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Il sorpasso dell’irrealtà (Anemone Ledger)

cover ledgerEro nient’altro che una bambina impotente, avvolta nella propria pelle durante la notte: tremavo, aspettando che mio padre tornasse dal turno di guardia.

Toccherà a tutti, prima o poi, fare i conti con le proprie paure. Stavolta è il turno di Anemone Ledger, autrice dell’antologia “Il sorpasso dell’irrealtà” edito da Homo Scrivens per la collana direzioni immaginarie.
Storie, anzi stralci all’interno del quale la realtà si mescola al sovrannaturale, scombinando le carte e creando nel lettore suggestioni che lo costringono a fermarsi, a voltarsi indietro assicurandosi che nessuna presenza lo stia osservando da chissà quale anfratto nascosto.
Ma la paura non necessariamente coincide con qualcosa di intangibile: può essere il proprio passato che, prepotentemente, ritorna a galla e sconvolge la tranquillità quotidiana; può essere un classico riscritto in modo da restituire una dimensione ancor più orrorifica a un canto dell’Inferno dantesco. Può essere anche il desiderio di scavare nel proprio animo e offrire al lettore la parte più nascosta di sé, quella per la quale proviamo imbarazzo o magari paura.
Esperimenti letterari che riescono molto bene e che rendono questo volume – arricchito da una serie di illustrazioni macabramente seducenti – una scommessa vincente.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Il sorpasso dell’irrealtà”. Come è nato questo volume? La raccolta di racconti, con precisione stralci, è nata per esorcizzare le mie primissime paure. Avevo otto anni e sentivo il bisogno di riversare su carta l’ansia provocata dalle visioni notturne, sottoforma di piccole storie. Infatti gli stralci rappresentano proprio le prime cose che ho scritto.
Mi piace definire il tuo libro “la camminata di un equilibrista lungo il filo che separa reale e irreale”. Entrambe le dimensioni sono popolate da qualcosa (o qualcuno) che terrorizza. Cosa ti fa realmente paura? Col passare del tempo la mia considerazione della paura è cambiata e, di conseguenza, sono cambiate anche le mie paure che adesso mettono radice nel reale. Mi inquietano le persone, con le loro sfaccettature ingannevoli e non più i mostri. Mi inquieta la quotidianità, che può trasformarsi in un attimo in un vero e proprio incubo. È successo proprio in questi mesi, con il coronavirus. La raccolta di racconti, invece, è legata a un tipo di terrore che appartiene a una dimensione irreale che ho imparato a esorcizzare e superare.
Non sempre è necessario inserire creature demoniache in un racconto per suscitare paura. Tecnicamente, quanto è stato difficile il lavoro su una narrazione fatta di periodi brevi e di una sintassi capace di suggestionare il lettore? La difficoltà di una narrazione fatta di periodi brevi è data proprio dal fatto che in poche, pochissime pagine bisogna creare un meccanismo di suspance che solitamente ha bisogno di un processo più lento per essere efficace. Con un romanzo, anche non necessariamente lungo, si ha tutto il tempo per pianificare una costruzione che, passo dopo passo, riesce a portare a dei colpi di scena. Con un racconto breve, invece, devi immediatamente sbattere in faccia al lettore il momento di terrore, catapultandolo in una dimensione irreale. Non a caso concentro unicamente questi momenti in parecchi stralci della raccolta. È come se dessi continui schiaffi al lettore, stralcio dopo stralcio.
In assoluto il mio racconto preferito è lo Stralcio VII, autentico omaggio a Dante e al canto XXXIII dell’Inferno. Come mai la scelta di questa riscrittura? Il canto del Conte Ugolino è quello che mi ha suggestionato di più fin dai tempi delle scuole medie, per la sua fusione di due sostantivi opposti: crudeltà e pietà. Inutile sottolineare come sia uno dei canti più orrorifici della commedia dantesca, con i diretti riferimenti al cannibalismo. Inoltre mi ha da sempre colpito anche per l’efficace intreccio tra storia e horror, tra reale e irreale. Ecco perché, di tutta la Divina Commedia, ho scelto di riscrivere proprio questa storia.
Nella “Stanza dello scrittore” (appendice dei libri della collana di Homo Scrivens, ndr.) hai ribadito spesso quanto siano stati importanti i corsi di scrittura e le fiere dell’editoria per avviare il tuo percorso di narratrice. Quali consigli ti senti di dare a chi vuole avvicinarsi professionalmente alla scrittura?
Consiglio di fiondarsi letteralmente in questo genere di eventi. È necessario non solo per creare rapporti, ma anche per crescere professionalmente. Bisogna confrontarsi con altri autori, scoprirli, esercitarsi giorno dopo giorno per far evolvere la propria scrittura. Nel campo dell’arte in generale, non si può mai dire di essere arrivati.
Il tuo volume è un’autentica chicca per i collezionisti: tredici illustrazioni che arricchiscono ognuno dei racconti. Cosa ti ha spinto a proporre un libro del genere e come hanno risposto gli illustratori al tuo invito? Mi ha spinto la passione che ho per l’arte e, inoltre, mi hanno sempre affascinato i connubi tra disegni e scrittura. Moltissime raccolte di racconti, soprattutto legate al genere fantastico, sono strutturate in questo modo. Bastano come riferimenti le nuove uscite relative ai volumi di Lovecraft e Poe. Li ritengo addirittura più completi, rispetto ad altre versioni degli stessi libri privi di illustrazioni che ho in libreria.
In secondo luogo, mi divertiva l’idea di collaborare con degli artisti e di poter condividere con loro un percorso. Ho pensato a questo aspetto soprattutto dopo aver conosciuto Francesca Terreri – illustratrice della copertina –, Francesco Tortora – illustratore degli stralci IX e XII – e Andrea Errico – illustratore dello stralcio II.
Cosa ti aspetti da questo libro? Mi aspetto che possa essere apprezzato soprattutto dagli amanti del genere. E, perché no, spero che possa riuscire a trascinare qualche lettore che solitamente è solito preferire tutt’altro filone letterario.

Titolo: Il sorpasso dell’irrealtà
Autrice: Anemone Ledger
Illustrazioni: AA. VV.
Genere: Racconti dell’orrore
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 128
Anno: 2020
Prezzo: € 13,00
Lettura consigliata: “Racconti dell’incubo e del terrore” di Edgar Allan Poe
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autrice
Anemone Ledger (Napoli, 1999) vive tra Caserta e Roma. Ospite al “TOHorro Film Fest” di Torino nel 2016, con Ruggero Deodato e Davide Toffolo. Fa parte dello staff della fiera partenopea “Ricomincio dai libri”. Nel 2019 ha presentato numerosi artisti al “Napoli Horror Festival”.

Paquito

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Io sono foglia (Angelo Mozzillo e Marianna Balducci)

9788869421143_0_0_300_75Un giorno sono vento
Un giorno sono spento

“Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Mi sia concessa la citazione disneyana per iniziare la recensione di “Io sono foglia”, il racconto illustrato (edito da Bacchilega) realizzato a quattro mani da Angelo Mozzillo e Marianna Balducci.
Una storia che nasce per caso, così come casualmente una foglia staccatasi da un ramo può diventare uno strumento per esprimere la propria fantasia. La si può trasformare in una sella, in una chitarra, oppure in una valigia con la quale intraprendere chissà quale viaggio. Tutto è lecito se si rispetta la natura e si accantona per un attimo la tecnologia.

Delizioso credo sia il termine giusto per raccontare questo albo illustrato che si rivolge, innanzitutto, a un pubblico di giovanissimi lettori. Marianna Balducci sceglie un tratto tondo e morbido che pare mimare una carezza. Così come carezze sono le rime con cui Angelo Mozzillo racconta questa favola che porta in sé i profumi del bosco. Ed è proprio all’autore che cedo la parola.

“Io sono foglia”. Come è nato questo volume? In genere quando lavoro a un albo la fase di scrittura precede quella di illustrazione. In questo caso invece è stato un gioco a due. Tutto è nato da un’immagine di Marianna Balducci (quella che fa da copertina al libro): mi ha folgorato! Da quell’unica suggestione è nata una mia piccola poesia. Poi è stato di nuovo il turno di Marianna, che seguendo il mio testo ha lavorato alle altre illustrazioni aggiungendo ulteriori intuizioni visive.
“Io sono foglia” è il risultato di questa forte sintonia.
Il messaggio intrinseco della storia sembra essere: c’è un mondo meraviglioso lì fuori. Uscite, scopritelo e, soprattutto, lasciate che la fantasia ispiri i vostri giochi. Considerazione corretta? Quello in cui ho scritto “Io sono foglia” è stato per me un periodo delicato. Avevo molti sbalzi d’umore e ho provato ad inserire quella vulnerabilità in una piccola storia che avesse l’ambizione di essere, per quanto possibile, universale.
Se riesce – come spero – a fare empatizzare alcuni adulti, questo libro prova a rappresentare su tutti i bambini: in una fase così ancora poco definita della loro esistenza si trovano spesso nella condizione di fare e disfare, dire e poi rimangiare, essere aperti al mondo e avere poi paura di affrontarlo.
Rispettando l’illustrazione iniziale di Marianna, che raffigurava una danza simbiotica fra un bambino e una foglia, mi piaceva l’idea che anche il testo costituisse una sorta di danza scritta.
Un altro spunto di riflessione è legato alla natura. Rispettiamola ricordando quante opportunità ci può offrire. Credi che le nuove generazioni – rappresentate da Greta Thunberg – riusciranno a riappropriarsi completamente della terra? Nonostante io abbia seguito molto il movimento del Fridays for future, e mi sia interrogato a lungo sul rispetto che l’uomo deve portare al nostro pianeta, qui il legame con la natura è leggermente diverso, direi più essenziale. Le foglie restituiscono bene l’idea di fragilità e di movimento, di crescita e mutamento.
Il rapporto con la natura di questo testo è tutto lì: in quella voglia di vita e di libertà, che è anche di abitare il mondo.
Poche parole, tante suggestioni visive. Raccontaci questa collaborazione con Marianna Balducci. Bisogna dirlo: “Io sono foglia” è colpa di Davide Calì. È lui che un giorno mi ha inviato l’illustrazione della Balducci chiedendomi: “Hai una storia per questo disegno?”.
Da lì in poi io e Marianna abbiamo cominciato a confrontarci, ed è stato uno scambio stimolante. Direi persino facile: abbiamo immediatamente trovato una visione comune sulla direzione che doveva prendere questo libro, e siamo stati entrambi felici del risultato. È stato bello lavorare così e conto di poter lavorare presto ad un altro progetto con lei.
E ora una domanda personale: il racconto è un’autentica sfida per un narratore. Quanto è difficile, ma nel contempo stimolante, scrivere una storia per bambini con la prospettiva che venga illustrata? Adoro la forma dell’albo illustrato. Il mio mentore in questo ambito è stato proprio Davide Calì, che nella sua carriera ha continuamente alternato storie buffe a storie poetiche.
Dopo la fase dell’ideazione, la parte che più mi affascina è proprio lo sposalizio fra i testi e le immagini, quando scopri che ogni illustratore può dare un’atmosfera diversa a una stessa storia. Lì torno un bambino, pieno di meraviglia.
La selezione dell’illustratore viene fatta in genere dalla casa editrice o da un’agenzia – nel caso di “Io sono foglia” è stata fatta da Davide per Book on a tree – ma qualche volta mi piace prendermi la responsabilità di scegliere un illustratore per un mio testo. O al contrario: mi sfido a pensare una storia appositamente per un illustratore che stimo in modo da avviare una nuova collaborazione.
Dulcis in fundo: cosa ti aspetti da questo libro? Mi emoziono quando un mio libro entra nell’immaginario dei bambini che lo hanno letto, quando i piccoli lettori vogliono sentirselo rileggere ancora e ancora. Spero che “Io sono foglia” abbia la stessa sorte. E, perché no, sarebbe bello venisse letto anche in una lingua diversa dall’italiano.

Titolo: Io sono foglia
Autore: Angelo Mozzillo
Illustrazioni: Marianna Balducci
Genere: Racconto illustrato
Casa editrice: Bacchilega editore
Pagine: 32
Anno: 2020
Prezzo: € 16,00
Dopo aver letto il romanzo: Uscire in giardino, raccogliere delle foglie e giocarci affidandosi all’immaginazione
Tempo medio di lettura: 15 minuti

L’autore
Angelo Mozzillo è nato a Napoli e vive a Milano. È un collezionista di storie: gli piace scoprirne sempre di nuove e, quando non le trova, le inventa. Mescola e riordina le parole come i mazzi di carte: ci fa racconti, sceneggiature, reportage e filastrocche.
I suoi ultimi albi illustrati sono “Quanto è piccolo il mondo” (Verbavolant edizione), “Viola e la Luna” (Nomos editore), “Il Natale dell’Orco Narice” (La Spiga edizioni).

L’illustratrice
Marianna Balducci, riminese, è laureata in moda e lavora a progetti pubblicitari e per l’editoria per bambini e ragazzi. Il disegno è il suo mestiere, il suo strumento preferito per comunicare e per esplorare il mondo. Le piace sperimentare combinazioni tra strumenti tradizionali e digitali e, in particolare, tra disegno e fotografia.
Nel 2018 proprio con il suo primo libro foto-illustrato “Il viaggio di Piedino” (Bacchilega Junior), vince il premio Nati per Leggere. Al disegno affianca l’attività di docente in un seminario di comunicazione visuale per la facoltà di moda di Rimini, Università di Bologna. Scrive di libri e di attività educative legate al disegno per i magazine “Ad Un Tratto” e “Occhiovolante”.

Paquito

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La donna capovolta (Titti Marrone)

9788862524537_0_0_422_75L’incontro al teatro con il mio ragazzo di un tempo ridotto a rottame mi ha fatto male perfino più della faccia da prugna secca che mi scruta dallo specchio ogni mattina, più dei solchi delle mie stesse rughe. Perché mi ha consegnato l’istantanea di un’ineluttabilità imminente: quella della vecchiaia, del disfacimento fisico. Preludio della morte.
E poi. Mi vergogno ad ammetterlo. Ho cinquantotto anni, ma solo da poco ho messo a fuoco sul serio, con tragica, totale nitidezza, il pensiero che presto potrebbe toccare anche a me.

Ho trovato “La donna capovolta”, il romanzo di Titti Marrone edito da Iacobelli editore, un libro davvero molto interessante. Due donne completamente differenti tra loro: Eleonora, una docente che interpreta perfettamente il ruolo di donna della sofisticata borghesia napoletana del nuovo millennio; e Alina, una laureata in ingegneria costretta a ricoprire l’umile compito di badante per sostenere la propria famiglia in Moldavia. A unirle un’altra donna, Erminia, la madre di Eleonora alla quale Alina dovrà prestare cure e assistenza. Donne completamente differenti, unite dall’amore filiale (Eleonora ha Laura, una ragazza che studia in Francia ma non sembra soddisfatta del proprio percorso universitario; Alina ha Misha, un ragazzo pronto a lasciare Barcellona per trasferirsi in Inghilterra con la fidanzatina) e dalla mancanza di qualcosa: un particolare, un’inezia che finalmente le appaghi. Ma cosa succederebbe se – improvvisamente – le certezze di entrambe crollassero come un castello di carte?

Titti Marrone offre al lettore moltissima sostanza e pochi fronzoli. Dialoghi impeccabili. Si ha la sensazione di ritrovarsi tra le mani un copione pronto per essere messo in scena. Un libro che merita di essere letto da un pubblico femminile, che potrà facilmente identificarsi in uno dei personaggi, ma anche maschile, per una profonda riflessione sull’universo delle donne.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“La donna capovolta”. Come è nato questo progetto? Forse per una di quelle urgenze inderogabili, spontanee, che ti nascono dentro quando vivi un forte disagio ed hai bisogno di mettertelo davanti, stendendolo su una pagina scritta, affidandolo a parole che non avevi avuto il coraggio di pronunciare nemmeno a te stessa. E se poi, come nel mio caso, credi nel potere terapeutico della scrittura, allora quell’atto di distendere una storia offrendola – offrendoti – in pasto anche agli altri può arrivare a curarti. Come se tu ti guardassi allo specchio. In tutta onestà. Ecco, forse c’è questo dietro il mio ultimo romanzo. Uscivo da un lunghissimo periodo di assistenza a mia madre anziana e malata, durato otto anni. E avevo fatto esperienza di ogni tipo di badante ricavandone sensi di disagio, di mie inadeguatezze, e facendo scoperte sul mio conto che non mi sarei mai aspettata. Così è nato “La donna capovolta”, che mette due creature femmine una di fronte all’altra. Due che sulle prime non si potrebbero immaginare più diverse ma poi legate dalle circostanze nella reciprocità di una dipendenza obbligata e poco tollerata. La vicenda che racconto, nei suoi diversi svolgimenti, è del tutto inventata, solo l’impulso iniziale è autobiografico, ma l’avvio è stato quello che ho appena spiegato.
Cominciamo con le protagoniste: Eleonora e Alina sono molto diverse eppure assai simili nell’affrontare le dinamiche familiari quotidiane. Quando si parla di figli e genitori tutto il mondo è paese? In un certo senso è così. Sia Eleonora che Alina hanno un figlio alle prese con la ricerca di un proprio posto nel mondo. Si tratta di una condizione che solo verso la fine del romanzo mostrerà tutte le potenzialità di propiziare un avvicinamento tra le due donne. Ma sulle prime la disparità di condizioni economiche e sociali tra la stimata prof universitaria e la badante di sua madre sembrerebbe disegnare due traiettorie relazionali assolutamente diverse: Eleonora sostiene economicamente, senza troppi sacrifici, sua figlia nei suoi dispendiosi studi a Lione che dovrebbero farne una scienziata, Alina fa i salti mortali per assicurare al figlio la possibilità di completare un corso a Barcellona, e per mantenerlo mostrerà di essere disposta a tutto. Entrambe, però, opereranno sui figli una proiezione troppo accentuata delle rispettive aspettative. E più o meno nello stesso momento, ne rimarranno deluse, perché i figli prenderanno strade diverse da quelle progettate dalle madri. Come avviene, nella vita vera, a tutte le latitudini.
Con Alina hai superato il cliché della badante senza un briciolo di cultura che viene in Italia per svolgere lavori molto umili. Qualcosa di reale eppure troppo spesso ignorato. Chi o cosa ha ispirato il personaggio? Alina, efficientissima badante moldava ingaggiata per alleviare Eleonora dalle incombenze della cura, è in un certo senso la sintesi di tutte le numerose badanti che si sono avvicendate in otto anni nella cura di mia madre. È sorretta da un progetto economico e di vita  alimentato con un marito lontano rimasto in patria e più di tutto votata a sostenere gli studi del figlio in Spagna. In Italia da dieci anni, Alina occulta la sua padronanza dell’italiano, così come la sua identità d’ingegnere nel suo Paese e di donna colta: l’esperienza le ha insegnato che, per mantenere il lavoro, è più prudente adeguarsi allo stereotipo di badante diffuso nelle case in cui è ospitata. Ma dentro di sé prova nostalgia per il passato del suo Paese e insofferenza nei confronti dei sentimenti progressisti delle persone per cui lavora, che ai suoi occhi sono del tutto fasulli.
Passando a Eleonora, ho apprezzato moltissimo il suo lato fragile. Una donna sicura di sé costretta a fare i conti con il susseguirsi degli eventi e il progressivo sfaldarsi delle sue certezze. Cosa volevi raccontare attraverso il suo personaggio? Attraverso Eleonora volevo raccontare la crisi d’identità e la paura d’invecchiare di un certo tipo di donna convinta di essere sempre nel giusto ma in realtà piena di pregiudizi. Eleonora, filosofa di genere e prof universitaria, è ancorata alle sue frequentazioni progressiste e  intellettualmente raffinate, ma vive una profonda crisi di spaesamento interiore. Ha un marito narcisista e sfuggente, la figlia all’estero per un prestigioso master e, soprattutto, un’anziana madre demente da accudire, insieme al padre svaporato in atteggiamenti di rancorosa irresponsabilità e a un fratello, per comodità astutamente latitante dagli obblighi filiali. Ha spaventosi sensi di colpa e insieme profonde insofferenze nel confronti della vecchiaia e della malattia materne, pur vedendole come anticipazioni di una realtà che presto la riguarderà. Entrambe si trovano d’un tratto, a essere tradite, deluse dove meno se l’aspettavano. Entrambe vivono uno snodo dell’esistenza. E ciascuna racconta dall’inizio la sua direttamente, per la sua parte, in brevi, spietati oppure ironici lampi di coscienza contrapposti. Sia Eleonora che Alina sono donne capovolte per il fatto di non stare più bene nella pelle fin lì indossata, perché costrette dalle circostanze a rovesciare le proprie visioni del mondo e dei rapporti. L’impianto del racconto è un susseguirsi di situazioni, colpi di scena e personaggi in cui le voci narranti producono effetti d’involontaria feroce comicità sulla vecchiaia, la malattia, le delusioni della vita, i piccoli trucchi per fuggire dalle responsabilità.
E ora la condizione di Erminia: al di là della diagnosi, il suo personaggio rappresenta la progressiva perdita della memoria delle nuove generazioni che, progressivamente, si distaccano da quelle vecchie. Riflessione corretta? Sì. La solitudine di Erminia mette in evidenza come abbiamo tutti smarrito la capacità della cura e quanto poco siamo disposti a farci carico dei nostri vecchi. Colpa del nostro narcisismo, della centralità che attribuiamo alle nostre vite, allo sfaldamento dei rapporti familiari. Ma colpa anche di una sottovalutazione dell’importanza della cura, che sparisce o si riduce anche nella dimensione pubblica dove, quando si tratta di operare dei tagli di spesa, tra le prime a saltare ci sono le politiche del welfare, dell’assistenza per gli anziani, dell’accudimento che invece, visto il progressivo invecchiamento della popolazione, dovrebbe essere potenziato.
Il rapporto tra Eleonora e Alina coi loro figli. Per entrambe i dissidi nascono dalle scelte di Laura e Misha, diametralmente opposte a quelle che avrebbe preso le loro madri. Un sottinteso monito ai genitori: non vivete la vita dei vostri figli ma permettete loro di mettersi nei guai? È sempre difficile immaginare di rivolgere moniti ai genitori, alle prese con un impegno che è veramente il più difficile del mondo e comunque esposti all’errore. Ed è difficilissimo, riguardo ai figli, mantenere il giusto equilibrio tra una cauta vigilanza e il rispetto delle loro scelte Ma quello che personalmente penso è proprio che, alla fine, nell’incertezza sia meglio permettere loro di commettere gli errori che credono.
Cosa ti aspetti da questo libro? Poiché non parteggio né per Eleonora né per Alina, il mio vero punto di vista è quello espresso dalla terza voce del racconto, alternata alle parti in prima persona: è quella di un io narrante che oggettivizza e svela le tensioni in corsa tra le due donne. Tensioni nelle ultime pagine esplose in un dialogo diretto tra Eleonora e Alina, con punte comiche o anche drammatiche, che mostra un aspetto assai diffuso nella complessità delle nostre vite ma non esplorato a sufficienza: la difficoltà di praticare una vera accoglienza nei confronti di qualcuno che si lascia alle spalle gli affetti per farsi carico di assistenze pesantissime e, dall’altra parte, la difficoltà ad adeguarsi a ruoli e modi di vivere così profondamente diversi da quelli del proprio Paese di provenienza. Il finale a sorpresa è la cosa che più mi sono divertita ad inventare, perché credo che ben rifletta la difficoltà di una possibilità di sorellanza molto vagheggiata ma assai poco accessibile. Infine, quel che mi aspetto da questo libro è che aiuti a fare chiarezza in chi vive queste contraddizioni, oltre che quelle sulla cura, sul rapporto con la vecchiaia e la malattia proprie e dei propri genitori.

Titolo: La donna capovolta
Autore: Titti Marrone
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Iacobelli editore
Pagine: 175
Anno: 2019
Prezzo: € 16,00
Film consigliato: “Birthday Girl”,  film del 2001 diretto da Jez Butterworth con Nicole Kidman e Vincent Cassel.
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autrice
Titti Marrone, napoletana, giornalista, è autrice di vari libri tra i quali, con Gustaw Herling, “Controluce” (Pironti 1992), “Il sindaco” (Rizzoli 1996), “Meglio non sapere” (Laterza 2003, ultima edizione 2017), e il romanzo “Il tessitore di vite” (Mondadori 2013).
Dal 1996 insegna Storia e tecniche del giornalismo. Ha curato la raccolta di racconti “Ho sete ancora. 16 scrittori per Pino Daniele” (Iocisto edizioni 2015).

Paquito

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Sfidare il cielo (Marco Cattaneo)

9788817146746_0_0_471_75Mi piacerebbe che tra centocinquant’anni qualcuno scrivesse il seguito di questo libro intrecciando, un po’ come ho provato a fare io, le più importanti partite di calcio e i principali fatti storici del prossimo secolo e mezzo.

C’è poco da dire su un libro del genere. “Sfidare il cielo”, il nuovo libro di Marco Cattaneo edito da Rizzoli, è una raccolta di racconti particolarmente interessante per ripercorrere la storia del calcio (dalle origini a giorni nostri), ma soprattutto per guardare la Storia con uno sguardo obliquo, quello di chi ha vissuto questo sport da protagonista (calciatori, allenatori, ecc.) o a bordo campo.

Cattaneo seleziona 24 partite alle quali lega altrettanti eventi storici in grado di cambiare il volto di una città, di una nazione o di un intero continente. Da voce a eroi col volto comune che con un gol, un gesto tecnico, un’esultanza o un gesto di protesta hanno rappresentato interi popoli. Tutti uniti da un comune sentimento: l’amore per questo sport che, meglio d’altri, riesce a raccontare i cambiamenti sociologici di qualsiasi realtà.
Tra i pregi maggiori, la capacità dell’autore di rivolgersi a un pubblico quanto mai variegato, con chiari messaggi rivolti ai ragazzi: scrivete il vostro futuro godendovi il presente e imparando, molto, dal passato.
Non aggiungo altro. La parola all’autore.

Sfidare il cielo. Come è nato questo volume? Da uno scambio di idee e pensieri con gli amici di “Book on a Tree”, la scorsa estate. E da due grandi passioni che ho coltivato nel tempo: il calcio, naturalmente, che è una parte più che rilevante della mia vita, e la storia. A Sky ho dei maestri che da anni coniugano le due cose, e le intrecciano, e partono dallo sport per arrivare a raccontare molto di più, di noi della nostra cultura e della società in cui viviamo. Penso a Matteo Marani e a Giorgio Porrà, o a Federico Buffa. Ho pensato allora che raccontare la storia attraverso il calcio come fanno loro, ma per i più piccoli, cioè per i lettori ai quali mi rivolgo da quando ho iniziato questa meravigliosa partita, potesse essere un buon modo per avvicinarli a una materia che è fondamentale conoscere, e che a volte reputano un po’ pesante, complessa. Così ho chiesto un aiuto al calcio, che è nel cuore di tutti i ragazzi.
Immagino che la difficoltà più grande sia stata quella di selezionare appena 24 partite. Sulla base di quale criterio hai scelto queste gare? C’è il rimpianto per aver lasciato fuori qualche match che avresti voluto raccontare? Ci ho lavorato con Marco Menozzi, che ringrazio. A volte è stata la partita a portarmi a scrivere del contesto storico, e a volte il contrario. Ci sono capitoli in cui la storia è al centro di tutto (e di argomenti ne avevo parecchi, tra guerre rivoluzioni progresso conquiste sociali e chi più ne ha più ne metta), e la partita è un pretesto per raccontare il fatto storico. E altri in cui accade il contrario, e la partita guida il racconto. Credo che gli ultimi 150 anni di storia d’Europa siano ben rappresentati, e più che rimpianti ho già qualche idea per il futuro: partirei da Juventus – Inter giocata a porte chiuse, ai primi di marzo, per raccontare la pandemia che ha sconvolto e cambiato il mondo; e racconterei una partita di calcio femminile, magari Juventus – Fiorentina di un anno fa, o una gara del mondiale femminile, per raccontare le battaglie delle donne per la parità di genere.
Di fatto il tuo libro può essere considerato non solo un volume di narrativa sportiva ma un autentico reportage sociologico per lettori giovani. Un modo per dire: il calcio fa parte della nostra cultura e non può limitarsi a mero business o spettacolo domenicale. Riflessione condivisibile? Il calcio è molto di più. Disegna la crescita dei nostri figli, che giocano con gli amici al parchetto dopo scuola, e insegna i valori sui quali poi si fonderà la loro vita: il rispetto, dei compagni e degli avversari, il senso del gruppo e della responsabilità, l’accettazione della sconfitta e l’impegno per raggiungere la vittoria. Ci sono difficoltà, delusioni, sacrifici, e c’è gioia e divertimento. E poi ci sono i messaggi, che il calcio trasferisce ai giovani, che i calciatori trasferiscono ai più piccoli. Penso a cosa sta accadendo in questi giorni dopo l’assassinio di George Floyd, e a quello che stanno facendo le società e i giocatori: nel calcio si sfidano gli avversari per 90 minuti; per il resto del tempo, il calcio può e deve porsi l’obbiettivo di sfidare il cielo.
Tra le storie che hai raccontato quella di Sindelar – il calciatore austriaco capace di opporsi concretamente al regime nazista – mi ha commosso. Quali sono state le storie che ti hanno costretto a fermarti, anche solo per un attimo, per eccesso di emozione? Abbiamo la stessa sensibilità, direi. Sindelar, ma anche i calciatori ucraini che fecero come lui, sfidando la follia nazista, o Arpad Weisz, di cui conoscevo già bene la storia grazie al libro di Matteo Marani. Sono tre storie ambientate durante la seconda guerra mondiale, e hanno a che fare con il più grande orrore nella storia dell’umanità. È proprio qui che vorrei che Sfidare il Cielo facesse centro sui più piccoli; se il calcio mi sarà d’aiuto per arrivare anche solo a uno di loro, e lo farà fermare a riflettere sulla pagina più nera della nostra storia, e a capire quali errori non andranno mai più fatti, per me sarà un enorme gratificazione.
Iniesta, Boban, Thuram: fuoriclasse assoluti che hai raccontato attraverso vicende umane prima che sportive. Tra i tanti calciatori che hai conosciuto quale ti ha sorpreso di più lontano dal campo e perché? Tolgo quelli con cui lavoro, perché sarebbe troppo facile: questo lavoro mi ha fatto conoscere uomini di uno spessore enorme, che magari non ti arriva subito attraverso la tv, quando li vedi giocare in campo. Ti faccio solo due nomi, dimenticandone cento: Gabriel Omar Batistuta, che un giorno a Trigoria, avevo 23 anni ed era una delle prime trasferte della mia vita, mi mise un braccio attorno alle spalle e mi consolò, senza conoscermi, per un’intervista andata male (non con lui) e finita con un battibecco. La cosa mi colpì tantissimo. E poi, visto che ho detto di non citare quelli con cui  lavoro, faccio il nome di uno con cui ho lavorato, e con cui mi piacerebbe tornare a farlo: Luca Vialli.
Tecnicamente parlando, mi è piaciuto moltissimo utilizzare – per buona parte delle storie – il punto di vista di un bambino per raccontare le partite. Sembra implicito il messaggio: Cari lettori in erba a voi il compito di scrivere un futuro senza barriere e senza razzismo? È quello che dicevamo prima: a costo di essere un po’ banali, sono loro che scriveranno la storia del prossimo secolo. E io ho molta fiducia in loro: credo che abbiano accesso a molte più informazioni di quanto ne avessimo noi da piccoli, e questo grazie anche al contributo dell’editoria per bambini e ragazzi. Che loro conoscano la storia, non è importante, è fondamentale.
Restando in tema, sei un giornalista sportivo, uno scrittore ma innanzitutto un papà, pertanto: torneremo a vedere i bambini rincorrere il pallone nelle piazze e nei parchi o ci trascineremo dietro questo terrore ancora a lungo? Impareremo a conviverci, spero per il tempo più breve possibile, fino al vaccino, o a una cura definitiva, o alla trasformazione del virus, non ne ho idea. Nel frattempo, faremo come abbiamo fatto negli ultimi 4 mesi: ci ingegneremo. Il 15 giugno esce un instant book che ho scritto con Federico Taddia e Pierdomenico Baccalario, che sono due maestri, e che è rivolto proprio a chi si sta chiedendo come torneranno a giocare i bambini, e come comportarsi quando si troveranno insieme al parco: si chiama “Giochi di gruppo (anche) a un metro di distanza”, ed è edito da Mondadori.
Il periodo che lentamente ci lasciamo alle spalle irrimediabilmente modificherà le nostre abitudini e la nostra cultura. Come e quanto cambierà il calcio dopo la pandemia? Sono curioso di rituffarmi nel campionato. Non vedo l’ora di tornare nel nostro studio di Milano, di vedere Lele Adani, Massimo Ambrosini, Matteo Marani, e tutta la nostra squadra del sabato, che è molto di più di un gruppo di lavoro. E sono certo che alla prima rimessa laterale, ci saremo già accorti che il calcio non è cambiato e non cambierà. Si è solo preso una pausa, nel rispetto delle vittime di questa tragedia, della sofferenza di milioni di famiglie e della salute di tutti noi.
Cosa ti aspetti da questo libro? Mi piacerebbe avesse un futuro nelle scuole. Vorrei andare dai ragazzi e vedere anche la loro commozione, e indignazione, nel sentire la storia di Sindelar. Vorrei questo.
Titolo: Sfidare il cielo. Le 24 partite che hanno fatto la storia

Autore: Marco Cattaneo
Genere: Racconti sportivi
Casa editrice: Rizzoli
Pagine: 310
Anno: 2020
Prezzo: € 16,00
Film consigliato: “Fuga per la vittoria”, film del 1981 diretto da John Huston.
Graphic novel consigliato: “Fuorigioco. Matthias Sindelar, il Mozart del calcio”, libro illustrato di Fabrizio Silei e Maurizio A. Quarello edito da Orecchio Acerbo
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Marco Cattaneo
è giornalista e conduttore di Sky Sport, oltre che autore di libri per ragazzi. Sua è la serie “Zio Billy e i suoi amici”, scritta con Alessandro Costacurta ed edita da Salani. Per Rizzoli ha pubblicato anche l’e-book gratuito “La nostra partita”, per raccontare ai bambini la lotta contro il Coronavirus attraverso la metafora del calcio.

Paquito

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Caffè Voltaire (Laura Campiglio)

9788804722267_0_0_422_75 (1)Da bambina volevo fare il presidente della Repubblica, ma era una soluzione di ripiego. Mi avevano spiegato che no, il Papa proprio non si poteva, e così, sfumato il Vaticano, mi sarei accontentata del Quirinale.

Leggero. È questo l’aggettivo giusto per raccontare “Caffè Voltaire”, il nuovo romanzo di Laura Campiglio edito da Mondadori. Una commedia sentimentale nella quale trovano spazio: politica, precariato, desiderio di fama ed evoluzione dei mass media.
Protagonista della storia è Anna, una giornalista precaria – che ha perso il conto delle collaborazioni ma non il desiderio di raccontare la quotidianità – con la passione per gli insetti, i termini palindromici e l’opera. Una trentacinquenne dalla penna tagliente che, per uno scherzo del destino, si troverà costretta a firmare dei corsivi per due quotidiani di opposte fazioni politiche, naturalmente mantenendo nascosta la propria identità. Riuscirà nell’impresa?

Fin dall’incipit ho apprezzato questo romanzo in grado di intrattenere il lettore con un linguaggio al passo coi tempi e con tematiche di grande attualità. La protagonista, Anna, evolve pagina dopo pagina trasformandosi completamente nel finale. Perennemente in bilico tra carriera e sentimenti, la giornalista riesce a cavarsela quasi sempre grazie al supporto delle amiche Federica e Randa – quest’ultima divertentissimo espediente narrativo – e grazie al nonno Pietro, autentico grillo parlante della storia. Una storia che, a mio parere, merita di essere letta da un pubblico femminile, che con grande semplicità riuscirà a immedesimarsi nelle protagoniste, ma pure da quello maschile, al quale un istante di riflessione non farebbe affatto male.
Non aggiungo altro e lascio la parola a Laura.

“Caffè Voltaire”. Come è nato questo romanzo? L’idea di come qualsiasi rappresentazione della realtà sia necessariamente mediata da un punto di vista è per me una specie di ossessione, forse perché è la dinamica centrale dell’azione stessa del narrare. Mi sembrava che il discorso pubblico fosse un buon terreno di gioco per indagare come la verità – questo oggetto misterioso e sfuggente – possa essere facilmente distorta e stravolta a seconda di come la si racconta: la vecchia storia delle due campane, per intenderci. E così ho pensato ad Anna Naldini, che si ritrova a seguire una campagna elettorale sia per il quotidiano della sinistra radicale che per quello della destra populista: ogni giorno Anna dovrà produrre due editoriali di segno opposto, scrivendo tutto e il contrario di tutto e dimostrando come, in presenza di un messaggio politico semplificato fino all’unità minima dello slogan, del tweet o addirittura del meme, ogni presunta verità possa essere ribaltata senza fatica, come se fosse un mero esercizio di stile. Ma si può dire tutto e il contrario di tutto sperando di uscirne indenni? Ovviamente no, e Anna Naldini lo scoprirà a sue spese.
Cominciamo con Anna, la protagonista. Lecito chiederti quanto c’è di vissuto e quanto di autobiografico in un personaggio del genere. La storia di Anna, per fortuna, non è la mia: non mi sono mai ritrovata in una situazione lavorativa così scomoda, né a dovermi prestare a un doppio gioco così meschino. Ma siccome parlavamo dell’importanza del punto di vista, ecco, il punto di vista di Anna è sicuramente vicino al mio: il precariato, purtroppo, lo conosco molto bene, le dinamiche relazionali del romanzo sono quelle della mia generazione, la sua visione del mondo assomiglia alla mia (anche se non totalmente, o mi sarei annoiata a scrivere). Di autobiografico, invece, c’è il personaggio del nonno, anche se il ritratto del signor Pietro da Lomello, che pure ho cercato di rendere con tutta la cura di cui sono stata capace, è e sarà sempre riduttivo rispetto all’originale.
Passiamo a Randa e Federica. Sembrano essere, insieme ad Anna, i lati del triangolo scaleno più spassoso della letteratura contemporanea. Attraverso loro hai voluto parlare d’amore ma – innanzitutto – di rispetto verso sé stessi. Che nessun principe azzurro ostacoli il cammino verso i sogni? Guarda, da più di quattro anni sono orgogliosamente titolare della posta del cuore su “Cronaca Vera” (che infatti nel romanzo compare, insieme a un cammeo del suo direttore): di amori, amorazzi, corna, sospiri e tormenti melodrammatici ho scritto fino alla saturazione. Mi piaceva che in questo libro le relazioni amorose fossero tutt’altro che centrali, anzi un po’ tirate via, funzionali solo a descrivere un momento di passaggio, un cambiamento nei personaggi. E poi dai, niente di rivoluzionario: che le donne sappiano costruire sé stesse al di fuori di una relazione di coppia lo sappiamo da sempre.
Bonaccorsi, Delgado e Lapenna, tre volti – particolarmente realistici – della situazione politica che si vive nel romanzo, ma pure attualmente in Italia. Nonostante il tono scanzonato del romanzo, hai lanciato un messaggio inequivocabile: che il governo si prenda cura dei propri elettori non solo con le campagne mediatiche ma anche e soprattutto nella quotidianità. Giusta osservazione? Giusta, ma anche un po’ chimerica. Ho scelto di ambientare il romanzo durante una campagna elettorale perché il periodo che precede le elezioni è, e non da oggi, un momento patologico della democrazia: si promette e si crede a qualunque cosa (la stessa espressione di “promessa elettorale” implica un grado di credibilità prossimo allo zero), si mettono in conto colpi bassi e fake news, il balletto delle possibili alleanze non ci scandalizza neanche più di tanto. Noi elettori siamo i primi a normalizzare questo clima, accettandolo come inevitabile. Sembra banale ricordarlo, ma la capacità di un governo di occuparsi della cosa pubblica a lungo termine non può e non potrà mai essere misurata dalle promesse fatte in campagna elettorale. Il che è un bel paradosso, visto che la campagna elettorale è il momento preposto a orientare il voto.
Berta e Arno sono i direttori di due giornali pronti a tutto pur di sbaragliare la concorrenza. Alla luce del periodo che abbiamo vissuto, come e quanto cambierà la comunicazione (in particolare quella giornalistica) e quanto sarà importante per i giornalisti prendere confidenza con i social facendo a spallate con il malcostume delle fake news? Non so rispondere, è un momento troppo delicato e io non ne so abbastanza per permettermi di ipotizzare scenari. Quel che è certo è che l’informazione non può più prescindere dai social, nel bene e nel male. Una fake news orchestrata ad arte per diventare virale può fare più danno di cento editoriali su cento testate. Ma d’altra parte, se non ci fossero stati i social e non fosse diventato virale il video dell’omicidio di George Floyd, non assisteremmo al risveglio di coscienza del movimento blacklivesmatter, che negli Stati Uniti ha già fatto sentire la propria voce negli scorsi anni, dal 2013 in poi, ma che in queste settimane, proprio grazie di social, si è internazionalizzato come è bene che sia. Stesso discorso per la nuova ondata ambientalista dei Fridays for future: il movimento corre sui social, i giornali possono solo seguire, riprendere, a volte arrancando a volte no. Ma in testa, mi sembra, c’è sempre l’internet, e non quello del giornalismo online, che pure in altri Paesi ha un peso e un’importanza crescenti, ma quello dei social, dei video condivisi, delle cose nate e organizzate online che poi diventano reali.
Il tuo libro è uscito in piena pandemia, tuttavia hai promosso “Caffè Voltaire” attraverso i social. Sarà questo il canale del futuro per fruire della letteratura? Sono abbastanza vecchia da ricordarmi le presentazioni vecchia scuola, non solo quelle pre-Covid ma quelle dei bei tempi andati in cui l’autore non si parlava addosso, il pubblico non aveva l’aria di chi sta andando dal dentista, si parlava un sacco e poi si finiva tutti a bere insieme. Capisci bene lo scoramento di non aver potuto presentare “Caffè Voltaire” di persona, come avrei voluto. Ero molto perplessa all’idea di promuovere il libro via social: e fai il video, e fai la promo, e crea l’hashtag, e fai la diretta. Mi sembrava tutto troppo spersonalizzato. In buona parte mi sono ricreduta: da spettatrice, ho seguito dirette e incontri molto interessanti e quando poi è toccato a me ho constatato un interesse e in certi casi anche un affetto tangibili. È un riscontro che pensavo potesse garantire solo la presenza fisica, e invece no. Abbiamo imparato tutti una modalità di fruizione nuova, credo che molto di quest’esperienza resterà, così come lo smart working, che diventerà una modalità usuale per molti. Però le presentazioni vecchia scuola mi mancano tanto, e infatti in questo periodo sono molto contenta perché finalmente sto fissando le prime date in presenza. Poiché una modalità non esclude l’altra, credo proprio che ce le terremo entrambe.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? “Caffè Voltaire” doveva uscire il 17 marzo: mi aspettavo tante cose, ne temevo ancora di più, e poi cos’è successo? È arrivata una pandemia globale. Se c’è una cosa che mi sono sforzata davvero di fare nelle settimane che hanno preceduto l’uscita del libro il 5 maggio è non solo abbassare, ma proprio espungere ogni aspettativa dal mio orizzonte. Ci sono riuscita abbastanza bene, sono arrivata all’uscita senza aspettarmi niente. E infatti sono molto contenta di tutto quello che sta succedendo.

Titolo: Caffè Voltaire
Autrice: Laura Campiglio
Genere: Commedia
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 264
Anno: 2020
Prezzo: € 18,00
Lettura consigliata: “I miserabili” di Victor Hugo
Spettacolo consigliato: “Les Misérables”, musical del 1980 di Claude-Michel Schönberg (musiche) e Alain Boublil (testi), tratto dall’omonimo romanzo di Hugo
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autrice
Laura Campiglio ha scritto per diverse testate, tra cui “GQ” e “Rolling Stone”. Cura su “Cronaca Vera” la rubrica Al posto del cuore, da cui è stato tratto un programma radiofonico in onda nel 2018 su Rai Radio2. Ha esordito nel 2007 con Dario Flaccovio Editore.

Paquito

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Una notte ho sognato New York (Piero Armenti)

9788804724995_0_0_471_75Mi sono raccolto nel silenzio e ho capito che dovevo partire. Andare lontano, oltre qualsiasi luogo conosciuto. Non bastava Milano, neanche Londra o Parigi. Dovevo mettere un oceano di distanza tra me e la vita. L’ho capito all’improvviso, mentre ero sdraiato in veranda, con gli occhi al cielo e le stelle sopra di me.

Un romanzo di formazione on the road. Credo sia questo il modo migliore per raccontare “Una notte ho sognato New York”, il nuovo libro di Piero Armenti edito da Mondadori.
Il sogno americano è il tema portante della storia. Quella di un ragazzo che, stanco della vita in una piccola realtà della provincia di Salerno, decide di intraprendere un viaggio verso la città più celebre degli Stati Uniti.
Una volta lì si lascerà rapire dalle bellezze di una città cosmopolita, in grado di cambiare volto a seconda della prospettiva dalla quale la si osserva. È una New York piena di opportunità per Jack, imprenditore di mezza età che permetterà al protagonista di conoscere gli agi della upper class; ma è pure una microscopica realtà in un corpo gigantesco se a viverla è l’italoamericana Rosetta, una donna che avverte profondamente la mancanza della terra d’origine e sembra non accorgersi di quanto caotica e possa essere la vita newyorkese.
Ma è anche, e soprattutto, la città delle opportunità e della speranza. Quella di chi vuol ottenere una Green Card attraverso un matrimonio concordato da giuristi senza scrupoli. Realizzerà, il protagonista, il suo sogno a stelle e strisce?

Barack_Obama_Hope_posterL’immagine che ho scelto per il blog tour sensoriale è “Hope” (in italiano: speranza), il poster di Obey nel quale è rappresentato l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.
Spera, il protagonista, di lasciarsi alle spalle una realtà provinciale nella quale pare non sentirsi più a suo agio. Spera di affermarsi a New York così come hanno fatto le persone che incontrerà durante il suo soggiorno.
Non so quanto sia autobiografico questo libro, ma è senza dubbio una storia vissuta. L’autore ricorre a una scrittura sensoriale che restituisce il sapore del cibo da fast food, il profumo dell’erba di Central Park e il suono di uno slang americano col quale familiarizzare al più presto per tentare di diventare cittadino americano prima e del villaggio globale poi. Un viaggio nella Grande Mela che lascia segni nell’anima e consuma le sue delle scarpe, per buona pace di qualsiasi lettore.
Non aggiungo altro e cedo la parola a Piero.

Cominciamo dall’ambientazione: New York è una città multiforme che sembra cambiare le proprie dimensioni a seconda della prospettiva dalla quale viene osservata. Enorme per chi nutre ambizioni, minuscola per chi vede disilluso il proprio sogno americano. Cosa rappresenta per te questa metropoli? New York è innanzitutto un grande palcoscenico dove ti giochi le tue carte, in un ambiente molto particolare, un laboratorio umano di creatività, follia e disperazione. Questa metropoli ha annullato l’idea che esista una normalità, perché tutto diventa norma, ogni vita, per quanto eccentrica, trova in New York un luogo in cui esprimersi liberamente. Una città dove ci provi a fare il tuo cammino, poi può andar bene o male ma importa poco perché anche la sconfitta non intacca la grandezza di questa città. Anzi la dimensione della sconfitta è tipica della narrazione newyorkese. Qui nessun successo è eterno, tutto cambia in fretta, tutto è fragile. Siamo tutti contemporaneamente vincitori e vinti.
Mi piace definire il tuo libro un romanzo di formazione on the road. Una guida di viaggio narrata con gli occhi di un ragazzo desideroso di confrontarsi con una metropoli ma anche e soprattutto con sé stesso. Quanto e come ti ha cambiato New York e quanto l’american style ha influenzato i tuoi gusti letterari? Ho voluto trasferire nel romanzo la velocità della vita newyorkese, dove tutto accade velocemente e non capisci fino in fondo cosa ti stia accadendo. Il protagonista che si guarda allo specchio vede come egli stesso stia mutando, come New York sia diventata anche l’occasione per mettere in discussione le proprie certezze. Rimane sempre in mezzo al guado, incapace di fare quel passo avanti per diventare totalmente newyorkese, ma anche di fare quel passo indietro per tornare a essere un semplice ragazzo di provincia. Il conflitto sarà sempre irrisolto, perché siamo sempre la somma del passato e del presente. Per quanto riguarda i gusti letterari, rimango legato a capolavori come “Il giovane Holden”.
Più che mai, in questo periodo, la figura dello scrittore sta mutando. Chi racconta storie non deve restare confinato davanti a un pc, ma essere aperto al confronto col pubblico soprattutto quello dei social. Condividi questa riflessione? I social ti costringono all’immediatezza de confronto, nel mio caso il romanzo è frutto del dialogo costante con la mia community. So bene quali siano le loro curiosità, i loro dubbi, e le loro incertezze. So anche qual è la mia esperienza. Unendo le due cose, ne esce un mix letterario capace di soddisfare le curiosità del lettore, e di raccontare anche un po’ della mia vita.
Nonostante tu sia un cittadino del mondo globale, rimarchi spesso le tue origini, segno tangibile di un legame forte con la famiglia e con l’Italia. Quanto ti manca il belpaese? Non sono un nostalgico, nel senso che mi sento soddisfatto della mia vita. La distanza aiuta ad amare di più la propria terra. Non ti dico che l’idealizzo, ma vivere a New York mi dà l’occasione per riflettere sulle mie origini, vedo in maniera più nitida pregi e difetti. Non è un caso se il romanzo parte da Valle dell’Angelo, che è il paese di mia mamma nel Cilento.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Averlo scritto e averlo pubblicato mi sembra già un grande motivo d’orgoglio. Spero di poter continuare il mio percorso da scrittore, perché innanzitutto mi diverte.

Titolo: Una notte ho sognato New York
Autore: Piero Armenti
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 216
Anno: 2020
Prezzo: € 18,00
Dopo aver letto il romanzo: Programmare un viaggio a New York visitando i luoghi citati nella storia.
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autore
Piero Armenti è un giornalista e urban explorer. Dopo aver concluso il suo dottorato all’Università Orientale di Napoli ha deciso di partire per New York ed è stato amore a prima vista. Così ha fondato “Il mio viaggio a New York”: un tour operator sui generis, ma soprattutto un blog dove ogni giorno racconta a modo suo la città più desiderata del mondo. Tra le sue pubblicazioni “Una notte ho sognato New York” (Mondadori, 2020).

Paquito

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Gli altri fanno volume (Angelo Calvisi)

cover calvisiLa precarietà della mia condizione e del lavoro in generale era uno degli argomenti che toccavo con mio padre. Una volta, invece di tenersi sul vago come aveva fatto fino a quel momento, si era espresso con dei luoghi comuni di matrice neoliberista che in fondo non coincidevano con l’idea che mi ero fatto di lui.

Ci sono città che restano confinate sullo sfondo e città che diventano parte della storia. Genova, senza dubbio, fa parte della seconda categoria a prescindere dal romanzo nel quale viene inserita. Nel caso de “Gli altri fanno volume”, il nuovo romanzo di Angelo Calvisi (edito da Pièdimosca edizioni), la città cara a de André è parte integrante di un romanzo di formazione dalle tinte molto oscure.
Una storia che alterna piani narrativi differenti – l’alternanza tra presente e passato è utilizzata in modo impeccabile – e racconta la vita di un ragazzo cresciuto senza padre perennemente alla ricerca di risposte. In ambito professionale, nell’eterna lotta contro il precariato; in ambito calcistico – chi è tifoso del Genoa ricorda quanto sia stato difficile non abbandonare la squadra al proprio destino del decennio 1995/2005; in ambito sentimentale – tra amori miseramente falliti e storie che restano sempre sulla corsia dei veicoli lenti.

Calvisi non si risparmia e offre una realtà nuda e cruda nella quale non c’è spazio per i sentimenti, se non uno: l’opportunismo. Quello che ti porta a chiudere i conti col passato e ad affidare agli avvocati il compito di rappresentarti in caso di eredità o di causa contro il datore di lavoro.
“Gli altri fanno volume” è un romanzo per chi desidera fare i conti con sé stesso e desidera muoversi in una città capace di rinascere dopo qualsivoglia tragedia. Non è un caso che abbia fatto da musa ispiratrice a un certo Fabrizio de André.
Non aggiungo altro affidandomi alle parole dell’autore.

“Gli altri fanno volume”. Come è nato questo romanzo? Credo che la prima spinta sia stata la morte di mio padre. La prima parte del primo capitolo, dove Paolo, il protagonista, vive il lutto che avevo appena vissuto io, l’ho scritta di getto. La seconda spinta è stata la lettura di Dos Passos, non saprei dire perché, non mi pare che ci sia niente, nel mio libro, che ricordi “Il 42° parallelo”, eppure dopo aver letto quel romanzo grandioso mi si sono smosse le idee e ho ripreso in mano il tutto. Molto ho buttato via, qualcosa ho riscritto, il libro è uscito con un minuscolo editore in una prima versione (totalmente ignorata) nel 2012, e adesso Pièdimosca edizioni lo ha recuperato in una veste nuova, secondo me migliore, con un capitolo in più e una riscrittura piuttosto approfondita.
Premesso che non amo categorizzare i libri, possiamo parlare, nel tuo caso, di un romanzo di formazione. L’io narrante esce completamente trasformato lungo l’arco narrativo. Un arco narrativo che – come un elastico – hai teso e accorciato a più riprese. Quanto è stato difficile, ma nel contempo stimolante, lavorare con piani narrativi differenti e continui cambi di scena? Il senso del romanzo risiede proprio nella modalità a cui hai accennato. Non parlerei quindi di difficoltà, il mio progetto è stato quello fin dal momento in cui ho deciso di ampliare la prima parte, quella di cui parlavo prima. Quel tipo di modalità, o di struttura per meglio dire, allude a tutta una serie di temi che mi appartengono. L’arbitrarietà della memoria (molto spesso, per esempio Paolo non ricorda con precisione le cose, le travisa, si confonde), l’illusorietà del nesso tra causa ed effetto… poi, certo: scrivere comporta disciplina, la difficoltà eventualmente è connessa a questo aspetto e non al montaggio non convenzionale della vicenda narrata nel libro.
I personaggi sono in continuo movimento. Ci si sposta all’interno di uno stadio, tra le mura di una comunità oppure tra i vicoli della città. In questo caso si sceglie la Vespa. Espediente narrativo o mezzo per legare il tuo passato col presente? Il movimento per me è associato a un’idea del ritmo. Per me la letteratura è soprattutto questo: ritmo. I miei personaggi, sempre, sono come marionette, vanno di qua e di là, saltano, vivono. Non sono un fanatico dello psicologismo, in letteratura. Preferisco che la disperazione, la gioia, insomma i diversi stati d’animo dei miei personaggi siano mostrati. Come si dice? Show don’t tell. È per quello che, tendenzialmente scrivo in prima persona. Perché un personaggio che racconta una storia non si sofferma sulle motivazioni psicologiche delle sue azioni, ma le vive, le mette in scena. Tornando alla tua domanda, di certo la Vespa è un elemento simbolico che ritorna spesso, nei miei testi. Non so se sia un espediente narrativo e un mezzo per legare il passato al presente, ma di sicuro ha un valore simbolico che è molto connesso con la mia percezione di libertà, di anticonformismo. I miei personaggi sono sempre strambi, ma fondamentalmente liberi.
Veniamo allo sfondo della storia: la Genova del G8 ma pure quella degli anni ’90 e di una decade fa. Una città in continua mutazione, trasformatasi oltremodo dopo quel che è accaduto (ahinoi) sul ponte Morandi. Cos’ha da raccontare questa città dall’anima deandreiana? Secondo me la prospettiva è diversa. Non è Genova ad essere deandreiana, ma è De André a essere genovese! Sono contento che tu abbia colto il respiro di Genova, perché nelle mie intenzioni, più che uno sfondo, Genova doveva essere centrale, quasi come un personaggio e potremmo anche togliere il quasi! Genova è una città allegorica, non so bene di che cosa, ma mi pare che racchiuda qualcosa che ha molto a che fare con le istanze più profonde dell’umano. Punto di partenza e quasi mai d’arrivo, città da cui puoi essere ferocemente respinto, ma se per caso ci entri in sintonia poi è difficile disfartene. Genova malinconica come un barrio e luminosa come i tropici, piena di meraviglia, di fatica, di contrasti. Proprio come un essere umano dalla forte personalità. Ma lo sai che tra via Garibaldi, la strada più bella d’Europa secondo Rubens, e la sua parallela via della Maddalena, strada dello spaccio, della prostituzione, di splendidi ristorantini e maestose edicole ritraenti la Madonna, ci sono meno di cento passi? Che città formidabile. Io ci vivo da cinquantatré anni, a parte qualche anno di permanenza in Germania, e ancora oggi trovo angoli, botteghe, osterie nuove. Genova non è la città più bella del nostro splendido e disgraziato Paese. Napoli, per dire, è più bella. Però, come Napoli, Genova ha uno spirito che non è uguale a quello di nessun altro luogo, e si conserva inalterato, non si svende mai, neppure adesso che i turisti hanno cominciato a scoprirla.
A tuo parere come e quanto cambierà il settore dell’editoria (dalla produzione alle fiere, passando per le librerie) dopo questo periodo surreale che ci stiamo lasciando alle spalle? Non saprei. Spero che rappresenti un’occasione per ridurre il gap di visibilità che separa la produzione delle major dai libri degli editori indipendenti. Non so come, ma ho la sensazione che condizioni difficili come quelle che stiamo attraversando, possano dare visibilità all’opera davvero significativa, più che all’instant book massificato nelle pile chilometriche dei grandi store. Chissà. Forse cambierà anche il nostro modo di narrare. La distopia la stiamo vivendo, forse non ci sarà più bisogno di inventarla.
L’ultima domanda è freudiana: guardandoti allo specchio in quali personaggi (parlo volutamente al plurale!) ti rifletti e perché? Risposta a. Se ti riferisci ai personaggi del mio libro: io credo che la letteratura sia sempre autobiografica. Anche quando parli di alieni provenienti da lontane galassie parli di te, al limite parli delle letture che ti hanno formato. Nello specifico di “Gli altri fanno volume”, poi, siamo in un’autobiografia al quadrato, perché le vicende raccontate mi sono capitate tutte. Quindi sì. I diversi Paolo che animano le pagine del libro sono i diversi Angelo che ho avuto modo di incontrare in questa vita e quindi, per tale ragione, mi rifletto (con distacco, ma mi rifletto) in ognuno di loro.
Risposta b. Se ti riferisci a personaggi letterari in genere: sgangherati, beautiful loser, inconcludenti.
Ahi. Mi accorgo che, in fondo, le due risposte coincidono.

Titolo: Gli altri fanno volume
Autore: Angelo Calvisi
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Pièdimosca edizioni
Pagine: 190
Anno: 2020
Prezzo: € 15,00
Graphic novel consigliata: “Quella notte alla Diaz. Una cronaca del G8 a Genova” di Christian Mirra
Film consigliato: “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” film diretto da Daniele Vicari
Colonna sonora ideale: Qualsiasi canzone di Fabrizio de André
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Angelo Calvisi è nato nel 1967 a Genova. Prima di insegnare materie umanistiche in un liceo della sua città ha svolto mestieri disparati: il giornalista sportivo, l’attore, il compilatore di guide turistiche, il geometra presso l’Ente Provinciale di Genova, il responsabile di un enorme negozio di dischi, il cooperatore sociale. Dal 2015 al 2017 ha vissuto a Bonn, dove ha insegnato Italiano. Ha pubblicato saggi, biografie, graphic novel e, soprattutto, molta narrativa. Nel 2018 è uscito al cinema il film “Lazzaro” che lo ha visto impegnato come attore e che ha sceneggiato assieme al regista Paolo Pisoni. I suoi ultimi romanzi sono “Fanno dei giri immensi e poi ritornano” (Les Flâneurs) e “Genesi 3.0” (Neo.), pubblicati nel 2019.

Paquito

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Madama Bovary single e felice (Anna Maria Montesano)

9788832781519_0_0_422_75La donna sollevò il velo che le copriva il viso e alzò gli occhi verso di lei: «Non sai chi sono? Eppure hai appena letto di me».
«Ma… È lei? Madame Bovary? Proprio come l’ho immaginata nei giorni del cupo rimorso! Il cappellino… la larga gonna a balze… e gli orecchini di perle, gli unici a brillare in tutto quel nero… Non ci posso credere!» esclamò Marina allibita.

Un lungo invito alla lettura con addosso l’elegante vestito del romanzo di formazione. Si potrebbe definire così “Madama Bovary single e felice”, il nuovo romanzo di Anna Maria Montesano edito da Homo Scrivens.
Dopo il successo di “Gandhi si è fermato a Napoli”, l’autrice racconta la vita di Marina, una professoressa con la passione per i classici, alla ricerca del vero amore ma soprattutto di quelle esperienze che possono definirsi significative. Un lungo peregrinare in giro per l’Italia, da un paesino dell’avellinese fino a Bologna, per poi tornare a Napoli e mettere radici, fatto di esperienze professionalmente appaganti e prime delusioni amorose. Il tutto inframezzato da incontri – più o meno reali – con i  beniamini della letteratura.

Anna Maria Montesano regala al lettore centosessanta pagine  di commedia intelligente. Scava nella vita della protagonista alternando momenti molto divertenti ad altri nei quali, irrimediabilmente, il lettore si ritrova. In fondo siamo tutti un po’ Marina quando cerchiamo di realizzare i nostri sogni, nel metterci nei guai (specie quelli sentimentali), nella capacità di apprezzare le piccole cose, come il caos festoso della città in cui si vive. Inoltre il suo romanzo è un autentico invito alla lettura dei classici ma non solo.
Non aggiungo altro. Parola all’autrice.

“Madama Bovary single e felice”. Come è nato questo romanzo? Il progetto di “Madame Bovary single e felice”, titolo suggerito da Aldo Putignano, risale ad alcuni anni fa e riposava nel cassetto perché non riuscivo a trovare il giusto amalgama fra l’umorismo, che è il mio carattere dominante, e la sottile malinconia delle vicende narrate. Poi, quando Aldo mi fece notare quanto la protagonista del mio libro somigliasse a Madame Bovary, capii finalmente qual era la strada da percorrere: quella di un’innamorata dei libri che tenta di emulare le grandiose gesta di celebri personaggi.
Mi piace definire il tuo libro un sorridente romanzo di formazione. Quale messaggio volevi veicolare attraverso il personaggio di Marina e la sua storia? Il messaggio che volevo veicolare era che, ovviamente, è importante e giusto inseguire i propri sogni ma che bisogna anche avere la forza di abbandonarli quando si capisce quanto siano irrealizzabili; voglio dire, una cosa è la letteratura, un’altra la vita vera e , talvolta, la felicità non è da ricercare molto lontano perché è vicina a noi e non la riconosciamo.
Numerosi sono gli spunti di lettura che offri attraverso il tuo libro. Quali sono i classici ai quali sei più legata e quale, a tuo parere, è imprescindibile per avvicinarsi alla scrittura creativa? Questa è una domanda che presuppone una risposta con un lungo elenco; ma mi limiterò per non tediare i lettori. I classici sono stati i miei compagni da quando ero bambina e li rubavo dalla piccola biblioteca paterna, quindi sono molti quelli che amo; più di tutti, però, adoro gli autori russi e, in particolare, il Tolstoj di “Anna Karenina” e il Dostoevskji di “Delitto e castigo”; ma, per la verità, mi piace tutta la loro produzione. Questi grandi autori dell’Ottocento e molti del Novecento ritengo che si debbano leggere e rileggere per capire come si scrive e che cos’è un romanzo.
Restando in tema: oltre ai classici suggerisci anche la lettura di autori contemporanei, in particolare Maurizio de Giovanni e Andrea Camilleri. Come mai la scelta di far comparire i commissari Ricciardi e Montalbano nella tua storia? Avevo bisogno di due commissari che punissero i misfatti immaginari di Marina ed ho pensato subito a de Giovanni che, in questi anni, ha affascinato masse di lettori con il suo commissario che vede i morti; e ovviamente al grande Camilleri che, da sempre, è il re del giallo italiano ed è letto e apprezzato in tutto il mondo.
Napoli ha un ruolo molto importante nella tua storia. Non è solo una delle tappe della vita di Marina ma è un autentico contenitore di storie dalle quali attingere spunti. Che rapporto hai – umanamente e narrativamente – con questa città? Il mio rapporto con Napoli è piuttosto conflittuale: la amo per le sue bellezze naturali e artistiche, per il suo carattere anarchico, per l’ironia e la bellissima lingua che la fa da padrona nei miei due romanzi; ma odio gli stereotipi e i luoghi comuni e non sopporto chi non riesce a vedere che, accanto alle bellezze che ci offre la nostra città, ci sono altrettante manchevolezze che rendono difficile viverci.
A proposito di Napoli, per presentare la città ti sei affidata a un personaggio di tutto rispetto: Diego Maradona. Come mai hai scelto il Pibe de oro per raccontare la Napoli degli anni ’80? Nelle pagine che precedono il capitolo su Maradona, avevo ironizzato sul calcio e sulla sua importanza per i Napoletani; tuttavia, attraverso Marina, ho voluto ricordare che anch’io ho esultato per i goal di Maradona e ho sventolato bandiere in occasione dei due scudetti. In questo modo ho voluto onorare il periodo d’oro del calcio napoletano.
Prima di salutarci una domanda personale/professionale: quali sono i consigli che daresti a uno scrittore esordiente? Credo che gli scrittori esordienti dovrebbero seguire queste tre regole:
1) Prima di scrivere, leggere! Ma tanto, proprio tanto.
2) Non compiacersi subito di quello che si è scritto ma sottoporre il testo al giudizio sincero e spassionato di chi può dare consigli intelligenti.
3) Evitare assolutamente le pubblicazioni a pagamento.
L’ultima domanda ha del marzulliano: cosa ti aspetti da questo libro? Che, nonostante le difficoltà del momento, il libro sia letto da tanti e possa divertire e magari commuovere; che sia inteso non come la storia di una sfigata ma di una donna che combatte per realizzare i suoi sogni impossibili e che, fortunatamente, ad un certo punto, scende a patti con la realtà.

Titolo: Madama Bovary single e felice
Autore: Anna Maria Montesano
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 167
Anno: 2020
Prezzo: € 15,00
Suggerimenti di lettura: “Madame Bovary” di Gustave Flaubert; un romanzo della saga del Commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni; un romanzo della saga del Commissario Montalbano di Andrea Camilleri.
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autrice
Anna Maria Montesano è stata docente di Lettere a Napoli, dove vive. Fa parte della compagnia di scrittura Homo Scrivens con cui ha partecipato ai volumi “Faximile. 101 riscritture di opere letterarie”; “Che pasticcio, dottor Loop!”; “Dai fiori del male ai fiori di zucca”; “Lilliput. La letteratura è un gioco”. È autrice del romanzo “Gandhi si è fermato a Napoli” (2018), finalista al Premio Carver.

Paquito

Lettore medio

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Remo Rapino)

9788833890876_0_0_471_75Mò, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese, vanno dicendo che sono matto. E mica da mò, che me lo devono dire loro, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese che sono matto.

Un piacevole senso di smarrimento. Questa è la sensazione che mi ha lasciato la lettura di “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, il nuovo romanzo di Remo Rapino edito da Minimum Fax. Non un’autobiografia ma il racconto genuino di una vita.
Genuino perché Bonfiglio si affida a una lingua a metà strada tra l’italiano e l’abruzzese. Il termine cocciamatte, ad esempio, identifica sì una persona con disturbi mentali, ma sembra andare oltre: Liborio è l’uomo che invecchia anagraficamente, restando bambino – e perciò puro – mentre il mondo va avanti. È il ragazzino che assiste alla Seconda guerra mondiale e alla morte della madre (una delle figure chiave della storia); è il giovane soldato che scopre il sesso durante gli anni ’60; è l’operaio impegnato nelle lotte di classe, lotte dalle quali si lascia coinvolgere per rivendicare i propri diritti. Ma, in fabbrica, Liborio fa i conti pure con la propria condizione di matto. A seguito di una rissa con un collega, viene condannato e spedito in manicomio. Un’esperienza che cambierà la sua vita, ma non stravolgerà la sua natura. Fino alla vecchiaia, infatti, resterà il ragazzino di provincia cresciuto con un dubbio: i suoi occhi sono effettivamente simili a quelli del padre che non ha mai conosciuto?
A metà strada tra il romanzo biografico e la fiaba classica, questo romanzo riesce a scuotere il lettore grazie a un linguaggio diretto nel quale risuonano forti le sonorità della lingua (perché di lingua si tratta, non di dialetto) abruzzese.
Il protagonista crea immediatamente empatia col lettore, grazie alla sua umanità: ama i bambini e soffre nel sapere che le madri minacciano i figli di “farli rapire da Liborio il matto”.
Remo Rapino mescola sapientemente la storia con la Storia. Gli eventi che hanno mutato il volto del paese negli ultimi novant’anni incidono – più o meno volontariamente – sul destino di un uomo che – a dispetto di qualsiasi cartella clinica – non perde la sua purezza e la sua ingenuità.
Adesso parola all’autore.

Hai scelto di affidare il racconto a un narratore inattendibile, tuttavia quel che viene fuori dalla voce del personaggio è l’autenticità. Chi o quali situazioni della vita ti hanno ispirato? Almeno tre aspetti penso che vadano considerati nella radiografia del libro: gli eventi, il personaggio, la lingua, e tutti dialetticamente intrecciati tra loro. La storia si snoda nell’arco di un secolo o quasi (1926-2010); il personaggio, direbbe Ermanno Cavazzoni, è un idiota esemplare, che guarda la realtà, vissuta ai margini, con disincanto, tra meraviglia e dolore. Liborio osserva il mondo da una periferia esistenziale. All’origine della scelta anche l’influenza, dovuta al mio lavoro di insegnante di filosofia e storia, da parte della storiografia del ‘900, quella che guarda, appunto, alla marginalità e non solo ai grandi eroi e personaggi: la storia dal punto di vista degli ultimi della fila, i vermi della terra. In fondo la realtà è attraversata da infiniti Liborio, a cui dar voce. E Liborio è una voce che cammina tra le crepe del mondo, dove vive e lotta per vivere.
Tecnicamente parlando ho apprezzato moltissimo l’utilizzo della lingua abruzzese (è talmente articolata che non mi va di parlare di dialetto). Scelta legata a esigenze narrative o il desiderio di rivendicare l’appartenenza a un territorio? Liborio è un uomo molto avanti negli anni, che, per dare un segno al suo passaggio terreno, decide di raccontarsi, e scrive così come parla. Il suo è un codice espressivo che ruota intorno ad una parlata gergale, con dialettismi, parole approssimative e personali, coerenti col personaggio stesso. Insomma una sorta di diario parlato. Sono parole-ombra che pure fanno luce e vedono cose che occhi normali non vedono o sottovalutano. Per la lingua qualche assonanza potrebbe riscontrarsi con il Vincenzo Rabito di “Terra matta” (edito da Einaudi, ndr.). Certo nella scelta della lingua (giusta la precisazione a differenziare da un semplificante concetto di dialetto) ha inciso l’esigenza di mettere in luce, al di là del taglio narrativo, anche la rivalutazione di un territorio e di un’area culturale troppo spesso dimenticata o messa ai margini.
Attraverso gli occhi del protagonista vediamo la storia del paese, dalle lotte operaie all’attentato alle Torri Gemelle, passando per il Bologna di Bulgarelli e, soprattutto, l’ascesa politica di Benito Mussolini (prima) e Silvio Berlusconi (poi). Come mai Liborio ha assistito proprio a questi avvenimenti? Bonfiglio Liborio ha vissuto intensamente il secolo breve (e oltre), partecipando, in una dimensione collettiva, alle vicende narrate anche con una coscienza che si potrebbe definire di classe. Si pensi al periodo della guerra e della Resistenza (le giornate ottobrine della città di Lanciano), l’emigrazione a nord, il lavoro di fabbrica, le tensioni sociali degli anni ‘60/’70. Non a caso si dichiara un fiommista. In sintesi verso ogni episodio Liborio getta uno sguardo non distratto, si predispone all’ascolto e rilegge a suo modo il teatro del mondo. Ci sono molte verità che emergono dalla sua sguardatura storta. Si muove a metà strada tra Don Chisciotte con i suoi mulini a vento, sogni e visioni e l’ingenuità dirompente di un Forrest Gump. D’altra parte il cortile della letteratura sovrabbonda di lunatici: Liborio è solo l’ultimo arrivato e convive con Macario di Juan Rulfo, con Ignatius di J. Kennedy Toole, con Mattio Lovat di Vassalli, con Gimpel di Singer, fino al principe Myškin di Dostoevskij, Bouvard e Pecuchet di Flaubert e, come già detto, il Don Chisciotte di Cervantes. In qualche modo Liborio ha qualcosa dei personaggi di Spoon River. Come Frank Drummer ad esempio, come il matto cantato da Fabrizio De André in “Non al denaro né all’amore né al cielo”.
Liborio e i bambini. Lui li trova teneri; le mamme minacciano i figli di farli rapire dal matto. Vale la regola che quel che non è normale (a patto di definire il concetto di normalità) dev’essere necessariamente cattivo? Liborio vive, tra stupore e dolore, un grande rimpianto per tutta la vita: non aver mai conosciuto il padre. Dalla madre sa solo che aveva gli occhi uguali ai suoi. Di qui i sentimenti di tenerezza verso i bambini. Liborio stesso, con i suoi sogni e le sue favole, porta nel cuore una innocenza profonda, quasi angelica. La sua è una normalità altra, una sorta di neuro-diversità positiva. Liborio, per molti aspetti, è l’opposto dell’orco, dell’ uomo nero. Nella società attuale spesso la cosiddetta normalità coincide con varie forme di cattiveria (egoismo, ricerca disumana del profitto, intolleranza, rifiuto delle diversità, etc.).
Al di là della candidatura al Premio Strega, cosa ti aspetti da questo libro? Che venga letto nella giusta linea d’orizzonte. “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” vuole essere un invito a passare dall’Io al Noi, a restare umani. Che Liborio venga riconosciuto nella sua valenza simbolica, nel suo sforzo per tornare ad appartenersi, a riconquistare un ruolo nella comunità, a cui anche e tutte le persone non normali hanno diritto. Credo che debba porsi come un libro di porti aperti e come rifiuto e condanna per chi alza muri. Infine un piccolo sogno: la storia di Liborio, a mio avviso, si presta per una traduzione in termini teatrali o, anche cinematografici. Ma qui, forse, il sogno si fa troppo grande. In fondo sognare non costa niente, soprattutto per quanti non si trovano e mai si troveranno tra le pagine di un libro di Storia, come è Bonfiglio Liborio, un eroe quotidiano senza lapide.

Titolo: Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio
Autore: Remo Rapino
Casa editrice: Minimum fax
Genere: Autobiografico
Pagine: 265
Anno: 2019
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Film consigliato: Forrest Gump, film del 1994 diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Tom Hanks.

L’autore
Remo Rapino è stato insegnante di filosofia nei licei. Vive a Lanciano. Ha pubblicato i racconti Esercizi di ribellione (Carabba 2012) e alcune raccolte di poesia, tra cui La profezia di Kavafis (Moby-dick 2003) e Le biciclette alle case di ringhiera (Tabula Fati 2017).

Paquito

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La misura del tempo (Gianrico Carofiglio)

9788806218140_0_0_422_75 Delle Foglie e poi?
In che senso, avvocato?
Ha lasciato solo il cognome?
Solo il cognome, sì.
Per alcuni mesi, così tanti anni prima che preferivo non contarli, avevo conosciuto una ragazza che si chiamava Delle Foglie. Era stato in un’epoca lontana nel tempo e lontanissima nella memoria.

Potrei cominciare questa recensione dicendo che amo i personaggi seriali specie quando non sentono la necessità di sopprimere la storia in favore di flussi di coscienza, momenti di riflessione o dilemmi sentimentali, belli sì ma da maneggiare con cura. È quello che fa magistralmente Gianrico Carofiglio ne “La misura del tempo”, edito da Einaudi, il cui protagonista, l’avvocato Guido Guerrieri, è il fulcro di una storia che mi ha conquistato sia per la struttura – definita da uno stile avvincente nel quale i dialoghi, sempre molto serrati, sono fondamentali – sia per la trama: quest’ultima ruota intorno ad un processo che vede Guerrieri impegnato come avvocato difensore di Jacopo Cardace, un giovane accusato di detenzione di stupefacenti e di omicidio.
Il lavoro non proprio impeccabile, effettuato dal precedente avvocato (venuto a mancare), portano la madre del ragazzo – Lorenza Delle Foglie – a rivolgersi all’avvocato Guerrieri affinché assista il giovane durante il processo di secondo grado. Quel nome, Lorenza Delle Foglie, non è nuovo all’avvocato che – una volta trovatosi di fronte la donna – riporterà alla mente alcuni ricordi legati al suo passato di giovane praticante. Alla fine degli anni ’80, infatti, Guerrieri aveva frequentato la donna e se ne era innamorato. Un sentimento ricambiato solo in parte da una donna profondamente cambiata, soprattutto dopo la nascita di Jacopo. A tal proposito: quale sarà il destino del giovane?

Pure stavolta, Carofiglio offre al lettore una storia molto interessante e regala, anche grazie all’uso sapiente del flashback, una visione approfondita di qualsiasi personaggio (da Guido alla sua partner e collega Annapaola, passando per Jacopo e sua madre). Gli stessi personaggi nei quali è molto semplice immedesimarsi, poiché hanno abitudini, vizi, passioni – soprattutto culinarie – che appartengono alla quotidianità di ognuno di noi.
Tuttavia, la popolarità di un personaggio come Guido Guerrieri potrebbe rivelarsi, paradossalmente, il punto debole per l’assegnazione del Premio Strega. Si tratta di un personaggio ormai noto in merito al quale è stato detto davvero tanto, forse troppo rispetto ad altre storie che faranno senz’altro leva sull’unicità della trama e del modo di raccontare la vicenda.

Titolo: La misura del tempo
Autore: Gianrico Carofiglio
Casa editrice: Einaudi
Genere: Giallo giudiziario
Pagine: 288
Anno: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Suggerimento letterario: Qualsiasi romanzo di Carofiglio che abbia per protagonista l’avvocato Guerrieri.

L’autore
Gianrico Carofiglio, magistrato dal 1986, ha lavorato come pretore a Prato, Pubblico Ministero a Foggia e come Sostituto procuratore alla Direzione distrettuale antimafia di Bari. È stato eletto senatore per il Partito Democratico nel 2008. Il suo primo romanzo è del 2002, “Testimone inconsapevole”, edito da Sellerio. Con quest’opera, che introduce il personaggio dell’avvocato Guido Guerrieri, Carofiglio ha inaugurato il legal thriller italiano. Sempre con protagonista Guerrieri, da Sellerio seguono nel 2003 “Ad occhi chiusi” e nel 2006 “Ragionevoli dubbi”. Tra i suoi numerosi libri ricordiamo “Il passato è una terra straniera” (Rizzoli, 2004); la graphic novel, col fratello Francesco, “Cacciatori nelle tenebre” (Rizzoli, 2007); “L’arte del dubbio” (Sellerio 2007); “Né qui né altrove” (Laterza, 2008); “Il paradosso del poliziotto” (Nottetempo, 2009); “Le perfezioni provvisorie” (Sellerio, 2010); “Il silenzio dell’onda” (Rizzoli, 2011); “Il bordo vertiginoso delle cose” (Rizzoli, 2013). Tra le più recenti pubblicazioni Einaudi si ricordano: “Una mutevole verità” (2014) e la nuova indagine di Guido Guerrieri “La regola dell’equilibrio”, “Passeggeri notturni” e “L’estate fredda” (2016); “Alle tre del mattino” (2017).

Paquito

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Febbre (Jonathan Bazzi)

9788860446060_0_0_422_75Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è più andata via.

Ci sono letture che hanno l’effetto di un pugno. “Febbre”, l’ultimo romanzo di Jonathan Bazzi, edito da Fandango, ha la forza di un diretto in pieno viso.
L’autore decide di raccontare la propria storia, quella di un ragazzo che, un giorno di qualche anno fa, scopre di essere sieropositivo. Un dramma, una caduta agli inferi, ma pure un esame di maturità e l’occasione di guardarsi dentro facendo i conti col proprio passato. Quel che fa Bazzi all’interno di un’autobiografia romanzata che procede lungo due piani narrativi: il passato recente (quello che va alla febbricola che lo accompagna quotidiana all’inizio della terapia) e la propria infanzia in una Rozzano – realtà dell’hinterland milanese – che sembra essere lo sfondo perfetto per una storia molto spigolosa ma autentica e perciò accattivante.
Bazzi si svela senza timore ponendo l’attenzione su due tematiche troppo spesso sottovalutate: l’omosessualità e la condizione dei sieropositivi. Che sia l’occasione giusta per mettere da parte i pregiudizi?
In attesa di una risposta, lascio la parola all’autore.

“Febbre”. Come è nato questo romanzo? “Febbre” nasce dalla volontà di raccontare Rozzano, il posto in cui sono cresciuto, volontà già presente in me dal 2013-2014. È stato però solo con la febbre del 2016, e la scoperta della sieropositività, che ho iniziato a tradurre in azione questa volontà. L’HIV ha aggiunto un elemento in più alla mia identità ed è diventato un’occasione narrativa anche per la parte su Rozzano. Ha in qualche modo ricomposto il quadro.
Cominciamo da una considerazione: Ogni malato crede che la sua condizione sia un evento assoluto. Vale (è valso) anche per te questo principio? Inevitabilmente un po’ sì. Poi chiaramente scrivendo esaspero alcuni temi o impressioni che ho osservato in me stesso per rifletterci su, per intercettare delle questioni più generali. Però la paura, il timore di perdere il controllo del corpo e la salute è un grande riduttore dello sguardo. Si fa fatica a continuare a vedere il resto. La malattia è anche una perdita di mondo.
Tecnicamente parlando ho apprezzato molto l’alternarsi dei piani narrativi: da un lato il tuo presente (o passato recente), dall’altro la nascita, l’infanzia e una grande attenzione per il periodo dell’adolescenza. Quanto è stato difficile/stimolante scavare nei propri ricordi? In realtà è stato un processo piuttosto naturale, sentivo un grande bisogno di farlo. Non tanto di buttare fuori: mi è servito di più il mettere a distanza, vedere meglio la forma delle cose che ho vissuto trattando il materiale autobiografico come scene autonome, immagini oggettive e indipendenti da me, sulle quali riflettere anche con altre persone (penso principalmente a Lavinia Azzone, la mia editor).
E adesso Rozzano: città dell’hinterland milanese che resta sullo sfondo ma ha una voce così roca da riuscire sempre a farsi ascoltare. Quanto profondo è (o è stato) il legame con la tua città d’origine e con le storie che contiene? È un tipico legame ambivalente: bene e male, appartenenza e distanza. Fino a quando ci vivevo sostanzialmente la rifiutavo, me ne vergognavo. Oggi, che non vivo più lì, ci torno volentieri. E, in un certo senso, mi affascina. È un posto che, come molte periferie, ha una sua energia peculiare, intensa. È un posto che dice, continua a dire, molto di me.
Rapporti familiari. Nonni che fanno da genitori; genitori così insicuri da apparire fragili più del figlio che hanno messo al mondo. Quanto distacco serve per narrare la storia della propria famiglia? Diciamo che ho avuto dalla mia il fatto di non avere più rapporti con una parte della mia famiglia, in particolare col ramo paterno. E quella che a volte ho trovato descritta come spudoratezza nasce dal bisogno di raccontare dinamiche, anche familiari, di cui si parla troppo poco, che vengono censurate o nascoste. Il distacco non me lo sono propriamente inventato io: era una qualità già presente sul campo, ci sono cresciuto dentro.
La biblioteca. Il porto sicuro nel quale trovare sempre approdo. C’è un libro (o più di uno) che ha segnato la tua vita? In generale l’incontro con le scrittrici, o meglio il rendermi conto che esiste una tradizione di scrittura femminile osteggiata, marginalizzata, e in cui io mi rispecchio, all’interno della quale ho trovato delle categorie a me più vicine.
La scuola. Un micro universo fatto di nozioni, didattica, ma soprattutto di persone. Cosa credi di aver lasciato in quelle aule e cosa hai strappato dal banco per custodire gelosamente? A scuola ho perso la salute! Scherzi a parte, sono stato uno studente un po’ ossessivo, molto rigido con me stesso. Ma la scuola mi ha dato un orizzonte, ha nutrito la mia curiosità, mi ha consegnato possibilità nuove, culturali ma anche umane. Ho amato molto andare a scuola, nonostante fino a un certo punto il mio rapporto con la scuola sia stato ostacolato dal fatto di essere balbuziente. Ho avuto un iter scolastico pieno di blocchi e ripartenze, ma anche questo ha avuto il suo senso.
E ora una considerazione travestita da quesito: possibile che nel 2020 la parola omosessualità faccia ancora paura? Non sarebbe il caso di preoccuparsi d’altro considerando le preferenze sessuali una scelta libera e consapevole? Purtroppo la mente di molte persone è pavida: per orientarsi nel mondo si avvale di categorie e vecchi stereotipi. Questo fa sentire al sicuro, scinde la realtà in giusto e sbagliato, e colloca dalla parte dei giusti. Le cose ovviamente in parte sono cambiate, stanno cambiando, anche grazie ai nuovi mezzi coi quali comunichiamo e creiamo contenuti, ma in larghe sacche della società molte questioni sono ancora quasi del tutto immobili.
Ultima domanda: cosa ti aspetti da questo libro? Spero continui a raggiungere i lettori, soprattutto vorrei fosse letto dai giovanissimi: penso agli adolescenti, agli studenti delle superiori, dove mi auguro di poter continuare a organizzare incontri e presentazioni, come in passato ho già fatto.

Titolo: Febbre
Autore: Jonathan Bazzi
Casa editrice: Fandango
Genere: Autobiografia
Pagine: 328
Anno: 2020
Prezzo: € 18,50
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Film suggerito: “120 battiti al minuto”, film scritto e diretto da Robin Campillo.
Libro consigliato: “Storia di un corpo” di Daniel Pennac

L’autore
Jonathan Bazzi è nato a Milano nel 1985. Cresciuto a Rozzano, estrema periferia sud della città, è laureato in Filosofia. Appassionato di tradizione letteraria femminile e questioni di genere, ha collaborato con varie testate e magazine, tra cui Gay.it, Vice, The Vision, Il Fatto.it. Alla fine del 2016 ha deciso di parlare pubblicamente della sua sieropositività con un articolo (“Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto”) diffuso in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS.

Paquito

Lettore medio

Le parole lo sanno (Marco Franzoso)

978880470933HIGCara Flavia,
non so più quale sia la verità.
Più ci penso, meno mi sembra di capire. I fatti si sovrappongono e le sensazioni si confondono, ma so che se me la confessassi tu ora troverei la forza per comprenderla e accettarla, ed è ciò di cui in questi ultimi giorni avverto maggiormente il bisogno.

Un diario per raccontare una storia d’amore. Un diario per esorcizzare qualsiasi paura, compresa quella della morte.
Credo sia questo il modo migliore per raccontare “Le parole lo sanno”, il nuovo romanzo di Marco Franzoso edito da Mondadori.
Alberto è uno stimato medico la cui esistenza viene stravolta da un annuncio: ha il cancro. Non accettando il responso medico, decide innanzitutto di isolarsi e di tenere all’oscuro i suoi familiari. Successivamente decide, quanto meno, di reagire cambiando qualcosa nel suo essere. Acquista un paio di occhiali scuri, un bastone e si finge cieco. Un modo per guardare il mondo con occhi nuovi. E in quel mondo compare Flavia, una donna destinata a cambiare la sua vita.

La sensibilità con cui Franzoso affronta temi così delicati è il punto di forza di un romanzo che scorre piacevolmente. L’autore prende per mano il lettore e lo conduce in una passeggiata al buio nel quale trovano spazio le dinamiche familiari, la violenza domestica e, soprattutto, l’amore. Quello che unisce genitori e figli ma che potrebbe legare pure due sconosciuti. Non a caso ho scelto “Gli amanti” di Magritte come quadro. Un’opera che sembra raccontare perfettamente gli stati d’animo del protagonista.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“Le parole lo sanno”. Come è nato questo libro? Questo libro è nato dal desiderio di scrivere una storia d’amore. Da tanto non ne leggevo una che mi coinvolgesse, o che comunque non fosse stata scritta nell’Ottocento. Insomma, ho raccontato la storia che avrei voluto leggere. Una storia di oggi, che parlasse di una relazione ambientata in questa nostra epoca. Che cercasse di rispondere alla domanda: cos’è diventato l’amore oggi, per noi persone del terzo millennio?
Cominciamo con Alberto. Un uomo che, improvvisamente, si vede costretto a fare i conti con sé stesso e con la malattia. Alla luce di certe sue scelte (al lettore il compito di scoprire quali) possiamo pensare a lui come un misantropo in cerca di redenzione? Non so. Io lo intendo più come un uomo che improvvisamente si trova in una situazione senza uscita. Eppure, proprio quando meno se l’aspetta, quando cerca in tutti i modi di difendersi dalla vita, a quel punto si apre una nuova strada, per lui. Volevo raccontare la storia di una felicità, se vogliamo. Non siamo mai fuori tempo massimo per essere felici.
Ora è la volta di Flavia, una donna che sembra aver trovato in Patrick – suo figlio – il senso della vita. Tuttavia, quel sorriso delicato nasconde una grande fragilità. Chi o cosa ti ha ispirato per creare un personaggio del genere? Anche questo personaggio, come tutti i miei personaggi è ispirato a una persona reale. Ho cercato di darle voce, di pormi dal suo punto di vista e di capire, o meglio sentire, e fare vibrare la sua sensibilità. La scrittura ti aiuta anche a questo, a entrare in sintonia con l’altro. Ti insegna ad ascoltare. È stato un bel viaggio.
Restando in tema: parli, con estrema delicatezza, di violenza contro le donne. Quanto è difficile affrontare un argomento del genere (sempre tristemente attuale) e quanta rabbia ti fa – da uomo prima che da scrittore – sapere che, quotidianamente, migliaia di donne sono vittime dei propri uomini? Per me è stata una scommessa. E poi, anche un’operazione di coraggio. Sapevo bene quanti rischi correvo, ma l’ho fatto, mi sono messo in gioco, con la mia sensibilità e il mio punto di vista maschile. Nei confronti di certi temi bisogna prendere posizione, io credo, costi quel che costi. Ho cercato di raccontare cosa si vive una situazione del genere dal di dentro. Cosa significa per una donna trovarsi caduta in una gabbia simile. Ho cercato di dare voce a Flavia.
Veniamo adesso all’ambientazione. Milano è una città che resta sullo sfondo, non ruba la scena se non per creare suggestioni nel lettore. La vedi quasi come una madre che tiene d’occhio il proprio figlio. Visione corretta? Sì, è una città che sa anche accogliere. Mi interessava mettere in relazione due spazi: lo spazio metropolitano e lo spazio di un parco. Lo spazio della vita frenetica, del lavoro, delle occupazioni quotidiane, e lo spazio in cui ci si ferma. Possiamo dire che quasi tutta l’azione si svolge su una panchina, dentro quel parco. Scrivere a partire da un luogo così specifico, ti permette di avere a disposizione un punto di vista privilegiato. E poi, ho avuto la possibilità di fare parlare i personaggi, di farli esprimere al loro meglio. È stata una panchina del parco Lambro, la seconda a sinistra, a permettermelo.
A proposito di madri, il rapporto tra Alberto e i suoi genitori è molto interessante. Un padre, quasi sordo, che sembra filtrare con attenzione le sue parole e una madre che ha bisogno di una divisa da infermiera per creare intimità col proprio figlio medico. Quanto è stato difficile lavorare su questi rapporti filiali? È fondamentale. La famiglia fa sempre da sfondo alle vicende delle persone. A scavare bene, si torna sempre lì. Era importante che i miei due personaggi, facessero entrare il lettore anche nella loro vita. Quella fuori dal parco.
unnamedDal punto di vista tecnico ho apprezzato moltissimo il tuo ricorrere alla scrittura sensoriale. Alberto diventa l’espediente narrativo per permettere al lettore di vivere la storia attraverso il tatto, l’udito e l’olfatto. Possiamo validare il principio che uno scrittore deve essere cieco per raccontare una storia? Sì. Bella questa considerazione. Bisogna imparare a vedere con altri occhi. Solo così si perforano le apparenze e si coglie l’essenza.
Quali sono stati, finora, i feedback dei lettori? Molto buoni. È molto importante per me sentire che una mia storia crea empatia, commuove, tocca.
Infine domanda marzulliana: cosa ti aspetti da questo romanzo? Io mi aspetto che le parole, come direbbe il protagonista Alberto, facciano il loro corso, a prescindere da me. Che la mia storia entri nel mondo e faccia la sua strada. Che le parole si costruiscano la loro strada. Magari una strada diversa da quella che avevo immaginato per loro. E so che lo faranno. Perché d’altra parte, è vero. Le parole lo sanno. Le parole sanno sempre dove andare.

Titolo: Le parole lo sanno
Autore: Marco Franzoso
Casa editrice: Mondadori
Genere: Sentimentale
Pagine: 176
Anno: 2020
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimento letterario: “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert
Se il romanzo fosse un quadro sarebbe: Gli amanti di René Magritte

L’autore
Marco Franzoso è nato nel 1965 in provincia di Venezia, dove attualmente vive. Nel 1998 ha pubblicato il romanzo Westwood dee-jay (Baldini & Castoldi), da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale, e con Marsilio i romanzi Edisol- M. Water Solubile (2002) e Tu non sai cos’è l’amore (2006), anch’esso diventato uno spettacolo teatrale.
Nel 2012 Einaudi ha pubblicato Il bambino indaco. Nel 2014, sempre per Einaudi, è uscito il romanzo breve Gli invincibili. Seguono nel 2016 Mi piace camminare sui tetti (Rizzoli) e nel 2018 L’innocente (Mondadori).

Paquito

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La gioia fa parecchio rumore (Sandro Bonvissuto)

9788806217723_0_0_471_75– Te va bene da tre metri? Ce n’ho uno già tajato, – disse quello.
Papà rispose con la mano facendo il segno di tre e mezzo. – Perché? – chiesi a Zio.
Zio mi rispose che innanzi tutto mi dovevo fare gli affari miei perché loro di quelle cose ci capivano, e poi che ero davvero deficiente, perché non mi rendevo conto che sarebbe stato proprio quel mezzo metro in più a innalzare la mia bandiera sopra tutte le altre. E che nella vita dovevo protestare quando di roba me ne davano di meno, non quando me ne davano di più.

C’era una volta un ragazzo innamorato della sua squadra del cuore. Sono state queste le prime parole che ho appuntato, su un taccuino che utilizzo appositamente per le recensioni, durante la lettura de “La gioia fa parecchio rumore”, il nuovo romanzo di Sandro Bonvissuto edito da Einaudi.
Non si tratta di narrativa sportiva (non soltanto, almeno), ma di una storia d’amore tra un ragazzino e la Roma. Una squadra che, a cavallo tra gli ’70 e la metà degli ’80, ha regalato ai propri tifosi magre soddisfazioni e bocconi amari da buttar giù fino all’arrivo di Paulo Roberto Falcão, il centrocampista brasiliano che, oltre a distinguersi per la tecnica, per primo sfatò un tabù: parlare di scudetto in una città nella quale, calcisticamente parlando, la scaramanzia regnava (e regna tutt’ora) sovrana.

Bonvissuto regala una storia autentica, genuina, nella quale il dialetto ha l’effetto di un a solo musicale. Cattura l’attenzione e accompagna il lettore tra le righe di una storia che può essere apprezzata anche se si conosce poco il calcio. Basta esser stati innamorati almeno una volta nella vita e aver sofferto e poi gioito e pianto per esprimere queste contrastanti emozioni. Emozioni che ho provato sulla pelle e che mi hanno fatto promuovere a pieni voti questa storia.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“La gioia fa parecchio rumore”. Come è nato questo romanzo? È nato, e di questi tempi mi pare già una cosa rivoluzionaria. Alla base c’era il desiderio di raccontare la storia d’amore più antica per ognuno di noi, quella con la propria squadra del cuore. Il primo legame sentimentale in senso cronologico, anche se di logico non ha proprio niente. Come ogni vero amore. Avevo l’idea in testa e ne ho parlato con Dalia Oggero di Einaudi, la mia editor. Ma non sono bravo a parlare così mi sono messo a scrivere. I libri nascono così.
La Roma: un po’ mamma, un po’ fidanzata con la quale si soffre, si gioisce, ci si prende a male parole; uno stato mentale; il concetto stesso di felicità. Quale tra queste definizioni ti appartiene di più e quale, tra queste, hai fatto emerge maggiormente nel tuo romanzo? Appaiono tutte. A volte insieme, a volte da sole. L’amore è una cosa che tutti sanno cos’è, eppure nessuno lo sa spiegare agli altri compiutamente. Qui si dice che l’amore non si può comprendere come concetto astratto, esiste solo incarnato in un gesto, e va colto accoppiato con qualcosa, sovrapposto. E allora si racconta la vita del ragazzino e di questa comunità, una vita piena di gesti d’amore.
Roma: città che resta sullo sfondo e che permette al lettore piacevolissime divagazioni. Quanto e come il calcio ha cambiato questa città negli ultimi quarant’anni? Il calcio è qualcosa di molto recente rispetto a Roma, vabbè rispetto a Roma tutto è molto recente. Roma ha accolto nella sua lunga storia tante disgrazie, tante piaghe, epidemie, invasioni, dittature, la politica della nazione, la chiesa d’Occidente, e alla fine ha accolto anche il calcio. È una città che sembra sappia solo accogliere. E chi viene non se ne vuole più andare. Poi certo è cambiata, eppure se la guardi non hai dubbi o incertezze, lo si che quella è Roma.
Paulo Roberto Falcão: Per il protagonista del romanzo qualcosa in più dell’ottavo re di Roma. Cosa esattamente? L’uomo che scrive il suo nome nella storia di una città che è essa stessa la storia. E per entrare nella storia di Roma devi essere qualcosa di molto più grande dell’umano. Quando venne la squadra era in cattive acque. Come sempre. Lui ha cambiato la mentalità di un ambiente arreso all’idea che non avremmo raggiunto mai nessun risultato e ci ha insegnato che anche noi potevamo vincere. Ha diviso la storia della squadra in un prima e in un dopo di Lui.
E ora veniamo alle dinamiche familiari: un padre, un zio, ma pure un nonno che fanno da maestri di vita e, soprattutto, di tifo. Lecito chiederti: quanto di autobiografico (o semplicemente di vissuto) c’è in questi passaggi? Molto, ma non più di quanto potrebbe esserci per un mio contemporaneo. All’epoca del libro le famiglie erano tutte uguali e al centro della narrazione c’è proprio la grande famiglia italiana come istituto, in molti mi hanno scritto di aver letto in queste pagine la loro vita, la loro storia, anche se io non li conosco. È il miracolo di questo libro, e di un amore che, come dice uno dei nostri inni (perché noi ne abbiamo tanti) … ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo [“Grazie Roma” di Antonello Venditti, ndr].
Tecnicamente parlando: Come mai la scelta di omettere i nomi dei calciatori? Volevo un libro per tutti, non solo per gli addetti o per gli appassionati di calcio. Chi capisce di pallone può facilmente riconoscere protagonisti e partite, chi non si intende di questo sport può leggere il libro come una saga familiare. Se metti i nomi dei giocatori il libro parla di calcio, se non li metti il libro parla di uomini.
Barabba, il Mister e molti altri maestri di strada o di curva dispensano pillole di quotidiana saggezza raccolte e assimilate dal protagonista della storia. Vale l’assunto la migliore università è ai piedi di una persona coi capelli bianchi? Certo. Anche se il rapporto è reciproco: i vecchi possono avere molto dai giovani, anche e soprattutto l’occasione per riscattare gli errori commessi in gioventù aiutando qualcuno nel suo cammino di vita, la convivenza era prevista dalla civiltà dell’epoca ed è qualcosa di molto conveniente per entrambe le fasce di età, un gesto spesso inconsapevole e soprattutto gratuito. Se i giovani parlassero di più con gli anziani avrebbero meno bisogno degli psicologi.
Finora quali sono stati i feedback dei lettori? Uno più bello dell’altro, da far girare la testa.
Al di là dei risultati, quanta nostalgia hai di quella Roma di inizio anni ’80 e quanto ti manca poter ascoltare una partita della Roma attraverso la radiolina?
La radiolina la uso ancora oggi, pensa che l’ascolto anche allo stadio mentre guardo l’incontro in diretta, così vivo due partite insieme invece che una. Quella Roma di allora è passata e oggi ce n’è un’altra da amare e da seguire, anche se il primo amore non si scorda mai. La nostalgia è per la mia giovinezza, ma questo fa parte del viaggio, anche se la valigia dei ricordi si fa sempre più pesante.
Ultima domanda: cosa ti aspetti da questo libro? Mi riempie di doni ogni giorno, non faccio in tempo a desiderare qualcosa che lui me la regala, e penso non abbia ancora finito. Il libro è di certo il miglior amico dell’uomo.

Titolo: La gioia fa parecchio rumore
Autore: Sandro Bonvissuto
Casa editrice: Einaudi
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 200
Anno: 2020
Prezzo: € 18,50
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Libri consigliati: “Febbre a 90°” di Nick Hornby
Film suggeriti: “Il mio amico Eric” diretto da Ken Loach.
Colonna sonora consigliata: “Grazie Roma” di Antonello Venditti
Dopo aver letto il libro: Cercare su YouTube Paulo Roberto Falcão e lasciarsi incantare dalle sue prodezze calcistiche.

L’autore
Sandro Bonvissuto vive a Roma. Fa il cameriere in un’osteria ed è laureato in filosofia. Alcuni suoi racconti sono stati raccolti nel volume “Nostalgia del vento” (Amaranta editrice, 2010) che per varie traversie non ha avuto distribuzione. Nel 2012 Einaudi ha pubblicato “Dentro”.

Paquito

Lettore medio

Quanto è piccolo il mondo (Angelo Mozzillo e Ilaria Perversi)

9788899931391_0_0_471_75Se ci avete visto in giro già lo sapete:
noi giganti siamo alti, forti e possenti.
Ma c’è una cosa che proprio non mi va dell’essere un gigante…
I nostri grossi, grossi piedoni!

Cosa succederebbe se, un giorno, un gigante decidesse di intraprendere il giro del mondo? È quel che si chiedono Angelo Mozzillo e Ilaria Perversi, autori di “Quanto è piccolo il mondo”, racconto illustrato edito da VerbaVolant.
La risposta è semplice: il gigante si lascerebbe rapire dalle meraviglie del creato. Terre nelle quali la natura esprime tutta la sua bellezza, ma pure città divenute meravigliose grazie all’intervento dell’uomo. Un continuo stupirsi quindi, ma bisogna mettere in conto pure qualche disagio per questo viaggiatore over size. Quale?

Al lettore il compito di scoprirlo grazie a una storia breve ma estremamente divertente. Mozzillo delinea un personaggio che mostra un’ingenuità riconducibile ai bambini, ma lancia pure un messaggio: lì fuori è pieno di meraviglie da scoprire. Meraviglie che vengono valorizzate dall’ottimo lavoro di Ilaria Perversi che, con un tratto molto cartoonistico, da vita a un universo nel quale gli animali si godono il passaggio del gigante al pari di un inaspettato evento della natura.
Non aggiungo altro. È il momento di far parlare Angelo Mozzillo, autore dei testi della storia.

“Quanto è piccolo il mondo”. Come è nato questo progetto? Negli ultimi otto anni ho avuto difficoltà a stare fermo in un posto. Ho vissuto fra Roma e Milano con una media di un trasloco ogni uno/due anni. Mi piace essere in giro – e parlo anche solo di girovagare per un quartiere sconosciuto. “Quanto è piccolo il mondo” però, per quanto sia una storia di viaggio, è nato in un momento di pausa. Mi trovavo nella casa dove sono cresciuto, ad Orta di Atella, in provincia di Caserta.

Il protagonista del racconto è un gigante che vaga di città in città, anzi di territorio in territorio. Questo personaggio è un espediente narrativo o la metafora per raccontare altro? Questo è un libro che parla di viaggi, ma il viaggio è solo un pretesto per parlare di consuetudini. Siamo così abituati a circondarci di comodità che a volte rifiutiamo anche un piccolo stravolgimento per paura di uscire dalla nostra comfort zone. Questa storia molto semplice nasconde un messaggio altrettanto semplice: a volte, per godere appieno di un’esperienza, bisogna stare un po’ scomodi. È una cosa che devo ricordare anche a me stesso, e che mi sta tornando utile adesso, in questo particolare periodo in cui siamo tutti isolati. Anch’io, come un po’ tutti, nascondo dentro un gigante lamentone.
I riferimenti letterati alti sono numerosi: da Jules Verne a Roald Dahl, passando per Dante Alighieri. Quanto la letteratura di viaggio ha influenzato questo racconto? Verne e Dahl sono stati i miti della mia infanzia, assieme alle peregrinazioni dei personaggi di Mark Twain. È molto probabile che le loro storie piene di meraviglie mi abbiano influenzato, anche se in modo non consapevole. Difficilmente, quando inizio a scrivere qualcosa, parto da un messaggio che voglio raccontare. Il fatto che questa volta sia venuto fuori un libro sul viaggio è stato del tutto casuale, spontaneo. E mi è parsa un’evoluzione coerente con l’albo illustrato pubblicato precedentemente per VerbaVolant: “Abita qui Mimì?”.
A proposito di Dante: il camaleonte, nostra vecchia conoscenza, fa la sua comparsa abbracciato a Mimì. C’è da attendersi il loro ritorno? “Abita qui Mimì?” è stato il mio primo esperimento con i libri per bambini. Anche quello, come “Quanto è piccolo il mondo” è stato illustrato da Ilaria Perversi, con la quale condivido gran parte delle mie idee e dei miei progetti. Entrambi siamo legatissimi a Dante, e in questo nuovo albo abbiamo voluto raccontare in un brevissimo flash l’evoluzione del suo rapporto con Mimì – rapporto che nel primo libro è ancora agli inizi. Un po’ come quei film che finiscono con la scritta Due anni dopo….
Quanto è difficile realizzare storie per bambini? E quanto è divertente rapportarsi con loro durante fiere, eventi e presentazioni? Per quel che mi riguarda le difficoltà nella scrittura per bambini sono due: prima di tutto immaginare una buona storia. Dopodiché evitare di complicarla.
Chi scrive tende naturalmente a complicare le trame, a mettere degli ammiccamenti che all’autore piacciono ma che il bambino difficilmente può cogliere data la sua esperienza; a voler esagerare più per autocompiacimento che per reale esigenza. “Quanto è piccolo il mondo” per me è stato anche un esperimento sulla sintesi: la storia è molto più diretta rispetto a quella di “Abita qui Mimì?”, che invece aveva un testo più corposo. Non so ancora se l’esperimento sia riuscito: molti ci hanno detto di preferire questo nuovo albo, altri invece sono più affezionati alla storia di Dante e Mimì. Se qualcuno volesse esprimerci la sua idea ci scriva pure, ogni feedback è per noi preziosissimo.
Tornando alla storia arriva chiaro un messaggio: per affrontare qualsiasi avventura servono le scarpe giuste. O forse no? Ehm, sì. Vedo che è tutto chiaro!
Come è andato avanti il dialogo tra te e Ilaria Perversi? Vi siete fidati l’uno dell’altra, avete discusso? Vi siete confrontati tavola dopo tavola? Lavoro benissimo con Ilaria perché condividiamo un certo tipo di idee e un immaginario molto simile. Di solito lei fa una proposta iniziale nella quale io non metto becco se non interpellato, dopodiché, in una seconda fase, passiamo assieme a limare le tavole che non convincono. Accade anche il contrario: a volte le tavole funzionano così bene che sono io a modificare il testo quando finisce per dire cose che si capiscono benissimo già dai disegni. Tornando a quanto dicevo prima sulla sintesi, poi, con Ilaria abbiamo anche fatto un altro esperimento dove la sintesi è stata anche visiva: si chiama “Il gallo che aveva un barattolo in testa”, un albo che dovrebbe uscire nel 2020 (coronavirus permettendo) per Pane&Sale.
Quali sono stati i feedback dei lettori? Al momento per fortuna sono stati feedback molto buoni. Ma come dicevo noi siamo sempre affamati di nuove opinioni, per cui chi volesse dirci cosa pensa del libro ci scriva su Facebook, su Instagram, via mail, dove vuole!
Ultima domanda: il prossimo viaggio in programma [diamo un segnale di speranza anche attraverso l’intervista] e quello che ricordi con più piacere. Purtroppo non sono ancora riuscito a fare tutti i viaggi che ha fatto il gigante lamentone di “Quanto è piccolo il mondo”, ma ce n’è uno che ricordo molto bene ed è quello a Copenaghen.
La prossima città che ho in programma di visitare è Stoccolma. Probabilmente dovrò posticipare la partenza per via del coronavirus, ma conto di andarci lo stesso. E poi vorrei fare un viaggio da solo prima o poi. Ci ho sempre pensato ma non ho ancora avuto il coraggio di farlo. Che sia arrivato il momento anche per me, come per il gigante, di togliersi gli scarponi?

Titolo: Quanto è piccolo il mondo
Autore: Angelo Mozzillo
Illustrazioni: Ilaria Perversi
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: Racconto illustrato
Pagine: 40
Anno: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Dopo averlo letto: Programmare un viaggio. Poi un altro, poi un altro ancora.

Gli autori
Angelo Mozzillo nasce a Napoli nel 1988. Vive a Milano, dove nel 2014 si è diplomato in regia cine-televisiva alla scuola di cinema Luchino Visconti. A Milano collabora con lo studio Kaos Produzioni come autore di installazioni multimediali per biblioteche, archivi e musei. Nel 2011 ha diretto il cortometraggio Jere Jeff, girato fra Italia e Senegal e presentato al Giffoni Film Festival. Negli ultimi anni ha sceneggiato l’atto unico “Totò e le quattro massime” interpretato dall’attore Maurizio Casagrande e il cortometraggio “Caro Gioacchino” prodotto per il teatro San Carlo di Napoli in occasione dei 150 anni dalla morte di Rossini.
Con Ilaria Perversi ha ideato il cortometraggio animato “Couples” e l’albo illustrato “Abita qui Mimì?”.

Ilaria Perversi nasce nel 1992 a Milano. Nel 2014 si diploma in Digital Animation alla scuola di cinema Luchino Visconti. Il suo cortometraggio animato Couples, ideato insieme ad Angelo Mozzillo, ha vinto numerosi premi nei festival italiani di settore. Attualmente lavora come illustratrice freelance, realizzando pattern e character design per app interattive, editoria, video in motion graphic e cortometraggi animati.
“Abita qui Mimì?” è il suo primo albo illustrato.

Paquito

Lettore medio

Violeta (Virginia Tonfoni & Alessio Spataro)

9788865438466_0_0_422_75… L’arte popolare, la musica sono autentiche solo se interpretate da chi ha vissuto davvero quel luogo! Io voglio vivere il Cile e raccontarlo con la musica cilena!

Comincio con un’ammissione: non conoscevo affatto Violeta Parra prima di aver letto questo graphic novel. E non potevo scegliere modo migliore per accostarmi alla sua musica. “Violeta. Corazón Maldito” (edito da Bao) è una straordinaria biografia a fumetti realizzata da Virginia Tonfoni, autrice della sceneggiatura, e Alessio Spataro, che ha curato i disegni.
Circa 150 pagine per raccontare i momenti salienti della vita di un’artista il cui talento esplode precocemente e altrettanto in fretta l’artista matura le proprie convinzioni politiche affermando contemporaneamente la propria condizione di donna emancipata.
Tuttavia, nonostante il talento, Violeta si mostra anche una donna estremamente fragile, combattuta sempre tra l’amore per la musica e quello per gli uomini che si alternano al suo fianco. Il tutto al ritmo di musica. Quella che scandisce il tempo della storia e sembra dettare i tempi pure delle illustrazioni di Alessio Spataro, che utilizza forme morbide e arrotondate per avvolgere il lettore in una narrazione che incanta il lettore fino all’epilogo.
Non aggiungo altro, lasciando la parola alla sceneggiatrice Virginia Tonfoni.

“Violeta”. Come è nato questo graphic novel? Il fumetto biografico su Violeta Parra nasce come una folgorazione. Stavo per iniziare a tradurre “El Libro Mayor” de Violeta Parra – sul quale ci soffermeremo più avanti – per una collana letteraria per le edizioni de Il Manifesto Libri. La collana avrebbe raccolto voci femminili del ‘900, non solo donne di lettere, ma anche musiciste e artiste. Violeta Parra era la summa cilena del profilo richiesto, ma la collana non è mai partita. Occupandomi di graphic novel sulle pagine di Alias, l’inserto del sabato del Manifesto, un giorno ho capito che la sua storia sarebbe stata bella anche disegnata.
Oltre alla carriera musicale, hai dato ampio risalto alla vita privata di quest’artista. Quali sono state le fonti per documentarsi e, soprattutto, quanto è stato gratificante questo lavoro biografico? Io e Alessio abbiamo voluto raccontare la dimensione umana di un’artista a tutto tondo, famosa principalmente per il suo apporto alla musica cilena e per la riscoperta del patrimonio etnomusicologico del proprio paese. Violeta è stata una donna indipendente e insubordinata, passionale e curiosa e questo suo modo di essere l’ha resa poetessa, musicista, pittrice, tessitrice. Era impensabile trattare la dimensione creativa senza considerare quella umana e personale, e infatti nella sua vita, come nella sua opera, si alternano successi e incomprensioni, importanti riconoscimenti internazionali accompagnati da fasi di totale indifferenza, se non diffidenza, per il suo lavoro.  Ho lavorato molto sul Libro Mayor, il testo che menzionavo in apertura, che è curato dalla figlia Isabel Parra e che raccoglie le testimonianze di Violeta, e delle figure familiari e professionali a lei più vicine, foto bellissime, le lettere struggenti che dalla Svizzera o dalla Francia inviava in Cile, o quelle a Gilbert Favre, il suo ultimo grande amore. Anche la “Autobiografía en Décimas”, l’autobiografia in versi mai tradotta in italiano, è stata fonte di grande ispirazione, perché oltre a raccontare la propria vicenda, qui Violeta dà mostra della musicalità del suo pensiero, delle sue virtù di poetessa. Alcuni di questi versi sono stati utilizzati in chiusura ai capitoli, a mò di colophon. In vista del centenario della nascita di Violeta Parra, sono stati pubblicati anche molti altri testi mentre scrivevamo, per questo abbiamo annotato gli imprescindibili in una piccola bibliografia, insieme a materiali video facilmente reperibili e di grande valore. Per arrivare alla mia gratificazione personale, direi che sarebbe difficile da quantificare: mi piace dire che se la vita a Violeta ha dato il camminare dei suoi piedi stanchi (dal verso di “Gracias a la vida”), lei a me ha dato cammini, molti, diversi e distanti, da percorrere.
Possiamo parlare di graphic novel sensoriale: l’udito viene stimolato continuamente dagli accordi di Violeta; lo sguardo è rapito dall’utilizzo di un solo colore (che contrasta il bianco e nero di fondo). Ma è soprattutto una storia tattile. Fatta di dita che sfiorano una chitarra e di corpi che si cercano continuamente. Concordi? Concordo pienamente – ti ringrazio per averlo notato – sul fatto che “Violeta Corazón Maldito” sia un libro di sensi: a parte la sollecitazione di vista e udito, la tattilità alla quale ti riferisci è probabilmente suggerita subito dal movimento frenetico delle dita sulla chitarra, disegnato magistralmente da Alessio in copertina. Ma c’è anche un’ispirazione materica, legata al senso del legame con la terra, che ha determinato per esempio la scelta del colore. Se noi ci siamo immaginati un Cile assolato e polveroso è stato anche perché Violeta parlava della sua missione di desenterrar (alla lettera dissotterrare) la tradizione musicale cilena; perché tesseva, scolpiva, cucinava, dando espressione molteplice a sapienze che passano attraverso la manualità. Ricorderei anche che Pablo Neruda, nella sua “Elegía para cantar”, la poesia che le dedica nel 1970, la chiama Santa de greda Pura, una santa di pura creta.
Racconti, attraverso questa storia, anche un momento storico particolarmente delicato. Pretesto narrativo o desiderio di raccontare anche qualcosa che andasse al di là della musica? La storia di Violeta attraversa diverse tappe complicate di quella cilena, sicuramente: un primo dittatore Ibañez, al potere la prima volta dal 1927 al 1932, operò forti tagli all’istruzione lasciando molti insegnanti per strada. Tra questi c’era il padre di Violeta, che, già abbastanza incline all’alcool e allo sperpero di denaro, finì per ammalarsi di tubercolosi, e morì lasciando la moglie con 10 figli. Violeta aveva 12 anni, e da allora non smise mai di confrontarsi con il potere. Il suo primo marito, padre di Isabel Parra e di Ángel Parra (morto nei primi mesi del 2017), era un ferroviere che militava nelle file del Partito Comunista. Violeta stessa appoggiò con forza la candidatura di Arturo Alessandri e del Frente Popular; ma nemmeno 10 anni dopo, nel 1948, il nuovo presidente González Videla proclamò quella che è passata alla legge come la Ley maldita, una legge che dichiarava l’illegalità del comunismo, in accordo con gli equilibri internazionali della Guerra Fredda. Un provvedimento che favorì l’istaurarsi della seconda dittatura di Ibañez…Era chiaro che in un paese del genere il lavoro di una donna umile e autodidatta, che cercava di riscattare la storia e le origini del proprio popolo attraverso la musica venisse ignorato, se non direttamente ostacolato. Violeta Parra ha cantato la condizione dei minatori e le rivolte studentesche, tra il 1960 e il 1965, quando viveva in Europa… quasi come se la condizione di lontananza dal Cile le rendesse più facile un’analisi critica delle vicende sociali e politiche della sua terra.
Tecnicamente parlando: come è andato il lavoro con Alessio Spataro? Vi siete fidati l’uno dell’altra? Avete litigato? Oppure avete creato un sano confronto tavola dopo tavola? Litigare? Ci mancherebbe. Ogni volta che Alessio mi inviava un capitolo finito era una festa! Abbiamo lavorato benissimo, sin dal momento in cui gli ho proposto di fare questo libro insieme e lui ha incredibilmente accettato! Io preparavo documenti con storie, aneddoti, dialoghi tratti dalle testimonianze, e anche profili dei vari personaggi e Alessio rispondeva con studi, sequenze e episodi ben costruiti e soprattutto disegnati meravigliosamente. Volevo un tratto morbido e cartoonesco perché la storia di Violeta è molto intensa e a tratti decisamente drammatica, eppure lei conservava un amore alla vita e una positività travolgenti; mi piaceva l’idea che non andasse persa l’ironia e la solarità che per molto tempo ha guidato l’artista nella sua ricerca.
Quali sono stati, finora, i feedback dei lettori? Direi positivi; molti lettori non sapevano chi fosse Violeta Parra, ma conoscevano la sua canzone indimenticata, “Gracias a la vida”, cantata dagli Inti Illimani, che con il golpe del 1973 si stabilirono nel nostro paese. Molta gente si è incuriosita, e in generale le restituzioni sono state positive. Lo scorso anno “Violeta Corazón Maldito” è uscito in Francia per Editions Cambourakis, questo è un buon segnale.
Questo graphic novel ha rappresentato il tuo esordio come narratrice. Visti i presupposti, a quando il prossimo lavoro? Ottima domanda. Insegno spagnolo nella scuola media e mi occupo di graphic novel su Alias, l’inserto del sabato de Il Manifesto, quindi si tratta anche di trovare il tempo materiale per scrivere una storia. Ma realtà ce n’è una già da un po’ nel cassetto che attende proprio il momento per essere raccolta e raccontata. Sarà di nuovo una biografia e di nuovo, un’altra grande donna.

Titolo: Violeta. Corazón maldito
Sceneggiatrice: Virginia Tonfoni
Illustrazioni: Alessio Spataro
Casa editrice: Bao Publishing
Genere: Graphic novel
Pagine: 234
Anno: 2017
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Colonna sonora ideale: Un qualsiasi brano di Violeta Parra.

L’autrice
Virginia Tonfoni è una giornalista e fumettista, nata a Livorno nel 1978. Si laurea in Lingue e Letterature Straniere a Pisa e si trasferisce a Barcellona per seguire un Master in Comunicazione, per poi iniziare a lavorare nel campo dell’editoria e del cinema per sette anni. Nel 2012 decide di tornare a Livorno, dove ora vive e scrive per diverse testate giornalistiche. Ha firmato articoli per Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano e Fumettologica. Il suo esordio nel mondo del fumetto è Violeta, che viene pubblicato da BAO Publishing nel 2017.

Paquito