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La fabbrica delle meraviglie (Sharon Cameron)

91DLTf9kX-L (1)“Fu come trovarsi nella direzione sbagliata, come se correndo fra gli orologi mi fossi in qualche modo spostata all’indietro anziché in avanti, in un posto che non mi voleva. […] Vidi anche due occhi neri che scintillavano in un viso pallido che fluttuava sopra la mia spalla. Gridai, mi tappai la bocca con una mano e mi voltai, mentre un grido si rivoltava beffardo riecheggiando contro di me.”

Katharine Tulman vive nella Londra vittoriana con la zia Alice, una donna egoista e leziosa, che la tratta più come una sua sottoposta che come una nipote. Quando la manda a verificare le condizioni della tenuta di Stranwyne, futura eredità del suo unico figlio, Katharine non ha altra scelta che obbedire: in quanto orfana e donna nubile sa di non poter sopravvivere senza il sostegno economico della zia ed è pronta a mettere da parte le sue opinioni personali per accontentarla.
Tutto ciò che dovrà fare, le dice zia Alice, sarà pernottare lì per qualche giorno e confermarle lo squilibrio mentale dello zio Tulman, attuale padrone della tenuta, per rinchiuderlo in un manicomio e prendere finalmente possesso dell’intero patrimonio di famiglia.
Ma in quella villa immensa, piena di oggetti antichi e di stanze dall’aspetto spettrale, il personale domestico è stranamente ostile, riluttante a presentarle “il signor Tully”, come è soprannominato lo zio. Da ragazza ostinata quale è, Katharine riesce presto ad incontrarlo e resta assolutamente sbalordita da ciò che trova; quello che le era stato dipinto come un pazzo è in realtà un uomo geniale, che vive in un mondo tutto suo, fatto di numeri e macchinari complessi e una vita scandita dai rintocchi degli orologi e pause per il tè.
Katharine si lega presto a quest’uomo dall’animo infantile e comincia a sentirsi in colpa per il piano di sua zia; il solo pensiero dell’uomo, così affezionato ai suoi giochi e alla sua routine, rinchiuso in un manicomio, le spezza il cuore. E che fine faranno poi tutti i suoi amati servitori?
Il pensiero di Katharine si rivolge soprattutto a Lane, l’assistente dello zio Tully, un diciottenne di origini francesi, taciturno e misterioso, nonché artista molto abile, che sa ricreare alla perfezione i modelli disegnati dal suo padrone e si preoccupa sempre di farlo felice.
A complicare il soggiorno di Katharine a Stranwyne non sono solo i sensi di colpa verso lo zio e i domestici. Strane cose accadono nella tenuta: misteriose risate, oggetti scomparsi e ricomparsi come per magia e, soprattutto, preoccupanti episodi di sonnambulismo e di perdita di memoria che fanno preoccupare Katharine per la propria salute mentale. Che il gene della follia sia ereditario?

Leggere questo romanzo, il primo di una trilogia, è stata un’esperienza meravigliosa. La scrittrice ha uno stile chiaro, ma complesso, ricco di dettagli che trascinano lentamente nel vortice della narrazione. Sharon Cameron ha creato questo piccolo mondo nel mondo, colorato e folle, pieno di personaggi misteriosi e accattivanti, che non sai se amare oppure odiare. È quasi come essere nel Paese delle Meraviglie, con un Cappellaio Matto per zio, una cameriera chiacchierona e sorridente come uno Stregatto e lunghi corridoi di porte che nascondono formule segrete e macchinari complessi. Come Alice, Katharine dovrà trovare se stessa in mezzo alla follia e imparare che non sempre ciò che appare normale lo è e viceversa.

Titolo: La fabbrica delle meraviglie
Autore: Sharon Cameron
Genere: Narrativa Fantastica
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 308
Anno: 2016
Prezzo: € 11,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Consigliato con: tè caldo, biscotti, stufa a legna, possibilmente al chiuso, mentre fuori piove.

L’autrice:
Sharon Cameron, insegnante di pianoforte, appassionata di teatro, è sposata e ha un figlio. Adora la Scozia, le storie in costume e gli indovinelli. Vive negli Stati Uniti, a Nashville, Tennessee.

Claudia

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13 modi di vedere una ragazza grassa (Mona Awad)

“Poi mi guarda e dice: «Tu hai una bellezza che è solo tua». Ogni volta che lo dice sorrido, anche se provo la sensazione che mi abbia abbandonata su un’isola deserta, portandosi via l’unica barca. Vorrei dirle non voglio avere una bellezza che è solo mia, niente affatto.”

Elisabeth, ragazza dolce e insicura cresciuta nella noiosa periferia di Misery Saga, in Canada, vive un rapporto conflittuale con il suo corpo, in grave sovrappeso, e con il resto del mondo, che pare giudicarla soltanto in base al suo aspetto fisico e approfittarsi del suo buon cuore solo perché è “grassa” e dunque disperata e bisognosa d’affetto. Dopo anni di delusioni amorose, di insulti e insicurezze, Elisabeth decide di mettersi a dieta e, grazie a una incredibile forza di volontà, riesce a perdere peso e ad entrare in quegli aderenti abiti a tubino che la madre ha sempre desiderato indossasse.
Ma la perdita di peso non porta a Elisabeth la felicità sperata. Continua a vedersi come una ragazza grassa, affama se stessa nell’ossessiva ricerca di un corpo perfetto, un ideale che le è stato inculcato fin dalla più tenera età dalla madre obesa, fan delle magrissime dive di Hollywood, e da un padre assente, che concepisce l’essere sovrappeso come una debolezza.
In tredici capitoli ci vengono mostrati frammenti della vita di Elisabeth, il modo in cui la sua mancanza di autostima si riflette sull’immagine che ha di sé e sulle persone che la circondano. Nonostante tutto il peso perso, è ancora una “ragazza grassa”: il cibo è il nemico, un peccato a cui ogni tanto ancora cede e poi se ne vergogna; le ragazze naturalmente magre sono “troie”, perché paiono deriderla per la sua mancanza di bellezza e perfezione.
È un mondo distorto il suo, in cui tutto gira intorno al suo aspetto fisico, ai suoi difetti, alla sua incapacità di essere amata per ciò che è. Ma quello che Elisabeth non ha ancora capito è che per essere finalmente felice deve imparare lei stessa ad amarsi.

Con la sua scrittura diretta, a tratti cruda, e sorprendentemente arguta, questo libro mi ha fatto piangere e riflettere molto. L’autrice denuncia la cultura odierna, che propone canoni estetici irraggiungibili ai più, e dipinge un personaggio estremamente umano, vulnerabile, pronto a cancellarsi pur di conformarsi allo standard di bellezza della nostra società.

Titolo: 13 modi di vedere una ragazza grassa
Autore: Mona Awad
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 280
Anno: 2017
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Soundtrack consigliato: “Scivoli di nuovo” di Tiziano Ferro (durante), “Perfect” di Pink (dopo).

L’autrice
Mona Awad è nata nel 1978 a Montreal, in Quebec, e cresciuta in Ontario. Ha studiato Letteratura Inglese alla York University e alla Brown University e sta conseguendo il dottorato in scrittura creativa alla Università di Denver. 13 modi di vedere una ragazza grassa è il suo primo romanzo, che ha vinto il premio Amazon come Miglior Libro d’Esordio ed è stato tra i finalisti del Giller Prize nel 2016.

Claudia