Lettore medio

La notte non vuole venire (Alessio Arena)

9788860445681_0_0_300_75.jpgIn questo preciso istante, ventotto anni dopo, la prima faccia che donna Gilda ha davanti, appena svegliata dal coma, è quella della guagliona.
E lei, Esterina Malacarne, con i suoi occhi ancora giovani, insediati nel bianco del viso come due mosche sopra a una discreta torta di crema chantilly, rivede quello stesso sorriso incerato, anche qui, su un transatlantico che viaggia a 21,40 nodi in mezzo all’oceano in burrasca.

Un romanzo di formazione intriso di sentimenti. Ritengo sia questo il modo più corretto per recensire “La notte non vuole venire”, il romanzo di Alessio Arena edito da Fandango.
L’autore napoletano racconta la storia di Gilda Mignonette, la più celebre sciantosa (ovvero una cantante dell’avanspettacolo) di inizio ‘900, affidandosi alla voce narrante di Esterina Malacarne, assistente personale della diva durante il suo soggiorno statunitense.
Due personaggi antitetici il cui destino è destinato a ribaltarsi nel momento in cui Frank Acierno, compagno della Mignonette, comincia ad avvertire una forte attrazione per la giovane assistente.
Quali saranno le conseguenze? Al lettore il compito di scoprirlo affidandosi a una storia che appassiona pagina dopo pagina e alla scrittura di Arena, autentico punto di forza del romanzo. L’autore dà al romanzo un taglio molto cinematografico che permette al lettore di visualizzare intere scene con un coinvolgimento che abbraccia persino l’udito (assai spesso ho avuto la sensazione di sentire le ovazioni del pubblico e gli applausi riservati alla Mignonette). Inoltre i personaggi vengono descritti con grande profondità e con dettagli che non passano mai inosservati. Dulcis in fundo la presenza di due guest d’eccezione: il divo in ascesa Frank Sinatra e il poeta Federico García Lorca. Due ottimi comprimari che non rubano la scena alle due donne ma che sanno prendersi la scena al momento giusto.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

La notte non vuole venire. Come è nato questo romanzo? È nato, come credo succeda con la maggior parte dei romanzi in circolazione, dopo anni di lavoro. Volevo raccontare la storia di un personaggio affascinante, una donna dalla voce poderosa che calcò per prima le scene dei teatri importanti d’America, che visse il successo e poi l’oblio con la stessa decadenza, la stessa fragilità. Sapevo si conoscesse poco di Gilda Mignonette, e la tentazione di raccontare la storia di un’artista napoletana vissuta nella New York degli anni venti e trenta era troppo forte. Ho ricercato tutti i dati biografici che erano in circolazione, ho ascoltato e studiato molto le sue canzoni, e poi ho cercato di immaginare la sua vita raccontata da colei che fu la sua ombra, un’assistente personale che le faceva anche da interprete e che la seguiva ovunque. Così, la protagonista del romanzo è diventata Esterina Malacarne.
La tua è un’opera di fantasia, tuttavia citi fonti storiche e situazioni molto attendibili. Quanto è stato difficile/divertente recuperare informazioni risalenti a circa un secolo fa? Questo processo di recupero di documenti, di ricerca di riviste e libri in biblioteche diverse, di interviste, di schemi e ritratti dei personaggi abbozzati su una lavagnetta, è per me la vera stesura del romanzo. Credo che se ogni autore potesse raccogliere il materiale di cui si è servito per un libro, e ne facesse, che ne so, una mostra, il lettore sarebbe molto sorpreso e divertito. Nel libro precedente, “La letteratura tamil a Napoli” (Neri Pozza, 2014) spingevo ancora di più sul pedale della finzione, ma per scriverlo sono stato mesi e mesi a leggere di induismo, di guerre politico-religiose in Oriente, tra le altre cose. In questo caso ho messo mano alla sconfinata letteratura dell’emigrazione italiana. È incredibile la quantità di storie che uno scopre.
La Gilda Mignonette che racconti è una donna particolarmente fragile, perfetta antitesi della diva da palcoscenico di cui si ha memoria. Perché hai deciso di concentrare la tua attenzione proprio su questo suo lato debole? Perché non considero sia stata una donna di successo. Ebbe successo come artista, ma come essere umano fu sempre infelice. Su questa dicotomia mi sono interrogato a lungo e ho cercato di indagare anche nelle vicende di altri artisti. Dedicarsi al palcoscenico, alla maschera, può essere molto rischioso.
Veniamo adesso a Esterina, voce narrante di questa storia: una donna abituata a restare nell’ombra, a osservare silenziosamente ogni movimento della diva cui fa da assistente. Tuttavia, anche Esterina ha un cuore che pulsa e che reclama a gran voce l’amore. Forse per sentirmi più libero ho preferito dare la voce principale nella partitura di questo libro a un personaggio del quale si sa meno di niente. Ma il fatto che Gilda Mignonette, nel suo lungo soggiorno in America, non avesse imparato l’inglese e si servisse di una interprete, di una voce più autorevole della sua, che pure cantava parole struggenti e indimenticabili, mi sembrava un dato davvero degno di essere preso in considerazione. Esterina è nemica intima di donna Gilda. Non ha il suo talento, non ha la sua avvenenza. Ma si nega da subito all’esercizio dell’autodistruzione. È generosa verso se stessa, più di quanto non lo sia la sua signora.
Federico García Lorca: uno straordinario comprimario che diviene un prezioso punto di riferimento tanto per Gilda quanto per Esterina. Come è nata questa connessione? Lorca è stato il primo autore spagnolo che ho letto e amato, quando, per circostanze familiari, da bambino mi sono trovato a vivere in Galizia, a Madrid, e poi in Catalogna, dove sono tuttora. L’insuperato poeta andaluso, nel 1927, passò un tempo a New York, città che lo terrorizzò e che ispirò il suo libro più drammaticamente surrealista, “Poeta en Nueva York” (che sarebbe uscito solo nel ’40, dopo la morte dell’autore). Ian Gibson, ispanista e biografo di Lorca, racconta che il poeta frequentava Harlem e Little Italy dove andava ad ascoltare musica. Gilda, in quell’anno, era davvero famosissima a New York. Ho dato per scontato che Lorca, che era anche un esperto pianista, l’abbia conosciuta e apprezzata. A partire da lì, ho immaginato la relazione tra i due, e soprattutto ho voluto dare un’altra opportunità al poeta, che nella finzione del romanzo non muore per mano della falange spagnola, ma continua a vivere negli Stati Uniti.
Frank,un nome che si ripete spesso nel romanzo: Acierno, compagno di Gilda, ma anche e soprattutto Sinatra. Anche in questo caso, cosa ti ha spinto ad avvicinare queste due leggende della musica? Questo è un dato reale. È vero che Gilda ha conosciuto Sinatra e l’abbia incoraggiato molto agli inizi della sua carriera, ed è vera anche la storia della relazione tra la Mignonette e Rodolfo Valentino, dopo la morte del quale Gilda incise diverse canzoni che ne lamentavano la perdita con colorati toni elegiaci.
Quali sono stati, finora, i feedback dei lettori? La pubblicazione di un libro, per me, è sempre l’inizio di tante sorprese. Grazie a questa storia ho avuto l’opportunità di viaggiare per il Paese, chitarra in spalla, a cercare di rendere anche la voce del romanzo, vale a dire, interpretando diverse perle segrete del poco conosciuto repertorio della Mignonette. In alcuni festival, come a Salerno Letteratura, alla Notte Bianca del libro di Potenza e al Nuovo Teatro Sanità ho proposto un vero e proprio recital, in cui quello stesso repertorio è rivisitato da due violoncellisti, in scena con me, e da Cristina Donadio. Un libro è sempre un tentativo di avvicinarmi alle persone, di comunicare qualcosa che, nel mio caso, non riesco a dire tutta in una canzone, che mi esige uno spazio e un tempo diversi. Mi piace scoprire che chi conosce un mio album ha letto uno dei romanzi, o che chi normalmente mi legge, si presenta a un concerto. La mia ricerca, in questi anni (e ancora ci lavoro), ha avuto sempre l’obbiettivo che musica e letteratura potessero coincidere.
Sei al lavoro su un nuovo romanzo? Nel caso, puoi anticiparci qualcosa? Sì, ho appena concluso la prima stesura di un romanzo. Una storia corale di amore e di morte ambientata tra il Cile e la Lucania dei primi del secolo scorso. Durante un tour che, due anni fa, mi ha portato ad attraversare il deserto dell’Atacama, nel nord del Cile, sono venuto a conoscenza della storia di una donna che, per ricongiungersi con il marito emigrato, si era imbarcata con una bambina piccola per l’Argentina. Da lì, dopo essere salita su un treno che la portò dall’altra parte dell’immenso Paese, aveva poi attraversato le Ande in groppa a una mula. Su quell’unica immagine ho cercato di costruire una storia, ambientandola in uno spazio e in un tempo precisi.

Titolo: La notte non vuole venire
Autore: Alessio Arena
Casa editrice: Fandango
Genere: Sentimentale
Pagine: 315
Anno: 2018
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: cercare in rete un’esibizione di Gilda Mignonette e godersi la sua voce.

L’autore
Alessio Arena (1984), nato a Napoli, è scrittore, cantautore e traduttore.Ha vinto la XXIV edizione di Musicultura e il premio A.F.I. al miglior progetto discografico. Autore e interprete di quattro album (tra cui il più recente Atacama!) pubblicati tra Italia e Spagna, dove vive, ha scritto canzoni per altri artisti, testi per il teatro, e i romanzi “L’infanzia delle cose” (Manni 2009, Premio Giuseppe Giusti Opera Prima), “Il mio cuore è un mandarino acerbo” (Zona/Novevolt, 2010) “La letteratura Tamil a Napoli”(Neri Pozza 2014) e “La notte non vuole venire”(Fandango 2018).

Paquito

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Hated. Gli occhi del demone (Angelica Elisa Moranelli)

9788832781366_0_0_422_75Buio.
Luce.
I lampi sono pallidi artigli che dilaniano le tenebre.
Luce.
Poi di nuovo buio.
Il fragore del tuono fa tremare la terra e il mio cuore:
sull’erba si allungano le ombre scheletriche delle querce.

C’è poco da dire su un romanzo del genere: “Hated” di Angelica Elisa Moranelli (edito da Homo Scrivens per la collana Dieci) è un avvincente storia di odio. Un odio che, irrimediabilmente, nasce dal grande amore: quello che lega Isy, una giovane cacciatrice il cui destino sembra segnato in una eterna caccia ai demoni, e Veil, creatura soprannaturale che sembra avere una spiccata umanità.
Quel che ho apprezzato di questo romanzo è la capacità dell’autrice di mostrare al lettore il lato fragile dei due protagonisti: in battaglia sembrano non temere la morte né alcuna ferita, tuttavia tremano al solo pensiero di poter perdere l’altro.
Apprezzabile l’ambientazione: un mondo fantastico post apocalittico in cui demoni ed esseri umani provano a convivere, lottando per la sopravvivenza e per l’affermazione della propria specie. Riusciranno i due eroi a vivere il loro sentimento?
Ai lettori il compito di scoprirlo. Per il momento passo la parola all’autrice.

Hated. Come è nato questo romanzo? “Hated” è nato come un racconto breve che si focalizzava sul rapporto di odio e amore tra i due protagonisti, una cacciatrice di demoni, Isy, e un demone del vento, Veil, costretti a viaggiare assieme in un mondo in preda all’odio e alla superstizione. Qualche anno dopo, ho voluto riprendere quella storia e ampliarla, collocandola in un mondo post-apocalittico, perché mi affascinava l’idea di raccontare la nascita di un amore nell’odio, nell’ignoranza, nella violenza. Inoltre, volevo approfondire il background di Isy e Veil, il loro passato e, soprattutto, il loro futuro: mi dava la possibilità di parlare di argomenti che mi stanno molto a cuore, come la lotta ai pregiudizi, la difesa della natura, i rapporti fra esseri umani.
Gli ingredienti tipici del fantasy ci sono tutti: azione, sentimenti, creature fantastiche che vivono a contatto con gli umani. Irrimediabilmente devo chiederti quali sono stati gli autori di riferimento. Tolkien per il dualismo fra Bene e Male e per la maestria nel world building. George R.R. Martin per il crudo realismo trasportato nel fantasy e per la rigorosissima ricostruzione dei punti di vista. Cormac McCarthy per l’atmosfera distopica. Cito solo questi autori, altrimenti la lista diventa troppo lunga, ma ovviamente ce ne sono tantissimi.
Isy: una giovane cacciatrice il cui destino sembra segnato, fino a quando i sentimenti non prendono il sopravvento. Quanto siete simili tu e la protagonista del romanzo? Non molto, a dire il vero. Isy è riflessiva, segue più la ragione che l’istinto, anche se la parte irrazionale di sé le crea non pochi disagi, almeno all’inizio della storia. Rimanda le sue decisioni e continua a prendere tempo, perché teme di dover guardare in faccia la realtà. In parte, condivido con lei alcuni sentimenti: il legame profondo con il passato, l’amore per le storie, l’idea di dover avere una meta.
Veil, antieroe per eccellenza. Combatte per la propria sopravvivenza ma soprattutto per amore di Isy sfidando la sua stessa natura demoniaca. Quanto è stato difficile/gratificante creare il conflitto interiore di questo personaggio? Veil è un personaggio in parte oscuro, non solo per la sua natura. Nella storia, il punto di vista che seguiamo è quello di Isy e quindi di Veil sappiamo ciò che Isy percepisce di lui: pericoloso, innamorato, furioso, triste, felice… Il fascino di far muovere sulla scena Veil è proprio questo. Non sappiamo mai davvero cosa stia pensando, se i suoi occhi sono animati da una luce malvagia o buona.
E ora parliamo d’amore. Forse non vincerà su tutto e tutti, ma sembra essere l’arma più potente in circolazione, almeno nel regno popolato di demoni che racconti. Sì, il senso della storia che volevo raccontare è esattamente questo. Il romanzo si chiama “Hated” e parla certamente di odio, ma è impossibile parlare di odio senza mettere sul piatto della bilancia la sua controparte: l’amore è una forza atavica, che continua a far fare cose folli, in positivo e in negativo, agli uomini. È vita. Tradizionalmente collochiamo questa forza nel cuore, in realtà la sua sede è il cervello: amiamo perché abbiamo un cervello che ci consente di farlo e questo, forse, ci ha dato la possibilità di sopravvivere e diventare padroni del pianeta.
Vista la vastità di spunti narrativi che romanzi del genere possono generare è irrimediabile chiederti se “Hated” avrà un sequel, un prequel o magari uno spin off. La storia di Isy e Veil è conclusa e per il momento non prevedo un seguito. Ho lasciato uno spiraglio, forse tornerò in quel mondo, ma per ora preferisco pensarla chiusa così.
Quali sono state le prime reazioni dei lettori? L’idea di un fantasy ambientato in un mondo post-apocalittico con due protagonisti innamorati e tormentati ha riscosso parecchio entusiasmo nei lettori di genere, ma anche in quelli che non si sono mai accostati al fantasy! Per alcuni, questa sarà la prima storia fantasy che leggeranno… sono molto felice, perché in effetti, al di là dell’ambientazione, odio, amore e sopravvivenza sono argomenti trasversali.
Un saluto ai lettori medi! Grazie mille, Lettore Medio, per avermi ospitato sul blog e un enorme saluto ai tuoi lettori: spero che la storia di Veil e Isy vi abbia incuriosito!

Titolo: Hated
Autrice: Angelica Elisa Moranelli
Casa editrice: Homo Scrivens
Genere: Fantasy
Pagine: 256
Anno: 2019
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Letture consigliate: La saga di “Shadowhunters” di Cassandra Clare

L’autrice
Angelica Elisa Moranelli è autrice, blogger, digital PR, grafico ed editor. Vive a Salerno, legge libri di tutti i tipi e beve ettolitri di tè e caffè americano. È autrice della saga fantasy “Armonia di Pietragrigia” e della serie romantico-umoristica “Dafne & l’Amore”. Nel 2017 si è classificata terza al Premio Battello a Vapore.

Paquito

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Il calcio e la bicicletta scomparsa (Marco Cattaneo e Alessandro Costacurta)

9788893818254_0_0_422_75«Magari è stato Ibra» disse Camillo.
Alberto balbettò: «Co-come?»
«Ibrahimović» disse Camillo, di nuovo.
«E che c’entra Ibrahimović?» singhiozzò Alberto.
«Da bambino rubava le bici…»

Partiamo da un presupposto: adoro la narrativa sportiva. Pertanto aspettatevi una recensione positiva de “Il calcio e la bicicletta scomparsa”,il nuovo libro di Marco Cattaneo e Alessandro Costacurta, edito da Salani.
Preferenze letterarie a parte, ci si ritrova di fronte un libro molto divertente rivolto a un pubblico di giovanissimi lettori ai quali trasmettere, attraverso la storia di Camillo (protagonista de Il calcio e lo scolapasta, un romanzo che abbiamo recensito qualche mese fa), non solo la passione per il calcio ma anche per le storie. Come quella di due fuoriclasse quali Ibrahimović e Buffon o di un calciatore non particolarmente popolare, Vito Chimenti, autore di uno dei gesti tecnici più apprezzati della storia del calcio.
Poco più di 100 pagine che scorrono piacevolmente, supportate dalle illustrazioni di Michele Monte.
Non aggiungo altro lasciando agli autori l’onore di raccontare la nuova avventura del più giovane aneddotista della letteratura italiana.

Dopo il successo del primo libro, riecco Camillo e i suoi aneddoti calcistici. Visto che vogliamo sapere tutto, ma proprio tutto, cominciamo dalla scelta dei calciatori raccontati: Zlatan Ibrahimović, Vito Chimenti e Gianluigi Buffon. Perché proprio loro? [Marco] Nasce tutto da Zlatan, e poi funziona come il gioco delle associazioni di idee: Zlatan è un supereroe fatto e finito, un personaggio che i bambini adorano. Ha poteri magici con cui segna in ogni modo, il naso affilato come una spada, e una storia molto difficile alle spalle, che può insegnare molto. Zlatan in Svezia visse un’infanzia molto dura, in un quartiere malfamato. Un giorno fu costretto a rubare una bicicletta per non fare tardi all’allenamento (e si accorse che era quella del postino). Da qui l’idea della bicicletta, che appunto come associazione di idee si collega al gesto tecnico della bicicletta (quello inventato dal mitico Vito Chimenti, che probabilmente ricordi…) e a Gigi Buffon, che debuttò in Serie A proprio contro il Milan di Billy quando era ancora minorenne, e allo stadio ci andava pedalando!
Conosciamo, in questo romanzo, gli amici di Camillo. Per creare questi spassosi comprimari, quanto ti hanno ispirato i “tre piccoli asteroidi” che ti ritrovi tra le mura di casa? [Marco] Moltissimo. Ogni espressione, ogni gesto, deriva dal rapporto che ho con loro (e coni loro amici). Casa nostra è diventata una sorta di succursale di asilo ed elementari, e nelle giornate invernali c’è spesso a casa un amico per asteroide. Diciamo che ogni minuto passato con loro è una clamorosa fonte d’ispirazione, per non parlare di quando le giornate si allungano e allora si passano interi pomeriggi ai giardini di fianco a scuola, che hanno due piccole porte e uno spazio sufficiente per ospitare un 8 contro 8, che ogni tanto è 2 contro 2 e arriva anche a 16 contro 16. In quel caso le partite arrivano anche a durare tre ore, e si concludono sempre col derby padri contro figli.
Calcio e libri fanno ormai parte della quotidianità. Da autore ma soprattutto da lettore suggerisci un libro sportivo che consideri imprendibile. [Marco] È un po’ banale, ma senza alcun dubbio il libro sportivo che ho amato di più è stato “Open”, la biografia di Agassi scritta con Moehringer. Poi aggiungo “La simmetria dei desideri” di Nevo, che non è un libro sportivo, ma racconta la storia di un gruppo di amici la cui vita è scandita da un appuntamento fisso, che si ripete ogni quattro anni: il mondiale di calcio.
Il racconto della carriera di Buffon è affidato al tuo personaggio,una favola sportiva nella quale viene citato anche Gigio Donnarumma. A tuo parere ha le capacità per reggere il paragone con una leggenda del calcio come il numero 77 della Juventus? [Billy] Sì, e non solo le capacità. Ci sono alcuni portieri – e sono pochissimi – che trasmettono un senso di sicurezza alla squadra che in campo si sente: e Gigio, come Gigi, è uno di questi. A me non è capitato spesso, in carriera, ma vi assicuro che per noi difensori, e non solo, avere un guardiano di cui ti fidi alle spalle fa tutta la differenza del mondo: e io l’ho provato con Gigi in nazionale, con Peruzzi, con Dida nel suo periodo magico, con Seba Rossi quando non ci segnavano mai. Gigio ha appena 20 anni, ed è in continua crescita(avete visto come gioca coi piedi, adesso?). È un fenomeno, non c’è alcun dubbio.
Più che mai si esalta, tra le pagine di questo libro, il valore dell’amicizia: quella tra compagni di squadra ma anche e soprattutto tra avversari. Quanto, da professionista, ti fa rabbia che un calciatore – ancora oggi – debba essere oggetto di cori razzisti? [Billy] Non solo da professionista: mi fa rabbia, mi fa male da uomo, da padre. Il razzismo è la grande tragedia dell’ultimo secolo. È necessario partire dall’educazione, dal dialogo, dall’insegnamento, e dunque dal lavoro delle famiglie, delle scuole, e anche nel nostro piccolo di noi che facciamo comunicazione, in tv e scrivendo libri destinati ai più piccoli. Poi però servono punizioni dure e tecnologie sempre migliori, per individuare i responsabili e cacciarli dagli stadi. Dobbiamo escludere i razzisti, dobbiamo allontanarli.
Sono più che convinto che Camillo frema dal desiderio di raccontare nuovi aneddoti calcistici. Siete già al lavoro sul prossimo episodio della sua saga? [Marco] Dipendesse da Camillo… avresti già scritto la recensione del decimo! Nel prossimo racconterà di Gareth Bale, del mago Herrera e di Francesco Totti. La storia è ambientata dal parrucchiere, un sabato mattina (qui c’è molto di autobiografico, e del terrore che provavo quando ero costretto ad accompagnare i miei a fare le commissioni in giro per Milano, il sabato mattina appunto, per fortuna con Topolino in mano). Camillo incontra un bambino nella sua stessa situazione, e con molte cose in comune…
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? [Marco] Ieri a scuola un bimbo di seconda mi ha fatto la tua stessa domanda di prima: quando torna Camillo, e di chi ci parla? Ma mi ha toccato moltissimo la confidenza di una mamma, a una presentazione: mi ha detto che suo figlio è molto basso, per qualcuno TROPPO basso per giocare a calcio. Quando ha letto la storia di Messi si è fatto coraggio, e ha portato il libro al suo allenatore e ai compagni: “Leggete un po’!Cosa dicevate di quella storia dell’altezza?”
Domanda tormentone: chi vincerà il campionato? [entrambi] Inglese? Il Liverpool!Ah no, ai giardinetti… Tutte a pari punti!Ok, la Serie A: una tra Juventus, Inter… e Lazio!

Titolo: Il calcio e la bicicletta scomparsa
Autori: Marco Cattaneo e Alessandro Costacurta
Casa editrice: Salani
Genere: Narrativa sportiva per ragazzi
Pagine: 124
Anno: 2019
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Letture consigliate: “Open. La mia storia” di Andre Agassi. “La simmetria dei desideri” di Eshkol Nevo (entrambi suggeriti da Marco Cattaneo).

Gli autori
Marco Cattaneo è un giornalista sportivo, e da quando tre piccoli asteroidi sono precipitati nella sua vita racconta loro tante storie legate al calcio, la sua grande passione. Ha condotto programmi di calcio per bambini su Disney Channel e ora è conduttore e telecronista per Sky Sport, ma se avesse avuto due piedi migliori, un fisico migliore, una visione di gioco migliore e capacità aerobiche migliori, probabilmente oggi avrebbe vinto tante Coppe quante quelle di Billy.

Alessandro Costacurta, detto Billy, è stato uno dei più grandi difensori della storia del calcio. Nel giardino di casa sua sono precipitati innumerevoli asteroidi a forma di trofeo: 7 Scudetti, 5 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, e via dicendo. Con la maglia del Milan ha giocato quasi settecento partite e conquistato un record dopo l’altro, con quella della Nazionale italiana è stato vicecampione del mondo a USA 1994.

Paquito

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I topi del cimitero (Carlo H. De’ Medici)


9788899729288_0_0_502_75Quella notte di plenilunio era stata incantevole. L’avevo trascorsa vegliando, poggiato al grande, secolare cipresso che si erge sul sacrato, vicino all’uscio della vecchia chiesa.

Un libro davvero interessante,credo bastino queste quattro parole per recensire “I topi del cimitero”, la raccolta di racconti a cura di Carlo H. De’ Medici edito da Cliquot.
Diciotto racconti all’interno dei quali l’autore parla d’amore e di esoterismo. Storie delle quali è la notte l’autentica protagonista;la notte che ispira gli amanti diabolici del racconto “La felicità”. L’assistente di un farmacista s’innamora di Olga, l’avvenente moglie del titolare. I due vivono una travolgente passione fino al giorno in cui decidono di disfarsi – sfruttando una fortunata casualità – dello speziale.
Ma la notte incombe pure sopra la locanda che fa da sfondo a “Quel burlone di Nane”. Un autentico poliziesco di inizio novecento (i racconti sono stati realizzati all’inizio degli anni ’20 del secolo scorso) con i protagonisti – due amici piuttosto brilli – impegnati a comprendere a chi appartenga il corpo senza testa trovato in una stanza.
Ma tra le pagine di questa raccolta vi è spazio anche per i sentimenti, come nel caso de “La Taciturna” o “Per la mia pace” e per l’azione allo stato puro, come nel caso de “I topi del cimitero” e “Il brigantino grande”.

Ho apprezzato moltissimo questo libro innanzitutto per la tecnica: l’autore ricorre sempre alla prima persona comunicando al lettore il piacere di diventare parte della storia. L’utilizzo di questo registro narrativo permette anche delle digressioni – come nel caso di “Perché” – sulla vita, l’amore e la morte, tre temi portanti dell’intera raccolta. Raccolta arricchita da un’appendice nella quale compaiono i racconti contenuti nel volume “Crudeltà” (1927) e dalle illustrazioni dello stesso De’ Medici.
Infine un plauso alla linea editoriale di Cliquot mirata al recupero di classici che meritano l’occasione di essere letti a distanza di un secolo dalla loro pubblicazione.

Titolo: I topi del cimitero
Autrice: Carlo H. De’ Medici
Casa editrice: Cliquot
Genere: Racconti gotici
Pagine: 136
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Letture consigliate: “Dracula” di Bram Stoker.

L’autore
Di Carlo H. De’ Medici (1877-19??) si hanno scarne notizie. Visse per molti anni a Gradisca d’Isonzo; fu giornalista, scrittore, illustratore e studioso di scienze occulte. Si dedicò in prevalenza alla narrativa gotica. Oltre a “Gomòria” (1921), ricordiamo “Leggende friulane” (1924), “I topi del cimitero” (1924), tutti illustrati dall’autore, e “Nirvana d’amore” (1925). Scrisse anche testi di occultismo ed esoterismo di difficilissima reperibilità.

Paquito

Lettore medio

L’anno in cui imparai a leggere (Marco Marsullo)

9788806242398_0_0_454_75Se me lo avessero chiesto prima, prima che conoscessi Lorenzo, intendo, non avrei mai saputo rispondere alla domanda: «Qual è il più grande nemico dei bambini?»
Non avrei mai saputo rispondere perché, prima di Lorenzo, non avevo mai conosciuto un bambino.

Tenero. Credo sia questo l’aggettivo giusto per definire “L’anno in cui imparai a leggere”, il nuovo romanzo di Marco Marsullo edito da Einaudi. Niccolò è un giovane scrittore sulla rampa di lancio che, durante una presentazione, incontra Simona e se ne innamora. Ma il vero amore legherà il protagonista a Lorenzo, figlio quattrenne (giusto per citare il romanzo) della ragazza. Un bambino normalissimo in grado di scombussolare il mondo di Niccolò specie quando Simona partirà per una tournée teatrale affidando il proprio pargolo al fidanzato. Funzionerà questa convivenza? E continuerà a funzionare quando, un giorno, si presenterà Andrés, il padre biologico di Lorenzo?

Ai lettori il compito di scoprirlo. Per quanto mi riguarda promozione a pieni voti per questo romanzo col quale Marsullo si rivela un autore versatile: “L’anno in cui imparai a leggere” è una commedia che, con grande leggerezza, tratta un tema delicato come quello delle famiglie allargate, ma soprattutto parla d’amore (filiale e non) con una spensieratezza che fa bene ai lettori. Come in altre circostanze, ho apprezzato molto il lavoro sui personaggi: descritti con attenzione e con grande profondità, con delle chicche come quella di Peppino, un bambino di quattro anni che, per attirare l’attenzione, inscena il suo suicidio.
Non aggiungo altro e lascio la parola a Marco.

L’anno in cui imparai a leggere. Come è nato questo romanzo? Volevo raccontare tre cose, essenzialmente. Una famiglia atipica, anticonvenzionale, dove non ci fossero ruoli prestabiliti o stabiliti da legami di sangue. La paternità, quella non scelta, che molti uomini hanno dentro e scoprono all’improvviso trovandocisi dentro. E, infine, il mondo dei bambini, nel modo più vero e serio possibile.
Hai ribadito più volte, durante le presentazioni, che non si tratta di un romanzo autobiografico (anche se la fede calcistica del protagonista direbbe il contrario!), tuttavia è lecito chiederti: quanto c’è di vissuto in queste pagine? C’è una mia grande emozione in una storia totalmente inventata. Ci sono i miei anni di maestro di scrittura creativa in una scuola elementare, e tutto il mio bagaglio emotivo quando si parla di famiglie, che a me diverte sempre tanto raccontare.
Senza nulla togliere a Niccolò, il vero protagonista di questa storia è Lorenzo: un universo sotto forma di bambino. Esiste davvero un Friculillo (leggete il romanzo per saperne di più!) del genere oppure la tua fervida immaginazione ha generato il figlio che tutti vorrebbero avere? Esistono tanti bambini come Lorenzo. Seri, maturi, taciturni, già grandi a quattro anni. Sono quei bambini che affrontano gli abbandoni, le sfide quotidiane contro cose – apparentemente – più grandi di loro. Sono i figli che devono crescere in fretta. Spesso, siamo noi stessi, anche se non lo ricordiamo più.
Andres e Niccolò: messi insieme genererebbero il padre perfetto. Presi singolarmente… Considerazioni a parte, cosa invidi a ognuno dei due? Non invidio niente, se mai ammiro la loro capacità di sbracciare in mare aperto senza aver mai imparato davvero a nuotare. Quella forza della vita che li attraversa perché, al principio, non hanno scelta. Ma che poi diventa la loro ferma convinzione di stare al mondo.
Marco Marsullo e i bambini. Come te la cavi con loro? Li adoro, letteralmente. Sono la parte più bella del mondo. Non vedo l’ora di avere un figlio, per certi aspetti.
Festeggi, quest’anno, i 10 anni di gavetta letteraria (“carriera letteraria” fa un po’ troppo scrittore incanutito). Come e quanto sei cambiato dal punto di vista professionale e umano? Dieci anni di viaggi, treni, alberghi, librerie, librai, lettori, dediche, presentazioni. Questo mi ha cambiato, più che le tante pagine scritte. Le tantissime persone che ho avuto il privilegio di incontrare mi hanno fatto diventare un uomo sempre un po’ più grande e capace di stare al mondo. Le persone fanno sempre la differenza nella crescita di un individuo.
Quali sono state le prime reazioni dei lettori? Questo romanzo sta crescendo con un passaparola spontaneo e pieno d’amore. Sarà il tema, o la dolcezza e l’intimità della storia, non saprei. Ma in tanti lo stanno amando. E per me è stupendo tutto questo amore intorno alla mia storia.
A tal proposito: il commento che ti ha commosso di più. Be’, impossibile dirlo. Anche se quello di una coppia di genitori adottivi che mi ha chiesto di dedicargli il libro a distanza, scrivendo una frase su  un foglio e inviare loro la foto per incollarla sul libro, forse è la più tenera.
Visto che innumerevoli sono state le dediche al nostro blog, concludiamo questa chiacchierata con una proposta: hai la possibilità di lanciare Infernal Manichino. Contro chi o cosa scagli il più improbabile degli stuntman? Contro una parete di uova. Sai che spettacolo?

Titolo: L’anno in cui imparai a leggere
Autrice: Marco Marsullo
Casa editrice: Einaudi
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 277
Anno: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Letture consigliate: “Signori bambini” di Daniel Pennac
Film consigliati: “Tre scapoli e un bebè”, film del 1987, diretto da Leonard Nimoy.

L’autore
Marco Marsullo è nato a Napoli nel 1985. Nel 2009 esce il suo primo libro “Ho Magalli in testa, ma non riesco a dirlo” (Nobus Edizioni), una raccolta di racconti dal tema surreale e grottesco. Nel 2013 pubblica il suo romanzo d’esordio “Atletico Minaccia Football Club” (Einaudi Stile Libero), che riceve nello stesso anno il Premio Hermann Geiger Opera prima. Tra gli altri suoi libri ricordiamo: “L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache” (Einaudi Stile Libero), “Dio si è fermato a Buenos Aires” (Laterza Editore), “I miei genitori non hanno figli” (Einaudi Stile Libero), “Il tassista di Maradona” (Rizzoli), “Due come loro” (Einaudi Stile Libero). Collabora come editorialista alla Gazzetta dello Sport.

Paquito

Lettore medio

La città senza cielo (Jean Malaquais)

9788899729264_0_0_454_75«È proprio quando sei più sicuro del fatto tuo che fai le peggiori fesserie, Pierre»

“La città senza cielo” di Jean Malaquais (edito da Cliquot) è un romanzo che necessita una grandissima attenzione. Ogni sequenza, ogni movimento di scena, ogni battuta di dialogo sono gli ingranaggi di un meccanismo narrativo davvero interessante.
Pierre Javelin è un uomo comune: lavora per l’Istituto nazionale per la bellezza e l’estetica entrando nelle case (appartamenti inseriti in enormi casermoni sempre uguali) mostrando la sua merce – prodotti per la cosmesi molto apprezzati dal gentil sesso – ripetendo, giorno dopo giorno, gli stessi percorsi e gli stessi gesti.
Una monotonia che viene stravolta nel momento in cui, di fronte alla prospettiva di un aumento, firma il contratto con una sigla indecifrabile. Una disattenzione, uno scherzo ai danni della burocrazia o, forse, il desiderio di ribellarsi alla ripetitività della sua vita.
Sta di fatto che, da quel giorno, Pierre Javelin mette in discussione ogni singola certezza: a cominciare dalla propria abitazione nella quale non troverà più ad attenderlo la moglie Catherine ma i coniugi Bomba e Kouka. Che fine hanno fatto: sua moglie, la sua casa, i suoi colleghi e tutte le sue certezze?

Tremendamente attuale, questo romanzo degli anni ’40 mi ha lasciato addosso un forte senso di piacevole inquietudine. Pierre è un personaggio che, da un momento all’altro, si ritrova completamente solo e con la consapevolezza che uno, dieci, cento, forse mille burocrati lo stanno osservando attraverso discrete lenti d’ingrandimento con cui si tengono sott’occhio (e di conseguenza sotto controllo) tutti quelli che – anche solo col pensiero – vogliono ribellarsi al Sistema, qualunque esso sia.
Un libro scritto in modo impeccabile dal punto di vista tecnico, con dialoghi serrati e con un taglio molto cinematografico, che si arricchisce dell’introduzione di Norman Mailer. Utilissima, quest’ultima, per comprendere la natura dell’autore: uno squattrinato polacco che vive in Francia, ritrovatosi confidente di Gide, un autore che influenzerà la produzione di Malaquais (piuttosto limitata a dire il vero) ma soprattutto la sua esistenza.

Titolo: La città senza cielo
Autrice: Jean Malaquais
Casa editrice: Cliquot
Genere: Distopico
Pagine: 284
Anno: 2019
Prezzo: € 20,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Letture consigliate: “1984” di George Orwell; “Il processo” di Franz Kafka.
Film consigliati: “The Truman Show” diretto da Peter Weir.

L’autore
Jean Malaquais(1908 – 1998), di origini polacche, si trasferì in Francia e imparò la lingua in cui avrebbe scritto le sue opere soltanto da adolescente. Nel 1935, dopo anni di impieghi modesti, conobbe e lavorò per André Gide che ne individuò il talento.

Paquito

Lettore medio

Il treno dei bambini (Viola Ardone)

9788806242329_0_0_503_75Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio.

Una coccola prima di andare a dormire. Mi piace definire così “Il treno dei bambini”, il romanzo di Viola Ardone edito da Einaudi.
In una Napoli che fa fatica a rialzarsi dalle macerie della seconda guerra mondiale, il piccolo Amerigo Speranza si vede costretto a lasciare la propria casa: andrà in Emilia Romagna insieme a migliaia di altri bambini, ospite di una famiglia del nord che si prenderà cura di lui. Un distacco inizialmente traumatico che, col tempo, avrà risvolti inaspettati.

Un romanzo quanto mai attuale. Basta leggere qualsiasi quotidiano per ritrovare tematiche affini a quelle narrate. La scrittura di Viola Ardone è accogliente: con leggerezza racconta il dramma di una Napoli fatta a pezzi dalla guerra e, attraverso le ceneri e le macerie, dà voce a migliaia di bambini in cerca di una speranza lontana centinaia di chilometri da casa. Non aggiungo altro, è il momento dell’autrice.

Il treno dei bambini. Come è nato questo romanzo? È nato dal desiderio di riannodare fili di memoria perduta. Ho avuto la possibilità di parlare con diversi “bambini” dei treni, oggi ottantenni, che mi hanno testimoniato la loro voglia di condividere questa storia, di farla conoscere alle generazioni future.
Amerigo Speranza: un ragazzino decisamente maturo che, d’improvviso, si ritrova a centinaia di chilometri da casa. Chi o cosa ha ispirato un personaggio del genere e quale messaggio volevi comunicare attraverso questo nome?Amerigo va in cerca della sua personalissima “America”. È un piccolo migrante, che insieme a tanti altri, attraversa una frontiera non politica ma ideale tra un sud svantaggiato e impoverito e un nord con maggiori opportunità e più benessere. Non accade così ai giorni nostri? Si è solo spostata la frontiera del benessere e della “Speranza”, ma la disuguaglianza esiste ancora.È la stessa molla che spinge oggi le persone a intraprendere viaggi pericolosi e disperati verso le nostre coste.
È un libro che abbatte qualsiasi stereotipo: non è una Napoli “cicala” quella che racconti, ma una città che fa fatica a riprendersi dal conflitto bellico e non è un nord freddo (non in senso climatico, of course!) e indifferente quello che accoglie Amerigo. C’ho preso?Gli stereotipi, purtroppo, si annidano in ciascuno di noi. Quando non si conosce personalmente una realtà la si immagina attraverso idee preconcette. Bisogna viaggiare, conoscere, esplorare, studiare, assaggiare, annusare. Bisogna fare esperienza della vita e delle persone per poter abbattere i pregiudizi propri e altrui. Anche Amerigo, quando arriva a Modena, porta con sé delle paure che gli erano state inculcate, le perde solo dopo avere sperimentato una realtà diversa. Credo che la buona letteratura debba sforzarsi di raccontare il mondo come è e non come è già stato rappresentato.
La famiglia Benvenuti rappresenta per Amerigo non solo un porto sicuro ma una vera e propria seconda chance: non solo un sostentamento fisico, ma pure un ambiente nel quale crescere come uomo. Amerigo si affaccia a una realtà diversa: per la prima volta può ricevere cure, calore, cibo e coccole. Ma nella famiglia di accoglienza scopre anche qualcosa di diverso, un altro tipo di gratificazione: la bellezza della musica.
Amerigo e la musica: quella che arriva dai finestroni spalancati dal conservatorio, quella che canticchia Derna a bordo della corriera. Che rapporto hai con la musica e quanto è stata importante per la stesura di questo romanzo?Ho una profonda ammirazione per chi è capace di suonare uno strumento musicale, forse perché da piccola avrei desiderato farlo. Però nella mia famiglia tutti sono capaci di suonare a orecchio, mio nonno paterno aveva una bottega in cima a via San Sebastiano in cui accordava i pianoforti e mio padre mi racconta che da bambino lo accompagnava e lo aiutava. Per me la musica è un linguaggio potentissimo, non un sottofondo ad altre attività.
Lavinia Petti, Serena Venditto, Patrizia Rinaldi, Valeria Parrella e molte altre ancora: la letteratura napoletana è sempre più donna? Sì, e mi auguro che lo sia anche quella italiana, sempre di più. Non si tratta di rivendicare quote rosa (non mi piacciono le “quote” e non credo che il colore rosa rappresenti il femminile, tra l’altro). Penso però che le donne debbano accedere sempre più a territori che tradizionalmente, fino a cinquanta anni fa (con pochissime eccezioni), erano abitati solamente da uomini.
Quali sono state le prime reazioni dei lettori? Sono molto felice di poter dire che questo romanzo è stato accolto con un calore che mentre scrivevo non potevo nemmeno immaginare.
A tal proposito: il commento che ti ha commosso di più. Mi stanno scrivendo molte persone che mi affidano i loro ricordi: fotografie, lettere, aneddoti di vita vissuta da parte di chi su quei treni ci è stato davvero. E poi la testimonianza di Ivonne Trebbi, la partigiana “Bruna”, che oggi ha novantadue anni ed è lucidissima e battagliera come se ne avesse venti.
Un saluto ai lettori medi.Viva i lettori medi!

Titolo: Il treno dei bambini
Autrice: Viola Ardone
Casa editrice: Einaudi
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 233
Anno: 2019
Prezzo: € 17,50
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Letture consigliate: “Martin Eden” di Jack London

L’autrice
Viola Ardone (Napoli 1974) è laureata in Lettere e ha lavorato per alcuni anni nell’editoria. Autrice di varie pubblicazioni, insegna latino e italiano nei licei. Fra i suoi romanzi ricordiamo: “La ricetta del cuore in subbuglio” (2013) e “Una rivoluzione sentimentale” (2016) entrambi editi da Salani. Nel 2019 pubblica con Einaudi “Il treno dei bambini”.

Paquito

Lettore medio

30 giorni (Fabrizio Gargano)

copertina-30-giorniIl mio tempo è una clessidra.
La sabbia scorre senza lasciare
traccia del suo passaggio.
Non è importante dove.
Non è importante come.
Poi finisce la corsa.
E riparte allo stesso modo.
Come ieri. Come oggi.

Partiamo da un presupposto: ci vuole coraggio a leggere questa storia.
“30 giorni” di Fabrizio Gargano (edito da Alt!) è un graphic novel che schiude le porte su un abisso, quello della schizofrenia. Un’autentica prigione nella quale resta intrappolato non solo il malato, ma pure chi gli sta intorno. E più saldo è il legame più profonde saranno le ferite che questa malattia riuscirà a infliggere.
Roberto, il protagonista della vicenda, intraprende un viaggio verso una destinazione ignota (la scoprirà il lettore  ma solo nelle ultime pagine) alla ricerca di un attimo di pace e forse dei cocci del proprio io finiti chissà dove e a seguito di chissà quale attacco. A supportarlo Egon, l’uomo qualunque che s’incrocia per strada o in una stazione di servizio. Una persona perbene che proverà ad aiutarlo a trovare le risposte. Riuscirà Roberto a trovare quel che cerca prima che la malattia esiga il suo tributo di ricordi e pensieri?

Ho adorato questo graphic novel tanto per i disegni quanto per la sceneggiatura e il soggetto. Nel primo caso il tratto è spigoloso ed essenziale. Gargano non ama i fronzoli e irruvidisce con disegni squadrati tuttavia molto gradevoli e assolutamente in linea con la narrazione. Dal punto di vista della scrittura potrei parlare di minimalismo letterario: lo sceneggiatore non perde tempo, offrendo tanta azione e poche parole,quelle sufficienti per raccontare un disagio. Il resto è affidato al silenzio e al suono del mare in lontananza. Non aggiungo altro, è il momento di far parlare l’autore.

30 giorni. Come è nato questo graphic novel? È nato da un’esigenza personale di parlare di un qualcosa che si tiene nascosto. Per vergogna, per tristezza, per pudicizia. È stato anche un gesto di affetto per Roberto, per il suo mondo semplice e ripetitivo.
Schizofrenia. Quanto è stato difficile affrontare un argomento così delicato con la “leggerezza” del fumetto? La storia è nata di getto dopo che ho ritrovato degli appunti di mio suocero (presenti alla fine del libro) sulla malattia del figlio. Era tutto lì. Difficoltà comprese. La mia paura più grande è stata quella di banalizzare la malattia, renderla “affascinante”, addirittura un’opportunità. Questo tipo di patologia è terribile, mina gli equilibri di un’intera famiglia. È come un vero e proprio lutto. La leggerezza del fumetto mi ha aiutato a fuggire dalla banalità e dai luoghi comuni. Spero che questo concetto emerga dal libro.
Al di là della patologia, più che un uomo in fuga Roberto è un uomo alla ricerca: di sé stesso, di risposte, di qualcuno pronto a capirlo o semplicemente ad ascoltarlo. C’ho preso oppure ho visto solo la superficie di questo personaggio? Vero. È un viaggio interiore, una ricerca impossibile di una mente che non ha più la bussola puntata a nord. Difficile dire ciò che è vero e ciò che è falso. Ammesso che in questo libro esista un vero e un falso.
Veniamo ad Egon, coprotagonista – suo malgrado – di questa storia. Evitando qualsiasi forma di spoiler possiamo definirlo il “perfetto sconosciuto” con cui sembra facile aprirsi e raccontare la propria storia? Mi piace molto la tua definizione di “perfetto sconosciuto”. Egon è la spalla ideale di Roberto. Lo aiuta a parlare di sé, della sua famiglia, dei desideri più nascosti e terribili. Anche terribili. Potremmo dire che Egon, per certi versi, è una creazione di Roberto.
30 giorni è pure un graphic novel che coinvolge i sensi. C’è odore di mare e puzza di sigarette, c’è il sapore del buon vino e il gusto di un piatto caldo che qualcuno ha cucinato per noi. Poi ci sono le voci: quelle che provengono dall’esterno e quelle che rimbombano nella testa. Esattamente. Odori, voci, sapori. Quello di cui siamo fatti. Anche le persone “normali” ascoltano tutti i giorni le voci interne. Le frasi già dette, quelle che si vorrebbero dire o sentirsi dire. Solamente che, a differenza di Roberto, le persone “normali” hanno un rapporto sano con l’identità più nascosta.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori?Mia suocera (la mamma di Roberto) ha completamente bocciato il libro. È stato il feedback più importante perché ho avuto la conferma di aver raccontato qualcosa di scomodo.
Domanda molto difficile: cosa ti aspetti da questo graphic novel? Mi aspetto che faccia avvicinare i lettori a un problema spinoso come quello della malattia mentale. Un avvicinamento anche a chi è solo, a chi ha bisogno di un abbraccio.

Titolo: 30 giorni
Sceneggiatura e disegni: Fabrizio Gargano
Casa editrice: Alt!
Genere: Psicologico
Pagine: 155
Anno: 2019
Prezzo: € 18,90
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Letture consigliate: “Follia” di Patrick McGrath

L’autore
Fabrizio Gargano. Classe 1967, pontino, disegna da che ha memoria. Inizia a lavorare in fabbrica fin da giovanissimo, ma continua a dedicarsi al disegno e al fumetto frequentando corsi nel fine settimana. Dopo venticinque anni come impiegato in azienda perde il lavoro e si dedica completamente alla sua passione: raccontare storie illustrate. Frequenta un corso di fumetto con Sergio Algozzino e uno stage in colorazione digitale con Stefano Simeone e dal 2009 pubblica storie, disegni e pensieri sul suo blog NERODICHINA. È sposato e ha due figlie. “30 giorni” è il suo libro d’esordio.

Paquito

Lettore medio

La ragazza delle meraviglie (Lavinia Petti)

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Gennaro non sapeva che fare. Azionò il meccanismo cilindrico della Ruota e l’involto di stracci arrivò a lui. Quando lo toccò qualcosa si mosse e pensò a un animale. Scostò una coperta di lana, e poco mancò che al suo povero cuore venisse un colpo.
Una bambina.

Un libro davvero bello. Recensisco con grande piacere “La ragazza delle meraviglie” di Lavinia Petti (edito da Longanesi), uno urban fantasy rivolto a un pubblico quanto mai variegato. Lettori che amano il genere, ma pure neofiti o appassionati di leggende.
Protagonista del romanzo è Fanny, un’adolescente particolarmente curiosa cresciuta con due amorevoli genitori, Dora e Gennaro. Il loro rapporto cambierà irrimediabilmente nel momento in cui scoprirà di essere stata adottata e deciderà di mettersi sulle tracce dei suoi veri genitori. Riuscirà nell’impresa?

Ai lettori il piacere di scoprirlo. Per il momento elenco una serie di motivi per i quali vale la pena leggere questo romanzo: innanzitutto i personaggi. Descritti con molta attenzione, hanno spessore e creano, fin da subito, empatia col lettore. Tra i miei preferiti l’assessore D’Avalos, l’antagonista di Fanny. È il tipico cattivo che potremmo ritrovare in un classico della letteratura, tuttavia le motivazioni che lo animano sono molto profonde e disseminate lungo tutto il romanzo. Così come molto forti sono quelle che spingono il signor Marone – altro protagonista della storia – ad aiutare Fanny nella sua ricerca. Un antiquario che parla forbito e che dispensa saggi consigli ma che non esita a bacchettare la sua giovane ospite.
Dal punto di vista tecnico l’autrice si affida a una scrittura leggera, molto ritmata con colpi di scena ben dosati e un ottimo uso dei flashback. Inoltre ho apprezzato l’utilizzo della lingua napoletana accostata all’italiano.
A proposito di Napoli: la città non fa solo da sfondo alla storia, ma ne diviene protagonista grazie alle sue numerose leggende, agli scorci da cartolina (ma pure quelli che non finirebbero mai in una guida turistica) e alla sua stratificazione che racconta la storia millenaria di un popolo.
Non aggiungo altro, è il momento di lasciare la parola all’autrice.

La ragazza delle meraviglie. Come è nato questo romanzo? È successo un po’ di tempo fa, appena tornata dall’Inghilterra. Avevo lavorato come cameriera in un paesino in provincia di Londra ed era stato un anno difficilissimo, molto sofferto. All’epoca mi dicevo che non avrei sofferto così tanto, se ci fosse stato il mare. Per me il mare è sempre stato una cura.
Comunque, ricordo che ero appena tornata, era sera e bevevo una birra con un’amica. Guardavo il golfo di Napoli e ne avevo nostalgia, sebbene ce l’avessi davanti. A volte le cose che amiamo ci fanno quest’effetto. In quell’istante, è germogliata un’idea. Volevo parlare della città e delle sue leggende, volevo raccontare di un rito di passaggio che consistesse nella trasmissione di un’antica storia. Nel buio, sono apparsi tre personaggi.Ma questa è stata solo una scintilla: da allora sono passati sette anni e il lavoro che ha richiesto questo romanzo è stato immenso.
Fanny: un’adolescente molto curiosa, perennemente alla ricerca di una risposta. Chi o cosa ha ispirato questo personaggio e quanto di tuo c’è in questa ragazzina? Da moltissimi anni vedo in giro per Napoli una scritta sui muri: Fanny ’96. Non so chi sia questa persona, ma le ho cucito addosso una storia.
Io e Fanny un poco ci assomigliamo. Abbiamo lo stesso vizio di esplorare vecchi ruderi, ad esempio. Da bambina non facevo altro e, se ne ho l’occasione, lo faccio ancora. Ci unisce anche la curiosità e una certa determinazione nel cercare la verità. Ma Fanny è molto più coraggiosa di me, molto più intraprendente. Non ci pensa su due volte: è tutta azione, al contrario del protagonista del “Ladro di Nebbia”, che invece è pensiero, pura astrazione; in lui forse mi riconosco di più. Tuttavia, quando scrivo mi sembra di tirar fuori cose che tenevo sepolte dentro, oppure di dotarmi di qualità che prima non mi appartenevano. Dando a Fanny il coraggio, l’ho impiantato in me. Prima, davanti a una scelta preferivo non prendere alcuna decisione e lasciare che le cose accadessero; ora, invece, mi domando: cosa farebbe Fanny? E lo faccio. A volte penso che i personaggi che un autore crea finiscano per crearlo.
Veniamo adesso al signor Marone: più che una spalla, potremmo considerarlo un moderno grillo parlante. Bacchetta Fanny ma dispensa pure saggi consigli che, irrimediabilmente, porteranno alla crescita del personaggio. Valutazione corretta o volevi comunicare altro attraverso questo personaggio? Il signor Marone ricopre il classico ruolo del mentore e senza di lui Fanny non arriverebbe a conquistare la verità. La tua è una valutazione molto corretta,alla quale aggiungerei un piccolo dettaglio: Fanny accetta il suo aiuto perché si riconosce in lui, nel suo amore per il passato, nel suo rispetto per gli oggetti che sono più di semplici cose, perché custodiscono storie e memorie, e dunque sono dotati di un’anima. Il signor Marone è una sorta di specchio, solo un po’ più ruvido e attempato.
Napoli: non solo la città che fa da sfondo alla vicenda, ma un autentico genere letterario che utilizzi con sapienza, concedendoti qualche licenza funzionale alla storia. Che tipo di rapporto hai con questa città dal punto di vista letterario? In quanto a storie credo sia difficile trovare al mondo una città più felicemente fertilee stimolante di Napoli. Si può trarne ispirazione da qualsiasi angolo o pietra o palazzo, dal gesto di una donna, dal modo spavaldo in cui camminano certi ragazzini, da quello che si raccontano i vecchi che giocano a carte, in mezzo alle piazze, o in quei vasci che diventano schermi di vite vissute. Per non parlare della Storia con la S maiuscola: ci inciampi a ogni passo.
Non è un caso che ci siano così tanti scrittori napoletani o scrittori che parlano di Napoli, e ognuno di loro lo fa in modo assolutamente singolare.Questa città è una fabbrica di miti, fornisce materia prima per storie, si offre a svariate chiavi di lettura… Chi viene qui ha voglia di afferrare la sua anima e di imprimerla su carta. Ma è un’anima umida, scivolosa, sfuggente, come il corpo dei pesci. Nessuno può riuscirci davvero.
Restando in tema, quali difficoltà hai avuto nell’utilizzare la lingua napoletana nel romanzo? Io sono assolutamente ridicola quando parlo in napoletano, me lo dicono tutti. E dire che negli ultimi anni credo di aver fatto dei progressi, avendo vissuto al centro storico. Mi sono sforzata di affinare l’orecchio, di imitare la parlata della gente. Niente, continuo a essere ridicola. Ci tenevo, però, che nel romanzo venisse usato il dialetto. Lì per lì le frasi le buttavo giù, controllando poi il vocabolario e la grammatica. Il mio editor, Guglielmo Cutolo, mi ha aiutato molto, suggerendomi di rendere la lingua meno pulita, soprattutto in bocca a certi personaggi. Nell’ultima fase dell’editing ha anche consultato professori ed esperti, inviando loro tutte le frasi in napoletano, perché il problema, a quel punto, era la trascrizione.
Il tema portante del romanzo sono i rapporti familiari e le verità che – molto spesso per troppo amore – vengono tenute nascoste. Quanto è stato difficile trattare un argomento così delicato all’interno di una storia dai toni fantastici? Difficilissimo, da un lato; molto naturale dall’altro. Volevo che fosse una storia quanto più possibile vicina alla realtà, pur trattando temi leggendari e mitologici. Una volta che ho capito come tenermi in equilibrio tra le due parti – e solo per questo, ci ho messo anni! – è stato terapeutico poter parlare di certe cose. Tutti i genitori hanno un segreto, io credo. Parte del diventare adulti sta nella scoperta di quel segreto. Ci vuole tempo per accettarlo, per accettare i limiti e gli errori dei propri genitori. E non sempre siamo in grado di perdonarli, e non per forza dobbiamo farlo.
Io amo il processo d’identificazione con i miei personaggi. Mi permette di essere cose diverse, di capirle meglio. Sono stata una madre che non può avere figli, un padre che trova una bambina non sua, una ragazza che scopre che tutto ciò che credeva di sapere su di sé è una bugia. La storia di Dora, Gennaro e Fanny mi pare di averla vissuta, non semplicemente scritta.
Sono passati quattro anni da “Il ladro di nebbia”, cosa è cambiato in te, specie dal punto di vista della scrittura? Il metodo. È qualcosa che prima non possedevo: scrivevo e basta, buttando giù tutto quello che mi passava per la testa. Adesso ho capito che è indispensabile per me avere uno schema. Io ho talmente tante idee che se le lascio libere mi dominano e rischio di essere inconcludente.
Quali sono stati i primi giudizi parte dei lettori?Per ora pare che la storia di Fanny stia piacendo. Molti la stanno divorando, e spesso chi arriva alla fine mi dice di aver versato qualche lacrima.
Cosa ti aspetti da questo libro? Preferisco non aspettarmi nulla. Spero solo sia un rifugio per chi lo legge.
Saluta i lettori del nostro blog. Un saluto a tutti i lettori, che non sono medi, perché sono lettori.

Titolo: La ragazza delle meraviglie
Autrice: Lavinia Petti
Casa editrice: Longanesi
Genere: Urban fantasy
Pagine: 445
Anno: 2019
Prezzo: € 18,60
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Letture consigliate: “Il ladro di nebbia” romanzo d’esordio di Lavinia Petti.

L’autrice
Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici all’Istituto Orientale di Napoli, ha vinto vari concorsi letterari (Premio Tabula Fati, Premio Robot, Premio Book’sBar, Scrittura Giovane). Nel 2015 ha pubblicato con Longanesi il suo primo romanzo, “Il ladro di nebbia” (Premio Brancati 2016), tradotto in molte lingue. Nel 2019 pubblica con la stessa casa editrice “La ragazza delle meraviglie”.

Paquito

Lettore medio

La notte dei bambini cometa (Pierpaolo Vettori)

9788845295676_0_0_503_75Il bambino si chiama Zeno Vivaldi e il suo papà fa il fabbro. La mamma invece lavora dove fanno le televisioni Magnadyne. Dico queste cose perché siate sicuri che le cose che vi racconterò sono successe davvero. Le dico anche perché la gente crede che i bambini non sappiano niente, invece Zeno sapeva tante cose e me le ha insegnate tutte.
Io sono il suo migliore amico.
Io, purtroppo, non esisto.

Alzi la mano chi non ha mai parlato, almeno una volta durante l’infanzia, con un amico invisibile. Io faccio parte di questa categoria e forse è questo uno dei motivi per il quale mi sono affezionato subito a Zeno Vivaldi, il protagonista de “La notte dei bambini cometa” il romanzo di Pierpaolo Vettori edito da Bompiani.
Zeno è un ragazzino di 11 anni che vive una vita apparentemente tranquilla: scuola, vacanze dai nonni, l’amore platonico per la cugina Chloe. Una serena monotonia infranta dalla morte del cugino Micky. Più che un fratello maggiore, Micky rappresenta per Zeno un punto di riferimento, un modello da imitare per realizzare e lasciarsi alle spalle la nomea di moccioso. Riuscirà nel suo intento? Al lettore il compito di scoprilo e di scoprire se il cuore di Zeno continuerà a battere per Chloe oppure capitolerà di fronte a Irene, l’adolescente alla quale – in maniera inconsapevole – salverà la vita.

Quel che ho apprezzato di questo romanzo è il punto di vista: quello di Ulmer, narratore inesistente tuttavia molto attendibile. Ulmer esterna tutte le sensazioni provate dal suo amico umano creando col lettore una grandissima empatia. Mi è piaciuta, inoltre, la schiettezza con cui Vettori ha affrontato il tema della morte: senza la necessità di regalare immagini forti ai lettori, l’autore parla di qualcosa che segna irrimediabilmente Zeno, trasformandolo in un piccolo uomo fatto e finito. Uno che dovrà fare i conti con i bulli del quartiere, con le leggende popolari di paese (scoprendo la vera natura di Lebbra, un anziano sul quale aleggia più di una diceria) e soprattutto con i sentimenti.
Non aggiungo altro e lascio a Pierpaolo Vettori il compito di raccontare questa storia.

La notte dei bambini cometa. Come è nato questo romanzo? Il libro ha avuto diverse nascite, ma quella definitiva è avvenuta in un giorno ed in un momento ben precisi. Stavo lavorando nella mia officina e, come sempre, una parte del mio cervello non smetteva di rigirare tra le sinapsi la storia di Zeno che avevo cominciato più volte senza successo. Improvvisamente ho cominciato ad immaginarla con la voce di un bambino di undici anni, la voce di Ulmer, e tutti i pezzi che sembravano non incastrarsi si sono coagulati in un attimo. Appena rientrato a casa, ho buttato nel cestino tutti fogli che avevo scritto fino ad allora ed ho ricominciato da zero. Anzi, da Zeno. Nel giro di tre mesi “La notte dei bambini cometa” era terminato.
Cominciamo dal protagonista: Zeno. Un ragazzino sui generis la cui vita cammina lungo il binario che separa la giovinezza e la vita adulta. Un bambino col vissuto di un vecchio oppure un uomo bicentenario intrappolato nel corpo di un ragazzino? Non c’è molta differenza a ben vedere. Io credo che si nasca con un carattere già ben definito. La vita non è altro che il tempo della scoperta progressiva di noi stessi. Alcuni sono costretti ad accelerare questo movimento di autoconoscenza, altri restano sempre estranei a se stessi.
La morte è uno dei temi portanti di questo romanzo. Una morte che ha il volto terrorizzato di Zeno, ma pure quello sfacciatamente sorridente di Irene. Quanto è difficile affrontare una tematica del genere? La morte è il grande scandalo: l’inevitabile, inaccettabile limite. I bambini si pensano immortali ed è estremamente difficile per loro capire che persone e cose non sono per sempre. Addirittura, io penso che ci siano due tipi di persone: quelli che hanno avuto una precoce esperienza della morte e tutte le altre. Zeno appartiene al primo gruppo e questa fragilità, questo buco che si porta dentro, lo rende speciale. A me è molto simpatico.
Contraltare perfetto della morte è l’amore. Quello che lega Zeno al cugino Miky, ma pure a Chloe (in una visione assai romantica delle prime pulsioni sentimentali) e a Irene (con una sorta di sindrome samaritana). Quanto nobile è il sentimento di questo ragazzino e quanto opportunismo si nasconde in ogni suo gesto? Come una sorta di moderno Pinocchio, anche Zeno vorrebbe essere amato senza pagare un prezzo. All’inizio, identifica l’amore con la bellezza o con la possibilità di sfruttare l’affetto per soddisfare i suoi piccoli capricci. Presto però entra in un mondo più scuro, dove l’amore può nascondersi anche sotto il ghigno di quella che, in apparenza, è una creatura mostruosa.
Veniamo a Ulmer, l’amico invisibile che narra questa storia (irrimediabilmente mi viene in mente il dottor John Watson raccontato da Conan Doyle). Un mostro “disneyano” che osserva silenziosamente la vita di Zeno e ne racconta le gesta, gli amori e le delusioni. Come è nato questo personaggio? Come dicevo, è nata prima la sua voce: quella di un bambino che ragiona da mostro e che guarda la vita da un punto di vista spiazzante. Ulmer scrive per necessità, lo fa per salvarsi la vita. Deve scrivere bene affinché possa rimanere nella mente dei lettori e sopravvivere. Rappresenta, anzi è, quello che ogni scrittore dovrebbe essere. L’urgenza narrativa per lui non è un modo di dire o una posa.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? I lettori, come i libri del resto, non esistono come categoria. Alcune persone hanno le antenne sintonizzate sul linguaggio di alcuni, specifici libri. Io scrivo per loro. E spero siano davvero tante.
Dulcis in fundo, la domanda marzulliana: se un autore si riflette (in modo conscio o inconscio) nei propri personaggi, quanto c’è di tuo in: Zeno, Ulmer, Chloe e Irene? Io sono tutti loro, chiaramente. Fanno parte di un teatrino immaginario che, preso nel suo insieme, riescono a dire di me quello che non saprei esprimere altrimenti.
Saluta i lettori del nostro blog. Auguro a tutti voi lettori di questo blog di svegliarvi domani mattina completamente nuovi e di cominciare la giornata come se fosse la prima volta che il vostro piede si posa nel mondo.

Titolo: La notte dei bambini cometa
Autrice: Pierpaolo Vettori
Casa editrice: Bompiani
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 208
Anno: 2019
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Letture consigliate: “L’amico immaginario” di Matthew Dicks

L’autore
Pierpaolo Vettori, laureato in Lingue e Letterature Straniere con una tesi sulla Swinging London, è stato finalista per due edizioni al Premio Calvino e per diversi anni si è occupato di musica e ha lottato contro i demoni. Alcuni li ha catturati e messi su carta. Tra i suoi libri“Le sorelle Soffici”, “La vita incerta delle ombre” e “Lanterna per illusionisti”, pubblicato da Bompiani nel 2018. “La notte dei bambini cometa” ha segnato nel 2011 il suo esordio come romanziere.

Paquito

Lettore medio

Riccio dal barbiere (Silvia Borando)

9788898177516_0_0_454_75Andare dal barbiere
per Riccio è un’avventura,
gli piace da impazzire
cambiare acconciatura…

Una piacevolissima abitudine. Recensire i libri illustrati di Silvia Borando sta diventando, per il sottoscritto, un appuntamento fisso. E pure stavolta mi trovo di fronte un lavoro particolarmente divertente: “Riccio dal barbiere” edito da minibombo.
Il piccolo mammifero decide di cambiare il proprio look ed ecco una carrellata di coloratissime immagini che vedono l’animaletto con una pettinatura afro, poi con le treccine, poi con la cresta alla moicana e pure col parrucchino. Una spassosa galleria d’immagini accompagnata da testi in rima – talvolta anche solo una parola – che rendono la storia decisamente piacevole per il pubblico di giovanissimi lettori cui è destinata.
Non aggiungo altro se non che, pure stavolta, promuovo a pieni voti questo lavoro e, pure stavolta, cedo la parola a Silvia Borando per farci raccontare qualche retroscena.

Riccio dal barbiere. Come è nato questo progetto? Anche se la notizia è già trapelata in qualche occasione, forse non tutti sanno che il mio animale preferito in assoluto è il riccio! Questa passione ha origini lontane nella mia infanzia: fin da quando ero piccola, infatti, colleziono ricci dalle forme e aspetti più disparati. Pensate che ho più di 500 diversi esemplari! Credo che quindi la mia passione da un lato e la mia curiosità dall’altro abbiamo contribuito alla nascita di questo progetto. Quello che mi sono chiesta è: come apparirebbe un riccio, se cambiasse la piega ai suoi aculei di tanto in tanto?
Il riccio protagonista di questa storia è un animaletto vanitoso oppure un mammifero desideroso di sperimentare e di vedersi diverso dal solito? A essere sincera, direi che un pizzico di vanità ce l’ha senz’altro (abbiamo perfino dovuto ammetterlo nella quarta di copertina!). Ma credo che ciò che lo guidi in questa incalzante ricerca di nuove acconciature sia principalmente il divertimento che scaturisce dal vedersi diverso da come appare quotidianamente o da come gli altri si aspettino che debba apparire.
Alle immagini, particolarmente divertenti, si associa un’esplosione di colori e un linguaggio fatto di rime, singole parole – spesso dal suono onomatopeico – che restano. Come mai questa scelta lessicale? “Riccio dal barbiere” è un catalogo di acconciature bizzarre e inaspettate. Pur avendo in sé una piccola narrazione, mi sembrava che le rime fossero il perfetto contraltare di queste illustrazioni che si susseguono in modo così repentino. Sia questo tipo di immagine (quasi un’istantanea!) sia le sonorità delle rime dovrebbero spingere il lettore a girare una pagina dopo l’altra fino ad arrivare al finale e alla ingegnosa soluzione adottata dal protagonista!
Ho trovato, tra le righe della storia, un messaggio di apertura: siamo tutti bellissimi con le nostre diversità e se cambiamo look facciamolo per noi stessi. Cantonata clamorosa oppure ho colto nel segno? Nei libri di minibombo lasciamo sempre grande libertà interpretativa al lettore, quindi direi che hai ragione ma che anche un’altra lettura resta altrettanto valida! Dopo questa lunghissima seduta dal barbiere, il riccio tornerà in qualche nuova storia? Per il momento non ci sono altre storie che lo vedono protagonista, però non si sa mai!
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Il libro è uscito da pochissimo, non abbiamo ancora avuto modo di incontrare i nostri lettori e sentire le loro opinioni. Per adesso posso dire che la curiosità sembra tanta!
Saluta nuovamente i lettori. Un saluto e buoni esperimenti piliferi a tutti!

Titolo: Riccio dal barbiere
Testi e illustrazioni: Silvia Borando
Casa editrice: minibombo
Genere: Narrativa per bambini
Pagine: 60
Anno: 2019
Prezzo: € 9,90
Tempo medio di lettura: 10 minuti
Dopo averlo letto: Provare a cambiare look!

L’autrice
Silvia Borando è nata nel 1986. Da piccola voleva fare la parrucchiera per tingere i capelli di fucsia alla zia. Da grande mantiene la sua passione per i colori lavorando come grafica nello studio TIWI. Coordina inoltre il progetto Minibombo. Vive tra Trecate e Reggio Emilia e il suo animale preferito è il riccio.

Paquito

Lettore medio

Il Gran Balún (Lucia Moschella)

9788899931216_0_0_454_75Di notte il Pallone aprì gli occhi e parlò con la bocca ancora impastata dal sonno.
“Volerò?” chiese al Pilota.
“Voleremo insieme” gli rispose lui.

Dieci anni. Giorno più, giorno meno. Dieci anni a sollevarsi a centocinquanta metri d’altezza e a rimirare lo stesso spicchio di cielo. Per mostrare ai turisti quante e quali meraviglie si nascondano al di là delle nuvole. Dieci anni durante i quali il Pallone Aerostatico protagonista de “Il Gran Balún” (edito da VerbaVolant edizioni) comincia ad annoiarsi. Il suo obiettivo è volare sul serio, senza fili né ancore che ne limitino i desideri. Perché è di desideri che si parla all’interno di un racconto illustrato che ho apprezzato sia dal punto di vista grafico, con un eccellente lavoro realizzato da Stefania Arcieri brava, soprattutto a giocare con la prospettiva (trattandosi di un libro da parati le immagini si allargano per riempire il formato delle pagine) e a usare sapientemente i colori; sia da quello della storia, con Lucia Moschella abile a raccontare una favola che ha per protagonista un Pallone Aerostatico annoiato e sognatore.
Al lettore il compito di scoprire l’epilogo della storia, per il momento parola all’autrice.

Il Gran Balún. Come è nato questo progetto? Ho scritto questa storia a maggio 2016, stavo finendo il biennio alla Scuola Holden. Nello stesso periodo un mio racconto veniva pubblicato con VerbaVolant Edizioni, casa editrice attenta alla letteratura per bambini. Il dicembre successivo ho proposto a Fausta (l’editore di VerbaVolant, ndr) questo testo sbilenco, di cui mi era rimasto solo un pdf mal impaginato. Ad agosto 2017, perse ormai le speranze, Fausta mi ha scritto proponendomi la pubblicazione. Shock.
Il Pallone Aerostatico è animato da un fortissimo desiderio di libertà. Dobbiamo intendere questa voglia di volare come: un eccesso di curiosità; l’aspettativa di conoscere nuovi posti e arricchire il proprio bagaglio culturale; o, più semplicemente, vivere intensamente la propria vita? All’inizio ho creduto fosse noia, ribellione alla ripetizione o libertà. In realtà quel che credo è che il Pallone, semplicemente, compia con la sua scelta una dichiarazione d’identità. Lui è fatto per volare, ma la costrizione alla sua attività – e di certo, il volere del Pilota – lo costringe a terra. A me sembra più un’affermazione di sé che una dichiarazione d’indipendenza, come se il pallone dicesse: “Eccomi, sono fatto per volare, volo”.
Cosa, o chi, ha ispirato questa storia? In fondo, dentro ognuno di noi c’è un prode viaggiatore pronto a mettersi in cammino ma, soprattutto, un Pallone Aerostatico che non vede l’ora di spiccare il volo. Il Pallone è Torino, in Borgo Dora, dove vivevo anche io. Una notte ho sognato che volava via e mi sono subito innamorata dell’immagine. Una seconda ispirazione è venuta dall’ammirazione per il racconto di Donald Barthelme, “Il Pallone”, di cui ho amato e utilizzato l’immagine del pallone sgonfio, a terra. L’idea iniziale era di scrivere un racconto breve, ma andando avanti la lingua si è asciugata e ho capito che stavo scrivendo una storia adatta anche ai bambini, che sarebbe stata bella da illustrare.
Come è stato il rapporto tra autrice ed illustratrice? Quando la casa editrice ha scelto la mia storia, aveva già in mente Stefania. Lei abita a Lille, in Francia, e io a Torino, ma siamo entrambe siciliane. Così ci siamo conosciute via mail e Skype. Le abbiamo affidato il compito di dividere la storia e illustrarla. I punti di vista di certi passaggi si ribaltavano: l’ultima tavola io l’avrei disegnata da terra, lei l’ha disegnata dall’alto. Ci siamo sempre parlate, a volte modificando il lavoro l’una dell’altra. Per me è stato prezioso poter vedere come si lavora con le immagini, e tra noi è stato ben presto naturale trovarci nello stesso contesto, da Torino a Siracusa.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? La cosa che più mi ha stupito è stata la naturalezza con cui è stata accolta dai più piccoli. Ritenevo fosse una lettura più da adulti, invece loro hanno mostrato una maturità per me inedita, anche sul tema della separazione. Una bimba, per dire, mi ha detto che le ricordava quando è morta sua nonna. Così, anche una donna mi ha raccontato che era come quando si era dovuta separare dal figlio, partito per studiare fuori. Per me è stato l’ennesimo modo di accettare come le separazioni siano leggi immanenti della natura umana.
Un saluto ai lettori del nostro blog. Felice il popolo che legge. Bravi!

Titolo: Il Gran Balún
Autrice: Lucia Moschella
Illustratrice: Stefania Arcieri
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: Libri da parati
Pagine: 1 (nel formato 70×100)
Anno: 2018
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Letture consigliate: “Seb e la conchiglia” di Claudia Mencaroni e Luisa Montalto (ed. VerbaVolant) e “L’uomo dei tetti” di Nerina Fiumanò e Angelo Ruta (ed. VerbaVolant)

L’autrice
Lucia Moschella è nata nel 1990 a Siracusa. Dal 2013 vive a Torino, dove lavora come copywriter freelance. Oltre a scrivere racconti, articoli e narrativa è co-fondatrice del progetto Love Storage.

L’illustratrice
Stefania Arcieri vive tra la Francia e l’Italia. Fin da piccola adora i libri, gli albi illustrati e i fumetti, così tanto da fare del disegno il suo gioco preferito: la carta è la materia prima che piegata, ritagliata, spillata, incollata, può dare vita a case, astronavi, abiti, cinema, mongolfiere e a mille altre cose. Frequenta l’Accademia di Belle Arti a Palermo, L’École Superieure d’Art di Cambrai (Francia) e diversi workshop di illustrazione e fumetto. Ama lavorare in gruppo, ha fatto parte del collettivo Fare Ala a Palermo dal 2010 al 2013, e dal 2014 lavora con il collettivo/galleria/casa editrice Le Cagibi a Lille. Oggi continua a illustrare e disegnare per la maggior parte del tempo, oppure progetta libri, fanzine e altri multipli stampati e rilegati artigianalmente, da sola o collaborando con amici serigrafi, stampatori, micro-editori.

Paquito

Lettore medio

Giulietta e Romeo (Serenella Quarello)

9788897698418_0_0_300_75– Sara Rajput o comecavolosichiama? La figlia del kebabbaro? Lei? Proprio lei? Ma dove stava prima?Io non l’ho mai vista.
– No, Romeo, tu non l’hai mai guardata. È bella ed èanche una ok. C’è solo un trascurabilissimo, infimo,minuscolo problemino da risolvere: SUO padre è nemico giurato del TUO.

Un classico della letteratura in chiave young adult? Perché no. Anzi why not, giusto per citare il Bardo. È quel che avviene con Giulietta e Romeo, riscrittura della tragedia shakespeariana a cura di Serenella Quarello (edita da Hop! per la collana “Amori da panico in 4G”).
In una Verona contemporanea, e quanto mai multietnica, gli adolescenti Romeo Montrucchi e Sara Rajput s’incontrano durante una festa innamorandosi reciprocamente. Un sentimento osteggiato fin da subito dalle rispettive famiglie: i Montrucchi e i Rajput, infatti, non vanno particolarmente d’accordo per mere questioni professionali: i primi hanno una gastronomia che, da sette generazioni, nutre gli studenti del vicino liceo; i secondi hanno sfidato qualsiasi tradizione culinaria aprendo una kebaberia.
Nonostante i veti imposti dalle famiglie, i due giovani vivranno il loro amore tra sotterfugi, dediche musicali e infiniti messaggi su WhatsApp. Quale epilogo verrà riservato loro?

Ho trovato davvero molto interessante questa riscrittura. La Quarello si rivolge ai giovani lettori con un linguaggio nuovo e molto diretto, specchio di una generazione che continua ad avere la passione per i libri. Lancia, inoltre, un chiaro messaggio: abbattere qualsiasi barriera etnica attraverso la cultura, la musica, ma soprattutto l’amore. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

Giulietta e Romeo. Come è nato questo progetto? Da una luminosa idea dell’editrice, Lorenza Tonani: ri-raccontare amori “sfigati” celebri in chiave moderna, anzi contemporanea. Fin qui niente di nuovo. La vera novità è stata quella di trasformare alcuni dialoghi del libro in… chat di WhatsApp, anche graficamente. I ragazzi ci dicono che siamo brontosauri dei social? E allora perché non parlare il loro stesso linguaggio? Oggi, nell’era dei social, istantanea e fotografica, l’idea di trasformare la parola-classica in parola-social è uno stratagemma per arrivare ai giovani lettori. E uso la parola stratagemma non a caso, perché l’obiettivo finale di ciascun libro della neonata collana “Amori da panico 4G” è quello di spingere i ragazzini a ritornare ai grandi classici. Il primo non poteva che essere Lui, Shakespeare. Quella di Romeo e Giulietta è una storia eterna che tu la vesta in abiti di velluto e calzamaglie o che si indossino i jeans e una t-shirt! Il bello è ri-accendere l’interesse verso la penna magistrale di chi ha scritto queste storie d’amore. Non voglio certo paragonarmi a loro, ma riportare l’interesse dei giovanissimi verso i classici dimenticati, sì!
Romeo e Sara fanno parte di una generazione multirazziale e tecnologica, rispettando valori come l’amicizia, la cultura e il non dipendere dagli smartphone. Dobbiamo considerarli un’eccezione alla regola, oppure è il caso di superare il luogo comune legato a una nuova generazione senza valori? No, no, affatto! Abbattiamo serenamente il luogo comune della generazione senza valori. Io ho la fortuna (e sì, fortuna!) di lavorare con ragazzi liceali e non è vero che non abbiano valori, li hanno eccome, nonostante la società attuale cerchi di appiattirli e spesso azzerarli, dipingendo i giovani come un gregge di debosciati senza interessi. Semplicemente sono cambiati, i valori. Si adattano, evolvono, sfumano, a volte si camuffano, ma valgono in quanto tali. A scuola si parla molto di diseguaglianze, di integrazione, di amicizia, si cercano di usare le nuove tecnologie facendo a botte con strutture fatiscenti e la mancanza di dotazioni adeguate. Sì, la dipendenza dagli smartphone è un fatto, ma perché, noi adulti forse non lo siamo? Eppure quando racconti loro belle (ma devono essere belle) storie di amore e amicizia, anche “antiche”, i ragazzi ancora si incantano. E allora si dialoga, si discute, si litiga. E si distoglie lo sguardo dallo schermo del cellulare.
La musica – il rap particolare – ha una parte fondamentale nella storia. Ritieni che possa essere questo un viatico per rendere più avvincenti le poesie dei grandi del passato? Sì. Rileggevo quei versi immortali e, non so perché, prendevano la forma, nella mia mente, di frasi rappate, di musica. Siccome la storia parla di scuola, siccome gli stessi miei alunni hanno contribuito a rendere più fresche la chat dei dialoghi “WhatsAppati” del libro e siccome uno di loro è un rapper, perché non proporre lo strano connubio, che poi strano non è stato, tra i versi di Shakespeare e le “barre” del rap? Ancor più che il “mio rapper” nel romanzo è una rapper ed è pure un’immigrata!
La storia lancia un chiaro messaggio: mettiamo da parte i pregiudizi e accogliamo coloro i quali, per ragioni di fede, cultura o altro, sono diversi da noi. C’ho preso? Sì, hai fatto centro. Ho dedicato il libro a Sana e Hina, due ragazze pakistane come “Sara-Giulietta”, la protagonista. Volevano essere semplicemente se stesse e non gliel’hanno permesso. Non voglio dire altro perché vorrei che leggendo la dedica ai lettori venisse voglia di scoprire le loro tristi storie. Nel romanzo, però il finale è felice perché l’integrazione multirazziale è possibile. E quando si accompagna alla curiosità e all’amore, è doppiamente fruttifera. In ogni caso, in ognuno dei libri che entreranno nella collana dovrà esserci almeno un tema caldo: integrazione, bullismo, ecc.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori, soprattutto quelli più giovani? Ottimi! Al di sopra delle aspettative: mi chiedono insistentemente il secondo. Forse aiuta il fatto che le storie siano attualizzate in un contesto che loro conoscono bene: le merende spiaccicate in fondo dello zaino, le prime cotte tempestose, il gruppo di amici e nemici, le aspirazioni, forze e fragilità…questi sono gli ingredienti. È fantastico quando le mamme ti dicono: “Ma lo sa che mia figlia mi ha chiesto di leggerle Shakespeare?”
C’è qualche altro classico della letteratura o del teatro che ti piacerebbe riscrivere in chiave più “young” e moderna? Dunque, del prossimo credo si possa già svelare il titolo perché a breve sarà nelle librerie: “Titanic”. Sono sincera: non era quello che avrei voluto scrivere e non avevo mai visto prima il film. Beh, è stata una scoperta e ho pianto molto, non tanto nelle scene finali, bensì quando l’anziana Rose racconta. I ricordi degli anziani sono toccanti. Un tesoro inestimabile, così come quelli nascosti in fondo all’oceano. Amo il mare e tutto ciò che si lega al mondo sottomarino, quindi “scendere” laggiù e scoprire storie pazzesche, durante la ricerca che sempre faccio precedere a ogni libro che scrivo, è stato entusiasmante, quindi credo che mi piacerebbe unire ancora amore e avventura, o mistero. Ecco potrei scrivere una bella storia d’amore con tocchi gialli o noir.
Un saluto ai lettori del nostro blog. “E così, con un bacio, io muoio!” (W. Shakespeare)
“Un bacio e un arrivederci al prossimo AMORE da PANICO 4G!” (Serenella Quarello)

Titolo: Giulietta e Romeo
Autrice: Serenella Quarello
Casa editrice: Hop! (collana Amori da panico 4G)
Genere: narrativa per ragazzi
Pagine: 172
Anno: 2019
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Letture consigliate: “Giulietta e Romeo” di William Shakespeare.

L’autrice
Serena Quarello, nata ad Asti nel 1970 e diplomata in spagnolo e rumeno, insegna lingue e dirige una compagnia teatrale di studenti. È traduttrice, e dal 2008 scrive libri per bambini, molti dei quali pubblicati dalle più importanti case editrici spagnole. Oltre a “El barco volante y lospersonajesestrafalarios” illustrato da Lucie Müllerová, vincitore nel 2013 del Premio Albo IlustradoEdelvives, per i bambini ha scritto “Pulga y Gigante” con i disegni di Maurizio Quarello per le edizioni OQO. Attualmente sta lavorando a una biografia di Goya.

Paquito

Lettore medio

L’ultima mano di burraco (Serena Venditto)

9788804709312_0_0_503_75Chiudi gli occhi.
Pensa alla libertà.
Non al concetto astratto, all’idea, ma alla sua forma, alla materia di cui è composta, alle sembianze con cui si manifesta.
La libertà.

Una piacevolissima conferma. Pure stavolta recensisco con grande piacere il nuovo romanzo di Serena Venditto “L’ultima mano di burraco” (edito da Mondadori).
Ariel, Kobe, Samuel, Malù e il gatto Mycroft saranno coinvolti, loro malgrado, nell’indagine sulla morte del professor Temistocle Serra, un matematico con la passione per i giochi.
Ed è un gioco – anzi un’autentica sfida col lettore – quello che Serena Venditto porta avanti nel suo romanzo: l’unico indizio è una sequenza di carte disposte lungo il tavolo. Il professor Serra pare aver lasciato un indizio piuttosto chiaro, ma quale?
Ai 4+1 di via Atri il compito di scoprirlo, tra pedinamenti in giro per Napoli, interrogatori semiseri (quasi sempre alla presenza di Mycroft, sempre più provetto detective) e cene luculliane affidate a Kobe, uno dei protagonisti della fortunata saga.
Riusciranno gli improvvisati investigatori a scoprire l’assassino? Ai lettori l’ardua sentenza.

Da amante dei romanzi seriali promuovo anche questo romanzo. Serena Venditto ha una scrittura molto ironica, leggera ed è in grado, molto spesso, di spiazzare il lettore con trovate mai banali che rendono questo romanzo davvero interessante. Promozione a pieni voti anche per quella che definisco la trama parallela: una commedia sentimentale nella quale i protagonisti, in modo particolare Ariel, faranno i conti col peggiore dei nemici: la gelosia.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

L’ultima mano di burraco. Come è nato questo romanzo? È nato dalla fine, ovvero dallo scioglimento del delitto in codice, mentre la casa della vittima a via Piscicelli è stata la scintilla dell’ambientazione: una casa che affaccia da un lato su un vicolo popolare, dall’altro su una strada chic di Chiaia. Due facce, due personalità. Come accade anche per molte persone, no?
Delitto in codice. Quanto è stato difficile/gratificante lavorare su una storia del genere, autentico “esame di maturità” per un giallista? Divertente, più che altro. Elaborare un rompicapo è molto più semplice che non risolverlo, devi solo cercare di essere coerente, poi il resto viene da sé. E ovviamente assicurarti che lo stesso trucchetto non sia stato usato da altri, altrimenti non vale.
Al di là dell’indagine sulla morte del professor Serra, il tema portante di questa seconda avventura del gatto Mycroft e dei “detective” di Via Atri 36 è senza dubbio la gelosia. Un “mostro dagli occhi verdi” che mina la serenità di Ariel, Kobe e pure di qualcun altro. Eh sì, la gelosia è un ottimo sistema per mettere alla prova i personaggi, vedere le loro reazioni, far succedere le cose.
Come in altre storie, anche in “L’ultima mano di burraco” coinvolgi il lettore con una scrittura sensoriale fatta di odori, suoni, ma soprattutto di sapori. Come mai questo desiderio di stuzzicare così tanto il palato dei lettori? Innanzitutto colori, suoni, odori servono a rendere tridimensionale la pagina, a far entrare il lettore in uno spazio, a renderlo familiare. E poi mi piace che mangino in abbondanza, io sto sempre a dieta, almeno loro che si godano la vita!
Márquez, Camilleri, Jane Austen. Come nei precedenti romanzi, anche stavolta rivolgi ai lettori degli straordinari inviti alla lettura, attraverso la riscoperta di classici e narrativa contemporanea. Leggere è un desiderio che non sopisce mai? Mai, è il carburante della scrittura. Leggere è fondamentale, non potrei immaginare la mia vita senza i libri.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Molto buoni, mi stanno arrivando un sacco di messaggi molto affettuosi e sono davvero felice.
Domanda molto difficile: cosa ti aspetti da questo libro? Che domande, la gloria eterna! Scherzo, non saprei. Che continui come è partito mi sembrerebbe già un ottimo risultato. Ho vinto il Premio Costa d’Amalfi nella sezione giallo/noir, sono finalista al Carver e sono stata scelta per il concorso per le scuole La pagina che non c’era. Avanti così!
Visto che sei una presenza fissa sul nostro blog, ci meritiamo un saluto doppio: quello tuo e quello di Mycroft, il gatto detective. Ciao, Lettori medi, diventate sempre più forti!
Memememeowwwwwwwwwwww!!!

Titolo: L’ultima mano di burraco. Quattro coinquilini e un’indagine (per non parlar del gatto)
Autrice: Serena Venditto
Casa editrice: Mondadori
Genere: Giallo
Pagine: 224
Anno: 2019
Prezzo: € 18,50
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Letture consigliate: “Aria di neve. La prima indagine di Mycroft, il gatto detective” di Serena Venditto.

L’autrice
Serena Venditto è nata nel 1980 a Napoli, dove lavora al Museo Archeologico Nazionale.
Ha esordito con la commedia “Le intolleranze elementari” (Homo Scrivens, 2012). “Aria di neve” è il primo volume della seriededicata al gatto detective Mycroft e ai 4+1 di via Atri 36, che, apparsa per la prima volta in libreria per i tipi di Homo Scrivens, ha già ricevuto numerosi riconoscimenti e segnalazioni (Premio Nabokov, Premio della critica Costad’Amalfi, Garfagnana in Giallo, Festival Giallo Garda).

Paquito

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Una volta è abbastanza (Giulia Ciarapica)

9788817109963_0_0_503_75La famiglia è tutto, tutto ciò che la vita ci ha dato per metterci alla prova. E imparare a resistere.

Una lettura davvero piacevole. Credo sia questo il modo migliore per recensire “Una volta è abbastanza”, il romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica (edito da Rizzoli).
Un personaggio poliedrico (scrittrice, blogger, giornalista e chissà cos’altro) che accompagna per mano il lettore in una storia ambientata nella provincia italiana degli anni ’50, nella quale Valentino e Giuliana vivono le loro vite di ragazzi destinati a innamorarsi nonostante tutto.
Nasce così un nucleo familiare che cresce a poco a poco, così come lentamente – ma in modo convincente – cresce l’azienda calzaturiera dei due.
E quella del calzolaio diventa l’emblema di un’Italia operaia che si rimbocca le maniche e preferisce il duro lavoro alle chiacchiere di paese.

Ho avuto il piacere di conoscere Giulia durante la tappa napoletana del suo tour di presentazioni e sono rimasto incantato dalla sua passione (condivisa tra l’altro) per gli aneddoti. Quelli che arricchiscono un romanzo piacevole e con un taglio molto televisivo. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

Una volta è abbastanza. Come è nato questo progetto? Il progetto di questa trilogia nasce dalla voglia di raccontare una regione di cui si parla sempre troppo poco, le Marche, e da lì la conseguente voglia di raccontare una fetta di storia d’Italia e del Made in Italy che, soprattutto a livello letterario, non è mai stata narrata, restando nell’ombra: la storia dei calzolai.
Valentino e Giuliana sono gli ideali punti di partenza per approfondire un argomento che permea tutte le pagine del romanzo: i rapporti familiari. Famiglie patriarcali, famiglie spesso invadenti, famiglie come approdo sicuro. Ritieni che queste dinamiche siano più evidenti nelle piccole realtà di provincia oppure tutto il mondo è paese? Di sicuro le piccole realtà di provincia fanno risaltare le dinamiche famigliari, soprattutto a un occhio esterno. Ed è altrettanto vero che la vita di provincia – più stretta, più circoscritta, a volte anche più ottusa – delimiti gioco forza il terreno della famiglia “costringendo” i suoi componenti ad avere più a che fare l’uno con l’altro. Detto ciò, indubbiamente nelle varie province abbiamo l’opportunità di trovare – più che in realtà ampie, maggiori, più grandi – sistemi di famiglie patriarcali più marcati, famiglie per l’appunto invadenti o che possono diventare l’emblema di un porto sicuro, dal quale partire e a cui tornare. Ma ripeto, è il confine delimitato della provincia che rende tutto paradossalmente più nitido.
Racconti mezzo secolo di storia (e pure oltre) del nostro Paese attraverso la piccola realtà di Casette d’Ete. Quanto è stato impegnativo e divertente per te che sei una “millennial” recuperare tutte queste notizie, utili come non mai per la trama? Impegnativo fino ad un certo punto, giacché tantissimi – per non dire la maggior parte – dei racconti, degli aneddoti e delle informazioni (storiche e folkloristiche, chiamiamole così) riportate nel testo, li avevo appresi e ampiamente assorbiti dalle lunghe chiacchierate con i miei nonni materni, che sono poi i protagonisti del romanzo. Mi sono divertita molto, più che altro, a far rivivere personaggi che avevo conosciuto ma anche quelli di cui avevo sentito parlare solo attraverso i ricordi di mia madre o dei miei zii, ad esempio. È stato davvero bello vedere la comunità della Casette d’Ete di allora prendere – anzi, ri-prendere – vita sotto i miei occhi.
Veniamo alla scrittura: fresca, con un uso molto intelligente del dialetto e con un taglio cinematografico della storia che rende tutto molto dinamico. Quanto è stato difficile rapportarsi all’editor? Hai seguito i suoi consigli oppure hai difeso a spada tratta ogni tua scelta?A dire il vero anche la mia editor, che è una persona oltremodo deliziosa e preparata, aveva apprezzato la mia scrittura fin dall’inizio, dunque il lavoro sul testo non è stato per niente invasivo, anzi. La trama è rimasta pressoché invariata, la caratterizzazione dei personaggi anche.
Senza spoilerare alcunché, il finale di questo romanzo è decisamente aperto: sei al lavoro sul sequel di questa storia? Nel caso, ti andrebbe di darci qualche anticipazione? Il finale non è aperto…è letteralmente spalancato sul vuoto! Da lettrice forte quale sono, mi sono odiata da sola, perché ho immaginato di essere una perfetta sconosciuta che, arrivata a pagina 366, legge l’ultima riga e si chiede: “E adesso? Ma non è che mi manca qualche pagina?” (come ha ipotizzato qualcuno!). Sono al lavoro sul secondo volume e posso dirti che sarà quasi sicuramente un poco più corposo del primo, e che la narrazione arriverà all’incirca alla fine degli anni Settanta. Quindici anni di grandi cambiamenti, storici e professionali, in cui prende forma la piccola industria calzaturiera. Ne vedremo delle belle.
Numerosi sono i riferimenti musicali all’interno del romanzo, specie a quelle canzoni sanremesi che – a distanza di oltre mezzo secolo e più – sembrano non passare mai di moda. Quanto è importante nel tuo lavoro di narratrice l’elemento musicale? In realtà ho fatto caso soltanto dopo aver letto la prima stesura a quanta musica avessi “utilizzato” all’interno del romanzo, sai? Mi è venuto spontaneo perché mio nonno Valentino era un ottimo musicista e perché, in effetti, la musica – e certe canzoni nello specifico – hanno accompagnato la storia dei miei nonni. Ti dirò che, però, mi sono resa conto anche io di quanto la musica incida sulla mia vita, sui miei ricordi, perfino sui miei pensieri. Non ci avevo fatto caso prima. Posso dirti però che l’elemento musicale avrà un peso importante, forse anche decisivo, per uno dei personaggi all’interno del secondo volume.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Fortunatamente molto positivi. Devo dire che la maggior parte dei lettori ha apprezzato questa storia famigliare come mai avrei immaginato. Non mi sarei mai aspettata tanto calore e tanta accoglienza, ma anche tanta curiosità nei confronti delle Marche come regione. Sono felicissima.
Blogger, giornalista, scrittrice: esiste un ordine di preferenza professionale o preferisci essere definita pirandellianamente (passaci il neologismo) “una nessuna e centomila”?A me piace scrivere, su questo non c’è dubbio. Mi piace scrivere sul blog, mi piace scrivere per i giornali. Ma i libri…sono un’altra cosa. Spero un giorno di diventare davvero una scrittrice, spero di aver sempre qualcosa da raccontare, di raccogliere e ascoltare storie e di restituirle ai lettori. Sì, senza dubbio, tra tutte e tre le definizioni, tengo di più a quella di scrittrice, anche se per ora è un termine davvero esagerato.
Cosa ti aspetti da questo romanzo?Dal romanzo non mi aspetto niente. Da me stessa mi aspetto invece di essere riuscita, anche solo in parte, a far sì che il lettore, leggendo questa storia, possa dire: “Mi sento a casa”.
Saluta i lettori del nostro blog. Un caro saluto e un abbraccio a tutti i vostri lettori: non dimenticate mai che la letteratura può salvarvi la vita, perché siamo fatti al novanta per cento di parole.

Titolo: Una volta è abbastanza
Autrice: Giulia Ciarapica
Casa editrice: Rizzoli
Genere: Saga familiare
Pagine: 365
Anno: 2019
Prezzo: € 19,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Letture consigliate: “Gli anni della leggerezza. La saga dei Cazalet. Vol. 1” di Elizabeth Jane Howard.

L’autrice
Giulia Ciarapicaè blogger culturale. Scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”. Ha pubblicato “Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché” (Cesati, 2018). Una volta è abbastanza (Rizzoli, 2019) è il suo primo romanzo.

Paquito