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L’uomo dei tetti (Nerina Fiumanò)

9788899931285_0_0_454_75Aveva scelto di vivere lassù.
Perché lassù il mondo aveva un altro colore
e poteva stare tranquillo, lontano dal traffico cittadino
e dalle tensioni
e dallo stress del vivere insieme agli altri.

C’era una volta un uomo che aveva deciso di vivere sui tetti. Comincia pressappoco in questo modo “L’uomo dei tetti”, la fiaba di Nerina Fiumanò illustrata da Angelo Ruta e pubblicata da VerbaVolant in un formato particolarmente accattivante, ovvero i libri da parati. Dispiegando le pagine di questa storia, che ho trovato deliziosa, si scoprono le abitudini di quest’uomo senza nome che decide di fare a meno di qualsiasi cosa e godersi lo spettacolo del cielo e quello della neve. Di affidare i propri pensieri al silenzio della notte, ma pure ai lievi brusii che giungono indistinti a certe altitudini. Una storia delicata che invita alla riflessione sul valore delle piccole cose, quelle sufficienti per vivere felici.
Ormai da tempo recensisco volumi di una casa editrice capace di innovarsi e di proporre prodotti editoriali validissimi in un formato particolare ma di sicuro impatto.
Un unico rimpianto caratterizza questa recensione: non poter intervistare l’autrice Nerina Fiumanò, scomparsa recentemente. Affido pertanto al suo compagno di viaggio Angelo Ruta il compito di raccontare questa storia ai lettori del nostro blog.

L’uomo dei tetti. Come è nato questo progetto? Un giorno Nerina mi ha chiesto: “Ho scritto delle nuove fiabe, ti va di leggerle?”. Io sono sempre lento a leggere, così le ho messe in un angolo della scrivania e ho aspettato qualche mese prima di affrontarle. Questa mi ha subito colpito. Ma non sapevo come prenderla. Poi mi è venuta l’idea e ho subito chiamato Fausta (l’editore di VerbaVolant, ndr).
L’uomo dei tetti vive lontano dal mondo abitato e sembra accontentarsi di poco per essere felice: un pezzo di pane, la neve dentro la quale affondare i piedi, un tetto sopra il quale sedersi per contemplare l’immensità del cielo. Un modo per dire agli altri: smettiamola, ogni tanto, di rincorrere falsi miti e tecnologia per ritrovare noi stessi? Forse. Ma c’è una profonda crisi esistenziale dietro a questa scelta. Un saggio diceva “C’è un tempo per stare nel mondo e un tempo per rifugiarsi da soli nel bosco”. Ecco, i tetti del personaggio di Nerina sono il suo bosco, il rifugio dove ritrovare se stessi prima di ritornare nel mondo.
Possiamo considerare questa storia una fiaba, anche per merito delle tue illustrazioni. Lecito chiederti: ti ha ispirato qualche evento particolare (un film, un quadro, una corrente artistica) oppure hai sognato ad occhi aperti mentre illustravi le pagine scritte da Nerina? Mi sono lasciato ispirare dalla storia. Per prima, mi è venuta l’idea dell’ultima tavola, quella del letto. Non ce lo siamo mai detti con Nerina ma per me il significato del libro sta tutto in quell’immagine. Volendola tradurre in parole vuol dire: “Visto che non posso arrivare fino al cielo, un pezzo di cielo scende fino a me e mi avvolge tutto”.
Per un artista poliedrico come te quale è la dimensione giusta per questo racconto? Io immagino un film di animazione oppure uno spettacolo di mimo. Hai ragione! Non ci avevo pensato ma, in entrambi i casi, mi sembra un’idea stupenda. Forse lo spettacolo di mimo più del film di animazione.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Te ne racconto uno. Un giorno una lettrice, che aveva comprato il libro, era tornata da Fausta per prenderne un altro, da regalare. Le ha raccontato quanto l’avesse colpita nel profondo questo libro e il significato che aveva dato, pagina per pagina, a tutta la storia. E mentre lo raccontava piangeva.
Questa storia appartiene a te ma anche e soprattutto a Nerina. Ti andrebbe di ricordarla attraverso il nostro blog? Nerina era una persona ribelle e spigolosa ma aveva un senso magico della vita;  questo ha creato subito una forte empatia tra di noi. Amava la narrazione della realtà ma ancor di più la deviazione poetica che a volte la trasfigura, fino a farla diventare, nel senso più nobile del termine, fiaba.

Titolo: L’uomo dei tetti
Autrice: Nerina Fiumanò
Illustratore: Angelo Ruta
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: libri da parati
Pagine: 1 (nel formato 70×100)
Anno: 2018
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Letture consigliate: “Seb e la conchiglia” di Claudia Mencaroni e Luisa Montalto (ed. VerbaVolant)

L’autrice
Nerina Fiumanò è stata sceneggiatrice e story editor. Ha collaborato a lungo con diverse case di produzione. Nel 2001 ha fondato Cinerentola, studio di consulenza per lo spettacolo. Nel maggio 2011 ha ottenuto il Certificate Program in Television Screenwriting presso UCLA Extension a Los Angeles dove ha vissuto per un anno e mezzo. Nel 2016 ha pubblicato per VerbaVolant Edizioni “La principessa che scriveva”, libro da parati con le illustrazioni di Angelo Ruta.

L’illustratore
Angelo Ruta si è formato a Milano, dove ha frequentato il corso di Scenografia all’Accademia di Brera, il Corso Superiore di Illustrazione e Fumetto e la Scuola di Tecnica Cinetelevisiva. Lavora prevalentemente come illustratore editoriale, collaborando con i maggiori editori italiani e inglesi, realizzando spettacoli teatrali e film e vincendo qualche premio. Collabora regolarmente con “La Lettura”, inserto domenicale del “Corriere della Sera”. Per VerbaVolant Edizioni ha illustrato due libri da parati: “Fiori bianchi bacche di caffè” (con testo di Pia Parlato) e “La principessa che scriveva” (con testo di Nerina Fiumanò).

Paquito

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Pietro Mennea. Più veloce del vento (Pippo Russo)

9788867996063_0_0_551_75Quarant’anni fa. Il tempo passa veloce se smetti di contarlo. Veloce quasi quanto i 20 secondi scarsi che ti sono serviti per filare via a razzo nella gara dei 200 metri e diventare l’uomo più veloce del mondo sulla distanza.

Venti secondi appena. Anzi diciannove e settantadue per trasformare un atleta in leggenda. Quel che accadde, nel 1979, a Pietro Mennea quando stabilì il record mondiale dei 200 metri. Un lasso di tempo brevissimo che rese l’atleta di Barletta una leggenda dello sport italiano. Ma “Pietro Mennea. Più veloce del vento”, volume curato da Pippo Russo per Edizioni Clichy, è pure il ritratto di un uomo che sembra incarnare il motto “mens sana in corpore sano”. Mennea, infatti, ha portato avanti – fino alla fine dei suoi giorni – una battaglia contro il doping, vero e proprio cancro di qualsiasi disciplina, e a favore dello sport come forma di cultura.
Trovano spazio, all’interno di un volume che ho apprezzato per lo stile (molto asciutto e senza fronzoli), non solo le imprese sportive di Mennea, ma pure quelle universitarie: tre, infatti, sono state le lauree conseguite da un atleta disposto a studiare di nascosto pur di conseguire un titolo di studio che gli garantisse un avvenire al termine di una carriera agonistica ricca di successi (tra i quali l’oro alle olimpiadi di Mosca nel 1980).
Non aggiungo altro e lascio all’autore la parola.

“Pietro Mennea. Più veloce del vento”. Come è nato questo volume?L’idea di questo volume risale alla prima pianificazione della collana Sorbonne. Quando si è cominciato a tracciare una galleria dei personaggi cui dedicare i titoli, e si è deciso che una parte di essi dovessero appartenere al mondo dello sport, quello di Pietro Mennea è stato il primo nome menzionato assieme a quello di Socrates. Poi le scelte editoriali hanno portato a puntare prima su Socrates, e il libro su Mennea è rimasto in sospeso. Si è deciso di riprenderlo alla fine dello scorso anno, quando si è constatato che nel 2019 ricorre il quarantennale del record sui 200 metri battuto a Città del Messico. E a questo punto si può ben dire che il volume sia arrivato in libreria nel momento più opportuno.
Quel che emerge, dalle pagine di questo libro, è il ritratto di uno sportivo ligio al dovere e dotato di una volontà granitica. Cosa, invece, ti ha conquistato dal punto di vista umano?Di Mennea emerge una totale refrattarietà al compromesso. Era un uomo molto fermo nelle idee e nelle decisioni, e se era convinto di avere ragione non defletteva minimamente. Ma al tempo stesso era pronto a cambiare idea se si rendeva conto che fossero cambiate alcune condizioni, o che semplicemente ci fosse stata un’evoluzione delle cose. E in questo non c’è incoerenza, ma piuttosto intelligenza e umiltà nel capire quando sia il caso di sottoporre a revisione alcune delle proprie idee.
19”72, un lasso di tempo brevissimo che trasformò Pietro Mennea in leggenda. Come hai vissuto quegli istanti da appassionato di sport e come li hai rivissuti da narratore?Da appassionato di sport lo vissi molto alla lontana. Avevo appena finito le medie e mi apprestavo a iniziare il ginnasio, e a quell’epoca seguivo poco l’atletica. Inoltre, la copertura mediatica di quel record non fu puntuale, gli italiani lo vissero in differita. Mi entusiasmai molto più quando un anno dopo vidi Mennea vincere l’oro olimpico a Mosca nei 200. Invece da narratore ho provato a immedesimarmi, e calare l’impresa di Pietro Mennea nel contesto del passaggio d’epoca. Il suo è stato il record più longevo sui 200 metri, quasi 17 anni. E a vedere la struttura fisica di Michael Johnson, l’atleta che ha fatto segnare il nuovo record nel 1996, si ha la perfetta rappresentazione di come nel frattempo sia cambiata la velocità. Quella di Pietro Mennea era la velocità delle gazzelle, quella di Michael Johnson era (ed è) la velocità dei culturisti.
Durante tutta la sua carriera agonistica, e pure dopo, Pietro Mennea ha combattuto contro il doping anche dal punto di vista culturale: la sua speranza era quella di vedere in pista atleti desiderosi di superare i propri limiti (oltre che gli avversari) attraverso il duro lavoro. A distanza di sei anni dalla sua morte, ritieni che le sue siano state parole al vento oppure c’è da sperare che il suo sogno si realizzi?Quelle contro il doping non sono mai parole al vento. Specie se pronunciate da un personaggio che ha il carisma di Pietro Mennea, con la sua capacità di indicare una strada alternativa (e pulita) al successo agonistico. Se però dobbiamo considerare il risultato della lotta contro il doping, allora dobbiamo registrare difficoltà che diventano sempre più elevate. E non certo per un limite mostrato da Mennea o da chiunque altro lotti o abbia lottato contro il doping. È che per troppi la scorciatoia verso il successo è sempre seducente.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori?Fin qui molto positivi. Evidentemente il pubblico non ha dimenticato Mennea, e chi non lo ha conosciuto trova in questo libro delle tracce importanti per comprendere il personaggio.
Previsione futura: Filippo Tortu può diventare l’erede di Pietro Mennea?In pista certamente, e glielo auguro. Fuori dalla pista, non saprei. Non per demerito suo, ma perché Pietro Mennea è stato un personaggio forse irripetibile.
Saluta i lettori del nostro blog. Li saluto volentieri, e li esorto a non smettere di seguire questo spazio così stimolante e ricco di idee.

Titolo: Pietro Mennea. Più veloce del vento
Autore: Pippo Russo
Casa editrice: Edizioni Clichy
Genere: saggio sportivo
Pagine: 104
Anno: 2019
Prezzo: € 7,90
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Serie tv consigliata: “Pietro Mennea – La freccia del Sud” miniserie televisiva del 2015 diretta da Ricky Tognazzi

L’autore
Pippo Russo è un sociologo, saggista e giornalista italiano. Insegna sociologia all’Università degli Studi di Firenze. Scrive per l’Unità, il Messaggero, e per le edizioni fiorentina e palermitana de La Repubblica. In passato ha collaborato con il Manifesto (per il quale ha inventato la celebre rubrica Pallonate, in cui venivano messi alla berlina i vizi del giornalismo sportivo italiano), il Riformista, il Fatto Quotidiano, Pubblico e il Corriere della Sera. Ha esordito nella narrativa nel 2006, con il romanzo “Il mio nome è Nedo Ludi” (Dalai editore). Il suo ultimo libro è “L’importo della ferita e altre storie. Frasi veramente scritte dagli autori italiani contemporanei. Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi” (Edizioni Clichy).

Paquito

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Basilio. Racconti di gioventù assoluta (Alessandro Mauro)

cop_Basilio«Zero, pure a te».
Spaccato per giunta: sopra quel cerchio già inconfondibile di suo, la maestra aveva tirato una linea obliqua, con così tanta foga che ci mancò poco non bucasse il foglio.
Basilio avvertì il misto di dispiacere e sorpresa spingergli gli occhi un po’ in fuori, primo perché gli era parso che lei avesse guardato la sua paginetta di “f” minuscole soltanto per un secondo o due, poi perché era rientrato a scuola proprio quel giorno, dopo un febbrone che l’aveva quasi steso.

A metà strada tra “Il giovane Holden” e “Il giornalino di Gian Burrasca”. S’inserisce in questo solco “Basilio. Racconti di gioventù assoluta”, il romanzo di Alessandro Mauro pubblicato dalla neonata Augh! edizioni.
Il protagonista è Basilio, un ragazzino come tanti: scuola, sport, passatempi e il desiderio di crescere attraverso l’esperienza. Non quella altrui, proposta sotto forma di suggerimenti da parte di parenti e amici più grandi; quella autentica fatta di cicatrici (per lo più metaforiche) da esibire con fierezza, per il solo gusto di poter dire «l’ho fatto e ho imparato qualcosa». E ne ha di cose da apprendere il protagonista di un romanzo composto da tanti piccoli racconti di vita quotidiana in cui trovano spazio: le ragazze, il calcio e pure i classici della letteratura presi in prestito in biblioteca.
È amore autentico per la scrittura quello di Alessandro Mauro che permea questa storia di leggerezza e di autenticità. Basilio potrebbe essere chiunque: il vicino di casa, il figlio, il compagno di classe, ma pure chi legge questo libro. Ritengo giusto, a questo punto, tacere e lasciare la parola all’autore.

Basilio. Come è nato questo romanzo? Grazie, intanto, di averlo definito romanzo. In realtà, come sai, si tratta di racconti, anche se il fatto di avere tutti lo stesso protagonista dà loro una certa continuità, e magari permette di entrare in confidenza col personaggio, come accade appunto nei romanzi. Quanto alle origini, vorrei darti una risposta migliore, ma credo di dover dire che sono casuali. Di sicuro non sono partito dall’idea di scrivere dieci racconti che diventassero quasi un romanzo. A un certo punto m’è venuto in mente che un ragazzino potesse scordarsi di pagare un gelato, o cadere nel cortile della scuola durante una gara di corsa, temere le conseguenze catastrofiche di questi eventi e agire di conseguenza. Se queste idee resistono per un po’, di solito a un certo punto le scrivo. Solo più avanti, dopo almeno tre o quattro racconti, mi sono accorto di avere un personaggio, e ho provato a scrivere il resto.
Lecito chiederti, innanzitutto, quanto c’è di autobiografico e quanto di vissuto nel personaggio di Basilio? Diciamo un terzo autobiografia, un terzo saccheggio delle biografie altrui, un terzo invenzione. La speranza è che non si veda la differenza, il che vorrebbe dire che le parti inventate sono verosimili.
Un vero e proprio romanzo di formazione il tuo, tuttavia ammantato di leggerezza. Quanto è difficile raccontare, con tono scanzonato, l’adolescenza? Sin dai primi commenti, è venuta fuori questa cosa della leggerezza. Ne sono felice, ma è una leggerezza nostra, casomai. Dico mia che scrivo, e di chi legge. Basilio sta quasi sempre in mezzo ai guai, e non percepisce la leggerezza che in rari, meravigliosi momenti. Infanzia e adolescenza sono stagioni intense per definizione, e la mia idea è di stare attaccato a quello che racconto. Forse l’ironia, o quello che è, mi serve per dare alle pagine la temperatura che dico io.
Il calcio. Non un semplice sport (figuriamoci un passatempo), ma un vero e proprio genere letterario. Quanto è importante il calcio per te personalmente e per le tue storie? Piuttosto importante, e infatti questa è una bella domanda. È uno spazio in cui ti misuri con la gioia, con la sconfitta, con l’idea di stare da una parte, insieme ad altri, e soprattutto con il desiderio. Sono cose grosse. Ed è anche un ambito in cui stai in una connessione piuttosto stretta con quello che eri da ragazzino. Nel libro, se non scordo niente, ci sono riferimenti al calcio in quattro diversi racconti. Credo che il più importante sia all’interno di “Poi ti devo far vedere”, che è quello in cui se ne parla di meno. Il calcio qualche volta ci tiene ancorati a terra, e ci sta bene così.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Ci sono due livelli, mi pare. Stanno uscendo un po’ di recensioni, e a meno che io non capisca male perché sono troppo coinvolto, sono tutte positive o molto positive. Questo mi fa molto piacere, si capisce. Ma la cosa più grossa è quando qualcuno che sta leggendo il libro, o che l’ha appena finito, mi fa sapere di essersi emozionato, divertito, rivisto. Vedere che Basilio piace alle persone è una gioia, anche se innesca la trappola del desiderio: più vedi gradimento, e più vorresti che fosse letto.
Una delle cose che mi colpisce di più è il fatto che diversi lettori vedono sé stessi in Basilio. Anche molte lettrici, e questo è specialmente sorprendente, perché Basilio non capisce granché delle donne. E poi il fatto che stia piacendo ad alcuni giovani, per ragioni magari comprensibili, ma non credo scontate.
Social network e affini: quanto sono preziosi per te come autore e quanto possono essere deleteri per coloro i quali si affacciano alla narrativa attraverso i social dedicati alla scrittura? Basilio ha una sua pagina Facebook, che è curata dalla fantastica Elena Dardano, e infatti è fatta bene. Io non ce l’ho, e questo ti dice quanto ne so dei social. Dunque non ho idea di come possa essere affacciarsi alla scrittura per quella via. Quanto all’utilità per me, osservo che nel web possono crearsi spazi di attenzione che altrove, senza una grande casa editrice dietro, sono preclusi. La pagina che ti dicevo, o questa intervista, ne sono due esempi.
Quello di Basilio è un universo che potrebbe essere sviluppato all’interno di una lunga serialità (penso alla saga di Malaussene, ad esempio). Questo personaggio tornerà prima o poi? Non lo so. Dopo il mio primo libro, che si chiama “Se Roma è fatta a scale” e parla in modo molto libero delle scale di Roma, ho detto in varie presentazioni che non avrei fatto “Le scale due”. Stavolta mi sbilancio meno, ma la cosa che sto provando a scrivere adesso è ancora diversa.
Saluta i lettori del nostro blog: Buone pagine a tutti e tutte. Chi legge “Basilio” è benemerito. Se non vi piace, vi offro una birra. Se vi piace, passate parola.

Titolo: Basilio. Racconti di gioventù assoluta
Autore: Alessandro Mauro
Casa editrice: Augh! edizioni
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 140
Anno: 2019
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimenti di lettura: “Il giovane Holden” di J. D. Salinger; “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba.

L’autore
Alessandro Mauro è nato a Roma nel 1965 e scrive per mestiere da più di venticinque anni. Ha pubblicato centinaia di articoli su testate a diffusione nazionale, dal quotidiano al quadrimestrale. Ha curato rassegne cinematografiche e un festival di cortometraggi. Quando non scrive, rivede testi altrui, dedicandosi in ogni caso alla cura di prodotti editoriali. Nel 2016 ha pubblicato per Exòrma “Se Roma è fatta a scale”.

Paquito

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Zio Billy e i suoi amici. Il calcio e lo scolapasta (Alessandro Costacurta, Marco Cattaneo)

9788893818247_0_0_551_75Da quando un asteroide a forma di pallone è misteriosamente precipitato nel giardino di casa sua, Camillo ha un superpotere: è diventato il più grande esperto di calcio al mondo, o almeno così dice in giro.

Prendete un rampante giornalista, Marco Cattaneo, e affiancategli una leggenda del calcio, Billy Costacurta. Chiedete loro di scrivere una storia a quattro mani e quel che ne verrà fuori sarà uno spassoso romanzo che mescola sapientemente humour e pallone. “Zio Billy e i suoi amici. Il calcio e lo scolapasta” (edito da Salani) è un libro per ragazzi pronto a conquistare i lettori di qualsiasi età. Protagonista della storia è Camillo, un ragazzino dotato di un dono assai raro: conosce la storia di qualsiasi calciatore, dalla nascita di questo sport a oggi. Tutto merito di un asteroide precipitato nel giardino di casa che lo ha dotato di questo bizzarro superpotere.
Spettatrice degli interminabili racconti del ragazzino è Benedetta, una signorina dotata di grande pazienza – far tacere Camillo è pressoché impossibile – tuttavia animata da una grande curiosità.
La stessa che sembra aver spinto i due autori a raccontare, con grande ironia, le vicende sportive, ma soprattutto umane, di Leo Messi, Arrigo Sacchi e William Foulke e pazienza se – di tanto in tanto – quel che viene raccontato non corrisponde esattamente alla verità.
Non aggiungo altro e cedo la parola ai due autori.

Il calcio e lo scolapasta. Come è nato questo progetto? (Marco) Dall’amore per il calcio, da quello per la scrittura, e dal piacere inestimabile che si prova quando si arriva al cuore e alla curiosità dei più piccoli. “Il Calcio e lo scolapasta” è il primo volume di una serie (“Zio Billy e i suoi amici”) che spero possa essere la più lunga possibile.
Lo “Zio Billy” è Alessandro Costacurta, che in tanti anni di lavoro e trasferte a Sky Sport mi ha raccontato un’infinità di storie e aneddoti sulla sua straordinaria carriera. Billy aveva già provato, quando suo figlio Achille era piccolo, ad addormentarlo la sera romanzando le sue mirabolanti avventure di campo, col risultato che però non si addormentava mai, anzi rimaneva sveglio ad ascoltarlo con gli occhi sbarrati. Io ho provato a mettere ordine nei suoi pensieri, e da grande innamorato del calcio e del mondo dei bambini, mi son detto che avremmo potuto provare a trasmettere ai più piccoli il nostro amore per questo sport, che è un gioco meraviglioso, come del resto magici sono molti dei suoi protagonisti. Così, nell’ordine: ho sperimentato queste storie sui miei 3 figli, ho provato a scriverle, ho incontrato persone eccezionali in Salani, e ho avuto l’enorme fortuna di potermi confrontare con Pierdomenico Baccalario (n.d.r. autore di romanzi d’avventura per ragazzi), che mi ha insegnato come scrivere per i bambini. Rispetto alla scrittura televisiva, destinata a un altro pubblico, è stato un passaggio non banale.
Quanto c’è di Marco nel personaggio di Camillo? Anche tu sei un appassionato dell’aneddotica calcistica? E soprattutto anche a te piace – partendo da fatti realmente accaduti – inventare storie che abbiano come protagonisti i calciatori? (Marco) Ne parlavo pochi giorni fa con mia figlia, a cui mi sono ispirato scrivendo di Benedetta, una ragazzina delle scuole elementari decisamente sveglia e peperina, che nel “Calcio e lo Scolapasta” si sorbisce i racconti di Camillo, il protagonista della serie. Camillo è un simpatico “cacciaballe”, molto curioso e un po’ maldestro, a cui piace ritrovarsi al centro dell’attenzione, incantare gli amici con i suoi racconti, spesso ritrovandosi però in un mare di guai. Ecco, non so quanto ne fossi consapevole scrivendone, ma rileggendo le storie di Zio Billy ho notato quanto mi assomigli Camillo: del resto nel quarto volume, ambientato sulle piste da sci, i compagni lo prendono in giro per essere arrivato quarantasettesimo su quarantanove partecipanti alla gara scolastica, ma solo perché gli ultimi due erano caduti. A me è successo davvero, anni fa; e non avete idea di quante volte abbia raccontato questa storia, romanzandola. Lo stesso vale per le storie di calcio: si parte dal fatto accaduto, e si finisce a raccontare una favola, dove i calciatori recitano la parte dei supereroi, e la morale non può che essere istruttiva, educativa.
Le storie di Messi, Foulke e Sacchi hanno un comune denominatore: superare le difficoltà. Si tratti di chili di troppo, centimetri in meno o un curriculum non particolarmente altisonante, i tre protagonisti hanno superato i loro limiti e si sono affermati. Quali di queste tre storie ti ha maggiormente appassionato? (Marco) In ogni volume della serie raccontiamo tre tipi di storie: la prima legata a un personaggio conosciuto da tutti i bambini, come Messi appunto; la seconda legata a un personaggio che forse neanche i padri conoscono, come quella di William Foulke; e la terza è una storia che solo Billy può raccontare, in quanto basata sui suoi aneddoti. Mi ha divertito tantissimo la storia di Sacchi, perché i racconti di Billy sono esilaranti e molto buffi, ma ad appassionarmi di piùè stata quella di William Foulke, perché non la conoscevo: Foulke giocò a calcio, in porta, a cavallo tra l’ottocento e il novecento, e ancora oggi è considerato il calciatore più grosso nella storia di questo sport. Arrivò a pesare 150 kg, e grazie alla sua stazza pachidermica diventò pressoché imbattibile, perché copriva tutto lo specchio della porta. Ma il comune denominatore è esattamente quello di cui parli tu: prendere le proprie debolezze, e trasformarle in un punto di forza. Questo è il messaggio che vogliamo dare ai più piccoli.
Il cane di Camillo si chiama Pelé, in onore del calciatore più forte del mondo. Di Maradona – altra leggenda calcistica nonché tuo avversario – che ricordi hai? (Billy) Uno dei due giocatori più forti contro i quali abbia mai giocato. Il primo in assoluto era Ronaldo, il fenomeno. Di Diego ricordo quanto fosse impossibile buttarlo giù, e che le poche volte che ci riuscivi lui si rialzava con una facilità disarmante, senza protestare, senza fare scene inutili, e prendeva subito il pallone in mano per andare a battere la punizione, voleva ricominciare il gioco. Ecco, se dovessi raccontare Maradona, userei poche parole semplici: voleva giocare a calcio, sempre; era l’unico suo pensiero, la sua grande passione. La sua vita.
Quanto è divertente/emozionante raccontare la propria carriera attraverso un personaggio letterario? (Billy) Molto. Ma è molto emozionante farlo rivolgendosi ai bambini. Osservare il loro candore, il loro stupore, la loro meraviglia quando gli racconti di aver fatto un gol, di avere giocato una certa partita, di aver incontrato grandi campioni. Mi diverte raccontare loro le storie che ho vissuto, mi diverte rivedermi nelle splendide illustrazioni di Michele Monte, semplicemente mi divertono loro, quando alle presentazioni del libro prendono il microfono perché è il turno delle loro domande. A Milano, a maggio, in uno splendido teatro dell’ottocento appena ristrutturato, un vero gioiello in pieno centro, eravamo circondati da marmocchi di ogni età. Uno di loro a un certo punto alza una mano, perché deve fare una domanda. E così, all’improvviso, mi chiede: “E se durante una partita ti scappava una puzzetta?”.
Quanto è difficile parlare alle nuove generazioni di lettori, sempre più affezionate ai dispositivi digitali e sempre meno alle storie? (Marco) Ho scoperto recentemente di aver commesso un errore, considerando ogni bambino un potenziale lettore. Purtroppo invece non è così: molti di loro non sono mai stati educati e avvicinati alla lettura, e mi sembra sinceramente un grande peccato e un grosso torto che si fa loro, perché fantasia, curiosità, immaginazione, sensibilità. sono tutte cose che si rafforzano e si coltivano perdendosi in una storia, o tra le pagine di un libro.
I giovani lettori di oggi saranno i lettori adulti del futuro; e ogni giorno che passa mi sembra sempre più urgente la necessità di averne tanti.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? (Marco) Sono stati molto gratificanti: molti genitori ci hanno raccontato che “Zio Billy”è riuscito a catturare la curiosità dei loro figli, così dopo aver letto di Sacchi molti hanno voluto sapere chi fossero Gullit e Van Basten, o hanno chiesto di vedere foto di Messi da bambino per capire quanto fosse piccolo. Tenere vivo l’album dei ricordi del calcio, provare a trasferire i valori più positivi, che si trovano nelle vittorie come nelle sconfitte, mettere il divertimento, la passione, ma anche l’impegno per ottenere certi risultati al centro di tutto: sarebbe un enorme soddisfazione trasferire tutto questo ai bambini. Spiegando loro che tifare contro, prendersela eccessivamente per una sconfitta, trovare sempre e per forza un responsabile negativo, ha poco senso: dietro ogni giocatore c’è una storia di sogni e sacrifici che merita grande rispetto.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Camillo ritornerà? (Marco) Billy ricorda talmente tanti aneddoti che potremmo scriverne per tre o quattro generazioni di bambini. Di certo Camillo torna alla fine di agosto, con “Il calcio e la bicicletta scomparsa”, il secondo volume della serie, e a seguire con il terzo, ambientato in un salone di bellezza, dove Camillo è costretto ad accompagnare la mamma nel temutissimo tour di commissioni del sabato mattina (e questo è mooooolto autobiografico). E poi vedremo: io intanto sto scrivendo il sesto!
Un saluto ai lettori del nostro blog. (Marco) Ciao ragazzi, sono profondamente innamorato di questa nuova avventura, che mi sta facendo conoscere persone e realtà davvero affascinanti. Tra queste c’è anche il vostro blog, grazie al quale ho già segnato un paio di consigli molto interessanti per l’estate!

Titolo: Zio Billy e i suoi amici. Il calcio e lo scolapasta
Autori: Alessandro Costacurta, Marco Cattaneo
Illustrazioni: Michele Monte
Casa editrice: Salani
Genere: narrativa sportiva per ragazzi
Pagine: 144
Anno: 2019
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Dopo aver letto questo libro: mettere da parte qualsiasi supporto elettronico e uscire
all’aria aperta per giocare a pallone con gli amici, emulando i propri idoli calcistici.

Gli autori
Marco Cattaneo è un giornalista sportivo, e da quando tre piccoli asteroidi sono precipitati nella sua vita racconta loro tante storie legate al calcio, la sua grande passione. Ha condotto programmi di calcio per bambini su Disney Channel e ora è conduttore e telecronista per Sky Sport, ma se avesse avuto due piedi migliori, un fisico migliore, una visione di gioco migliore e capacità aerobiche migliori, probabilmente oggi avrebbe vinto tante Coppe quante quelle di Billy.

Alessandro Costacurta, detto Billy, è stato uno dei più grandi difensori della storia del calcio. Nel giardino di casa sua sono precipitati innumerevoli asteroidi a forma di trofeo: 7 Scudetti, 5 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, e via dicendo. Con la maglia del Milan ha giocato quasi settecento partite e conquistato un record dopo l’altro, con quella della Nazionale italiana è stato vicecampione del mondo a USA 1994.

Paquito

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Mio padre, il pornografo (Chris Offutt)

9788833890142_0_0_551_75Mio padre crebbe in una capanna di tronchi nei pressi di Taylorsville, nel Kentucky. La casa aveva muri spessi trenta centimetri, con feritoie per difendersi da eventuali aggressori, prima gli indiani e poi i soldati, durante la guerra civile. A dodici anni papà scrisse un romanzo sul Vecchio West. Imparò a battere a macchina da solo, usando il metodo Columbus – trova il tasto e pestaci sopra – con un dito della mano sinistra e due della mano destra. Papà batteva a macchina velocemente e con entusiasmo. Alla fine avrebbe scritto e pubblicato più di quattrocento libri, usando diciotto pseudonimi diversi. C’erano sei romanzi di fantascienza, ventiquattro fantasy e un thriller. Il resto erano romanzi pornografici.

Questo libro è semplicemente straordinario. “Mio padre, il pornografo” di Chris Offutt (edito da minimum fax) è una delle biografie più belle che abbia mai letto.
L’autore americano racconta la storia di suo padre, Andrew Offutt – uno dei più celebri e prolifici autori di fantascienza e letteratura pornografica degli Stati Uniti – a distanza di pochi anni dalla sua morte (avvenuta nel 2013 a causa della cirrosi epatica).
Riordinando libri, lettere, appunti e manoscritti inediti appartenuti al padre, Chris Offutt comincia a raccontare la vita di un uomo dedito unicamente alla scrittura (abbandona, senza remore, il proprio lavoro di agente assicurativo) al punto di isolarsi dalla propria famiglia e circoscrivere il proprio mondo alla scrivania del suo ufficio. Quella che, metaforicamente, diventa una finestra che affaccia sull’immaginario.
Fervida è l’immaginazione di Andrew Offutt, autore (con una serie di pseudonimi) in grado di realizzare oltre trecento romanzi (l’obiettivo minimo era scrivere un libro al mese), all’interno dei quali la pornografia diventa materia viva in un periodo – la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 – nel quale il cinema a luci rosse non si è ancora diffuso.Romanzi del genere, ben presto, diventano oggetto di culto per onanisti (i suoi libri vengono definiti “romanzi da leggere con la mano sinistra”) e cultori.

Non una semplice biografia, quindi, ma un romanzo generazionale nel quale si racconta di un “match” padre contro figlio. Chris palesa tutta la sua sofferenza per l’assenza di un dialogo col padre:vorrebbe essere accettato da Andrew, ma questi sembra essere interessato unicamente alle sue storie.
L’autore non chiede il sostegno del lettore, al contrario. Chris Offutt vuole raccontare i fatti per quelli che sono (dal suo punto di vista, ovviamente). Non vi è acredine, ma solo il desiderio di aprire la propria scatola dei ricordi arricchendola con le righe rubate alle storie di un padre che, come una gigantesca ombra, oscura il figlio fino alla fine della propria vita.
Numerose sono le similitudini col capolavoro di Franz Kafka “Lettera al padre” e avendo apprezzato non poco quest’ultimo, non posso che promuovere a pieni voti la storia del pornografo più popolare degli USA.

Titolo: Mio padre, il pornografo
Autore: Chris Offutt
Traduttore: Roberto Serrai
Casa editrice: minimum fax
Genere: biografia
Pagine: 296
Anno: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni
Suggerimenti di lettura: “Lettera al padre” di Franz Kafka; “Open” di Andre Agassi.

L’autore
Chris Offutt è nato a Lexington, Kentucky. Oltre a “Nelle terre di nessuno”, ha scritto un’altra raccolta di racconti “Out of the Woods”, un romanzo, “The Good Brother”, e tre memoir: “The Same River Twice”, “No Heroes: A Memoir of Coming Home”, e“My Father, the Pornographer”. Ha ricevuto, nel 1996, il Whiting Award per la narrativa e la saggistica, ed è stato incluso dalla rivista letteraria Grantatra i venti migliori narratori delle ultime generazioni.

Paquito

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Gli spaesati (Mia Lecomte)

9788899931353_0_0_503_75È successo a diversi animali
tutt’a un tratto di cambiare paese,
per ragioni più o meno banali
si son persi la fine del mese.

Un bizzarro giro del mondo. Si potrebbe descrivere in questo modo “Gli spaesati”, il racconto di Mia Lecomte (illustrato da Andrea Rivola) edito da VerbaVolant.
Quindici animali lasciano la propria terra d’origine per recarsi all’altro capo del mondo o, più semplicemente, in un habitat completamente differente. Come reagiranno? Con quello spirito di adattamento che, da sempre, caratterizza le specie animali.
Il pappagallo Beto, ad esempio, lascia il Brasile per il Tibet, diventando un monaco che ripete mantra tutto il giorno; il bradipo Angel, invece, saluta le calde terre del Sudamerica per andare in Islanda a godersi, con la solita flemma, l’eruzione di un vulcano.
Dopo aver scavato cunicoli per un intero anno, la talpa Ling si lascia alle spalle la Cina per il nord Europa, dove scopre lo spettacolo dell’aurora boreale; la formica gigante Ribka, invece, indossa un kimono per adeguarsi agli usi e ai costumi giapponesi, così diversi da quelli del Burundi, il suo paese d’origine.

Ho apprezzato molto questo testo, innanzitutto, per le illustrazioni. Le istantanee con cui Andrea Rivola presenta i singoli personaggi sono esaustive e si rivolgono a un pubblico quanto mai variegato.
Altrettanto buono il lavoro della Lecomte che si affida alla rima baciata per raccontare le storie di Hans lo stambecco, Bharat il coccodrillo e degli altri personaggi.
In conclusione, un testo che promuovo soprattutto per il fine: raccontare, nel modo più divertente possibile, le diversità culturali che caratterizzano tutti i popoli della terra.

Titolo: Gli spaesati
Autrice: Mia Lecomte
Illustratore: Andrea Rivola
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: racconto illustrato
Pagine: 40
Anno: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Letture consigliate: “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne

L’autrice
Mia Lecomte è una poetessa e scrittrice italiana di origine francese. Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue e pubblicate all’estero e in Italia in numerose riviste e raccolte antologiche; tra le sue pubblicazioni più recenti le sillogi poetiche “Intanto il tempo” (La Vita Felice, 2012), “For the Maintenance of Landscape” (antologia bilingue, Guernica, 2012), “Al museo delle relazioni interrotte” (LietoColle, 2016) e la raccolta di racconti “Cronache da un’impossibilità” (Quarup, 2015).
Come autrice per ragazzi ha pubblicato, tra gli altri, “Come un pesce nel diluvio” (Sinnos, 2008) e “L’Altracittà” (Sinnos, 2010), entrambi illustrati da Andrea Rivola. Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della letteratura transnazionale italofona, e in particolare della poesia, a cui ha dedicato il saggio “Di un poetico altrove” (Cesati, 2018). Tra i fondatori del trimestrale di letteratura della migrazione «El Ghibli», è redattrice del semestrale di poesia comparata “Semicerchio” e collabora all’edizione italiana de “Le Monde Diplomatique”.
Ha fondato la Compagnia delle poete (www.compagniadellepoete.com) e l’agenzia letteraria transnazionale Linguafranca (www.linguafrancaonline.org).

L’illustratore
Andrea Rivola è nato a Faenza nel 1975. Laureato al Dams Arte di Bologna, vive immerso tra i paesaggi campestri della Valle del Senio in compagnia di inseparabili e variegati personaggi creati dalle sue matite immaginifiche. Appassionato illustratore, collabora con il “Corriere della Sera” e ha pubblicato più di quaranta libri in Italia e all’estero: tra gli ultimi titoli “Il cammino dei diritti” (Fatatrac, 2014), “Pioggia di primavera” (Sinnos, 2015), “Mio!” (Fatatrac, 2016), “Girotondo” (Fatatrac, 2017).
Con Mia Lecomte ha pubblicato “Come un pesce nel diluvio” (Sinnos, 2008) e “L’Altracittà” (Sinnos, 2010). Tenace vignaiuolo, allieta le ugole assetate coi suoi vini tipici.

Paquito

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Batata (Graciela Beatriz Cabal)

9788857609713_0_0_551_75Ci sono case pulite, splendenti e profumate di pino. Case con le federe sulle poltrone per non impiastricciarle e le pattine di lana per non macchiare i pavimenti. Case dove le cose vecchie o bucate vanno a finire nella spazzatura. Sono case perfette.
In queste case perfette i cagnolini veri non possono entrare. Perché i cagnolini veri fanno la pipì e la cacca, nascondono gli ossi sotto i cuscini e fanno una serie di altre cose da far drizzare i capelli a certa gente.

Una ragazzina molto curiosa e dotata di una fervida immaginazione, un cane combinaguai e una mamma che proprio non vuol saperne di ritrovarsi animali in casa. Sono questi gli ingredienti di “Batata” (edito da #logosedizioni), il racconto di Graciela Beatriz Cabal illustrato da Giulia Pintus.
Giulietta, la protagonista della storia, vorrebbe tanto possedere un cane, ma sua madre – ossessionata dalle pulizie – non vuol proprio saperne. L’abitazione deve essere sempre linda e profumata. Alla ragazzina non resta che creare un cane di pezza con cui trascorrere le giornate. Una monotonia che viene interrotta dall’incontro fortuito con Batata, un piccolo meticcio che non vuol saperne affatto di separarsi dalla ragazzina.

Una bella storia di sogni e di amicizia quella raccontata dalla Cabal. Grazie a Batata, Giulietta inizia a comprendere il significato della parola responsabilità: il cane non è un giocattolo, ma un essere vivente del quale prendersi cura. Inoltre la padroncina dovrà educare Batata affinché limiti il numero di guai.
Il vero punto di forza di questa storia sono le illustrazioni: il tratto delicato e i colori pastello con cui Giulia Pintus ha animato le pagine del racconto permettono ai lettori di qualsiasi età di sognare a occhi aperti e vivere pienamente una storia rivolta a un pubblico di giovani lettori, ma pure a quelli coi capelli bianchi.
Non aggiungo altro e cedo la parola all’illustratrice di queste pagine…

Batata. Quali sono state le tue prime impressioni da lettrice e quali quelle da illustratrice? Quando ho letto “Batata”per la prima volta mi ha incuriosito la semplicità della storia. Ho pensato che Graciela Cabal avesse trovato il modo giusto di rivolgersi ai bambini, usando le loro parole e i loro pensieri. Per illustrarla ho provato a utilizzare la stessa tecnica: sono tornata bambina e – inutile dirlo – mi sono divertita moltissimo.
Hai dedicato questo lavoro a Senape, il tuo cagnolino. Lecito chiederti: che tipo di rapporto hai con lui e quanto ti ha ispirato la tua quotidianità per illustrare questa storia?Senape ed io siamo molto legati, migliori amici. Viviamo insieme, solo io e lui. Quando illustravo Batata lui era con me da meno di un anno, quindi mi ricordavo bene i primi disastri che faceva in casa e tutto l’impegno che c’è voluto per insegnargli le cose. Mi sono molto immedesimata in Giulietta anche per questo!
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Non c’è niente da fare, a tutti piacciono le storie con i cagnolini! Ai bambini, soprattutto. Infatti, un sacco di volte, dopo che i bambini leggono “Batata”, li sento dire “Mamma, possiamo prendere un cagnolino?”. Spero sempre che la mamma ci pensi un po’ e poi risponda di sì.
Al fine di conoscerti un po’ meglio: quando e in che modo hai capito che la passione per l’illustrazione doveva diventare un lavoro? Disegnare è sempre stato il mio gioco preferito. Le bambole, la TV non mi interessavano molto. Quando poi ho dovuto scegliere le scuole, i miei genitori mi hanno sempre incoraggiata;in fondo anche loro fanno un lavoro artistico, pertanto l’idea di lavorare con quel che mi è sempre piaciuto è sempre stata molto chiara.
Il libro che rileggeresti senza mai annoiarti e quello che, ultimamente, giace sul tuo comodino. Quando mi piace tanto un libro ho il vizio di ricomprarmelo in varie edizioni. Ad esempio“Le Streghe” di Roal Dahl, del quale ho tutte le versioni. Ultimamente ascolto audiolibri mentre lavoro, mi viene comodo e faccio due cose insieme.Adesso sto iniziando “Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo.
Raccontaci il tuo 32esimo Salone Internazionale del Libro, da addetta ai lavori, ma soprattutto da lettrice. Io amo le fiere del libro. Mi piace tutto: girare tra gli stand e anche fare le dediche tutto il tempo; mi piacciono le persone, si fanno sempre conoscenze nuove e belle. Anche quest’anno ho sentito una bella atmosfera e me la sono portata a casa insieme a una valigia di libri.
Domanda marzulliana: cosa ti aspetti da questa storia? Io sono positiva di natura. Mi aspetto il meglio e non vedo l’ora. Intanto mi godo il viaggio.

Titolo: Batata
Autrice: Graciela Beatriz Cabal
Illustratrice: Giulia Pintus
Casa editrice: #logosedizioni
Genere: racconto illustrato
Pagine: 48
Anno: 2018
Prezzo: € 7,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Dopo aver letto questo libro: prendere seriamente in considerazione la possibilità di adottare un cagnolino.

L’autrice
Graciela Beatriz Cabal (1939–2004) è stata una scrittrice e giornalista argentina. Accanita lettrice, è stata studentessa di Jorge Luis Borges. Trovava noiose le Cenerentole e le case perfette, mentre le piaceva moltissimo collezionare premi e viaggiare per l’Argentina con la sua valigia carica di racconti. Ha avuto figli, nipoti, un marito, un cane, un gatto, pappagalli e una casa tanto, ma tanto, strana. Ha scritto più di sessanta libri per ragazzi, e anche qualcuno per adulti, tutti finora inediti in Italia. “Batata” è stato pubblicato per la prima volta nel 1998. Della stessa autrice #logosedizioni ha pubblicato anche “Giacinto” (2018), il suo primo racconto.

L’illustratrice
Giulia Pintus è un’illustratrice freelance e all’occorrenza una scrittrice strampalata. Vive tra Piacenza e Bologna, ma spera di abitare in tutto il mondo. Le piace usare la matita come i bambini e ama accostare il verde salvia al rosa. Quando è felice disegna ortaggi. Quando è triste disegna barattoli. Lavora in uno studio a righe e pois che si chiama Foglie al Vento. Il suo cagnolino si chiama Senape.Per #logosedizioni ha pubblicato “Attilio” (2017), “Giacinto” e “Batata” (2018).

Paquito

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Signori, biglietti! (Gruppo 9)

gruppo9«Un reality show vero? Ma sei sicura, Balén?»
Una signora addobbata a festa con abito lungo nero e un pellicciotto bianco esordì incredula, alzandosi e muovendo le braccia a dire: «Gesù, Gesù, se lo sapevo prima che era per la televisione mi mettevo più sistemata. E non si fa così, che figura faccio se mi inquadrano?»

Il solo modo che trovo per definire “Signori, biglietti!”, il nuovo romanzo del Gruppo 9 (edito da Homo Scrivens), è: geniale.
La linea 1 della metropolitana di Napoli diventa, infatti, il set di un improbabile reality show: dieci concorrenti – a bordo di un treno che, dalla stazione Piscinola giungerà a quella di Garibaldi – dovranno affrontarsi in una serie di estenuanti prove (tra cui una surreale gara di rutti) ma, soprattutto, dovranno affrontare le proprie paure. Già, perché i concorrenti sono stati selezionati in base alla propria fobia.
C’è chi ha timore del papa, chi ha il terrore di camminare e chi ha la fobia dell’aglio. Dieci fobici pronti a tutto pur di ottenere l’ambitissimo premio: Molti Soldi!

Un romanzo dissacrante ma assolutamente piacevole, realizzato da uno dei collettivi letterari più prolifici e longevi d’Italia. Una storia che fa il verso a tutti, ma proprio a tutti i reality e a una TV sempre più spazzatura. Un romanzo che ha un obiettivo molto ambizioso: far ridere il pubblico.
Non aggiungo altro e cedo la parola a Gianluca Calvino, coordinatore del Gruppo 9.

Signori, biglietti!Come è nato questo progetto? L’idea era quella di staccarci, dopo un po’ di anni, dal genere del noir/thriller, “contenitore” storico dei romanzi di Gruppo 9, per scegliere, una volta tanto, la strada del disimpegno.
Il confronto con tutti i componenti del collettivo ha prodotto questa idea, che prende avvio dal genere surreale del reality TV portato alle sue conseguenze più grottesche e comiche. Per quanto possibile, visto che la maggior parte dei reality sono già molto grotteschi e involontariamente comici.
Convieni con noi che la linea 1 della metropolitana di Napoli può considerarsi non una semplice rete ferroviaria ma un vero e proprio contenitore di storie? Se vogliamo, non solo la linea 1. Anche la linea 2, per non parlare della Circumvesuviana, sono fucina inesauribile di spunti tragicomici.
Di certo, quella di prendere i mezzi pubblici in una grande città (come Napoli, ma come tante altre, in Italia soprattutto) è un’esperienza propedeutica per chi voglia trovare linfa per la propria vena narrativa.
I concorrenti del reality sono stati selezionati in base alle loro fobie, tutte scientificamente riscontrate. Quale di queste ti ha sorpreso di più? Mah, ce ne sono tante davvero singolari. L’intero collettivo si è messo in moto per cercare le paure più strambe – ma tutte assolutamente autentiche – che avrebbero afflitto i nostri personaggi.
Se proprio dovessi sceglierne una, forse mi soffermerei sulla papafobia. La paura del Pontefice e di tutte le simbologie a lui connesse mi fa veramente scompisciare.
Pensando al Gruppo 9 mi viene in mente un vecchio attore. Uno che ha interpretato mille ruoli, alternando parti drammatiche a momenti di grande ilarità. Questo collettivo letterario vanta un curriculum che comprende romanzi noir, distopici, umoristici. Insomma, la letteratura di genere proprio non vi va giù oppure c’è il desiderio continuo di cambiare pelle e mettersi alla prova? La stessa natura del Gruppo è, in effetti, mutevole. Ogni anno ci sono componenti che ci lasciano e altri che vengono a infoltire il contingente degli scrittori del collettivo.
In linea con questa identità, proviamo a cambiare ogni anno qualcosa. Fino allo scorso anno, si trattava della metodologia di lavoro (che però non può essere facilmente veicolata all’esterno). Con “Scacco al re” abbiamo già iniziato una prima minirivoluzione, passando dal genere del giallo a quello della fantascienza distopica. Quest’anno abbiamo imboccato invece una strada completamente diversa. E siamo ben felici di questa nuova sfida.
Da editor, ma soprattutto da docente di scrittura e coordinatore di un collettivo di scrittori, da’ tre suggerimenti a un aspirante narratore.
1. Non censurarti mai. Nel caso, lascia che lo faccia il tuo editor (perché di un editor tutti gli scrittori hanno assoluto bisogno).
2. Prendi spunto dalla realtà. Inventare di sana pianta ti porterà necessariamente a partorire storie poco plausibili.
3. Non ti arrendere alla prima sconfitta. La carriera di uno scrittore (e di ogni artista in generale, ma in realtà è una cosa che può essere applicata a qualunque campo) è fatta di tanti, tantissimi no. Ma poi il sì arriva. Se vali e ci credi, il sì arriva.
Dulcis in fundo, una domanda privata: se fossi tu il vincitore del reality e ottenessi i molti soldi messi in palio, quale regalo ti concederesti e cosa regaleresti al Gruppo 9? Comprerei il Napoli Calcio e farei acquisti faraonici, finalmente.Al Gruppo regalerei un viaggio a mo’ di gita in un bel posto in cui ambienteremo il prossimo romanzo.
Saluta i lettori del nostro blog. Non c’è bisogno di invitarvi a leggere, perché se seguite questo blog lo fate già. Ma se posso, cercate di limitare le cattive letture, perché vi fanno perdere solo tempo. Per citare l’immortale Troisi, di cui in questi giorni ricorrevano i 25 anni dalla scomparsa, è impossibile leggere tutto, perché “loro sono tanti, io sono uno solo”.Per cui, leggete tanto, ma bene.

Titolo: Signori, biglietti!
Autore: Gruppo 9
Casa editrice: Homo Scrivens
Genere: umoristico
Pagine: 146
Anno: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Dopo aver letto questo libro: fare un viaggio a bordo della linea 1 della metropolitana di Napoli per comprendere quanto la realtà possa superare l’immaginazione.

L’autore
Gruppo 9 è il più numeroso collettivo letterario italiano, coordinato da Gianluca Calvino dal laboratorio di scrittura Homo Scrivens a Pompei. Ha pubblicato per Homo Scrivens i romanzi “Sono stato io” (2013), “Party per non tornare” (vincitore del Premio Speciale Carver 2014), “Hyde School” (2015), “Requiem” (2016), “Gli affamati” (2017) e “Scacco al Re” (2018)

Paquito

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Gaetano Scirea. Il gentiluomo (Darwin Pastorin)

Perrone - Scirea_MC+Ho voluto scrivere la tua storia a modo mio, senza obbligo di una biografia minuziosa. Con la semplice voglia di rivolgermi a te per ritrovare un percorso comune, quando il calcio sapeva aprirsi alla gente, all’amicizia.
Io, naufrago di passioni, ringrazio Dio per averti incontrato.

Ritengo che il termine giusto per raccontare sinteticamente “Gaetano Scirea. Il gentiluomo”, il nuovo libro di Darwin Pastorin edito da Giulio Perrone Editore, sia: delicato.
Poco meno di 100 pagine durante le quali l’autore schiude il cassetto dei ricordi e racconta la propria storia. Quella di un ragazzo con la passione per il giornalismo sportivo che incontra, sul suo cammino professionale, Gaetano Scirea, il calciatore della Juventus che, di lì a qualche anno, sarebbe diventato campione del mondo con la nazionale nel 1982.
Un calciatore simbolo del club bianconero, distintosi tanto in campo quanto fuori, per lo stile di gioco, il carisma ma soprattutto una correttezza che lo ha reso un idolo juventino ma pure uno stimatissimo avversario.
Pastorin ripercorre la propria giovinezza e gli inizi della carriera, intrecciando storie calcistiche a spaccati di vita che rappresentano l’essenza di un calcio ormai andato: non vi erano distanze tra calciatori e stampa e, soprattutto, era all’ordine del giorno che due professionisti potessero ritrovarsi a chiacchierare a cena di calcio, ma pure di altro, ad esempio i sogni. Quelli di Darwin, realizzati nel corso degli anni, e quelli di Gaetano, spezzati lungo un’autostrada polacca.
Non aggiungo altro. È il momento di lasciare la parola all’autore…

Caro Darwin, hai raccontato un grande campione ma, soprattutto, hai raccontato la tua vita attraverso il filo invisibile che legava (e lega ancora) la tua vita a quella di Scirea. C’è una cosa in particolare che ti manca del vostro rapporto? Mi manca tutto, tanto, troppo. Mi mancano la sua amicizia, il suo sorriso lieve, le sue parole giuste. Mi mancano i suoi silenzi, così preziosi. È stato l’Angelo Calciatore: un campione sul campo e nella vita. Era il pane in tavola.
Tecnicamente (e solo tecnicamente) parlando, chi ha raccolto in questi anni l’eredità calcistica di Scirea e la sua leadership in campo? Non esisterà mai più un altro Scirea. Sapeva fare tutto, giocando da libero. Il difensore, il centrocampista, l’attaccante. Come ha detto Beppe Furino, otto scudetti con la Juventus, il “capitano con l’elmetto”, nel corso della presentazione del mio libro, con Mariella Scirea e Salvatore Lo Presti, al Salone Internazionale del Libro di Torino “potevi metterlo terzino destro, stopper, ala: era davvero capace di coprire qualsiasi ruolo, sempre con talento e maestria”.
Hai immaginato Gaetano sulla panchina del Napoli. Una piazza che, a tuo parere, avrebbe reso onore allo Scirea professionista ma soprattutto all’uomo. Come mai? Perché ho sempre avuto un rapporto speciale con Napoli. Mio papà, veronese, tifava per i partenopei. I tifosi, mi diceva, gli ricordavano il calore e i colori della torcida brasiliana dei suoi anni a San Paolo. Poi, le stagioni maradoniane… Scirea era amatissimo anche a Napoli: e non poteva essere altrimenti! Impossibile, in qualsiasi anfratto del nostro Paese, non provare stima e ammirazione per questo gentiluomo del football.
Quale suggerimento vorresti dare a un giovane che aspira a diventare un cronista sportivo? E quali quelli che vorresti dispensare a un aspirante narratore? Di recuperare la forza del racconto. Di andare, vedere e scrivere. Di camminare. Non di osservare il mondo, anche quello del calcio, solo attraverso i social. Al giovane scrittore consiglio – con tutte le mie forze – di leggere, leggere e ancora leggere. La letteratura è vitale, è necessaria, è indispensabile: come l’aria che respiriamo.
Chiudiamo questa chiacchierata con una domanda prettamente calcistica: miglior allenatore della stagione, miglior calciatore e squadra che ti ha impressionato maggiormente. Massimiliano Allegri: cinque anni di trionfi sulla panchina della Juve. Fabio Quagliarella, bomber antico: ecco una bella vicenda sportiva e umana da raccontare! L’Atalanta di Gasperini: una stagione semplicemente da applausi, a scena aperta.

Titolo: Gaetano Scirea. Il gentiluomo
Autore: Darwin Pastorin
Casa editrice: Giulio Perrone Editore
Genere: saggio sportivo
Pagine: 93
Anno: 2018
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Suggerimenti di lettura: “I portieri del sogno”, “Tempi supplementari” e “Storia d’Italia ai tempi del pallone. Dal Grande Torino a Cristiano Ronaldo”, tutti scritti da Darwin Pastorin.

L’autore
Darwin Pastorin.Nato a San Paolo del Brasile nel 1955, è stato giornalista al Guerin Sportivo, inviato speciale e vicedirettore di Tuttosport, direttore di Tele+, Stream Tv e nuovi programmi di Sky Sport e Quartarete Tv. Oggi ha un blog su Huffington Post. Ha scritto numerosi libri mettendo insieme calcio, letteratura, memorie personali e collettive.

Paquito

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Con tanto affetto ti ammazzerò (Pino Imperatore)

9788851169350_0_0_502_75Elena De Flavis ne restò colpita: «Ispettore, mi erano giunte notizie del suo charme e io ne avevo preso atto con riserva. Non mi fido delle opinioni e dei giudizi altrui; preferisco verificare in prima persona. Ora posso confermarlo: lei è un uomo incantevole».

Missione compiuta. Pure stavolta Pino Imperatore riesce a conquistare il lettore con una commedia nella quale trovano spazio: sentimenti, risate, scorci meravigliosi ma pure un delitto. Anzi, una serie di delitti. “Con tanto affetto ti ammazzerò”, il nuovo romanzo dello scrittore napoletano (edito da DeA Planeta), vede il ritorno dell’ispettore Gianni Scapece costretto, questa volta, a indagare sulla scomparsa della baronessa de Flavis, un’attempata nobildonna, sparita nel nulla durante la sua festa di compleanno.
Ad aiutarlo il clan (con l’accezione più positiva che si può dare al termine) dei Vitiello, la famiglia che gestisce la trattoria Parthenope e che si prende cura del palato dell’affascinante poliziotto costretto, in questo nuovo episodio della serie, a fare i conti con una grana extraprofessionale: l’amore.
Un amore che permea tutte le pagine di questo romanzo e che viene rappresentato, fin dai titoli di testa del romanzo, dalla città di Napoli, sfondo di questa storia che mescola elementi comici e suspence, regalando al lettore un viaggio tra gli scorci più belli del territorio campano.
Non aggiungo altro per evitare spoiler e mi affido alle parole dell’autore.

“Con tanto affetto ti ammazzerò”. Come è nato questo romanzo? Dalla necessità di raccontare la vicenda di una donna che è metafora della vita sociale contemporanea; sarebbe meglio dire vita asociale, visto che oggi sembrano valere più i sentimenti di odio che i sentimenti di amore.
Dopo essere stata la più imprevedibile del pianeta, questa volta Napoli diventa la città più romantica al mondo. Sicuri che questo posto – bello e dannato – sappia tener testa a Venezia, Parigi e chissà a quante altre città? Ne sono sicurissimo. Senza nulla togliere alle città considerate “romantiche”, Napoli le supera tutte, perché coinvolge ed emoziona non solo per la sua oggettiva bellezza, ma anche per il cuore immenso degli abitanti.
Elemento fondamentale di questa storia sono i rapporti familiari. Da un lato i Vitiello, un vero e proprio clan (con l’accezione più nobile che si può dare a questo termine), dall’altro la famiglia della baronessa Elena De Flavis, nella quale non sembrano esservi vincoli se non quelli anagrafici. Quanto è difficile raccontare un contesto familiare come quest’ultimo? È stata una faticaccia, poiché ho dovuto muovermi in un microcosmo ben lontano dal mio modo di essere e di pensare. I figli della De Flavis sono quanto di peggio possa capitare a un genitore, e non fanno nulla per nascondere la loro malvagità e i loro rancori. Per fortuna ci sono i Vitiello, la cui scoppiettante umanità e intelligenza rappresenta un baluardo contro ogni tipo di odio.
Restando in tema, questo è il più sentimentale tra i tuoi romanzi. Gianni Scapece e gli altri (Zorro – il cane – compreso!) faranno i conti con sé stessi e comprenderanno quanto sia dura la vita senza una persona con cui condividere i momenti belli, ma pure quelli più delicati. Quanto è difficile parlare d’amore ma soprattutto di pene d’amore? Può essere molto facile se l’amore viene rappresentato in modo melenso, come se fosse un sentimento idilliaco, perfetto, esente da difetti. La faccenda si complica quando dev’essere raccontato, come è giusto che sia, con oggettività e realismo, tenendo conto dei suoi alti e bassi, dei suoi cedimenti e delle sue resurrezioni, della fragilità che esprime quando non se ne ha cura e lo si abbandona al suo destino. L’amore non è un’astrazione, ma qualcosa di molto concreto e complesso; per conservarlo in vita e proteggerlo da ogni disfacimento, gli esseri umani devono lavorare sodo; se lo fanno, ricevono ricompense straordinarie.
Pure stavolta, col tuo solito garbo e la tua ironia, affronti un tema delicato come la discriminazione razziale: Kiribaba, il maggiordomo della baronessa, è il primo a essere accusato della scomparsa della nobildonna, per mere ragioni di razza. Quanta rabbia ti fanno pregiudizi del genere? Mi irritano più che mai. Alcuni individui sono impregnati di una tale sottocultura, stupidità e ignoranza da poter essere catalogati in una specie a parte: quella degli Homo Insapiens. Con loro la storia ha fallito. Se non li fermiamo in tempo, la loro violenza ci farà precipitare in un abisso senza fondo.
Pino Imperatore e le scuole: quelle nelle quali, romanzo dopo romanzo, entri per lanciare messaggi positivi e per avvicinare i ragazzi alla lettura. Quanto è complicato fare l’operatore culturale, specie con le nuove generazioni? Per me è un’esperienza entusiasmante. I ragazzi vanno seguiti, incitati, incoraggiati. Spetta a noi adulti mostrare loro le strade giuste da seguire. Una di queste è rappresentata proprio dalla lettura, fonte inesauribile di scoperte e conoscenze. Negli ultimi anni ho incontrato migliaia di bambini e di giovani che spesso mi ringraziano per le emozioni e gli stimoli ricevuti dai miei libri. Ma sono io ad essere grato a loro per l’allegria e la creatività che mostrano in ogni occasione.
Pure stavolta regali al lettore degli scorci meravigliosi non soltanto di Napoli, ma pure dei territori limitrofi. Durante la realizzazione di “Con tanto affetto ti ammazzerò” quale location ti ha colpito maggiormente? La spettacolare Villa Lysis a Capri. Un posto magico, fuori dal mondo, che consiglio a tutti di visitare. È un luogo un po’ difficile da raggiungere, ma una volta arrivati alla meta, si ha la sensazione di stare in un paradiso.
Hai sempre ribadito che, per creare i tuoi personaggi, prendi spunto da persone reali. Ergo, esistono davvero due cuoche straordinarie come le sorelle Giaquinto? Se sì, potresti indicarci dove sono? Bettina e Cristina Giaquinto sono presenti in tutte le cucine delle trattorie tipiche partenopee e in tutte le famiglie napoletane che coltivano l’amore per i piatti genuini della tradizione. Cercatele, sono lì ad attendervi per deliziarvi. Quando le avrete trovate, non le mollerete più.
In questo romanzo c’è spazio pure per una divertente parentesi calcistica (non aggiungiamo altro). Ti chiedo di schierare l’undici ideale di “Con tanto affetto ti ammazzerò” con tanto di ruoli in campo. In porta Diego Vitiello. Difesa a tre con Angelina, Bettina e Cristina. Sulle fasce Scapece e Cafiero. Mediano Peppe Braciola. A centrocampo Isabella e Bigodina. Centravanti di sfondamento Rodolfo Wurzburger. In cabina di regia Zorro. Commissari tecnici Nonno Ciccio e Improta. Una squadra imbattibile.
Per quest’ultima domanda, manteniamo un tono più serio: cosa ti aspetti da questo romanzo? Quello che già sta avvenendo: le manifestazioni d’entusiasmo e le riflessioni di tantissimi lettori. Per un autore non c’è gioia più bella.
Noi lettori medi ci siamo meritati, pure stavolta, un saluto? Vi auguro un’infinita felicità. Con tanto, tantissimo affetto.

Titolo: Con tanto affetto ti ammazzerò
Autore: Pino Imperatore
Casa editrice: DeA Planeta
Genere: Umoristico
Pagine: 343
Anno: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Visita guidata consigliata: Villa Lysis a Capri

L’autore
Pino Imperatore, nato a Milano nel 1961 da genitori emigranti napoletani, vive ad Aversa e lavora a Napoli. È la mente dietro il laboratorio di scrittura comica “Achille Campanille” nel quale si sono formati scrittori del calibro di Maurizio De Giovanni.
Tra i suoi successi editoriali: “Benvenuti in casa Esposito”, divenuto un fortunatissimo spettacolo teatrale, e “Bentornati in casa Esposito”, nei quali affronta con ironia e leggerezza il tema della camorra.

Paquito

Lettore medio

L’audace colpo dei quattro di Rete Maria… (Marco Marsullo)

9788806218881_0_0_551_75Qui ci chiamiamo tutti per soprannome.
È più veloce, più comodo. Ci viene più facile ricordare chi siamo.
Io mi chiamo Dino Agile (piacere: mio, voi vi ricrederete presto), ma tutti mi chiamano Agile.

Immaginate di essere anziani e di vivere in una casa di riposo gestita da suore più simili alla signorina Rottenmeier (chi ha guardato il cartone animato “Heidi” comprenderà la citazione, altrimenti cercatela su Google!) che a Madre Teresa di Calcutta. Immaginate che tra i vostri amici vi siano: un playboy in pensione, un guerrafondaio col Parkinson e un uomo perennemente felice. Dulcis in fundo, immaginate che un giorno le sopraccitate suore vi comunichino che, di lì a poche ore, andrete a Roma per la santificazione di Papa Giovanni Paolo II. Quale sarebbe il vostro unico pensiero? Recitare un rosario come Dio comanda in diretta televisiva sulle frequenze di Rete Maria. Questo, almeno, il proposito di Dino Agile e degli altri tre protagonisti de “L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache”, romanzo di Marco Marsullo edito da Einaudi nel 2014. Tra fughe rocambolesche, amori datati, surreali incontri con barboni filosofi e un gruppo di attempati nemici pronti a metter loro i bastoni tra le ruote, riusciranno nell’impresa i protagonisti?

Dirò poco sulla trama, lasciando al lettore il piacere di godersi una commedia all’italiana sotto forma di romanzo. Marsullo, pure stavolta, è dissacrante e si distacca dal cliché dell’anziano che perde colpi e si rassegna al countdown della propria esistenza o del nonno che racconta storielle al proprio nipotino. Dino Agile, Rubirosa, Brio e Guttalax sono quattro personaggi fortemente motivati a raggiungere il proprio scopo: ritrovarsi in diretta a recitare un rosario, ma pure a mettere da parte (anche solo per un giorno) una routine fatta di visite mediche, ricordi annebbiati e angherie da subire per la propria condizione di anziano e chiudere i conti col proprio passato, riscoprendosi eroi per un giorno.
Non aggiungo altro e lascio all’autore la parola.

L’audace colpo dei quattro di Rete Maria… Come è nato questo romanzo?Tanti anni fa ero in auto, non ricordo dove fossi diretto. Quando guido io penso molto, soprattutto a cosa scrivere, e quel giorno la radio era sulla famosa emittente vaticana che si prende pure sotto al traforo del Monte Bianco. Be’, ascoltando una loro trasmissione pensai: “Sai che bello se adesso irrompono quattro vecchietti arrabbiati e la occupano in un atto di protesta?”. Ecco: L’audace colpo dei quattro di Rete Maria.
Quali sono state le fonti d’ispirazione per creare i personaggi di Brio, Agile, Guttalax e Rubirosa? Non saprei, l’anima del romanzo è quasi fumettistica in alcuni passaggi, eppure ho provato a ragionare come una persona di ottant’anni, per rendere giustizia a un’età che, spesso, viene raccontata meno, se non ignorata. Volevo raccontare quattro emarginati alle prese con la loro, probabilmente ultima, rivincita.
Il taglio di questo romanzo è decisamente cinematografico, pertanto ipotizziamo la trasposizione del libro. Scegli gli attori per i seguenti personaggi: Agile, Capitan Findus e padre Anselmo da Procida (in questo caso si tratterebbe di un cammeo, pertanto puoi sparare anche un nome grosso!) Parlando di Dino Agile mi viene in mente Gigi Proietti, per quella capacità comica di essere anche malvagio, sarcastico, al momento giusto. Capitan Findus, il suo arcirivale, Lando Buzzanca: elegante, fiero, belloccio. Padre Anselmo da Procida, magari Terence Hill. Anche se lo preferivo quando faceva il pistolero, più che il prete.
Oltre all’amicizia, un sentimento che sembra non temere lo scorrere del tempo, il tema portante di questa storia è il gioco di squadra. Quanto conta per un autore questo discorso?Fondamentale. Senza un buon lavoro di editing (io sono fortunato a lavorare fin dal primo libro in Einaudi con la “mia” Rosella Postorino) e di lancio del romanzo, si va poco lontani. In più io ci metto anche i miei amici, che se anche non fanno niente di concreto per la scrittura, sono l’energia e il motore della mia allegria.
Tutti i protagonisti della storia hanno un nome di battaglia. Quale sarebbe il tuo? I miei amici, sempre loro, mi chiamano Marsi, storpiando il mio cognome. Direi questo, mi piace molto. Poi, in inglese, misericordia si dice mercy, ma si legge “marsi”. Mi piace come suona la cosa, potrei essere io il quinto di Rete Maria tra qualche anno.
Quando ti abbiamo intervistato la prima volta, in occasione dell’uscita di Due come loro, eri da poco sbarcato su Instagram, pertanto volevamo sapere come vivevi il rapporto coi social network. Giusto chiederti adesso: meglio Instagram o Facebook, considerando che il secondo è visto come “una cosa da vecchi”?Sono diversi, mi piacciono entrambi, ma non li vivo come una schiavitù. Pubblico pochi contenuti, detesto annoiare chi mi segue. Instagram è più veloce, tende a raggiungere più facilmente persone che non sanno neanche chi sei. Facebook è più intimo, mirato. Lì si conservano anche dei bei rapporti con tanta gente; magari persone che mi hanno letto e che si sono affezionate a me, e io a loro.
Qualche tempo fa hai condiviso sui social network la gioia per la conclusione di un nuovo lavoro editoriale. Senza svelare troppo, potresti darci qualche indicazione sul nuovo romanzo (che ovviamente recensiremo!)?Uscirà a ottobre per Einaudi Stile Libero. Dopo “Due come loro”, dello scorso anno, questo sarà un romanzo più intimo, dolce, per certi versi simile al mio fortunato “I miei genitori non hanno figli”. Stiamo a vedere, sono curioso, ci ho lavorato tantissimo.
Infine, saluta nuovamente i lettori medi. Ciao lettori medi, lo scrittore medio vi vuole bene. Non ve lo dimenticate mai.

Titolo: L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache
Autore: Marco Marsullo
Genere: Commedia
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 216
Anno: 2014
Prezzo: € 16,50
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Film suggeriti: “L’audace colpo dei soliti ignoti” (1959) diretto da Nanni Loy; “Cocoon” (1985) diretto da Ron Howard.

L’autore
Marco Marsullo
è nato a Napoli nel 1985. Nel 2009 esce il suo primo libro Ho Magalli in testa, ma non riesco a dirlo (Nobus Edizioni), una raccolta di racconti dal tema surreale e grottesco. Nel 2013 pubblica il suo romanzo d’esordio Atletico Minaccia Football Club (Einaudi Stile Libero), che riceve nello stesso anno il “Premio Hermann Geiger Opera prima”. Tra gli altri suoi libri ricordiamo: L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache (Einaudi Stile Libero), Dio si è fermato a Buenos Aires (Laterza Editore), I miei genitori non hanno figli (Einaudi Stile Libero) e Il tassista di Maradona. Collabora come editorialista alla Gazzetta dello Sport.

Paquito

Lettore medio

Gli occhi di Firenze (Paolo Ciampi)

9788899368425_0_0_503_75È vero: non c’è niente come il cielo di Firenze in primavera. Se non forse il cielo di Firenze in autunno.

Partiamo da un assunto: “Gli occhi di Firenze”, il nuovo libro di Paolo Ciampi (edito da Bottega Errante Edizioni) non è una guida turistica né un diario di viaggio. È un gioco letterario tra un editore e uno scrittore. Il primo affida al secondo il compito di realizzare un libro dedicato al capoluogo toscano; il secondo prova a raccontare la città attraverso quei luoghi che, solitamente, non finiscono sulle guide turistiche né vengono immortalati sulle cartoline.
Nasce così un libro fatto di aneddoti, nel quale trovano spazio testimonial d’eccezione – Dante Alighieri su tutti – ma pure nomi meno blasonati, come Zoroastro da Peretola, semisconosciuto nobile fiorentino che testò la macchina volante realizzata da Leonardo da Vinci.
Non di sola arte vive la città, ed ecco che Ciampi propone dei piatti tipici – il lampredotto su tutti – attraverso i quali gustare una Firenze tanto rinascimentale quanto contemporanea.

Quel che ho più apprezzato di questo libro è il desiderio, da parte dell’autore, di raccontare una città vissuta con l’occhio del turista in casa propria: Ciampi ne sottolinea, talvolta, anche i difetti. Non cicatrici, ma graffi sul volto di una città che, col passare del tempo, vede il proprio volto solcato da rughe che non ne intaccano la bellezza. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore…

Gli occhi di Firenze. Da cosa nasce l’esigenza di scrivere questo libro? L’idea, devo dire, non è farina del mio sacco, mi è stato suggerita dall’editore, a conclusione di una bella cena al Pisa Book Fest. All’inizio ero titubante, avevo l’impressione che su Firenze fosse già stato detto e scritto tutto. L’unico modo era provare a modo mio, facendo quello che mi piace fare: camminare, magari senza una meta, andare dietro alle mie curiosità. E sì, usando occhi diversi per una città che non smette di reinventarsi. Firenze, il posto dove ho sempre abitato, è diventato il mio viaggio più lontano.
Giornalista, scrittore, turista, semplice passeggiatore: quante anime convivono in te e quale spirito ti ha animato durante la stesura di questo volume? Anche se forse dirlo è una forma di presunzione, non mi piace definirmi turista, il turista è colui che si muove senza accettare l’esperienza di cambiamento. Preferisco dirmi viaggiatore, perché il viaggiatore si mette in gioco e riesce a essere tale anche sotto casa. E poi mi piace considerarmi una persona che si mette in ascolto delle storie che un luogo è sempre in grado di consegnarti.
Firenze non è solo monumenti e storia, è pure cibo. Suggerisci un piatto che – in maniera quasi “proustiana” – ci riporti alla mente questa città ogni volta che l’assaggeremo. Troppo facile dire la bistecca alla fiorentina, ma la bistecca è un piatto troppo importante, eccessivo, oserei dire divisivo, a prescindere da come la si pensi sulla carne. Preferirei dire l’umile lampredotto, lo street-food di Firenze da sempre, da prima ancora che la parola street-food circolasse: cibo da chiosco, da consumare in piedi, con un bicchiere di vino e una chiacchiera gomito a gomito. E per chi non gradisce, ecco, raccomando la schiacciata all’uva, che in autunno ci riporta alle nostre radici, nella terra che ci circonda: la mia madeleine.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Anche gli amici per ora non hanno avuto niente da ridire e questo è sorprendente: noi siamo quella città, scrivo nel libro, che nel calcio aspetta a gloria il terzo scudetto, ma una volta conquistato farebbe spallucce: era meglio il secondo. Scherzi a parte, la cosa più bella è che in diversi mi stanno chiamando da fuori Firenze e mi dicono: si verrebbe da te a camminare.
Numerose sono le citazioni all’interno del libro, non soltanto tratte dai classici e dalle pietre miliari della letteratura, ma pure da capolavori del secolo appena trascorso. Quale aforisma (presente nel libro o uno che ti sovviene adesso), a tuo parere, racchiude l’essenza di questa città? In fondo ci starebbe bene l’Italo Calvino con le sue “Città invisibili”, quando dice che le città sono fatte di desideri e paure. Mi piace poter pensare che Firenze sia ancora fatta più di desideri che di paure.
Non solo i “luoghi da cartolina”, ma anche e soprattutto posti nei quali apprezzare la bellezza delle piccole cose. È questa la Firenze che preferisci? Assolutamente sì. Mi piace la Firenze che non si deve vedere per forza, la Firenze fuori dal terribile imbuto che ingoia comitive su comitive. La Firenze dove i ritmi si allentano e la folla si rarefa, dove a volte c’è perfino silenzio. E poi ci sono tanti scorci di bellezza, tante storie da raccontare, persino in periferia. Mi piacerebbe che questo libro fosse inteso come un suggerimento anche per chi non è fiorentino e persino per chi non ha affatto intenzione di venire a Firenze. Che possa essere usato per passi e parole su altre città, ispirando cammini che arrivano alla meta perché non hanno una meta.
Saluta i lettori medi. Che dirvi, se non che è meravigliosa questa rete che unisce lettori e letture? Anche questo è un modo per tenere a galla ciò che di migliore c’è nel nostro Paese. E allora buone parole, buoni passi a tutti.

Titolo: Gli occhi di Firenze
Autore: Paolo Ciampi
Illustrazioni: Elisabetta Damiani
Casa editrice: Bottega Errante Edizioni
Genere: saggistica
Pagine: 240
Anno: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: Prendere il primo treno (ma pure l’auto o l’aereo) e concedersi una vacanza a Firenze.

L’autore
Giornalista e scrittore fiorentino, Paolo Ciampi ha lavorato per diversi quotidiani e oggi è direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione “Toscana Notizie”. Si divide tra la passione per i viaggi e la curiosità per i personaggi dimenticati nelle pieghe della storia. Ha all’attivo oltre venti libri, tra i quali: “L’uomo che ci regalò i numeri” (Mursia),dedicato al matematico Fibonacci; “Tre uomini a piedi” (Ediciclo) e “Per le Foreste sacre” (Edizioni dei Cammini). Con Tito Barbini è uscito per Clichy con “I sogni vogliono migrare”. Ha due blog, ilibrisonoviaggi.blogspot.ite passieparole.blog

Paquito

Lettore medio

Silenzio! (Céline Claire &Magali Le Huche)

9788867995684_0_0_502_75Al signor Martin piaceva moltissimo la tranquillità.
Bere il suo caffè con calma…
Leggere il giornale senza essere disturbato…
Schiacciare un pisolino in santa pace.
Ebbene sì, il signor Martin era un uomo che amava soprattutto il…
SILENZIO!

Il signor Martin ama il silenzio. Adora, in assenza di rumori, gustare un caffè sfogliando le pagine di un quotidiano. Per non parlare del riposino pomeridiano. Una ritualità che influisce sul suo benessere fisico e mentale. Una ritualità messa in discussione dagli abitanti della cittadina che popolano le pagine di “Silenzio!”, il racconto di Céline Claire illustrato da Magali Le Huche, pubblicato in Italia da Edizioni Clichy.
A nulla valgono le proteste del mite signore: le macchine continuano a sfrecciare sotto la sua finestra; le persone proprio non riescono a fare a meno di una conversazione; per non parlare del circo che – tra prove e spettacoli – continua a far rumore. Troppo rumore.
Al signor Martin non resta che rivolgersi a una ferramenta per trovare un rimedio efficace contro il frastuono cittadino: un’enorme bolla di sapone che avvolge casa sua, rendendola impenetrabile al rumore. Acquista, così, un prodotto magico che gli permette di realizzare una gigantesca bolla di sapone in grado di insonorizzare l’intera abitazione.
Ma cosa accadrebbe se tutto questa totale assenza di rumori portasse l’uomo all’isolamento totale dal resto della comunità?

Ho apprezzato molto questa storia che parla di desideri, ma pure di rapporti umani. Rapporti quanto mai importanti se non si vuole correre il rischio di rimanere isolati all’interno di una bolla (vera o fittizia, il senso di straniamento è il medesimo). Ho apprezzato molto il linguaggio (semplice e alla portata di tutti), con una serie di ripetizioni che non infastidiscono affatto, anzi, funzionali alla caratterizzazione del protagonista e dei comprimari della storia.
Una storia arricchita dal talento di Magali Le Huche (ormai presenza fissa sulle pagine del nostro blog) che, ancora una volta, lavora in modo impeccabile sulle espressioni dei personaggi. Volti che dicono molto – spesso tutto – senza la necessità di ricorrere alle parole.
Un racconto, insomma, che promuovo a pieni voti e che suggerisco a piccoli e grandi lettori.

Titolo: Silenzio!
Autrice: Céline Claire
Illustrazioni: Magali Le Huche
Casa editrice: Edizioni Clichy
Genere: narrativa per l’infanzia
Pagine: 60
Anno: 2019
Prezzo: € 19,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Consigli di lettura: Leggere questo racconto assicurandosi del silenzio circostante, così da lasciarsi suggestionare completamente dalla storia.

Gli autori
Céline Claire è nata vicino agli abeti dei Vosgi e ha trascorso parte della sua infanzia giocando a nascondino nel fienile e mangiando mandarini all’angolo della stufa. Ha iniziato a insegnare alle elementari, ma raccontare storie ogni giorno le faceva venir voglia di inventarne di nuove. Dieci anni e tre figli più tardi, si dedica interamente alla scrittura. Tra le storie di maggior successo “La tempesta” (2018) edito da La margherita.

Magali Le Huche è nata nel 1979 a Parigi, da piccola si inventava delle storie che la facevano stare sveglia tutta la notte, allora ha iniziato a disegnare per ritrovare il sonno. Da grande, la voglia di inventare storie e di disegnare non l’ha abbandonata, così è partita alla volta di Strasburgo per frequentare l’Accademia di Arti decorative. È una delle illustratrici di riferimento di Clichy, con la quale ha pubblicato, tra gli altri, “La grande ruota” (2018) e “Il tango di Antonella” (2018).

Paquito

Lettore medio

Il Mostro della vasca da bagno (Colin Boyd& Tony Ross)

9788867995653_0_0_454_75Vi siete mai chiesti dove va a finire
l’acqua sporca dopo che avete fatto il bagno?

Jackson è un ragazzino come tanti. Con gli amici ama giocare, divertirsi, ma soprattutto sporcarsi. Fango, terriccio, fogliame e tutto quel che può lasciare traccia sul corpo e sui vestiti diventano per Jackson un gioco al pari del nascondino, ruba bandiera o chissà quale altra attività da svolgere all’aria aperta.
Una volta a casa, a Jackson tocca confrontarsi con la mamma la quale, dopo aver constatato le condizioni del figlio, ripete sempre: «Guarda come ti sei ridotto!Vai subito a fare il bagno o il Mostro della vasca verrà a prenderti». Già, il Mostro della vasca da bagno: una creatura che si nasconde tra gli scarichi e che si nutre di fango, lerciume e quanto di meglio hanno da offrire le tubature di casa nostra.
Ogni sera il ragazzino tiene lontano il Mostro prendendosi cura del proprio corpo, ma cosa accadrebbe se, un giorno, Jackson decidesse di non lavarsi?
Ai lettori il compito di scoprire la risposta. “Il Mostro della vasca da bagno”, edito da Edizioni Clichy, è una spassosa storia educativa. I messaggi sono due: innanzitutto prendersi cura, fin da piccoli, del proprio corpo; inoltre ascoltare sempre i consigli degli adulti.

Oltre ad avermi divertito, questa storia mi ha permesso di confrontarmi con un gruppo di piccoli lettori che frequentano la prima elementare: i bambini hanno sì paura dei mostri, ma soprattutto temono le ramanzine dei propri genitori, pertanto la storia di Jackson ha ricordato loro quanto sia importante rispettare le regole e non contraddire mamma e papà. Contemporaneamente, però, gli allievi si sono divertiti non poco a dar vita al proprio personalissimo mostro – al quale è stato attribuito un nome bizzarro (ognuno ha scelto il proprio) – e una descrizione che, irrimediabilmente, ha fatto nascere delle sonore risate a conferma della sterminata fantasia di cui dispongono i bambini. Fantasia che storie del genere non fa che nutrire.
Tornando alla storia, Colin Boyd – al suo debutto da narratore – racconta la storia di un ragazzino tanto audace quanto ingenuo. Un personaggio, quello di Jackson, nel quale ogni bambino riuscirà a identificarsi specie nei moti di ribellione verso gli adulti.
Il punto di forza di questa storia è senz’altro nella parte grafica, affidata a un veterano del genere: l’illustratore britannico Tony Ross, infatti, ribalta qualsiasi cliché realizzando un Mostro che, invece di terrorizzare, fa affezionare il lettore alle sue sorti e al suo mostruoso appetito.

Titolo: Il Mostro della vasca da bagno
Autore: Colin Boyd
Illustrazioni: Tony Ross
Genere: narrativa per l’infanzia
Casa editrice: Edizioni Clichy
Pagine: 32
Anno: 2019
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Film consigliato: “Monsters & Co.”(Disney Pixar).

Gli autori
Colin Boyd vive nel Regno Unito con la sua giovane famiglia. “Il Mostro della vasca da bagno” è il suo primo libro, ispirato al tempo trascorso in bagno con suo figlio, illustrato dal suo famosissimo suocero Tony Ross.

Tra i più grandi illustratori contemporanei, Tony Ross ha illustrato oltre ottocento libri pubblicati in tutto il mondo, tra i quali: “Paolona musona” (2007), “Il principe antipatico” (2016), “Buon compleanno boa!” (2015) tutti editi da Il Castoro.

Paquito

Lettore medio

Le case di Luca (Roberto Piumini)

9788862668170_0_0_503_75Caro Dario,
lo so che sei solo un diario, ma la maestra Giovanna ha detto che un diario è come un amico che c’è sempre e ti ascolta senza perdere la pazienza, così ho deciso di toglierti la “i”, metterti la maiuscola,
e farti diventare Dario, che suona meglio e fa più compagnia.

Toccante. Credo sia questo l’aggettivo giusto per definire “Le case di Luca. Diario segreto di un affido”, racconto di Roberto Piumini illustrato da Stefania Vincenzi, edito da Manni.
Luca, il protagonista della storia, è un ragazzino come tanti:due genitori, un fratellino e una sorellina, una scuola da frequentare ogni giorno. Tutto ordinario, o forse no. Già, perché le cose non vanno poi così bene. La madre spesso rimane silenziosa, assorta in chissà quale pensiero, mentre il papà sembra lasciarsi andare più alla rabbia che al raziocinio nei momenti di difficoltà (su tutte la perdita del lavoro).
“Serve aiuto” si dicono i genitori e quest’aiuto arriva dagli assistenti sociali, dagli psicologi e da Isabella e Renato una coppia di coniugi che decide di accogliere Luca presso la propria casa e di regalargli quella serenità con cui affrontare il periodo più spensierato della propria vita.

Confesso di essermi emozionato nella lettura di una storia nella quale tanto l’autore quanto l’illustratrice sono riusciti a toccare alcune corde dell’animo che credevo sopite. Il tratto di Stefania Vincenzi è delicato, una carezza per lo sguardo del lettore; Piumini, invece, dà voce a un bambino che, a dispetto della giovane età, sta sbocciando e, di conseguenza, sta aprendo gli occhi sul mondo circostante con la consapevolezza che i giorni non saranno tutti senza nuvole.
Non aggiungo altro e cedo la parola a Grazia Manni, editore e presidente dell’ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie) di Lecce.

Le case di Luca. Da cosa è nata l’esigenza di raccontare questa storia? 
Nasce da un progetto rivolto alle scuole per raccontare cosa è l’affido in un linguaggio adatto e comprensibile ai bambini, senza fraintendimenti, cercando di dare una corretta informazione.
I bambini: un territorio sconfinato nel quale proporre idee, stimoli nuovi. Una tela bianca da riempire inculcando nelle nuove generazioni passioni e prospettive per il futuro. Quanto è stato difficile lavorare a una storia del genere immaginando lettori così giovani? Si è partiti dalle norme e dalla realtà: è venuto poi immediato impostare il racconto sotto forma di diario, per essere liberi di scavare nelle emozioni del piccolo protagonista.
Storie come quella di Luca sono all’ordine del giorno, tuttavia è lecito chiedere se un Luca esiste davvero. Luca esiste, è sempre esistito e anche, purtroppo, esisterà. Si dovrebbe lavorare di più sulla diffusione della cultura dell’affido famigliare perché sempre più Luca siano aiutati a farcela, ad avere le pari opportunità degli altri bambini.
Il libro si arricchisce delle illustrazioni di Stefania Vincenzi. Ci si è affidati al suo talento oppure c’è stato un dialogo tra autore e illustratrice? Ci siamo affidati al suo tratto, sempre puntuale ed allegro. Ma anche alla sua sensibilità di madre adottiva, che si è calata nella storia in maniera egregia.
Quali sono stati i feedback da parte dei lettori, specie quelli più giovani? Il libro è stato divorato dai bambini di 9/11 anni, che lo hanno anche utilizzato in progetti specifici (come quello dell’Ambito di Zona di Nardò, in provincia di Lecce, dove è stato regalato ad oltre 800 bambini). Si sono immedesimati nel piccolo personaggio e hanno creato numerose storie di tanti Luca del nostro tempo.
Un saluto per i lettori medi. Leggetelo con i vostri figli, nipoti, alunni: vi sorprenderanno le loro riflessioni perché dai bambini si impara sempre.

Titolo: Le case di Luca. Diario segreto di un affido
Autore: Roberto Piumini
Illustrazioni: Stefania Vincenzi
Genere: narrativa per l’infanzia
Casa editrice: Manni editori
Pagine: 63
Anno: 2017
Prezzo: € 9,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Suggerimenti di lettura: “Oliver Twist” di Charles Dickens.

L’autore
Roberto Piumini, nato a Edolo in Valcamonica, vive tra Milano e Buonconvento presso Siena. È autore di libri dal 1978: romanzi, racconti, poemi, poesie e traduzioni. È tra gli scrittori italiani per bambini e ragazzi più conosciuti e suoi testi sono tradotti all’estero. Per i lettori adulti è autore di romanzi, tra i quali: “L’amorosa figura” (Skira, 2013) e “Il dio delle donne” (EdiLet, 2010), scritto con Milva M. Cappellini; e di fortunate raccolte di poesia, tra le quali: “I silenziosi strumenti d’amore” (Interlinea, 2014).

Paquito