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La città del Vizio (Angela Bevilacqua)

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“La città è come un pendolo che oscilla incessantemente tra noia e dolore, con intervalli fugaci e per lo più illusori, di piacere e gioia.”

Esiste un luogo speciale in cui non vigono leggi o comportamenti morali. Questo moderno “Paese dei Balocchi” si chiama la Città del Vizio.
Nessuno conosce esattamente la sua ubicazione e non tutti possono accedervi, a meno che non si desideri perseguire i propri Peccati Capitali.
Peccati Capitali che qui divengono persone impegnate a reperire sempre nuovi abitanti.
A raggiungere questo paradiso corrotto è Elia, un giovane privato della donna e del proprio lavoro. Costretto a vivere come un barbone, riuscirà a incontrare Accidia, che lo convincerà a salire su una carrozza per raggiungere la Città del Vizio. Qui troverà un vero paradiso della dissoluzione, tra cibi in abbondanza, sesso e un fight-club nel quale sfogare la propria ira.
Ma in questa Città incontrerà pure Lucio, un uomo separato devoto alla lussuria, e Adina, costretta a lavorare come prostituta. Sarà quest’ultima a scoprire la verità sul luogo in cui si trovano, aprendo gli occhi e invitando alla riflessione il protagonista, il quale scoprirà che non esistono orologi ed è sempre notte.
Per i protagonisti comincia così la ricerca di una via di fuga, aiutati dalle virtù teologiche: Fede, Speranza e Carità. Ma pure queste tre sorelle non avranno vita facile: ognuna è separata dall’altra alla costante ricerca del loro ricongiungimento.

“Dimenticare non serve a niente. È sbagliato. È sbagliato perché ricordandoci degli errori compiuti in passato sarà più facile evitare di ripeterli in futuro”.

Un libro dalla trama interessante ed originale, del quale ho apprezzato il lato fortemente fantastico. Ma, ancor di più, sono stato attratto dalla seconda parte del romanzo in cui, tutto diviene più reale: i personaggi vengono svelati per ciò che sono realmente, sia nel bene che nel male, l’interazione tra umano, peccato e virtù viene resa in modo realistico, aprendo spiragli di ragionamento che vanno ben oltre il fantastico. Una moderna fiaba, con tanto di morale, che mi ha sorpreso e conquistato. A questo punto, la parola all’autrice…

Nome: Angela
Cognome: Bevilacqua
La città del Vizio: come è nata l’idea di questo romanzo? Le mie più grandi passioni sono tre: il cinema, la scrittura e il disegno. Proprio grazie a quest’ultimo è nata la mia prima fatica letteraria: un giorno mi sono divertita a immaginare come avrei potuto rappresentare i sette vizi capitali sotto forma di personificazioni e dopo averli disegnati ognuno con le proprie caratteristiche distintive ho pensato che sarebbe stato bello renderli i protagonisti di una storia.
Nel libro si parla di Peccati Capitali, da quale dei sette più noti, ti senti più attratta? Sono pigra. Purtroppo tendo a tergiversare davanti alle situazioni scomode e ad allontanare i problemi piuttosto che affrontarli. Devo dire però che mi sento anche un po’ golosa. Dormire e mangiare sono le attività che preferisco.
Come mai hai voluto lasciare la città d’appartenenza di Elia nell’anonimato? L’intera trama del libro si snoda per mezzo di metafore e simbolismi. Spiegare alcune cose non è importante ai fini della storia, omettere alcuni particolari ne fa risaltare altri. Ho voluto che in primo piano rimanessero solo i due scenari principali: La Città del Vizio, un’infernale gabbia dorata al di fuori dello spazio e del tempo, e Torino, città terrena con una sua ben precisa connotazione di bene e di male. Il fatto che le città d’appartenenza di Lucio e di Adina vengano specificate è una scelta puramente funzionale, di Elia ci basta sapere che è italiano.
Un aggettivo singolo per: Elia, Adina e Lucio? Definirei Elia coscienzioso, Adina pura e Lucio egoista.
Da chi o cosa detrai la tua ispirazione? Traggo ispirazione dalla letteratura, dal cinema e anche dal mondo dei fumetti e certamente le mie prime letture, “Alice nel paese delle meraviglie” e “Il ritratto di Dorian Gray”, mi hanno influenzata tantissimo e hanno formato il mio gusto verso il surreale e il realismo fantastico. Per quanto riguarda “La Città del Vizio” in particolare le mie ispirazioni letterarie sono state il “Faust” di Goethe e di Thomas Mann, “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, “Pinocchio” di Collodi e “La Divina Commedia” di Dante, mentre le ispirazioni cinematografiche provengono dall’immaginario del visionario regista Terry Gilliam; anche la pittura ha avuto un ruolo di grande rilevanza e ad ispirarmi sono state soprattutto le pitture e le incisioni Medievali.
Hai raccontato una favola moderna. Lecito chiederti quale è la tua fiaba preferita: Hansel e Gretel. Attraverso i suoi simbolismi questa fiaba fantasiosa e intelligente tratta temi a me molto cari come il superamento della paura e il bisogno degli altri, la conquista della propria autonomia, l’evoluzione e la crescita, le difficoltà della vita rappresentate dalle luci e le ombre del bosco che accoglie e respinge, così come la casetta di marzapane della strega che attrae e spaventa al tempo stesso.
Nel tuo zaino non può mai mancare: Un’agendina, una penna e una matita per prendere appunti e fare schizzi, ma importantissime sono anche le cuffiette per ascoltare la musica dal cellulare. Ammirare un paesaggio o semplicemente attraversare la strada avvolta dalle note di una canzone o di una melodia strumentale, può cambiare il modo di vedere il mondo, anche a seconda dello stato d’animo del momento. Lasciarmi ispirare da questa combinazione di musica, immagini e sensazioni è una delle cose che amo di più.
Solitamente il romanzo d’esordio è quello con cui ci si galvanizza. Forte dell’entusiasmo che ti stai regalando, sei al lavoro per un nuovo romanzo? Devo ammettere che sono molto elettrizzata: “La Città del Vizio” mi sta dando tante soddisfazioni. I commenti positivi dei lettori e i premi ai concorsi letterari mi danno sempre più carica, infatti sono già a lavoro su un altro libro e ho da poco ultimato la sceneggiatura di quello che, dopo “Il Teatro dei Ricordi”, sarà il mio secondo cortometraggio.

Titolo: La città del Vizio
Autore: Angela Bevilacqua
Genere: fantastico
Casa editrice: Guida Editori
Pagine: 372
Anno: 2017
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Consigliato con: uno spuntino a base di cioccolata calda e biscotti.

L’autrice
Angela Bevilacqua, napoletana classe 1996, da sempre innamorata del disegno e della scrittura, a diciassette anni ha scritto un cortometraggio “Il teatro dei ricordi” proiettato poi al festival di Giffoni. Attualmente studia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e “La Città del Vizio” è il suo primo romanzo.

Ivan

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Chiamami col tuo nome (André Aciman)

9788823517578_0_0_1573_75Chissà, forse è iniziato tutto in quel preciso istante: la camicia, le maniche rimboccate, i talloni arrotondati che entravano e uscivano dalle espadrillas consunte, ansiosi di saggiare la ghiaia calda del vialetto che portava a casa nostra, chiedendosi a ogni passo: «Dov’è la spiaggia?»”.

Desiderio, tenerezza, sensualità e amore. Sono queste le emozioni che trapelano dal racconto di Elio, la nostra voce narrante, che rievoca l’estate dei suoi diciassette anni, trascorsa come d’abitudine nella villa di famiglia sulla riviera ligure, in cui ha conosciuto Oliver, uno dottorando americano di ventiquattro anni, ospitato dai suoi genitori per tutta l’estate.
Per Elio ogni momento che passa senza poter vedere Oliver è un’agonia; vederlo ma non poterlo toccare è anche peggio. E nelle rare occasioni in cui avviene un contatto tra loro, non riesce a provarne piacere, attanagliato com’è dal dubbio che l’uomo non ricambi il suo stesso desiderio.
Per gran parte dell’estate, il ragazzo si limita a osservarlo, mentre prende il sole in piscina, mentre lavora alla sua tesi di dottorato sotto il portico, mentre flirta con le altre ragazze del paese, lasciando correre ogni suo pensiero alle brevi conversazioni che ha avuto con Oliver, freddo e scostante nei suoi confronti, raramente interessato a passare del tempo con lui.
Ma alla fine Elio non ne può più dell’incertezza e decide di confessargli ciò che prova per lui, consapevole che, se continuerà a tacere, vivrà il resto della sua vita nel rimpianto.
Quello che il ragazzo non si aspetta, però, è che la sua confessione cambierà il corso della sua intera esistenza per sempre.

Con uno stile fresco e immediato, l’autore racconta in maniera egregia il primo innamoramento, i suoi tormenti e i suoi languori, calandosi perfettamente nei panni di un diciassettenne impetuoso e nel contempo innocente. “Chiamami col tuo nome” non è la semplice storia di un amore omosessuale, ma la storia di due esseri umani che si riconoscono l’uno negli occhi dell’altro, che si intersecano anima e corpo, imparando a vivere la passione nell’attimo, perché il futuro non sempre ha posto per un primo amore.

Titolo: Chiamami col tuo nome
Autore: André Aciman
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Casa editrice: Guanda
Pagine: 271
Anno edizione: 2008
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Da leggere: a letto, di sera, mentre tutto tace.
Canzone consigliata: “Tu t’e scurdat’ e me” e “Me staje appennenn’ amo’” di Liberato.
Film consigliato: “Chiamami col tuo nome”, regia di Luca Guadagnino.

L’autore:
André Aciman ha vissuto e studiato prima ad Alessandria d’Egitto, poi a Roma e infine a New York. Insegna letteratura comparata alla City University di New York e vive con la famiglia a Manhattan. È anche autore di False Papers (2000), Ultima notte ad Alessandria (Guanda 2009) e curatore di The Proust Project (2004). Nel 2011 pubblica Notti bianche. Del 2013 è Città d’ombra, del 2017 Variazioni su un tema originale, tutti editi in Italia da Guanda.

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L’impero del sogno (Vanni Santoni)

9788804680796_0_0_0_75Meglio andarsene, penso: ma da qui, da questo paese, in fin dei conti, non è sempre meglio andarsene?

Possono i sogni penetrare la realtà fino a confondersi con essa? A questa domanda risponde “L’impero del sogno”, l’ultimo romanzo di Vanni Santoni. Protagonista è Federico Melani detto “il Mella” studente svogliato originario del Valdarno, che passa le sue giornate a giocare con gli amici nel negozio di giochi e strategia.
Federico ha un sogno ricorrente o meglio “prolungato”: ogni volta che si addormenta sogna di trovarsi in un palacongressi come delegato, niente poco di meno che dell’intera umanità, in una convention a cui partecipano le più di sparate creature fantastiche. Dai draghi alle streghe fino alle divinità, tutti aspirano a diventare i tutori di Gemma, neonata dalle capacità demiurgiche, destinata a creare, o per meglio dire sognare, un intero mondo.
La fantasia “versicolore” di Santoni si dispiega in un road book irresistibile che mescola letteratura fantastica e provincia italiana degli anni ’90, in una mistura citazionista che risulta un vero e proprio spaccato dell’immaginario, colto e pop.
Abbiamo posto alcune domande a Vanni Santoni per soddisfare la curiosità dei lettori medi.

Nome: Vanni
Cognome: Santoni
Titolo del tuo ultimo romanzo: L’impero del sogno, uscito per Mondadori nel novembre 2017.
“L’impero del sogno” costituisce una sorta di prequel fondativo della tua serie fantasy “Terra ignota” e innumerevoli sono i rimandi interni nelle tue opere. Puoi dirci qualcosa dell’universo “santoniano”: Ho cominciato a lavorare a una continuity strutturata, o macroromanzo che dir si voglia, a partire da Muro di casse. Almeno: da Muro di casse (uscito per Laterza nel 2015, N.d.A.) in poi ho cominciato a farlo in modo consapevole, visto che, ad esempio, il mio secondo romanzo Se fossi fuoco arderei Firenze (2011), per quanto non avesse collegamenti diretti in termini di trama o personaggi, era già una sorta di “satellite” del mio primo Gli interessi in comune (2008), così come – ho scoperto poi – Tutti i ragni (2012) avrebbe avuto collegamenti tematici forti con La stanza profonda (2017). Mentre scrivevo Muro di casse, però, per la prima volta ho fatto una scelta precisa: ho preso uno dei personaggi degli Interessi in comune, Iacopo Gori, ho immaginato come sarebbe stato a dieci anni dagli eventi descritti in quel romanzo, e l’ho inserito tra i protagonisti di quello nuovo.
Questa scelta, che se vogliamo era dettata da ragioni di “economia” – mi serviva un certo tipo di personaggio, un certo carattere; avendolo già, l’ho utilizzato, come un regista che richiama un certo attore – avrebbe avuto effetti più grandi di quanto prevedessi. Dopo di ciò, infatti, Gli interessi in comune e Muro di casse erano saldati per sempre. Improvvisamente esisteva un ponte che univa i due romanzi e aggiungeva significato a entrambi. La cosa mi piacque, e quando minimum fax mi chiese un racconto, che sarebbe andato nell’antologia L’età della febbre (2015), dedicata a quelli che a loro avviso erano i migliori narratori italiani sotto i quarant’anni, feci il percorso inverso: presi Cleopatra Mancini, uno dei protagonisti “originali” di Muro di casse, un personaggio insomma nato in quel libro, e scrissi una storia con lei protagonista, Emma & Cleo. Funzionava; continuai. Al momento di progettare La stanza profonda, ho potuto allora agire in piena consapevolezza, e pianificare l’utilizzo del Paride, al secolo Filippo Paridelli, anche lui come Iacopo Gori tra i personaggi degli Interessi in comune, come uno dei protagonisti del romanzo a venire.
Allo stesso modo ho pescato dagli Interessi in comune il buon Federico “Mella” Melani e l’ho reso protagonista unico dell’Impero del sogno, uscito sei mesi dopo l’exploit della Stanza profonda. In questo ultimo caso, il discorso era più delicato, perché, come anticipi tu stesso nella domanda, L’impero del sogno doveva anche essere il prequel dei due Terra ignota, e quindi costituire anche un asse tra la parte realistica della mia produzione e quella puramente fantastica. A conti fatti mi pare che l’operazione sia riuscita (per chi fosse interessato, fornisco qualche altro dettaglio qui), e che abbia avuto un effetto inaspettato: L’impero del sogno, con le sue suggestioni legate all’universo onirico e a quello videoludico, finisce per far parte di una imprevista “trilogia dei mondi immaginari” con Muro di casse, dedicato al mondo psichedelico dei rave, e La stanza profonda, dedicato a quello dei giochi di ruolo, ancor più di quella che forma con i due Terra ignota, rispetto ai quali comunque racconta la genesi dell’Imperatrice e del mondo stesso in cui si svolge la saga.
Il tuo ultimo libro è anche una sorta di enciclopedia dell’immaginario anni ’90. Puoi citarci un’opera fondamentale per quel periodo per le seguenti categorie? (Canzone: / Romanzo: / Fumetto: / Telefilm – all’epoca non si usava ancora l’americanismo “serie tv”): Non credo si possa ridurre un decennio a singoli titoli, tanto più che la musica che definisce gli anni ’90, almeno in Europa, è la techno con le sue derivazioni, e la stessa natura della sua fruizione – più brani messi in flusso e mixati – esclude la possibilità di isolarne uno solo. Per quanto riguarda i romanzi è chiaro che si è trattato di un decennio in cui la narrativa nordamericana ha espresso le sue ultime opere in grado di dettare una indiscutibile egemonia, penso a Pastorale americana di Roth, a Underworld di DeLillo, a Infinite Jest di Wallace, a American Psycho di Ellis, a Mason & Dixon di Pynchon, ma non si tratta di libri che possono aver avuto un’influenza su Federico Melani – in effetti nel romanzo la più preparata Livia Bressan cita quello di Ellis e lui dice di non averne mai sentito parlare.
Gli anni ’90 sono stati anche il decennio in cui hanno preso l’avvio le saghe di Harry Potter, di Game of thrones e, nel fumetto, di Sandman, e in cui quindi il fantasy, dopo l’esplosione cinematografica degli anni ’80 (essa pure fondamentale, sia nei suoi due capolavori – l’Excalibur di Boorman e il Conan di Milius – sia in film minori, ma comunque potenti nel loro immaginario, come Willow, Labyrinth o Ladyhawke), ha conosciuto un nuovo corso e l’avvio della sua definitiva imposizione nell’immaginario mainstream, coagulatasi poi nel decennio successivo. Tanto più rilevante per L’impero del sogno è peraltro il Sandman di Gaiman, dato che non solo getta le basi di quel fantastico che prende le mosse da scenari realistici e contemporanei, ma è anche diretto ispiratore del mio romanzo, dato che nella storyline A game of you c’è un personaggio, Barbara, che alterna a una vita deludente di donna divorziata una vita onirica ricchissima, e ciò la rende senz’altro una sorta di “madrina” del Mella.
Nella tua valigia non possono mai mancare: Libri, in effetti spesso viaggio con abiti e dotazioni inadeguate a causa dei troppi libri che mi porto anche per viaggi brevi. Ieri mattina ho fatto la valigia, ci ho messo I Buddenbrook di Mann, Petrolio di Pasolini, La Bibbia, Bouvard & Pécuchet di Flaubert, che sono i libri che sto rileggendo per il romanzo che sto scrivendo; Pedro Páramo di Juan Rulfo e Nightwood di Djuna Barnes, che sono i romanzi che sto leggendo in questo momento, e Gli elementi del disegno di John Ruskin, di cui spero prima o poi di ultimare tutti gli esercizi…
Recensisci in 300 battute il tuo romanzo: Non credo spetti all’autore recensire i propri lavori, ma in anche meno di trecento battute posso fare di meglio, ovvero apporre un link alla rassegna stampa completa, così che ciascuno possa scegliere la recensione che preferisce.
Diversi sono i legami con il tuo precedente romanzo “La stanza profonda”, che affrontava il tema dei giochi di ruolo inserito in un contesto realistico. Come cambia il tuo approccio alla scrittura tra testi realistici e fantastici? La differenza principale d’approccio, più che tra “realistico” e “fantastico”, è tra “avventuroso” e “non avventuroso” – non dico “letterario” dato che anche il fantastico può ben esserlo –: quando scrivo un libro come L’impero del sogno o come i due Terra ignota, che per quanto ricchi di intertestualità restano romanzi mossi anzitutto dalla trama, posso lavorare in modo più organico, progettando un soggetto, e da esso una storyline piuttosto dettagliata, divisa in scene, alle quali poi lavoro (non sempre in modo cronologico: in genere lavoro al romanzo partendo da tre punti diversi, uno più iniziale, uno centrale e uno abbastanza vicino al finale).
Naturalmente poi via via che procedo e mi vengono in mente nuovi personaggi, luoghi e soluzioni narrative, la storyline viene riprogettata di conseguenza e l’ultima versione di solito è piuttosto diversa dalla prima, ma si tratta comunque di un approccio molto più lineare di quello che tengo per romanzi come Muro di casse o La stanza profonda, o ancora Gli interessi in comune o il grosso romanzo che sto scrivendo in questo momento, in cui è prioritario seguire le singole suggestioni, rincorrere immagini o momenti quando non singole frasi, e obbedire alle esigenze della scrittura senza mai piegarla a quelle della trama. In questi casi si va molto più lentamente, si riscrive molto di più, e a volte si scrivono anche molte pagine che poi si scoprono essere inutili e si buttano.
È molto più faticoso e anche più doloroso, dato che non si può sempre rispettare un tabellino di marcia a quantità fisse di testo, che di per sé non vuol dire niente – è ovvio che alla quantità non corrisponde per forza la qualità, ed è meglio fare mezza pagina buona che cinque cattive – ma fornisce quella gratificazione quotidiana che è molto utile per procedere.
Quanto tempo, mediamente, impieghi per scrivere un romanzo, e come si svolge la tua attività di scrittore? Dipende molto dal romanzo. Quello a cui sto lavorando è in cantiere dal 2012 e ancora non è finito, ma è un lavoro così ampio che mi sono preso io stesso delle pause, in cui poi si sono inseriti altri libri da fare; a scrivere Muro di casse e La stanza profonda ci ho messo due anni per ciascuno, considerando però che i primi due-tre mesi sono stati dedicati alla ricerca e alla raccolta di documentazione, essendo romanzi dotati anche di una vena saggistica, che mirano a fare il punto sulla storia di due specifici fenomeni culturali. L’impero del sogno l’ho scritto in tre mesi, ma è una brevità in parte apparente perché avevo preparato lo storyboard in modo molto dettagliato un anno prima, e il sogno da cui sono partito lo avevo trascritto addirittura sei anni prima. Non so se col tempo sono diventato più rapido, penso di no.
Quello che è cambiato è la consapevolezza, quando si scrive un romanzo si ha sempre l’impressione di brancolare nel buio ma almeno adesso ho con me una torcia. Per quanto riguarda la mia attività di scrittura, è improntata alla disciplina: con l’eccezione di quando sono nel pieno della promozione di un nuovo libro, mi impongo di scrivere tutti i giorni e rispetto questa direttiva a ogni costo. In genere mi sveglio tardi, sbrigo la posta, faccio gli articoli per il giornale e poi mi butto prima sulla lettura e poi sulla scrittura, fino all’alba. Ultimamente sto sperimentando una inversione dei tempi, andare a letto presto, scrivere la mattina e dedicarmi al pomeriggio ad articoli e lettura, ma in ogni caso l’attività di lettura e scrittura è totalizzante, anche perché solo così si possono ottenere risultati decorosi.
Sei anche responsabile della narrativa per Tunué, come svolgi questo lavoro di scouting? E quanto influenza l’attività di scrittura? Lo scouting si svolge principalmente sulle riviste e sui blog letterari. È lì che si va in cerca di nuovi autori, di voci che appaiono significative, per il fatto di avere qualcosa da dire e soprattutto sapere come dirlo. Dato che anch’io sono stato un aspirante scrittore, e so cosa vuol dire inviare manoscritti agli editori, attendere per mesi quando non per anni, e poi ricevere silenzi, porte in faccia e lettere di rifiuto, leggo personalmente tutto ciò che arriva, ma a onor del vero sui finora dodici titoli pubblicati dalla collana Romanzi (più due in arrivo a primavera), soltanto uno, Dettato di Sergio Peter, è arrivato dal “mucchio” dei manoscritti che continuamente sommergono la redazione.
Credo che non si tratti di un caso: l’aspirante scrittore che ha raggiunto un grado di consapevolezza tale da scrivere romanzi significativi, in genere si è anche preoccupato di capire come funziona il campo editoriale, e quindi scriverà già per qualche rivista, organizzerà piccole rassegne letterarie, si farà insomma notare senza bisogno di mandare manoscritti in giro come fossero messaggi in bottiglia. Il che ha ancor più senso se si considera il fatto che spesso l’editor non cerca tanto un manoscritto compiuto – quello è raro, specie quando si ha a che fare con esordienti – quanto un autore che possa generarne uno: lo si scova magari su una rivista, per qualche racconto o pezzo critico di qualità (o perché fondatore della rivista stessa), e gli si chiede se ha un romanzo da parte, oppure un’idea da sviluppare, e da lì si parte. Per chi è interessato al tema, segnalo questo articolo, in cui oltre a dare tutte le dritte possibili agli aspiranti racconto anche come è stato trovato ogni singolo titolo della collana.
Quale libro (non tuo) consiglieresti a un lettore medio? Non credo che esistano lettori medi, ogni lettore è “speciale” dato che costruisce un proprio unico percorso attraverso i libri. Io ho imparato ad amare la letteratura con i grandi romanzi russi e francesi dell’Ottocento – Anna Karenina e Guerra e pace di Tolstoj, I fratelli Karamazov e Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, Madame Bovary di Flaubert, Therese Raquin di Zola… – quindi consiglierei sempre quelli, ma è anche vero che poi mi sono innamorato molte altre volte, di Proust anzitutto, di Joyce, poi dei grandi nordamericani del Novecento, e ancora della Rayuela di Cortázar, di Bolaño, di poeti come Celan, Plath, Bachmann…
Se, come il protagonista del tuo romanzo, dovessi scegliere tra vivere nell’impero del sogno oppure nel reame della realtà, quale sarebbe la tua scelta? Non credo che i “mondi di secondo grado” abbiano dignità inferiore a quella che chiamiamo “realtà”, né che detta, supposta “realtà” sia altro che un breve sogno, per dirla con Schopenhauer.
Saluta i lettori con un aforisma: Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus!

Titolo: L’impero del sogno
Autore: Vanni Santoni
Genere: Fantastico
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 271
Anno: 2017
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni.
Serie tv consigliate: “X-file”, “Dragonball”.
Sound-track consigliata: Un album dei Korn, Tool, o Vasco Rossi.
Da leggere: Tra una partita a “Doom” e una a “Fallout”.

L’autore
Vanni Santoni (Montevarchi, 1978) vive a Firenze. Dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato i romanzi Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, candidato al premio Strega). È autore della saga fantasy Terra ignota. Ha coordinato il romanzo collettivo In territorio nemico(minimum fax 2013). È il responsabile della narrativa per Tunué e scrive per il “Corriere della Sera”.

Giancarlo

Lettore medio

L’uomo del labirinto (Donato Carrisi)

9788830448278_0_0_0_75«La storia del ritrovamento, in realtà, non corrisponde completamente alla versione che hanno fatto trapelare» affermò Quimby. «La pattuglia che l’ha notata sul ciglio della strada, senza vestiti e con una gamba rotta, non passava di lì per caso…»

Donato Carrisi torna a tingere di giallo le menti dei suoi lettori, e lo fa con“L’uomo del labirinto”, un romanzo che riserva non poche sorprese ai fan più affezionati.
L’inquietudine si percepisce fin da subito: a causa di problemi atmosferici, infatti, la vita cittadina, mai nominata ma presumibilmente americana, viene riorganizzata secondo un nuovo ordine. Siccome le alte temperature di giorno possono causare forti danni, tutte le attività quotidiane di lavoro e servizi pubblici, vengono spostate nelle ore serali.
L’attenzione dei media si sposta dal meteo a un importante caso di cronaca, quando, la giovane Samantha Andretti viene ritrovata viva, con una gamba rotta ed in stato di shock, dopo essere scomparsa per 15 anni. Il dottor Green e l’investigatore Bruno Genko indagano su questo mistero. Il primo assiste la donna durante la convalescenza, cercando con metodi specialistici di entrare nella sua mente per ricostruire i fatti a lei accaduti, ma soprattutto dimenticati. Il secondo segue la pista dell’ indagine a tappeto, tentando di risalire all’identità del rapitore.
Carrisi riesce a mantenere alta l’attenzione del lettore, poiché entrambi conducono due tipologie diverse d’indagine e di scoperte, senza mai incontrarsi e potersi confrontare. Intanto la  vittima si sforza di scavare nella propria memoria, ma nonostante alcuni flashback, non ottiene risposte, nutrendo inoltre forti sospetti su Green. I suoi ricordi sono svaniti a causa di alcuni psicofarmaci e nonostante il dottore cerchi di aiutarla mostrandosi amichevole e professionale, percepisce gesti e segnali strani.
Bruno, invece, aggirandosi per la città riesce in poco tempo a tracciare un profilo del rapitore, imbattendosi però in molteplici personaggi che creano nuove piste o sospetti. Dal suo passato emerge l’essere stato ingaggiato, quindici anni prima, dai genitori di Samantha proprio per ritrovarla. Il suo si dimostra essere un tentativo disperato e contro il tempo, non solo nei confronti del rapitore ma anche nei suoi stessi riguardi, come a voler realizzare un ultimo obiettivo.

Ho apprezzato molto questo libro, l’idea dell’ambientazione un po’ anomala ha sicuramente portato aria di novità, mentre la caratterizzazione dei personaggi è ottimizzata per gli intrecci che si sciolgono verso la fine. Geniale è la trama apparentemente lineare, due indagini di una stessa storia, Bruno che svela l’individuo dalla testa a coniglio, mentre con Green si capisce cosa sia accaduto nel labirinto, ma è realmente così lineare la storia? Assolutamente no! Ahimè non posso dirvi altro, ma posso dirvi che compariranno anche vecchie conoscenze incontrate in “Il suggeritore” e la loro presenza, non sarà così superficiale.

Titolo: L’ uomo del labirinto
Autore: Donato Carrisi
Genere: Thriller
Casa editrice: Longanesi
Pagine: 400
Anno: 2017
Prezzo: € 19,00 (brossura) – € 11,99 (ebook)
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Consigliata la lettura: di sera, possibilmente con pioggia e luce soffusa, magari con una tazza di cioccolata calda a portata di mano.

L’autore
Donato Carrisi, nato a Martina Franca nel 1975. Sceneggiatore, regista, giornalista e scrittore, ha debuttato nel mondo editoriale con “Il suggeritore” (2009 – Longanesi), vincendo il Premio Bancarella. Sempre con la stessa casa editrice ha poi pubblicato “L’ipotesi del male”, “Il tribunale delle anime”, “Il cacciatore nel buio”, “Il maestro delle ombre”, “La ragazza nella nebbia”, dal quale è stato tratto un film diretto dallo scrittore stesso.

Ivan

Lettore medio

La fragilità è un pregio (Arcangelo Caiazzo)

“Nessuno è in grado di esternare i suoi veri pensieri. La paura di essere giudicato è più forte della voglia di essere liberi e sinceri.”

Tenacia, ostinazione e perseveranza, per Alessandro questi sono i metodi per ottenere qualsiasi cosa si voglia, purtroppo nel percorso della vita, nulla è mai facile e niente si può programmare con assoluta certezza.
La vita è insieme di vicende, che spesso nessuno può comandare come i fili di un burattino e proprio i due protagonisti Alessandro e Clara rappresentano il percorso formativo del carattere e delle proprie paure, ognuno con una storia diversa ma che, per uno strano gioco del destino, sono destinati a intrecciarsi. Alessandro, giovane napoletano appassionato di oggettistica d’antiquariato e tassidermia, si trasferisce a Roma per lavoro. Trascorre le sue giornate tra il lavoro, il pugilato e le amicizie. Apparentemente un ragazzo dall’ animo duro, ma dietro quella corazza si nasconde un carattere segnato da una perdita importante nella sua vita. Il caso gli mette di fronte una sua vecchia conoscenza scolastica: Clara, una ragazza dalla chioma bionda, apparentemente allegra e pragmatica, anche lei trasferitasi a Roma per coronare il suo sogno di studiare danza. Una relazione oramai giunta al termine, influenza fortemente il modo di vivere della giovane, chiusa in se stessa per atti di violenza subiti dal suo ex compagno Michele.
“La gelosia non è amore, deriva da qualcosa di subdolo e malato: il possesso”.
Tutto inizia per caso, poi quell’incontro fortuito di una sera che si ripete nel tempo. Alessandro e Clara nella loro frequentazione sono costretti a mettersi a nudo, paure diverse che vanno a incastrarsi per poter venirne fuori reciprocamente. Le vicende si susseguono tra alti e bassi, tra i fantasmi del cervello e le anime dei sentimenti, pronti a scatenare una battaglia o a porre pace là dove ce n’è bisogno. Oltre i diverbi caratteriali, gli scontri e le gelosie, sono posti d’ innanzi a incidenti del destino, che rischiano di mettere a repentaglio sia la loro felicità ma soprattutto la loro vita, ed in quei momenti, lottano uniti per non perdersi, ma a volte la sola volontà non basta.
“La fragilità è un pregio, ma soprattutto un’ opportunità di crescita”

Il racconto si presenta facile e scorrevole, si apprezza la semplicità con cui si riesce a spiegare due diverse tipologie di sofferenze e tutto ciò che ne consegue. Ogni capitolo si conclude con una frase riassuntiva, esprimendo la morale principale e dando così modo di argomentare le diverse tematiche, indipendentemente dal testo.

Titolo: La fragilità è un pregio
Autore: Arcangelo Caiazzo
Genere: Young adult
Casa editrice: Spring Edizioni
Pagine: 176
Uscita: anno 2017
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Soundtrack consigliato: “L’amore rubato” (Luca Barbarossa); “L’ immenso” (Negramaro).

L’autore
Arcangelo Caiazzo, nato a Napoli nel 1992. Nel 2016 pubblica un  primo romanzo online “Il meglio di ciò che sei”, nel 2017 pubblica “L’ amore è un pregio” con la Spring Edizioni. Riscuote molto successo sui suoi canali social, vetrine di molti suoi lavori.

Ivan