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La città del Vizio (Angela Bevilacqua)

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“La città è come un pendolo che oscilla incessantemente tra noia e dolore, con intervalli fugaci e per lo più illusori, di piacere e gioia.”

Esiste un luogo speciale in cui non vigono leggi o comportamenti morali. Questo moderno “Paese dei Balocchi” si chiama la Città del Vizio.
Nessuno conosce esattamente la sua ubicazione e non tutti possono accedervi, a meno che non si desideri perseguire i propri Peccati Capitali.
Peccati Capitali che qui divengono persone impegnate a reperire sempre nuovi abitanti.
A raggiungere questo paradiso corrotto è Elia, un giovane privato della donna e del proprio lavoro. Costretto a vivere come un barbone, riuscirà a incontrare Accidia, che lo convincerà a salire su una carrozza per raggiungere la Città del Vizio. Qui troverà un vero paradiso della dissoluzione, tra cibi in abbondanza, sesso e un fight-club nel quale sfogare la propria ira.
Ma in questa Città incontrerà pure Lucio, un uomo separato devoto alla lussuria, e Adina, costretta a lavorare come prostituta. Sarà quest’ultima a scoprire la verità sul luogo in cui si trovano, aprendo gli occhi e invitando alla riflessione il protagonista, il quale scoprirà che non esistono orologi ed è sempre notte.
Per i protagonisti comincia così la ricerca di una via di fuga, aiutati dalle virtù teologiche: Fede, Speranza e Carità. Ma pure queste tre sorelle non avranno vita facile: ognuna è separata dall’altra alla costante ricerca del loro ricongiungimento.

“Dimenticare non serve a niente. È sbagliato. È sbagliato perché ricordandoci degli errori compiuti in passato sarà più facile evitare di ripeterli in futuro”.

Un libro dalla trama interessante ed originale, del quale ho apprezzato il lato fortemente fantastico. Ma, ancor di più, sono stato attratto dalla seconda parte del romanzo in cui, tutto diviene più reale: i personaggi vengono svelati per ciò che sono realmente, sia nel bene che nel male, l’interazione tra umano, peccato e virtù viene resa in modo realistico, aprendo spiragli di ragionamento che vanno ben oltre il fantastico. Una moderna fiaba, con tanto di morale, che mi ha sorpreso e conquistato. A questo punto, la parola all’autrice…

Nome: Angela
Cognome: Bevilacqua
La città del Vizio: come è nata l’idea di questo romanzo? Le mie più grandi passioni sono tre: il cinema, la scrittura e il disegno. Proprio grazie a quest’ultimo è nata la mia prima fatica letteraria: un giorno mi sono divertita a immaginare come avrei potuto rappresentare i sette vizi capitali sotto forma di personificazioni e dopo averli disegnati ognuno con le proprie caratteristiche distintive ho pensato che sarebbe stato bello renderli i protagonisti di una storia.
Nel libro si parla di Peccati Capitali, da quale dei sette più noti, ti senti più attratta? Sono pigra. Purtroppo tendo a tergiversare davanti alle situazioni scomode e ad allontanare i problemi piuttosto che affrontarli. Devo dire però che mi sento anche un po’ golosa. Dormire e mangiare sono le attività che preferisco.
Come mai hai voluto lasciare la città d’appartenenza di Elia nell’anonimato? L’intera trama del libro si snoda per mezzo di metafore e simbolismi. Spiegare alcune cose non è importante ai fini della storia, omettere alcuni particolari ne fa risaltare altri. Ho voluto che in primo piano rimanessero solo i due scenari principali: La Città del Vizio, un’infernale gabbia dorata al di fuori dello spazio e del tempo, e Torino, città terrena con una sua ben precisa connotazione di bene e di male. Il fatto che le città d’appartenenza di Lucio e di Adina vengano specificate è una scelta puramente funzionale, di Elia ci basta sapere che è italiano.
Un aggettivo singolo per: Elia, Adina e Lucio? Definirei Elia coscienzioso, Adina pura e Lucio egoista.
Da chi o cosa detrai la tua ispirazione? Traggo ispirazione dalla letteratura, dal cinema e anche dal mondo dei fumetti e certamente le mie prime letture, “Alice nel paese delle meraviglie” e “Il ritratto di Dorian Gray”, mi hanno influenzata tantissimo e hanno formato il mio gusto verso il surreale e il realismo fantastico. Per quanto riguarda “La Città del Vizio” in particolare le mie ispirazioni letterarie sono state il “Faust” di Goethe e di Thomas Mann, “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, “Pinocchio” di Collodi e “La Divina Commedia” di Dante, mentre le ispirazioni cinematografiche provengono dall’immaginario del visionario regista Terry Gilliam; anche la pittura ha avuto un ruolo di grande rilevanza e ad ispirarmi sono state soprattutto le pitture e le incisioni Medievali.
Hai raccontato una favola moderna. Lecito chiederti quale è la tua fiaba preferita: Hansel e Gretel. Attraverso i suoi simbolismi questa fiaba fantasiosa e intelligente tratta temi a me molto cari come il superamento della paura e il bisogno degli altri, la conquista della propria autonomia, l’evoluzione e la crescita, le difficoltà della vita rappresentate dalle luci e le ombre del bosco che accoglie e respinge, così come la casetta di marzapane della strega che attrae e spaventa al tempo stesso.
Nel tuo zaino non può mai mancare: Un’agendina, una penna e una matita per prendere appunti e fare schizzi, ma importantissime sono anche le cuffiette per ascoltare la musica dal cellulare. Ammirare un paesaggio o semplicemente attraversare la strada avvolta dalle note di una canzone o di una melodia strumentale, può cambiare il modo di vedere il mondo, anche a seconda dello stato d’animo del momento. Lasciarmi ispirare da questa combinazione di musica, immagini e sensazioni è una delle cose che amo di più.
Solitamente il romanzo d’esordio è quello con cui ci si galvanizza. Forte dell’entusiasmo che ti stai regalando, sei al lavoro per un nuovo romanzo? Devo ammettere che sono molto elettrizzata: “La Città del Vizio” mi sta dando tante soddisfazioni. I commenti positivi dei lettori e i premi ai concorsi letterari mi danno sempre più carica, infatti sono già a lavoro su un altro libro e ho da poco ultimato la sceneggiatura di quello che, dopo “Il Teatro dei Ricordi”, sarà il mio secondo cortometraggio.

Titolo: La città del Vizio
Autore: Angela Bevilacqua
Genere: fantastico
Casa editrice: Guida Editori
Pagine: 372
Anno: 2017
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Consigliato con: uno spuntino a base di cioccolata calda e biscotti.

L’autrice
Angela Bevilacqua, napoletana classe 1996, da sempre innamorata del disegno e della scrittura, a diciassette anni ha scritto un cortometraggio “Il teatro dei ricordi” proiettato poi al festival di Giffoni. Attualmente studia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e “La Città del Vizio” è il suo primo romanzo.

Ivan

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L’impero del sogno (Vanni Santoni)

9788804680796_0_0_0_75Meglio andarsene, penso: ma da qui, da questo paese, in fin dei conti, non è sempre meglio andarsene?

Possono i sogni penetrare la realtà fino a confondersi con essa? A questa domanda risponde “L’impero del sogno”, l’ultimo romanzo di Vanni Santoni. Protagonista è Federico Melani detto “il Mella” studente svogliato originario del Valdarno, che passa le sue giornate a giocare con gli amici nel negozio di giochi e strategia.
Federico ha un sogno ricorrente o meglio “prolungato”: ogni volta che si addormenta sogna di trovarsi in un palacongressi come delegato, niente poco di meno che dell’intera umanità, in una convention a cui partecipano le più di sparate creature fantastiche. Dai draghi alle streghe fino alle divinità, tutti aspirano a diventare i tutori di Gemma, neonata dalle capacità demiurgiche, destinata a creare, o per meglio dire sognare, un intero mondo.
La fantasia “versicolore” di Santoni si dispiega in un road book irresistibile che mescola letteratura fantastica e provincia italiana degli anni ’90, in una mistura citazionista che risulta un vero e proprio spaccato dell’immaginario, colto e pop.
Abbiamo posto alcune domande a Vanni Santoni per soddisfare la curiosità dei lettori medi.

Nome: Vanni
Cognome: Santoni
Titolo del tuo ultimo romanzo: L’impero del sogno, uscito per Mondadori nel novembre 2017.
“L’impero del sogno” costituisce una sorta di prequel fondativo della tua serie fantasy “Terra ignota” e innumerevoli sono i rimandi interni nelle tue opere. Puoi dirci qualcosa dell’universo “santoniano”: Ho cominciato a lavorare a una continuity strutturata, o macroromanzo che dir si voglia, a partire da Muro di casse. Almeno: da Muro di casse (uscito per Laterza nel 2015, N.d.A.) in poi ho cominciato a farlo in modo consapevole, visto che, ad esempio, il mio secondo romanzo Se fossi fuoco arderei Firenze (2011), per quanto non avesse collegamenti diretti in termini di trama o personaggi, era già una sorta di “satellite” del mio primo Gli interessi in comune (2008), così come – ho scoperto poi – Tutti i ragni (2012) avrebbe avuto collegamenti tematici forti con La stanza profonda (2017). Mentre scrivevo Muro di casse, però, per la prima volta ho fatto una scelta precisa: ho preso uno dei personaggi degli Interessi in comune, Iacopo Gori, ho immaginato come sarebbe stato a dieci anni dagli eventi descritti in quel romanzo, e l’ho inserito tra i protagonisti di quello nuovo.
Questa scelta, che se vogliamo era dettata da ragioni di “economia” – mi serviva un certo tipo di personaggio, un certo carattere; avendolo già, l’ho utilizzato, come un regista che richiama un certo attore – avrebbe avuto effetti più grandi di quanto prevedessi. Dopo di ciò, infatti, Gli interessi in comune e Muro di casse erano saldati per sempre. Improvvisamente esisteva un ponte che univa i due romanzi e aggiungeva significato a entrambi. La cosa mi piacque, e quando minimum fax mi chiese un racconto, che sarebbe andato nell’antologia L’età della febbre (2015), dedicata a quelli che a loro avviso erano i migliori narratori italiani sotto i quarant’anni, feci il percorso inverso: presi Cleopatra Mancini, uno dei protagonisti “originali” di Muro di casse, un personaggio insomma nato in quel libro, e scrissi una storia con lei protagonista, Emma & Cleo. Funzionava; continuai. Al momento di progettare La stanza profonda, ho potuto allora agire in piena consapevolezza, e pianificare l’utilizzo del Paride, al secolo Filippo Paridelli, anche lui come Iacopo Gori tra i personaggi degli Interessi in comune, come uno dei protagonisti del romanzo a venire.
Allo stesso modo ho pescato dagli Interessi in comune il buon Federico “Mella” Melani e l’ho reso protagonista unico dell’Impero del sogno, uscito sei mesi dopo l’exploit della Stanza profonda. In questo ultimo caso, il discorso era più delicato, perché, come anticipi tu stesso nella domanda, L’impero del sogno doveva anche essere il prequel dei due Terra ignota, e quindi costituire anche un asse tra la parte realistica della mia produzione e quella puramente fantastica. A conti fatti mi pare che l’operazione sia riuscita (per chi fosse interessato, fornisco qualche altro dettaglio qui), e che abbia avuto un effetto inaspettato: L’impero del sogno, con le sue suggestioni legate all’universo onirico e a quello videoludico, finisce per far parte di una imprevista “trilogia dei mondi immaginari” con Muro di casse, dedicato al mondo psichedelico dei rave, e La stanza profonda, dedicato a quello dei giochi di ruolo, ancor più di quella che forma con i due Terra ignota, rispetto ai quali comunque racconta la genesi dell’Imperatrice e del mondo stesso in cui si svolge la saga.
Il tuo ultimo libro è anche una sorta di enciclopedia dell’immaginario anni ’90. Puoi citarci un’opera fondamentale per quel periodo per le seguenti categorie? (Canzone: / Romanzo: / Fumetto: / Telefilm – all’epoca non si usava ancora l’americanismo “serie tv”): Non credo si possa ridurre un decennio a singoli titoli, tanto più che la musica che definisce gli anni ’90, almeno in Europa, è la techno con le sue derivazioni, e la stessa natura della sua fruizione – più brani messi in flusso e mixati – esclude la possibilità di isolarne uno solo. Per quanto riguarda i romanzi è chiaro che si è trattato di un decennio in cui la narrativa nordamericana ha espresso le sue ultime opere in grado di dettare una indiscutibile egemonia, penso a Pastorale americana di Roth, a Underworld di DeLillo, a Infinite Jest di Wallace, a American Psycho di Ellis, a Mason & Dixon di Pynchon, ma non si tratta di libri che possono aver avuto un’influenza su Federico Melani – in effetti nel romanzo la più preparata Livia Bressan cita quello di Ellis e lui dice di non averne mai sentito parlare.
Gli anni ’90 sono stati anche il decennio in cui hanno preso l’avvio le saghe di Harry Potter, di Game of thrones e, nel fumetto, di Sandman, e in cui quindi il fantasy, dopo l’esplosione cinematografica degli anni ’80 (essa pure fondamentale, sia nei suoi due capolavori – l’Excalibur di Boorman e il Conan di Milius – sia in film minori, ma comunque potenti nel loro immaginario, come Willow, Labyrinth o Ladyhawke), ha conosciuto un nuovo corso e l’avvio della sua definitiva imposizione nell’immaginario mainstream, coagulatasi poi nel decennio successivo. Tanto più rilevante per L’impero del sogno è peraltro il Sandman di Gaiman, dato che non solo getta le basi di quel fantastico che prende le mosse da scenari realistici e contemporanei, ma è anche diretto ispiratore del mio romanzo, dato che nella storyline A game of you c’è un personaggio, Barbara, che alterna a una vita deludente di donna divorziata una vita onirica ricchissima, e ciò la rende senz’altro una sorta di “madrina” del Mella.
Nella tua valigia non possono mai mancare: Libri, in effetti spesso viaggio con abiti e dotazioni inadeguate a causa dei troppi libri che mi porto anche per viaggi brevi. Ieri mattina ho fatto la valigia, ci ho messo I Buddenbrook di Mann, Petrolio di Pasolini, La Bibbia, Bouvard & Pécuchet di Flaubert, che sono i libri che sto rileggendo per il romanzo che sto scrivendo; Pedro Páramo di Juan Rulfo e Nightwood di Djuna Barnes, che sono i romanzi che sto leggendo in questo momento, e Gli elementi del disegno di John Ruskin, di cui spero prima o poi di ultimare tutti gli esercizi…
Recensisci in 300 battute il tuo romanzo: Non credo spetti all’autore recensire i propri lavori, ma in anche meno di trecento battute posso fare di meglio, ovvero apporre un link alla rassegna stampa completa, così che ciascuno possa scegliere la recensione che preferisce.
Diversi sono i legami con il tuo precedente romanzo “La stanza profonda”, che affrontava il tema dei giochi di ruolo inserito in un contesto realistico. Come cambia il tuo approccio alla scrittura tra testi realistici e fantastici? La differenza principale d’approccio, più che tra “realistico” e “fantastico”, è tra “avventuroso” e “non avventuroso” – non dico “letterario” dato che anche il fantastico può ben esserlo –: quando scrivo un libro come L’impero del sogno o come i due Terra ignota, che per quanto ricchi di intertestualità restano romanzi mossi anzitutto dalla trama, posso lavorare in modo più organico, progettando un soggetto, e da esso una storyline piuttosto dettagliata, divisa in scene, alle quali poi lavoro (non sempre in modo cronologico: in genere lavoro al romanzo partendo da tre punti diversi, uno più iniziale, uno centrale e uno abbastanza vicino al finale).
Naturalmente poi via via che procedo e mi vengono in mente nuovi personaggi, luoghi e soluzioni narrative, la storyline viene riprogettata di conseguenza e l’ultima versione di solito è piuttosto diversa dalla prima, ma si tratta comunque di un approccio molto più lineare di quello che tengo per romanzi come Muro di casse o La stanza profonda, o ancora Gli interessi in comune o il grosso romanzo che sto scrivendo in questo momento, in cui è prioritario seguire le singole suggestioni, rincorrere immagini o momenti quando non singole frasi, e obbedire alle esigenze della scrittura senza mai piegarla a quelle della trama. In questi casi si va molto più lentamente, si riscrive molto di più, e a volte si scrivono anche molte pagine che poi si scoprono essere inutili e si buttano.
È molto più faticoso e anche più doloroso, dato che non si può sempre rispettare un tabellino di marcia a quantità fisse di testo, che di per sé non vuol dire niente – è ovvio che alla quantità non corrisponde per forza la qualità, ed è meglio fare mezza pagina buona che cinque cattive – ma fornisce quella gratificazione quotidiana che è molto utile per procedere.
Quanto tempo, mediamente, impieghi per scrivere un romanzo, e come si svolge la tua attività di scrittore? Dipende molto dal romanzo. Quello a cui sto lavorando è in cantiere dal 2012 e ancora non è finito, ma è un lavoro così ampio che mi sono preso io stesso delle pause, in cui poi si sono inseriti altri libri da fare; a scrivere Muro di casse e La stanza profonda ci ho messo due anni per ciascuno, considerando però che i primi due-tre mesi sono stati dedicati alla ricerca e alla raccolta di documentazione, essendo romanzi dotati anche di una vena saggistica, che mirano a fare il punto sulla storia di due specifici fenomeni culturali. L’impero del sogno l’ho scritto in tre mesi, ma è una brevità in parte apparente perché avevo preparato lo storyboard in modo molto dettagliato un anno prima, e il sogno da cui sono partito lo avevo trascritto addirittura sei anni prima. Non so se col tempo sono diventato più rapido, penso di no.
Quello che è cambiato è la consapevolezza, quando si scrive un romanzo si ha sempre l’impressione di brancolare nel buio ma almeno adesso ho con me una torcia. Per quanto riguarda la mia attività di scrittura, è improntata alla disciplina: con l’eccezione di quando sono nel pieno della promozione di un nuovo libro, mi impongo di scrivere tutti i giorni e rispetto questa direttiva a ogni costo. In genere mi sveglio tardi, sbrigo la posta, faccio gli articoli per il giornale e poi mi butto prima sulla lettura e poi sulla scrittura, fino all’alba. Ultimamente sto sperimentando una inversione dei tempi, andare a letto presto, scrivere la mattina e dedicarmi al pomeriggio ad articoli e lettura, ma in ogni caso l’attività di lettura e scrittura è totalizzante, anche perché solo così si possono ottenere risultati decorosi.
Sei anche responsabile della narrativa per Tunué, come svolgi questo lavoro di scouting? E quanto influenza l’attività di scrittura? Lo scouting si svolge principalmente sulle riviste e sui blog letterari. È lì che si va in cerca di nuovi autori, di voci che appaiono significative, per il fatto di avere qualcosa da dire e soprattutto sapere come dirlo. Dato che anch’io sono stato un aspirante scrittore, e so cosa vuol dire inviare manoscritti agli editori, attendere per mesi quando non per anni, e poi ricevere silenzi, porte in faccia e lettere di rifiuto, leggo personalmente tutto ciò che arriva, ma a onor del vero sui finora dodici titoli pubblicati dalla collana Romanzi (più due in arrivo a primavera), soltanto uno, Dettato di Sergio Peter, è arrivato dal “mucchio” dei manoscritti che continuamente sommergono la redazione.
Credo che non si tratti di un caso: l’aspirante scrittore che ha raggiunto un grado di consapevolezza tale da scrivere romanzi significativi, in genere si è anche preoccupato di capire come funziona il campo editoriale, e quindi scriverà già per qualche rivista, organizzerà piccole rassegne letterarie, si farà insomma notare senza bisogno di mandare manoscritti in giro come fossero messaggi in bottiglia. Il che ha ancor più senso se si considera il fatto che spesso l’editor non cerca tanto un manoscritto compiuto – quello è raro, specie quando si ha a che fare con esordienti – quanto un autore che possa generarne uno: lo si scova magari su una rivista, per qualche racconto o pezzo critico di qualità (o perché fondatore della rivista stessa), e gli si chiede se ha un romanzo da parte, oppure un’idea da sviluppare, e da lì si parte. Per chi è interessato al tema, segnalo questo articolo, in cui oltre a dare tutte le dritte possibili agli aspiranti racconto anche come è stato trovato ogni singolo titolo della collana.
Quale libro (non tuo) consiglieresti a un lettore medio? Non credo che esistano lettori medi, ogni lettore è “speciale” dato che costruisce un proprio unico percorso attraverso i libri. Io ho imparato ad amare la letteratura con i grandi romanzi russi e francesi dell’Ottocento – Anna Karenina e Guerra e pace di Tolstoj, I fratelli Karamazov e Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, Madame Bovary di Flaubert, Therese Raquin di Zola… – quindi consiglierei sempre quelli, ma è anche vero che poi mi sono innamorato molte altre volte, di Proust anzitutto, di Joyce, poi dei grandi nordamericani del Novecento, e ancora della Rayuela di Cortázar, di Bolaño, di poeti come Celan, Plath, Bachmann…
Se, come il protagonista del tuo romanzo, dovessi scegliere tra vivere nell’impero del sogno oppure nel reame della realtà, quale sarebbe la tua scelta? Non credo che i “mondi di secondo grado” abbiano dignità inferiore a quella che chiamiamo “realtà”, né che detta, supposta “realtà” sia altro che un breve sogno, per dirla con Schopenhauer.
Saluta i lettori con un aforisma: Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus!

Titolo: L’impero del sogno
Autore: Vanni Santoni
Genere: Fantastico
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 271
Anno: 2017
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni.
Serie tv consigliate: “X-file”, “Dragonball”.
Sound-track consigliata: Un album dei Korn, Tool, o Vasco Rossi.
Da leggere: Tra una partita a “Doom” e una a “Fallout”.

L’autore
Vanni Santoni (Montevarchi, 1978) vive a Firenze. Dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato i romanzi Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, candidato al premio Strega). È autore della saga fantasy Terra ignota. Ha coordinato il romanzo collettivo In territorio nemico(minimum fax 2013). È il responsabile della narrativa per Tunué e scrive per il “Corriere della Sera”.

Giancarlo

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Lo straordinario mondo di Ava Lavender (Leslye Walton)

81CEngfv7ML“Molti mi consideravano l’incarnazione di un mito, la personificazione di una magnifica leggenda, una favola. Alcuni mi giudicavano un mostro, una mutazione. Per mia grande sventura, una volta mi scambiarono per un angelo. Per mia madre ero tutto. Per mio padre, niente di niente. Per mia nonna ero la testimonianza vivente di amori perduti nel tempo. Ma io conoscevo la verità, l’avevo sempre saputa. Ero soltanto una ragazza.”

Inizia così questo piccolo capolavoro, con poche e semplici parole, sufficienti a farmi immergere nell’universo magico e straordinario di Ava Lavender.
Quest’ultima è la nostra narratrice, una sedicenne nata con le ali, vissuta sempre al sicuro tra le quattro mura di casa sua, che desidera capire quale sia l’origine della sua nascita straordinaria, raccontando la vita dei suoi familiari, i loro amori e le loro vicissitudini, fino ad arrivare al suo presente.
I primi ad essere presentati sono i bisnonni, Beauregard Roux e sua moglie, immigrati francesi che sperano di trovare fortuna e ricchezza a New York. Le loro vite s’intessono a quella della nonna Emilienne, una donna bellissima e dal carattere deciso, che una serie di dispiaceri e delusioni amorose porta a diventare una figura solitaria e scostante. Ava narra poi la nascita di sua madre, Viviane, una donna gioiosa e desiderosa di avventure, che perde i suoi colori e la sua passione per la vita a causa del mal d’amore.
La nostra narratrice arriva finalmente a parlare di sé, della sua nascita singolare, del suo fratello gemello, Henry, nato senza ali ma comunque unico nel suo genere, e dei molteplici personaggi le cui vite si sono intrecciate o si intrecceranno alla sua.
Le vite dei Lavender sono segnate dall’amore, di qualsiasi forma: quello familiare, quello tra amanti e quello tra amici; un amore che non sempre è puro e a lieto fine, ma a volte inganna e ipnotizza e scava nel petto una voragine che è impossibile da colmare. È un impulso che si presenta sotto mentite spoglie o che travolge come un fiume in piena o che è solo lussuria travestita da affetto.
Nel corso della narrazione le diverse sfaccettature di questo sentimento sono descritte con una tale crudezza e realismo da risultare dolorose. Spesso mi sono sentita sopraffatta dall’angoscia dei personaggi, pervasa dalla stessa amara e disillusa consapevolezza che l’amore come quello delle fiabe non esista. Eppure, nello straordinario mondo di Ava, l’affetto vero, quello che tutti anelano, esiste, anche se non è facile da trovare. Ed è un bene che salva la vita, che dà senso a tutto, che conforta e incoraggia, è un amore che mette al primo posto l’altro piuttosto che se stesso.

Lo stile narrativo di Leslye Walton è diretto ed efficace, grazie all’uso di metafore vivide e coinvolgenti, che proiettano il lettore in un universo magico eppure realistico. Questa saga familiare trabocca di sentimenti forti, che rischiano di sopraffare chi vi si immerge con la loro intensità, ma sanno toccare l’anima e infondere un senso di speranza, nonostante tutto il dolore narrato.

Titolo: Lo straordinario mondo di Ava Lavender
Autore: Leslye Walton
Genere: Young Adult
Casa editrice: Sperling & Kupfer
Pagine: 288
Anno edizione: 2014
Prezzo: € 13,52
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Da leggere: sotto le coperte, in completa solitudine.

L’autrice:
Leslye Walton vive a Seattle, dove insegna in una scuola media. Ha un Master in scrittura creativa. Il suo romanzo d’esordio, “Lo straordinario mondo di Ava Lavender”, è nato inizialmente sotto forma di racconto, ispirato dalle note di una canzone ascoltata in un giorno di pioggia. Ha conquistato critica e librai americani, che già lo segnalano e lo consigliano tra i migliori libri Young Adult dell’anno.

Claudia

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La fabbrica delle meraviglie (Sharon Cameron)

91DLTf9kX-L (1)“Fu come trovarsi nella direzione sbagliata, come se correndo fra gli orologi mi fossi in qualche modo spostata all’indietro anziché in avanti, in un posto che non mi voleva. […] Vidi anche due occhi neri che scintillavano in un viso pallido che fluttuava sopra la mia spalla. Gridai, mi tappai la bocca con una mano e mi voltai, mentre un grido si rivoltava beffardo riecheggiando contro di me.”

Katharine Tulman vive nella Londra vittoriana con la zia Alice, una donna egoista e leziosa, che la tratta più come una sua sottoposta che come una nipote. Quando la manda a verificare le condizioni della tenuta di Stranwyne, futura eredità del suo unico figlio, Katharine non ha altra scelta che obbedire: in quanto orfana e donna nubile sa di non poter sopravvivere senza il sostegno economico della zia ed è pronta a mettere da parte le sue opinioni personali per accontentarla.
Tutto ciò che dovrà fare, le dice zia Alice, sarà pernottare lì per qualche giorno e confermarle lo squilibrio mentale dello zio Tulman, attuale padrone della tenuta, per rinchiuderlo in un manicomio e prendere finalmente possesso dell’intero patrimonio di famiglia.
Ma in quella villa immensa, piena di oggetti antichi e di stanze dall’aspetto spettrale, il personale domestico è stranamente ostile, riluttante a presentarle “il signor Tully”, come è soprannominato lo zio. Da ragazza ostinata quale è, Katharine riesce presto ad incontrarlo e resta assolutamente sbalordita da ciò che trova; quello che le era stato dipinto come un pazzo è in realtà un uomo geniale, che vive in un mondo tutto suo, fatto di numeri e macchinari complessi e una vita scandita dai rintocchi degli orologi e pause per il tè.
Katharine si lega presto a quest’uomo dall’animo infantile e comincia a sentirsi in colpa per il piano di sua zia; il solo pensiero dell’uomo, così affezionato ai suoi giochi e alla sua routine, rinchiuso in un manicomio, le spezza il cuore. E che fine faranno poi tutti i suoi amati servitori?
Il pensiero di Katharine si rivolge soprattutto a Lane, l’assistente dello zio Tully, un diciottenne di origini francesi, taciturno e misterioso, nonché artista molto abile, che sa ricreare alla perfezione i modelli disegnati dal suo padrone e si preoccupa sempre di farlo felice.
A complicare il soggiorno di Katharine a Stranwyne non sono solo i sensi di colpa verso lo zio e i domestici. Strane cose accadono nella tenuta: misteriose risate, oggetti scomparsi e ricomparsi come per magia e, soprattutto, preoccupanti episodi di sonnambulismo e di perdita di memoria che fanno preoccupare Katharine per la propria salute mentale. Che il gene della follia sia ereditario?

Leggere questo romanzo, il primo di una trilogia, è stata un’esperienza meravigliosa. La scrittrice ha uno stile chiaro, ma complesso, ricco di dettagli che trascinano lentamente nel vortice della narrazione. Sharon Cameron ha creato questo piccolo mondo nel mondo, colorato e folle, pieno di personaggi misteriosi e accattivanti, che non sai se amare oppure odiare. È quasi come essere nel Paese delle Meraviglie, con un Cappellaio Matto per zio, una cameriera chiacchierona e sorridente come uno Stregatto e lunghi corridoi di porte che nascondono formule segrete e macchinari complessi. Come Alice, Katharine dovrà trovare se stessa in mezzo alla follia e imparare che non sempre ciò che appare normale lo è e viceversa.

Titolo: La fabbrica delle meraviglie
Autore: Sharon Cameron
Genere: Narrativa Fantastica
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 308
Anno: 2016
Prezzo: € 11,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Consigliato con: tè caldo, biscotti, stufa a legna, possibilmente al chiuso, mentre fuori piove.

L’autrice:
Sharon Cameron, insegnante di pianoforte, appassionata di teatro, è sposata e ha un figlio. Adora la Scozia, le storie in costume e gli indovinelli. Vive negli Stati Uniti, a Nashville, Tennessee.

Claudia