi spingo oltre per timore di svelare troppo. Aggiungo che la Nothomb propone un romanzo realizzato alla maniera di un copione teatrale – dialoghi diretti e pochissime didascalie – estremamente piacevole nonché di grande attualità e molto utile per riflettere sul momento che la nostra società sta attraversando. Dopo averlo letto, infatti, sarà lecito chiedersi: Cosa faranno le generazioni future? Quali saranno le loro aspettative e, soprattutto, cosa desidereranno preservare del passato? Non tutte le risposte, ne sono convinto, convinceranno ma molte di queste faranno riflettere.

Titolo: Ritorno a Pompei
Autore: AmélieNothomb
Casa editrice: Voland
Genere: Fantastico
Pagine: 121
Anno: 2005
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Dopo averlo letto: concedersi la visione della trilogia di “Ritorno al futuro” per pensare ai viaggi nel tempo con leggerezza.

L’autrice
Scrittrice belga. Figlia di un ambasciatore membro di una delle famiglie più in vista del suo Paese, ha trascorso l’infanzia in Giappone, per poi trasferirsi in Cina al seguito del padre diplomatico.
I suoi libri hanno ormai conquistato milioni di lettori e fans appassionati. L’esordio a soli ventitré anni con “Igiene dell’assassino”, cui ha fatto seguito, ogni anno, un romanzo accolto con identico successo.Il suo editore italiano di riferimento è da sempre Voland.

Paquito

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Un romanzetto lumpen (Roberto Bolaño)

9788845928208_0_0_795_75Che cosa avevano visto? mi chiedevo. Che viso, che occhi avevano visto? Non me lo chiedevo continuamente, ma di sicuro qualche volta ero arrivata a chiedermelo. Ora so che la vicinanza non esiste. Qualcuno ha sempre gli occhi chiusi. Tu vedi quando l’altro non vede. L’altro vede quando tu non vedi. Solo una madre può essere vicina, ma questa allora era una cosa ignota. Inesistente. Esisteva solo il miraggio della vicinanza.

Rimasti orfani dei genitori, Bianca e suo fratello scivolano a poco a poco in un’esistenza di ottusa marginalità che li porterà a non uscire quasi più dall’appartamento in cui si sono rinchiusi, e dove passano nottate intere a guardare la televisione. A loro si aggiungeranno due improbabili soggetti, il bolognese e il libico, con i quali la ragazza condividerà a turno, e svogliatamente, il letto – senza quasi sapere chi le sta tenendo compagnia. Un giorno, però, entrerà nella loro vita un ex campione mondiale di culturismo, diventato cieco in seguito a un incidente, che tutti chiamano Maciste perché è stato un divo dei film cosiddetti “mitologici”. Uno che forse ha dei soldi, che si potrebbero scovare e rubare. Con questo strano essere, che la attrae e la respinge al tempo stesso, Bianca vivrà una storia che, nata sotto il segno della prostituzione e dell’inganno, diventerà invece simile ad una storia d’amore.

Tra me e questo grottesco romanzo è scattata la scintilla nel preciso istante in cui ho letto l’input iniziale dell’intera narrazione, che spiega: “Ormai sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente”; ciò mi ha incuriosita e, di conseguenza, mi ha spinta a leggereUn romanzetto lumpen” (edito da Adelphi) tutto d’un fiato. Grazie al linguaggio fluido e al ritmo incalzante del racconto, la lettura procede in modo scorrevole e soprattutto in maniera talmente lineare da lasciar supporre che il romanzo sia stato letteralmente ripulito, in modo da evitare dettagli superflui o barocchismi.  Oltre a perizie di questo tipo, del racconto di Bolaño colpiscono particolarmente i personaggi e la dimensione che altera quasi la percezione del lettore. Infatti, lo scrittore descrive una quotidianità così piatta e banale da rasentare l’irrealtà. Un’irrealtà in cui si cela il paradosso e a cui si fondono enigmi parzialmente svelati da sottili suggerimenti rivelati da Bianca. La ragazza, voce narrante delle vicende, pare inoltre essere eternamente sospesa a mezz’aria tra la lucidità e l’irragionevolezza, che più volte fa capolino nei suoi discorsi e nei suoi modi d’agire, creando un fortissimo senso di alienazione nei confronti della vita stessa che si limita a programmi televisivi e scialbe passeggiate. Questo romanzo è la crudezza di un’esistenza quasi vuota e mostra, al contempo, le parole esatte con cui si potrebbe riempire la vacuità stessa tornando, però, al punto di partenza. È un serpente che si morde la coda. È Bianca che si alza dal divano a programma finito solo per poter cambiare canale.

Titolo: Un romanzetto lumpen
Autore: Roberto Bolaño
Genere: Narrativa
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 119
Anno: 2013
Prezzo: €14,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Consigli di lettura: leggete questo libro durante un viaggio in treno, accarezzate ed immergetevi in questo romanzo straniante.

L’autore
Nato nel 1953 a Santiago del Cile, Roberto Bolaño è morto a Barcellona nel 2003. Tra i libri pubblicati da Adelphi ricordiamo 2666 (2009), Amuleto (2010) e Stella distante (2012).

Federica

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Edgar il maialino nero (Alan Mets)

9788867995325_0_0_300_75C’era una volta un maialino nero di nome Edgar.
Un maialino nero è molto raro…
Edgar viveva da solo, isolato da tutti,
perché era molto raro trovare maialini come lui.
E vivere da soli non è sempre divertente.

Cosa succederebbe se un maialino nero di nome Edgar decidesse di uscire di casa per andare a conoscere il mondo e fare nuove amicizie? È quel che ci si chiede in “Edgar il maialino nero”, racconto illustrato di Alan Mets pubblicato da Clichy.
L’entusiasmo del suino sfumerà in fretta poiché gli toccherà subire le angherie dei maialini rosa che prima decidono di allontanarlo in malo modo dal gruppo, negandogli la possibilità di giocare a moscacieca; dopodiché spazzoleranno via la torta che Edgar prepara per loro, senza un ringraziamento e con la pretesa che, per il giorno successivo, ne vengano preparate almeno due.
A Edgar, quindi, non resta che una soluzione estrema: tingersi di rosa. Sarà sufficiente per farsi accettare dagli altri?

Lascio sospeso il quesito per evitare spoiler, aggiungo però che questo racconto è assolutamente imperdibile e che meriterebbe di essere letto nelle scuole per sensibilizzare i bambini (ma pure gli adulti!) ad accettare le differenze e a non disprezzare gli altri solo perché il colore della pelle è differente dal proprio. Negli altri maialini, infatti, è facile identificare tutti quelli che hanno preconcetti verso chi è diverso da sé. Non è cattiveria, solo una diffidenza della quale potremmo tutti fare a meno, a cominciare dai bambini. Nel personaggio di Edgar ritrovo l’ingenuità del Pinocchio di Collodi, ma pure il suo inguaribile ottimismo e la capacità di mettersi nei guai pur di conoscere il mondo ed evolversi.
Dulcis in fundo, la parte tecnica: Mets tratta l’argomento con estrema leggerezza regalando un colpo di scena finale che lascia piacevolmente sorpresi. A supporto anche l’ottimo lavoro grafico dell’artista parigino che sceglie un tratto immediato e facilmente riconoscibile da un pubblico quanto mai variegato. Un pubblico che, spero, s’innamori di questa storia e diventi più sensibile alle tematiche razziali.

Titolo: Edgar il maialino nero
Autore: Alan Mets
Casa editrice: Clichy
Genere: racconto illustrato
Pagine: 48
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Perché leggerlo? Per godersi una storia piacevolissima e per riflettere, col sorriso, sulla diversità.

L’autore
Alan Mets preferisce far parlare i suoi libri piuttosto che parlare di sé, perché i suoi albi sono fatti di ciò che lui ama: avventura e mistero, pirati e balene, fantasia e divertimento, personaggi strampalati e teneri. È il grande paladino degli eroi timidi e un po’ imbranati. Con Clichy ha pubblicato: “Le mie mutande”, “Che belli i miei occhiali”, “Draghetto, Caccola” e “Spugna e Sapone”.

Paquito

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Sofia dell’Oceano (Marco Nucci)

9788867902743_0_0_423_75Mi chiamo Sofia ho sette anni e sono ammalata.

Una favola commovente. Credo sia questo il modo migliore per recensire “Sofia dell’Oceano”, graphic novel – edito da Tunué – realizzato da Marco Nucci con i disegni di Kalina Muhova.
Una storia che strizza l’occhio a “Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie” ma pure ai classici dell’avventura di Jules Verne, in particolare “Ventimila leghe sotto i mari”.
Sofia ha sette anni ed è affetta da una malattia – l’Ombra Rossa – che lentamente la sta consumando. La sua sola speranza è riposta nei cristalli di Fenimore, artefatti nascosti nelle profondità dell’oceano. In suo soccorso giunge, un giorno, il capitano Occhioblu deciso a salvare la ragazzina combattendo il suo storico rivale, il capitano Cristopher Pain. Riusciranno i protagonisti a portare a termine l’impresa?
Tecnicamente parlando, Kalina Muhova ha lavorato molto sulle suggestioni. I personaggi riescono a trasmettere i propri stati d’animo in modo impeccabile, mentre gli scenari regalano quel senso d’avventura alla base della storia. Storia della quale parlo con Marco Nucci, sceneggiatore di questo appassionante graphic novel…

Ciao Marco. Cominciamo questa chiacchierata con la più classica delle domande: Sofia dell’Oceano. Come è nato questo progetto? Avevo incontrato Kalina a una mostra dell’autoproduzione BRACE, a Bologna, rimanendo ammaliato dalla struggente poesia delle sue illustrazioni. E così le chiesi se voleva fare un fumetto insieme a me. All’inizio mi parve titubante. Credo pensasse che ero scemo, cosa che in effetti sono, a dirla tutta. Malgrado la scemenza (mia), dopo qualche tempo finimmo per lavorare insieme: ma questo non sarebbe mai accaduto, se nel frattempo Sofia non fosse affiorata nella mia mente. Era una rospetta alta come un portaombrelli, e mi chiedeva di raccontare la sua storia. Ma non solo a me. Anche a Kali. E così dovemmo cedere alla richiesta, come si fa coi bambini per farli star zitti.E così è nato il libro.
Veniamo ai personaggi. Sofia sembra ispirata alla Alice, protagonista del romanzo di Lewis Carroll, mentre per il Capitan Occhioblu il rimando è al Capitano Nemo. Quali altri romanzi – classici e non – ti hanno influenzato per la creazione dei due protagonisti e degli altri personaggi che popolano questo universo? Le influenze sono innumerevoli, ma non sono state calcolate. Abbiamo messo tutti i classici che avevamo in testa in lavatrice, poi abbiamo avviato la centrifuga. Alla fine erano pulitissimi! Ah! Ah! A dirla tutta, in realtà Sofia è tracciata sulla protagonista del “GGG” di Dahl, che per l’appunto si chiama Sofia. Un personaggio assai diverso da Alice, che non deve risolvere un vero e proprio problema, ma si abbandona alla sua wonderland quasi per noia. Sofia e Sofia, invece, soffrono, e il loro viaggio ha un motivo preciso, quanto avventuroso. Capitan Occhioblu è un misto tra Willy Wonka, Steve Zissou e, beh, il capitano Nemo e compagnia bella.
Ma se comincio a fare un elenco finirai per dover ampliare il sito, e pagare dei quattrini sonanti. Non volendo farti finire sul lastrico, mi fermo qui. Ricordati la storia della centrifuga, e spazia con la fantasia.
Cristopher Pain, il Cattivo (con tanto di maiuscola!), contende la scena ai due protagonisti. L’odio, il rancore, la disperazione danno un senso alla sua vita, tuttavia anche lui sembra avere dei punti deboli. È così? Eccome! Cristopher Pain è un cattivo da operetta, perfido quanto inefficace. Mi fa abbastanza pena, a conti fatti: in fondo, è così crudele solo perché non ha altra scelta. Se mi ritrovassi addosso tutte le malattie di questo mondo, compresa la schizofrenia, la lebbra e il gomito del tennista, abbraccerei il male subito.
Il vero “villain” della storia è Nerofumo. Se il piano dei due non si fosse scontrato con l’arrivo di Sofia, sono convinto che il perfido nano avrebbe finito per uccidere Pain, e diventare LUI il principe oscuro degli abissi.
Tanto Sofia quanto il Capitan Occhioblu sono alla ricerca dei cristalli di Fenimore. Si nascondono nelle Profondità profondissime, un luogo che sembra accogliere non solo tesori ma pure speranze e rimpianti. Immaginando di poter arrivare fin laggiù, di quale cristallo andresti alla ricerca? Bella domanda. Non so se rispondere in modo umoristico o serio. Facciamo serio, tanto sembrerà umoristico. A mio parere, chi lavora nell’editoria vive in una sorta di eterna psicosi nevrotica, affastellato da episodici attacchi compulsivi con scivolate nella depressione e nell’iperattività patologica. Nonché, naturalmente, nel mal di schiena. Quello dei libri è un mondo bellissimo, ma anche pieno di orrori, per citare il Capitano. Quindi, cercherei il “Cristallo di Gutenberg”, che serve a curare le magagne psico-fisiche del mondo della carta stampata. Poi lo fotograferei, e lo userei per una copertina variant “da stampare subito in mille copie numerate oddio arrivano le ciano controllare subito morte ai refusi dio salvi la regina!”
Leggendo i ringraziamenti ci rendiamo conto che le fonti d’ispirazione sono state molteplici. C’è qualcuno – più o meno noto – che devi ringraziare per averti dato, volontariamente o meno, l’input per creare questa storia? Il libro è uno spassionato omaggio alle storie di RoaldDahl. Non penso di averlo scimmiottato, che chi scimmiotta Dahl perde e perde male. Semplicemente, lo ringrazio per avermi regalato, con la sua scrittura chirurgica, la forza e la voglia di scrivere una storia per i più piccoli, che nella vita vera odio sopra ogni altra cosa. Non è vero. Sopra ogni altra cosa odio la fila in autostrada. Una volta, sei mesi fa, per saltare una fila di venti minuti, uscii dalle parti di Cremona, per poi perdermi in delle campagne nebbiose senza fine, e infine fermarmi in uno spiazzo alle quattro del mattino, e addormentarmi lì. Ti sto scrivendo dallo spiazzo.
Tornando ai ringraziamenti, ringrazio Kalina. In fondo, la maggior ispirazione me l’ha data lei.
Veniamo alla parte tecnica: come è stato il rapporto con Kalina Muhova. Confronto, con conseguente battibecco, su ogni singola tavola o ti sei affidato al suo talento e alle sue trovate? Abbiamo battibeccato, l’ho lasciata fare, mi ha lasciato fare, ci siamo divertiti, commossi, incazzati, sorpresi, dispiaciuti, rammaricati. Abbiamo usato tutti gli approcci possibili, e lavorato molto, con un accanimento per certi versi preoccupante. Il risultato è esattamente come lo immaginavano, sia esso giusto o sbagliato. E questo grazie anche a Tunué, e soprattutto a quella bestia di Diego Fiocco, che ha sopportato con pazienza ogni nostra richiesta. Grazie, Diego! Sei membro onorario del Palla 6: al Cartoomics ti porto la benda.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Ai lettori pare sia piaciuto. Detesto pensare che sia una storia ruffiana, come, che ne so, “La vita è bella”. C’è una bambina, c’è un gatto, c’è il mare, e tutti contenti. Quando mi viene il sospetto che il libro sia stato gradito perché “furbo” un po’ mi dispiaccio, e mi dico che in fondo è stata una fortuna quella di ritrovarmi a vivere nello spiazzo vicino a Cremona, lontano dalla civiltà. L’augurio è che “Sofia dell’Oceano” piaccia come screwball comedy. E comunque la morale di fondo è in parte beffarda. Ovvero: uscire di casa per risolvere i propri problemi e crescere è una cosa bellissima, ma immancabilmente, quando torni, scopri che ti sono entrati i ladri in casa.
Insomma, mi sembra sia piaciuto, ma se è piaciuto in un modo che a me non piace, allora… Vabbè, passiamo alla prossima domanda.
Riesci a goderti un fumetto da lettore oppure, irrimediabilmente, inizi a guardare le tavole e a leggere i dialoghi con l’occhio dell’addetto ai lavori? Se il fumetto mi piace, me lo godo. Se è brutto, parte le perquisa (perquisizione, ndr). Poi, oh, il secondo approccio è sempre sbagliato, a meno che non si sia degli editor, o dei redattori a caccia di refusi. Non ha senso, come quei tizi che passano la cena a parlare di ciò che stanno mangiando. Ci sono, eh! Non qui nello spiazzo, naturalmente. Qui abbiamo solo cervi e tassi.
L’ultimo fumetto letto e quello che rileggeresti mille altre volte.L’ultimo: il Tex in edicola, di Boselli e Dotti. Quello che rileggerei mille volte: “Topolino e il mistero di Macchia nera” di Floyd Gottfredson.
Domanda Marzulliana: se un autore si riflette in quel che scrive, quanto e cosa c’è di tuo in Sofia, Capitan Occhioblu e Cristopher Pain? In Sofia secondo me niente. Lei è meno preoccupata di me, è proprio diversissima. Credo abbia più punti in comune con Kalina, se proprio vogliamo marzullare. Io e il Capitano ci assomigliano nel sense of humor, e un po’ nella scemenza di cui parlavo. E non è entusiasta quanto sembra: diciamo semmai che si è rifugiato in una specie di follia ombelicale che lo mette al riparo dalla tristezza. Ma è un pazzo, non dimentichiamolo mai! Con Pain? La passione per il macabro, l’odio per i bambini e le file in autostrada.
E ora il domandone: Sofia tornerà prima o poi? Perché? Dove è andata? Ha preso l’ombrello? Così mi fai preoccupare!
Saluta i lettori medi. Il lettore medio viene dopo il lettore indice, e prima del lettore anulare. Sofia dell’Oceano l’indice neanche ce l’ha, e nella storia non si sposa nessuno. Non mi resta che salutare voi medi. Sappiate che un lettore mignolo vi mostra il pollice, augurandovi il meglio.

Titolo: Sofia dell’Oceano
Sceneggiatura: Marco Nucci
Disegni: KalinaMuhova
Genere: graphic novel
Casa editrice: Tunué
Pagine: 186
Anno: 2018
Prezzo: € 27,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Dopo aver letto questo graphic novel: affidare un messaggio al mare e augurarsi che il capitano Occhioblu e il suo equipaggio corrano in nostro aiuto.

Gli autori
Marco Nucci:
nato nel 1986, collabora dal 2015 con la Sergio Bonelli Editore, come sceneggiatore, curatore e community manager. Dal 2013 è direttore artistico di “Crime City Comics: Dylan Dog”, festival nazionale dedicato all’Indagatore dell’Incubo. Tunué ha pubblicato tre graphic novel da lui sceneggiati: “La tana di Zodor”, disegnato da Isaak Friedel; “Sofia dell’Oceano”, disegnato dalla talentuosa KalinaMhuova, vincitore del Premio Bartoli 2018 in occasione dell’ARF! Festival e candidato al Treviso Comic Book Festival e “Skull”, disegnato da Giovanni Nardone.

Kalina Muhova:
nata a Sofia nel 1993, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Collabora ed è fondatrice dell’autoproduzione a fumetti Brace. Nel 2017 pubblica, con Tunué, “Sofia dell’Oceano”, graphic novel che vede alla sceneggiatura Marco Nucci.

Paquito

Lettore medio

Gabbiano più gabbiano meno (Silvia Borando)

9788898177400_0_0_0_75«Sono stanco di voi altri» dice il gabbiano ai suoi compagni.

C’era una volta un gabbiano che, a tutti i costi, voleva lasciare il suo stormo e godersi la libertà. Si potrebbe sintetizzare in questo modo “Gabbiano più gabbiano meno”, il racconto illustrato di Silvia Borando edito da Minibombo.
Un desiderio di libertà che strizza l’occhio al celebre gabbiano Jonathan Livingstone ma con un pizzico di umorismo che rende questa storia piacevole tanto per i piccoli quanto per i lettori più maturi che, senz’alcun dubbio, apprezzeranno il lavoro grafico di Marco Scalcione, bravo a regalare alla storia un tono molto leggero e scanzonato e attento a restituire, ai gabbiani, espressioni molto realistiche, pur restando fedele allo stile cartoon.
Non aggiungo altro – il rischio di rivelare troppo è fortissimo – e accolgo con grandissimo entusiasmo Silvia Borando, che torna a raccontarsi sulle pagine del nostro blog…

“Gabbiano più gabbiano meno”. Come è nato questo progetto? L’idea è nata in maniera abbastanza lineare.La storia mi era chiara fin dall’inizio: due isole, una affollata e rumorosa, l’altra completamente deserta; un gabbiano polemico che decide di abbandonare i suoi compagni per starsene da solo e un finale spiazzante al punto giusto. Dopo aver scritto la storia, ho chiesto aiuto a Marco Scalcione, un bravissimo autore e illustratore con cui avevo già collaborato in veste di editore, che si è occupato di disegnare tutti i gabbiani con le loro relative espressioni, comprese quelle più indisponenti!
Il protagonista della storia sente forte il desiderio di allontanarsi dai suoi simili. Semplice ricerca di pace oppure c’è un desiderio di emancipazione?Nessun particolare desiderio di emancipazione: il protagonista è semplicemente un gabbiano un po’ antipatico, e a volte è divertente trovare un personaggio principale con qualche difetto.
Quale messaggio hai voluto comunicare con questa storia? Non c’era nessun messaggio intenzionale ma se ne dovessi proprio trovare uno, sarebbe senz’altro che se ti lamenti di tutto, prima o poi avrai davvero qualcosa di cui lamentarti!
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori?Il libro ha divertito molto ed è stato pienamente colto l’intento ironico nonostante alcune interpretazioni un po’ distanti dallo spirito con cui avevo pensato questa storia (non era un elogio al conformismo, garantisco!).
Quanto è difficile realizzare storie (tanto dal punto di vista dei testi che delle illustrazioni) per bambini? E quanto è divertente rapportarsi con loro durante fiere, eventi e presentazioni?Piuttosto che difficile lo definirei complesso e impegnativo, ma di grande soddisfazione. Se poi il lavoro viene coronato dall’incontro diretto con i bambini a cui è rivolto,la soddisfazione è doppia.
In “Affamato come un lupo” ci hai portato in un bosco, stavolta in mezzo all’oceano. Quale sarà (se puoi dircelo, of course!) la prossima ambientazione?
Nel prossimo libro non ci sarà un’ambientazione specifica ma un gruppo di animali piuttosto eterogeneo che si trova a discutere di un avvistamento eccezionale. Non dico altro!
L’ultimo libro che hai letto:“Il giardino di mezzanotte” di Philippa Pearce.
Prima di salutarci, domanda “invadente”: ma, in conclusione, qual è il tuo animale preferito? E perché? Amo tutti gli animali ma il mio preferito è forse il riccio;abbiamo una collezione di famiglia che include esemplari di ogni forma, dimensione e materiale, ho, pertanto, ereditato questa passione dai miei genitori.
Saluta nuovamente i lettori medi.Saluto i lettori medi e anche quelli grandi così importanti per aiutare i piccoli a leggere!

Titolo: Gabbiano più gabbiano meno
Testi: Silvia Borando
Illustrazioni: Marco Scalcione
Casa editrice: Minibombo
Genere: narrativa per bambini
Pagine: 36
Anno: 2018
Prezzo: € 13,90
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Perché leggerlo?Per il motivo più semplice che esista: godersi una storia tremendamente divertente!

L’autrice
Silvia Borando è nata nel 1986. Da piccola voleva fare la parrucchiera per tingere i capelli di fucsia alla zia. Da grande mantiene la sua passione per i colori lavorando come grafica nello studio TIWI. Coordina inoltre il progetto Minibombo. Vive tra Trecate e Reggio Emilia e il suo animale preferito è il riccio.

Paquito

Lettore medio

Il fratello minore (Vincenzo Esposito)

9788832780505_0_0_502_75“Cazzo” pensò “morire è come vivere. È tutto uguale”.
Poi sentì qualcuno che l’afferrava per gli scarponi e lo trascinava via. Lentamente, in maniera quasi impercettibile. Dalla pancia arrivava un dolore lancinante. No, era ancora vivo.
Svenne e poi più nulla.

Sta diventando una piacevole abitudine quella di recensire i romanzi che leggo cominciando dal giudizio. Ergo: “Il fratello minore” di Vincenzo Esposito è un romanzo davvero interessante che mi ha conquistato fin dalle prime pagine. A cominciare dall’ambientazione: la Napoli del secondo dopoguerra. Una città sulla quale aleggia lo spettro del fascismo e in cui si muove Marcello Narducci, giornalista dotato di fiuto per la notizia e scaltro abbastanza da sapere che le fonti più attendibili si nascondono nei posti più impensabili (bar, bordelli, saloni di barbiere). Ed è lì che cerca informazioni in merito alla morte di un professore, della sua consorte e della loro figlia autistica. Omicidio-suicidio? Oppure un delitto perfetto: senza tracce e con l’arma nascosta chissà dove? La polizia indaga e lo fa anche Marcello tra un pasto in tavola calda e i risvegli a due passi dal mare.
Un mare che, come non mai, permea di nostalgia le pagine di questo romanzo: quella per una vita passata in trincea (tanto per Marcello quanto per il fratello, deceduto durante la prima guerra mondiale e divenuto presenza costante dei suoi sogni) e quella per i sogni ancora da realizzare.
Non aggiungo altro, lasciando al lettore il gusto di perdersi tra le pagine di questo libro e all’autore il compito di presentarcelo…
Il fratello minore. Come è nato questo romanzo?Un po’ come il protagonista sogno spesso, e quasi sempre sono spezzoni di storie. Ho deciso di ricucirle insieme su invito di chi le ha ascoltate e ha pensato che potesse essere interessante farne un libro. Così un po’ alla volta ho iniziato a metterle nero su bianco. Il romanzo è uscito così, in maniera naturale.
Descrivi Marcello Narducci come un giornalista “con le suole consumate”. Uno che va alla ricerca della notizia tra i vicoli di Napoli, infilandosi in ogni anfratto della città ma soprattutto della società. Secondo te quali requisiti deve avere un giornalista?Beh, posso parlare della mia esperienza. Il mestiere di giornalista è cambiato moltissimo con l’avvento della tecnologia, del web, di internet. Si vive in un mondo informativo globale dove spesso conta più la velocità della verità. Insomma se ti arriva una notizia, per novanta siti su cento, non c’è il tempo di verificarla e va messa subito in rete. Più click si fanno e meglio è. “È il mondo della rete, bellezza” si potrebbe dire parafrasando un vecchio film. Ma io credo che non ci si possa arrendere a questa logica. La verità deve essere il bene primario di un giornalista e sono convinto che dopo la tempesta confusionale di questi anni, vincerà.
Eleonora Pennisi, la moglie del professor Infante, le numerose amanti di Carlo: donne dotate di grandissimo fascino, tuttavia fragili. Quanto è difficile descrivere l’animo femminile?Moltissimo. Sono stati per me i personaggi più difficili da raccontare. La battaglia quotidiana, l’entusiasmo di credere nella parità dei diritti, la scoperta di cosa significhi riscoprirsi donna in un mondo del lavoro, come era quello degli anni Sessanta, e in parte anche oggi, del tutto maschilista. E la vendetta arriva, paradossalmente, proprio dalle amanti di Carlo Infante che utilizzano l’uomo come oggetto. Invertono l’ottica di quegli anni. Ma la fragilità, per le donne, è sempre nell’amore a cui non pongono mai limiti.
Parallelamente all’indagine sulla morte della famiglia Infante, racconti due conflitti bellici. Le “grandi guerre”che lasciano ferite più o meno visibili su ognuno dei protagonisti del romanzo. Quali sono stati le fonti a cui hai attinto e, soprattutto, perché la necessità di raccontare questi avvenimenti (oltre che per fini narrativi)?Sulla prima guerra mondiale ho fatto una tesi di laurea andando a spulciare negli archivi di Stato. Documenti, lettere, giornali. E in quel momento mi sono reso conto di come quell’evento avesse segnato la vita di ogni singola famiglia. Di gente, io mi sono occupato dei contadini di Terra di lavoro, che non capiva perché dovesse lasciare mamme, figli, bestiame, raccolto per andare a sparare su una brulla montagna carsica. Quella terra non era neppure buona. E poi con persone che, per loro, parlavano un’altra lingua. Morte al fronte e fame e disperazione a casa. Molte cose le ho lette, altre, forse la maggior parte, mi sono state raccontate da chi le aveva ascoltate a sua volta dai testimoni, da chi aveva fatto la Grande guerra. Stesso discorso per le Quattro giornate e per Cefalonia. Racconti di persone che hanno vissuto quei momenti. Come la storia dei cannoni sull’Albergo dei poveri. Me la narrò un anziano quando avevo 17 anni. Proprio nella piazza davanti al grande palazzo.
Domanda marzulliana adesso: partendo dall’assunto che un autore si riflette irrimediabilmente in quel che scrive, guardandoti allo specchio quali sono i tratti in comune tra Vincenzo Esposito e Marcello Narducci?Molti, soprattutto nel modo di essere giornalista. Dopo tanti anni di lavoro ti accorgi che le notizie si ripetono, cambiano nomi, personaggi, modalità. Ma alla fine sono sempre le stesse. Questo può far pensare che magari voglia di cambiare e di far cambiare una città non ce n’è poi tanta in giro. Dalla politica alle amministrazioni. A volte può esserci scoramento, però la passione per la verità c’è sempre ed è sempre giovane. Come per Marcello.
Qual è stato il riscontro dei lettori?Questo bisogna chiederlo al mio editore. Non abbiamo mai parlato di numeri. Però quando gliel’ho chiesto mi ha sempre risposto: va benissimo.
Hai 300 battute per convincerci a leggere “Il fratello minore”: È lo spaccato di un’epoca e di un mondo poco raccontato per quanto riguarda Napoli. Nel secondo Dopoguerra la città avrebbe potuto cambiare radicalmente. Un taglio netto con il passato e invece tutto è rimasto uguale. Perché? I personaggi sono figli di quella città con i loro pregi e difetti. E poi c’è il sogno, l’amore, la follia.
L’ultimo libro che hai letto e quello che rileggeresti con piacere:“Triste, solitario y final” di Osvaldo Soriano. Con piacere rileggerei, e di tanto in tanto lo faccio, “Notre dame de Paris” di Victor Hugo, “Il naso” di Gogol, “Per chi suona la Campana” di Hemingway. Tra gli italiani “Il nome della rosa” di Eco e gran parte dei Montalbano di Camilleri.
Saluta i lettori medi:Non esistono lettori medi ma solo grandi lettori. Uno degli incipit che più mi piace è quello del Don Chisciotte quando nel prologo parla di “disoccupato lettore”: perché se fosse occupato non avrebbe il tempo di leggere e se legge significa che è la cosa che più desidera fare quando non lavora. Grande Cervantes.

Titolo: Il fratello minore
Autore: Vincenzo Esposito
Casa editrice: Homo Scrivens
Genere: giallo
Pagine: 166
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Perché leggerlo? Per osservare la Napoli del secondo dopoguerra con l’occhio attento, critico e curioso di un giornalista con le scarpe consumate.

L’autore
Vincenzo Esposito è nato a Napoli dove vive. Giornalista professionista dal 1989, è vice redattore capo del Corriere del Mezzogiorno.

Paquito

Lettore medio

Gandhi si è fermato a Napoli (Anna Maria Montesano)

9788832780543_0_0_0_75Il giorno seguente, dopo aver visitato le vestigia dell’antica civiltà romana, gli riferiscono che il Papa Pio XI non intende riceverlo a causa dell’indecenza del suo abito o, come sussurrano alcuni, per ragioni politiche. Gandhi ne resta amareggiato e decide: lascerà Roma, che è sprofondata nel lusso, nell’ostentazione del potere e nella violenza; si recherà a Napoli, una città che sente tanto più simile alla sua patria e che, ne è sicuro, ascolterà e metterà in pratica la sua parola.

Cosa succederebbe se a Napoli – la città più romanzesca che esiste – arrivasse Gandhi? Prova a dare una risposta a questa domanda Anna Maria Montesano, autrice del romanzo “Gandhi si è fermato a Napoli” edito da Homo Scrivens per la collana Direzioni immaginarie.
Una storia deliziosa quella scritta dalla Montesano che immagina il Mahatma – serafico e sorridente – in una città senza dubbio caotica ma pure abitata da un popolo che mostra al politico indiano tutta la propria umanità. Un popolo sensibile che prova a seguire i dettami del Mahatma ma che, nel contempo, fa di tutto per permettere a Gandhi un’integrazione che ha risvolti molto divertenti.
Molti altri sono gli spunti che ha regalato questo romanzo, pertanto lascio la parola all’autrice…

Gandhi si è fermato a Napoli. Dove, quando, ma soprattutto come è nato questo romanzo?Il romanzo è nato a seguito di un esercizio proposto da Aldo Putignano nel corso di una lezione alla Bottega della scrittura Homo Scrivens che frequento da anni: ci fu chiesto di immaginare i titoli dei libri che avremmo voluto scrivere e, fra gli altri, mi piacque “Gandhi si è fermato a Napoli”; ne scrissi un capitolo che rimase a lungo nel cassetto, poi lo feci leggere ad Aldo che m’invitò a continuare.
Gandhi viene accolto con grande entusiasmo e soprattutto con curiosità. Il suo stile di vita viene visto, almeno inizialmente, con scetticismo, dopodiché i napoletani tentano di seguire alla lettera i suoi insegnamenti e dettami. Popolo camaleontico o eccessivamente accogliente, al punto di snaturarsi?Il popolo napoletano è accogliente per natura, la sua storia ce lo insegna; ma non è capace di rinunciare alle sue caratteristiche; infatti, il microcosmo del condominio, per quanto provi a seguire gli insegnamenti del Mahatma nella speranza di liberarsi del dittatore, alla fine rimane fedele a se stesso.
Hai scelto l’arma (con l’accezione più positiva che si possa dare al termine) dell’umorismo per parlare di un argomento delicato: il regime fascista. Quale messaggio hai voluto lanciare con questo romanzo?Ho sempre pensato che l’ironia e l’umorismo siano le armi più potenti contro la prosopopea e l’arroganza: in questo, i Napoletani sono maestri; nel ’68 gridavano:«Una risata vi seppellirà», il grande Charlie Chaplin ne “Il grande dittatore” mise alla berlina Hitler con la sua arte; è un invito a dissacrare, a denudare il re, in modo da affrontare anche gli eventi più drammatici con spirito critico.
Immaginiamo che Gandhi venga a Napoli oggi. Quali posti gli faresti visitare e perché?Oggi Gandhi non lo porterei a Napoli che, benché tormentata da tanti problemi, non è il luogo più rappresentativo della decadenza dei costumi e della perdita dell’umanità; lo accompagnerei dove erigono barriere, dove uccidono in preda alla follia, dove si muore di fame e di sete sotto gli occhi distratti del mondo, dove denaro e potere la fanno da padroni.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori?La risposta dei lettori è stata veramente lusinghiera: ho ricevuto commenti positivi da varie parti, dagli intellettuali e da chi, finora, non aveva mai letto; c’è chi ha riso, chi si è commosso e chi, alla fine, ha addirittura pianto; e suscitare simili reazioni è quanto di più appagante può augurarsi uno scrittore.
Quanto è difficile far sorridere attraverso la letteratura?È difficilissimo, si rischia di cadere nel comico e nel grottesco; molto più facile far piangere; ma, grazie al cielo, l’umorismo è nel dna della mia famiglia materna.
L’ultimo libro che hai letto e quello che rileggi con piacere.Ho completato in questi giorni la lettura de “La macchia umana” di Philip Roth e rileggerei continuamente i capolavori dei grandi scrittori russi. Letture singolari per un’umorista, eh?
Prima di salutarci domanda “invadente”: per le feste di Natale menù tradizionale oppure uno alternativo per accogliere al meglio la Grande Anima?Facile, basta riproporre il menù concertato dalle comarelle del condominio: “spaghetti con le vongole fujute, insalata di rinforzo con papaccelle ma senza acciughe, broccoli all’insalata, frutta fresca, ciociole e acqua”.
Saluta i lettori medi.Grazie a tutti quelli che hanno letto e apprezzato il mio libro e a quelli che lo faranno. Evviva i lettori!

Titolo: Gandhi si è fermato a Napoli
Autrice: Anna Maria Montesano
Casa editrice: Homo Scrivens
Genere: Umoristico
Pagine: 175
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Perché leggerlo?Per sorridere ricordando un personaggio come Gandhi e ridere di quel triste periodo legato al fascismo in Italia.

L’autrice
Anna Maria Montesano è stata docente di Lettere a Napoli, dove vive. Fa parte della compagnia di scrittura Homo Scrivens, con cui ha partecipato ai volumi “Faximile. 101 riscritture di opere letterarie”, “Che pasticcio, dottor Loop!”, “Dai fiori del male ai fiori di zucca”. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati nella rubrica letteraria del quotidiano “Il Roma”.

Paquito

Lettore medio

Francesco (Arnaud Delalande)

9788866920366_0_0_0_75La misericordia è alla base del pontificato di Jorge. Ne ha fatto il tema del Giubileo della chiesa, e l’ha iscritta nel suo stemma papale.

Realizzo al contrario la recensione di oggi, cominciando dal giudizio: “Francesco”, il romanzo grafico edito da Gremese, è un gradevolissimo omaggio al Santo Padre e una storia da leggere per comprendere l’impegno sociale del pontefice argentino.
Merito, innanzitutto, dell’ottimo lavoro di Arnaud Delalande, sceneggiatore della storia, e degli illustratori Laurent Bidot e YvonBertorello.
A raccontarci il  passato di Bergoglio – dalla vocazione al soglio pontificio – è il cardinale, argentino anch’esso, Guillermo Karcher. Storico collaboratore del Santo Padre, Karcher punta l’obiettivo sul lato umano di Papa Francesco: un uomo umile, il cui unico obiettivo è stabilire un dialogo tra una chiesa – ritenuta fin troppo ingessata – e le masse vittime, soprattutto nell’Argentina degli anni ’70, di disinformazione e di un regime politico che pare non avere rispetto per nessuno, clero compreso.
L’uso del flashback – costante, ma ben dosato – permette al lettore di ripercorrere le fasi salienti dell’ascesa del papa argentino e di rivivere momenti piacevoli del recente passato. Aneddoti divertenti – Bergoglio, appena eletto papa, che insiste per saldare i conti del convitto che lo ha ospitato – si alternano agli incontri di stato, a quelli privati con il papa emerito Benedetto XVI e alle invettive lanciate contro i sacerdoti accusati di pedofilia o di aver utilizzato in modo dissennato i soldi dello IOR.
Dal punto di vista tecnico: un plauso al duo Bidot – Bertorello: il tratto realistico (come c’era da aspettarsi per una biografia) dà all’intera storia un taglio molto cinematografico che rende scorrevoli le tavole, specie quelle in cui le didascalie sono molto lunghe.
Per concludere, “Francesco” è una biografia per immagini che convince e che merita d’esser letta per godersi la storia, vera, di un personaggio che sembra uscito da un fumetto.

Titolo: Francesco
Sceneggiatura: Arnaud Delalande
Illustrazioni: Laurent Bidot, Yvon Bertorello
Genere: Romanzo a fumetti
Casa editrice: Gremese
Pagine: 93
Anno: 2018
Prezzo: € 14,90
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Perché leggerlo? Per conoscere la figura di Jorge Mario Bergoglio, l’uomo dietro il Papa.

L’autore
Arnaud Delalande è uno sceneggiatore e scrittore francese. È considerato uno degli autori francesi più promettenti nel campo del romanzo storico-avventuroso e del giallo. I suoi romanzi sono stati tradotti in 17 Paesi. È un membro della Société des auteurs de Normandie.

Paquito

Lettore medio

Napoli mon amour (Alessio Forgione)

9788899253882_0_0_0_75Pensai che a molte persone le città di mare davano l’idea d’infinito, perché gli offrivano, in una maniera piuttosto semplice ed elementare, la possibilità della fuga. A me no, non avevo questa sensazione. Pensai che avevo camminato e che la città era finita e che non c’era la possibilità d’andare oltre e poi mi ricordai che in nave mi piaceva guardare il mare, perché mi piaceva immaginare che oltre l’orizzonte, ovunque fossi, ci fosse Napoli.

Amoresano vive a Napoli, ha trent’anni e non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Le sue giornate passano lente, tra la vita con i genitori, le partite del Napoli, le serate con l’amico Russo e la ricerca di un lavoro. Dopo l’ennesimo e grottesco colloquio, decide di dare fondo ai suoi risparmi e di farla finita. Un giorno però incontra una bellissima ragazza e se ne innamora. Questo incontro riaccende i suoi desideri e le sue speranze: vivere, essere felice, scrivere ed incontrare Raffaele La Capria. Ma l’amore disperde ancora più velocemente energie e risorse, facendo scivolare via, moneta dopo moneta, i desideri ritrovati e le speranze di una vita diversa.

Ogni volta che termino la lettura di un libro che racconta Napoli, madre d’arte e amarezza, e si addentra nella vita degli stessi napoletani mi è sempre difficile spiegare cosa ho provato in maniera chiara, poiché quando riesco a trovare un romanzo simile senza peli sulla lingua (o meglio, sulle pagine) è un po’ come ricevere un colpo al cuore. In questo caso, Forgione ha mirato alla vulnerabilità del sentimento d’odio e amore che nutro nei confronti di questa città, annoverando luoghi in cui passeggio quasi quotidianamente e rendendomi ombra del protagonista in ogni sua vicenda con disinvoltura e leggerezza. Una leggerezza che, però, non diviene superficialità o tantomeno la sfiora poiché l’autore, con le sue parole, scuote gli animi più del megafono del verdummaio (verduraio) nei vicoli di Napoli la domenica mattina, quando si ha ancora sonno ed il mal di testa da post-sbornia è solo peggiorato. Senza aggiungere altro, lascio che sia Alessio Forgione a raccontarci le sue ispirazioni ed il suo romanzo.

Da cosa o da quale esigenza è nata la storia di Napoli mon Amour? In realtà ho sempre avuto il desiderio e la necessità di scrivere. Per molto tempo ho smesso, perché non mi sembravo ancora giunto al punto, e poi ho ricominciato, con una certa testardaggine. Ho ricominciato dallo scrivere racconti ma non mi venivano granché bene e aspettavo la storia per un romanzo. Avevo il tempo per farlo ed ho pensato di parlare di quello che mi accadeva intorno e di tutto il tempo vuoto che avevo per scrivere e leggere ed ecco la storia per il romanzo. Direi che c’è stata la mia voglia di scrivere, a prescindere, e poi le contingenze. Quindi forse è stato un po’ anche uno sfogo.
Quali autori ti hanno ispirato lungo il tuo percorso, oltre Raffaele La Capria? Tantissimi. Credo che le persone vengano ispirate dalle cose che apprezzano ma soprattutto dalle cose che non apprezzano ed io, come loro, non faccio differenza. Però che apprezzo, oltre La Capria, ci sono tutti quelli citati nel libro, per un motivo o per un altro. Quindi Peppe Lanzetta, Faulkner, Fitzgerald, Hemingway, Céline, Pavese, Nabokov e qualcun altro che sicuramente mi sta sfuggendo. Proprio perché è una domanda complicata ti rispondo con quelli che sono i miei ultimi amori letterari, avuti dopo la prima stesura di Napoli mon amour e quindi, forse, ininfluenti alla chiusura del mio romanzo: Dino Buzzati, Ermanno Rea, John Cheever, i primi due romanzi di Bret Easton Ellis e Jasmine Ward.
Nel libro vengono fatti continui riferimenti a canzoni ed album. Qual è il tuo rapporto con la musica? La musica occupa una grande fetta della mia fantasia. Ci sono parole che non hanno importanza, che sono un po’ dozzinali e sceme ma che arrivano in quel punto della canzone, in quel punto giusto, e quindi diventano giuste, potentissime, delle bombe. Da persona che prova a scrivere, non credo che esistano delle parole migliori di altre ma solo parole da usare coscienziosamente. Scrivo ma è un po’ come se suonassi ancora.
Per quanto riguarda il titolo, la scelta di affiancare il nome della tua città all’espressione “mon amour” può essere interpretato come sinonimo di un rapporto conflittuale o nostalgico? Voleva essere una genuina dichiarazione d’amore, nonostante tutto.
In alcune pagine viene denotata una forte passione per il calcio. Quanto esulti a Londra ogni volta che il Napoli vince e come mai hai voluto parlare di questo sport nel tuo romanzo? Nel mio romanzo parlo di quello che non mi piace e di quello che mi piace: non mi piace, forse, il calcio ma mi piace il Napoli. Per me era impossibile non metterlo. Napoli, il Napoli, i libri, la musica, le notti un po’ così sono tutte cose che costituiscono il mio orizzonte. Riguardo l’esultare a Londra lo faccio esattamente come lo facevo a casa: in dialetto e offendendo il mio prossimo tutto, pugni sul tavolo e poi bocca chiusa a sfidare la scaramanzia.
Qual è il personaggio che consideri più vicino a te? E per quali motivi? Martin Eden di Jack London. Lo so che non intendevi questo, scusa.
Cosa ti ha portato a definire così bene una personalità come quella di “Lola” riuscendo a renderla allo stesso tempo molto misteriosa? Forse perché l’ho amata molto.
Carlo Levi scriveva che ci sono cose, oggetti, luoghi che, per la loro natura, il loro aspetto, la vita che vi è raccolta e condensata, i ricordi e, talvolta, anche soltanto il suono di un nome, diventano immagini obbiettive di una situazione o di una vicenda, finendo per identificarsi con quelli come se fossero le loro forme reali e la loro completa immagine poetica. Quali sono quei luoghi di Napoli che riesci a “vivere” come situazioni e che sono presenti nel libro? Sogno spesso di tornare a Napoli e di venire sciolto dal vento caldo e poi di venire trasportato in giro, sparso sui balconi dei palazzi e sulle macchine parcheggiate, sui cani che dormono e sugli ambulanti, e quindi di diventare Napoli.
Da autore esordiente come ti sei trovato nel nuovo ambiente dell’editoria? Non saprei. La mia è la visione periferica di uno assolutamente ignorante: vivo a Londra e faccio le birre. Poi vado in Italia e parlo con le persone, che sono o pubblico o orchestrali di questo ambiente. Per il momento mi stupisco ogni giorno con qualcosa di nuovo e questa cosa mi piace molto. E poi tutti mi trattano con molta dolcezza.
Cosa consiglieresti a tutti gli scrittori in erba che coltivano il sogno di veder pubblicato un proprio libri? Leggere leggere leggere. Scrivere cinquecento parole ed eliminarne trecento. Non scrivere troppo. Non innamorarsi troppo di quello che scrivono. Leggere leggere leggere. Rileggere le proprie cose ed eliminare altre cinquanta parole.
Saluteresti i lettori medi? Mia nonna diceva che il saluto è dell’angelo e quindi saluterei proprio tutti.

Titolo: Napoli mon amour
Autore: Alessio Forgione
Casa editrice: NN Editore
Pagine: 223
Anno: 2018
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Brani consigliati: “Blue skied an’ clear” – Slowdive, “Water’s edge” – Nick Cave & The Bad Seeds

L’autore
Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986, ora vive a Londra e lavora in un pub. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che la sola vita non sia abbastanza.

Federica