Lettore medio

Il mio mondo è a colori (Federica Xotti)

L’aria caldissima di luglio, un soffio bollente sul viso, appena fuori dal portellone dell’aereo: questa la sensazione che ricordo al mio arrivo a Marsa Alam, dopo quello che fu in assoluto il primo volo della mia vita.

Il giro del mondo… in 120 pagine. Credo sia questo il modo migliore per raccontare – in poche battute – “Il mio mondo è a colori” di Federica Xotti, pubblicato da Eretica Edizioni.
Nel 2010 Federica, poco più che maggiorenne, compie il suo primo viaggio. Al di là della destinazione – l’Egitto – questa esperienza le cambia la vita suscitando in lei due desideri: il primo continuare a viaggiare, il secondo raccontare le sue esperienze. Nasce così @travelliamo, un blog che, grazie ai social (il suo profilo Instagram conta oltre centomila followers), diventa molto popolare e le permette di scoprire sempre nuove mete e di entrare in contatto con culture quanto mai variegate. Complice il lockdown e la necessità di restare a casa, Federica seleziona alcune delle destinazioni che l’hanno colpita maggiormente e le condivide coi lettori attraverso una narrazione molto leggera dalla quale traspare tutto l’incanto di chi ruba da questi posti sensazioni che lasciano segni profondi nell’animo. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Il mio mondo è a colori”. Come è nato questo libro?

“Il mio mondo è a colori” è nato da un’esigenza che sentivo da un po’. Quella di scrivere un libro era un’idea che mi balenava in testa da qualche anno, con il desiderio – forse più emotivo che altro – di imprimere nero su bianco, con l’inchiostro, tutto ciò che fino a quel momento avevo potuto raccontare solo via web. Sebbene il mio lavoro sia totalmente digitale e si sviluppi dunque tra monitor e display, personalmente sento ancora parecchio forte l’attaccamento alla carta e dunque ci tenevo a compiere questo passo.
Tuttavia, a causa della mia attività di travel blogger e content creator, in questi ultimi anni – purtroppo o per fortuna – non ho mai avuto a disposizione il tempo necessario per dedicarmici. Con il lockdown, ho vissuto per la prima volta una situazione differente, dove i miei pensieri e le mie emozioni hanno avuto modo di muoversi, smuoversi e riordinarsi. Ho sentito che era proprio lui il momento giusto, quello in cui dedicarmi anima e corpo al mio progetto, spinta anche da una sorta di energia in più che – in una circostanza complicata come quella – mi spronava a non smettere di sognare, creare, produrre. E così è stato.

Immagino che la parte più difficile sia stata scegliere le destinazioni da raccontare all’interno del volume: qual è stato il criterio di selezione e perché ti sei affidata ai colori per raccontare ogni singola meta?

Onestamente, invece, per me è stato molto facile. Come scrivo nell’introduzione del libro, io riesco a percepire per davvero quella che è la mia vita da viaggiatrice come un’opera, un quadro, dove i colori primari sono lampanti, belli visibili e chiari all’occhio. Ecco perché non ci ho dovuto pensare troppo: non credo avrei potuto scegliere diversamente.

Della prima tappa – L’Egitto – mi ha colpito una considerazione: non sei stata tu a scegliere la destinazione; è stata lei a scegliere te. Ci spieghi in che modo?

La questione è che, senza volerlo, l’Egitto non solo ha inaugurato la mia vita da viaggiatrice ma ha continuato a essere una presenza costante, anno dopo anno. Non lo sceglievo io, lui capitava. Grazie al mio lavoro, nella maggior parte dei casi, i viaggi che compio mi vengono proposti e puntuale, a scadenza quasi regolare, l’Egitto si riproponeva, in periodi della mia vita diversi, in cui a ciascuna esperienza mi trovavo poi a dare un valore differente.

Ed è stato proprio in Egitto – in crociera sul Nilo – che ho incontrato Alessandro, il compagno con cui ho trascorso 3 anni della mia vita e con cui mi sono trasferita a Milano lasciando il mio piccolo paese di provincia in Friuli Venezia Giulia.

Dopo quel particolare viaggio, la mia vita, privata e professionale, è totalmente cambiata e non posso che ringraziare l’Egitto per questo!

Per la cronaca, oramai ci sono stata ben 10 volte.

È lecito pensare che il Kenya viva una sorta di contrappasso: tanta bellezza (soprattutto naturale) e tanta povertà?

Sì certo, è assolutamente così. Eppure questo non deve essere visto per forza come un neo, che può scoraggiare il viaggiatore nel visitare il Paese. Credo che sia doveroso per noi renderci conto dell’esistenza di certe realtà, in quanto vere, autentiche, contemporanee.
Visitare i villaggi locali, conoscere le persone che li vivono (portando anche qualche aiuto, se possibile) è immensamente arricchente. Si può imparare tanto e aiuta ad aprire gli occhi, anche semplicemente nei confronti di tutte quelle piccole cose belle della vita che noi “occidentali” diamo troppo spesso per scontate.

Parli di Tikehau – località polinesiana – come del posto più bello del mondo. A distanza di tempo – e di altri viaggi – hai cambiato idea o resti della stessa opinione?

Penso sia necessario fare un chiarimento sul concetto di bello, per intenderci al meglio: quella che io do è una valutazione puramente estetica, a colpo d’occhio. Tikehau è una cartolina, non c’è molto altro da dire.
L’abilità di un viaggiatore – ma non solo – è sicuramente quella di riuscire a trovare il bello ovunque, in qualsiasi situazione, dunque di luoghi e scorci belli il mondo abbonda, persino poco oltre la porta di casa, probabilmente. Tikehau, però, è un’altra storia.

Il viaggio in Patagonia è stato un esame di maturità: lasciare la comfort zone per arrivare pronti, fisicamente e psicologicamente, a raggiungere i confini del mondo. Confermi?

Completamente! E ammetto che, fino alla fine, non ero certa al 100% di essere in grado di farcela. Non tanto in senso stretto – sarei tornata a casa sana e salva senza ombra di dubbio – ma più che altro in termini emotivi ed esperienziali. Non ero sicura di essere capace di godermi l’avventura, di apprezzarla e di portare via con me un bel ricordo: ebbene, mi sbagliavo!
Credo che nella vita mettersi alla prova sia fondamentale, per evolversi, per crescere ma anche per conoscere meglio sé stessi. Dopo quel viaggio, per esempio, ho molta più fiducia in me.

La Thailandia, ma probabilmente l’Asia in generale, è uno di quei territori in cui la modernità e la tradizione convivono perfettamente lasciando segni profondi nel viaggiatore. Quale sensazione hai portato con te da quel viaggio?

La Thailandia stupisce e conquista proprio per i suoi contrasti, per quei suoi scenari così diversi che – però – risultano essere incredibilmente armonici e in equilibrio. Della Thai e dei thailandesi ho portato con me lo spirito, quella loro sensibilità ed educazione rara. Una sorta di modus vivendi del tutto differente dal nostro, caratterizzato da una delicatezza e pacatezza paradossale, specie pensando a una megalopoli come Bangkok con i suoi oltre 10 milioni di abitanti.

Il Senegal sembra essere la metafora della bellezza del dolore. Il mal d’Africa ha colpito anche te?

Senza ombra di dubbio! Il Mal d’Africa esiste e colpisce indistintamente, anche il viaggiatore più rodato. È un sentimento che certamente mi si era sviluppato già prima, grazie a precedenti viaggi nel continente, ma sicuramente le mie due esperienze così intense in Senegal l’hanno reso ancor più forte e radicato dentro di me.
Il calore, l’accoglienza e l’indiscutibile bellezza di questo Paese non possono lasciare indifferenti!

Da cittadina del mondo quanto è difficile vivere questo momento di restrizioni?

È complicato, non c’è dubbio. Il mio ultimo viaggio all’estero risale a gennaio 2020 (in Thailandia, per la mia seconda volta) e dopo così tanto tempo sento sempre più impellente il desiderio di prendere un aereo e volare lontano.
Non che io non abbia viaggiato, specie quest’estate. Ho scelto di dedicare la stagione alle (ri)scoperta dell’Italia e così sono stata in Sicilia, successivamente a Napoli e in Costiera Amalfitana e poi mi sono goduta una splendida settimana on the road in Puglia; eppure il richiamo del mondo non cessa. Ho voglia di tuffarmi in una cultura nuova, in usi e costumi diversi, perdendomi ad ammirare panorami diametralmente opposti ai nostri. È qualcosa di più forte di me.
Tuttavia, non mi sento di essere negativa: torneremo a viaggiare e – se possibile – sarà ancor più bello di prima!

Cosa ti aspetti da questo libro?

Nessuna aspettativa, sono sincera.
Ho scritto questo libro prima di tutto per me stessa e già il fatto di poterlo tenere fra le mani per me è una grande vittoria.
La cosa che mi rende felice – questo sì – è il ricevere spesso il feedback di chi mi segue sui social e che ha deciso di acquistarlo e leggerlo. Ho ottenuto davvero molti riscontri positivi e belle parole.
L’espressione più frequente – e probabilmente quella che mi dà più soddisfazione – è: “Leggendolo, mi sembrava quasi di viaggiare con te”. In fin dei conti è proprio ciò che speravo!

Titolo: Il mio mondo è a colori

Autore: Federica Xotti

Genere: Narrativa di viaggio

Casa editrice: Eretica edizioni

Pagine: 109

Anno: 2020

Prezzo: € 13,00

Tempo medio di lettura: 1 giorno

Consiglio di lettura: “Il giro del mondo in ottanta giorni” di Jules Verne; “In Patagonia” di Bruce Chatwin; “Uno scià alla corte d’Europa” di Kader Abdolah.

L’autrice
Federica Xotti è travel blogger, influencer e autrice del blog travelliAMO. Nota sul web e sui social network dove condivide viaggi e quotidianità, vive di mondo ed emozioni, in costante compagnia della sua community virtuale.

Paquito

Lettore medio

Mr. Scarabocchio (Jim Capobianco e Laura Cantone)

Alcuni lo chiamano Errore. Ma tu puoi chiamarlo Mr. Scarabocchio, se vuoi portargli un po’ di rispetto.

L’elogio dell’imperfezione. Credo sia questo il modo migliore per raccontare “Mr. Scarabocchio”, il racconto illustrato a cura di Jim Capobianco e Laura Cantone edito da Clichy.

Mr. Scarabocchio è, infatti, una creatura indefinita nata al centro di un foglio di carta. Una macchia grigia e marrone costretta a convivere con un dubbio: cos’è?

Un errore? Una trovata geniale abbandonata troppo in fretta? O magari una storia tutta da scrivere. Molteplici sono le risposte che da l’autore e ancora di più quelle che potrà trarre il lettore durante la lettura di una storia il cui arco narrativo potrebbe essere teso all’infinito.

Mi piace pensare che Mr. Scarabocchio sia la metafora dell’opportunità. Quella di riflettere, di porre rimedio a un errore (grande o piccolo poco importa), ma soprattutto di darsi una, dieci, cento, mille possibilità. Il testo è dichiaratamente rivolto a un pubblico di piccoli lettori, tuttavia anche gli adulti apprezzeranno la storia di questo personaggio dal multiforme aspetto, anche grazie alle illustrazioni di Laura Cantone che valorizzano la tematica di fondo della storia: il cambiamento. Quello dettato dal corso degli eventi e quello auspicato da ognuno di noi.

Titolo: Mr. Scarabocchio

Testo:Jim Capobianco

Illustrazioni: Laura Cantone

Genere: Racconto illustrato

Casa editrice: Clichy edizioni

Pagine: 32

Anno: 2020

Prezzo: € 17,00

Dopo aver letto questo racconto: Scarabocchiare un foglio e da lì far nascere una storia!

Tempo medio di lettura: 30 minuti

L’autore

Jim Capobianco è uno dei più influenti autori di film d’animazione negli Stati Uniti. Inizia la sua carriera presso la Disney lavorando sulla sceneggiatura del Re Leone. Passa poi alla Pixar, dando un contributo decisivo a film come Alla ricerca di Nemo, Up e Inside Out. Nel 2008, con Ratatouille, riceve una nomination al Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Di recente ha partecipato alla realizzazione di Il ritorno di Mary Poppins.

L’illustratrice

Anna Laura Cantone nasce ad Alessandria nel 1977. Si laurea in Illustrazione per bambini all’Istituto Europeo di Design di Milano e inizia subito a collaborare con riviste del settore, editori italiani e stranieri. All’attività di illustratrice affianca quella espositiva e quella didattica. Sono numerose le sue pubblicazioni tradotte all’estero, così come i riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio Andersen 2003, la selezione alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna 2002, 2004 e 2005, alla Biennale di Bratislava 2003, Books Sheffield Awards 2008, all’American society of illustration di New York e alla fiera Tibe di Taiwan e Taipei del 2004.

Paquito

Lettore medio

Tutto il contrario (Silvia Borando)

Dentro, fuori, alto, basso,
i contrari sai che spasso!
Ma il contrario del contrario?
… Capovolge lo scenario!

Ogni cosa ha il suo contrario. Figuriamoci le storie.
È un gioco di prospettive quello che Silvia Borando utilizza all’interno di “Tutto il contrario”, il suo nuovo racconto illustrato edito da minibombo. Situazioni di una straordinaria ordinarietà che, ribaltandosi, divengono ancora più singolari e divertenti.

Un elefante sotto la pioggia può divenire, infatti, un accogliente ombrello per una lucertola che, a sua volta, potrebbe ritrovarsi travolta da un temporale se lo stesso elefante emette acqua dalla proboscide. E così via con una serie di animali che permettono questo spassoso gioco di specchi e situazioni capovolte.

Come in altri circostanze mi ritrovo qui a recensire, divertito, un nuovo lavoro di Silvia Borando che – come in passato – stimola i lettori a guardarsi intorno e a non accontentarsi di quel che l’occhio vede. Talvolta, sembra dire la sua storia, basta spostarsi di un passo per vedere una realtà completamente trasformata.

Giunge così il momento di lasciarle la parola.

“Tutto il contrario”. Come è nata questa storia?

Il mio desiderio era quello di creare un libro sui contrari un po’ insolito, dove poter esplorare il ribaltamento degli opposti da un punto di vista diverso, in cui nulla è valido per sempre, niente è immutabile e tutto può cambiare improvvisamente!

Uno dei messaggi che il libro vuole lanciare è: non esiste un solo modo di vedere le cose ma molteplici prospettive dalle quali guardare il mondo. Corretto?

Corretto! È un tema al quale tengo molto, che mi ha sempre incuriosito, e ritorna in diversi dei miei libri.

Anche stavolta gli animali si trasformano in uno straordinario veicolo narrativo per educarli al valore della differenza. Quale tra le illustrazioni ritieni sia la più significativa?

Forse la prima illustrazione, quella di apertura, dove si osserva il confronto tra il pulcino e il verme, che si alternano nell’essere prima fortunati poi sfortunati. Mi sembra che dia un taglio di lettura a tutto il libro, che sottolinei il messaggio che le cose prima o poi gireranno sempre e che la prospettiva cambierà!

Quali sono stati i primi feedback dei lettori (sia grandi che piccoli)?

Purtroppo il momento delicato che stiamo vivendo non mi ha permesso di vedere dal vivo le reazioni dei lettori, ma da quel che mi è sembrato di scorgere sul web, tra i vari blog e articoli che citano “Tutto il contrario”, le reazioni parrebbero davvero positive!

Come e quanto sta cambiando il mondo dell’editoria per l’infanzia dopo il lockdown?

È molto difficile rispondere a questa domanda, dal nostro osservatorio possiamo dire che ci sembra che il mondo dell’editoria per l’infanzia non stia cambiando, ma stia attentamente prendendo le misure per allinearsi a questa momentanea situazione.

Salutaci al contrario.

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Titolo: Tutto il contrario

Autori: Silvia Borando

Genere: Letteratura per l’infanzia

Casa editrice: minibombo

Pagine: 24

Anno: 2020

Prezzo: € 12,90

Tempo medio di lettura: 20 minuti

Suggerimenti di lettura:Affamato come un lupo” e “Gabbiano più, gabbiano meno” di Silvia Borando.

L’autrice

Silvia Borando è nata nel 1986. Da piccola voleva fare la parrucchiera per tingere i capelli di fucsia alla zia. Da grande mantiene la sua passione per i colori lavorando come grafica nello studio TIWI; coordina inoltre il progetto minibombo. Vive tra Trecate e Reggio Emilia e il suo animale preferito è il riccio.
Paquito

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Redenzione (Chiara Marchelli)

Quando il comandante si arrampica fuori dal fosso, riconosce subito l’uomo che ha telefonato. Cesare Ceccacci, tartufaio. ‟Cece”, lo chiamano. Maurizio si ricorda di lui per la storia dei cani avvelenati, qualche anno fa. Tra tartufai si erano ammazzati i cani a vicenda e ne era venuto fuori un bordello di denunce dove alla fine era colpa di tutti.

«Comandante Nardi, questo caso è suo».
Questa il primo commento dopo la lettura di “Redenzione”, il nuovo romanzo di Chiara Marchelli edito da NN Editore. Una detective story che si attiene a un registro consolidato (in questo caso la sparizione di due donne) ma che non delude le aspettative. Il tratto distintivo di quest’indagine, che si svolge a Volterra, è senza dubbio nella vastità di temi affrontati dall’autrice: l’anoressia, la malattia mentale e i rapporti familiari.

Torno a leggere con piacere il romanzo di un’autrice che, fin dagli esordi, si è distinta per la capacità di scavare in profondità. Ogni personaggio fa i conti col proprio passato e con le aspettative di un futuro che appare quanto mai incerto. Nessuno di loro ha paura di piangere; nessuno teme di mettersi in gioco correndo dei rischi ma pure, come nel caso del comandante Nardi, avvicinandosi sempre di più alla verità.
Un personaggio, quest’ultimo, pronto alla sfida della lunga serialità. Di Nardi e di molto altro parliamo con l’autrice, nostra ospite.

“Redenzione”. Come è nato questo romanzo?
“Redenzione” è nato dal mio desiderio di scrivere di alcuni temi, quali l’anoressia e il disagio mentale. Non ha avuto una genesi molto diversa rispetto ad altri libri che ho scritto. Mi era già successo di voler esplorare un tema e muovermi da lì per arrivare alla storia e ai personaggi. Ciò che è cambiato è la declinazione, che in questo caso utilizza la cornice del genere.

Cominciamo dal protagonista: Maurizio Nardi. Un po’ Maigret (per gli spigoli caratteriali), un po’ Sherlock Holmes (per le capacità deduttive), un po’ Montalbano (per lo zelo e la capacità di creare empatia). A quale patrimonio, letterario e non, hai attinto per creare questo personaggio?
Non ho modelli di riferimento tra i commissari e i detective della letteratura di genere, ho modelli e ispirazioni presi dalla vita quotidiana. Volevo che Nardi fosse un uomo, un uomo normale, prima di tutto.

Volterra è il set della storia. Al di là degli espedienti narrativi (che non sveliamo) perché hai scelto questa cittadina pisana come ambientazione?
Perché riesco a scrivere soltanto di luoghi che conosco e Volterra, dopo averla frequentata per un paio d’anni, mi è diventata abbastanza familiare da poterci ambientare un romanzo senza che il risultato suonasse posticcio o artificioso (o così mi auguro). Non credo che Volterra sia necessariamente più adatta a questo romanzo rispetto ad altre città, se non per il fatto che parte della storia è ambientata all’ex-manicomio. L’intento era anche quello di portare in superficie, laddove si muove la “normalità”, vite ed esperienze che ci paiono sempre altrove, e altrui.

È un romanzo, questo, che parla di donne: Lara (la moglie del comandante Nardi), Isa, Giorgia, Malina e Rita (che conosciamo attraverso le sue lettere), senza dimenticare le altre comprimarie. Un gioco di squadra al femminile funzionale alla trama ma non solo. Quale è il punto di contatto tra questi micro-mondi così differenti tra loro?
Questa risposta sta al lettore. Più in generale credo che la logica interna di un romanzo risieda anche nella coesione intima tra storia, personaggi, ambientazioni, che sono necessariamente in intima conversazione tra di loro. Uno chiama l’altro, in un certo senso. E se queste donne in qualche misura si chiamano a vicenda, è altresì vero che gli esseri umani, nel momento in cui le loro storie si sfiorano (fisicamente o meno), creano un contatto. È il principio dell’essere umani: siamo in continua comunicazione gli uni con gli altri, per nostra semplice, essenziale natura.

“Redenzione” invita a una riflessione sulla condizione dei manicomi e su quanto la detenzione in istituti del genere abbia lasciato segni indelebili sul corpo e nella mente dei pazienti. Attraverso Rita hai dato voce a migliaia di persone private della loro libertà e, talvolta, della loro dignità umana. Riflessione condivisibile?
Più che dare voce a chi voce non ha avuto, la mia intenzione forse più consapevole mentre scrivevo era quella di normalizzare l’eccezionale. L’anoressia, la depressione, il disagio mentale vengono ancora e spesso relegati a sfere distanti – cose che succedono agli altri – e invece non è così: si tratta di malesseri comuni, per cui bisogna fare uno sforzo di smitizzazione e avvicinamento. Parlare di un malessere, di molti malesseri, aiuta non solo a provare a capire ciò che non conosciamo, ma anche a rendere meno spaventoso ciò che ci abita.

Tecnicamente parlando: hai giocato coi piani temporali. Quanto è stato difficile ma nel contempo stimolante un lavoro del genere?
Molto, moltissimo. Ho dovuto immaginare e sperimentare scenari, soluzioni, alternative. Parlare da sola, fare e disfare, prevedere e ribattere. È stato esaltante e, nonostante la disciplina necessaria a costruire una struttura che tenesse in ogni punto, liberatorio.

Il personaggio del comandante Nardi si presta, senza dubbio, alla lunga serialità. Lecito chiederti: tornerà?
Speriamo! Mi fa molta simpatia e qualche suggestione ce l’ho. Vediamo dove porterà.

Restando in tema: ti spaventa diventare un’autrice seriale oppure ti stimola il confronto con personaggi del genere consapevole delle numerose evoluzioni di cui potrai essere artefice?
Né l’una né l’altra. Quello che vorrei è essere il più possibile libera. Libera di sperimentare, cercare, allargare, deviare, provare strade che non avevo mai immaginato. Vorrei darmi la possibilità di cambiare. Di seguire la naturale evoluzione della mia persona: quella della donna e quella della scrittrice.
Non sempre siamo abbastanza lungimiranti e generosi da assecondare certe pulsioni. Ci facciamo paura da soli, o temiamo il confronto con gli altri. Io vorrei questo: continuare a essere un’autrice che non ha (troppa) paura di scegliere i sentieri meno frequentati. E se la paura c’è, raccogliere abbastanza coraggio da procedere lo stesso. Con più o meno patimento e resistenze l’ho fatto sinora. Tanto vale arrendersi alla natura e alla verità di chi siamo nel profondo, e fidarsi.

Cosa ti aspetti da questo romanzo?
Non mi aspetto niente. Spero molto, invece. Spero che raggiunga le persone, spero che sia ben accolto e che abbia la capacità – rara, me ne rendo conto – di spostare, anche se di poco, lo sguardo dell’altro.

Titolo: Redenzione

Autore: Chiara Marchelli

Genere: Detective story

Casa editrice: NN Editore

Pagine: 315

Anno: 2020

Prezzo: € 17,00

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Consiglio di lettura: “Il ladro di merendine” di Andrea Camilleri; “Le lacrime del coccodrillo” di Maurizio De Giovanni.

L’autrice
Chiara Marchelli è nata ad Aosta e si è laureata in Lingue Orientali a Venezia. È autrice di romanzi, una raccolta di racconti e un saggio su New York, la città dove vive. Insegna Letteratura Contemporanea, Traduzione e Italiano alla New York University e Scrittura alla Scuola Holden. Nel 2017 ha pubblicato “Le notti blu” (Giulio Perrone Editore), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega. Nel 2019 NNE ha pubblicato il suo romanzo “La memoria della cenere”.

Paquito

Lettore medio

La notte si avvicina (Loredana Lipperini)

Ogni pestilenza esige un solo colpevole, un untore, un contagiato venuto a morire da lontano.

C’era una volta la peste. Adesso c’è ancora.
Credo si possa sintetizzare in questo modo “La notte si avvicina” il nuovo romanzo di Loredana Lipperini edito da Bompiani.
Vallescura è una piccola località marchigiana la cui quotidianità viene sconvolta da un evento che sfugge a qualsiasi controllo: un virus che, iniziando a diffondersi in modo rapido e inesorabile, decima la popolazione. La notizia, diffusasi nei territori limitrofi, porta all’intervento dell’esercito e alla chiusura immediata dei confini. Comincia così una quarantena quanto mai silenziosa, poiché i mass media sembrano ignorare l’evento. Cosa si farà per salvare gli abitanti di Vallescura e mettere fine al contagio?

Al di là del momento che stiamo vivendo, il romanzo è di grandissima attualità poiché l’autrice racconta, innanzitutto, le dinamiche di una piccola comunità: quella nella quale tutti si conoscono e all’interno della quale vengono guardati con sospetto gli estranei. Maria, una donna che tenta con fatica di lasciarsi il passato alle spalle (fatto di lutti e altri problemi familiari), viene costantemente tenuta d’occhio e cade vittima dei pregiudizi nel momento in cui si manifesta l’evento virale. Che sia stata lei a scatenare il contagio?

Al lettore il compito di scoprirlo non prima di aver camminato tra le strade di questa cittadina nella quale non si sentono gli odori della natura o il suono rassicurante del mare. È una terra resa bollente dall’assenza di vento e da un dolore che ogni personaggio si trascina dietro infettando gli altri e costringendoli a fare i conti con sé stessi e con le proprie angosce. Da sempre vittima della superstizione, la comunità di Vallescura reagisce all’epidemia inscenando un’autentica caccia alle streghe: è Maria ad aver lanciato un anatema. O forse no?
Non aggiungo altro lasciando la parola all’autrice.

“La notte si avvicina”. Come è nato questo romanzo?
Ragionando, da diversi anni, sulla nostra progressiva “disaffezione dello spirito”, come gli antichi cronisti definivano lo stato d’animo che precede una pestilenza, sul nostro disinteresse, sull’assenza di polis. Una residenza letteraria a Lampedusa, nell’estate del 2016, mi ha fornito la forma del romanzo: da quel momento ho cominciato a pensare di raccontare un’epidemia di peste che colpisce un luogo chiuso, un piccolo paese delle Marche, nel 2008, l’anno della grande crisi economica e il culmine, anche, del nostro scontento.

Il periodo che stiamo vivendo rende il tuo libro quanto mai attuale, tuttavia la peste (intesa come evento in grado di cambiare le sorti di intere comunità) non passa mai di moda e tante, troppe volte, spinge le persone a trovare un colpevole che venga da lontano (che sia la città limitrofa o un altro continente). Riflessione condivisibile?
Da sempre. Studiando le cronache delle pestilenze questa ricerca dell’untore è ricorrente: comprensibile, anche, perché è più semplice identificare una sola causa, possibilmente umana, che spieghi le nostre paure. Dalla Colonna infame alla caccia al runner è cambiato pochissimo.

Un libro del genere richiama in maniera forte “La peste” di Camus (citato in epigrafe) e “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Quale altro evento (letterario e non) ti è servito come fonte d’ispirazione?
Oltre ai testi che riguardano specificamente le epidemie, sicuramente “La montagna incantata” di Thomas Mann. Anche in quel caso c’è un’epidemia, se ci pensi, perché la tubercolosi ha colpito più lentamente ma ha mietuto un numero enorme di vittime. Anche in quel caso c’è un luogo chiuso, il sanatorio, e c’è un disinteresse individuale verso i grandi e terribili cambiamenti cui il mondo va incontro.

Oltre a essere una delle protagoniste, Maria è la metafora di una condizione: quella delle donne costrette a rinunciare ai propri affetti e a essere stigmatizzate per colpe che forse non hanno. Possibile che nel 2020 esistano ancora le streghe?
Possibilissimo. Basta passare una giornata su un social network per verificare quanto sia frequente la caccia alla figura femminile autorevole e capace di parola e sapienza, come le streghe erano.

Chiara, Maria, Saretta, Aurora: il tuo romanzo è un collage di storie. Tante voci che convergono nell’urlo assillante di una comunità. Lecito chiederti quanto c’è di vissuto in questi personaggi e quanto la realtà circostante (intesa come quotidianità e fatti di cronaca) ti abbia ispirato.
Beh, il romanzo è fatto anche di fatti di cronaca. Cronaca nera, intendo. Una delle protagoniste, Chiara, ne è ossessionata al punto di annotare ogni episodio sul suo taccuino. Anche Saretta lo fa. E Maria ne è turbata pensando che annuncino la sua stessa sorte. Mi colpiva la smemoratezza con cui ci emozioniamo, ci indigniamo e poi non ricordiamo più di averlo fatto, anche se abbiamo l’illusione di partecipare ogni volta allo stesso rito. Ma capire il male, che è quanto dovremmo in effetti fare, è impossibile se ci si ferma alla cronaca. È la letteratura a dover svolgere questo compito. Come ha fatto, per esempio, Nicola Lagioia in quel romanzo magnifico e terribile che è “La città dei vivi”. Anche quello, per ventura, iniziato nel 2016 e uscito pochi giorni prima del mio.

Se dovessi cercare un hashtag per il tuo romanzo credo che #fatalità possa essere quello giusto. In fondo la realtà ci insegna che per quanto si possa prevedere tutto c’è sempre qualcosa in grado di sorprenderci.
Potrebbe essere. Oppure, chissà, potrebbe essere proprio #memoria. È quello che dimentichiamo a ucciderci ogni volta.

Un romanzo uscito in piena pandemia è una scommessa per l’editore e per l’autore, al quale però viene, più del solito, concessa la vetrina dei social. Quali sono stati i primissimi feedback?
Molto buoni, e di questo sono grata. Del resto, condivido la stessa sorte con molti bravissimi colleghi. In compenso abbiamo tutti la possibilità di raggiungere più persone di quanto avremmo fatto fisicamente. È già molto.

Cosa ti aspetti da questo romanzo?
È il fedele lettore a doverlo dire. Non è più mio.

Titolo: La notte si avvicina

Autore: Loredana Lipperini

Genere: Romanzo di formazione-apocalittico

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 345

Anno: 2020

Prezzo: € 18,00

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Consiglio di lettura: “La peste” di Albert Camus; “La montagna incantata” di Thomas Mann; “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni

L’autrice

Loredana Lipperini è scrittrice, saggista, giornalista e conduttrice del programma radiofonico Fahrenheit. Il suo blog Lipperatura, attivo dal 2004, è un punto di riferimento per la discussione letteraria, culturale e politica.
Con Bompiani ha pubblicato il romanzo “L’arrivo di Saturno” (2016), la raccolta di racconti “Magia nera” (2019) e la nuova edizione del saggio “Non è un paese per vecchie”.

Paquito

Lettore medio

Intervista alla sposa (Silvio Danese)

Lei vuole sapere da me chi era mio marito? Perché forse non lo so nemmeno io, cioè non sapevo. Nemmeno io.

E se fosse il carcere il luogo migliore nel quale provare a rinascere? Questa la domanda che mi sono rivolto al termine della lettura di “Intervista alla sposa”, il nuovo romanzo di Silvio Danese edito da La Nave di Teseo.

Stefania decide di raccontare la propria vicenda personale – la detenzione a seguito dell’omicidio dell’ex marito – a uno scrittore che desidera raccontarne la storia. O forse no. Forse l’autore ha in mente la rivalutazione di una donna etichettata come assassina tenendo conto solo di atti processuali che, per quanto giusti, non offrono il quadro d’insieme formato dai frammenti del suo passato.

La narrazione, affidata quasi esclusivamente al dialogo, è fluida grazie al continuo botta e risposta tra i due personaggi e alle considerazioni di ognuno dei due in momentanee digressioni che non interrompono il flusso della storia anzi, regalano loro una profondità che, di fatto, contribuisce a renderli ben delineati. Questo anche perché Danese osserva da molto vicino, quasi fossero sotto una lente di ingrandimento, i due personaggi che di certo non si limitano a interpretare una parte pur essendo, in qualche misura, la rappresentazione di un moderno topos: Stefania delle tante donne costrette, loro malgrado, a una reazione forte in risposta alle violenze domestiche e, soprattutto, all’indifferenza delle istituzioni. Lo scrittore, invece, dell’ossessione, quella che – prima o poi – s’insinua in ognuno di noi. Sarà questo il motivo dell’empatia che si crea tra personaggi e lettori, e che spinge quest’ultimi a una piacevole dipendenza dalle pagine di questo romanzo?
E adesso la parola all’autore.

“Intervista alla sposa”. Come è nato questo romanzo?

Cercando una forma per rispondere a un bisogno: capire meglio che cosa stava succedendo. Parlo di fine 2013. Mi sono trovato a raccogliere ritagli di cronaca di fatti identici, apparentemente identici, in realtà mai nuovi, anzi eterni: donne che cadevano come birilli, mogli, ex mogli, fidanzate, sorelle, compagne, tutte assassinate dai partner, nelle famiglie, nelle case dove nessuno può entrare. Ci sono due definizioni ambigue, anzi una di scellerata superficialità mediatica, che funzionano da alibi per dare un’occhiata ai titoli dei giornali, provare una pacata indignazione, e girare pagina: femminicidio (che ha tuttavia una sua valenza semantica storica e sociale) e amore criminale, su cui non voglio dire una parola in più. Il vero problema era trovare la strada giusta per raccontare fino in fondo, con coraggio, ogni risvolto, fatti, emozioni. Sono comparsi due personaggi a un tavolo, poi diventati Stefania e lo scrittore in cerca di una storia per un libro. Credo di aver intuito che dovevo stare lì con loro, ovvero se fossi riuscito a tenere inchiodato me e il lettore lì con loro avrei potuto aprire qualsiasi finestra per raccontare tentando di capire, e qui si tratta di un tentativo di comprendere l’incomprensibile: perché un uomo elimina una donna, prima ancora che un marito una moglie, un padre la madre dei suoi figli, un amante un corpo amato. Il fatto è che Stefania, la protagonista, ha ribaltato il suo destino, ha intuito che qualcosa poteva accadere, forse ha preparato una difesa, forse non è stata creduta… Non riveliamo troppo. Il problema per lo scrittore è però come raccontare una storia come questa, scartare le sciocchezze, trovare il punto di vista giusto. La soluzione di questo problema è fondamentale. Ce la farà? Come?

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Mi piace considerare “Intervista alla sposa”, innanzitutto, come un romanzo di formazione. Stefania, attraverso una serie di flashback, racconta la sua vita – dall’infanzia alla detenzione – e le conseguenti trasformazioni cui gli eventi sottopongono e le persone che le orbitano intorno. Riflessione condivisibile?

Non solo condivisibile. Mi aiuta a capire quanto funzioni la struttura del tempo in questo romanzo. Ed è una struttura non solo non-lineare, non solo scomposta tra la memoria di Stefania nel suo ventennale matrimonio e il tempo mentale dello scrittore che raccoglie la testimonianza, ma addirittura affidata quasi interamente alle mani del lettore. Mi spiego. Diviso in cinque parti, corrispondenti alle cinque giornate degli incontri tra Stefania e il suo interlocutore, nella sua linea temporale principale il romanzo procede dalle parole di Stefania, ma lo fa senza barare: seguiamo la ricomposizione di una vita (il primo incontro con Dino, i primi segni di dominio nella coppia, i figli, e così via) secondo il disordine delle emozioni e dei ricordi, al punto che spesso si torna indietro e si riprende, poi si va avanti poi si torna indietro un pezzetto. La vita di Stefania si compone  davanti agli occhi del lettore come una statua da un pezzo di marmo. Se, spero, ci troviamo in un romanzo formalmente del nostro tempo (per intenderci, gli esempi più alti, magistrali, De Lillo, Pynchon o Bolano, e mi raccomando, di non fraintendere il confronto), il lettore assiste alla formazione della statua, ma vede e legge anche le scorie che saltano nella lavorazione. Assistiamo in realtà alla formazione di Stefania come protagonista della sua vita, dunque come personaggio per il libro che vuole scrivere lo scrittore, nonché a quella dello scrittore come personaggio.

La voce narrante non ha un’identità, tuttavia appare un personaggio ben delineato: curioso di saperne di più su Stefania, sulla natura del suo gesto, ma soprattutto ossessionato dalla storia alla quale sta lavorando. Quanto c’è di vissuto in un metodo di lavoro del genere e quali sono state le fonti di ispirazione?

Lo scrittore sceglie Stefania da un inventario di casi analoghi, comunque selezionati nella cronaca tra donne sopravvissute a un tentativo di eliminazione da parte del partner. Stefania è in carcere perché non è riuscita a dimostrare la legittima difesa, una notte, quella fatidica dell’ultimo incontro? Che cosa è successo veramente quella notte? Forse Stefania è riuscita ad affermare la vita sulla morte, per una volta. Incontrando anche lei, lo scrittore resta colpito dalla personalità offesa e insieme reattiva e si rende conto man mano che la vicenda di Stefania è quella giusta: scandagliare una vita normale, un lungo ménage borghese, una famiglia, in realtà un percorso di frustrazioni, speranze, omertà, dolore e sacrificio, per salvare figli e matrimonio, e la paura… Senza svelare troppo, diciamo che tra Stefania e lo scrittore nasce un rapporto ambiguo, di progressivo svelamento reciproco, forse una strana amicizia. L’identità dello scrittore è l’io narrante, lo scopriamo sempre meglio mentre racconta la storia di Stefania. Da un lato, trascrivendo dopo ogni incontro le parole di Stefania, si rende conto che il romanzo è già questo, il loro incontro. Dall’altro lato si trova puntualmente a confrontarsi con i meccanismi del dominio, domandando a sé stesso quanto ogni maschio sia coinvolto. Lo scrittore crede di poter manipolare il suo personaggio, anzi di averne il controllo. Un colpo di scena finale non solo ribalta le posizioni di partenza, ma, spero, permette di ripercorrere la vicenda in una prospettiva diversa, forse più profonda. I casi di cronaca sono tanti, purtroppo ripetitivi anche nella dinamica. Ma la vera fonte è la sollecitazione dell’immaginazione al lavoro con sulla scrittura, se funziona un libro è questo che funziona.

Tra i numerosi spunti del libro vi è quello della violenza domestica. Dino sfoga su Stefania frustrazioni e istinti animaleschi. Quanto è stato difficile, ma nel contempo stimolante, affrontare un tema così delicato?

Difficile lo è stato, a volte insopportabile, ma per la scelta di una scrittura necessaria, questo il vero tormento: la sfida stilistica. Restare lontani dal voyeurismo e nello stesso tempo accompagnare me stesso, e con me spero il lettore, a immaginare, sentire, scoprire quel che non viene raccontato né dalla cronaca né da subdoli programmi televisivi, anche i risvolti meno riferibili, ma rivelatori. Potrei dire, con la stessa battuta del personaggio dello scrittore: io in fondo che cosa c’entro con tutto questo? Credo di aver scritto 530 pagine per tentare una risposta.  

Una scrittura sensoriale, la tua, fatta di voci e suoni che passano attraverso una cuffia, sguardi dentro cui riflettersi per cercare di carpire chissà quale segreto inconfessabile e di un contatto fisico assai spesso violento. Cosa volevi trasmettere al lettore?

Alla fine di ogni incontro lo scrittore torna a casa e sbobina. È quello che chiama il presente più presente. Siamo minuto per minuto con Stefania, nelle stanze del carcere, quasi ad ascoltare il loro respiro, la luce che varia, le posizioni, quella che psicologi e semiologi chiamano la pragmatica della comunicazione umana e per me significa non mollare il tempo, lo spazio e l’uomo che li abita. Da lì si apre il respiro di questa storia. Credo conti qualcosa la mia esperienza teatrale negli anni giovanili. Anche il mio lavoro, credo, conti qualcosa. Sono spettatore professionale di film, ovvero sono un critico cinematografico. Non riesco a dire quanto possa contare vedere per decenni 400 film l’anno, ma nello stesso tempo so che non conta nulla se la scrittura non si impone e lavora. Non sai bene che cosa stai trasmettendo al lettore se non diventando il lettore critico di te stesso. Poi dal libro, a ciascuno il suo…

Le carceri sono contenitori di storie, ma soprattutto di sfoghi. Cartoline ingiallite di vite spezzate, rughe che segnano i volti turbati da patologie psichiche. Tuttavia il carcere può essere anche la camera di echi per far nascere una storia. Può la letteratura avere un effetto catartico in contesti del genere?

In realtà, in un primo momento io non avevo capito dove si trovavano questi due personaggi. Ho incominciato a scrivere i dialoghi seguendo una drammaturgia di situazione. Poi la vicenda di Stefania, assolta in primo grado e condannata in secondo, ha posizionato i personaggi. Ed è venuto fuori il personaggio di Livia, la direttrice del carcere, senza la quale, ammettono sia Stefania che lo scrittore, non si sarebbero mai incontrati. Mi ha ispirato in questo caso la straordinaria ex direttrice del carcere di Bollate, che conosco poco e stimo moltissimo, Lucia Castellano, ora al Ministero di Grazia e Giustizia. Con lei solo una telefonata finale per non commettere errori grossolani. Dunque, mai stato in un carcere, ma non ho evitato di approfondire informazioni con libri e documenti dagli istituti penali italiani. La clausura vive in Stefania, spero, condiziona la prospettiva, e nel finale ha anche un ruolo catartico. Lo dice: se non fossero ore concesse in più, un modo per incontrare qualcuno, non avrebbe mai rinunciato alle udienze con i suoi figli. E condiziona anche il percorso dello scrittore, che passa dalla stanza del carcere alla solitudine del suo studio per scrivere.

Cosa ti aspetti da questo libro?

Come sempre, di essere letto.

Titolo: Intervista alla sposa

Autore: Silvio Danese

Casa editrice: La Nave di Teseo

Genere: Romanzo di formazione

Pagine: 528

Anno edizione: 2020

Prezzo: € 19,00

Tempo medio di lettura: 5 giorni

L’autore

Silvio Danese, nato a Pavia, vive e lavora a Milano. Tra i libri di narrativa “Anni fuggenti” (2003), “Il suono della neve” (2009). Giornalista e critico, si è occupato di cinema, musica e teatro.

Paquito

Lettore medio

Il disegnatore di nuvole (Giorgia Simoncelli)

Ormerod Richardson imprecò di nuovo. Si voltò verso la sua carrozza a vapore e con il motore ancora acceso, di quella certo non avrebbe dovuto dar conto a nessuno se non al suo intestino irritabile. «Sa guidare signorina Mills?»

Uno dei miei fumetti preferiti. No, un momento, questo non è un fumetto. Ricominciamo… Non vedevo un film così bello da tempo. Pardon, pure stavolta ho sbagliato. Ultimo tentativo. Il romanzo ideale per stimolare l’immaginazione. Ecco, il modo giusto per recensire “Il disegnatore di nuvole” di Giorgia Simoncelli edito da Piuma Edizioni.

Ambientato in una Londra vittoriana nella quale la rivoluzione industriale viene esaltata all’ennesima potenza, la storia racconta le vicende di Ally Mills, una ragazzina in cerca del padre smarrito chissà dove. Romanzo di formazione? Anche, ma non solo. Ally vivrà una serie di rocambolesche avventure per ricongiungersi col genitore che, a bordo di un velivolo, crea opere d’arte con le nuvole. Che fine ha fatto il celebre Grover?

Al lettore il compito di accompagnare Ally in un’avventura, dedicata ad un pubblico di giovanissimi lettori che non avranno difficoltà a ritrovarsi in una realtà che strizza l’occhio al fumetto, ai videogames e al cinema d’animazione.
Un linguaggio fresco e una trama avvincente fanno di questo romanzo il classico libro per ragazzi che non avete ancora letto.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Il disegnatore di nuvole”. Come è nato questo romanzo?

Il disegnatore di nuvole è nato più di tre anni fa quando una cara amica scrittrice, Emanuela Valentini, mi chiese di partecipare a un concorso per racconti steampunk di sua organizzazione. Io ero mamma da poco e ancora facevo a cazzotti con la stanchezza e il poco tempo da dedicare ad altro e non sono riuscita a buttare giù molto. Solo ho avuto il lampo dell’idea: poter disegnare le nuvole come fosse un vero mestiere.
L’anno dopo per un altro concorso, il trofeo Rill, ho scritto i primi due capitoli della storia ma ancora era solo un abbozzo con non più di Grover, Ally e un paio di altri personaggi. Il concorso premiava racconti e il mio non lo era. Ma l’organizzatore del premio, Alberto Panicucci, mi ha scritto che l’idea era davvero bella e che sarebbe stato giusto darle lo spazio di un romanzo.
È passato altro tempo e siamo arrivati allo scorso anno, a Laura Scaramozzino che presto uscirà in questa stessa collana con il suo romanzo “Dastan” e che con una generosità senza pari ha proposto il mio nome a Virginia Villa che cercava autori per la collana “I Codici” ancora in embrione. Ricordo la prima chiacchierata in cui mi ha spiegato cosa volevano fare con Edizioni Piuma: lo spirito del progetto, l’ambientazione, il target di pubblico, e il disegnatore è come riemerso da un angolino del cervello, ed eccoci qui.

Cominciamo con la protagonista della storia, Ally Mills. Un po’ Pippi Calzelunghe, un po’ Jo di “Piccole donne”, un po’… insomma, quali sono state le fonti di ispirazione per creare questo personaggio?

Non sono partita da nessuna fonte. La verità è che non lo faccio mai. Seguo la storia e sono i personaggi a crescere e trasformarsi insieme a lei. All’inizio Ally era solo un abbozzo, una ragazza di cui mi piaceva far risaltare il coraggio oltre all’affetto profondo verso suo padre; tutto il resto è venuto scrivendo. Però sì, magari è un po’ Jo, un po’ Pippi Calzelunghe, un po’ chiunque ci voglia riconoscere chi la conoscerà attraverso il libro, ma non perché mi fossi imposta uno schema dall’inizio.

La Londra che racconti è una città che – a poco più di cent’anni dalla rivoluzione industriale – guarda al futuro e all’avvento di macchine in grado di rendere reali i pensieri e i sogni di qualsiasi essere umano. Quanto la Storia ha influenzato le tue scelte e quanto è stato difficile far coesistere narrazione e realtà?

Ho studiato tanto per questo libro. Avevo dei vaghi ricordi della storia inglese del tempo e ho dovuto riprendere i manuali e soprattutto leggere cosa veniva scritto allora. Sono stati preziosi Charles Dickens e soprattutto Jack London con il libro “Il popolo dell’abisso” una cronaca giornalistica più che un romanzo e che con una lucidità spiazzante mi ha portato proprio in mezzo agli operai inglesi e alla loro disperazione. Ho cercato anche di muovermi in uno spazio reale recuperando una cartina del tempo che poi è stata inserita all’inizio del libro per tutti coloro che vogliano divertirsi a capire dove si svolgono i vari passaggi. Fatto questo ho lasciato spazio alla fantasia.

Tornando ai personaggi, ho apprezzato moltissimo Lord August, capostipite di tutti gli antagonisti. Quanto è stato stimolante lavorare a un personaggio del genere e quali messaggi volevi veicolare attraverso di lui?

Se posso rivelarti un segreto, Lord August è tra i miei personaggi preferiti. Anche lui è cresciuto insieme alla storia, all’inizio è nato come figura necessaria: ogni eroe deve scontrarsi con un cattivo per superare le prove del suo viaggio; ma poi sempre di più ho sentito che doveva essere altro, che doveva fare da specchio a un’altra verità, quella più concreta, legata ai fatti e alle necessità e che in fondo è poi un riflesso del presente in cui noi stessi viviamo.
La smania del progresso, il dover raggiungerlo a ogni costo e a ogni prezzo è quanto accade in un quotidiano basato sul capitalismo e sulla forza indiscussa del prodotto e che proprio con la rivoluzione industriale ha cominciato a esistere.

La famiglia Mills è al passo coi tempi: figli che, fin da piccoli, imparano a cavarsela da soli, apprendendo l’importanza della solidarietà e dell’emancipazione. Riflessione condivisibile?

Nelle famiglie numerose spesso accade che i più grandi si prendano cura dei piccoli e che ognuno abbia delle responsabilità in casa. Non dimentichiamo poi che cento anni fa i ragazzini venivano mandati a lavorare e che sono servite delle leggi per garantire loro l’infanzia e l’istruzione. Essere dei piccoli adulti a quel tempo era più che normale.

Mi piace definire il tuo “il classico romanzo per ragazzi che non è stato ancora letto”. Da autrice, ma soprattutto da mamma, cosa si potrebbe fare per avvicinare le nuove generazioni alla lettura?

Intanto grazie! Pensare al disegnatore come a un “classico” mi provoca una certa emozione. La lettura di una storia è qualcosa che all’inizio quasi ogni bambino sperimenta con piacere. Le favole/fiabe sono lette dai genitori spesso prima della buona notte. Io lo faccio con mio figlio e mi accorgo di quanto lo incuriosisca il mondo nascosto dalle pagine. Quando si diventa un po’ più grandi però quello spazio si perde per altri tipi di intrattenimento. Il problema non è tanto quello: un bel film o anche una partita a un video gioco sono sempre degli strumenti per coinvolgere ed emozionare, il problema è che sono delle forme più passive e che soprattutto viviamo in solitudine.
Forse decidere che una sera delle tante della settimana sia dedicata a leggere un libro insieme potrebbe essere un buon modo per riavvicinarsi alle storie.

La nuvola come metafora dei sogni: quelli da realizzare e quelli da tenere nei cassetti, tirandoli fuori al momento giusto. Se avessi a disposizione la White Wings cosa disegneresti nel cielo?

Oggi disegnerei tante persone che si abbracciano e si tengono per mano.

Cosa ti aspetti da questo romanzo?

Sarei felice fosse letto da tanti ragazzi ma anche dai loro genitori e sarei felice che anche solo una persona dopo essere arrivata alla fine del romanzo si ricordi di un sogno che aveva lasciato da parte e perché no, decida di provare a renderlo reale. Spesso dimentichiamo i nostri sogni, siamo presi da mille cose, da mille messaggi/informazioni/immagini che ci arrivano da tutte le parti e così li perdiamo per strada e invece dobbiamo fermarci, e provare ad ascoltare di nuovo la nostra voce di bambino, sarà lei a dirci ciò che amiamo davvero e che ci rende unici.

Titolo: Il disegnatore di nuvole

Autori: Giorgia Simoncelli

Genere: Narrativa per ragazzi

Casa editrice: Edizioni Piuma

Pagine: 192

Anno: 2020

Prezzo: € 18,00

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Serie tv suggerita: “Carnival Row”, serie statunitense che ha come protagonisti Orlando Bloom e Cara Delevingne

Graphic novel suggerita: “Saint-Exupéry. L’ultimo volo” di Hugo Pratt

L’autrice

Giorgia Simoncelli è laureata in Storia dell’Arte Contemporanea alla Sapienza di Roma, è pubblicista dal 2012. Nel 2016 è tra i dieci vincitori del concorso letterario IoScrittore del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol e finalista del Premio Letterario Nazionale Bukowski.
Nel 2018 è finalista al concorso Odissea con l’opera fantasy “Il viaggio di Lea” e del 2020 al premio Hypnos. Ha pubblicato racconti con Delos Digital, Edizioni della Sera e Watson.
“Il disegnatore di nuvole” è il suo romanzo d’esordio.

Paquito

Lettore medio

Economia sentimentale (Edoardo Nesi)

Avevo finito da poco di scrivere La mia ombra è tua ed ero svuotato, ma siamo amici dai tempi del liceo e non gli volevo dire di no e così provai a scriverla, la cosa sull’amicizia, ma non mi veniva, e quando stavo per dirgli che rinunciavo, però, mi venne in mente che forse, forse avrei potuto provare a scrivere una cosa per il babbo mascherandola da messaggio a un amico, perché non mi riusciva più di pensarlo, non lo sognavo, non mi riusciva neanche di piangerlo.
Ci provai, e mi venne subito.

Bentornato, caro Edoardo!
Questo il primo pensiero al termine della lettura di “Economia sentimentale”, il nuovo romanzo di Edoardo Nesi edito da La Nave di Teseo.
I giorni della pandemia raccontati da un autore che, nel 2010, diede voce all’intera comunità pratese raccontando – col romanzo “Storia della mia gente” – la crisi economica del settore tessile. Stavolta è la pandemia l’oggetto delle chiacchiere in strada, coi familiari e quelle con esperti di economia, ma non solo, che provano a zittire fake news e a dare una propria opinione sulle conseguenze di questa situazione.

È inoltre, questo libro, un modo per dialogare con un padre compianto al quale, forse, si può dire qualcosa anche adesso. Il potere immaginifico delle storie, infatti, ci permette di dialogare anche con altri mondi.

Numerosi sono i motivi che mi hanno portato ad adorare questo libro. Innanzitutto la forma: diario, reportage narrativo, saggio. Nesi invita il lettore nella propria vita offrendogli un privilegiato punto di osservazione: la sua spalla. È l’autore stesso a guidare chi fruisce di questa storia permettendogli la visione di una realtà che non si piega alla narrazione, ma ne diventa la malta con cui rendere solido l’impianto narrativo.
Il ricorso al dialetto e alle espressioni tipiche della quotidianità di Nesi rendono orecchiabile una storia che, tra qualche tempo, verrà ricordata come una personale cronaca dei giorni della pandemia.

Infine, mi ha emozionato il ricordo del padre. Come Nesi, pure io sogno sempre meno mio padre e mi affido alle storie per ritrovarne la voce rassicurante.

Titolo: Economia sentimentale

Autrice: Edoardo Nesi

Casa editrice: La Nave di Teseo

Genere: Reportage, diario

Pagine: 160

Anno: 2020

Prezzo: € 17,00

Tempo medio di lettura: 1 giorno

Romanzi consigliati: “Fughe da fermo” e “Storie della mia gente” (Premio Strega 2011) entrambi di Edoardo Nesi

L’autore

Edoardo Nesi ha pubblicato “Fughe da fermo” (1995), “Ride con gli angeli” (1996), “Rebecca” (1999), “Figli delle stelle” (2001), “L’età dell’oro” (2004), “Per sempre” (2007), “Gianna Nannini. Stati d’anima” (2009), “Storia della mia gente” (2010), “Miracolo inevitabile” (2011), “Le nostre vite senza ieri” (2012), “L’estate infinita” (2015), “La mia ombra è tua” (2019).
È il traduttore italiano del romanzo di David Foster Wallace “Infinite Jest”.
Ha scritto e diretto il film “Fughe da fermo” (2001).

Paquito

Lettore medio

La mia rivoluzione (Johan Cruyff)

Fatti del genere mi convincono che tutto sia possibile. Se tremila anni fa riuscirono a compiere l’impossibile, perché noi non possiamo farcela? È un principio che applico al calcio, ma anche alla Cruyff Foundation: non limitarsi a svolgere un compito, ma provare a dare sempre qualcosa in più.

Uno così pensa coi piedi. È stato il primo commento al termine della lettura de “La mia rivoluzione”, l’autobiografia del compianto Johan Cruyff edita da Bompiani.

Dagli esordi in strada fino alla vittoria della Coppa dei Campioni – prima da calciatore, poi da allenatore – Cruyff racconta la sua vita calcistica, quella dirigenziale e quella lontano dal campo: frammenti di vita familiare, una sfortunata parentesi imprenditoriale, l’impegno per le Special Olympics e per la diffusione della cultura sportiva tra i ragazzi diversamente abili.

Autentica leggenda del calcio europeo, Cruyff racconta la sua carriera all’Ajax, club che lo ha lanciato e del quale è, ancora oggi un’icona; il quinquennio al Barcellona – nel quale ha vinto praticamente tutto – e l’esperienza negli Stati Uniti, campionato decisamente modesto per i suoi standard, durante la quale era il testimonial di uno sport che faticava a emergere e a colmare il divario con basket, baseball e football.

Ma è soprattutto l’esperienza in Nazionale a catalizzare l’attenzione: Cruyff, infatti, era uno dei titolari dell’Olanda che contese alla Germania il Campionato del Mondo del 1974. Quella squadra – nella quale, oltre a Cruyff, vi erano calciatori come Krol, Rep e Neeskens – steccò una sola partita, la finale contro la nazionale Beckenbauer, ma nonostante la sconfitta fu apprezzata a qualsiasi latitudine per il gioco altamente rivoluzionario che proponeva.

Al di là di statistiche e racconti di campo, quel che mi è piaciuto di questa biografia è la sincerità con cui Cruyff ha raccontato vicende che, solitamente, non finiscono sulle pagine dei giornali o in rete. Racconta dei rapporti poco cordiali con le dirigenze, dettate molto spesso da ragioni politiche, e della capacità di inculcare in un numero elevatissimo di calciatori un’autentica cultura del pallone. Non a caso molti suoi “allievi” sono divenuti allenatori di fama mondiale.

Inoltre il compianto numero 14 condivide istantanee della sua vita privata (ad esempio: il rapporto coi figli e la grande devozione verso il suocero, primo e più importante consigliere) molto teneri e piacevoli all’interno di una narrazione dal taglio giornalistico.

Titolo: La mia rivoluzione. L’autobiografia

Autrice: Johan Cruyff

Casa editrice: Bompiani

Genere: Narrativa sportiva

Pagine: 224

Anno: 2017

Prezzo: € 17,00

Tempo medio di lettura: 4 giorni

Dopo aver letto il libro: Cercare su Youtube i video con le prodezze di Cruyff e godersele.

Suggerimenti di lettura: “Pensare coi piedi” di Osvaldo Soriano

L’autore

Johan Cruyff è una delle figure che più hanno lasciato il segno nella storia del calcio. Senza il suo stile e la sua filosofia di gioco non esisterebbero Guardiola, Wenger, Messi o Cantona. I recenti successi del calcio spagnolo a livello sia nazionale che internazionale sono per molti la dimostrazione dell’impatto di Cruyff sul calcio di oggi. Cruyff è morto nel marzo del 2016, dopo aver combattuto una breve battaglia contro un cancro ai polmoni.

Paquito

Lettore medio

Due code mai viste (Alberto Lot)

«Buonasera.»
«Buonasera, Signor Cane. Anche lei sveglio?»
«Purtroppo sì, sono alla ricerca di una cosa e non riesco a prendere sonno…»
«Mi dica di più, Signor Cane. La ascolto.»
«Ehm ehm… sto cercando la mia coda.»
«Che coincidenza, Signor Cane! Anch’io sto cercando la mia!»

C’era una volta un cane in cerca della sua coda.
Credo sia questo il modo migliore per raccontare, sinteticamente, “Due code mai viste”, il racconto illustrato di Alberto Lot edito da minibombo. Una storia che ruota intorno alla curiosità: quella di un cane alla ricerca della propria coda e quella di un suo simile pronto ad aiutarlo. Riusciranno i due nell’impresa oppure saranno colti da tremendi dubbi?

Ai lettori, grandi e piccoli, il compito di scoprirlo. Questo racconto illustrato mi ha divertito moltissimo, grazie a dialoghi accattivanti – un continuo botta e risposta tra i due protagonisti che manda avanti la narrazione – e disegni che catturano l’attenzione di qualsiasi lettore.
Non aggiungo altro lasciando ad Alberto ogni spiegazione…

“Due code mai viste”. Come è nata questa storia?

L’idea di questa storia è nata nel periodo in cui vivevo a Milano: ogni mattina, nella zona del naviglio grande, vedevo un’anziana signora portare a passeggio due buffi Basset Hound. La signora era molto particolare, vestiva sempre e solo di un unico colore. Da questa suggestione è nata l’idea di un confronto tra due cani distinti e un po’ distratti, in perenne ricerca della propria coda.

Una delle parole chiave di questa storia è: ingenuità, intesa come candore. Lasciamoci sorprendere dalle piccole cose e non diamo nulla per scontato. Riflessione corretta?

Certamente! Penso che qualsiasi cosa una persona si immagini leggendo un libro possa andare bene. Questa storia si presta a molte interpretazioni e non me la sento di darne una definitiva.

I protagonisti della storia sono spinti dal desiderio di conoscere sé stessi e gli altri animali che incontrano. Il messaggio che veicolano è siate curiosi?

Più che dalla curiosità, i due protagonisti sono spinti dalla reale necessità di rintracciare la loro coda… ed è proprio questa ricerca che li porterà alla fine a conoscere un po’ di più loro stessi e gli altri animali che incontrano.

Quali sono stati i primi feedback dei lettori?

Anche se il libro è uscito da pochissimo, ho già avuto l’occasione di leggerlo ad alcuni gruppi di piccoli studenti in occasione del Festival Tuttestorie di Cagliari, e l’accoglienza è stata molto calorosa.
Anche all’asilo di mio figlio ho scoperto con piacere che la lettura di “Due code mai viste” e “Ha visto la mia coda?” (il primo capitolo della saga con protagonista il Signor Cane) è diventato un appuntamento fisso.
Volete sapere un segreto? Mio figlio mi ha confessato di preferire “Il grande debutto”, scritto da Eva Francescutto e illustrato, se così si può dire, da me.

Cosa ti aspetti da questa storia?

Mi piacerebbe molto lavorare al terzo capitolo della saga del Signor Cane con l’arrivo di un nuovo personaggio: un lombrico!

Titolo: Due code mai viste

Autori: Alberto Lot

Genere: Letteratura per l’infanzia

Casa editrice: minibombo

Pagine: 44

Anno: 2020

Prezzo: € 12,90

Tempo medio di lettura: 20 minuti

Da leggere in compagnia di: Un cagnolino. Meglio due. Magari pure un coniglio.

L’autore

Alberto Lot è nato a Sacile nel 1984. Da piccolo voleva lavorare in una tabaccheria-edicola, o come dice lui, in un tabacchino. Da grande si occupa di design, illustrazione e animazione. Nel tempo libero sta con la sua famiglia e il venerdì mangiano tutti insieme la pizza.


Paquito

Lettore medio

Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Elvis Malaj)

9788899767150_0_0_502_75«Quindi, vuoi farmi credere che ti trovavi a passare di qui, hai visto i fiori appassiti e hai scassinato la porta perché volevi innaffiarli?»
«A parte il fatto che non ho scassinato la porta ma sono salito dal terrazzo, sì è così, però tu lo stai dicendo con ironia.»
«E come dovrei dirlo?»
«Abito dall’altra parte della piazzetta, dal tuo terrazzo si vede casa mia.» Veronica lo guardò per un attimo senza capire.

Partiamo dal giudizio: questo libro, “Dal tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj (Racconti edizioni), mi è piaciuto davvero molto.
Tecnicamente parlando è forte l’influenza di Raymond Carver. I racconti di Malaj, infatti, sono asciutti e badano alla concretezza, facendo però sempre attenzione che sintetico non faccia rima con superficiale. L’autore da sostanza ai personaggi e alle situazioni con pochi efficacissimi artifici letterari; tra questi il dialogo che diviene perno di una narrazione estremamente fruibile e molto cinematografica.

Malaj crea inoltre un ideale ponte tra l’Albania, terra d’origine, e l’Italia, patria d’adozione; due realtà apparentemente differenti eppure assai simili, soprattutto dal punto di vista sociologico. Non a caso l’autore lega – con espedienti narrativi discreti ed efficaci – i racconti tra loro dando voce, spesso, a protagonisti albanesi in cerca di riscatto nel belpaese e costretti a lottare contro i pregiudizi (altro tema portante dell’intera raccolta).

Non è assolutamente casuale il titolo: il terrazzo diviene per Malaj l’osservatorio privilegiato dal quale poter ammirare il proprio passato (casa mia) da una prospettiva nuova e inaspettata. L’albanese, troppo spesso considerato il cattivo di turno, cerca di vincere qualsiasi preconcetto provando a integrarsi con una realtà enorme ma nel contempo minuscola, specie se rappresentata da chi ostenta con fierezza il proprio disagio culturale.

Al di là della fruizione, ritengo quest’antologia un’ottima scelta per quanti vogliono avvicinarsi al racconto tanto da lettori quanto da aspiranti scrittori.

Titolo: Dal tuo terrazzo si vede casa mia

Autore: Elvis Malaj

Genere: Racconti

Casa editrice: Racconti edizioni

Pagine: 164

Anno: 2017

Prezzo: 14,00 euro

Suggerimento di lettura: “Cattedrale” e “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” entrambi di Raymond Carver.

Tempo medio di lettura: 2 giorni

 

L’autore

Elvis Malaj, classe 1990, è il primo autore italiano pubblicato da Racconti edizioni. Albanese per nascita, a quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive e lavora a Padova. È stato finalista al concorso “8×8” e ha pubblicato racconti su “Effe” e nella rassegna stampa di “Oblique”. Il suo primo romanzo, “Il mare è rotondo” (2020), è stato pubblicato da Rizzoli.

 

Paquito

Lettore medio

Esortazione alla filosofia. Potentine. Abbiccì dell’artista (Giuseppe Turturiello)

Ciò che spinge gli uomini ad agire è il desiderio di possedere qualcosa che altrimenti non si possiede. Quest’assioma è in verità l’arcano di ogni sentire umano. Sennonché l’agire stesso è condizionato da passioni: cos’è infatti che si desidera per sé medesimi se non quello che si vorrebbe possedere?

Filosofia 2.0? Perché no.
Questa una delle tante riflessioni scaturite dalla lettura di “Esortazione alla filosofia. Potentine. Abbiccì dell’artista”, il nuovo libro di Giuseppe Turturiello edito da Eretica edizioni.
Un saggio breve che non si limita a un interessante focus sulla filosofia e sull’arte in generale, ma prova a rivolgersi – con un linguaggio molto attuale – alle nuove generazioni. Quelle, ahinoi, spesso timorose di approcciare a discipline umanistiche del genere, temendo si tratti di argomenti noiosi e obsoleti. Turturiello sfata questo falso mito e, soprattutto, invita il lettore a valutare la contemporaneità delle affermazioni e dei ragionamenti di pensatori come Platone, Socrate, Kant e altri. Stuzzica inoltre il lettore affrontando la delicata questione: l’arte deve educare, non limitarsi all’intrattenimento.

Un libro molto interessante quello di Giuseppe Turturiello che si rivolge a un pubblico quanto mai vasto, strizzando l’occhio alle nuove generazioni affinché identifichino nel filosofo innanzitutto un comunicatore e nella filosofia uno strumento per osservare la realtà in modo intelligentemente critico e, soprattutto, libero da condizionamenti.
Non aggiungo altro lasciando la parola all’autore.

“Esortazione alla filosofia. Potentine. Abbiccì dell’artista”. Come è nato questo volume?

Questa raccolta di saggi è nata un po’ con l’idea di rielaborare alcuni concetti classici della filosofia, come ad esempio ho fatto con L’esortazione alla filosofia. L’idea è quella di proporre le idee della filosofia a chiunque, quindi non solo ad un pubblico accademico o tecnico, ma a chiunque sia interessato a questa scienza.

Cominciamo con una riflessione: tante, troppe volte si pensa che lo studio della filosofia sia qualcosa di sorpassato e che possa avere un’utilità solo in ambito accademico. A tuo parere cosa si potrebbe fare per far comprendere quanto sia importante studiare il pensiero umano per guidarne l’agire?

Cosa si potrebbe fare? Far riflettere le nuove generazioni sul fatto che, i loro antenati, studiavano questa scienza. Studiavano una scienza che ha formato i Catoni, e i Marco Aurelio del mondo antico, che rappresentano ancora oggi i modelli su cui ogni essere umano dotato di senno cerca di confrontarsi moralmente. Che ne sarebbe di un essere umano se non avesse come misura del suo agire uno strumento etico-morale? Catone ad esempio cercava di confrontarsi con Socrate, Marco Aurelio anche. Gli uomini di oggi si dovrebbero chiedere infatti questo: perché io che rappresento una nullità nella scala sociale della vita, ossia non governo una repubblica o un impero come quei due, non mi vergogno di non cercare degli archetipi etici per condurre me stesso in questa vita? 

Ribadisci un concetto: l’arte deve educare. Quali sono i limiti di una generazione sempre più convinta che l’arte sia solo una forma d’intrattenimento?

Infatti, l’arte deve educare, deve educare a somigliare a chi ha lasciato un bel ricordo di sé nel mondo: come fece quel Catone che è stato cantato da Dante, da Lucano, da Plutarco, da Dione, da Diodoro Siculo, dallo stesso Giulio Cesare che l’ebbe come rivale nelle guerre civile. L’arte deve fare soltanto ciò. Oggi si leggono quasi esclusivamente romanzi, si legge sempre meno invece la letteratura che ha formato i grandi spiriti del mondo. Alessandro Magno leggeva Omero e Aristotele, Catone Zenone e Platone. Se la gente non si mette in capo l’idea di confrontarsi con l’arte non deve poi lamentare il fatto che i governi dell’Occidente si trovano nelle mani di furfanti e impostori, che tutto va alla rovina, che la cosa pubblica è in mano a dei briganti eletti da chi legge e studia, che impiega il suo tempo a mandare a mente libercoli.

Sostieni che leggere Omero sia un’esperienza che apre alla scoperta dell’uomo, del mondo e della loro essenza. Qual è, a tuo parere, la chiave per avvicinare le nuove generazioni (ahinoi sempre meno affezionate alla letteratura) a classici così attuali?

La chiave sta nelle mani di chi ci governa, di chi educa e forma le nuove generazioni. Io penso che se non si investe nell’istruzione, ma si sperpera invece denaro contante nel tenere in piedi quella ridicola associazione mafiosa che rappresenta la politica (ossia di quella gente che briga per il proprio personale tornaconto), gli studenti cercheranno sempre di imitare la condotta di chi pensa che violare la giustizia (l’interessa collettivo, l’interessa della nazione, l’interesse di tutti) sia un bella cosa e che occuparsi della verità sia un affare per pazzi e mentecatti. 

Al di là di qualsivoglia polemica: credi che la Pubblica Istruzione dovrebbe insistere maggiormente in discipline come la filosofia?

Io sono dell’avviso che la filosofia non debba essere studiata solo da chi nasce con una nobile passione verso di essa, ma penso che debba essere inculcata a forza negli studenti. Prima che imparare a far di conto gli studenti dovrebbero essere educati alla comprensione delle virtù umane: a cosa serve un giovane che conosce a menadito i precetti della fisica o della chimica se non conosce le virtù dei suoi antenati? La Pubblica Istruzione dovrebbe insegnare più che la metafisica quei precetti filosofici che si ripeteva ogni santo giorno Marco Aurelio per mantenere saldo il suo cuore affinché non si corrompesse con i vizi umani.

Un filosofo è innanzitutto un comunicatore. Come cambia la sua figura al tempo dei social?

I social sono un canale di informazioni che collegano gli esseri umani tra di loro. Io penso che i filosofi debbano in qualche modo aprirsi al pubblico, tuttavia mi chiedo questo: serve a qualcosa fare ciò?

Cosa ti aspetti da questo libro?

Nulla di concreto. Mi aspetto solo che un giorno possa capitare tra le mani di uomini e donne che si interrogheranno su se stessi, chiedendosi perché mai della gente in passato anziché pensare al calcolo o all’interesse ha invece speso il suo tempo e la sua vita per darsi un’educazione filosofica.

Titolo: Esortazione alla filosofia. Potentine. Abbiccì dell’artista

Autrice: Giuseppe Turturiello

Casa editrice: Eretica

Genere: Saggistica

Pagine: 86

Anno: 2020

Prezzo: € 13,00

Tempo medio di lettura: 1 giorno

Suggerimenti di lettura: “Critica della ragion pura” di Immanuel Kant

L’autore

Giuseppe Turturiello è un giovane filosofo italiano. Autore di saggi filosofici, raccolte di poesie e opere di narrativa.

Paquito

Lettore medio

Bernardo si tuffa (Lisa Stickley)

Quindi, se c’è qualcosa che ti appassiona davvero, non avere paura, buttati!

Può un racconto illustrato rivelarsi un antidoto alla paura? Forse. In ogni caso “Bernardo si tuffa”, il nuovo libro di Lisa Stickley edito da Clichy, è una piacevolissima parentesi all’interno della quale mettere da parte qualsiasi ansia e qualsiasi timore.

Bernardo, un timidissimo segugio, prende parte a una importante competizione di tuffi. Atleti da tutto il mondo puntano a vincere questa competizione mentre il protagonista vorrebbe solo vincere la paura atavica di lanciarsi dal trampolino. Niente. La timidezza lo inchioda in un angolo e non gli permette di salire nemmeno le scalette che lo conducono alla pedana dalla quale effettuare il salto in acqua.
Riuscirà Bernardo nella sua impresa sportiva, magari contando sull’aiuto di Lilly, la cagnolina che sembra così affezionata al timido tuffatore dalle lunghissime orecchie?

La storia, scritta e illustrata da Lisa Stickley, si rivolge a un pubblico quanto mai variegato. Di sicuro i giovani lettori apprezzeranno le illustrazioni – molto originali e con uno stile che mescola il collage con l’acquerello – e il concept della storia: una competizione sportiva fatti di tuffi, salti mortali e piroette prima del contatto con l’acqua; i lettori adulti, invece, avranno l’opportunità di riflettere sulle proprie paure e sui punti di svolta della propria vita. Quei momenti durante i quali è stata messa da parte ogni remora e ci si è gettati a capofitto in un’impresa, contando innanzitutto sulla propria tenacia e sulle proprie passioni.

Titolo: Bernardo si tuffa

Testo e illustrazioni: Lisa Stickley

Genere: Racconto illustrato

Casa editrice: Clichy edizioni

Pagine: 32

Anno: 2020

Prezzo: € 17,00

Dopo aver letto questo racconto: Mettere da parte qualsiasi paura e provare a superare i propri limiti.

Tempo medio di lettura: 30 minuti

L’autrice

Lisa Stickley è un’affermata designer, autrice e illustratrice inglese che vive a Londra. I racconti stravaganti di Lisa si ispirano alle osservazioni quotidiane della figlia, portandoci così una nuova e incontaminata visione del mondo fatta di umorismo e incanto. Nel 2018 è stata nominata per il Kate Greenaway Children’s Book Award.

Paquito

Lettore medio

L’esercizio (Claudia Petrucci)

Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo.

Se amate il teatro dovete leggere questo libro. E dovete farlo se amate la letteratura contemporanea, i romanzi d’introspezione e quelli di formazione al termine del quale i protagonisti sono completamente stravolti dal susseguirsi degli eventi. Potrei fermarmi, probabilmente avendovi già convinto a leggere “L’esercizio”, il nuovo libro di Claudia Petrucci edito da La nave di Teseo; tuttavia vorrei aggiungere qualche parola suuno dei personaggi, Giorgia, una ragazza – affetta da una patologia psichiatrica – che vede saltare tutti gli schemi del suo mondo fatto di piccole cose, di rassicuranti routine e di una passione: il teatro.

Ed è proprio attraverso la scena che Filippo e Mauro – rispettivamente il fidanzato e un ex regista – proveranno ad aiutare la ragazza, riscrivendo completamente la sua vita attraverso la realizzazione di un copione teatrale che permetta a Giorgia di riappropriarsi dei propri ricordi e di quelle abitudini con cui pare trovare un minimo di stabilità. Riusciranno i due nell’impresa?

Ai lettori il compito di scoprirlo attraverso una narrazione molto stimolante. Claudia Petrucci non offre appigli: la sua scrittura è diretta, è un urlo che non può e non vuole passare inosservato. I suoi personaggi cercano continuamente di rubarsi la scena e raccontare la propria versione dei fatti sotto l’unico faro che illumina la scena. Protagonisti e comprimari si fanno largo – talvolta utilizzando un doloroso contatto fisico – per guadagnare quei pochi secondi di celebrità cui tutti aspirano e che potrebbero rivelarsi salvifici per chi, attraverso il teatro, cerca l’immagine perduta di sé stesso.
Un romanzo che merita di essere letto e del quale parlo con piacere con l’autrice.

“L’esercizio”. Come è nato questo romanzo? È nato da alcune domande che mi hanno tormentato per anni, a cui speravo di trovare risposta. Non è successo, sono ancora senza risposte, ma in compenso ho scritto un libro.

Cominciamo con Giorgia, una ragazza particolarmente complessa (al di là della malattia). Quanto è stato difficile, ma nel contempo stimolante, lavorare su un personaggio del genere e quanto la realtà che ti circonda è stata utile per il lavoro di creazione della sua identità? Mi premeva raccontare Giorgia come individuo, desideravo fosse possibile guardarla nonostante sia una protagonista costretta al ruolo passivo. Ho dovuto costruire il suo personaggio prima di decostruirlo, e quindi elaborare per lei un apparato completo di desideri, gusti, moti interiori, pensieri, esperienze che sapevo non avrebbero trovato nessuno spazio in fase di stesura. Era necessario che Giorgia fosse per me piena, rotonda, perché la potessi svuotare. Giorgia è vittima della sua malattia ma anche di un sistema sociale sclerotizzato, soffre di allucinazioni visive e uditive ma è anche una trentenne partecipe di una realtà facilmente riconoscibile, una dimensione ricca di riferimenti concreti per il lettore.

Filippo e Mauro: due personaggi antitetici ma con numerosi punti in comune, a cominciare dal reciproco desiderio di rendere felice Giorgia. Il primo sembra essere fatto di solo cuore, il secondo spinto unicamente dalla parte razionale. Ma la realtà riserva sempre delle sorprese. Cosa volevi comunicare attraverso loro? Mauro e Filippo sono accomunati da una simile evoluzione: ne “L’esercizio” nascono come personaggi e disvelandosi diventano persone. Questo non significa che si liberino dall’obbligo dell’interpretazione, semplicemente scivolano da una narrazione in un’altra. In “Race and Culture”, il sociologo Robert Ezra Park scrive: “Non è un caso che la parola «persona», nel suo significato originale, volesse dire maschera. Questo implica il riconoscimento del fatto che ognuno sempre e dappertutto, più o meno coscientemente, impersona una parte”, e ancora: “Questa maschera rappresenta il concetto che ci siamo fatti di noi stessi, l’io che vorremmo essere”. Mauro e Filippo credono entrambi di essere registi mentre diventano lentamente protagonisti di un altro spettacolo, quello cui noi assistiamo, che li rivela nelle loro intenzioni.

All’interno della storia il palcoscenico non si limita a ospitare la replica di uno spettacolo, ma diviene la metafora di una zattera sulla quale salire per raggiungere la salvezza. Riflessione condivisibile? Sì, il palcoscenico rappresenta per Giorgia, per un breve tempo, la salvezza: è il mezzo attraverso il quale si sottrae all’esistenza che la sta schiacciando. Più ampiamente, il palcoscenico è metafora dell’obbligo alla recitazione, alla rappresentazione di una verità predeterminata cui, credo, tutti siamo chiamati quotidianamente.

Ho apprezzato molto il tuo ricorrere alla scrittura sensoriale. “L’esercizio” è una storia fatta di suoni, sapori, odori, ma soprattutto di contatto fisico. A proposito di quest’ultimo ti chiedo: si tratta di un efficace espediente narrativo oppure i personaggi hanno necessità di comunicare attraverso il loro corpo? Non l’ho pensato come espediente narrativo, ho cercato di imitare ciò che osservo: le persone parlano e si muovono mentre parlano, si spostano, toccano le superfici, interagiscono fisicamente con coloro che le circondano e con lo spazio in cui sono calate. È stato naturale costruire personaggi capaci di comunicazione verbale, paraverbale e non verbale.

I social network sono parte integrante del tuo lavoro. Quanto è stata ed è importante l’interazione social per la promozione del tuo romanzo e quali sono stati i primi feedback dei lettori? È bello poter interagire con i lettori, trovo stimolante conoscerli più da vicino, coltivare un dialogo aperto, spontaneo, avere degli spazi di confronto in cui consigliarsi reciprocamente delle letture o semplicemente parlare d’altro, slegarsi dal discorso della mia scrittura e della promozione.

Cosa ti aspetti da questo libro? Non so davvero cosa aspettarmi, il percorso editoriale di questo libro mi ha stupito fin dai primi passi, perciò credo che starò a guardare ancora per un po’ – che è l’attività che preferisco in assoluto.

Titolo: L’esercizio

Autrice: Claudia Petrucci

Casa editrice: La nave di Teseo

Genere: Romanzo di formazione

Pagine: 333

Anno: 2020

Prezzo: € 18,00

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Romanzi consigliati: “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello.

L’autrice

Claudia Petrucci (1990) si è laureata in Lettere moderne a Milano, dove ha lavorato come copywriter, web content editor e social media manager. Ora vive a Perth, Australia. Suoi racconti e reportage sono stati pubblicati su Cadillac, minima&moralia e altre riviste.

Paquito

Lettore medio

Quello che si salva (Silvia Celani)

Il treno sta per partire.
Stringo la mano di mio fratello. Siamo due palmi che cercano un contatto per non scivolare. Per rimanere.
Mia madre è accanto a me. Obbliga gli occhi a non piangere. Lo fa per noi. Ma lo fa soprattutto per lui. Per mio padre.

“Esistono mille modi per raccontare la guerra”. Comincia così il post su Instagram che ho dedicato a questo romanzo, “Quello che si salva”, il nuovo libro di Silvia Celani edito da Garzanti.
Due protagoniste: Flavia, una ragazza piena di sogni ma abituata a volare basso; Giulia, un’anziana che nasconde, tra le rughe, un passato segnato dalla guerra.
Entrambe sono alla ricerca della serenità: Flavia, ricomponendo i pezzi di una famiglia i cui membri si allontanano giorno dopo giorno; Giulia, mettendo da parte il proprio passato: la guerra, la perdita degli affetti e le troppe domande rimaste senza risposte.Un sevivon (una trottola tipica della festa ebraica di Chanukah, ndr.) messo all’asta costringerà Giulia a fare i conti col proprio passato e Flavia con il proprio futuro. A gestire la casa d’aste vi è infatti Lorenzo, un giovane che metterà in discussione le fragili certezze sentimentali della giovane.
Considero questo romanzo un’autentica carezza. Delicato il tono con cui si parla d’amore e altrettanto lieve è il tocco con cui Silvia Celani parla di guerra. Lo fa regalando al lettore immagini talvolta dure, non dimenticando però la speranza che ha animato quel periodo e il sacrificio di migliaia di connazionali che hanno sacrificato la propria vita per regalare un futuro migliore ai propri figli.
Non aggiungo altro lasciando la parola all’autrice.

Quello che si salva”. Come è nato questo romanzo? È nato da una scoperta. Io sono nata a Roma (proprio su quell’isola Tiberina che cito spesso nel romanzo) e vivo da trentanove anni nella sconfinata area metropolitana che circonda la capitale. A Roma andavo a passeggio con i miei genitori la domenica, quando ero bambina. A Roma mi ritrovavo il venerdì o il sabato sera con gli amici, quando ero più grande. A Roma ho frequentato l’università. Eppure, quando alcuni amici fiorentini mi hanno chiesto di organizzare una visita su percorsi poco turistici, ho dovuto avvalermi di internet; e proprio navigando in cerca di idee, mi sono imbattuta in un sito in cui si descrivevano i luoghi della Roma Occupata. È stato come il canto di una sirena.

foto di Yuma Martellanz

Ho iniziato a leggere, leggere, leggere, e più leggevo e più mi rendevo conto di quante volte ero passata lungo le strade che venivano nominate o davanti ai palazzi citati, senza sapere che cosa vi fosse accaduto tra il settembre 1943 e il giugno 1944. Soprattutto, più leggevo e più scoprivo personalità incredibili: ragazze e ragazzi appena ventenni, che durante quei mesi s’erano messi completamente in gioco, rischiando il tutto e per tutto per liberare sé stessi e la propria città. Quelle ragazze, quei ragazzi hanno preso a farmi compagnia giorno dopo giorno: si muovevano nella mia mente, mi parlavano, mi interrogavano. Da lì a desiderare di scrivere di loro il passo è stato breve.
Brevissimo.

Le protagoniste del romanzo sono due: Flavia e Giulia. La prima è una ragazza dalle grandi aspettative che ogni volta che allunga un braccio per afferrare un sogno abbassa lo sguardo per assicurarsi che il terreno sotto i suoi piedi non frani. Come si racconta questa affannosa ricerca di equilibrio tra sogno e realtà? Sebbene Flavia abbia venticinque anni (nel 2013, a Roma), ho sempre pensato a lei come a una sopravvissuta. Flavia sopravvive alla fine della propria famiglia, alla brusca separazione dei genitori, alla scomparsa improvvisa del padre – che lascia Roma quando lei ha solo quattordici anni, per rifarsi una vita altrove. Come tutti i sopravvissuti, sotto le ceneri dell’abbandono che l’ha coinvolta, Flavia ha maturato un senso di colpa che l’ha resa l’essere fragile che incontriamo nei primi capitoli. Una donna incapace di pretendere per sé stessa ciò che potrebbe renderla pienamente felice. In un punto del libro, scrivo: “A volte questo sembra bastare davvero. Spingersi solo fin dove si tocca, in fondo è l’unico modo per non essere costretti a imparare a nuotare.” Diciamo che è la filosofia che Flavia ha deciso di seguire, per non correre il rischio che la vita la ferisca di nuovo.

Ci presenti Giulia in due momenti della sua vita: da un lato la donna anziana che cerca nei ricordi la spinta per guardare avanti e le risposte ai tanti interrogativi irrisolti del suo passato; dall’altro una ragazza che, mettendo da parte qualsiasi timore, vive la seconda guerra mondiale da protagonista. Nei ringraziamenti citi le donne che hanno ispirato il personaggio, ma possiamo considerare nonna Luli la metafora di un intero popolo? Giulia è il personaggio che ho “visto” per primo. Quello che mi ha letteralmente presa per mano guidandomi in cerca della trama giusta. Alla sua nascita e alla sua definizione ha contribuito in modo determinante la lettura dell’autobiografia di Carla Capponi, medaglia d’oro al valor militare, alla quale è liberamente ispirata.
Ho sentito il bisogno di mostrarla prima molto anziana, e poi giovanissima, perché volevo emergesse il legame imprescindibile che esiste tra presente e passato – non solo individuale, ma anche collettivo. Giulia è la parte migliore di noi, quella che non si arrende mai, che non teme di mettersi in gioco accettando fino in fondo le conseguenze delle scelte fatte e delle azioni compiute. La Resistenza – un’esperienza luminosa che ha coinvolto uomini e donne, e attraverso la quale queste ultime hanno finalmente conquistato il diritto alla piena cittadinanza – è il travaglio attraverso il quale siamo dovuti passare per meritare ciò che è venuto dopo: la libertà individuale di cui oggi tutti godiamo, la nostra democrazia, la nostra preziosa Costituzione Repubblicana – che a volte diamo per scontata, quando invece scontata non lo è affatto.

Quanto è difficile raccontare l’amore ai tempi della guerra? L’amore è sempre difficile da raccontare. È difficile raccontarlo, perché è davvero complicato non scivolare nel cliché, nel già visto, nel già detto. Eppure non esiste nella vita un’altra esperienza paragonabile all’amare qualcuno e al sentirci profondamente amati da qualcuno. La vita stessa, alla fine, credo che acquisisca il suo senso più autentico solo se possiamo amare liberamente e lasciarci amare liberamente. Durante una guerra, poi, penso che questa necessità diventi improvvisamente più urgente. Più luminosa. Quasi accecante. Anche in questo caso, però, per scrivere di Giulia e di Leone (e del sentimento che nasce tra loro), mi sono lasciata ispirare dalle biografie di tante gappiste e di tanti gappisti. Carla Capponi e Rosario Bentivegna, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini sono solo alcune tra le numerose coppie di ragazzi che, combattendo insieme nei Gap – Gruppi di Azione Patriottica – di Roma, hanno finito con l’innamorarsi perdutamente.
Mario Fiorentini, nel suo “Sette mesi di guerriglia urbana” (Odradek editore, ndr.), a un certo punto scrive: “La nostra è stata innanzitutto una storia d’amore e d’amicizia.”Per questo motivo non potevo esimermi dal mettere al centro l’amore, narrando questa vicenda.

Flavia è un ottimo espediente narrativo per parlare di dinamiche familiari: il conflitto generazionale – ma non solo – con la madre, l’istinto materno che prova nei confronti di suo fratello Francesco, la ricerca di un padre assente. Riflessione condivisibile? Nei miei romanzi le dinamiche famigliari sono sempre centrali. La famiglia è il luogo di partenza di ciascuno di noi: è il luogo dal quale a un certo punto sentiamo il desiderio di fuggire ed è anche il luogo nel quale sentiamo il bisogno di tornare. La famiglia, però, non è solo una famiglia di sangue – e anche questo è un tema ricorrente nelle mie storie. Nel campo semantico della famiglia rientrano di diritto pure la rete di relazioni che ci costruiamo lungo il nostro cammino: Flavia e Giulia non sono nonna e nipote, ma è come se lo fossero, perché hanno scelto di esserlo. I problemi che Flavia deve affrontare nella propria famiglia di origine – una separazione traumatica, due genitori immaturi, un rapporto burrascoso con la madre, uno inesistente con il padre, un fratello minore allo sbando che è vissuto come un figlio di cui prendersi cura – sono gli stessi che vedo e che sento intorno a me. E sono anche quelli che, come zavorre pesantissime, finiscono per ostacolare la nostra libertà: il nostro sentirci liberi di industriarci per essere, se non proprio felici, almeno realizzati.
In fondo, anche quella di Flavia è una storia di liberazione – naturalmente molto più personale, molto più intima.

Più che una città, mi piace pensare a Roma come un autentico personaggio della storia, da tenere a bada affinché non rubi righe preziose alla storia. Ci regali una Roma contemporanea e una nel pieno del conflitto bellico. Quanto, secondo te, è cambiata negli ultimi anni e quali segni della guerra esibisce con fierezza? Roma è moltissime cose. Moltissime: davvero! Soprattutto, Roma è da millenni un gigantesco contenitore di storie. C’è una tale stratificazione di umanità in ogni angolo del Centro, che a volte si è colti dalla vertigine. È facile sentirsi trascurabili, troppo piccoli e ininfluenti, a cospetto di una città come Roma, che esiste da sempre e che dà l’impressione che continuerà a esistere per sempre: che è, per l’appunto, l’Eterna. E i romani lo sanno. L’hanno sempre sentita pesare sul proprio capo, e percepita dentro agli occhi, questa eternità. Così, anche durante l’occupazione nazi-fascista della città, lo sapevano: sentivano che quella parentesi, per quanto buia e crudele, come ogni altra prima sarebbe finita. Per questo motivo a Roma si riesce a scherzare di tutto, si riesce, come si dice in romanesco, a “buttare tutto in caciara”: non è superficialità, è profonda, micidiale consapevolezza. La Storia attraversa la città da sempre, ma, come le acque del Tevere, passa per sfociare altrove.

Roma è la terza protagonista principale della mia storia: è vero. È l’anello che congiunge passato e presente, e che congiunge la vicenda di Giulia a quella di Flavia. Perché Roma (che è una donna anche nel nome) è stata una città che ha saputo resistere, una città che non s’è piegata mai, che ha combattuto con il meglio della propria umanità. E non solo attraverso quei giovanissimi che tra i primi in Italia hanno impugnato le armi, hanno fabbricato ordigni, hanno sfidato la ferocia nazista nella prigione di Via Tasso, o quella fascista della banda Koch nelle stanze della pensione Oltremare, in via Principe Amedeo, trasformate in luoghi di inenarrabili torture; ma anche nel privato, nei più anonimi appartamenti, accogliendo migliaia di soldati sbandati dopo la rotta dell’8 settembre, di giovani renitenti alla leva, di ebrei perseguitati, di impiegati statali che si erano rifiutati di trasferirsi al nord per prendere servizio nell’allora appena nata Repubblica Sociale di Salò. L’eroismo della resistenza romana è la stracciarola che interrogata dalle SS ha finto di non aver visto, di non sapere. È nel tramviere che per due giorni ha tenuto al sicuro sul suo tram un ragazzino ebreo scampato al rastrellamento del Ghetto. Nell’oste che all’occorrenza ha trasformato il retrobottega della propria osteria nel rifugio di un gappista o di una gappista in fuga. Nelle donne che hanno assaltato i forni armate solo della loro fame, per sfamare quella dei figli. In tutte le Teresa Gullace che a Roma sono state tante. Che a Roma sono state la maggioranza.

Le donne. Perché a ben vedere la resistenza passiva della cittadinanza, a Roma, è passata soprattutto attraverso la forza delle donne – d’altra parte gli uomini, se non volevano venire rastrellati e deportati, dovevano rimanere ben nascosti nelle intercapedini.
Di quei nove mesi, oggi, a Roma, è rimasto poco e niente. Alcuni luoghi sacri, come le Fosse Ardeatine; una manciata di targhe, che andrebbero considerate edicole civili davanti alle quali inginocchiarsi e chinare il capo in segno di eterna riconoscenza; alcuni luoghi del tutto dimenticati, come per esempio via Rasella. Dopo il lockdown, ho sentito il bisogno di tonare nei luoghi del libro e, per la prima volta, di visitare via Rasella – un budello stretto che si inerpica sul colle del Quirinale verso piazza Barberini, poco prima del Traforo Umberto I. In quel luogo così importante della storia della liberazione, oggi non c’è niente che segnali la sua centralità: non una targa, non un’indicazione di quel che avvenne il 23 marzo del 1944. Solo un palazzo (nel piccolo slargo che è all’intersecazione con via del Boccaccio), non distante da quello sotto al quale esplose l’ordigno posizionato da Rosario Bentivegna, riporta ancora i segni dei colpi della fucileria tedesca. Tutti gli altri edifici sono stati perfettamente ristrutturati e sfoggiano un intonaco immacolato: quello no, quello è ancora crivellato di fori. Ma forse il problema è che sotto il cielo di Roma, alla fine, tutto passa. C’è troppa Storia. C’è troppa vita che si muove.

Alla luce del surreale momento che stiamo vivendo gli scrittori si sono trasformati in comunicatori digitali: quanto è importante il rapporto coi social e quali sono stati, sulla rete, i primi feedback che ha ricevuto il romanzo? Negli ultimi mesi, dovendo stare fisicamente lontani, i social si sono rivelati una vera manna. I social, ma direi la tecnologia in generale. Il poter video-telefonare a mia sorella, bloccata a Madrid durante l’intero lockdown, mi ha fatto ringraziare per ogni centimetro quadrato di fibra stesa da qui alla penisola iberica. Al di là di quanto accaduto nella nostra vita privata, però, a seguito di questo momento tanto particolare, sicuramente abbiamo avuto l’occasione di scoprire anche nuovi modi per comunicare il nostro lavoro, per raggiungere i lettori, per sentirci comunque vicini. Per sentirci una comunità. Le dirette Instagram o Facebook, ad esempio, sono diventate una specie di presentazione 2.0. Chiunque può seguirle ovunque si trovi, scegliendo in che momento della giornata dedicargli la propria attenzione. Credo che alcune modalità sperimentate in questo periodo rimarranno. Certo, non nascondo che le presentazioni in presenza, il poter guardare negli occhi le persone che hanno letto (e magari amato) una tua storia, non ha eguali. Quando ci si riunisce e si parla e ci si confronta, accade sempre una specie di magia.
Per quanto riguarda i primi feedback ricevuti, mi sembrano tutti molto positivi. Ammetto che sono particolarmente felice quando leggo che il romanzo ha spronato a un ulteriore approfondimento storico, o quando sento che ha fatto nascere il desiderio di trascorrere un week end a Roma, per visitare i luoghi descritti.

Nei ringraziamenti citi numerosi librai: autentici eroi durante il lockdown che meritano il sostegno dei lettori. Condividi? Condivido al 100%, e anzi, lo ripeto con convinzione: le libraie e i librai sono eroi. Sono dei veri e propri presidi di civiltà. Sono ali: senza di loro nessun libro potrebbe mai imparare a volare. (E i libri sono importanti. Sono fondamentali. Sono il pane di cui si nutrono le nostre menti).

Dulcis in fundo: cosa ti aspetti da questo romanzo? Che si faccia amare, e che aiuti a capire e a non dimenticare. Con le mie parole, spero di aver reso omaggio alle donne e agli uomini che, attraverso il loro sacrificio, ci hanno donato la libertà che oggi noi tutti sperimentiamo.

Come dico nei ringraziamenti, dobbiamo loro tanto. Dobbiamo loro tutto.

Titolo: Quello che si salva

Autrice: Silvia Celani

Casa editrice: Garzanti

Genere: Sentimentale

Pagine: 281

Anno: 2020

Prezzo: € 16,90

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Romanzi consigliati: “Incontro d’amore in un paese di guerra” di Luis Sepulveda.

L’autrice

Silvia Celani è nata a Roma, ma da sempre vive in provincia, in una casa immersa nel verde, dove ama invitare gli amici per pranzi e cene che, di solito, si prolungano all’infinito. Adora i libri, il mare e le facce impiastricciate di Nutella dei suoi bambini a colazione. È sicura che Walt Disney avesse ragione: «Se puoi sognarlo, puoi farlo».
Con Garzanti ha pubblicato “Ogni piccola cosa interrotta”, suo romanzo d’esordio, sempre in classifica e acclamato da critica e pubblico.

Paquito