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Le sfide dei campioni (Federico Vergari)

9788867903283_0_0_454_75Milano.
È un grigio pomeriggio invernale. Simone esce dal portone della scuola; ha sulle spalle uno zaino più grande di lui. Frequenta la terza elementare e oggi, nell’ora di matematica, la maestra ha iniziato a spiegare la prova del nove. Simone non è sicuro di averla capita, ma è certo di averne sentito parlare in televisione. Pensa si tratti di qualcosa da grandi.

Partiamo da un assunto: adoro la letteratura sportiva, pertanto ho letto con grandissimo piacere “Le sfide dei campioni. Emozionanti imprese tra i grandi dello sport” il volume curato da Federico Vergari edito da Tunué.
Quindici storie che parlano non soltanto di sport ma di persone divenute, loro malgrado, degli idoli, degli esempi oppure degli eroi per caso. Come Valerio, un ragazzo affetto dalla sindrome di down che – pur non avendo vinto alcuna medaglia olimpica – ha salvato la vita a una ragazzina che stava annegando, divenendo così alfiere della Repubblica italiana. Oppure Skull e Motorella che, in sella ai loro skateboard, sognano le Olimpiadi del 2020. C’è spazio anche per grandi campioni dello sport, come Gianluigi Buffon, messo a confronto con quel che sembra il suo naturale erede, Gianluigi Donnarumma; oppure la campionessa Valentina Vezzali, divenuta una vera leggenda in pedana. Storie di sportivi, ma pure di esseri umani fatti di virtù, vizi e scaramanzie.

Ho apprezzato parecchio il libro di Federico, un giovane giornalista che non intende osannare nessuno. Al contrario,il suo desiderio è quello di fissare la storia dei protagonisti in un’istantanea. Non è necessario – sembra dire l’autore – aver vinto un titolo mondiale,quel che conta è avere una storia da raccontare.
Ho trovato molto bella la parte dedicata alla città di Genova, colpita dalla tragedia del crollo del ponte Morandi lo scorso 14 agosto. Un segnale per far comprendere che un’intera comunità può ripartire e far rete attraverso lo sport.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore…

Le sfide dei campioni. Da cosa nasce l’esigenza di raccontare storie del genere? Lo sport è un linguaggio universale e trasversale che raggiunge tutti: dai capi di stato ai ragazzini.Ma lo sport è anche un espediente narrativo con cui è possibile raccontare qualsiasi cosa. Non penso soltanto alle gesta epiche fatte di sudore e sacrificio, ma anche alla possibilità di poter dare una forma (attraverso la scrittura) a un racconto sociale e pop del mondo che ci cambia davanti agli occhi.
A mio parere, quel che viene fuori dai tuoi racconti è: non bisogna aver vinto tutto per essere degli eroi dello sport. Basta aver lasciato una propria traccia, purché sia indelebile. Condividi? C’è una domanda frequente che mi fanno spesso da quando è uscito libro. Ed è: per chi è questo libro?Io rispondo sempre che“Le sfide dei campioni” è per chi non si arrende mai e ci prova sempre. Per chi casca e si rialza. Che sia uno sportivo o un dipendente delle poste conta poco. Perché alla fine i campioni – gli eroi dello sport per usare le tue parole- si vedono lì: quando accettano un’altra sfida pure se nessuno glielo ha chiesto o pure se non era in quel momento qualcosa di previsto. A prescindere dal risultato – e per risponderti – questo per me significa lasciare una traccia della e nella propria vita.
Tra le pagine del tuo volume c’è spazio per piacevolissime storie a lieto fine, ma pure per numerosi momenti di riflessione. Lo sport, a quanto pare, non celebra soltanto i vincitori? È verissimo. Sarà perché da tifoso romanista sono abituato a vincere poco, ma ho la convinzione che le pagine più belle dello sport partano da una sconfitta. La sconfitta unisce più della vittoria e ha sicuramente un valore educativo più forte. Perdere può trasformarsi nella migliore delle benedizioni se sai come reagire.Invece una vittoria, se mal gestita, si tramuta quasi sempre in una maledizione.
Cosa ti ha spinto a raccontare la storia della Genova post ponte Morandi? Filippo Carossino e Andrea Giaretti, i due protagonisti dell’ultima storia Prove tecniche per un mondo migliore sono entrambi di Genova e li ho intervistati pochissimi giorni dopo il crollo del ponte. Loro il 14 agosto erano in trasferta con la nazionale di basket in carrozzina e hanno assistito a quel macabro spettacolo sui social. È stato naturale partire da lì, dall’ennesima caduta di una città che si è sempre rimessa subito in piedi.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori, specie quelli appassionati di sport? Sono stati i più disparati. Ogni lettore con cui ho avuto modo di parlare si è andato a pescare il “suo sport” e mi ha dato i suoi feedback. La storia sportiva è del resto davanti a tutti. La Storia, quella con la maiuscola che sta dietro una gara, a volte è meno conosciuta e per questo maggiormente apprezzata. In tanti non sapevano che Saronni vinse la sua prima gara al Giro il giorno che l’Italia dovette affrontare la morte di Aldo Moro e Peppino Impastato. Restano colpiti da questo fatto.
Poi devo dire che il feedback di un lettore speciale mi ha fatto particolarmente felice. Roberto Di Donna, oro ad Atlanta 96 nel tiro al bersaglio, pistola ad aria compressa, distanza 10 metri, mi ha taggato su Instagram ringraziandomi per l’emozione che gli ho fatto rivivere nel racconto che dedico a lui. E mi è uscito di getto un:«Tu hai vinto una medaglia d’oro alle olimpiadi e ringrazi me? Ma grazie a te!»
Prima di salutarci domanda marzulliana:se l’autore si rispecchia in quel che scrive, in quale dei protagonisti dei tuoi racconti ti identifichi meglio? Risposta difficile. Ci sono un paio di storie in cui io Federico Vergari – autore del libro e giornalista – compaioe non faccio nulla per nasconderlo. Una storia – quella in cui racconto il mondiale del volley del 1990 – è praticamente autobiografica. Quindi potrei dirti che ci sono già io come “protagonista”. Se però dovessi scegliere di essere uno dei protagonisti del libro, ecco, allora ti dico che vorrei essere senza ombra di dubbio Sandro Mazzinghi. Uomo semplice, ma di grande personalità. Toscano che, come tutti i suoi corregionali, sa essere diretto come un pugno, ma anche accogliente come un abbraccio. Sì, senza dubbio sceglierei lui. Lo dico sia per il processo di identificazione sia come romano trapiantato in terra toscana.
Saluta i lettori medi. Un saluto a tutti i lettori medi! Seguo il blog e la pagina Facebook ed è un piacere stavolta ritrovarmi oggetto della discussione. Se avrete modo di leggere il mio libro aspetto i vostri commenti e vi auguro una vita piena di letture interessanti e stimolanti.

Titolo: Le sfide dei campioni. Emozionanti imprese tra i grandi dello sport
Autore: Federico Vergari
Genere: racconti sportivi
Casa editrice: Tunué
Pagine: 151
Anno: 2019
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimenti di lettura: “Open” di André Agassi; “Michael Jordan, la vita” di Roland Lazenby.

L’autore
Federico Vergari è laureato in Scienze della comunicazione, presso la cattedra di Comunicazione politica dell’università di Roma “La Sapienza” (2005). Ha lavorato nella comunicazione di alcune campagne elettorali (2006). Attualmente è impiegato presso una società che organizza eventi culturali nel settore editoriale. Scrive e collabora con mensili e riviste free press (Il giornale della Libreria, L’occhio che…, REV).

Paquito

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Il mistero della torta scomparsa (Claudia Boldt)

9788867995462_0_0_503_75«Oggi è il giorno perfetto per risolvere misteri e mangiare un po’ di formaggio» pensa Harold al calduccio sotto le coperte.
Anche se, per Harold, ogni giorno era il giorno perfetto per risolvere misteri e mangiare formaggio.
Non era certo una volpe nella media.

Benvenuti nel mondo di Harold, la volpe detective protagonista de “Il mistero della torta scomparsa”, il racconto scritto e illustrato da Claudia Boldt, pubblicato da Edizioni Clichy.
Teatro della vicenda è il compleanno di Donkey, un asinello che decide di festeggiare in compagnia dei propri amici la ricorrenza, organizzando una festa in maschera. Balli, giochi, una sfilata di costumi, poi la proposta del festeggiato di giocare ad “acchiappa il mostro”: rincorrere gli avversari e tentare di acchiapparli rigorosamente al buio.
Il gioco fila liscio, ma al riaccendersi delle luci ecco il dramma: qualcuno ha mangiato la torta di compleanno di Donkey. Ma chi?
Al prode Harold – travestito da occhio gigante – il compito di scoprire l’autore, o gli autori, della scorpacciata. Tra i sospettati: due maialini, abili nelle coreografie, un gatto, un topo, un grosso uccello travestito da coccodrillo e pure un coccodrillo autentico. Tutti col medesimo movente, la passione smodata per le torte.

Un racconto per immagini estremamente divertente. Credo sia il modo migliore per recensire questa storia, adatta a un pubblico quanto mai variegato, che ha per protagonista Harold, l’investigavolpe (giunto alla sua seconda esperienza letteraria) che fa il verso a Sherlock Holmes e agli altri brillanti detective della letteratura.
Il tono della storia è leggero e ironico, tuttavia diventa necessario ragionare alla maniera di un investigatore per scoprire chi ha mangiato la torta di Donkey.
Dal punto di vista stilistico Claudia Boldt si affida a una gamma cromatica molto ampia. Colori che sembrano stimolare l’occhio umano e la creatività dei lettori. Non vi sono, tanto per i personaggi quanto per gli oggetti scenici e le ambientazioni, spigoli, pertanto ogni immagine diventa accogliente.
Concludo aggiungendo che, a mio parere, questa storia sia un ottimo viatico – per i lettori più giovani – per avvicinarsi alle detective stories.

Titolo: Il mistero della torta scomparsa
Autrice e illustratrice: Claudia Boldt
Genere: racconto illustrato
Casa editrice: Edizioni Clichy
Pagine: 32
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Suggerimenti di lettura: “L’investigavolpe” di Claudia Boldt, prima avventura di Harold.

L’autrice
Claudia Bold tè ormai considerata una delle più importanti illustratrici per l’infanzia inglesi.Ha già all’attivo numerosi volumi, tutti di grande successo. La cosa che più la appassiona è dare nomi e caratteri agli animali che ama e che disegna.Tra le sue opere, Edizioni Clichy ha pubblicato “L’Investigavolpe”(2018).

Paquito

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Storie di grandi uomini e delle grandi donne che li hanno resi tali (Roberta Balestrucci Fancellu & Susanna Gentili)

9788897698401_0_0_492_75Sono state compagne di grandi scrittori, statisti o pittori e,in qualche modo (spesso determinante), hanno contribuito a crearne il successo. Hanno coltivato l’amore con il desiderio di realizzazione, in virtù di quella cura, tutta femminile,che trasforma un’idea in progetto e lavora ai fianchi, con pazienza, per farlo crescere e sfondare.

Vero, anzi verissimo il detto “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Ed è da questo assunto che è cominciato il lavoro di Roberta Balestrucci Fancellu e Susanna Gentili, autrici di “Storie di grandi uomini e delle grandi donne che li hanno resi tali”, edito da Hop! per la collana Hopini.

Un volume che raccoglie le storie di una serie di personaggi illustri del mondo della politica, della cultura e della scienza e delle loro compagne di vita. Si scopre così cheil nome di Mickey Mouse (nella versione italiana: Topolino) si deve a Lillian Marie Bounds, moglie del celebre Walt Disney. Il geniale autore di fumetti, infatti, avrebbe voluto chiamare il suo personaggio cult Mortimer.
Non meno importanti, per il successo dei propri mariti, è stato il contributo di Anna Eleanor Roosevelt, moglie del presidente degli Stati Uniti Theodor, che si batté al fianco del consorte per i diritti umani.
Su questa scia vengono raccontate venti biografie di donne che, pur non essendo state bambine ribelli, hanno avuto un peso determinante nella storia dei loro compagni.

Al di là delle storie, quel che ho apprezzato maggiormente di questo libro è l’aver scelto un momento particolare della vita di queste donne. Non sempre si parla di successi, ma di eventi che irrimediabilmente hanno mutato la vita di queste donne e dell’uomo che avevano al fianco. Tecnicamente parlando, il tratto semplice dei disegni si sposa perfettamente con le storie rendendo il libro molto gradevole anche all’occhio.
Non aggiungo altro e lascio la parola alle autrici.

Storie di grandi uomini e delle grandi donne che li hanno resi tali. Come è nato questo volume?
RB – Il volume è nato da un’esigenza di unire e far risaltare il concetto di “coppia”. Donne che lavorano sodo, che per alcuni casi sono state nell’ombra e che hanno aiutato i loro mariti a diventare uomini importanti, e che in altri invece sono state poi riconosciute senza troppi problemi come reale punto di svolta all’interno di un progetto, come ad esempio il caso Hitchcock nel film “Psyco”. Ci piaceva raccontare storie di donne accanto ai loro mariti, o semplicemente colleghe, sottolineare in qualche modo che i lavori e i successi più importanti della nostra Storia sono avvenuti grazie a un gioco di squadra. Tutti hanno il diritto di veder riconosciuto il proprio lavoro senza però sopraffare l’altro perché alle volte si fa fatica anche solo a vedere chi accanto a noi ci accompagna nelle fasi importanti della nostra vita, e specialmente dal punto di vista professionale. Quando Davide Calì mi ha parlato del progetto, quello su cui ci siamo trovati subito d’accordo era proprio affrontare “l’argomento donne” in maniera differente, e ci sembrava interessante mettere proprio in risalto quest’aspetto.
SG – È importante lasciarsi guidare dai momenti determinanti delle vite delle protagoniste. Trovare la chiave per rappresentare visivamente spaccati di vita fondamentali, conformi ad accompagnare queste grandi donne e loro affascinanti storie.
Mi piace definire questo volume una “raccolta di cartoline”. Per ogni protagonista avete scelto un momento chiave della loro esistenza. A volte bastano poche parole per raccontare una vita intera?
RB – In realtà non è stato semplicissimo, ma ci siamo resi conto che raccontare i punti fondamentali delle coppie ci avrebbe permesso di arrivare direttamente al lettore, sia con il testo che con l’illustrazione. È stato divertente.
Mi piace vedere queste donne  accanto ai loro compagni, perché in realtà metterli uno davanti all’altro mi fa pensare a un superamento della persona, delle capacità di uno o dell’altro. Vederli in maniera paritaria, mi ha fatto godere molto di più le loro storie, e raccontare i loro percorsi, in alcuni casi purtroppo denigranti, certo, però secondo me questa formula ha rafforzato anche il riscatto di alcune di queste donne negli anni. Insomma ricevere una “cartolina” del genere credo possa incuriosire i più!
SG – È facile raccontare con più elementi. Più un’immagine è carica di situazioni e più può risultare descrittiva. Ma anche un singolo simbolo può racchiudere e raccontare un’intera storia. Il messaggio custodito in quest’ultimo deve però essere immediato e rapidamente comprensibile.
È stato difficile lavorare insieme oppure è scattato un feeling immediato?
RB – Lavorare con Susanna è stato davvero un piacere, è una professionista attenta e scrupolosa. Inoltre è riuscita a dare un’anima alle donne del libro, e creare la sintonia che già a parole avevo cercato di raccontare ai nostri lettori.
SG – Il feeling è stato immediato. I testi di Roberta erano carichi di tutte le informazioni necessarie per offrire uno scenario figurativo adeguato. È stato bello plasmare i nostri lavori in un unico volume.
Quali sono stati i feedback dei lettori?
RB – Al momento molto positivi. Gli adulti che hanno letto il libro restano soddisfatti dall’immediatezza del testo, e i ragazzi lo consigliano tra loro. Direi che posso ritenermi molto soddisfatta di questo.
SG – Positivi, soprattutto da parte del pubblico femminile, ovviamente aggiungerei. Nelle più piccole subentra un desiderio di riconoscimento, mi dicono, “da grande voglio essere come…” proseguono citando il nome della loro Grande Donna preferita. Le donne adulte, si sentono appagate da un senso di validità ma anche riscatto personale, nei confronti di una società che ancora oggi riesce con fatica nella comparazione dei due sessi.
La scelta delle storie, immagino, sia stata complicata. Con quale criterio avete scelto le protagoniste del volume?
RB – Per quanto riguarda la scelta è stato un bel lavoro di gruppo tra me, Davide Calì e Lorenza Tonani. Abbiamo valutato le storie di queste donne e dei loro mariti, e da lì siamo partiti. Una volta scelte, più andavo avanti nelle mie ricerche più restavo incantata da queste donne. Forti, sfacciate, provocanti, pacate, realiste, insomma delle vere e proprie forze della natura. In realtà ognuna di loro ha lasciato il segno, ed è bello rileggere ciò che hai scritto e scoprire che ognuno dei tuoi personaggi ti ha insegnato qualcosa.
SG – Studiando e approfondendo, in una fase primordiale, il loro percorso di vita. Bisogna intravedere più sfumature possibili per avvicinarsi al personaggio in questione, ogni dettaglio è fondamentale e può fare la differenza. Oltre che rappresentativo, il disegno ha anche il difficile compito di racchiudere l’essenza del soggetto, perciò è la conoscenza è necessaria.
Cosa vi aspettate da questo libro?
RB – Sicuramente di coinvolgere il più possibile i lettori che l’avranno tra le mani, e soprattutto risvegliare in loro una curiosità innata che ci appartiene. Mi auguro che li aiuti a non fermarsi a idolatrare il primo, colui che arriva e ce la fa, ma che imparino a cercare e conoscere quello che sta dietro ogni singola storia, ogni singola, chiamiamola così, vittoria. Il nostro successo arriva perché qualcuno dietro di noi è stato lì a incoraggiarci, a motivarci, ad aiutarci nei momenti di crisi, e proprio grazie a quel qualcuno una soluzione si trova, e qui abbiamo ben venti testimonianze che lo possono provare!
SG – Che trasmetta un messaggio costruttivo, che allontani la figura femminile dai classici stereotipi, che dia coraggio e che lasci un sapore progressista nella bocca del lettore.
Siete già al lavoro sul sequel del libro? In caso contrario, avete qualche idea per rinnovare questo felice connubio?
RB – Al momento sì, c’è un altro progetto dove parleremo di un altro genere di donne, molto più “agguerrite” se mi passi il termine. Racconteremo delle donne che sono passate alla storia per il loro essere “perfide”, per aver raggiunto i loro obiettivi senza fermarsi davanti a niente, donne che si sono fatte dispensatrici di vita o di morte.
Questa volta non sarò in compagnia di Susanna, ma di un’altra bravissima illustratrice. Spero però di lavorare nuovamente con la Gentili, è un’illustratrice che sa dare un’anima ai suoi personaggi, è stato davvero un piacere poter fare questo pezzo di strada insieme a lei.

Titolo: Storie di grandi uomini e delle grandi donne che li hanno resi tali
Autrice: Roberta Balestrucci Fancellu
Illustrazioni: Susanna Gentili
Genere: Racconti biografici
Casa editrice: Hop!
Pagine: 65
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Suggerimenti di lettura: Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie.

Le autrici
Roberta Balestrucci Fancellu è nata a Macomer, dove vive e lavora, anche se spesso ha la testa tra le nuvole. Appassionata da sempre di letteratura per l’infanzia è narratrice e scrittrice  per professione, fa parte del progetto “Omero. Gli scrittori raccontano i libri” dove si occupa del progetto letteratura e legalità, letteratura e sport e segue il progetto “Anche Antigone portava i jeans”, formazione rivolta ad adulti e ragazzi sulla letteratura contro la violenza di genere e bullismo.

Susanna Gentili ha sempre amato disegnare, fin da quando ha memoria. È un’illustratrice e designer e nell’ottobre del 2016 ha creato Happycup Studio.

Paquito

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C’era una volta… HOMO (Flavia Salomone)

9788899847166_0_0_300_75.jpgCiao a tutti! Eccomi sono l’ultimo arrivato nelle scoperte paleontologiche.
Scusate mi presento. Piacere Homo naledi o Uomo stella!

Una vera e propria favola. Quella del genere umano. Ritengo sia questo il modo migliore per presentare “C’era una volta… Homo”, il volume realizzato da Flavia Salomone per Espera Edizioni.
Senza lasciarsi ingannare dalle illustrazioni, questo libro non si rivolge soltanto ai bambini ma a un pubblico quanto mai variegato e desideroso di saperne di più sul cammino evolutivo dell’uomo.
Un’evoluzione che dura da milioni di anni e che viene raccontata, in modo leggero e avvincente da una antropologa e divulgatrice scientifica che, ormai da anni, spende parte del suo tempo nelle scuole per promuovere lo studio di queste discipline.

Il rigore è il pregio principale di questo volume. In modo sintetico, ma assolutamente esaustivo, Flavia Salomone racconta le fasi salienti dell’evoluzione umana. Lo fa immaginando bambini curiosi di apprendere ma pure un uditorio più vasto costituito da appassionati e semplici lettori che desiderano saperne di più. Ottimo anche il lavoro di Fabio Tafani che, con le sue tavole, supporta in modo impeccabile un racconto destinato a riscontrare successo soprattutto in ambito scolastico. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

C’era una volta… Homo. Come, quando e perché è nato questo volume? Questo volume ha una storia antica, come quella che narra. Credo che questo libro abitasse in me da tempo immemore. La decisione di prendere “carta e penna” è maturata da un’esigenza di colmare un vuoto editoriale.I libri di testo scolastici purtroppo non sono aggiornati e riportano nozioni ormai superate. Quindi ho deciso di realizzare qualcosa che non esisteva: un libro che fosse scientifico ma allo stesso tempo accattivante e divertente per i bambini. La sfida è stata proprio questa: avvicinare i più piccoli a concetti complessi come quello di evoluzione in modo semplice. I disegni, i fossili famosi che si raccontano sono stati alcuni espedienti per avvicinare un tempo remoto come quello della preistoria e renderlo familiare, quasi contemporaneo.
Convieni con noi che c’è una sorta di pregiudizio nei confronti di discipline come l’antropologia, la paleontologia e altre ancora, considerate noiose a prescindere? Cosa si potrebbe fare per vincere questo pregiudizio? Non so se vengano considerate noiose o se sia questione di pregiudizio. Certo è che vengono scarsamente insegnate nella scuola. La preistoria è un momento fondamentale. Racconta delle nostre radici più profonde di come e perché siamo diventati umani. Conoscere il cammino della nostra specie ci aiuta a capire perché oggi la terra è abitata da popolazioni così diverse. Ma non solo. Guardare al passato remoto della nostra storia ci aiuta a riscoprire il nostro essere creature all’interno di un mosaico molto complesso: per poter vivere dobbiamo rimanere in equilibrio con l’ambiente e con le altre creature che lo abitano.
Nei ringraziamenti hai citato Fabio, tuo figlio, il cui aiuto è stato molto prezioso dal punto di vista tecnico. Vorrei sapere, invece, quali suggerimenti ti ha fornito da lettore? I figli sono sempre critici feroci. Fabio non è da meno. Devo dire però che ha una capacità obbiettiva nel valutare e offre sempre spunti di riflessione molto interessanti. Il suo aiuto è stato prezioso per calibrare in modo giusto cosa raccontare e come farlo. Parlare di evoluzione non è proprio una cosa semplicissima soprattutto quando ci si rivolge ai bambini della primaria.
Quali sono stati i feedback dei lettori? Quello che posso dirti è che fino ad ora ogni incontro nelle scuole nei musei nelle librerie e nei parchi tematici ha riscosso sempre un grandissimo interesse. Le insegnanti, le famiglie ma soprattutto i bambini hanno “vissuto” il libro e questa è una grande gioia per me.
Cosa ti aspetti da questo libro? Mi aspetto il sogno! Sì vorrei che si cominciasse a parlare di antropologia, di biodiversità umana, di evoluzione in tutte le scuole di ogni ordine e grado e non solo. Vorrei che questi argomenti raggiungessero la gente comune e non fossero più confinati agli ambienti accademici. Sarebbe bello se attraverso questo testo sempre più persone, sia grandi che piccini, si possano appassionare alla meraviglia del come e perché siamo diventati umani.Mi aspetto che stuzzichi curiosità e voglia di scoprire.
Stai lavorando a un nuovo progetto editoriale? Se sì quale? Sì, sto lavorando ad un nuovo progetto editoriale che questa volta riguarderà i bambini dai 4 anni in su. Sarà una bella sorpresa che per scaramanzia non voglio svelare.
Saluta i lettori medi. Cari Lettori Medi non abbiatemene ma vorrei lasciarvi con qualche interrogativo: sapete davvero chi siete? Da dove venite? Dove andate?

Titolo: C’era una volta… HOMO
Autrice: Flavia Salomone
Disegni: Fabio Tafani
Casa editrice: Edizioni Espera
Genere: saggio antropologico
Pagine: 67
Anno: 2018
Prezzo: € 13,90
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Dopo aver letto questo libro: visitare un museo, poi un altro, poi un altro ancora per saperne di più sulla nostra evoluzione fisica, ma soprattutto intellettuale.

L’autrice
Flavia Salomone
è biologa, antropologa e fisica. È autrice di alcune pubblicazioni scientifiche e del libro, edito da Espera Edizioni, “Sulle tracce dei nostri antenati…”

Paquito

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Come fare amicizia con un fantasma (Rebecca Green)

9788867903290_0_0_300_75Se i fantasmi ti hanno sempre terrorizzato, l’idea di fare amicizia con uno di loro potrebbe sembrare estremamente spaventosa.

Mettete da parte tutto quel che conoscete in materia di fantasmi e preparatevi a leggere questo splendido racconto illustrato che parla di entità spettrali ma soprattutto di sentimenti.
“Come fare amicizia con un fantasma”, questo il titolo del libro scritto e illustrato da Rebecca Green (edito da Tunué), è una guida per riconoscere gli spettri (attraverso un vero e proprio identikit), vincere l’iniziale diffidenza – i fantasmi sono molto sensibili e potrebbero offendersi qualora scappassimo una volta incontrati – e diventare loro amici.
Inoltre l’autrice fornisce anche un manuale per prendersi cura degli spettri: ad esempio cucinando per loro gustosi (almeno per gli spiriti) manicaretti come la zuppa di tempesta o i biscotti ammuffiti con marmellata di piedi; oppure raccontando delle barzellette – i fantasmi adorano ridere – o magari sussurrando loro una ninna nanna fatta di versi terrificanti, capaci di conciliare il sonno delle entità ectoplasmatiche.
Il tutto arricchito da un tratto molto delicato. La Green sceglie pochi colori tenui e un costante richiamo alla natura e all’autunno in particolare. Immagini molto suggestive per un pubblico quanto mai variegato.

Confesso di essermi emozionato durante la lettura di questo racconto che sembra essere un inno all’amicizia, ma pure un invito ad accettare gli altri così come sono.
Un fantasma, in fondo, potrebbe essere la metafora di qualsiasi razza che si integra in un nuovo contesto; oppure quella di una persona timida che non riesce a farsi apprezzare per ciò che è.
“Diamo la possibilità agli altri” sembra dire l’autrice “di farsi conoscere, accogliendoli nella nostra vita. Abbattiamo i pregiudizi e diamoci la possibilità di vincere le nostre paure”.
E proprio sulla parola “pregiudizi” ho riflettuto con grande attenzione: che siano questi i veri fantasmi? Ai lettori l’ardua sentenza, specie a quelli che avranno il privilegio di leggere questa storia ai più piccoli, insegnando loro cosa significhi la parola amicizia.

Titolo: Come fare amicizia con un fantasma
Autrice: Rebecca Green
Casa editrice: Tunué
Genere: Racconto illustrato
Pagine: 40
Anno: 2019
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Film consigliati: “Casper”, pellicola del 1995 diretta da Brad Silberling.
Canzoni suggerite: “La vendetta del fantasma formaggino” degli Elio e le storie tese.

L’autrice
Rebecca Green, illustratrice e pittrice canadese, con una schiera enorme di fan accaniti, lavora per molte riviste e gallerie d’arte. Vive a Osaka, in Giappone.

Paquito

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Genesi 3.0 (Angelo Calvisi)

9788896176641_0_0_300_75Per le varie specie di invertebrati sono il boia. Per i grilli e le formiche sono l’oscuro deterrente. Io mi considero il sovrano dei pidocchi delle foglie.

Dirompente. Ritengo sia questo l’aggettivo giusto per recensire “Genesi 3.0”, il nuovo romanzo di Angelo Calvisi edito da Neo edizioni, il più apocalittico dei romanzi di formazione che abbia mai letto.
Simon è un ragazzo che vive a Peppenhoven, in Germania, minuscola realtà ai margini del bosco e del mondo civilizzato. Le sue sole compagnie sono il Polacco, un ex militare col quale il giovane vive un rapporto di odio e amore, la gallina Mitropa e il sesso. Già, perché Simon è ossessionato dalle donne, dall’autoerotismo e dalla ricerca costante del piacere. Cosa accadrà al giovane quando raggiungerà la Capitale?

La risposta è contenuta nelle pagine di un libro che ho adorato. Una scrittura spigolosa e diretta, fatta di dialoghi senza filtri e scene forti (tanto quelle di sesso quanto quelle legate alla violenza) che non vengono offerte gratuitamente al lettore ma che fanno parte di un processo evolutivo che ingloba l’intera comunità descritta nella storia. Inoltre, la cura maniacale che l’autore dedica ai personaggi rende questi facilmente riconoscibili attraverso pochi, ma preziosi dettagli.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore…

Genesi 3.0. Come è nato questo romanzo? Sul “come” non saprei cosa dire. La dimensione onirica è nel testo così marcata che per rispondere a questa domanda e sciogliere tutti i nodi logici e motivazionali ci vorrebbe un analista! So però che è nato in un paesino della valle del Reno, Peppenhoven, dove ho vissuto fino a qualche tempo fa in una condizione di grande isolamento emotivo e sociale. Nonostante non sia per nulla un racconto realistico, a me sembra che “Genesi 3.0”sia il libro più autobiografico che abbia mai scritto, perché, pur essendo inverosimile, grottesco e a tratti molto comico, riflette lo stato d’animo che mi attraversava in quel periodo e l’insopportabile solitudine di cui sopra.
Nel futuro distopico che hai immaginato, qualunque città potrebbe diventare il set di questa storia. Tuttavia c’è un posto in particolare al quale hai pensato per ispirarti? Ogni villaggio, ogni città o metropoli della Germania. L’interpretazione che do io di quel Paese (dopo averci vissuto, come accennavo, per qualche anno) è che sia un posto di pazzi, disperati e asociali che non aspettano altro che un altro invasato con i baffetti per annettersi di nuovo l’Österreich. La landa della desolazione, dove c’è una regola per tutto (anche per rispondere al telefono, e non scherzo: nei libri di grammatica per stranieri ti insegnano che quando rispondi al cellulare è buona norma aspettare il terzo squillo, perché se rispondessi immediatamente il tuo interlocutore, dall’altro capo del “filo”, potrebbe spaventarsi!), dove l’ordine è maniacale, dove i guanti non si chiamano guanti, ma “scarpe per le mani” e dove, infine, il cielo è azzurro non più di venti giorni all’anno. Tutto questo non poteva che riflettersi nel mio scritto.
Simon e il Polacco: una straordinaria complementarietà, ma pure un rapporto molto controverso. Da un lato un allievo desideroso di apprendere tanto dal suo mentore, dall’altro una potenziale vittima che vuol ribellarsi al suo probabile carnefice. Che tipo di rapporto c’è tra i due? Il Polacco, come tutti i militari, è un sadico, un prevaricatore e un violento. Simon, come tutte le vittime, anela all’emancipazione, come dici tu, ma è anche un masochista. Insieme formano una famiglia: sui generis, certo, ma pur sempre tale. Anche questo aspetto (l’idea della famiglia come istituzione infernale) è abbastanza autobiografico, nel senso che è una mia idea fissa. Benedetto XVI (tedesco, non a caso) ha detto che la famiglia è il primo mattone della società. E se la società è quella che è significa che anche la famiglia tradizionalmente intesa (di cui la coppia Simon-Polacco è una parodia) qualche problemino lo veicola.
E ora parliamo di sesso. Numerose sono le occasioni in cui Simon si masturba e altrettante le occasioni in cui pensa al sesso. Necessità fisiologica, ossessione o altro? Psicanaliticamente la compulsione masturbatoria è un elemento che ci riporta non solo alla noia, ma anche alla necessità di Essere, di riuscire a “sentire” il rumore distante della propria vita. Insomma: Simon si masturba per provare a sé stesso di esistere.
Quale messaggio hai voluto comunicare con questa storia? Non ragionerei in termini di messaggio, ma in termini di visione della realtà (seppure in forma allegorica). E allora ecco qui: a me pare che il mondo sia in mano ai pazzi. Mi pare che, a livello globale, l’alternanza politica preveda il fronteggiarsi di due schieramenti: i prepotenti da una parte e gli incapaci (con sfumature di idiozia) dall’altra. A volte, pensa: in certi Paesi dei Balocchi capita che con un incredibile gioco di prestigio questi schieramenti si alleino, non è strano? In sostanza: mettendo in scena tale meccanismo di conflitto/alleanza – meccanismo visto dagli occhi di un alienato, isolato, disadattato (Simon, appunto) – Genesi 3.0 è fondamentalmente una satira irriverente, claustrofobica, divertita (e mi auguro divertente) sul Potere.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Negativi, perché non sono stato ancora chiamato dall’Accademia svedese per la candidatura al Nobel. Scherzi a parte, in realtà non lo so. Il papà di un mio carissimo amico ha detto che è il libro migliore da lui letto negli ultimi tempi. Spero che non sia uno di quei lettori da un libro ogni decennio.
Prima di salutarci domanda marzulliana: se l’autore si rispecchia in quel che scrive, quali sono i punti in comune con: Simon, il Polacco e la Madre? A tratti, come Simon, presento caratteri tipici di quei soggetti che gli psicanalisti definiscono passivi-aggressivi. Come il Polacco, invece, tendo ad avere spropositati attacchi d’ira, soprattutto guardando le partite della mia squadra del cuore, il Genoa Cricket and Football Club 1893 (scrivilo per esteso, gentilmente). Come la Madre manipolo, in modo più o meno consapevole, chi mi sta intorno e riesco facilmente a portarlo dalla mia parte. O forse sono solo un poveretto che è convinto, come certi malati di mente, di poterlo fare.
Saluta i lettori medi:lettore medio, uno, nessuno, centomila: ti abbraccio e ti invito alla lettura: forse non sembra, ma ti garantisco che questo libro parla anche di te.

Titolo: Genesi 3.0
Autore: Angelo Calvisi
Casa editrice: Neo edizioni
Genere: distopico
Pagine: 155
Anno: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimenti di lettura: Qualsiasi romanzo di Philip K. Dick.

L’autore
Angelo Calvisi genovese, nella vita ha svolto mestieri disparati: il giornalista, l’attore, il responsabile di un negozio di dischi e, tra il 2007 e il 2015, il cooperatore sociale. Dal 2015 al 2017 ha vissuto a Bonn, dove ha insegnato Italiano. Ha pubblicato saggi, graphic novel e diversi romanzi. Per “Il geometra sbagliato”(secondo episodio della sua “Trilogia dei Matti”) è stato paragonato ad autori come Volponi, Villaggio e Gogol. Nel 2018 è uscito al cinema “Lazzaro”, film che lo ha visto impegnato come attore e, assieme al regista Paolo Pisoni, come sceneggiatore. Con “Adieu moncœur” (CasaSirio, 2016) ha vinto il premio “Quel libro nel cassetto”. Genesi 3.0 è il suo ultimo romanzo.

Paquito

Lettore medio

Polpettology (Daniela Brancati e Daniela Carlà)

9788862668798_0_0_300_75La vita è come una polpetta, sospirò D rivolta all’altra
D. Sai che hai proprio ragione?, rispose lei un po’
stupita: ma sei una filosofa!
Noooo, è solo che quando faccio le polpette ne faccio
tante, e ci vuole tanto tanto tanto tempo. Mani occupate e
cervello libero per pensare.
Così è nato questo libro.

Non un semplice saggio. “Polpettology. Storia, filosofia e ricette della polpetta. Teoria e pratica del cibo più amato al mondo” di Daniela Brancati e Daniela Carlà (edito da Manni editori) è uno spassoso viaggio attraverso gli usi e i costumi degli italiani, raccontati attraverso un’abitudine alimentare che non teme lo scorrere del tempo: il consumo delle polpette. Fritte, al forno, con o senza panatura, al sugo oppure con l’aggiunta di brodo, le polpette sono in assoluto il piatto preferito del popolo italico che, nel corso dei secoli, si è evoluto anche a tavola, scoprendo sapori nuovi e nuovi modi di cucinare, ma strizzando sempre l’occhio alla tradizione.

Un volume delizioso (in tutti i sensi) quello realizzato dal duo Brancati – Carlà capaci di aggiungere un pizzico di ironia alle pagine di un testo che invita a prendere la vita con leggerezza e a rimandare a dopo pranzo quelle discussioni (specie in materia di politica) che tante, troppe volte animano le nostre tavole.
Non aggiungo altro concedendo alle autrici l’onere e l’onore di presentare il libro…

Polpettology. Come, dove, quando e soprattutto perché nasce questo volume?
DB:
Quando si vogliono sciacquare il cervello gli uomini parlano di anatomie femminili, lati a o b. Le donne giovani parlano dell’uomo ideale (ovvero di quello che non esiste) e quelle diversamente giovani come me, di cucina. Una sera Daniela Carlà filosofeggiava sulle polpette. Io le ho detto: “Bei pensieri: scrivi un libro”. Convinta di aver chiuso l’argomento, tornando alla mia pigrizia, affollatissima di cose da fare tutte più o meno urgenti. Ma Daniela non mi ha dato pace: il libro doveva essere a quattro mani o non se ne sarebbe fatto nulla.
DC: Ci siamo divertite a scriverlo e a quanto pare i lettori si divertono a leggerlo.
Il volumetto ha avuto una gestazione lunga, e non sarebbe mai uscito se l’altra Daniela non avesse accettato di scriverlo insieme, mescolando ingredienti di tutte e due, come per le polpette. Per un decennio una rete di esperti in immigrazione, italiani e stranieri, si è riunita a casa mia; avevo deciso che durante le chiacchierate su emigrati, immigrati, rom e caminanti, dovessero piovere polpette di tanti tipi, rispettando gusti e scelte, e accontentando tutti, carnivori, vegani, vegetariani, mussulmani e Maurizio con l’allergia alle melanzane. L’idea è nata da lì, parlandone con Daniela Brancati.
Possiamo definire la polpetta la celebrazione dell’arte, tutta made in Italy, di arrangiarsi?
DB: In un certo senso la polpetta ha le stesse caratteristiche del nostro popolo: duttile, buona per ogni situazione. Così antica e così contemporanea. Assume la personalità che più conviene: vegana per i vegani, di carne per i carnivori. Ricca ed elaborata per i golosi. Vuota o ripiena. Piccola o grande. Sa camuffare i propri ingredienti come noi spesso camuffiamo le nostre vere convinzioni. E sa adattarsi a tutte le situazioni. Proprio come noi.
DC: Sì, la polpetta somiglia agli italiani. Si comincia utilizzando quello che c’è ma alla fine ci si presenta con una nuova veste. È antica ma non vecchia, come accade alle cose belle, sempre contemporanee. Ha da raccontare – ha dentro di sé la storia dei propri ingredienti – ma è pronta a una nuova vita, quella della polpetta. Ma attenzione: la polpetta non è solo italiana e neppure solo europea, non esistiamo solo noi, neppure per le polpette.
Quanto e cosa può apprendere la politica (italiana e non solo) dalle polpette?
DB: La polpetta vuol dire assunzione di responsabilità. Dal momento che non ne esiste la ricetta assoluta, ognuno la fa con gli ingredienti che ha e i dosaggi che preferisce, assumendosi pienamente la responsabilità del risultato. Questa la lezione possibile. Nella pratica però…per imparare bisogna essere innanzitutto disponibili ad ammettere che qualcosa non va nel proprio modo di essere. Non vedo questa suprema e sublime forma di intelligenza nell’attuale politica occidentale, dalle Alpi alle Piramidi dal Manzanarre al Reno, senza tralasciare la Gran Bretagna e gli Usa. A mio parere siamo in una fase in cui la politica non vuole e non può imparare neanche dalle polpette.
DC: Molto, ma se la politica ne ha voglia ed è disposta a polpettare e rimpolpettare. La polpetta invita alla concretezza e contrasta lo spreco, utilizzando le risorse che si hanno a disposizione. Ma invita anche all’immaginazione, sprona alla gioia e all’allegria, e non solo alla compostezza. Anche la politica ne avrebbe bisogno, non ci si può nutrire di rabbia o alimentare divisioni. Lo chef Ferran Adrià sostiene che se si pensa bene, si cucina bene. Vale anche per la cosa pubblica: se si pensa bene si governa bene?
Polpettare implica cura e attenzione, che servono ai singoli e alla collettività. Ed è inoltre, per tradizione nelle case e nell’immaginario, attività tipica delle donne: ci sarebbe tanto bisogno di più donne nella cura della cosa pubblica.
Convivenza, condivisione, contaminazioni. Quanto, lontano dalla cucina, si osserva la regola delle tre C?
DB: Premessa: cucina e musica sono – insieme ai numeri – linguaggi universali dell’umanità. In famiglia e nella società, ovunque si voglia vivere in modo normale e non morire di solitudine o depressione, le tre C sono praticate nei fatti. E la cucina è un potente strumento al loro servizio. La convivenza impone di accettare le diversità, condividere è ovvio perfino per chi in teoria lo nega. E vogliamo parlare di contaminazioni? La cucina ha scoperto la fusion perfino prima della musica. Ogni popolo che ci ha invaso ci ha lasciato qualche parola della sua lingua, qualche usanza, qualche legge e molti piatti da imitare e riadattare secondo gusti e materie prime. Libertà e cultura viaggiano da sempre insieme alle merci. E fra queste innanzitutto c’è il cibo.
DC: È la vita a imporre la pratica della regola delle tre C, anche qualora a parole non si accetti. Come per le polpette, si vive di intrecci e di relazioni. Ogni polpetta è frutto di scambio, ancor più nella storia dell’alimentazione italiana, caratterizzata dal ruolo svolto dalle città e dai mercati. Ogni polpetta racconta di come si mescoli la cultura del latte e della carne, dell’olio e delle verdure, utilizzando ortaggi che vengono da altri paesi.
Decantate le virtù della polpetta con un aforisma.
DB: Con la polpetta ogni cena è perfetta.
DC: La vita è una polpetta.
Quest’ultima domanda potrebbe essere considerata violazione della privacy (si scherza, of course) ma la facciamo ugualmente: le avete preparate proprio tutte le ricette che proponete nella seconda parte del libro?
DB: Certo, negli anni. Tranne quelle di agnello, carne che per me è tabù.
DC: Ve ne sono anche tante altre che non abbiamo ancora proposto. Per quel che mi riguarda, ne ho preparate e provate tante, anche perché – esclusa la salsa di noccioline thailandese che non mi entusiasma – amo il cibo e tutti gli ingredienti.

Titolo: Polpettology. Storia, filosofia e ricette della polpetta. Teoria e pratica del cibo più amato al mondo
Autrici: Daniela Brancati, Daniela Carlà
Casa editrice: Manni editori
Genere: saggistica gastronomica
Pagine: 127
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Dopo aver letto questo libro: cimentarsi nella preparazione delle ricette suggerite nel volume.

Le autrici
Daniela Brancati,giornalista, vive a Roma. Ha lavorato a “Paese Sera” e “Repubblica”, ha diretto il tg di VideoMusic e il Tg3 della Rai.Ha pubblicato romanzi e libri di inchiesta e costume, tra cui “Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia” (Donzelli 2011).
Daniela Carlàvive a Roma. È dirigente generale della Pubblica amministrazione, con incarichi in materia di politiche sociali internazionali, politiche del lavoro, immigrazione, controllo sugli enti pubblici. Dirige la rivista “Nuova etica pubblica”.

Paquito

Lettore medio

Sogni e Altiforni (Gordiano Lupi e Cristina De Vita)

9788864902111_0_0_300_75Vivere con i ricordi ti riempie il cuore di una struggente felicità. Vivere di ricordi no. Vivere di ricordi fa morire in fretta.

Può, il calcio, diventare il pretesto per parlare di sentimenti? Sì, soprattutto nel caso del romanzo “Sogni e Altiforni”, di Gordiano Lupi e Cristina De Vita (edito da A.CAR.), sequel del romanzo “Calcio e acciaio” (scritto da Lupi e già recensito dal nostro blog).
Una storia di sport e sentimenti nella quale ritroviamo Giovanni, l’ex bomber dell’Inter, divenuto ormai un uomo maturo che guarda la vita con un pizzico di disincanto e con l’occhio critico di chi rimpiange il passato. La sua Piombino è completamente cambiata e lo stesso è accaduto a quel calcio cui non riesce a rinunciare (ogni domenica è allo stadio a sostenere il Piombino). Ma la riflessione più profonda Giovanni la fa in merito ai sentimenti: non hai mai costruito una famiglia e si è accorto adesso di sentire un vuoto al suo fianco. Vuoto che si riapre nel momento in cui il destino gli riserva un incontro speciale: Debora, la sua storica fidanzata ai tempi di Trani. Cosa accadrà dopo questo incontro?

Non aggiungo altro lasciando ai lettori la possibilità di scoprirlo. Mi limito a promuovere questo romanzo come il precedente, tanto dal punto di vista stilistico (Gordiano Lupi e Cristina De Vita hanno una scrittura accogliente che permette al lettore di emozionarsi quando si parla di sentimenti, ma pure quando l’argomento principale è il calcio), quanto dal punto di vista della trama: lineare e avvincente. Ottima, infine, la gestione dell’introspezione dei personaggi, presentati soprattutto attraverso quelle debolezze che li rendono “umani”. Ed ora la parola agli autori…

Una vena malinconica permea le pagine di questo romanzo. Cosa spinge Giovanni a sentirsi così nostalgico? Amore, età, rimpianti?
GL: Giovanni ha fatto una scelta inseguendo un sogno (diventare un calciatore famoso) ma adesso che gli anni dei successi sono lontani rimpiange il fatto che per realizzare un sogno ha dovuto rinunciare al solo amore della sua vita. In ogni caso, la nostalgia di Giovanni non è solo per una donna ma anche per una terra cambiata, per un mondo diverso da quello dove è nato e cresciuto. E non è mai nostalgia fine a se stessa, lui è uno che vive con i ricordi, non di ricordi. La differenza è sensibile.
Spesso Giovanni si confronta con la realtà che lo circonda. È cambiato il calcio, la politica, ma pure i rapporti interpersonali non sono più gli stessi. Si sente inadeguato?
GL: In realtà no, perché vive secondo le sue idee e fa le scelte che gli detta la sua personalità. Certo, sente la diversità tra il suo modo di pensare e il mondo circostante, questa cosa lo fa soffrire, ma si è ritirato in un cantuccio d’ombra romita, in mezzo a tante sicurezze, come il calcio e l’amore per la sua terra.
Un calcio come quello vissuto, e ancora amato, da Giovanni esiste ancora o è pure utopia per gli amanti del passato?
GL: Io direi che esiste ancora nei campi di periferia, dove le partite cominciano sempre alle 14 e 30, gli ultras sono simpatici ragazzi che cantano, puoi persino sederti accanto a loro e bere una birra insieme. Ti invito allo Stadio Magona per la prossima partita dell’Atletico Piombino, campionato di Eccellenza, puoi toccare con mano…
Che cosa ti aspetti da questo romanzo?
GL: In realtà niente, ho smesso da tempo di covare aspettative irrealizzabili. Avevo bisogno di scrivere questa storia e di mettere a punto alcuni temi appena abbozzati nel precedente (“Calcio e acciaio”). Credo che sia venuto fuori un romanzo più maturo e interessante, spero che qualcuno lo legga e ci rifletta sopra, mi piacerebbe che un eventuale lettore ci trovasse un po’ della sua vita.
Parlare d’amore è sempre estremamente difficile, tuttavia permette all’autrice (o all’autore) di mettersi a nudo. Ergo, cos’è per te l’amore e quanto è difficile parlarne in un romanzo?
CDV: Nell’ultimo verso del Paradiso di Dante Alighieri, il sommo poeta scrive: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, bene per me l’amore è il motore che ci spinge ogni mattina ad aprire gli occhi sul mondo e a dire “Abbracciamo questa giornata con un sorriso”.
Debora (per ragioni note a chi leggerà o ha letto il romanzo) segue il calcio con grande interesse. Una passione funzionale alla trama o c’è qualcosa di “autobiografico”?
CDV: L’Inter da sempre è stata ed è la mia squadra del cuore, ho seguito il calcio fin da bambina, soprattutto tra gli anni ’80 e i ’90, quando il calcio giocato era davvero un’altra cosa rispetto a oggi.
Infine, una domanda marzulliana: guardandoti allo specchio, in cosa e quanto siete simili tu e Debora?
CDV: Debora mi somiglia perché è una donna forte che riesce a trovare la forza dentro di sé per guardare avanti, e per essere sempre propositiva, il tutto condito da ottimismo e da ragionevolezza. Debora è una femminista ante litteram in una cittadina di provincia, si rimbocca le maniche ma non ha perso il gusto per gli uomini che regalano rose e cioccolatini.Nel romanzo ci sono diversi spunti autobiografici che – chi mi conosce e ha letto il libro – ha individuato subito, come il legame – indissolubile – con il mare.

Titolo: Sogni e Altiforni. Piombino-Trani senza ritorno
Autori: Gordiano Lupi e Cristina De Vita
Casa editrice: A.CAR. edizioni
Genere: sportivo/sentimentale
Pagine: 311
Anno: 2018
Prezzo: € 15,50
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Suggerimenti di lettura:“Dell’amore e di altri demoni” di Gabriel García Márquez; “Febbre a 90°” di Nick Hornby.

Gli autori
Gordiano Lupi si occupa di cinema e letteratura cubana. Traduce autori ispanici. I suoi ultimi romanzi “Calcio e acciaio” (2014) e “Miracolo a Piombino” (2016), entrambi editi da A.car edizioni, sono stati presentati al Premio Strega.

Cristina De Vita vive a Bari con la figlia Annalaura. Collabora con testate giornalistiche e associazioni del territorio. È l’ideatrice di incontri su Fernando Pessoa.

Paquito

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Con in bocca il sapore del mondo (Fabio Stassi)

9788875219734_0_0_300_75Non vi siete mai accorti che scrivere poesie è come collezionare francobolli? Sì, è proprio così, è come se i poeti fossero ammalati di una strana forma di filatelia.

Dieci biografie. Altrettanti racconti. Dieci storie che hanno per protagonisti poeti italiani del secolo appena trascorso. Si potrebbe riassumere sinteticamente così il volume di Fabio Stassi (edito da minimum fax) “Con in bocca il sapore del mondo”, ma non si direbbe abbastanza. Già perché questo libro è un omaggio ai protagonisti – più o meno noti – di una letteratura italiana che sembra aver smarrito la propria memoria poetica. È un omaggio a scrittori che hanno caratterizzato la formazione di migliaia di studenti, critici, autori o semplici lettori. È un autentico e riuscitissimo invito alla lettura.

Il volume mescola sapientemente realtà e finzione (con l’accezione più nobile che si può dare a questo termine). Una raccolta di racconti che conquista, svelando lati poco noti di ognuno dei protagonisti (da Dino Campana ad Alda Merini, passando per Gabriele D’Annunzio, Umberto Saba e Vincenzo Caldarelli). Intere esistenze raccontate nel giro di poche pagine, scritte con grande leggerezza da Stassi che sembra entrare in punta di piedi nelle esistenze di questi autori col solo intento di raccontare dieci storie le quali, si spera, stimolino alla scoperta di altrettanti poeti e dei loro componimenti. Non aggiungo altro e cedo la parola all’autore…

Perché hai deciso di raccontare le storie di questi autoriAvevo con questi poeti un debito. Li leggo da sempre, e mi sono formato su alcuni di loro, primi fra tutti Ungaretti e Quasimodo. Mi sono accorto di provare una grande nostalgia per le loro voci. Avrei voluto sentirli ancora parlare, raccontare la loro vita, la loro idea di letteratura. Poi mi è capitato tra le mani un libro di Noteboom, “Tumbas”, in cui dice che i poeti continuano a parlare anche dopo morti. E insieme la proposta di scrivere dei documentari su di loro: così ho provato a ridargli la parola in prima persona. Lo avevo già fatto con trecento personaggi di romanzo e con Charlie Chaplin, in un’autobiografia inventata. E la mia voce si è impastata con la loro.
Assistiamo a un fenomeno strano: il lento declino della poesia. Non si scrive in versi e, se lo si fa, si ricorre all’autopubblicazione. A tuo parere, in che modo si potrebbe rivalutare questo genere letterario? Sono molto fiducioso sulla sopravvivenza della poesia. Tornerà, con tutta la sua forza. Tornerà e sembrerà a tutti una sorprendente rivoluzione tecnologica. Perché la poesia è twitter prima di twitter, ed è tante altre cose. Ha in sé l’unione tra la massima brevità e il massimo significato. A volte, la lettura di una poesia può valere quella di un romanzo, e può contenere tutta una vita. Spero possa tornare anche come narrazione orale, in bocca a un puparo o a un contastorie, nelle piazze, nei teatri.
È stato più divertente o più complicato calarsi nei panni dei protagonisti del tuo volume? Nell’uno e nell’altro caso, perché? È stato incredibilmente molto semplice. Prima ho studiato molto, poi è venuto quasi da sé. La scrittura di questo libro è stata per me un’esperienza di grande felicità. Ho passato un anno a rileggere le opere di questi poeti, a scoprirne nuovi significati. Alcuni di loro mi hanno coinvolto come mai avrei immaginato: Campana, Alda Merini, Gozzano. E anche D’Annunzio. Ho passato con loro uno degli anni più belli della mia vita, ed è stato un grande regalo.
Al di là delle singole storie, quel che ho apprezzato maggiormente di quest’antologia è il tuo invito alla lettura. Il messaggio, implicito tra le pagine del romanzo, è “non accontentatevi di una sola esistenza. Leggete, leggete, leggete”?La lettura è terapeutica perché ci spinge a uscire fuori da noi stessi, e in qualche modo ci vaccina dall’ipertrofia dell’ego che domina i nostri tempi. Indossare i panni di qualcun altro, anche come lettore, credo sia davvero salutare. La sensibilità è una forma dell’immaginazione, ed entrambe si alimentano a vicenda. Ma tutto questo non avrebbe senso se poi non si ritornasse sempre alla vita.

Titolo: Con in bocca il sapore del mondo
Autore: Fabio Stassi
Casa editrice: minimum fax
Genere: racconti biografici
Pagine: 157
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: leggere le opere dei dieci poeti citati nell’antologia.

L’autore
Fabio Stassi con minimum fax ha pubblicato “È finito il nostro Carnevale” (2007), “La rivincita di Capablanca” (2008) e “Il libro dei personaggi letterari” (2015). Per Sellerio sono usciti “L’ultimo ballo di Charlot” (2012), “Come un respiro interrotto” (2014), “Fumisteria” (2015), “La lettrice scomparsa” (2016) e “Angelica e le comete” (2017) e “Ogni coincidenza ha un’anima” (2018). È il curatore italiano di “Curarsi con i libri” e di “Crescere con i libri” di Ella Berthoud e Susan Elderkin (Sellerio 2016 e 2017). Ha vinto numerosi premi, tra cui il Selezione Campiello, l’Alassio, il Vittorini Opera Prima, lo Sciascia, lo Scerbanenco, l’Arpino.

Paquito

Lettore medio

Strani delitti all’Hotel dei Filosofi (Giuseppe Feyles)

9788862668965_0_0_300_75La storia degli avvenimenti straordinari che sto per raccontare iniziò in un fresco mattino d’estate. Alle prime luci dell’alba l’unico segno di vita all’Hotel eravamo noi servitori: io, Juan Maria e Annette. Annette era la ragazza delle pulizie, giovane e inesperta, tanto del mondo quanto di quella esistenza intellettuale e tutta speciale che si svolgeva nella valle.

Cominciamo da un assunto: “Strani delitti all’Hotel dei Filosofi”, il nuovo romanzo di Giuseppe Feyles (edito da Manni Editori), è un libro davvero interessante ed è, a mio parere, uno straordinario invito alla lettura di testi filosofici.
La tranquillità di un hotel che ospita ventiquattro grandi pensatori (tra i quali: Kant, Aristotele, Agostino, Bruno e altri) viene scossa dal ritrovamento del cadavere di Parmenide. Il filosofo greco, infatti, viene ucciso con un colpo alla testa. Chi ha commesso il delitto? E soprattutto: cosa ha spinto l’assassino a compiere l’omicidio?
A indagare saranno gli stessi pensatori, supportati dal cuoco dell’hotel (l’io narrante della storia). Riusciranno a fermare l’assassino prima che commetta altri delitti?

Ai lettori scoprirlo. Prima di lasciare la parola a Giuseppe Feyles, mi limito ad aggiungere che uno dei punti di forza della storia è il ritmo. L’autore ricorre spesso a colpi di scena senza mai risultare banale. Lo stesso si può dire per le descrizioni (come nel caso della biblioteca dell’hotel o il giardino), sempre funzionali alla trama, o le digressioni filosofiche che stimolano la curiosità del lettore (confesso che alcuni filosofi non li conoscevo affatto). Adesso, parola all’autore…

Strani delitti all’Hotel dei Filosofi. Quale messaggio intendi lanciare con questo romanzo? Spero che il romanzo sia soprattutto occasione di una lettura piacevole. Il racconto è scritto sul filo dell’ironia e con una certa leggerezza. Del resto l’ambientazione della storia, un hotel in una sorta di iperuranio nel quale ventiquattro grandi filosofi di secoli diversi convivono e discutono tra loro, è uno spunto di pura fantasia. Ma a tema del romanzo c’è anche una questione importante e attuale: ci sono idee della filosofia del passato ancora vive, cioè interessanti per il nostro mondo? O la maggior parte di esse sono inservibili, passate, morte?E, se sono morte, chi le ha uccise? Così, il romanzo si apre con un omicidio eccellente, quello di Parmenide, uno dei padri della filosofia greca e sarà compito di questa straordinaria comunità di pensatori ricercare il colpevole, e insieme cercare di capire quale sia il significato di quella novità imprevista.
L’io narrante, il cuoco, mostra spesso l’entusiasmo di un ragazzino desideroso di conoscere e di apprendere dai filosofi coi quali si relaziona. Quanto c’è di autobiografico in questo comportamento? In parte mi riconosco in questo personaggio, non solo per l’entusiasmo che hai sottolineato, ma anche per un certo suo disincanto di fronte a una immagine troppo paludata della filosofia. Infatti, ho messo come esergo del libro un motto di Pascal, che afferma che prendersi gioco della filosofia è fare filosofia davvero.
Al di là della storia, quel che ho maggiormente apprezzato è stato il tuo invito alla lettura dei testi filosofici. Quale potrebbe essere un incentivo per avvicinare le nuove generazioni a una disciplina fondamentale tanto tra i banchi di scuola quanto nella vita di ogni giorno? Molti testi dei filosofi antichi e moderni, escludendo quelli più tecnici, sono alla portata di tutti, anche dei giovani apparentemente meno attrezzati. Talvolta si fa l’errore di pensare che i ragazzi non vogliano impegnarsi o, peggio ancora, che non possano capire. Ma non capiscono le cose senza senso e non si impegnano nelle cose banali. Ciò che non è la filosofia!
L’odore dei libri. Quello che si spande nella biblioteca dell’Hotel, quello che permea il pensiero dei protagonisti. Per una proustiana associazione di idee, quali ricordi ti evoca l’odore dei libri e quanto è stata importante questa sensazione per scrivere questo romanzo?Nell’era dell’elettronica si perde la fisicità della pagina. Eppure il libro è anche un oggetto, non solo da leggere, ma da sentire tra le dita, da addomesticare con le note a matita, con gli appunti a margine. Anche l’odore delle pagine fa parte del piacere della lettura. L’estetica è importante, anche se, alla fine, la vera bellezza di un libro è la sua capacità di far riecheggiare idee e parole nel cuore e nella mente del lettore.

Titolo: Strani delitti all’Hotel dei Filosofi
Autore: Giuseppe Feyles
Casa editrice: Manni
Genere: giallo
Pagine: 304
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: avvicinarsi alla filosofia senza il timore di essere interrogati da un professore particolarmente esigente, ma col desiderio di saperne di più sull’argomento.

L’autore
Giuseppe Feylesè nato a Torino nel 1956. Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per nove anni Storia e Filosofia nei licei. Dal 1984 lavora nel settore televisivo come autore e produttore, dapprima per la Rai (radio e tv), poi dal 1991 in Mediaset. Dal 2007 al 2014 è stato direttore di Rete Quattro, Iris e Top Crime. Attualmente è vicedirettore generale di Videotime (Mediaset).
Per undici anni docente a contratto dell’Università Cattolica di Milano, dal 2015 collabora con UniNettuno e l’Università Roma Tre.
Ha pubblicato i saggi “La televisione secondo Aristotele” (Editori Riuniti 2003) e “Il montaggio televisivo” (Carocci 2010).

Paquito

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Non è triste Venezia (Francesco Erbani)

9788862668859_0_0_472_75Luccica per davvero o è uno scherzo dell’immaginazione,una memoria che riaffiora? Di scherzi come questo Venezia è maestra, abile nel trasferire il presente nel passato e viceversa.

Non un semplice reportage. Quel che Francesco Erbani realizza con “Non è triste Venezia” (edito da Manni Editori) è un’attentissima analisi dello stato di una città che, nonostante la storia millenaria, sembra vivere ormai di ricordi sbiaditi e rimpianti per le occasioni mancate. Una città sempre più a misura di turista (con un potenziale comunque sfruttato poco e male) e con cittadini sempre meno affezionati alla terra di Marco Polo.

Il punto di forza di questo volume sta, senza dubbio, nello straordinario lavoro di documentazione effettuato dall’autore. Erbani non si limita a riportare dati statistici, preferendo invece affidarsi al racconto di imprenditori, politici, artigiani e semplici residenti. Testimonianze alle quali si aggiunge l’esperienza vissuta, durante i suoi soggiorni, in un luogo in grado di conservare, nonostante tutto, il proprio fascino.
Con lo spirito critico del giornalista, Erbani riporta pure dati preoccupanti per istituzioni e imprenditori poco lungimiranti o, forse, troppo disinteressati alle sorti di una città che attrae turisti ma allontana i residenti.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore…

Non è triste Venezia. Come è nata l’idea di questo volume? Dal desiderio di smontare un luogo comune: Venezia è una città che non ha più storia e non ha futuro. Non è solo la città romantica del Ponte dei sospiri – giusto per citare uno scorcio romantico – ma non è neppure una città al collasso come si vuole far credere.
Cosa concretamente si potrebbe (e si dovrebbe fare) per far sì che Venezia diventi, innanzitutto, una città da vivere e poi da visitare? Venezia offre tantissimi spazi. Si potrebbero intercettare ricercatori, studiosi, artigiani. Ma vanno individuati tra le nuove leve. Basti pensare alla laguna e al suo fragile equilibrio che potrebbe divenire oggetto di studio, di manutenzione e di tutela. L’Arsenale – che occupa un sesto del territorio – potrebbe trasformarsi in uno spazio per cantieri navali, per l’artigianato e la cultura, rispolverando la sua natura originaria. Venezia, insomma, potrebbe regalare tantissime opportunità semplicemente studiando sé stessa.
MO.S.E.: potenziale risorsa (mal sfruttata) o semplice fallimento dal punto di vista imprenditoriale e politico? Senz’altro la seconda. Mettendo da parte le indagini in corso e le valutazioni della magistratura – secondo cui era il Consorzio Venezia Nuova il controllore di sé stesso – parliamo di un’opera rimasta tutt’ora incompleta che è costata oltre cinque miliardi e mezzo di euro realizzata in un sistema completamente monopolistico e senza alcun tipo di confronto con altri progetti. E che non si ha la certezza che possa funzionare. Inoltre ci si trova di fronte a un progetto ormai obsoleto e alla necessità di una manutenzione di tutta l’opera i cui costi sfiorano i cento milioni l’anno.
Assai spesso citi Marco Polo, tuttavia a me è venuto in mente un altro celebre viaggiatore: Corto Maltese. Ha mai pensato all’eroe di Hugo Pratt, mentre scriveva questo libro? Confesso di non averlo fatto. Tuttavia non mi meraviglio che Pratt – intensamente veneziano – abbia ambientato qui una delle storie di Corto Maltese. Un personaggio che sembra incarnare perfettamente lo spirito di una città che non può e non deve morire.

Titolo: Non è triste Venezia. Pietre, acque, persone. Reportage narrativo da una città che deve ricominciare
Autore: Francesco Erbani
Casa editrice: Manni Editori
Genere: reportage
Pagine: 232
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: Concedersi una passeggiata tra le calli veneziane, immaginandosi Marco Polo, poi Corto Maltese, poi un turista che vuol lasciarsi travolgere dalla magia di questa città. Infine un cittadino che vuol riappropriarsi di questi spazi.

L’autore
Francesco Erbani è nato a Napoli nel 1957, vive a Roma, trascorre molto tempo a Venezia. È giornalista di “Repubblica”, dove lavora nelle pagine culturali.Si occupa di inchieste sul degrado urbanistico e ambientale del territorio italiano. Nel 2003 ha vinto il premio di Giornalismo civile e nel 2006 il premio Antonio Cederna. È stato il curatore del Città territorio festival di Ferrara e di Leggere la città di Pistoia. Ha pubblicato “L’Italia maltrattata” (Laterza 2003), il libro-intervista con Tullio De Mauro “La cultura degli italiani” (Laterza 2004), “Il disastro. L’Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe” (Laterza 2010), il libro-intervista con Leonardo Benevolo “La fine della città” (Laterza 2011), “Roma. Il tramonto della città pubblica” (Laterza 2013), “Pompei, Italia” (Feltrinelli 2015), “Roma disfatta” (con Vezio De Lucia, Castelvecchi 2016).

Paquito

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L’età della Ragione (Thomas Baas, Didier Lévy)

9788867995295_0_0_300_75Tra 7 giorni, dice George, avrò 7 anni.
7 anni, l’età della ragione.

George, il protagonista de “L’età della ragione”, libro illustrato a cura di Thomas Baas e Didier Lévy (edito da Clichy), è un ragazzino come tanti. Va a scuola, fa i compiti, gioca, legge e lavora di fantasia. Fantasia che diviene fervidaa sette giorni dal suo settimo compleanno.
Durante questa settimana George rifletterà – mostrandosi particolarmente maturo – sul proprio passato (a cominciare dai 9 mesi trascorsi nel grembo materno) e sul futuro che lo attende, immaginandosi centenario, col capo canuto e le rughe che trasformeranno il suo volto in quello di un capo indiano.
Come e quanto cambierà la sua vita una volta raggiunto il traguardo dei 7 anni?

Ritengo che il termine giusto per definire questo libro sia: delicato. Con delicatezza, infatti, Baasnarra narra una storia che sembra rappresentare un ideale filo per legare vecchie e nuove generazioni. Non una semplice storia per bambini, ma un racconto educativo narrato con semplicità.
E altrettanto semplice è il tratto che utilizza Lévy per le illustrazioni. Forme arrotondate e tenui colori che richiamano al mondo dei più piccoli mentre la maturità di George viene rappresentata – a mio parere in modo impeccabile – nei primi piani. Grazie a Lévy, infatti, il volto del bambino è estremamente comunicativo e in grado di raccontare tutto quel che le parole, da sole, non riescono a dire.

Titolo: L’età della Ragione
Autore: Thomas Baas
Illustrazioni: Didier Lévy
Casa editrice: Clichy
Genere: racconto illustrato
Pagine: 32
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Perché leggerlo? Per riscoprirsi bambini e per viaggiare dentro se stessi scoprendo un modo semplice, ma estremamente efficace, di rivolgersi alle nuove generazioni.

Gli autori

Didier Lévy, nato a Parigi nel 1964, è uno tra i maggiori autori francesi per l’infanzia, conteso dalle più prestigiose case editrici d’oltralpe. Scrittore talentuoso e sensibile, capace di affrontare con linguaggio semplice i grandi temi della vita e le tappe fondamentali della crescita. Con Clichyha pubblicato “Viva la danza!”.

Thomas Baas nato nel 1975 a Strasburgo,si diploma alla famosissima scuola di arti decorative della città, è illustratore e cartellonista. Humor, tenerezza, personaggi dal gusto dolcemente retrò e colori vibranti sono il tratto distintivo del suo stile sofisticato. Con Clichy ha pubblicato “Il volo di Osvaldo”.

Paquito

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Boy erased. Vite cancellate (Garrard Conley)

9788894833126_0_0_423_75Nelle strutture di Love in Action (LIA), che ho dovuto frequentare per un certo periodo, non era permesso tenere un diario o scattare fotografie, qualunque cosa insomma servisse a fissare un attimo.

Partiamo da un assunto: un libro non può vincere e non potrà mai vincere i pregiudizi, tuttavia un romanzo può essere di conforto per sentirsi meno soli, specie quando si parla di omosessualità.
Non è retorica la mia, soltanto l’idea che mi sono fatto dopo aver letto “Boy erased. Vite cancellate”, il romanzo di Garrard Conley edito da Edizioni Black Coffee.
Una storia autobiografica nella quale l’autore racconta sé stesso e il proprio passato: figlio di un pastore battista, Garrard fa coming out dichiarandosi omosessuale. Nel tentativo di curarlo, viene spedito dai genitori presso “Love in Action”, una struttura (gestita da ex gay) nella quale sarà sottoposto a una terapia riparativa. L’obiettivo è ritornare eterosessuale e, di conseguenza, riuscire a ristabilire il proprio rapporto con Dio, liberandosi dal peccato.
In un continuo alternarsi di flashback, Conley racconta il proprio passato (quello più recente, durante la terapia all’interno di LIA, e quello dei tempi del liceo e del college), le proprie aspirazioni (desidera diventare uno scrittore), e il timore di ammettere la propria omosessualità ai genitori, ma soprattutto a sé stesso. Una paura contro la quale dovrà necessariamente confrontarsi.

Questo libro mi è piaciuto davvero tantissimo. Innanzitutto dal punto di vista tecnico: Conley, infatti,non punta alla ricercatezza del linguaggio ma alla sostanza, regalando una storia fluida e “carveriana” (non a caso ha frequentato dei corsi di scrittura creativa durante il college).
L’utilizzo del flashback, inoltre, è impeccabile: il lettore, grazie ai continui rimandi al passato,riesce a familiarizzare tanto con il protagonista quanto con i comprimari della storia. Una storia che viene raccontata senza emettere alcun giudizio: per Conley, nonostante tutto quel che gli è accaduto, non vi sono buoni né cattivi, vi sono soltanto differenti visioni del mondo e del modo di vivere la propria sessualità.

Titolo: Boy erased. Vite cancellate
Autore: Garrard Conley
Casa editrice: Edizioni Black Coffee
Genere: autobiografia
Pagine: 329
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Suggerimenti di lettura: “Per sempre tuo. Le lettere di Oscar Wilde a lord Alfred Douglas” di Oscar Wilde.
Suggerimenti cinematografici: “Boy Erased – Vite cancellate” film del 2018 scritto e diretto da Joel Edgerton e tratto dal romanzo di Conley.

L’autore
Garrard Conley è un sopravvissuto della terapia riparativa. Nelle scuole dialoga con i ragazzi su cosa significhi crescere gay nel Sud degli Stati Uniti, insegnando loro a superare il trauma attraverso la scrittura. Numerosi suoi articoli sono apparsi su “Time”, “Vice”, “CNN”, “BuzzFeed”, “Them”, “Virginia Quarterly Review” e “The Huffington Post”. Di recente è entrato tra i finalisti del “Lambda Award”, nella categoria memoir e autobiografia. Vive a New York con il marito, “Boy Erased” è il suo primo libro.

Paquito

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Storia d’Italia ai tempi del pallone (Darwin Pastorin)

9788899032555_0_0_300_754 maggio 1949.
Un boato, lassù in collina.
Proprio là, dove c’è la Basilica di Superga. Più in alto esiste solo il cielo.

Qual è il modo migliore di raccontare la storia d’Italia degli ultimi settant’anni? Attraverso le imprese sportive dei grandi calciatori che hanno calcato i campi di serie A, ad esempio. E Darwin Pastorin lo fa brillantemente nelle pagine di “Storia d’Italia ai tempi del pallone. Dal Grande Torino a Cristiano Ronaldo” edito da Casa Sirio.
Ventiquattro storie per raccontare il belpaese dal 1949, anno della tragedia di Superga che vide la fine del Grande Torino, al 2018, anno in cui Cristiano Ronaldo torna ad arricchire il cast della serie A. Un torneo che, nell’ultimo ventennio del secolo appena trascorso, ha visto alternarsi fuoriclasse come Diego Maradona, Marco Van Basten, Zico, Totti e Del Piero. Ma pure allenatori come Arrigo Sacchi e presidenti come Silvio Berlusconi, autori di autentiche rivoluzioni calcistiche.
Di ogni calciatore, Pastorin racconta la storia in campo e quella fuori (spesso affidandosi a una personalissima aneddotica) ma, soprattutto, trova dei legami con quel determinato periodo storico, spaziando dalla politica alla cronaca nera oppure allo spettacolo.
A rendere unico questo volume, che promuovo a pieni voti da lettore e da appassionato di calcio, le illustrazioni di Andrea Bozzo che regala un ritratto di ognuno dei protagonisti. E, a proposito di protagonisti, è arrivato il momento di cedere la parola a Darwin Pastorin…

Dando un’occhiata all’indice mi accorgo che si parla di un solo difensore: Facchetti. Mera casualità oppure è valsa la regola “la miglior difesa è l’attacco”? Premesso che la storia di ogni calciatore è contestualizzata a un evento storico del nostro paese, ho scelto Facchetti perché illustra perfettamente gli anni ’60. Con questa sua figura elegante – alto e biondo – sembrava un attore hollywoodiano. Non è un caso che fosse un calciatore amato anche dalle mamme e dalle nonne. Inoltre ritengo che Facchetti rappresenti perfettamente tutti i difensori.
Ho apprezzato moltissimo la vena romantica di questa raccolta. Assai spesso aggiungi aneddoti personali, raccontando l’uomo e non solo il personaggio sportivo. In generale, quale calciatore ti ha sorpreso di più dal punto di vista umano? Scirea, senza dubbio. L’ho definito “l’angelo calciatore”. Non esisterà mai nessuno come lui. Lo penso oggi, vivo, nel calcio moderno, come una voce importante fuori dal coro. Lo immagino allenatore dei ragazzi. M’immagino insieme a camminare e a raccontarci le nostre storie.
E quale – da un punto di vista prettamente calcistico – ritieni non si sia mai espresso al meglio delle sue potenzialità? Domenico Marocchino. Pur avendo giocato nella Juve, nella Sampdoria e in nazionale, aveva tutte le carte in regola per essere uno dei più grandi attaccanti italiani di quella generazione (inizio anni ’80, ndr), ma era una “testa d’artista”.
Fedeli al tuo libro, proiettiamoci nel futuro adesso. Da qui a cinque anni, in una nuova edizione di “Storia d’Italia ai tempi del pallone”, quali calciatori arricchirebbero il volume? Senza dubbio Koulibaly, specie dopo quel che è capitato durante la partita Inter – Napoli (campionato 2018/19). Poi Lorenzo Insigne che, quando lo vedo giocare, mi riporta alla mente la mia infanzia brasiliana; Dybala, calciatore che mi piace tantissimo. Mi piacerebbe raccontare storie di calciatori che, da qui a dieci anni, possano affermarsi a livello internazionale. Da questo punto di vista mi sta piacendo molto il lavoro di Roberto Mancini che sta andando anche nella “periferia del calcio” a scovare talenti. Questo gli fa onore e secondo me darà soddisfazioni.§
E adesso ci facciamo i fatti tuoi. L’ultimo libro che hai letto e quello che rileggeresti volentieri.
Ultimamente ho letto due libri molto interessanti: “Le strade di Laredo” di Larry McMurtry – un romanzo che racconta l’epopea del west e che trovo straordinario – e il poetico “Con in bocca il sapore del mondo” di Fabio Stassi. Inoltre sto rileggendo “Eseguendo la sentenza” di Giovanni Bianconi, nel tentativo di mettere ordine a questa storia d’Italia molto confusa.

Titolo: Storia d’Italia ai tempi del pallone. Dal Grande Torino a Cristiano Ronaldo
Autore: Darwin Pastorin
Illustrazioni e progetto grafico: Andrea Bozzo
Casa editrice: Casa Sirio
Genere: saggio sportivo
Pagine: 105
Anno: 2018
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Suggerimenti di lettura: “I portieri del sogno” e “Tempi supplementari” entrambi di Pastorin.

L’autore
Darwin Pastorin è un italo-brasiliano (nato a San Paolo da emigranti veronesi) innamorato del calcio e della letteratura. Giornalista, scrittore, sognatore. Giovanni Arpino e Vladimiro Carminiti i suoi maestri, Pietro Anastasi il suo idolo da ragazzo (quando faceva il centravanti alla Osvaldo Soriano).

Paquito

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Seb e la conchiglia (Claudia Mencaroni & Luisa Montalto)

9788899931292_0_0_423_75C’è un posto che conosco solo io. Ci vado da sola, quando fa buio. Non è lontano da qui, ma nessuno conosce la strada. Nessuno tranne Seb. Seb parla una lingua che nessuno conosce, nessuno tranne me.

“Seb e la conchiglia”, il racconto illustrato da Luisa Montalto su testi di Claudia Mencaroni (edito da VerbaVolant), sembra rappresentare il perfetto punto d’incontro tra “Alice nel paese delle meraviglie” e un ukiyo-e (tipica stampa giapponese raffigurante paesaggi). Già, perché la protagonista di questa storia, una ragazzina della quale non conosciamo il nome, ogni notte lascia il proprio letto e va a incontrare Seb, un ragazzino che affida al silenzio e a una lingua sconosciuta i propri pensieri. Quelli che condivide con la protagonista di questa storia che all’alba, di ritorno dalle piacevoli scorribande in compagnia dell’amico, sembra rivolgersi il più classico dei quesiti: sogno o son desta?

Una storia breve ma intensa, questa. Caratterizzata da un formato (è una storia che si sfoglia pian piano fin o a diventare un vero e proprio manifesto 70×100) che la rende oggetto da collezione prima che storia da fruire. Tuttavia la trama, affidata a poche battute, è delicata e in grado di stimolare la fantasia di grandi e piccoli lettori. Medesima delicatezza nelle tavole illustrate da Luisa Montalto che realizza un ottimo lavoro per quel che concerne le ambientazioni e restituisce – attraverso le espressioni del volto – due piccoli protagonisti veri come non mai.
Non aggiungo altro. È arrivato il momento di cedere la parola a Claudia Mencaroni…

Seb e la conchiglia. Come è nata l’idea di questo volume? Mi sono innamorata di una tela di Luisa. Era un dipinto a colori, credo in acrilico, c’erano due bambini, complici, uno sguardo tra loro che raccontava tante cose. Ho scritto la prima versione di Seb e gliel’ho mandata; lei l’ha amata dal primo momento e si è messa immediatamente a dipingere.
La protagonista della storia è una sognatrice. Quali sono stati i tuoi riferimenti letterari? Io ci vedo la “Alice” di Lewis Carroll e la “Zazie” di Quenaeu. Questi riferimenti mi lusingano e fanno parte del mio bagaglio di lettrice, ma non saprei dire se sono stati una diretta fonte di ispirazione. La protagonista col suo cappuccio tirato su mi è venuta a trovare, l’ho dovuta seguire nelle sue fughe notturne per acchiapparne la forza evocativa; e, del resto, c’è anche molto di me in quella bambina, quindi qualcosa di molto carnale e poco intellettuale.
Seb parla una lingua sconosciuta, tuttavia comprensibile per la protagonista. Il messaggio implicito è: a volte le parole non servono, basta lasciarsi andare e far parlare le emozioni? Seb è un bambino, parla la lingua dei bambini. Quella che spesso non comprendiamo e che, nel migliore dei casi, liquidiamo con una risatina, nel peggiore, correggiamo noi, cattivissimi adulti. Seb parla la lingua della fantasia, di una libertà e potenzialità che una volta cresciuti ci diventa inaccessibile.
Come hanno reagito i bambini a questa storia e quale è stato il feedback degli adulti? Più di tutto, quando leggo Seb ai bambini, riscontro la meraviglia di ritrovarsi davanti un libro inconsueto: dopo i primi due dispiegamenti non è raro sentire un tappeto sonoro di “ohhh” ogni volta che il libro si fa più grande, fino al poster finale. Gli adulti hanno probabilmente percepito anche tutto il resto, dalla lettura – oltre la storia di una fuga notturna – alla cura e alla poesia delle illustrazioni, perché al di là delle mie aspettative Seb è piaciuto davvero tanto, abbiamo ricevuto recensioni profondissime e molto sentite, e attestazioni di stima anche dai librai.
Accostando un orecchio alla conchiglia, quale rumore riesci a sentire? Il mare, ovviamente, il mio. Il Mediterraneo al quale sono legati meravigliosi ricordi della mia infanzia, dalla Puglia alla Grecia.
Suggeriamo adesso l’ideale colonna sonora per godersi a pieno questa storia. A me viene in mente “Oltremare” di Ludovico Einaudi. Rilancio con i SigurRos, “Staràlfur”.E tutto il resto dell’album “AgaetisByrjun”.
In qualche angolo recondito della tua fantasia, nell’autobus che prendi tutti i giorni oppure dentro casa: i protagonisti di questa storia esistono? Esistono: devono esistere. Non posso immaginarmi così disperata da non ammettere la loro esistenza.
Prima di salutarci una domanda “privata”: l’ultimo libro che hai letto e quello che rileggeresti volentieri. Quello appena letto e lasciato accanto al cuscino ieri sera “Tutto il mio mondo sei tu”di Jimmy Liao. Rileggerei volentieri “Zazie nel metró” perché me l’hai ricordato tu.
Hai 300 battute per convincerci a leggere questo libro. Posso dirvi perché lo leggerei io: per perdermi nel tratto a inchiostro di Luisa, fra le sue pennellate poetiche e materiche; per seguire, come Pollicino le briciole, i suoi non detti nella trama della carta di riso; e poi riscoprirmi al sicuro, con la sua conchiglia sotto il cuscino.
Saluta i lettori medi:non ci perdiamo!

Titolo: Seb e la conchiglia
Autrice: Claudia Mencaroni
Illustrazioni: Luisa Montalto
Casa editrice: VerbaVolant edizioni
Genere: racconto illustrato
Pagine: 32
Anno: 2018
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Suggerimenti: dopo aver letto questa storia, sfogliandola con estrema calma, distendere le pagine e fissarle al muro, così da godersi in pieno la storia da parati.

Le autrici
Claudia Mencaroni sguazza quotidianamente fra i libri: quando non li scrive, riscrive, legge, corregge o mette a posto, ne parla. Ha pubblicato raccolte di racconti per PONS GmbH, è autrice di varia per Newton Compton e lavora come redattrice editoriale freelance. Vive a Roma assieme a due figli e a un MaritoZen, con i quali fugge al mare appena può. Per VerbaVolant Edizioni ha pubblicato nel 2018 l’albo “La fabbrica delle mamme”, con le illustrazioni di Giulia Cregut.

Luisa Montalto è illustratrice e artista autodidatta.Nata in Italia, dove ha formato il suo senso estetico, da cinque anni vive a Singapore con una gatta grassa, un marito scienziato e una bambina di tre anni che le insegna come essere felice. Mangia troppi noodles, studia pittura cinese a inchiostro e inciampa in spettacoli di fuochi d’artificio, cerimonie tradizionali e templi nella giungla. Per quindici anni ha lavorato come illustratrice per l’agenzia di New York Illoreps e ha pubblicato con Penguin, Oxford University Press, Wall Street Journal, Capstone, BloomsburyChildren’s Books e Klutz Press; in Italia con Mondadori, Piemme, Newton Compton, Lapis. Attualmente insegna arte e lavora a nuovi libri illustrati e un fumetto.

Paquito