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I disinnamorati (Frank Iodice)

9788833440972_0_0_471_75Antonino Bellofiore è un giovane nizzardo che sta per essere nominato commissario. Si vergogna del suo nome di battesimo perché è troppo dolce, preferisce farsi chiamare per cognome.

L’amore. Questo sconosciuto.
Si potrebbe riassumere in questo modo “I disinnamorati”, il nuovo romanzo di Frank Iodice edito da Eretica. Un romanzo sentimentale dalle forti tinte noir. Sentimentale perché Antonino Bellofiore – il protagonista del romanzo – vive una relazione con Anisetta, una ragazza apparentemente remissiva e piena di dubbi sul destino della propria storia sentimentale, ma soprattutto impegnata a costruire, giorno per giorno, le sue certezze a cominciare dal dottorato che sta completando; noir perché Bellofiore – lo sbirro che indossa i calzini spaiati, fuma sigarette di contrabbando e si frega gli accendini – porta avanti un’indagine che prende il via grazie ad alcune cartoline inviategli nel lontano 1952.

Il taglio cinematografico che Iodice ha dato alla storia è il punto di forza di un romanzo che si muove su più piani narrativi. Iodice offre al lettore un poliziesco classico (le atmosfere richiamano molto i romanzi di Simenon) ma, contemporaneamente, approfondisce le dinamiche di una coppia apparentemente felice.
Una doppia indagine che gratifica il lettore e lo porta a chiedersi, dopo l’ultima pagina: E adesso?
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“I disinnamorati”. Come è nato questo libro? È nato mentre fissavo il soffitto della mia camera da letto, che aveva una forma pentagonale molto strana, e non riuscivo ad abbracciare la donna che era distesa accanto a me. A partire da questa sensazione di distanza, fisica, corposa, al centro del letto, ho iniziato a investigare il disamore.
Cominciamo con Antonino: poliziotto rude e molto spigoloso, si rivela anche fragile, specie quando si parla d’amore. Come hai fatto a trovare un equilibrio all’interno di questo personaggio? Gli accendini. Ero nel commissariato di polizia di Debouchage per fare una denuncia contro ignoti dopo aver ritrovato la mia auto distrutta, e il brigadiere ha aperto un cassetto pieno di accendini. E mi sono detto: nel collezionare accendini rubati, Bellofiore sembrerà buffo e più umano nel suo tormento, cercherà di collezionare lo stupore delle persone a cui ruberà questi accendini e non gli accendini stessi. È così che ho incominciato a costruire le due metà. Un uomo combattuto costantemente tra il rimorso per il passato, a cui guarda con sfiducia, e lo stupore per il presente, che sembra osservare con gli occhi di un bambino di sei anni.
Riguardo all’amore, anche Antonino, come tutti noi, è vittima del malinteso, come si legge a pagina 77: Il malinteso. Questo, il peggior tranello in cui possiamo cadere quando amiamo qualcuno.
Antonino è particolarmente legato alle proprie origini, tuttavia sembra vivere un conflitto interiore quando si parla del padre Antonio, figura estremamente importante per la sua formazione. Vive una sorta di complesso di inferiorità o, semplicemente, ha un debito di riconoscenza mai estinto nei confronti del padre? Non c’è il suo nome di battesimo sulla cassettina, gli dice il postino in uno dei primi dialoghi del romanzo. Sono l’unico Bellofiore nel palazzo, risponde lui, non occorreva scrivere anche il nome. La psicologia di Antonino Bellofiore è tutta nel suo nome, che è il diminutivo di Antonio, suo padre. Il padre ha abbandonato lui e sua madre quando Antonino era solo un bambino. Rifiutandosi, oggi, di accettare il proprio nome, Antonino non fa altro che rifiutarsi di elaborare l’abbandono. Ne ha ancora paura, e ne ha paura quando si tratta di amare e farsi amare. C’è una frase che Antonino dice a un certo punto: se ci sentiamo completi soltanto quando siamo con un’altra persona, vuol dire che con le nostre stesse mani ci siamo resi inadatti a rimanere da soli… Ne risulta che fa soffrire la sua compagna e non riesce a salvare lei e se stesso dal male che lo attira.
Anisetta. Una donna che nasconde dietro il suo sguardo un mondo fatto di determinazione (con cui porta avanti i propri studi) e incertezze (il suo rapporto con Antonino). Quale figura femminile ti ha ispirato? La figura femminile che mi ha ispirato questo personaggio è in parte la persona con cui ho condiviso molti anni di viaggio, come definivamo la nostra relazione. Finché anche lei si è stancata – e ha fatto bene – di aspettarmi di notte o di svegliarsi con il mal di testa, perché invece di usare un laptop moderno e silenzioso, mi ostino a scrivere con una di quelle vecchie tastiere che ormai si trovano solo negli uffici pubblici o nei call center. A lei, ho attribuito alcuni elementi di altre donne che ho incontrato dopo, donne di cui il narratore dà molte definizioni, come questa: Anisetta è una donna giovane ma conoscitrice di auree immaginarie. Nella seconda parte della notte, confortata dalla penombra che ha ottenuto chiudendo le imposte, sognerà.
Alcune cartoline datate 1952 sono il perno della storia. Quale rapporto hai con gli oggetti del passato e, aprendo un cassetto, quale di questi ti racconterebbe meglio? Un professore di Creative Writing della Florida State University mi ha insegnato (non a lezione, perché dopo aver provato a seguire un corso di scrittura creativa sono scappato, ma nella caffetteria dell’università) che da un qualsiasi oggetto si può tirare fuori una storia. Infatti, lui frequentava i mercatini dell’antiquariato e collezionava vecchie cartoline. Un po’ come quelle che ho usato anch’io quando ho pensato a un elemento scatenante per la ricerca di Bellofiore. Credo che il contatto fisico con gli oggetti sia uno degli aspetti della vita, prima dell’avvento del web, che riesce a sopravvivere nei romanzi. Se non attribuissimo loro significati e significanti forti e ci riducessimo a sostituire qualsiasi azione con una app, allora i romanzi non avrebbero più un senso, sostituiremmo anche questi con dei click. Un oggetto porta con sé lentezza, distanza, silenzio, mistero, fascino, tutto ciò che si cerca di riportare in vita quando si scrive. La scrittura è – e non potrebbe essere altrimenti – un qualcosa di fisico. E in questo universo, che difficilmente la tecnologia riuscirà a sostituire, noialtri ci aggrappiamo a piccoli feticci, reliquie che ci ricordano la nostra attaccatura alla vita. Riguardo a me, ho attribuito alla mia biblioteca questo ruolo salvifico, riuscendo a portare con me 2.000 volumi durante almeno dieci traslochi. La mia unica eredità fatta di carta.
La decisione di ambientare la storia all’inizio degli anni ’80 è dettata solo da esigenze narrative oppure c’è qualche evento, accaduto in quegli anni, che volevi rievocare attraverso la tua storia? Sì, è un’esigenza dovuta alla presenza del dottore, un personaggio del quale non menziono il nome, ma sembrerebbe il dottor Fontaine, protagonista di altri miei romanzi. Nel 1982, Fontaine doveva essere un giovane medico appena laureato, affascinante e colto, quando gli è stato assegnato il corso di Psicologia durante il quale incontra Anisetta.
Quali sono stati, finora, i feedback dei lettori? Non ne ho idea perché non ho avuto modo di andare in Italia da almeno un paio d’anni e non ho ancora tenuto alcuna presentazione dell’edizione italiana, uscita a settembre del 2019. Quando questo periodo apocalittico dovuto all’emergenza sanitaria sarà passato, chiederò alla Feltrinelli di Salerno, la città in cui sono cresciuto, che si era mostrata interessata. Via e-mail, ho ricevuto molti messaggi, tutti positivi e alcuni persino molto minuziosi. C’è stato per esempio un gruppo di lettura di Roma che mi ha fatto notare che la scelta di sostituire Edith Piaf con Loreena McKennitt (una sostituzione decisa nel passare dalla versione pubblicata in francese a quella italiana) è stata un errore perché nel 1982 Loreena McKennitt pare non avesse ancora inciso alcun disco. Infatti, alla prossima ristampa il buon Giordano Criscuolo, direttore di Eretica, mi ha promesso di apportare questa piccola correzione. Altri commenti, molto più profondi e disinteressati, mi hanno invece commosso e ne conservo un bellissimo ricordo. Talvolta li rileggo quando non ho voglia di scrivere e mi chiedo se oggi ne valga ancora la pena.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Emozionare. Si scrive una storia per emozionare. Tutto il resto è pura vanità.

Titolo: I disinnamorati
Autore: Frank Iodice
Casa editrice: Eretica Edizioni
Genere: Poliziesco, sentimentale
Pagine: 200
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Letture consigliate: Un qualsiasi romanzo di Andrea Camilleri che abbia come protagonista il Commissario Montalbano.

L’autore
Scrittore di origini napoletane, Frank Iodice vive tra la Francia e gli Stati Uniti dedicandosi con passione e costanza ai suoi romanzi. Tra le opere: “Un perfetto idiota” (Ass. Culturale Il Foglio, 2017), “Matroneum” (Ass. Culturale Il Foglio, 2018), “La meccanica dei sentimenti” (Eretica, 2018), “I disinnamorati” (Eretica, 2019).

Paquito

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Fidanzati dell’Inverno – L’Attraversaspecchi vol.1 (Christelle Dabos)

L'attraversaspecchi 1 - Fidanzati dell'InvernoInerpicato su un muraglione, un cammino di ronda avvolgeva la fortezza a spirale serpeggiando fino in cima. Città-cielo era molto più strana che bella. Torrette dalle forme diverse, alcune panciute, altre affusolate, altre ancora sbilenche, sputavano fumo da ogni comignolo. Le scale sospese scavalcavano maldestramente il vuoto e non comunicavano alcuna voglia di arrischiarvisi.

Dopo una lunga sequela di Young Adult parecchio deludenti, credevo di aver detto addio alle storie per ragazzi a tema fantastico, invece, a distanza di qualche anno, eccomi a parlare di “Fidanzati dell’Inverno”, il primo volume della saga francese “L’Attraversaspecchi” (edito in Italia da e/o), che di deludente, per fortuna, ha assai poco.
Catapultato fin dalle prime pagine in un mondo diviso in Arche, dove tutti hanno poteri magici e sono guidati da uno Spirito divino, il lettore fa subito la conoscenza di Ofelia, la classica eroina degli Young Adult, goffa e introversa, che ha il potere di leggere la storia degli oggetti toccandoli e di muoversi da un luogo all’altro attraversando gli specchi. Promessa in sposa a Thorn, un ricco funzionario del Polo, un’arca lontana e inospitale, Ofelia si ritrova a vivere in una società molto diversa dalla sua, tra nobili viziati e falsi, che non sono mai sinceri e non si fanno scrupoli a rovinarsi la vita l’un l’altro per ottenere i favori del loro Spirito divino, Faruk.
Ignara del perché sia stata scelta proprio lei come sposa del rude Thorn, Ofelia cerca di dipanare l’intricata matassa di misteri che la circonda e di capire quale persona a corte sia degna di fiducia e quale no.
“Fidanzati dell’Inverno” è un romanzo non perfetto, ma senza dubbio un ottimo punto di partenza per una storia a più puntate. Nonostante i ritmi all’inizio un po’ lenti e il non detto che talvolta risulta frustrante, questo primo capitolo trasmette bene il senso di confusione della protagonista, che, calata in un contesto sociale per lei incomprensibile e, soprattutto, pieno di intrighi e misteri, non capisce bene cosa succeda intorno a sé né quali siano le vere intenzioni dei personaggi.
L’autrice Christelle Dabos ha senza dubbio seminato elementi che torneranno utili nei successivi volumi della saga, descrivendo in maniera brillante e minuziosa questo mondo fantastico dai toni steampunk, in cui le tecnologie a vapore si affiancano allo stile della Belle Époque in modo assai accattivante, ricordando la nota saga fantasy di Philip Pullman, “Queste Oscure Materie”.
C’è da sperare che nei prossimi volumi ci siano maggiori informazioni sui personaggi, qui appena abbozzati, e che la dimessa Ofelia, acquisita più determinazione e sicurezza in se stessa, riesca a vederci chiaro in questa fitta e misteriosa nebbia e a essere l’eroina impavida e forte che, sono sicura, può diventare.

Titolo: Fidanzati dell’Inverno
Autore: Christelle Dabos
Casa editrice: Edizioni e/o
Genere: Fantastico, Young Adult
Pagine: 512
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni

L’autrice
Christelle Dabos è cresciuta a Cannes in una famiglia di musicisti e artisti. Scrive le prime storie all’università. Durante un periodo di convalescenza, si unisce al Silver Plume, una comunità di scrittori su internet che la incoraggia a partecipare a un concorso organizzato da Gallimard Jeunesse. Dal 2005 vive e lavora in Belgio. Nel 2013 ha vinto il Prix du Premier Roman Jeunesse Gallimard-RTL-Télérama per “Fidanzati dell’Inverno”. Nel 2016 i primi due libri della saga sono stati premiati con il Grand Prix de l’Imaginaire.

Claudia

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Cambiare l’acqua ai fiori (Valérie Perrin)

Cambiare l'acqua ai fioriMi chiamo Violette Toussaint. Facevo la guardiana di passaggio a livello, ora faccio la guardiana di cimitero. Assaporo la vita, la bevo a piccoli sorsi, come un tè al gelsomino con un po’ di miele. E la sera, quando il cancello del cimitero è chiuso e la chiave appesa alla porta del bagno, sono in paradiso.

Quando un libro colpisce, è difficile parlarne. Qual è la parola adatta a descrivere questo romanzo? Malinconico, misterioso, vivo? “Cambiare l’acqua ai fiori” (edito da e/o) è tutto ciò e molto altro ancora. È un viaggio nella memoria, nel dolore e nelle passioni, un intreccio di storie che non sempre hanno un lieto fine, ma che sanno comunque regalare un sorriso.
Non si può seguire Violette Toussaint, la protagonista, e non sentirsi travolti dalle sue emozioni, tanto forti quanto trattenute. Una donna all’apparenza mite, perfettamente a suo agio tra i morti, che si fa carico di alleviare le sofferenze degli altri, ma che non permette a nessuno di conoscere le sue. La vita di Violette, la vita che aveva prima di diventare la guardiana del cimitero di Branchion-en-Chalon, è avvolta nel mistero. I compaesani sanno che suo marito è scomparso poco dopo essere arrivati in Borgogna, che ama fare giardinaggio e parlare con le tombe dei defunti. Ma chi è questa donna solitaria che veste di colori scuri e non sorride mai?
Il lettore è l’unico ad avere accesso ai pensieri di Violette, che, dopo l’incontro con un affascinante commissario in lutto per sua madre, ripercorre i suoi passi e torna col pensiero all’adolescenza, a suo marito, ai dolori sopraggiunti col matrimonio. E, nel frattempo, altre storie si intrecciano a quella di Violette: gli amori, le amicizie, i tradimenti delle persone che si sono poste sul suo cammino, ma anche i segreti dei defunti di Branchion-en-Chalon, che continuano a vivere nei ricordi e nelle carte lasciate a chi li ha amati e vive ancora.
La scrittura di Valérie Perrin riesce in un’impresa per nulla semplice, tiene col fiato sospeso senza annoiare mai, affonda nelle emozioni più profonde senza scadere nella banalità. Tra le pagine c’è tutto: desiderio bruciante, malinconia, lutto, rinascita. Non mancano momenti in cui leggere fa male, in cui bisogna chiudere il libro e dedicarsi ad altro. La commozione, talvolta, è meravigliosamente insopportabile.
“Cambiare l’acqua ai fiori” è una storia di desideri inespressi, di amori trovati, perduti e ritrovati, di sogni infranti e resurrezioni. Valérie Perrin mostra che è possibile rinascere dalle proprie ceneri, che il dolore esiste ed è reale, ma che si può superare. Che per quanto sia lungo l’inverno, in primavera sbocceranno i fiori.

Titolo: Cambiare l’acqua ai fiori
Autore: Valérie Perrin
Casa editrice: e/o
Genere: Biografico, drammatico
Pagine: 480
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni

L’autrice
Valérie Perrin lavora da sempre nel mondo dell’arte e per anni è stata fotografa di scena delle più importanti produzioni cinematografiche francesi, tra cui quelle del marito Claude Lelouch. Il suo talento nel cogliere attraverso l’obiettivo situazioni, atmosfere, emozioni le ha fatto conquistare numerosi premi.

Claudia

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La vita è altrove (Milan Kundera)

9788845908958_0_0_422_75«Il peggio non è che il mondo non sia libero, ma che la gente abbia disimparato la libertà» le diceva il pittore, e lei pensava che l’osservazione si riferisse proprio a lei, che apparteneva completamente a quel vecchio mondo che, come dichiarava il pittore, andava rifiutato in blocco. «Se non possiamo cambiare il mondo, cambiamo almeno la nostra vita e viviamola liberamente» le diceva. «Se ogni vita è qualcosa di unico, traiamone tutte le conseguenze; rifiutiamo tutto ciò che non è nuovo. Bisogna essere assolutamente moderni» le diceva citando Rimbaud e lei lo stava ad ascoltare religiosamente, piena di fiducia nelle nelle sue parole e piena di sfiducia in se stessa.

“La vita è altrove” (edito da Adelphi), romanzo ambientato in Cecoslovacchia tra gli anni Trenta e la fine degli anni Quaranta, racconta la storia del giovane Jaromil, ironicamente soprannominato Il poeta. Durante la prima adolescenza, il giovane subisce cocenti delusioni, che lo portano a evadere dalla realtà e a trasportarsi sempre più verso un mondo immaginario straordinariamente artistico, nonostante gli atteggiamenti assai diffidenti e protettivi della madre.
In questa sua fuga dalla quotidianità, il protagonista matura in particolar modo uno spiccato senso poetico e idealistico, talmente prorompente da diventare quasi tangibile per il lettore. Con l’avvento di un periodo storico e culturale difficile, l’istinto creativo e soprattutto evasivo di Jaromil diverranno così forti da costringerlo a immedesimarsi in maniera del tutto parallela nelle avventure di un personaggio da lui stesso creato, Xavier, che fa da contrappeso a una realtà in apparenza sterile e angosciante.

Mi piace credere che tra me e “La vita è altrove” sia stato amore a prima vista: quando ho notato curiosando nelle librerie di Port’Alba il titolo del libro, celebre frase del poeta Arthur Rimbaud, già suggeriva il connubio tra narrativa e poesia che durante il corso della lettura mi ha letteralmente stregata. Ad accompagnare lo stile inconfondibile di Kundera ci sono temi molto forti, come il terrificante periodo fascista e la lunga crisi cecoslovacca che, pur sembrando elementi scenografici, divengono dimensioni storico-spaziali necessarie affinché la narrazione possa funzionare nel migliore dei modi.
Altra colonna portante del romanzo è la significativa caratterizzazione dei personaggi principali: la profondissima introspezione di Jaromil, in particolar modo, è talmente fitta da dover ricorrere anche al pensiero del co-protagonista Xavier, a cui l’autore dedica alcuni avventurosi intermezzi, creando una narrazione secondaria riflessa e contrapposta alla narrazione primaria, e rendendo il lettore partecipe anche dei desideri inconsci di Jaromil. Altrettanto interessante è la figura della madre del poeta, una donna apprensiva che in un primo momento può destare antipatie ma che, al contrario, rivela sin da subito la sua ammirazione per il mondo dell’arte, che riesce però a intravedere e sfiorare solo nei momenti in cui Jaromil le è accanto.
Insomma, “La vita è altrove” mi ha stupito e commosso, oltre che per la sua compiutezza, per la forte connotazione poetica e per l’intensità delle emozioni che regala.

Titolo: La vita è altrove
Autore: Milan Kundera
Genere: Romanzo
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 349
Anno: 1992
Prezzo: € 12
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Brano consigliato: “Reprise” dei Caspian

L’autore
Milan Kundera, uno dei maggiori autori europei del secondo Novecento, è stato un attento testimone delle vicende storiche dell’ex Cecoslovacchia, dalla Primavera di Praga alla repressione sovietica.
Nato a Brno, nel sud della Repubblica Ceca, eredita dal padre musicista l’amore per la musica e il jazz in particolare. Iscritto al Partito Comunista, negli anni Cinquanta e Sessanta si accredita come la personalità culturale di maggior rilievo nel suo Paese.
Il vento riformatore del 1968, da lui sostenuto convintamente, lo porta a scontrarsi con il regime filosovietico e a rifugiarsi a Parigi. Qui nel 1984 pubblica L’insostenibile leggerezza dell’essere, suo capolavoro assoluto, divenuto un classico della letteratura europea.
L’ultima fatica è La Festa dell’insignificanza, edita nel 2013 e ambientata nella Parigi contemporanea.

Federica

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La rotta delle nuvole (Peppe Millanta)

9788865493144_0_0_422_75Ogni volta che nella storia è stato aperto un nuovo cammino, lo si è fatto seguendo qualcosa: una stella, un vento, una mappa, una corrente o addirittura un sogno. In questo viaggio tutto particolare, invece, seguiremo loro.
Le nuvole.

Non è un saggio. Ma nemmeno un romanzo. Non è una fiaba, né un racconto. “La rotta delle nuvole. Piccole bussole per sognatori testardi” il nuovo libro di Peppe Millanta (edito da Ediciclo) è un viaggio. Un’esperienza da vivere senza troppi pensieri e con lo sguardo orientato al cielo. Lì dove cumulonembi in cerca d’attenzione assumono le forme più fantasiose: animali leggendari, volti umani, ma pure oggetti che potrebbero provenire dal futuro (come sostiene l’autore).

Peppe Millanta tiene per mano il lettore lungo tutto l’arco narrativo. Lo fa con l’ausilio di aneddoti (meravigliosa la storia del signor Luke Howard, al quale si deve la classificazione delle nuvole), con una scrittura accattivante (che arricchisce con una fantasiosa formattazione) e con un lungo ma piacevolissimo flusso di coscienza. Ha un’ambizione questo libro: intrattenere il lettore, strappandogli più di un sorriso. I presupposti per riuscire nell’impresa ci sono tutti.
Adesso parola all’autore.

“La rotta delle nuvole”. Come è nato questo libro? Innanzitutto da una intuizione di Lorenza Stroppa, editor di Ediciclo e a sua volta scrittrice, che mi ha coinvolto in questa collana camminante, “Piccola filosofia di viaggio”. Davvero un gioiellino, che osserva il mondo dalla fessura dello stupore, proprio come piace a me. È stata una bella sfida, perché non avevo mai scritto nulla utilizzando me come protagonista, come voce narrante. Dopo anni passati a nascondermi dietro i miei personaggi, sono stato stanato e costretto a venire un po’ fuori. Il tema erano le nuvole e intorno a questo ho costruito il resto, che non è un romanzo, non è un racconto, ma che mi piace definire una passeggiata con il naso all’insù.
Cominciamo dalla struttura: un po’ saggio, un po’ fiaba, un po’ diario di viaggio. Tutto rigorosamente con il naso all’insù. Che libro avevi in testa? Più che altro, che libro avevo sopra la testa! Scherzi a parte, volevo utilizzare le nuvole come una sorta di modello da seguire, da cui imparare qualcosa. Si tratta infatti dell’ultimo elemento naturale di cui ci siamo appropriati. Sono state a lungo qualcosa di misterioso, le nuvole, e per certi aspetti lo sono ancora oggi. Dimore di divinità. Inspiegabili. Impalpabili. Eppure magnetiche. Capaci di monopolizzare il nostro sguardo dalla notte dei tempi. E nonostante il nostro rapporto profondo con loro, sono state una degli ultimi elementi che siamo riusciti a classificare e a organizzare in uno schema. Sono anarchiche per natura, le nuvole. E incarnano la fantasia. È venuto di conseguenza immaginare una sorta di rosa delle nuvole anziché dei venti, con delle rotte tracciate seguendo alcune loro caratteristiche peculiari. E da lì a metà tra il gioco, il ragionamento, lo scherzo, ho provato a scrivere come loro, mutando continuamente forma.
Sostieni che siano “le domande a condizionare il nostro agire”. Un modo implicito per dire: smettiamola di ascoltare gli altri e godiamoci la vita? Un modo esplicito per dire che uno degli esercizi fondamentali per restare dei sognatori è quello di essere capaci di ascoltarsi. Sempre. Dentro ognuno di noi c’è una domanda, un qualcosa che ci spinge a cercare. Siamo tutti in cerca di qualcosa. Ci aggiriamo per il mondo, sbirciamo, studiamo, frughiamo, rivoltiamo cose alla ricerca di un qualcosa. Quel qualcosa è la nostra domanda, il nostro marchio, il nostro modo di stare al mondo. Abbassare il frastuono che ci circonda per riuscire ad ascoltarci è un esercizio fondamentale.
Osservare la forma mutevole delle nuvole trovandoci milleuno immagini è, in qualche modo, un invito alla creatività, anche solo di pensiero? Esattamente. Essere creativi significa avere attitudine al creare. E preservare questa qualità, questo essere animali creativi, appunto, ci permette di essere generosi con noi stessi, perché ci regala sempre una alternativa rispetto a ciò che siamo. Significa, quindi, regalarsi la capacità continua di cambiare, senza mai avere paura. È un qualcosa di potentissimo essere l’artefice del nostro cambiamento, agire invece che subire. Si tratta di un esercizio facile quando si è piccoli, e che diviene via via sempre più difficile quando ci incancreniamo in un ruolo, una posizione, in un nome, in un modo di fare, in un punto di vista. Essere creativi significa rimanere giovani, e potenzialmente sbocciare in tutte le nostre alternative, scandagliando ogni nostra possibilità. Un regalo splendido direi.
Quale messaggio volevi trasmettere attraverso questo libro? A questa domanda rispondo sempre allo stesso modo. Purtroppo (o per fortuna) non ho messaggi. E diffido sempre dello scrittore che dice di averli. Se avessi messaggi, o soluzioni, o ricette, non li nasconderei dentro delle storie, ma andrei dritto al punto. Troverei mezzi più sfacciati per comunicarli. Io posso al massimo sperare di avere delle intuizioni, e provare a lanciarle come un piccolo sasso nello stagno di chi mi legge, senza sapere nulla su quello che accadrà. Magari il sasso andrà subito a fondo, come se non fosse mai esistito. O magari farà qualche cerchio nell’acqua, corrugando la superficie proprio come facciamo noi quando qualcosa ci da dà pensare. Al massimo posso offrire un altro punto di vista, condivisibile o meno. Non più di questo.

Titolo: La rotta delle nuvole. Piccole bussole per sognatori testardi
Autore: Peppe Millanta
Genere: Saggio, racconto, favola
Casa editrice: Ediciclo
Pagine: 94
Anno: 2020
Prezzo: € 9,50
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Canzoni suggerite: “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli
Letture suggerite: “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne; “Tre uomini a zonzo” di Jerome K. Jerome

L’autore
Peppe Millanta, pseudonimo nato per mascherare le attività eversive durante la sua doppia vita ai tempi dell’Università a Roma (studente di giorno, perditempo di notte), è un musicista di strada. Si vanta di aver avuto la carriera di avvocato più rapida della storia: 12 ore appena, giusto il tempo di abilitarsi, farsi le foto di rito e cancellarsi dall’Albo l’indomani mattina.
Lasciata la carriera da avvocato si è diplomato in Drammaturgia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale Silvio d’Amico.
Vincitore di numerosi premi di narrativa e di teatro, nel 2013 fonda la band di world music “Peppe Millanta & Balkan Bistrò”, con cui si esibisce in numerosi festival in tutta Italia. Nel 2017 fonda a Pescara la “Scuola Macondo – l’Officina delle Storie”, dedicata alle arti narrative. “Vinpeel degli orizzonti” (Neo Edizioni 2018) è il suo primo romanzo. Nel 2020 esce per Edicilo “La rotta delle nuvole”.

Paquito

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La Lega degli Straordinari Gentlemen (Alan Moore e Kevin O’Neill)

9788832732580_0_0_471_75L’Impero Britannico ha sempre avuto difficoltà a distinguere i suoi eroi dai suoi mostri.

Tutto inizia con un incontro: quello che avviene tra Campion Bond, membro dei servizi segreti britannici,e una giovane donna: Wilhelmina “Mina” Murray, ex signora Harker. Il motivo del loro incontroè una missione: l’intelligence (capitanata da un uomo che si nasconde dietro l’iniziale M.) ha bisogno che venga riunita una squadra di persone, ognuna dotata a suo modo di abilità fuori dal comune, per riuscire in imprese che ad altri sono precluse. Il compito di scovarle e riunirle è affidato proprio alla giovane Mina che parte in compagnia del Capitano Nemo a bordo del suo Nautilus per recuperare gli altri membri della Lega degli Straordinari Gentlemen: Allan Quatermain, prode cacciatore e già eroe dell’impero; Hawley Griffin, diventato invisibile dopo un esperimento andato male e, infine, il dottor Henry Jekyll/Mr Hyde. Loro malgrado e un po’ attratti dai benefici che il governo può offrire, questi gentiluomini uniranno le forze, non senza intoppi e battibecchi, per fronteggiare i pericoli che si presenteranno e proteggere la nazione dai suoi nemici.

Per realizzare “La Lega degli Straordinari Gentlemen” (edito da Bao Publishing), Alan Moore e Kevin O’Neill hanno ricreato attraverso questo fumetto le ambientazioni tetre della Londra vittoriana dove i vizi dei suoi abitanti la fanno da padrona: una pungente ironia sull’imperialismo britannico domina tutto il fumetto, abbonda il linguaggio scurrile e la violenza. L’atmosfera è resa perfettamente dallo spettro di colori scelto per le tavole, scuri e cupi, che si alternano con rossi e ocra brillanti nelle scene più esplicite: insomma, in questa storia non cisono mezze misure ed è proprio questo che la rende così affascinante. Gli autori sradicano dai più famosi romanzi dell’Ottocento i loro protagonisti e,pur mantenendo il background originale, li rimodellano in base alle loro esigenze, dando loro personalità meno edulcorate e più adatte al lettore moderno: Mina Murray (“Dracula”) è divorziata dal marito Johnatan Harker; Allan Quatermain (“Le miniere di re Salomone”) è dipendente dall’oppio; Hawley Griffin (“L’uomo invisibile”) ha trascorso anni a molestare le studentesse di un collegio femminile e infine, il dottor Jekyll (“Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde”) ha permesso alla sua controparte, Mr Hyde, di prendere il sopravvento per anni. Questo, solo per quanto riguarda i componenti de la Lega,ma ci sono moltissimi riferimenti anche ad altri personaggi letterari come Mr Dupin (“I delitti della Rue Morgue”) e Sherlock Holmes, con una strizzata d’occhio alle opere di Charles Dickens. Un lavoro ambizioso, una storia di avventura e mistero condita da molta ironia e british humor con protagonisti i più grandi personaggi della letteratura mondiale.

Due parole, infine, per l’edizione: la casa editrice Bao Publishing, che da un po’ di anni detiene i diritti della serie, ha ripubblicato a partire da metà del 2019 questo primo volume e i successivi in una nuova edizione estremamente curata: alla fine del fumetto ci sono diversi inserti con illustrazioni riguardanti la storia e un intero racconto con protagonista Allan Quotermain scritto e illustrato dagli autori. Un valore aggiunto e una piccola chicca per i fan vecchi e nuovi di questa storia e dei suoi personaggi.

Titolo: La Lega degli Straordinari Gentlemen
Autrice: Alan Moore e Kevin O’Neill
Genere: Fumetto
Casa editrice: Bao Publishing
Pagine: 176
Anno: 2019
Prezzo: € 21,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Filmografia consigliata: Da questa storia è stato tratto un film nel 2003 “La leggenda degli uomini straordinari”. Per i lettori del fumetto le differenze con la versione cinematografica sono abbastanza evidenti ma è comunque un film godibile ed è ricordato anche per essere l’ultima apparizione cinematografica di Sean Connery.

Gli autori
Alan Moore, di origine britannica, è un artista completo: scrive fumetti, romanzi, musica e canzoni. È autore di alcuni dei fumetti più famosi e premiati, riconosciuti universalmente come capolavori: “Watchman”, “V per Vendetta”, “From Hell”, e “Batman: The Killing Joke” oltre, ovviamente, alla serie de “La lega degli Straordinari Gentlemen”.

Kevin O’Neill
, fumettista, conosciuto soprattutto per essere il co-creatore della serie “Nemesis the Warlock” e “La Lega degli Straordinari Gentlemen”.

Giovanna

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Editoria al femminile (Paquito)

Italia. Terra di santi, poeti, navigatori e case editrici.
Al di là di qualsiasi polemica (è triste la disparità tra editori e lettori, ma non è questa la sede per approfondire il discorso!) è confortante riflettere sulla crescita delle quote rosa (mi sia concessa quest’espressione) nel campo dell’editoria. Sono molte le donne impegnate attivamente nei processi editoriali, nelle vesti di: redattrici, traduttrici, correttrici di bozza e altro ancora. Ma quante decidono di investire il proprio tempo, le proprie energie, denaro (spesso, purtroppo, anche quelli) nell’editoria? E soprattutto perché? La risposta, quasi sempre, appare scontata: lo si fa per passione.
Possibile sia sufficiente affidarsi alla passione? Tante, troppe volte, gli editori (intesi come macrocategoria, al di là del genere) sono costretti ad avere un doppio lavoro e a portare avanti una casa editrice alla stregua di un’associazione culturale. Editoria come lavoro oppure come hobby? Abbiamo provato ad approfondire il discorso coinvolgendo due giovani editrici indipendenti: Oriana Conte, editrice di SuiGeneris, e Cristina Barone, una delle fondatrici di Cliquot.
Innanzitutto: perché si sceglie di diventare editori? «Non certo per danari» risponde Cristina. «Naturalmente per passione, per amore verso quest’oggetto così antico, ma classico e intramontabile. Per sentirsi parte di un processo, sano e costruttivo, parte dalla (ri)scoperta di un autore fino a rivelare la nuova uscita a lettori e stampa. In un mondo lavorativo profondamente asfittico è qualcosa che rasserena l’anima».cliquot
«Non è il più semplice degli investimenti» le fa eco Oriana. «Direi perché do ai libri vitale importanza e una buona dose di potere. Non a caso nella maggior parte dei mondi distopici, dove qualcosa è andato terribilmente storto, i libri sono proibiti o temuti».
E al di la delle ragioni etiche? «Mi sono proposta di rischiare» continua «puntando su autori contemporanei che la contemporaneità la vivisezionano, e ci trascinano in una immedesimazione viscerale, o ci mostrano qualcosa in più della realtà».
Un lavoro molto appagante, quindi, ma che riserva più di un problema, al di là di qualsiasi analisi di bilancio. Lecito chiedere: quanto è difficile per una donna occuparsi attivamente di editoria?
suigeneris«È un campo minato» afferma Oriana Conte. «Vorrei poter dire “Nessuno. Ci siamo liberati dagli stereotipi da entrambi i lati”. Mi limito a un aspetto: con sarcasmo, ricordo i primi anni, quando nel mio catalogo avevo ancora sei libri, tutti scritti da uomini e mi si chiedeva con sospetto: “Ma tu che sei donna perché hai solo autori maschi?”. Seguivano battute, qualcuno forse si aspettava che rispondessi come l’Amadeus di turno “Sono belli e sanno stare un passo indietro”. Scelgo i libri che mi piacciono e che abbiano qualcosa da dire. Questa del genere è un’annosa diatriba nel mondo editoriale. Dunque una delle difficoltà è mantenere l’attenzione sui libri».
«È difficile affermarsi» aggiunge Cristina «come in qualsiasi campo lavorativo in una nazione arretrata dal punto di vista della parità di genere. Deve cambiare il sistema di pensiero, come in altri paesi più avanzati è già successo, con risultati più che positivi sotto molti punti di vista, di benessere personale e sociale oltre che di produttività».
Forse, un giorno, le cose effettivamente cambieranno. Non vi sarà disparità di genere, aumenterà il numero dei lettori a qualsiasi latitudine. E magari verrà pure il giorno cui investire nell’editoria non sarà più considerato un atto di coraggio, ma una sana scelta professionale.

Paquito

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Anna Édes (Dezső Kosztolányi)

9788889076378_0_0_422_75Poteva fare di tutto ma non riusciva ad abituarsi al posto. Il suo olfatto, acuto come quello di un cane, si rifiutava. Quando da lontano scorgeva l’edificio al 238 di via Attila, rabbrividiva.

Budapest, 1919. Il terribile regime comunista di Bela Kun è finito e la borghesia ungherese può prendere, seppure per poco, un attimo di respiro. I coniugi Vizy, ansiosi di ostentare la ricchezza e lo status sociale tenuti a lungo nascosti, sono alla ricerca di una nuova cameriera, poiché tutte quelle avute finora sono pigre, ladre e donnacce. Venuto a sapere che il loro portinaio ha una nipote, tale Anna Édes, giovane volenterosa e virtuosa che fa la bambinaia presso un’altra famiglia, i signori Vizy fanno di tutto per convincere la ragazza a lavorare per loro, siccome all’inizio Anna è reticente a entrare in quella casa che, non sa bene perché, la mette a disagio.

“Anna Édes” (edito da Edizioni Anfora) è un romanzo che denuncia, senza mezzi termini, l’insensibilità e l’ipocrisia delle classi più alte della società nei confronti della servitù. Prigionieri delle loro vite vuote e prive di qualsivoglia scopo che non ruoti intorno alla ricchezza e al potere, i coniugi Vizy sfogano sulle domestiche le loro frustrazioni, pretendendo da loro un livello di efficiente perfezione inarrivabile a chiunque.
Eppure, la dolce Anna (Édes vuol dire proprio dolce in ungherese) appare fin da subito come la domestica dei loro sogni: silenziosa, dimessa, quasi invisibile, affronta il pesante carico di lavoro senza mai lamentarsi. I signori Vizy sono più che entusiasti di darle altre faccende da sbrigare, di vantarsi del suo carattere irreprensibile con amici e conoscenti, e mai una volta si chiedono perché Anna non mangi, perché appaia spesso triste e mai desiderosa di alcunché.
La ragazza è per loro un oggetto, uno dei tanti utensili per pulire la casa (lo stesso signor Vizy la paragona a una scopa) e a nessuno viene mai in mente che possa avere sentimenti o desideri come un qualunque altro essere umano. Sarà per questo che l’autore, con la sua scrittura fluida e la sua penna affilata, non fa mai entrare il lettore nella testa di Anna, ma ce la mostra per la maggior parte del tempo assumendo il punto di vista degli altri, dei borghesi amici dei Vizy, del giovane seduttore Jancsi, delle altre serve del condominio.
Forse perché Anna stessa, a furia di essere trattata come un oggetto, comincia a perdere la sua umanità, a sentirsi schiava e prigioniera di una casa che non le lascia via di scampo. E cosa accade quando una persona mette da parte i sogni e perde la sua umanità? Dezső Kosztolányi ce lo mostra in maniera brutale e quasi inaspettata, lasciando chi legge sgomento, ma, allo stesso tempo, vendicato.

Titolo: Anna Édes
Autore: Dezső Kosztolányi
Casa editrice: Edizioni Anfora
Genere: Realistico, drammatico
Pagine: 270
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni

L’autore
Dezső Kosztolányi è un maestro della letteratura del primo novecento ungherese, conosciuto e stimato in Italia grazie a Sellerio, Edizioni e/o, Rubettino, Castelvecchi e Mimesis. Il suo stile fu principalmente parnassiano e crepuscolare, comprendente elementi allusivi e sfumati, angoscia esistenziale e focalizzazione sull’individuo.
Anna Édes (1926) è considerato il suo miglior romanzo, presentato per la prima volta in Italia in edizione integrale nel 2014 (nel 1937 Baldini&Castoldi ne pubblicò una versione ridotta, forse per motivi di censura), e ha riscosso successo sia tra i critici sia tra i lettori.

Claudia

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Le creature (Massimiliano Virgilio)

9788817144384_0_0_471_75«Tutti quelli che arrivano qua hanno i soldi. Il fatto è che voi siete cinesi». L’uomo allungò lo sguardo sul marciapiede. «È tuo figlio?»
La donna annuì. «Non mangia mandorle» spiegò. «Se mangia le mandorle, portalo subito in ospedale.»
L’uomo fece spallucce. «Come si chiama?»
«Han.»
«Cazzo. Han è proprio un nome da cinese.» Abbassò la serranda. «Andiamo.»

Chi sostiene che Napoli sia solo una metropoli sbaglia. Napoli è un genere letterario, al pari del giallo, del fantasy e di qualsiasi altro genere. Va da sé che la periferia napoletana fosse lo sfondo perfetto per “Le creature”, il nuovo romanzo di Massimiliano Virgilio edito da Rizzoli.
Protagonista di questo romanzo di formazione dalle forte tinte noir è Han, un adolescente cinese che viene parcheggiato (termine infelice, ma che descrive la realtà dei fatti) da sua madre all’interno di una struttura abusiva nella quale vengono ospitati figli di immigrati stranieri.
Completamente solo, completamente avulso dalla sua comunità di origine, Han trascorre le sue giornate nell’improvvisato ostello gestito dalla Leonessa, una donna segnata dallo scorrere del tempo e dalla perdita di un figlio, in compagnia di Ismail, un ragazzo africano, e Dimitri, un adolescente ucraino, entrambi perfettamente integrati in un contesto di microcriminalità fatta di combattimenti clandestini di pitbull, prostituzione minorile e l’ambizione di vendere sigarette di contrabbando.

Il taglio cinematografico della storia è, a mio parere, l’autentico punto di forza del romanzo. Diretta conseguenza l’utilizzo dei dialoghi: serrati, crudi (siamo pur sempre in un contesto nel quale vi è poco spazio per la cordialità) e arricchiti da un sapiente uso della lingua napoletana. Semplicemente impeccabile il lavoro di evoluzione dei personaggi: Han, Nina e gli altri personaggi della storia mutano pagina dopo pagina, pagando le conseguenze delle proprie scelte impegnandosi continuamente per migliorare la propria condizione.
Non aggiunto altro. È il momento di lasciare spazio all’autore.

“Le creature”. Come è nato questo romanzo? È nato da una storia in parte vera. Ho incontrato un ragazzino di 14 anni alla periferia est di Napoli. Non solo era completamente scollegato dalla sua comunità cinese, ma sua madre, con cui aveva vissuto fino a quel momento, avendo bisogno di andare fuori Napoli per lavorare, aveva deciso di lasciarlo in una di queste case dove alcune donne napoletane, per sbarcare il lunario, ospitano bambini stranieri, in particolare bambini cinesi. Oltre a ciò, mi ha ispirato un fatto di cronaca molto violento e sanguinario al quale ho fatto riferimento nella seconda parte della storia.
Il protagonista della storia è Han, un ragazzino cinese cresciuto in Italia. Uno straniero in terra straniera che sa poco o nulla delle sue origini (conosce una sola parola in cinese) e che non desidera altro che affermare la propria identità. Quale, o quali, sono state le fonti d’ispirazione per creare questo personaggio? All’immagine del ragazzino che ho incontrato si è aggiunta una sensazione di sradicamento anche personale che vivevo in quegli anni.
Altro personaggio degno di nota è la Leonessa. A dispetto dell’appellativo, questa donna (che si trova, giocoforza, a trasformarsi in imprenditrice) combatte quotidianamente una lotta per la sopravvivenza e convive col dolore della perdita. Come riesce a non mollare a farsi sopraffare dagli eventi? Credo che lei abbia già mollato. La Leonessa ha mollato molti anni prima. Spesso ci capita di incontrare persone che sono in una fase della vita in cui ci appaiono in un modo: forti o deboli, acute o semplicemente rintontite. Mi piace molto indagare e raccontare un breve lasso di tempo della vita delle persone – in questo senso dei personaggi – provando a rendere conto anche delle ragioni che hanno determinato la loro ferita. Non per giustificarle – non mi piace questo – ma per raccontarle a trecentosessanta gradi, soprattutto quando si avvicinano a sentimenti negativi, quando in qualche modo rappresentano il male o il cattivo della storia, provando in questo modo a restituire la loro umanità.
E ora Nina. Adolescente sfuggente e silenziosa. Tuttavia determinata e segnata – nel fisico e nella mente – dal suo passato. In una realtà sempre più schiava dell’immagine, possiamo considerarla un elogio all’imperfezione? Nina è il mio personaggio preferito insieme ad Han. Mi piace molto l’idea dell’elogio dell’imperfezione. Direi che Nina è un elogio della normalità dell’imperfezione. L’idea è che siamo tutti imperfetti e Nina, come tutti gli altri personaggi, ha in sé l’imperfezione. Quando parla del significato della parola pezzotto, parla di apparecchiato alla meglio e, in fondo, siamo tutti così. Tutti cerchiamo sempre di mostrare il nostro volto migliore pur sapendo benissimo, dentro di noi, quanto siamo imperfetti. Anche i cultori dell’immagine esorcizzano quest’imperfezione attraverso una presunta perfezione, in  particolare estetica. Mi piace l’idea che, in qualche modo, Nina sia invece il contraltare, il liquido di contrasto con cui comprendere l’imperfezione generale del mondo e dei personaggi che lo attraversano.
In questa storia la lingua napoletana sembra essere quell’elemento col quale superare qualsiasi barriera culturale. Il dialetto è un espediente narrativo o un modo per veicolare un messaggio di inclusione? È le due cose contemporaneamente. C’è, da un lato, il dialetto inteso come inclusione. Parole che non appartengono a nessuno (nel romanzo – ad esempio – la parola fratè), vengono utilizzate da personaggi che arrivano da lontano e che si ritrovano su una parola nuova appartenente in questo caso al dialetto napoletano. Napoli è una città nella quale si parla molto il dialetto, pertanto anche gli stranieri ne vengono assorbiti. Dall’altro lato, però, il dialetto spesso è stato, ed è, anche un elemento di grande esclusione. Quindi non ne farei una teoria generale: spesso il dialetto è la lingua dell’esclusione, la lingua della violenza, della strada. Non sempre è il dialetto di Eduardo, di una Napoli mitica e accogliente. Può essere entrambe le cose. Anche attraverso l’uso del dialetto bisogna iniziare a pensare di sfuggire agli stereotipi legati a come si racconta Napoli.
Quanto ti senti straniero in questa città sempre così multietnica come Napoli? Non mi sento affatto straniero per ragioni di multietnicità. A farci sentire stranieri sono i baronati universitari, le istituzioni che non si occupano delle fasce più deboli, i politici che hanno sostituito la propaganda alla politica. Siamo tutti stranieri nel nostro paese. Anzi, la sensazione dello smarrimento e dello sradicamento appartiene a tutti da sempre. È il sentimento dell’infanzia, dell’adolescenza, quello che spinge le persone a leggere libri per ritrovare qualcosa di sé in mondi completamente lontani. Non credo sia un male sentirsi stranieri da questo punto di vista. Inoltre, in generale, gli scrittori sono sempre un po’ stranieri al proprio consesso. Chi viene da lontano, chi ha storie nuove da raccontare, lingue diverse con cui parlare, secondo me è il benvenuto perché ci accomuna la sensazione dello sradicamento.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Mi colpisce molto, durante le presentazioni, quando i lettori, soprattutto i giovani che sono italiani di seconda generazione o semplicemente sono arrivati qui da noi da pochi anni, si avvicinano e mi ringraziano per aver provato a raccontare in qualche modo una storia che li riguarda. Questo per me è molto importante.
Cosa ti aspetti da questo libro? Credo sia un punto di svolta decisivo nella mia carriera di scrittore, poiché penso di essere arrivato a un punto in cui il mio modo di scrivere e le storie che ho da raccontare si trovino a metà strada del dibattito: si possono scrivere solo storie vissute (in modo piacevole o doloroso) o si possono scrivere storie completamente inventate. “Le creature” è raccontata col piglio del naturalista esterno che parte dalla storia vera e cerca di eludere questo dibattito. In ogni caso mi aspetto che le persone lo leggano semplicemente.

Titolo: Le creature
Autore: Massimiliano Virgilio
Casa editrice: Rizzoli
Genere: Romanzo di formazione, noir
Pagine: 240
Anno di pubblicazione: 2020
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Letture consigliate: L’americano” di Massimiliano Virgilio; “Gotico americano” di Arianna Farinelli.

L’autore
Massimiliano Virgilio è nato a Napoli nel 1979. Ha pubblicato “Più male che altro” (Rizzoli, 2008), “Porno ogni giorno. Viaggio nei corpi di Napoli” (Laterza, 2009), “Arredo casa e poi m’impicco” (Rizzoli, 2014) e “L’americano” (Rizzoli, 2017).

Paquito

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Niente da fare (Silvia Borando)

9788898177530_0_0_502_75Quando in giro non c’è niente da fare… qualcosa da fare prima o poi salta fuori!

Anno nuovo, stesso contagioso entusiasmo. Il 2020 di minibombo, casa editrice per l’infanzia della quale abbiamo più volte parlato (date un’occhiata all’archivio delle recensioni per saperne di più) comincia col nuovo racconto illustrato di Silvia Borando “Niente da fare”. Il protagonista è un bambino che, stanco del dolce far niente, esce e comincia a esplorare lo spazio intorno a sé. Chi o cosa incontrerà? Quali pericoli affronterà? Ma soprattutto: riuscirà a divertirsi?

Al lettore l’ardua sentenza. Per quanto mi riguarda trovo questa storia molto educativa: in una realtà sempre più hi-tech è fondamentale inculcare nei bambini il desiderio di uscire, esplorare, entrare in contatto col mondo animale e con quello della natura. È questo, a mio parere, il messaggio che Silvia Borando intende lanciare. Un messaggio reso chiaro da illustrazioni che si avvalgono di pochi colori in grado di catturare, tavola dopo tavola, l’attenzione di lettori grandi e piccoli.
Non aggiungo altro, lasciando la parola all’autrice.

Niente da fare. Come è nato questo racconto illustrato? Da tempo mi frullava in testa l’idea di far ritornare il piccolo protagonista de “Il libro bianco”, album che ha inaugurato nel 2013 il catalogo di minibombo. Volevo esplorare la possibilità di una storia che vedesse al centro lui e, proprio come nel primo libro che lo vede in scena, la sua interazione con alcuni animali con i quali si ritrova sul bianco della pagina.
Tecnicamente parlando, hai scelto di non utilizzare parole, affidandoti unicamente alle immagini. Come mai questa scelta? Una cosa a cui cerco sempre di stare molto attenta quando realizzo un libro è di mettere sulla pagina solamente lo stretto indispensabile. Quando ho iniziato a tradurre in storyboard le suggestioni visive che sono poi diventate, dopo un certo lavoro, “Niente da fare”, mi sono subito accorta che le illustrazioni esprimevano già a pieno quello che volevo raccontare. L’aggiunta del testo si è rivelata superflua: le parole avrebbero solamente descritto con un altro linguaggio ciò che le immagini già raccontavano di per sé.
Tra le pagine di questa storia vi è un’interazione tra essere umano e mondo animale. La curiosità del piccolo protagonista di “Niente da fare” è un espediente narrativo o desideravi lanciare un messaggio ai lettori? Si tratta di un espediente narrativo, ma mi piace pensare che ogni lettore possa trovare nel libro una traccia delle proprie esperienze e aspettative, quindi sono felice di sentire che tu ci abbia trovato un messaggio. Il fatto di lasciare del non detto nelle storie permette che siano sempre aperte a modificarsi a seconda di chi le legge, e questo mi piace molto!
Quali sono stati i primi feedback? Il libro è uscito da un paio di settimane, non ho quindi ancora avuto l’occasione di leggerlo con i bambini. Le prime recensioni sembrano però molto positive. Incrocio le dita!
Come altri racconti di minibombo, anche questo si presta a un’interazione coi piccoli lettori. In che modo contate di stupire il vostro pubblico? In questo libro, come nella maggior parte dei libri minibombo, la sorpresa e lo spiazzamento sono al centro della vicenda. Quello che vogliamo suggerire ai nostri lettori è che le cose, spesso, non sono quello che sembrano, e che quando si tratta di libri e lettura (ma non solo!) è meglio non dare mai nulla per scontato!
Prima di salutarci vogliamo sapere cosa aspettarci per il 2020 da minibombo. In breve: l’arrivo di un nuovo autore a marzo, un libro ardito e avveniristico a maggio e una nuova app per l’autunno. Insomma, anche quest’anno ci sarà da divertirsi!

Titolo: Niente da fare
Autrice: Silvia Borando
Genere: Letteratura per l’infanzia
Casa editrice: minibombo
Pagine: 48
Anno: 2020
Prezzo: € 12,90
Tempo medio di lettura: 20 minuti
Dopo averlo letto: Uscire all’aria aperta per: giocare, esplorare, fare nuove amicizie e divertirsi.

L’autrice
Silvia Borando è nata nel 1986. Da piccola voleva fare la parrucchiera per tingere i capelli di fucsia alla zia. Da grande mantiene la sua passione per i colori lavorando come grafica nello studio TIWI. Coordina inoltre il progetto minibombo. Vive tra Trecate e Reggio Emilia e il suo animale preferito è il riccio.

Paquito

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Gotico americano (Arianna Farinelli)

9788830102101_0_0_422_75“La storia è finita. È ora di dormire.”
Bruna si china sul figlio. Lo bacia sulle palpebre come ogni sera. Gli passa una mano sulla fronte. Gli accarezza la testa riccia e gli soffia un po’ d’aria tra i capelli arruffati. Mario ha deciso di non tagliarli più e negli ultimi mesi sono cresciuti fino a lambirgli le spalle. Bruna gli abbottona il pigiama con gli unicorni rosa e gli rimbocca con cura le coperte. Poi fa per alzarsi, ma la sua mano viene trattenuta da quella del figlio.
“Rimani ancora un po’.”

Uno straordinario esordio. Ritengo sia questo il modo migliore per recensire “Gotico americano”, opera prima di Arianna Farinelli edita da Bompiani per la collana Munizioni.
New York fa da sfondo a un romanzo di formazione che ha per protagonisti: Bruna, docente universitaria divisa tra carriera e famiglia; suo marito Tom, perennemente in bilico in discussione nella sua veste di padre ma soprattutto di figlio di due italoamericani integralisti; James, che integralista islamico vuol diventare, abbracciando la causa dell’Isis e cambiando il proprio nome in Yunus, il profeta che Allah salvò dall’oscurità del ventre della balena. Sembrano vivere avvolti dalla stessa oscurità i personaggi descritti da Arianna Farinelli: un’oscurità fatta di pregiudizi, di dicerie, di scontri culturali e religiosi che lasciano addosso ferite profonde.

Molti sono i punti di forza di questo romanzo che mi ha entusiasmato fin dall’incipit. L’autrice racconta la vicenda attraverso la voce di tre narratori – completamente differenti tra loro – i cui destini, irrimediabilmente, s’intrecciano coinvolgendo interi nuclei familiari. Ma non finisce qui, poiché “Gotico americano” è un romanzo tremendamente attuale che utilizza la politica come espediente narrativo per parlare di: identità di genere, integralismo religioso, cultura afroamericana e per porre l’accento su un sistema giudiziario – quello americano – spesso fallace poiché vittima esso stesso di un pregiudizio di fondo. Il pregiudizio è un altro dei temi forti di una storia che, a mio parere, merita di essere letta per ritrovarsi, dopo le ultime righe di testo, completamente cambiati, proprio come i protagonisti.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Gotico americano”. Come è nato questo libro? Avevo letto sul New York Times di un ragazzo americano dall’infanzia difficile che reclutava giovani per la jihad. Mi sono chiesta allora quali motivazioni potessero spingere un giovane ad unirsi all’Isis. A parte questo però, volevo raccontare il mio tempo. Era il 2016 e fatti sconvolgenti accadevano nel mondo: la guerra in Siria, il fondamentalismo islamico, gli attentati terroristici in occidente, la Brexit e, per ultima in ordine di tempo, l’elezione di Trump che nessuno aveva previsto. Volevo raccontare l’America dove vivo da vent’anni, la mia esperienza di italiana all’estero, le contraddizioni e i conflitti di questa società. Conoscevo bene molti dei temi che sono finiti nel romanzo – il nazionalismo, il populismo, il terrorismo – perché li insegno all’università da molti anni. Ma volevo attraverso la letteratura creare empatia nel lettore e avvicinarlo a queste tematiche. La conoscenza non è solo cognitiva, passa prima di tutto dalle emozioni. Se provi empatia non odi, non discrimini, non hai paura.
Bruna. Una donna costretta a fare i conti con se stessa appena superati i quarant’anni. Un matrimonio segnato dalla routine, una carriera universitaria mai decollata, le quotidiane preoccupazioni legate ai figli. Talvolta la sua voce si ode appena, travolta com’è dagli eventi, tal’altre è un grido disperato che risuona a isolati di distanza. Dove e come riesce a trovare un equilibrio? Penso che molti di noi reagiscano così di fronte alle cose della vita. A volte sembriamo passivi, subiamo tutto, pensiamo solo a sopravvivere. Altre volte invece ci ribelliamo, alziamo la voce, diciamo basta. Mi è venuto naturale scrivere il personaggio di Bruna in questo modo. Non l’ho pianificato. È semplicemente uscito dalla mia testa così, forse perché il suo modo di reagire alla vita assomiglia molto al mio.
Tecnicamente parlando ho apprezzato moltissimo la variazione delle voci narranti: Bruna, Tom, Yunus. Come hai gestito questi tre attori protagonisti che richiedono costantemente la luce sulla propria porzione di palcoscenico? Vorrei saperti rispondere ma non lo so. Non decido mai a tavolino cosa succede in una scena o dove la storia sta andando. Però, durante la stesura del romanzo, i personaggi mi parlavano continuamente e io parlavo loro e da questo dialogo continuo è nato “Gotico americano”. Tutti personaggi mi sembravano talmente reali che una volta finito di scrivere il libro ho sentito la loro mancanza. Non mi parlavano più e mi mancava la loro voce. Ogni tanto quando cammino lungo il fiume e guardo in lontananza l’isola di Randall’s immagino che Yunus sia ancora lì, sul ponte di Hell Gate dove si è convertito all’Islam, e mi saluti con la mano.
New York, non una semplice metropoli, ma un autentico genere letterario. Quanto è stato difficile arginare questa città all’interno della storia? È impossibile arginarla. New York c’è in ogni pagina, in ogni personaggio che ho scritto. Nel romanzo, l’anima della città è rappresentata dal fiume. New York, proprio come l’East River, è sempre travolta dalle correnti, cambia continuamente direzione, è bellissima e spietata, se ci cadi dentro non ti lascia scampo.
A tal proposito, quanta Italia c’è nella New York del tuo romanzo? Tantissima Italia: quella degli italoamericani di seconda o terza generazione, che non sanno bene cosa sia l’Italia di oggi; e quella dei nuovi italiani che come Bruna sono arrivati in America da studenti e sono rimasti qui a vivere. Nel romanzo scrivo che per Mario, il figlio di Bruna, l’italiano è la lingua del sentire. In inglese c’è quello che lui deve imparare, in italiano quello che vorrebbe insegnare. In inglese Mario fa i compiti di scuola e conta i punti del baseball ma i baci di sua mamma si assaporano in italiano, la lingua della carne.

Una delle parole chiave di “Gotico americano” è: amicizia. Quella che può legare un ragazzino alla sua amica immaginaria o in grado di creare un legame fraterno tra due giovani che abbracciano una nuova religione. Può, questo sentimento, divenire un’arma a doppio taglio? Sì, quando per un amico sacrifichi la tua vita e non hai paura di affrontare la morte, come accade a Yunus. Ma io in questo romanzo volevo dare forma umana all’amore incondizionato. Yunus ama il suo amico Mohammad senza condizioni e non può lasciarlo andare da solo in Iraq. Lo segue nella pancia della balena, sotto tre strati di oscurità, perché spera di salvarlo. Poiché non sono capace di provare questo amore profondo per gli altri, ad eccezione solo dei miei figli, ho sentito il bisogno di scriverlo.
Una delle doti di questo libro è l’equilibrio. Quello tra narrativa americana (fatta di tanta sostanza) e quella italiana (molto attenta al linguaggio). A quale corrente letteraria ti senti più affine? Amo i romanzi impegnati che parlano della società e che sperano di generare un cambiamento. In questo senso i miei maestri sono James Baldwin, Toni Morrison e Vasilij Grossman.
Quali sono stati, finora, i feedback dei lettori? Tantissimi messaggi pieni di amore per Gotico. Una lettrice mi ha scritto: Bruna siamo tutte noi! Per me è la gioia più grande.
“Gotico americano” ha rappresentato il tuo esordio come narratrice. Visti i presupposti, a quando il prossimo romanzo? Spero a breve. Ci lavoro da un po’. È il secondo libro della trilogia. Si intitola “Gli ultimi americani”, come “Poesie degli ultimi americani” di Fernanda Pivano, in cui lei traduce i poeti della Beat Generation.

Titolo:
Gotico americano
Autori: Arianna Farinelli
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 279
Anno: 2020
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Letture suggerite: “La stanza di Giovanni” di James Baldwin.

L’autrice
Arianna Farinelli è nata a Roma nel 1975. Nel 2001 si trasferisce negli Stati Uniti, dove consegue il dottorato di ricerca in Scienze Politiche (2009). Nel 2010 inizia a insegnare al Baruch College della City University of New York. “Gotico Americano” è il suo romanzo d’esordio.

Paquito

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La figlia maschio (Patrizia Rinaldi)

9788866328704_0_0_471_75Quando vedo i polli appesi ai ganci di macelleria, ti penso. Ti sembrerebbe impresentabile. Diresti “impresentabile” calcando la voce sulla prima metà della parola, per non trascurare la erre. Usi impresentabile invece di sconveniente; anche sconveniente con te c’entra poco, in genere ti interessa solo quello che vuoi fare tu.

Il primo romanzo non si scorda mai.
È decisamente positivo il primo approccio alla narrativa di Patrizia Rinaldi, autrice che conosco da tempo soprattutto per le sue opere dedicate ai ragazzi (a tal proposito date un’occhiata alla recensione de La compagnia dei soli pubblicata qualche tempo fa). Il suo “La figlia maschio”, edito da E/O, è un romanzo estremamente interessante per una serie di ragioni.
Innanzitutto la tecnica: Patrizia Rinaldi racconta la storia affidandosi a quattro narratori (due maschili, due femminili) che creano immediatamente empatia col lettore regalando quattro versioni della medesima storia completamente differenti.
Strettamente legato alla tecnica, l’altro punto di forza del libro: l’approfondimento dei personaggi. I singoli attori in scena hanno sostanza, vissuto, emozioni forti che appassionano il lettore. I dettagli sono sapientemente distribuiti affinché si rispetti l’equilibrio narrativo e venga stimolata continuamente la curiosità del lettore.
Dulcis in fundo, il melting pot culturale che caratterizza la storia: un invisibile ponte che collega la Cina, terra di origine di Na (la figlia maschio che dà il titolo dal romanzo) all’Italia e in particolare a due metropoli come Roma e Napoli.
Promozione a pieni voti per questo romanzo e parola all’autrice per saperne di più.

La figlia maschio. Come è nato questo romanzo? Una persona a me cara ha fatto un lungo viaggio in Cina. Mi ha raccontato dell’interprete cinese che l’ha accompagnata: era destinata a essere una bambina fantasma, ma ha avuto la forza e la possibilità di scegliersi un altro futuro.
Dal punto di visto tecnico mi è piaciuta molto la modalità di raccontare la vicenda: quattro punti di vista, completamente diversi e discordanti tra loro. Quanto è stato difficile, ma al contempo stimolante, affidarsi a questa tecnica? La scrittura a più voci  presenta l’occasione di misurarsi con i differenti linguaggi dei protagonisti. Si corre il rischio che alcune voci fagocitino le altre o che non siano sufficientemente differenziate, che il romanzo non mantenga una struttura unitaria.
Un romanzo contraddistinto dal contatto fisico: da quello primitivo a quello che caratterizza i momenti di seduzione. Cosa raccontano i corpi di questi personaggi? Raccontano di loro, semplicemente. Felicita ha un corpo che non riconosce più come suo dopo anni e anni di un matrimonio bianco. Marino conserva nella carne soprusi subiti e compiuti. Sergio quasi dimentica il suo corpo, teso com’è verso la contemplazione di quello di Na. Na è anche fisicamente selvatica e segreta.
Il tuo romanzo è quanto mai attuale: sempre più spesso diveniamo cittadini apolidi, con radici affondate in chissà quale terra e abitudini del posto che sovrastano qualsiasi cultura rendendoci figli di una città. Quanta Napoli c’è nel destino di Na? Avevo pensato di escludere Napoli dal racconto. Non ci sono riuscita. La mia città è comparsa prepotentemente nel finale del romanzo, forse perché nel mio immaginario Napoli ha riconosciuto Na come sua abitante.
Il taglio che hai dato a questa storia è cinematografico. Se domani ti proponessero di sceneggiare “La figlia maschio” a quali attori affideresti i ruoli di Mario e Sergio? Per scaramanzia non lo dico, anche se lo so bene.
In un’epoca di fenomeni letterari che durano il tempo di un romanzo c’è chi, come te, raggiunge traguardi importanti grazie a una lunga gavetta. Quali suggerimenti vorresti dare a chi vuol intraprendere la carriera di storyteller? Sono arrivata al mondo editoriale in età matura pur avendo sempre scritto, fin dall’adolescenza. Devo la possibilità di un mestiere sognato in segreto ai premi letterari. Quindi li consiglio: ce ne sono di seri che guardano alle potenzialità dei dattiloscritti presentati e a niente altro. Suggerisco inoltre una cernita attenta tra le agenzie letterarie capaci di riconoscere esordi validi. Raccomando infine una pazienza quasi illimitata e imparare dai no.
Sei al lavoro sul un nuovo romanzo? Ti andrebbe di anticiparci qualcosa? A marzo uscirà “Hai la mia parola”, un romanzo Young Adult pubblicato dalla casa editrice Sinnos: sto ultimando l’editing. Poi penserò a un nuovo romanzo di Blanca, il mio personaggio seriale: finora ho pubblicato con la casa editrice E/O quattro libri che la vedono protagonista: “Blanca”, “Tre numero imperfetto”, “Rosso Caldo”, “La danza dei veleni”.
Blanca sarà anche sugli schermi, la casa di produzione Lux Vide ha acquistato i diritti televisivi e cinematografici della serie noir.

Titolo: La figlia maschio
Autrice: Patrizia Rinaldi
Casa editrice: E/O
Genere: Romanzo di formazione, sentimentale
Pagine: 162
Anno di pubblicazione: 2017
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Letture consigliate: Una storia nera (Antonella Lattanzi)

L’autrice
Patrizia Rinaldi è un’autrice nata a Napoli nel 1960. È laureata in filosofia e si è specializzata in scrittura teatrale. Dal 2010 partecipa a progetti letterari presso l’Istituto penale minorile di Nisida. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo i graphic novel: “Adesso scappa” (2014), “Federico il pazzo” (2014), “Mare giallo” (2012), “Piano Forte” (2009) tutti editi da Sinnos; “Rock sentimentale” (El 2011).
Con E/O ha pubblicato: “Tre, numero imperfetto” (2012), “Blanca” (2013), “Rosso caldo” (2014) “Ma già prima di giugno” (2015) e “La danza dei veleni” (2019).

Paquito

Lettore medio

L’ultima luce (Corinna Rossi)

ultima luceNon so molto delle mie origini.

Un piacevolissimo salto indietro nel tempo. Si può raccontare così “L’ultima luce”, il romanzo di Corinna Rossi edito da Espera. Una voce narrante femminile accompagna per mano il lettore attraverso accampamenti, luoghi incontaminati e intere città da edificare grazie al sudore della fronte e all’ingegno umano.
Già perché questo libro è innanzitutto un romanzo di formazione del genere umano, con la sua evoluzione lenta ma costante, fatta di scoperte, di scelte rivoluzionarie e di tradizioni da preservare a dispetto del tempo che passa.

Ho apprezzato molto la capacità dell’autrice di raccontare in poche pagine (nemmeno 80) interi spaccati di vita. Cartoline sulle quali scrivere righe importanti della storia del genere umano o semplici riflessioni sulla quotidianità di una donna del tempo con un’alternanza quasi cinematografica tra campi larghi e primi piani.
Non aggiungo altro, poiché è il momento di dar voce all’autrice.

L’ultima luce. Come è nato questo libro? La storia è venuta fuori un po’ da sola, in verità. Racchiude ed esplicita allo stesso tempo la mia frequentazione, ormai ventennale, del sito archeologico che ho scelto, o dal quale sono stata scelta (il dubbio rimane). Capita spesso di sentir dire da noi egittologi di aver non conosciuto, ma riconosciuto, ad un certo punto, un luogo o un sito. Non credo ci sia nulla di paranormale in tutto ciò: si tratta semplicemente di entrare in risonanza con un luogo, e di iniziare a guardarlo per raccontarlo. Ogni racconto è, inevitabilmente, un racconto di quello che noi stessi vediamo, dunque dei nostri filtri e dei nostri strumenti, e quindi di noi. Passando giorni e giorni, anno dopo anno, tra quelle rovine silenziose alla ricerca di indizi della vita di chi costruì e abitò quell’insediamento, è quasi inevitabile, ad un certo punto, sovrapporre i punti di vista. Un’indagine in effetti è proprio questo, ricostruire le persone dietro alle cose e agli eventi, e le persone che sono vissute nel passato non erano poi tanto diverse da noi.
Il termine giusto per definire “L’ultima luce” è: caleidoscopico. È un romanzo storico, ma pure una storia di sentimenti, senza dimenticare alcuni importanti cenni di storia naturale e di archeologia. Cosa desideravi raccontare? La mia idea era di raccontare varie storie intrecciate, come fili sottili che vanno a comporre la storia del vero protagonista, che è l’insediamento stesso. Le persone vanno, vengono, compaiono e scompaiono, e ognuno contribuisce in qualche modo alla vita di questa entità più grande. In effetti esattamente nello stesso modo in cui funziona un progetto di ricerca: ognuno ci mette del suo, secondo le sue competenze e capacità. E spesso l’oggetto resta comunque in parte misterioso, come l’insediamento di cui ancora non conosciamo il nome. Tutti i personaggi che compaiono nel libro sono ispirati a persone vere, colleghi che hanno lavorato con me negli anni, con l’aggiunta di figure di esploratori del passato che hanno aperto la via del deserto. Il testo è pieno zeppo di piccoli dettagli che temo nessuno coglierà mai!! Tipo il fatto che lo spirito del Padre della Sabbia porti i datteri ai topolini, che viene dritto dritto dal racconto che Laszlo Almasy, soprannominato dagli Egiziani Abu Ramla (padre della sabbia, appunto), fa della sua permanenza da solo presso una fonte d’acqua nel deserto per diversi giorni, durante i quali passò il tempo a nutrire topolini con i datteri. Gaudiosus comunica con i suoi seguaci scrivendo su tavolette di legno perché Samir Ghabbour era sordo e comunicavamo per iscritto riempiendo fogli e fogli sul tavolo davanti a noi. Nikolaos è un veterano della Ala Secunda Armeniorum perché Nicholas Warner ha origini armene da parte di madre. L’eco della lista di persone e merci che attraversano il deserto è un micro-omaggio alla “Vertigine della Lista” di Umberto Eco (che col deserto non c’entra niente, ma con la mia formazione sì), e così via.
Capitolo a parte, la colonna sonora silenziosa. Il testo contiene riferimenti diretti a brani di canzoni dei miei due cantanti preferiti. Nella versione inglese (che spero di poter pubblicare a breve) sono più evidenti, ma il Boss di “ragazza, siamo nati per correre” e della hometown abbandonata si riconosce comunque! Più articolata forse la presenza di Blunt, che oltre a vari brani sparsi in giro, compare di persona nel sogno della protagonista mescolando due canzoni e un video.
La voce narrante della storia non ha un nome. Come mai la decisione di far raccontare questa vicenda a una donna della quale possiamo immaginare tutto a cominciare dalla sua identità? In realtà un indizio nel nome c’è… il mio viene appunto dal diminutivo della parola greca kore che significa ragazza… come tutti gli altri nomi, del resto. Quasi ogni nome antico è stato concepito traducendo in qualche modo in latino o greco il nome del personaggio moderno a cui è ispirato il personaggio.
Comunque l’idea era quella di raccontare il luogo dalla parte di chi lo ha vissuto accompagnandolo in maniera mansueta, seguendo la marea. Non si tratta di una persona che l’ha ideato, non una che l’ha costruito, non una che l’ha difeso, ma una che lo ha accompagnato senza porsi domande. Che penso sia stato come tantissime persone, sia uomini che donne, hanno vissuto in quei luoghi.
Ho accuratamente evitato di insinuare nella storia qualunque sentimento di rabbia o di dubbio, che implicherebbero la coscienza che un mondo e una vita diverse sarebbero stati possibili. Non volevo questo, volevo trasmettere piuttosto la serenità di chi vive la vita che ha a disposizione, ed è grato di poterlo fare. In antico Egitto la vita media era 30 anni. Significa che una persona su due arrivava a quell’età. E che ovviamente i bambini morivano come mosche.
Roma Caputi Mundi ma pure come punto di partenza di una civiltà moderna ed evoluta? Roma in questa storia è lontana, lontanissima. Anzi scompare pure, lasciando il campo a Costantinopoli. Il punto di riferimento più vicino, eppure anch’esso lontanissimo, è la mitica Alessandria, che però non risponde mai. Più che Roma in sé, ai limiti del mondo si coglie il collante che tiene insieme l’impero romano, ovvero la capacità di stabilire connessioni e dunque legare luoghi diversi attraverso canali, talvolta quasi filamenti, lungo i quali scorrono persone, oggetti e informazioni.
Spesso, purtroppo, discipline come la Storia vengono considerate noiose, soprattutto dalle nuove generazioni. Credi che la letteratura – specie quella nella quale ci si prende la giusta dose di libertà narrativa – possa essere un buon viatico per riaccendere l’entusiasmo delle nuove generazioni verso il passato? Credo di sì, perché questa modalità ci permette di mettere in evidenza l’aspetto cui accennavo prima, ovvero il fatto che dietro a date, eventi e reperti, c’erano persone come noi. Con sentimenti e desideri non tanto diversi dai nostri, che raggiunsero risultati strepitosi o commisero errori tremendi, proprio come facciamo noi.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? A chi conosce il contesto, anche solo di sfuggita, la storia è piaciuta moltissimo. Aspetto di sentire cosa ne pensano persone più estranee ai fatti.
Cosa ti aspetti da questo libro? Spero che riesca a trasmettere il messaggio che la storia siamo sempre noi.

Titolo: L’ultima luce
Autrice: Corinna Rossi
Casa editrice: Edizioni Espera
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 78
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo: € 9,90
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Letture consigliate: “I pilastri della Terra” di Ken Follett; “Antica madre” di Valerio Massimo Manfredi.

L’autrice
Corinna Rossi è Professore Associato di Egittologia al Politecnico di Milano. Dopo la laurea in Architettura a Napoli, si è specializzata in Egittologia a Cambridge (UK). Autrice di numerose pubblicazioni su architettura e matematica nell’antico Egitto, nel 1998 ha iniziato ad esplorare l’oasi di Kharga, nel deserto occidentale egiziano. Dal 2012 è la direttrice della Missione Italiana a Umm Al-Dabadib. il progetto, sostenuto da National Geographic, è stato premiato da un European Research Council Grant.

Paquito

Lettore medio

Outlander – La Straniera (Diana Gabaldon)

9788850255160_0_0_551_75La gente scompare di continuo: chiedetelo a qualunque poliziotto. O, meglio ancora, a un giornalista: le scomparse sono il loro pane quotidiano.
Ragazzine che scappano di casa, bambini che sfuggono di mano ai genitori e spariscono senza lasciare traccia. Casalinghe frustrate che, avendone fin sopra i capelli, prendono i soldi della spesa e fuggono in taxi fino alla stazione dei treni. Uomini della finanza internazionale che cambiano nome e svaniscono nel fumo di sigari d’importazione.
Molti di loro vengono ritrovati, alla fine, vivi o morti. Alle scomparse, dopotutto, una spiegazione c’è.
Di solito.

Era un pomeriggio come tanti dell’autunno del 2016 quello in cui ho chiesto alla mia cara cugina Jessica di suggerirmi qualche nuova serie tv da guardare. E così, in maniera meno convenzionale del solito, mi sono addentrata nel mondo di Outlander. Terminata la visione delle prime due stagioni, prodotte e rilasciate dall’emittente televisiva americana STARZ, mi sono fiondata in libreria e ho acquistato tutti i volumi che le mie povere tasche di laureata-ma-disoccupata potevano permettersi. Sì, perché l’autrice, Diana Gabaldon, ha cominciato nel lontano 1991 a pubblicare i libri di questa fortunata serie che ancora non ha trovato il suo epilogo.
Mi sono fiondata in libreria, dicevo, e da quel momento è nato un vero e proprio amore per questa saga, che mi ha portato nel tempo a collezionare, e ovviamente leggere, tutti e quindici i volumi (nell’edizione italiana della TEA) pubblicati fino ad oggi. Ma non fatevi spaventare da questa imponente mole: la storia di cui mi accingo a parlarvi vi catturerà a tal punto che non ne accuserete minimamente il colpo.
Protagonista delle vicende narrate è Claire Randall, un’infermiera militare inglese che, all’indomani della Seconda guerra mondiale, parte insieme al marito Frank per una seconda luna di miele, così da potersi ritrovare dopo tanti anni di lontananza. Le Highlands scozzesi sono la destinazione del loro viaggio, complice anche la serie di ricerche storico-genealogiche che Frank sta portando avanti sulla sua famiglia.
Nel corso di una passeggiata su una collina, contraddistinta da un misterioso cerchio di pietre, accade, però, qualcosa di veramente inspiegabile: Claire si ritrova catapultata duecento anni indietro nel tempo, in un’epoca e in un mondo a lei estranei e per questo motivo molto pericolosi.
Passo dopo passo, avventura dopo avventura, Claire vedrà sconvolta tutta la sua vita e si ritroverà a far parte di qualcosa di molto più grande di lei: la Storia.
Questo, ovviamente, è soltanto un assaggio di ciò che potrete trovare ne “La straniera” di Diana Gabaldon (edito per l’Italia in versione tascabile da TEA).
Tra le pagine di questo libro, così come dei successivi, vivrete l’avventura, l’epica, l’amore, gli intrighi e i tradimenti; e ancora: la passione e l’ossessione, il coraggio, il senso dell’onore e quello del sacrificio in nome di qualcosa di più grande di se stessi.
Leggendo le vicende di Claire e degli altri protagonisti della storia proverete tutte le emozioni umane possibili e immaginabili perché tra i meriti dell’autrice vi è sicuramente quello di aver posto in primo piano l’umanità dei personaggi, facendo in modo che potessero rispecchiarne tutte le sfaccettature. È possibile quindi riconoscersi nei dubbi, nelle incertezze, nei valori, nella testardaggine, nella furbizia e forse anche nella malizia di alcuni personaggi, spero per voi non nella cattiveria e nel sadismo di altri!
Iniziare questo viaggio vi permetterà, inoltre, di scoprire tante curiosità sulle leggende, sulle tradizioni e soprattutto sulle superstizioni scozzesi: infatti, come la stessa autrice ha rivelato, ogni capitolo della saga si basa su ricerche approfondite, relative non solo al contesto storico, ma anche a quello socio-culturale di riferimento. Insomma, un’opera veramente eccezionale che trova nella sua trasposizione televisiva una degnissima e, per lo meno fino ad un certo punto, fedelissima rappresentazione.

Titolo: La straniera
Autore: Diana Gabaldon
Casa editrice: TEA
Genere: Storico, fantastico, sentimentale
Pagine: 838
Anno: 2004 (Prima edizione TEA)
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 20 giorni
Serie tv consigliata: Dai libri della Gabaldon è stata tratta la fortunata serie tv che vede come protagonisti Caitriona Balfe e Sam Heughan

L’autrice
Diana Gabaldon è stata per diversi anni docente universitaria prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Con “La straniera”, suo esordio narrativo e primo episodio della saga di “Outlander”, si è conquistata il favore del vasto pubblico, vendendo soltanto negli Stati Uniti oltre 2 milioni di copie. I romanzi della serie sono stati pubblicati in 26 Paesi, per un totale di 25 milioni di copie vendute.
Nel 2014 dalla saga di Claire Randall è stata tratta la fortunata serie televisiva “Outlander”.
Per saperne di più: www.dianagabaldon.com

Vera

Lettore medio

Documenti, prego (Andrea Vitali)

9788806241469_0_0_300_75Era quello il mio errore. Pensare di essere in una specie di stato di arresto. Pensare che mi avessero privato della libertà.
– Ma le pare che la giustizia possa agire così? Incatenare, mi passi il termine, persone senza che se ne conoscano le colpe, i delitti? Sono cose che magari succedono altrove. Non qui, glielo posso assicurare, – disse il funzionario.
– Solo dopo, – disse.
Dopo, a prove acquisite, a confessione avvenuta. […] Allora sì che avrei potuto considerarmi una sorta di prigioniero.

Notte, Nord Italia. Tre funzionari di una ditta commerciale tornano a casa da un viaggio di lavoro, stanchi. Niente di strano che decidano di fermarsi in un autogrill per bere un caffè e comprare le sigarette. Ma nella stazione di servizio, sotto gli occhi indifferenti dei camionisti insonnoliti e delle ragazze del bar, il destino aspetta uno di loro.
Una leggerezza e una banale dimenticanza trasformano un semplice controllo di documenti in un incubo, facendo precipitare il malcapitato nelle maglie di un intricato meccanismo giudiziario, intransigente nei metodi e implacabile nelle conseguenze.
Sin dalle prime pagine “Documenti, prego” di Andrea Vitali (edito da Einaudi) appare come un omaggio a Kafka e ai suoi classici: la solitudine, il dramma esistenziale, le allegorie, il senso di impotenza dell’uomo di fronte al mondo. Proseguendo con la lettura, si ha poi l’impressione che l’autore, attraverso il sapiente uso del surreale e del grottesco, voglia strizzare l’occhio anche a Dino Buzzati (in particolar modo a “Sette piani”) e alla sua critica al sistema, alla burocrazia e alla politica, che sono spesso presenti nei suoi racconti.
Come nel film “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore, la trama inizia con un evento banale, la richiesta di documenti per un parcheggio nell’area disabili, per poi dare inizio a una serie di conseguenze via via sempre più inspiegabili, tra il serio e il faceto, scatenando continuamente nel lettore il dubbio se quanto sta accadendo sia sogno (incubo?) o realtà.
La caratterizzazione dei personaggi è impressionante. Vitali fa in modo che il protagonista, oltre a confidarsi col lettore attraverso continui flussi di coscienza, si erga a nuovo Freud e tenti di volta in volta di psicanalizzare i personaggi che gli stanno intorno, esprimendo giudizi, immedesimandosi in ognuno di loro, tentando di prevederne e spiegarne i pensieri, le pulsioni, le azioni. Tutto questo, unito allo stile narrativo in prima persona – che alterna tempi al passato nella narrazione puramente descrittiva per poi passare al presente quando il momento si fa clou – fa sì che il lettore possa vivere in tempo reale le emozioni del protagonista.
Il finale, per nulla banale, contribuisce a rendere questo romanzo un pezzo assolutamente immancabile nella libreria di ognuno di noi. Da leggere in una sola notte, in compagnia di un bicchiere di amaro.

Titolo: Documenti, prego
Autore: Andrea Vitali
Genere: drammatico, grottesco
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 111
Anno: 2019
Musica consigliata: qualsiasi canzone dei Sigur Ros e dei Giardini di Mirò
Film consigliato: “Una pura formalità” (1994) diretto da Giuseppe Tornatore
Bevanda consigliata: Amaro
Tempo medio di lettura: 1 giorno

L’autore
Andrea Vitali è nato a Bellano nel 1956. Medico di professione, ha esordito nel 1989 con il romanzo Il procuratore, che si è aggiudicato l’anno seguente il premio Montblanc per il romanzo giovane. Pluripremiato autore anche con i successivi romanzi L’ombra di Marinetti. (1996), Una finestra vista lago (2003), La figlia del podestà (2006), La modista (2008), Almeno il cappello (2009, finalista al Premio Strega), Olive comprese (2011). Nel 2008 gli è stato conferito il premio letterario Boccaccio per l’opera omnia, nel 2015 il premio De Sica e nel 2019 il Premio Giovannino Guareschi per l’Umorismo nella Letteratura.

Giano