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Il morso della vipera (Alice Basso)

Lavorano tutta la notte, Sebastiano che detta, Anita che interviene e propone e infine scrive, e poi terminano la nuova versione del racconto…; e dopo c’è solo Sebastiano che detta e Anita che scrive senza intervenire e proporre un bel niente, perché Sebastiano stavolta le detta il racconto così com’è (cioè come ormai è venuto, prendere o lasciare, bisogna solo incrociare le dita e sperare che sia venuto bene perché per rifarlo non c’è assolutamente più tempo) in modo che lei lo ribatta in altre tre copie su carta carbone. Che è una cosa lunga, ci vuole il doppio del tempo di una digitazione normale, perché è vero che nella Olivetti possono ben stare tutti insieme tre fogli più due di untuosa carta carbone in mezzo, ma bisogna cambiarli con cautela per non sporcare, e soprattutto bisogna battere fortissimo, cioè, appunto, lentamente; e ad Anita fanno male le mani, prima i polpastrelli dei mignoli, poi quelli di tutte le dita, e ora della fine del racconto tutte le braccia fino ai gomiti e oltre.

Chi conosce i precedenti romanzi di Alice Basso – quelli con protagonista la ghostwriter Vani Sarca – sa che le sue storie ti coinvolgono fin dalle prime pagine e questa non fa eccezione.

La sua nuova protagonista, che incontriamo in un sabato di inizio estate, nel centro di Torino, nella tabaccheria dei suoi genitori in Piazza Statuto, diventa subito tridimensionale. È una ragazza moderna, spigliata, consapevole della sua bellezza e pronta ad usarla: insomma una ragazza che vive il suo tempo, gli anni ’30, con l’entusiasmo della sua giovane età.

Sì, avete capito bene, il nuovo romanzo di Alice Basso, “Il morso della vipera” (edito da Garzanti) è ambientato nel 1935, in una Torino che convive con il regime fascista, adattandovisi con garbo e con la consueta dose di sabaudo distacco. Già soltanto per questa scelta coraggiosa, un periodo storico generalmente evitato dai romanzieri, preoccupati dalle inevitabili catalogazioni politiche, il romanzo merita di essere letto.

Aggiungo poi che il contesto storico viene tratteggiato con equilibrio, senza eccedere con le tinte fosche, e la protagonista, Anita Bo, in esso è perfettamente inquadrata ma senza cadere negli stereotipi: non ne è né dentro né fuori, semplicemente li supera. È una ragazza che vede di fronte a sé un brillante futuro matrimoniale, come gli viene proposto dalla società dell’epoca, dalla famiglia e sinceramente come lei stessa si era immaginata, e che di fronte al primo passo della sua nuova vita esita. Intravede un’altra possibilità, un cammino diverso, su una strada meno battuta ma che proprio per questo la incuriosisce. E cosa fa? No, nessun gesto eroico. Semplicemente prende tempo e si barcamena, nella speranza di capire cosa fare della sua vita. Come avrebbe fatto oggi uno di noi. Perché Anita è una di noi. La sentiamo vicina, sentiamo la sua vicenda attuale.

Contribuisce a consolidare questa sensazione lo stile dell’autrice, fresco e spontaneo, a volte anche un po’ spiazzante. Personalmente non ho gradito troppo le incursioni di un narratore così onnisciente da sapere cose che Anita non può sapere, che riporta idee e concetti più del nostro tempo che del suo. È come se qualcuno ti tirasse per i capelli fuori da una storia in cui ti sei completamente calata, da un incantesimo narrativo ben riuscito. Ma questo è il mio gusto personale. Il romanzo è ben scritto, ben ideato, piacevole e mai scontato, anzi, proprio per questa sua caratteristica quasi sperimentale.

L’autrice ci ha fatto la gentilezza di rispondere, con la sua consueta spontaneità e prontezza, ad alcune nostre domande.

Come nasce l’idea di questo romanzo, ma soprattutto come nasce l’idea di questa protagonista? Uh, è una storia lunga e avventurosa… che cercherò di sintetizzare, anche se ammetto che ne parlerei per ore! Tutto è nato dalla collisione di due temi interessantissimi (be’, perlomeno per me) che stavo studiando per obiettivi completamente svincolati dai miei libri. Stavo scrivendo un racconto su commissione grazie al quale stavo scoprendo la storia delle dattilografe di inizio secolo, e stavo preparando dei corsi sulla nascita del genere giallo e noir, grazie ai quali stavo scoprendo la difficilissima vita dei giallisti sotto il fascismo. Finito il racconto e fatto il corso, non avrei più avuto ragione di continuare ad approfondire i due temi, eppure mi erano rimasti dentro: erano troppo interessanti per abbandonarli così! E dunque, una mattina (mentre mi lavavo i denti, me lo ricordo benissimo) ho avuto l’idea di una storia che avesse per protagonista una dattilografa che andasse a lavorare per un giallista. Per raccontare questa doppia storia di emancipazione e di ricerca di libertà e autonomia in tempi in cui non era facile. Poi la “storia” ha mostrato subito di avere così tanto potenziale da diventare una serie…

Chi conosce la serie, molto apprezzata, che ha come protagonista Vani Sarca (che ci manca già tantissimo) sa che Vani ha una sorella che rappresenta un po’ il suo opposto: Vani ha nella sua mente il suo punto di forza, mentre Lara punta tutto sull’aspetto fisico. La tua nuova protagonista, Anita Bo, è una giovane che cerca di evadere dallo stereotipo di «bellezza del quartiere» e dimostrare che in lei c’è di più. In lei c’è più di Vani o più di Lara? Ahah! Ottima domanda, anzi, osservazione: Anita è un misto perfetto di Vani e Lara. Della seconda ha… la carrozzeria: curvilinea fanciulla solare e piacevole, anche se apparentemente un po’ oca; di Vani però ha l’intelligenza acuta e sveglia, l’intuito e lo spirito pratico. E la spinta a fare giustizia dove non la vede. E poi c’è un’area nella quale transita da Lara a Vani, evolvendosi nel corso della storia: l’amore per i libri. All’inizio, come Lara, Anita non è una gran lettrice (possiamo capirla: a scuola non ha incontrato esattamente grandi letture invoglianti…), ma a furia di dattilografare gialli scopre il potere delle parole e ne diventa una grande sostenitrice, come Vani.

Il periodo storico in chi hai scelto di ambientare le vicende di Anita non è di quelli facili da descrivere. Tu riesci a parlarne mantenendo un delicato equilibrio senza polarizzare i personaggi e senza scivolare nella retorica. Come ci sei riuscita e quali sono le fonti a cui hai attinto per approfondire il periodo storico? Questo libro ha richiesto una documentazione su un sacco di fronti. Non è un romanzo storico vero e proprio (un libraio di Marina di Carrara l’ha definito “commedia storica” e la definizione mi è sembrata perfetta), ma, ugualmente… Informarsi sulle leggi dell’epoca, per esempio sulla censura o sul lavoro femminile, è stata la cosa più facile: per quello ci sono saggi, manuali; più complicato (ma anche molto stimolante) è stato andare a caccia di dettagli sulla vita quotidiana, perché sono il genere di informazioni che i manuali non ti forniscono e che devi evincere da romanzi, filmati, testimonianze, interviste, repertori di altro genere. Poi c’è stata la documentazione sui gialli dell’epoca, italiani e americani (perché Sebastiano Satta Ascona – o Satta “Coso”, come lo chiama Anita – traducono quelli): e lì sono andata direttamente alle fonti, procurandomi le  raccolte o i numeri originali delle riviste su cui venivano pubblicati a puntate. E poi c’è la ricostruzione di Torino: indispensabili i numeri di “Torino Storia” e i gialli di Gianna Baltaro.

Il finale della prima avventura di Anita ci lascia un po’ sulle spine, soprattutto per quanto concerne il suo rapporto con Sebastiano Satta «Coso». Quando è prevista l’uscita del secondo romanzo della serie? Il primo passo è già stato fatto: ho consegnato la prima bozza del volume numero due a fine agosto. Se tutto va bene e fila come negli anni precedenti con la serie di Vani, la prossima avventura di Anita potrebbe uscire in primavera!

Titolo: Il morso della vipera

Autrice: Alice Basso

Casa editrice: Garzanti

Genere: Romanzo giallo con ambientazione storica

Pagine: 302

Anno di pubblicazione: 2020

Prezzo: € 16,90

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Suggerimento di lettura: I cinque romanzi e i due racconti della serie di Vani Sarca: divertenti, inconsueti e assolutamente imperdibili. Editi da Garzanti.

Podcast suggerito: per capire meglio la Torino degli anni ’30 vi consiglio il Podcast di Alessandro Barbero, “Monsù Cerutti: Mussolini, il fascismo e il Piemonte”. Lo trovate sul sito Intesa San Paolo On Air.

Suggerimenti “social”: Alice Basso ha un profilo Facebook molto curato, su cui pubblica interventi e riflessioni, a volte divertenti a volte brillanti, sempre interessanti, commentati inevitabilmente da followers intelligenti e preparati. Io la seguo da tempo con molto piacere.

L’autrice

Alice Basso, milanese di nascita, vive in Piemonte, dove ambienta i suoi romanzi. Si è laureata in Storia Contemporanea e ha un master in Comunicazione. Lavora come redattrice e traduttrice per diverse case editrici. Nel 2016 ha debuttato come scrittrice con il romanzo “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” (ed. Garzanti), primo di cinque romanzi gialli che hanno come protagonista la ghostwriter Vani Sarca. Nel tempo libero coltiva la passione per la musica, come cantante, chitarrista e sassofonista, in collaborazione con la sua band, tutta al femminile, Soundscape 2.0.

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Il silenzio e il tumulto (Nihad Sirees)

Gli individui che si ostinassero a esistere come menti pensanti finirebbero per minacciare l’autorità del Leader, e le folle sono create con lo scopo preciso di dissolvere gli individui. (…) Mentre la calma e la tranquillità inducono le persone alla riflessione, attirare periodicamente le folle in questi cortei tumultuosi è indispensabile al fine di lavare il cervello e di impedire l’orrendo crimine di pensare.

“Il silenzio e il tumulto” di Nihad Sirees (edito da Il Sirente) si presenta come un testo di denuncia sociale celato dietro una trama poliziesca che affronta il delicato tema del ricatto cui l’intellettuale è sottoposto da parte del governo in un regime autocratico. L’opera appare infatti come un aperto atto d’accusa nei confronti dei sistemi politici autoritari, una denuncia dell’assurdità della dittatura prima ancora che una condanna dell’immoralità della tirannia.

In una torrida giornata estiva, il protagonista Fathi Shin, un giovane scrittore accusato dal regime di comportamento antipatriottico e colpito pertanto dal divieto di pubblicare libri e di partecipare a programmi televisivi, vive una giornata di assurdità kafkiana. Mentre una folla esaltata, scomposta e incontrollabile si riversa in una città, in cui è riconoscibile Aleppo, per festeggiare il ventesimo anniversario della presa di potere del Leader – un dittatore in cui è ravvisabile qualunque tiranno mediorientale – Fathi cerca di sfuggire al tumulto per trovare il silenzio in casa della madre prima, della compagna poi. Non appena scende in strada però è inghiottito e schiacciato dalla folla e assiste al pestaggio di uno studente da parte di un gruppo di miliziani baathisti. Intervenuto per salvare il ragazzo, Fathi si vede sequestrare la carta di identità, che dovrà recuperare in serata in una sede dei servizi segreti. Giunto a casa della madre, una vedova di mezza età desiderosa di apparire ancora giovane e affascinante, questa gli annuncia il suo imminente matrimonio con il signor Ha’il, uomo potente del regime molto vicino al presidente, e lo invita alla cerimonia nuziale. Il giovane accoglie la notizia con stupore e sgomento: come può sua madre, vedova di un intellettuale che il regime ha vessato e perseguitato per anni e che ora impedisce anche a lui di lavorare, sposare un alto funzionario del governo? Sbigottito e confuso, Fathi cerca conforto dalla sua compagna, Lama. Quando, a sera, si presenta nella sede dei servizi segreti per recuperare il documento di identità, lo scrittore scopre la realtà che si cela dietro il prossimo matrimonio della madre: il signor Ha’il vuole sposare la donna per poter ricattare il figlio. L’uomo chiede infatti al giovane di assumere la carica di responsabile dell’ufficio propaganda del regime, avvertendolo che, in caso di rifiuto, il destino che lo attende è la morte. Fathi si trova cioè di fronte a una falsa scelta, quella tra la collaborazione con il potere e una tragica fine per sé e per le tre donne che ama, la madre, che inconsapevolmente si è prestata all’infame ricatto, la compagna e la sorella. Fathi deve scegliere, in altri termini, tra il tumulto del regime e il silenzio della tomba.
Quale sarà la sua scelta?

Il silenzio e il tumulto sono due immagini cui l’autore ricorre per ritrarre la società siriana contemporanea. Se il silenzio è un simbolo non solo della pace interiore ma anche della ribellione all’arroganza del potere, il tumulto è metafora del regime tronfio, della propaganda che ha oscurato qualsiasi autentica manifestazione di cultura per scandire soltanto slogan esaltati. Le subdole manovre dei servizi segreti, i cinici meccanismi dell’apparato di sicurezza sono dipinti senza veli e senza orpelli, mentre il protagonista rappresenta l’autore e, più in generale, l’intellettuale siriano costretto a subire le indebite pressioni del potere, il controllo della censura, il rischio del carcere, dell’esilio e dell’uccisione, il ricatto.

L’atmosfera del romanzo ricorda immediatamente quella di “1984” di Orwell, che dipinge una società in cui le vite dei cittadini sono dominate dal sopruso e dalla paura, oltre che dal culto della personalità del Leader, una società in cui sono bandite perfino le canzoni d’amore, a meno che non cantino l’amore per il Leader. Se Fathi è il protagonista indiscusso del romanzo, la folla tumultuosa e il Leader sono dipinti come personaggi indimenticabili. La prima è chiassosa, muggente, istintiva e irrazionale; con il suo contorno di altoparlanti stridenti, di canti e slogan gridati a squarciagola, di cartelli, striscioni e ritratti del presidente, si contrappone al silenzio, alla quiete che permette all’uomo di concentrarsi e di pensare in modo logico e razionale. Il Leader, ritratto al centro della folla che lo incensa, è descritto invece come un piccolo uomo vanitoso e ridicolo, lasciando quindi il posto a una riflessione più generale sul paradigma del totalitarismo mediorientale.

“Il silenzio e il tumulto” è pertanto un romanzo intenso: è un inno alla passione e alla libertà, alla superiorità della mente e del desiderio, che nulla può soffocare.

Titolo: Il silenzio e il tumulto

Autore: Nihad Sirees

Casa editrice: Il Sirente

Genere: Spionaggio

Pagine: 150

Anno di pubblicazione: 2014

Prezzo: € 15,00

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Suggerimento di lettura: “Titanic africani”, Abu Bakr Kahal, Atmosphere libri.

L’autore

Nihad Sirees è nato ad Aleppo nel 1950, è laureato in ingegneria civile ed è autore di otto romanzi e diverse sceneggiature per teatro e TV, per una delle quali ha subito la censura siriana nel 1998. Dal 2012 Sirees si è trasferito all’estero, in un esilio auto-imposto, dovuto alla situazione politica siriana. Emigrato prima in Egitto, poi negli Stati Uniti per seguire un International Writer Fellowship alla Brown University, si trova ora in Germania.

Federica

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Anya e il suo fantasma (Vera Brosgol)

«La vita degli altri sembra sempre così semplice. Ma questo è quello che credi tu! Non puoi sapere quello che succede nella testa degli altri!»

Anya è un’adolescente di origine russa che vive e studia nel New England. È nata in America ma si porta dietro lo scomodo bagaglio delle sue origini, del suo essere fisicamente e culturalmente diversa da tutti gli altri ragazzi che conosce. Il suo problema principale è quello di integrarsi e di adeguarsi agli standard delle ragazze americane da cui deriva la sua ossessione per la forma fisica. Come molte adolescenti non accetta il suo corpo e i suoi tratti, colpevoli – a suo dire – di essere troppo marcati; perfino il suo nome completo per lei è motivo di disagio tant’è che si presenta semplicemente come Anya.

Un giorno, durante una delle sue passeggiate solitarie nel bosco, Anya cade in una buca dove trova lo scheletro di una ragazza, Emily, il cui fantasma si legherà a lei diventandone amica e aiutandola nelle sue difficoltà quotidiane: la aiuta con la scuola, a sentirsi più integrata, le da suggerimenti sull’amore e l’amicizia e porta Anya ad avvicinarsi sempre più al tipo di persona che sogna da sempre di essere. Ma come spesso accade quando qualcosa che si desidera fortemente diventa realtà, il velo di perfezione che lo circonda cade e appaiono anche i lati negativi. Anya non è più sicura di cosa vuole e di chi vuole essere e la presenza di Emily diventa sempre più inquietante e oppressiva soprattutto quando Anya comincia a indagare sul suo passato e sulle circostanze della sua morte.

“Anya e il suo fantasma” di Vera Brosgol (Bao Publishing) è un graphic novel con uno stile di disegno molto particolare, non ci sono “spigoli” nei personaggi che, invece, hanno linee morbide e tondeggianti: le tinte molto scure, nella tonalità del seppia, ben si adattano alla trama.

Uno dei suoi punti di forza è sicuramente il fatto che la storia parla a un pubblico giovane al quale offre una visione diversa delle priorità: insegna ad avere una panoramica più ampia della vita, a non essere ossessionati da standard imposti da altri perché la perfezione non esiste in nessun ambito.

Il messaggio trasmesso dall’autrice è molto chiaro: imparare ad apprezzarsi per quello che si è e prendere consapevolezza che non tutto quello che si vede corrisponde a realtà. Le vite degli altri, a guardarle da lontano, ci appaiano sì perfette, ma perché ciò che mostrano è soltanto la facciata. Trovo che sia molto importante, veritiero e quanto mai attuale soprattutto in una società come la nostra in cui, tra social network e influencer, l’apparenza e la perfezione sono le uniche cose che sembrano contare davvero.

Titolo: Anya e il suo fantasma

Autori: Vera Brosgol

Genere: Graphic novel/soprannaturale/formazione

Casa editrice: Bao Publishing

Pagine: 224

Anno: 2013

Prezzo: € 16,00

Tempo medio di lettura: due ore

Consiglio di lettura: visto che Anya si priva spesso dei suoi cibi preferiti io accompagnerei la lettura mangiando qualcosa di goloso

L’autrice

Vera Brosgol fumettista russa è nata a Mosca. Si è trasferita in America all’età di 5 anni e ha poi studiato tecniche di animazione in Canada, diplomandosi allo Sheridan College. Attualmente vive e lavora a Portland in Oregon dove realizza disegni per l’animazione. “Anya e il suo fantasma” è il primo approccio al fumetto: è stato premiato nel 2012 con un Eisner Award come “Best Publication for Young Adults” e con un Harvey Award come “Best Original Graphic Publication for Younger Readers”.

Giovanna

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Quello che si salva (Silvia Celani)

Il treno sta per partire.
Stringo la mano di mio fratello. Siamo due palmi che cercano un contatto per non scivolare. Per rimanere.
Mia madre è accanto a me. Obbliga gli occhi a non piangere. Lo fa per noi. Ma lo fa soprattutto per lui. Per mio padre.

“Esistono mille modi per raccontare la guerra”. Comincia così il post su Instagram che ho dedicato a questo romanzo, “Quello che si salva”, il nuovo libro di Silvia Celani edito da Garzanti.
Due protagoniste: Flavia, una ragazza piena di sogni ma abituata a volare basso; Giulia, un’anziana che nasconde, tra le rughe, un passato segnato dalla guerra.
Entrambe sono alla ricerca della serenità: Flavia, ricomponendo i pezzi di una famiglia i cui membri si allontanano giorno dopo giorno; Giulia, mettendo da parte il proprio passato: la guerra, la perdita degli affetti e le troppe domande rimaste senza risposte.Un sevivon (una trottola tipica della festa ebraica di Chanukah, ndr.) messo all’asta costringerà Giulia a fare i conti col proprio passato e Flavia con il proprio futuro. A gestire la casa d’aste vi è infatti Lorenzo, un giovane che metterà in discussione le fragili certezze sentimentali della giovane.
Considero questo romanzo un’autentica carezza. Delicato il tono con cui si parla d’amore e altrettanto lieve è il tocco con cui Silvia Celani parla di guerra. Lo fa regalando al lettore immagini talvolta dure, non dimenticando però la speranza che ha animato quel periodo e il sacrificio di migliaia di connazionali che hanno sacrificato la propria vita per regalare un futuro migliore ai propri figli.
Non aggiungo altro lasciando la parola all’autrice.

Quello che si salva”. Come è nato questo romanzo? È nato da una scoperta. Io sono nata a Roma (proprio su quell’isola Tiberina che cito spesso nel romanzo) e vivo da trentanove anni nella sconfinata area metropolitana che circonda la capitale. A Roma andavo a passeggio con i miei genitori la domenica, quando ero bambina. A Roma mi ritrovavo il venerdì o il sabato sera con gli amici, quando ero più grande. A Roma ho frequentato l’università. Eppure, quando alcuni amici fiorentini mi hanno chiesto di organizzare una visita su percorsi poco turistici, ho dovuto avvalermi di internet; e proprio navigando in cerca di idee, mi sono imbattuta in un sito in cui si descrivevano i luoghi della Roma Occupata. È stato come il canto di una sirena.

foto di Yuma Martellanz

Ho iniziato a leggere, leggere, leggere, e più leggevo e più mi rendevo conto di quante volte ero passata lungo le strade che venivano nominate o davanti ai palazzi citati, senza sapere che cosa vi fosse accaduto tra il settembre 1943 e il giugno 1944. Soprattutto, più leggevo e più scoprivo personalità incredibili: ragazze e ragazzi appena ventenni, che durante quei mesi s’erano messi completamente in gioco, rischiando il tutto e per tutto per liberare sé stessi e la propria città. Quelle ragazze, quei ragazzi hanno preso a farmi compagnia giorno dopo giorno: si muovevano nella mia mente, mi parlavano, mi interrogavano. Da lì a desiderare di scrivere di loro il passo è stato breve.
Brevissimo.

Le protagoniste del romanzo sono due: Flavia e Giulia. La prima è una ragazza dalle grandi aspettative che ogni volta che allunga un braccio per afferrare un sogno abbassa lo sguardo per assicurarsi che il terreno sotto i suoi piedi non frani. Come si racconta questa affannosa ricerca di equilibrio tra sogno e realtà? Sebbene Flavia abbia venticinque anni (nel 2013, a Roma), ho sempre pensato a lei come a una sopravvissuta. Flavia sopravvive alla fine della propria famiglia, alla brusca separazione dei genitori, alla scomparsa improvvisa del padre – che lascia Roma quando lei ha solo quattordici anni, per rifarsi una vita altrove. Come tutti i sopravvissuti, sotto le ceneri dell’abbandono che l’ha coinvolta, Flavia ha maturato un senso di colpa che l’ha resa l’essere fragile che incontriamo nei primi capitoli. Una donna incapace di pretendere per sé stessa ciò che potrebbe renderla pienamente felice. In un punto del libro, scrivo: “A volte questo sembra bastare davvero. Spingersi solo fin dove si tocca, in fondo è l’unico modo per non essere costretti a imparare a nuotare.” Diciamo che è la filosofia che Flavia ha deciso di seguire, per non correre il rischio che la vita la ferisca di nuovo.

Ci presenti Giulia in due momenti della sua vita: da un lato la donna anziana che cerca nei ricordi la spinta per guardare avanti e le risposte ai tanti interrogativi irrisolti del suo passato; dall’altro una ragazza che, mettendo da parte qualsiasi timore, vive la seconda guerra mondiale da protagonista. Nei ringraziamenti citi le donne che hanno ispirato il personaggio, ma possiamo considerare nonna Luli la metafora di un intero popolo? Giulia è il personaggio che ho “visto” per primo. Quello che mi ha letteralmente presa per mano guidandomi in cerca della trama giusta. Alla sua nascita e alla sua definizione ha contribuito in modo determinante la lettura dell’autobiografia di Carla Capponi, medaglia d’oro al valor militare, alla quale è liberamente ispirata.
Ho sentito il bisogno di mostrarla prima molto anziana, e poi giovanissima, perché volevo emergesse il legame imprescindibile che esiste tra presente e passato – non solo individuale, ma anche collettivo. Giulia è la parte migliore di noi, quella che non si arrende mai, che non teme di mettersi in gioco accettando fino in fondo le conseguenze delle scelte fatte e delle azioni compiute. La Resistenza – un’esperienza luminosa che ha coinvolto uomini e donne, e attraverso la quale queste ultime hanno finalmente conquistato il diritto alla piena cittadinanza – è il travaglio attraverso il quale siamo dovuti passare per meritare ciò che è venuto dopo: la libertà individuale di cui oggi tutti godiamo, la nostra democrazia, la nostra preziosa Costituzione Repubblicana – che a volte diamo per scontata, quando invece scontata non lo è affatto.

Quanto è difficile raccontare l’amore ai tempi della guerra? L’amore è sempre difficile da raccontare. È difficile raccontarlo, perché è davvero complicato non scivolare nel cliché, nel già visto, nel già detto. Eppure non esiste nella vita un’altra esperienza paragonabile all’amare qualcuno e al sentirci profondamente amati da qualcuno. La vita stessa, alla fine, credo che acquisisca il suo senso più autentico solo se possiamo amare liberamente e lasciarci amare liberamente. Durante una guerra, poi, penso che questa necessità diventi improvvisamente più urgente. Più luminosa. Quasi accecante. Anche in questo caso, però, per scrivere di Giulia e di Leone (e del sentimento che nasce tra loro), mi sono lasciata ispirare dalle biografie di tante gappiste e di tanti gappisti. Carla Capponi e Rosario Bentivegna, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini sono solo alcune tra le numerose coppie di ragazzi che, combattendo insieme nei Gap – Gruppi di Azione Patriottica – di Roma, hanno finito con l’innamorarsi perdutamente.
Mario Fiorentini, nel suo “Sette mesi di guerriglia urbana” (Odradek editore, ndr.), a un certo punto scrive: “La nostra è stata innanzitutto una storia d’amore e d’amicizia.”Per questo motivo non potevo esimermi dal mettere al centro l’amore, narrando questa vicenda.

Flavia è un ottimo espediente narrativo per parlare di dinamiche familiari: il conflitto generazionale – ma non solo – con la madre, l’istinto materno che prova nei confronti di suo fratello Francesco, la ricerca di un padre assente. Riflessione condivisibile? Nei miei romanzi le dinamiche famigliari sono sempre centrali. La famiglia è il luogo di partenza di ciascuno di noi: è il luogo dal quale a un certo punto sentiamo il desiderio di fuggire ed è anche il luogo nel quale sentiamo il bisogno di tornare. La famiglia, però, non è solo una famiglia di sangue – e anche questo è un tema ricorrente nelle mie storie. Nel campo semantico della famiglia rientrano di diritto pure la rete di relazioni che ci costruiamo lungo il nostro cammino: Flavia e Giulia non sono nonna e nipote, ma è come se lo fossero, perché hanno scelto di esserlo. I problemi che Flavia deve affrontare nella propria famiglia di origine – una separazione traumatica, due genitori immaturi, un rapporto burrascoso con la madre, uno inesistente con il padre, un fratello minore allo sbando che è vissuto come un figlio di cui prendersi cura – sono gli stessi che vedo e che sento intorno a me. E sono anche quelli che, come zavorre pesantissime, finiscono per ostacolare la nostra libertà: il nostro sentirci liberi di industriarci per essere, se non proprio felici, almeno realizzati.
In fondo, anche quella di Flavia è una storia di liberazione – naturalmente molto più personale, molto più intima.

Più che una città, mi piace pensare a Roma come un autentico personaggio della storia, da tenere a bada affinché non rubi righe preziose alla storia. Ci regali una Roma contemporanea e una nel pieno del conflitto bellico. Quanto, secondo te, è cambiata negli ultimi anni e quali segni della guerra esibisce con fierezza? Roma è moltissime cose. Moltissime: davvero! Soprattutto, Roma è da millenni un gigantesco contenitore di storie. C’è una tale stratificazione di umanità in ogni angolo del Centro, che a volte si è colti dalla vertigine. È facile sentirsi trascurabili, troppo piccoli e ininfluenti, a cospetto di una città come Roma, che esiste da sempre e che dà l’impressione che continuerà a esistere per sempre: che è, per l’appunto, l’Eterna. E i romani lo sanno. L’hanno sempre sentita pesare sul proprio capo, e percepita dentro agli occhi, questa eternità. Così, anche durante l’occupazione nazi-fascista della città, lo sapevano: sentivano che quella parentesi, per quanto buia e crudele, come ogni altra prima sarebbe finita. Per questo motivo a Roma si riesce a scherzare di tutto, si riesce, come si dice in romanesco, a “buttare tutto in caciara”: non è superficialità, è profonda, micidiale consapevolezza. La Storia attraversa la città da sempre, ma, come le acque del Tevere, passa per sfociare altrove.

Roma è la terza protagonista principale della mia storia: è vero. È l’anello che congiunge passato e presente, e che congiunge la vicenda di Giulia a quella di Flavia. Perché Roma (che è una donna anche nel nome) è stata una città che ha saputo resistere, una città che non s’è piegata mai, che ha combattuto con il meglio della propria umanità. E non solo attraverso quei giovanissimi che tra i primi in Italia hanno impugnato le armi, hanno fabbricato ordigni, hanno sfidato la ferocia nazista nella prigione di Via Tasso, o quella fascista della banda Koch nelle stanze della pensione Oltremare, in via Principe Amedeo, trasformate in luoghi di inenarrabili torture; ma anche nel privato, nei più anonimi appartamenti, accogliendo migliaia di soldati sbandati dopo la rotta dell’8 settembre, di giovani renitenti alla leva, di ebrei perseguitati, di impiegati statali che si erano rifiutati di trasferirsi al nord per prendere servizio nell’allora appena nata Repubblica Sociale di Salò. L’eroismo della resistenza romana è la stracciarola che interrogata dalle SS ha finto di non aver visto, di non sapere. È nel tramviere che per due giorni ha tenuto al sicuro sul suo tram un ragazzino ebreo scampato al rastrellamento del Ghetto. Nell’oste che all’occorrenza ha trasformato il retrobottega della propria osteria nel rifugio di un gappista o di una gappista in fuga. Nelle donne che hanno assaltato i forni armate solo della loro fame, per sfamare quella dei figli. In tutte le Teresa Gullace che a Roma sono state tante. Che a Roma sono state la maggioranza.

Le donne. Perché a ben vedere la resistenza passiva della cittadinanza, a Roma, è passata soprattutto attraverso la forza delle donne – d’altra parte gli uomini, se non volevano venire rastrellati e deportati, dovevano rimanere ben nascosti nelle intercapedini.
Di quei nove mesi, oggi, a Roma, è rimasto poco e niente. Alcuni luoghi sacri, come le Fosse Ardeatine; una manciata di targhe, che andrebbero considerate edicole civili davanti alle quali inginocchiarsi e chinare il capo in segno di eterna riconoscenza; alcuni luoghi del tutto dimenticati, come per esempio via Rasella. Dopo il lockdown, ho sentito il bisogno di tonare nei luoghi del libro e, per la prima volta, di visitare via Rasella – un budello stretto che si inerpica sul colle del Quirinale verso piazza Barberini, poco prima del Traforo Umberto I. In quel luogo così importante della storia della liberazione, oggi non c’è niente che segnali la sua centralità: non una targa, non un’indicazione di quel che avvenne il 23 marzo del 1944. Solo un palazzo (nel piccolo slargo che è all’intersecazione con via del Boccaccio), non distante da quello sotto al quale esplose l’ordigno posizionato da Rosario Bentivegna, riporta ancora i segni dei colpi della fucileria tedesca. Tutti gli altri edifici sono stati perfettamente ristrutturati e sfoggiano un intonaco immacolato: quello no, quello è ancora crivellato di fori. Ma forse il problema è che sotto il cielo di Roma, alla fine, tutto passa. C’è troppa Storia. C’è troppa vita che si muove.

Alla luce del surreale momento che stiamo vivendo gli scrittori si sono trasformati in comunicatori digitali: quanto è importante il rapporto coi social e quali sono stati, sulla rete, i primi feedback che ha ricevuto il romanzo? Negli ultimi mesi, dovendo stare fisicamente lontani, i social si sono rivelati una vera manna. I social, ma direi la tecnologia in generale. Il poter video-telefonare a mia sorella, bloccata a Madrid durante l’intero lockdown, mi ha fatto ringraziare per ogni centimetro quadrato di fibra stesa da qui alla penisola iberica. Al di là di quanto accaduto nella nostra vita privata, però, a seguito di questo momento tanto particolare, sicuramente abbiamo avuto l’occasione di scoprire anche nuovi modi per comunicare il nostro lavoro, per raggiungere i lettori, per sentirci comunque vicini. Per sentirci una comunità. Le dirette Instagram o Facebook, ad esempio, sono diventate una specie di presentazione 2.0. Chiunque può seguirle ovunque si trovi, scegliendo in che momento della giornata dedicargli la propria attenzione. Credo che alcune modalità sperimentate in questo periodo rimarranno. Certo, non nascondo che le presentazioni in presenza, il poter guardare negli occhi le persone che hanno letto (e magari amato) una tua storia, non ha eguali. Quando ci si riunisce e si parla e ci si confronta, accade sempre una specie di magia.
Per quanto riguarda i primi feedback ricevuti, mi sembrano tutti molto positivi. Ammetto che sono particolarmente felice quando leggo che il romanzo ha spronato a un ulteriore approfondimento storico, o quando sento che ha fatto nascere il desiderio di trascorrere un week end a Roma, per visitare i luoghi descritti.

Nei ringraziamenti citi numerosi librai: autentici eroi durante il lockdown che meritano il sostegno dei lettori. Condividi? Condivido al 100%, e anzi, lo ripeto con convinzione: le libraie e i librai sono eroi. Sono dei veri e propri presidi di civiltà. Sono ali: senza di loro nessun libro potrebbe mai imparare a volare. (E i libri sono importanti. Sono fondamentali. Sono il pane di cui si nutrono le nostre menti).

Dulcis in fundo: cosa ti aspetti da questo romanzo? Che si faccia amare, e che aiuti a capire e a non dimenticare. Con le mie parole, spero di aver reso omaggio alle donne e agli uomini che, attraverso il loro sacrificio, ci hanno donato la libertà che oggi noi tutti sperimentiamo.

Come dico nei ringraziamenti, dobbiamo loro tanto. Dobbiamo loro tutto.

Titolo: Quello che si salva

Autrice: Silvia Celani

Casa editrice: Garzanti

Genere: Sentimentale

Pagine: 281

Anno: 2020

Prezzo: € 16,90

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Romanzi consigliati: “Incontro d’amore in un paese di guerra” di Luis Sepulveda.

L’autrice

Silvia Celani è nata a Roma, ma da sempre vive in provincia, in una casa immersa nel verde, dove ama invitare gli amici per pranzi e cene che, di solito, si prolungano all’infinito. Adora i libri, il mare e le facce impiastricciate di Nutella dei suoi bambini a colazione. È sicura che Walt Disney avesse ragione: «Se puoi sognarlo, puoi farlo».
Con Garzanti ha pubblicato “Ogni piccola cosa interrotta”, suo romanzo d’esordio, sempre in classifica e acclamato da critica e pubblico.

Paquito

Lettore medio

La vecchia signora del riad (Fouad Laroui)

Si diressero verso l’uomo, che s’inchinò cerimoniosamente, strinse con presa energica la mano del francese e fece il baciamano alla sua dolce metà.
– Stupifacinte nobil dama, ti la binvinuta sui nostri lidi, w h’ta ‘nta, missire.
…e si diresse rapidamente verso quello che sembrava essere diventato, nel giro di pochi minuti, un Oriente molto complicato. Interdetti, Franҫois e Cecile lo seguirono.
– Che lingua parla?
– Non lo so. Forse è berbero?

“La vecchia signora del riad” di Fouad Laroui edito da Del Vecchio, è un romanzo storico caratterizzato, nella parte iniziale, da una storia di fantasmi. In realtà, l’elemento soprannaturale – l’apparizione dello spettro di un’anziana donna marocchina in un riad di Marrakech – rappresenta soltanto il pretesto per la ricostruzione della vicenda di un’antica famiglia locale, sullo sfondo della storia nazionale e mondiale. L’autore dipinge, in questo modo, un grande affresco storico e politico del Marocco, dall’inizio del’900 al 2010.

Tutto ha inizio quando Franҫois e Cecile, due giovani coniugi francesi, decidono di prendersi un anno di libertà dal lavoro e dallo stress della vita parigina, e di trascorrere il periodo in un luogo esotico. Franҫois vuole vivere un’esperienza diversa, Cecile intende scrivere un romanzo. Dopo lunghe incertezze, i due, grazie al denaro di una piccola eredità, decidono di partire alla volta del Marocco, e più precisamente di Marrakech. Qui incontrano Hmoudane, il cugino di un collega di Cecile, che accetta l’incarico di guidare i due nella ricerca di una casa antica.

Hmoudane è un personaggio pittoresco: poeta e agente immobiliare, parla una lingua incomprensibile, formata da termini arabi, berberi e francesi, che creano esilaranti giochi di parole.

Che differenza c’è, sembra domandarci l’autore, tra il disagio di un nordafricano che arriva a Parigi e quello di un francese che intende stabilirsi a Marrakech? Il primo sarà probabilmente accolto con indifferenza e addirittura con sospetto, il secondo sarà forse oggetto di curiosità e attenzioni che potrebbero non essere interpretate nel giusto modo, creando equivoci e fraintendimenti a non finire. 

Dopo qualche giorno di ricerca, i due francesi trovano ciò che cercavano: un antico, splendido riad nel cuore di Marrakech con tanto di patio, fontana e giardino, appartenuto in passato a una nobile famiglia. Quando però si trasferiscono nella dimora, scoprono, in una camera appartata, la presenza di una vecchissima signora, vestita in abiti tradizionali marocchini. Dopo una serie di eventi tragicomici e divertenti giochi linguistici basati su continui malintesi, risulta chiaro che la vecchia signora è, con tutta probabilità, un fantasma rimasto nell’antica dimora per esaudire l’ultimo desiderio della sua padrona morente, quello di aspettare Tayeb, il figlio di lei disperso in guerra, per accoglierlo a casa. Si apre così un vero romanzo nel romanzo.

La vicenda  di Tayeb ripercorre la storia del Marocco sotto il protettorato francese. Durante gli anni Venti, Tayeb partecipa alla guerra del Rif, militando nell’armata dell’eroico comandante Abdelkrim contro spagnoli e francesi. In seguito, durante la Seconda guerra mondiale, combatte sul fronte italiano, questa volta al fianco dei francesi.

Una particolarità del romanzo è l’evidente mutamento di registro linguistico: mentre, nel narrare le disavventure marocchine di Franҫois e Cecile, l’autore utilizza l’ironia e la leggerezza per rappresentare l’incomunicabilità tra due mondi e due culture – che si riflettono in uno specchio di superficialità e insensibilità – nella seconda parte, invece, il registro linguistico muta, adattandosia una ricostruzione storica impeccabile, in cui il rapporto Marocco-Francia è sviscerato sotto l’aspetto storico, politico e culturale. L’inserimento della “storia nella storia” permette all’autore di introdurre agevolmente la lunga digressione storica in forma romanzata.

La terza parte del romanzo, infine, ci riporta alle vicende di Franҫois e Cecile, chiudendo una narrazione circolare.

La lettura è avvincente, il romanzo è ben scritto, cattura il lettore e non lo lascia fino all’ultima pagina. Bella e commovente la storia di Tayeb, dettagliata e precisa la ricostruzione storica degli avvenimenti. Interessante soprattutto la parte che riguarda la guerriglia del comandante Abdelkrim, che illumina il lettore su fatti storici tanto interessanti quanto ignorati dalla storia scolastica.

Titolo: La vecchia signora del riad

Autore: Fouad Laroui

Casa editrice: Del Vecchio

Genere: Romanzo storico

Pagine: 223

Anno di pubblicazione: 2020

Prezzo: € 18,00

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Suggerimento di lettura: “Khatem. Una bambina d’Arabia”, Badriya al-Bishr, Atmosphere libri

L’autore

Fouad Laroui nasce a Oujda, in Marocco, nel 1958. Dopo gli studi secondari al Lycée Lyautey di Casablanca, si laurea in Ingegneria. Dopo un’esperienza lavorativa in una fabbrica di fosfati in Marocco, si trasferisce in Inghilterra, dove vive qualche anno a Cambridge e a Oxford e consegue il Dottorato in Scienze economiche. In seguito si trasferisce ad Amsterdam, dove insegna Econometria e poi Scienze ambientali all’Università. Parallelamente si dedica alla scrittura di romanzi e al giornalismo, con il settimanale Jeune Afrique e la rivista Economia.
Attualmente risiede ad Amsterdam.

Federica P

Lettore medio

Fratello e sorella (Diane Keaton)

Randy è stato quello che molti definirebbero un fratello passo. Sì, la sua mente è sempre stata la sua tortura, ma anche il suo tesoro. E il mio. Vorrei soltanto essermene accorta prima.

Non aspettatevi pagine patinate. Non ce n’è spazio. Qui non si parla di una diva hollywoodiana ma di una donna che desidera condividere col lettore uno stralcio della propria vita, quella lontana dai riflettori e dal jet set.

In “Fratello e sorella” (edito da Baldini+Castoldi) Diane Keaton schiude il baule dei ricordi e, tra un’istantanea e l’altra, racconta il rapporto con le sorelle, i genitori e col fratello Randy. Un bambino come tanti, un adolescente alla ricerca della propria identità, un giovane votato all’arte e alla sperimentazione, un uomo vittima prima dell’alcolismo poi di una serie di patologie (tra le quali il bipolarismo e la malattia di Alzheimer) che ne minano la stabilità emotiva.

Diane, e le sue sorelle, fanno del loro meglio per aiutare quell’uomo che – anno dopo anno – sembra smarrire pezzi di sé, preoccupato solo di realizzare collage e di trovare una giustificazione al controverso rapporto che lo lega ai genitori.

L’attrice raccoglie, all’interno del volume, stralci di missive, foto e componimenti poetici di Randy, offrendo al lettore una visione caleidoscopica del fratello cui è tanto legata. Guarda al di là di una forma sciatta e trasandata e arriva al nucleo di un animo gentile e sufficientemente eccentrico per tener vivo il fuoco sacro dell’arte. E vive quasi come una sconfitta la necessità di rivolgersi a un centro per anziani per offrire a Randy quella serenità della quale ha bisogno.

Una storia emozionante quella di Diane Keaton che, smessi i panni dell’attrice di successo, si mostra al lettore in tutta la sua tenace fragilità. Porta avanti la carriera di attrice e madre e, nel contempo, si sforza di tenere incollati i frammenti di un rapporto familiare che sembra disgregarsi. Pezzi che Randy incolla a modo suo sull’enorme tela della vita, non percependo che pochi istanti della realtà che lo circonda.

Il timore di Diane è quello che il fratello possa perdere di colpo quel patrimonio di ricordi che – volente o nolente – rappresenta il più prezioso dei tesori per ognuno di noi.

Titolo: Fratello e sorella

Autrice: Diane Keaton

Casa editrice: Baldini+Castoldi

Genere: Biografia

Pagine: 187

Anno: 2020

Prezzo: € 17,00

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Graphic novel consigliato: “30 giorni” di Fabrizio Gargano (Alt! Edizioni); “Rughe” di Paco Roca (Tunué)

L’autrice

Diane Keaton (Los Angeles, 1946) ha recitato in alcuni dei film più memorabili degli ultimi quarant’anni, come la trilogia de Il Padrino, Io e Annie, Manhattan, Reds, Baby Boom, Il club delle prime mogli e Tutto può succedere. Vincitrice di un Golden Globe e di un premio Oscar, è autrice del memoir Oggi come allora e della raccolta di saggi Let’s Just Say It Wasn’t Pretty. Vive con i suoi due figli a Los Angeles.

Lettore medio

A proposito di Grace (Anthony Doerr)

Lui li chiamava sogni; non proprio auspici né visioni, né presentimenti, né preavvisi. Chiamarli sogni gli permetteva di accostarsi il più possibile a quel che erano: sensazioni – esperienze addirittura – che lo colpivano mentre dormiva e svanivano al risveglio, per poi verificarsi nei minuti, nelle ore o nei giorni a venire.

David Winkler è un idrologo. Ha scelto questo inusuale mestiere perché fin da bambino ha amato l’acqua in tutte le sue forme, soprattutto la neve e i suoi indecifrabili cristalli, il modo imprevedibile in cui le molecole d’acqua si combinano a formare in irreplicabile merletto esagonale. La sua professione, che è già di per sé un elemento interessante, si combina con un’altra circostanza inusuale, che l’autore introduce senza esitazione sin dalle primissime pagine del romanzo: mentre dorme di un sonno profondo, che a volte sfocia nel sonnambulismo, Winkler percepisce squarci del futuro, vede scene di un tempo che deve ancora venire, ma che è certo avverrà. Fin da bambino è consapevole di questa sua capacità e del fatto che non può evitare che gli eventi che vede in sogno si avverino. A volte sono eventi banali, come un bicchiere che sfugge dalle mani della madre, a volte è la morte di uno sconosciuto investito da un autobus. In qualche modo il giovane Winkler riesce a convivere con il fardello della preveggenza, fino a che non sogna ripetutamente la morte della sua stessa figlia, una morte che lui, pur involontariamente, contribuisce a causare.

Ora vi chiederete perché vi stia anticipando una parte così ampia della trama del romanzo. In realtà non lo sto facendo, perché queste sono solo le premesse di uno straordinario racconto, reso ancora più vivo dalla straordinaria scrittura di Antony Doerr, che dopo aver vinto il Pulitzer per la narrativa, ha dato un’ulteriore, quanto non necessaria prova, del suo talento. Le descrizioni sono sempre puntuali ed evocative, i dialoghi realistici, i personaggi profondi e vivi. I suoni, gli odori, la luce sono resi con tratti magistrali che si esaltano nella descrizione delle magnifiche e innumerevoli forme che l’acqua assume intorno agli esseri umani. Intorno e dentro.

Il suo protagonista, David Winkler, è immerso in un modo di acqua. Come lui stesso si definisce, è una bacchetta da rabdomante in forma umana, che vibra fino all’ultima molecola di acqua insieme a tutte le molecole intorno a lui, ovunque si trovi, dai Caraibi all’Alaska, perfettamente consapevole della coesione con il mondo che lo circonda e delle meraviglie che in esso fioriscono.

La fuga dal destino che suo malgrado ha previsto lo porterà a migliaia di chilometri dalla sua famiglia, a vivere una vita imprevedibile, fino a che, seguendo il flusso che lo ha trascinato lontano, troverà un appiglio che gli darà la forza di risalire la corrente e un’intuizione per capire che il destino, come l’acqua, si può arginare.

E leggendo, pagina dopo pagina, insieme al protagonista di “A proposito di Grace” di Antony Doerr (Rizzoli), il lettore riscoprirà le meraviglie del mondo che ci circonda e le emozioni che lo riempiono.

Titolo: A proposito di Grace

Autore: Antony Doerr

Casa editrice: Rizzoli

Genere: Romanzo di formazione

Pagine: 487

Anno di pubblicazione: 2016

Prezzo: € 12,35

Tempo medio di lettura: 7 giorni

Suggerimento di lettura: Dello stesso autore il libro che gli è valso il premio Pulitzer per la narrativa nel 2015, “Tutta la luce che non vediamo”, in cui in una Saint-Malo occupata dai nazisti si incrociano i destini di una ragazzina cieca e di un giovanissimo soldato tedesco.

L’autore

Anthony Doerr nato a Cleveland nel 1973, è laureato in storia. Attualmente vive a Boise, in Idaho. About Grace (A proposito di Grace) è il suo primo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 2004, ma che ha trovato successo e diffusione internazionale solo dopo la pubblicazione nel 2015 di All the Light We Cannot See (Tutta la luce che non vediamo), romanzo che ha vinto il National Book Award per la narrativa e il Premio Pulitzer per la narrativa. Ha pubblicato anche due raccolte di racconti, ancora non tradotte in italiano: The Shell Collector (2002)e Memory Wall (2010).

Cristina

Lettore medio

Profumo di caffè e cardamomo (Badriya al-Bishr)

Gli uomini comprendono presto che le case sono create per le donne, le catturano e le imprigionano. Le donne si abituano alla clausura, ci si affezionano. (…) Nel mio paese, le donne maturano, invecchiano immalinconite dalla tristezza, dall’ansia per le malattie, le malattie dei figli e del marito. (…) Il loro ruolo è limitato, il loro valore scarso, dal momento che vengono mantenute per tutta la vita. Mantenute dal padre prima del matrimonio, quindi dal marito, infine dai figli nella vecchiaia: questo rende facile, per chi le mantiene, comandare su di loro.

“Profumo di caffè e cardamomo” di Badriya al-Bishr (edito da Atmosphere Libri) ripercorre la vicenda di Hind, protagonista e voce narrante del romanzo, dall’infanzia all’età adulta, offrendo agli occhi del lettore un ampio spaccato della società saudita del nuovo millennio. La protagonista, nata a Riad da una famiglia originaria del sud del paese e arricchitasi con il boom dell’edilizia saudita degli anni Settanta, racconta come sia difficile per una ragazza crescere e rivendicare i propri diritti in una società in cui oppressione e discriminazione sono applicate non soltanto dagli uomini, ma provengono addirittura dalle donne più anziane che solidarizzano con l’atteggiamento misogino degli uomini. In questa società in bilico tra passato e futuro, ancora segnata dalla separazione della compagine maschile da quella femminile, la protagonista cresce e si forma in una famiglia rigidamente conservatrice. Hindvive un rapporto conflittuale soprattutto con la madre Hila, una donna analfabeta, dura e tirannica, “intagliata nella roccia”, che predilige e vizia i figli maschi, specialmente il primogenito, mentre infierisce sulle figlie, alle quali non risparmia percosse e violenze psicologiche.

Alla figura dispotica e autoritaria della madre si contrappone quella mite e gentile del padre, un uomo sempre affettuoso con le figlie e pronto a soddisfarne i desideri, incapace però di arginare il carattere aspro e aggressivo della moglie e di instaurare in famiglia un clima di serenità. Crescendo, Hind scopre il mondo della lettura, per passare, più tardi, a quello della scrittura, un universo in cui i genitori, analfabeti, non possono penetrare. Giovanissima, comincia a pubblicare segretamente novelle e articoli sui giornali sauditi, quindi, per sfuggire alle persecuzioni della madre, che considera vergognoso e indecente il lavoro di scrittrice e di giornalista, inizia a collaborare con riviste e giornali degli altri paesi del Golfo. La scrittura rappresenta un’oasi felice per la protagonista, che vi si rifugia perché costituisce il solo mezzo attraverso cui può esprimersi e comunicare con il resto del mondo senza che la sua intimità sia violata.

La protagonista deve però affrontare una nuova battaglia: innamoratasi di un giovane, ricambiata, vorrebbe sposarlo. Pur di farla desistere dal proposito, la madre non esita a rinchiudere la figlia in una stanza della casa, isolandola dal mondo esterno e nutrendola con pane e acqua, anche se l’affetto delle sorelle procura alla reclusa biscotti e cioccolata. Quando il padre scopre la prigionia di Hind, la ragazza viene liberata, ma la madre riesce comunque a imporre la propria volontà: Hind è separata dall’innamorato e costretta a sposare un cugino scelto dalla madre.  

Uno scontro su tutti i fronti oppone Hind alla madre Hila. Quest’ultima, illetterata, costretta troppo giovane al matrimonio, ha vissuto l’atroce condizione di sposa-bambina, ha subito la notte di nozze come uno stupro e non ha mai smesso di detestare il marito, piegandosi però a soddisfare i desideri notturni del consorte pur di ottenere da lui gli oggetti che desidera, come abiti e gioielli. L’infanzia della protagonista è segnata dalle persecuzioni e dalle percosse della madre, che picchia le figlie se osano giocare con i compagni di sesso maschile o disturbarla durante il riposo. Nel periodo dell’adolescenza, invece, l’ira materna è suscitata dall’ascolto delle canzoni d’amore o dalla lettura di romanzi che la donna non esita a condannare come indecenti e portatori di corruzione.

Le sofferenze che Hila ha patito a causa del suo matrimonio precoce con un uomo troppo anziano per lei, la sua breve e inutile fuga dalla casa coniugale nei primi giorni del matrimonio, non l’aiutano affatto a capire e a interpretare i bisogni delle figlie, anzi, inaspriscono l’odio per la condizione femminile incarnata ai suoi occhi dalle ragazze. Il corpo femminile deve essere coperto e nascosto integralmente, perché non turbi l’ordine sociale e morale, infangando così l’onore dell’intero clan. Nel richiamarsi costantemente ai concetti di onore e di vergogna, Hila mutua dal radicalismo religioso il lessico con cui terrorizza le figlie prospettando loro i tormenti infernali.  La religione non è più rifugio dell’anima o conforto della grazia divina, ma diventa, nell’interpretazione di questa figura materna, una forma di controllo e di repressione della libertà delle figlie. Da personaggio sfortunato e sofferente, la madre si trasforma così in una figura ostile che combina per le tre figlie matrimoni assurdi che condannano all’infelicità le giovani donne.  La possibilità di creare una solidarietà femminile contro l’oppressione e la subordinazione si frantuma nella lotta per il potere tra due diverse generazioni di donne, in una guerra senza quartiere non solo tra uomini e donne, ma anche all’interno del mondo femminile.

Il romanzo ruota dunque attorno a diverse tematiche: la discriminazione di genere, il matrimonio combinato, l’oppressione maschile ma anche quella femminile, la serie dei divieti e degli ostacoli che Hind, giovane donna innamorata dell’amore, della scrittura e della libertà, deve superare per giungere alla propria realizzazione personale e professionale, descrivendo i rapporti, spesso molto difficili, che la protagonista intreccia con gli altri personaggi. Il romanzo può dunque leggersi come un’esemplificazione delle difficoltà e delle barriere che una donna saudita incontra durante il suo percorso di crescita e di maturazione, una sorta di manuale, presentato in forma romanzata, sulla condizione femminile nel paese.

Titolo: Profumo di caffè e cardamomo

Autore: Badriya al-Bishr

Casa editrice: Atmosphere libri

Genere: Romanzo di formazione

Pagine: 169

Anno di pubblicazione: 2015

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Suggerimento di lettura: “Niente coltelli nelle cucine di questa città”, Khaled Khalifa, Bompiani.

Prezzo: € 15,00

L’autrice

Nata a Riaḍ nel 1967, Badriya al-Bishr cresce e studia nella capitale saudita fino alla laurea in Sociologia. In seguito consegue un Dottorato di ricerca presso l’Università Americana di Beirut con una tesi sulla globalizzazione nelle società del Golfo. Dal 1991 al 1993, scrive per diversi giornali sauditi e, dal 1993 al 1996 insegna alla King SaudUnivesity, presso il dipartimento di Scienze sociali. È autrice di alcune raccolte di racconti brevi e di diversi romanzi. Dal 2006 risiede con la famiglia a Dubai, città in cui svolge l’attività di scrittrice e di giornalista per la testata Al Hayat.

Federica

Lettore medio

Il cacciatore di tarante (Martin Rua)

Dell’Olmo strinse la mano a entrambi e uscì dall’ufficio. Mentre si trascinava verso la carrozza, in preda a uno scoramento sempre più profondo, riaprì la cartellina. I suoi occhi vagarono febbrili tra le righe, e si incagliarono più volte sulle stesse parole.
Donne.
Uccise.
Taranta.
Salento.
Napoli.

Mettetevi comodi e godetevi questo piacevolissimo lungometraggio letterario.
“Il cacciatore di tarante”, il nuovo romanzo di Martin Rua edito da Rizzoli, è un romanzo noir con una fortissima connotazione storica nella quale folklore e mistero si mescolano regalando al lettore un salto indietro nel tempo alla ricerca di un assassino che veste i panni della Malombra, un essere dal volto di ragno che miete vittime tra le giovani donne del Salento.

Ed è proprio nel profondo Sud – nella immaginifica città di Ariadne – che viene spedito l’ispettore Dell’Olmo, un poliziotto torinese sulle tracce, da tempo, di un killer che ammazza le prostitute imbalsamandole. Quando accade qualcosa del genere anche in Salento, l’ispettore con la passione per il cibo viene inviato sul posto per indagare e gli viene affiancato un esperto in tossicologia, il dottor Carlo Caracciolo de Sangro. Riusciranno il tutore della legge piemontese e il controverso studioso napoletano a catturare l’assassino?

Al lettore il compito di affiancare i due nella caccia all’uomo seguendo gli indizi disseminati dall’autore lungo le pagine. Rua si diverte a spiazzare – in modo mai banale – i lettori e a soffermarsi sul vissuto di entrambi, così diversi eppure così simili.
Tanto Dell’Olmo quanto Caracciolo hanno un profondo legame con le proprie madri (Carlo si sente in parte responsabile per la morte della genitrice), entrambi si vedranno costretti a fare i conti col proprio passato (più recente quello dell’ispettore; legato all’infanzia quello del nobile napoletano) e ad accettare la sfida di un assassino abile tanto con le vittime quanto con i travestimenti.

Seguo Martin Rua da molto tempo e ho sempre apprezzato la sua capacità di mescolare la Storia con la storia. In questo caso, l’unità d’Italia e la contemporanea eclissi del Regno delle due Sicilie, divengono uno straordinario espediente narrativo che permette all’autore di approfondire i personaggi e farli diventare metafora di un intero popolo. Tecnicamente parlando: una scrittura fluida, con un ritmo cinematografico e con dialoghi che – da soli – creano azione.
Promozione a pieni voti e parola all’autore per dettagli e curiosità.

“Il cacciatore di tarante”. Come è nato questo romanzo?

È nato dai miei studi di etnologia all’università, quando mi sono imbattuto in Ernesto de Martino e nei suoi testi sulla magia e il tarantismo; è nato anche dall’amore per quella terra meravigliosa che è il Salento, alla quale volevo dedicare una storia non banale; è nato, infine, dal desiderio di mettere in contrapposizione due visioni diverse del nostro Paese, di creare un contrasto tra Nord e Sud che viviamo ancora oggi. E di sanarlo, almeno sulla carta.

Cominciamo dall’ispettore Dell’Olmo. Come è nato questo detective dal forte accento piemontese con la passione smodata per il cibo?

I personaggi dovevano essere due, sin da quando ho ideato la storia. Uno doveva venire dal Nord, magari da quel Piemonte che il Sud l’aveva conquistato, e doveva essere odioso, razzista e pieno di pregiudizi. Questo era in embrione Dell’Olmo, poi gli si sono aggiunte altre caratteristiche via via che scrivevo. Come quella dell’amore per il cibo. Che io condivido con lui.

Il personaggio di Carlo Caracciolo de Sangro mi è piaciuto moltissimo. Come il Principe di San Severo – suo antenato – sembra animato da un’incessante sete di conoscenza. Tuttavia il suo passato lo riporta spesso coi piedi per terra e lo costringe a fare i conti con la propria fragilità. Quanto è stato stimolante lavorare a un personaggio così complesso?

Moltissimo, naturalmente. È sempre una sfida creare un personaggio così combattuto. Devi pensarlo a 360°, con un animo lacerato, ma che sia capace anche di slanci d’ironia. L’ho ideato colto e raffinato, ma anche vicino al popolo e al suo linguaggio. Doveva portare dentro di sé la notte, e io ne sono profondamente (e pericolosamente) attratto. È il mio lato oscuro.

Passiamo al set della storia: Torino e Napoli sono più che mai antitetiche. Il capoluogo campano diviene il set di una grande illusione (il declino del Regno delle due Sicilie) mentre la città sabauda si risveglia capitale d’Italia. Quanto, le circostanze politiche, influiscono sull’indole dei personaggi?

Torino e Napoli sono antitetiche da un certo punto di vista, sì, ma si assomigliano in certe sventure. Torino come Napoli si vide soffiare il posto di Capitale d’Italia nel 1864 a favore di Firenze e questo i torinesi non lo manderanno mai giù. Come Napoli, anche Torino ha fatto da sfondo a numerose storie intrise di mistero: nella seconda metà dell’Ottocento divenne il centro dello spiritismo italiano. È di certo meno passionale e sanguigna di Napoli, più razionale, e, almeno all’inizio del romanzo, è questa caratteristica che emerge in Dell’Olmo. Le cose cambiano piano piano quando l’ispettore viene a contatto col Sud ancora immerso nel mondo magico che De Martino descriverà in “Sud e magia”. Quel Sud che, almeno in parte, forgia il carattere immaginifico (ma anche scientifico) di Caracciolo de Sangro.

E adesso la città immaginaria (ma nemmeno tanto!) di Ariadne. Possiamo considerare l’intero Salento la metafora di una tradizione popolare che racconta la storia di intere generazioni?

Sì, il Salento del romanzo è un luogo simbolico (come Ariadne, appunto), un contenitore di tradizioni popolari. Il tarantismo, che emerge come uno degli argomenti principali, però, non era prerogativa del solo Salento, ma un po’ di tutto il sud Italia. Ed era, per coloro che a esso facevano riferimento, non solo un insieme di strambe credenze e ritualità, ma un vero e proprio sistema di pensiero tramandato di generazione in generazione.

Dal punto di vista tecnico ho apprezzato molto il ricorrere ai dialetti. Gli intercalari di Dell’Olmo, il napoletano per caratterizzare Gennaro Scaramuzza e gli altri personaggi che ruotano intorno a Caracciolo de Sangro, infine un salentino veicolo semantico per suggestionare il lettore. Quanto ti ha divertito lavorare con sonorità così differenti tra loro?

È stata un’altra bella sfida, perché sapevo che avrei rischiato grosso: i puristi di ciascun dialetto avrebbero potuto bastonarmi. Giustamente, direi. Così sono stato rigoroso. Il piemontese è stato rivisto da una cara amica torinese; il napoletano… be’, un pochino lo conosco; il salentino, infine, in percentuale quello più usato nel romanzo, l’ho studiato appositamente su libri e siti internet. Siccome però mi sono scontrato con alcune differenze che ho riscontrato da città a città, alla fine ho optato per fondere più salentini e ricreare una sorta di meta-salentino, un dialetto corretto (perché formato da parole grammaticalmente corrette), ma inesistente, perché nato dalla fusione di più varianti. Un po’ come ha fatto Camilleri con il siciliano.

Il periodo che ci lasciamo alle spalle è stato difficile per l’intero comparto dell’editoria, tuttavia gli scrittori hanno riscoperto le potenzialità della rete. Quali sono stati i riscontri dei lettori e quanto i social sono stati (e continueranno a essere) importanti per la promozione di questo romanzo?

I riscontri dei lettori fino a questo momento sono stati ottimi, e questo mi riempie il cuore, mentre i social network sono stati fondamentali. Il riscontro che ho avuto e che sto avendo da siti, blog, gruppi di lettura, instagrammer, ecc. non ha eguali. Non si può prescindere da questo al momento.

Ultima domanda: cosa ti aspetti da questo libro?

Lo dico senza tentennamenti: mi aspetto che mi faccia finalmente notare nel mondo dell’editoria che conta. Che si sappia, insomma, che non sono solo un autore di piacevoli avventure esoteriche. Naturalmente, tutto dipenderà dai lettori. E dunque, prima di tutto, mi aspetto (mi auguro) che piaccia a quanti più lettori è possibile.

Titolo: Il cacciatore di tarante

Autore: Martin Rua

Genere: Romanzo storico, noir

Casa editrice: Rizzoli

Pagine: 351

Anno: 2020

Prezzo: 19,00 euro

Film consigliato: “Wild Wild West” (1999), diretto da Barry Sonnenfeld

Libro consigliato: Un qualsiasi romanzo di Arthur Conan Doyle

Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autore

Martin Rua è nato a Napoli. Ha creato Lorenzo Aragona, mercante d’arte protagonista della “Parthenope Trilogy”, tradotta in diversi paesi. È autore della “Prophetiae Saga”.

Paquito

Lettore medio

La mischia (Valentina Maini)

Abbiamo detto ai nostri figli siete la nostra vita. Abbiamo tentato di riempire ogni distanza tra mano e mano tra orecchio e piede tra occhi e occhi. Abbiamo detto ai nostri figli siete la nostra vita. Volevamo essere una cosa sola un unico organismo generante e generato. Forse è stata Gorane a nascere per prima. Forse è stato Jokin a seguirla. Ecco che pezzo dopo pezzo la nostra memoria si sfalda. I nostri concittadini sono i responsabili del furto. Siamo in minime dosi ma costantemente derubati. Eppure siamo certi di aver generato due gemelli e che il loro nome è Gorane e Jokin. Siamo certi che l’uno era la nostra bandiera l’altra la nostra voce. Siamo certi di aver voluto restare fusi come in quel primo abbraccio per sempre. Piano piano i nostri figli sono cresciuti. In maniera diversa e parallela come due ali dello stesso insetto due ali destinate a opposti voli.

Una storia intensa e travolgente, che si snoda tra Euskadi (i Paesi Baschi) e Parigi. Ne “La mischia” (editore Bollati Boringhieri) Valentina Maini ci porta a conoscenza delle vite unite e in seguito parallele di due gemelli, Jokin e GoraneMoraza, figli di due rivoluzionari indipendentisti, aderenti all’organizzazione terroristica ETA. Il racconto è suddiviso in tre parti e nella prima conosciamo i protagonisti: Gorane, una ragazza apparentemente fragile e problematica, ma dotata di grande creatività e spirito di adattamento. Soffre di allucinazioni, non ben definite, che la rendono in perpetuo contatto con il passato, i genitori e i suoi incubi. E poi Jokin, un ragazzo discreto e solitario, che trova rifugio dalla realtà personale e familiare nella dipendenza da eroina e in numerose relazioni amorose, occasionali e non;  la sua decisione di trasferirsi a Parigi e l’incontro con il gruppo White Elephants determineranno il suo destino e quello della sorella.

Particolarmente toccante è l’ultimo capitolo della prima parte, “Arrautza”, in cui il microfono viene consegnato ai genitori di Jokin e Gorane. Si tratta di pagine estremamente sofferte, le parole scivolano una dietro l’altra in una spirale senza fine, quasi senza punteggiatura, senza pause. L’effetto artistico di questo capitolo ha un grande impatto emozionale e mi ha consentito di farmi un’idea precisa e definita sull’anima tormentata e complessa dei due Moraza: un uomo e una donna che manifestano amore smodato per i propri figli, direttamente proporzionale alla paura di perderli; è come se questo sentimento li portasse a compiere azioni sconnesse, educandoli fin da piccoli al dolore e all’abbandono. Molti passaggi in questo frangente sono volutamente confusi e nebulosi e si fatica a capire il senso logico dell’accaduto.

Nella seconda parte del romanzo proseguono le vicende di Jokin e Gorane con profondi mutamenti nella trama e nell’atteggiamento dei fratelli. Durante la lettura, si affacciano le vicende rivoluzionarie nei Paesi Baschi – per me nuove e interessanti – a partire dagli anni ‘60, una finestra di storia moderna e contemporanea di un mondo di confine che rivendica la propria indipendenza; si passa poi allo scenario di Parigi, diverso da come siamo abituati a sentir parlare o vedere nei film: non è la Parigi dell’amore e delle passeggiate lungo la Senna, degli artisti di Montmartre o dell’imponenza di Notre-Dame: è una città cupa, con contraddizioni e povertà, droga e rabbia. Quest’ultimo aspetto ha dato una nota di originalità alla narrazione, un’impronta peculiare di degrado che, solitamente, si trova associata ad altre realtà.

La terza parte ci conduce verso il termine de “La mischia”, dedicato a chi, in quella mischia, è sempre stato abituato a starci, nel bene e nel male; nel finale si apre uno spiraglio di rivalsa, ma una costante di questo libro è che si impara cosa sia il vero amore solo attraverso la vera sofferenza.

Lo stile fluido e leggero (nonostante gli argomenti trattati) consentono un approccio scorrevole alla lettura: non mi è sembrato di aver divorato quasi 500 pagine!

L’impronta stilistica dell’autrice muta repentinamente solo nel già citato capitolo “Arrautza”, in cui diventa sconnessa e ridondante ma per dare la parola ai genitori Moraza e il risultato è davvero sorprendente. Ho trovato nello stile e nelle vicende narrate un connubio armonioso, come se questi eventi, tanto avvincenti quanto crudi e dolorosi, avessero bisogno della voce di questa famiglia, un urlo che trabocca dalla scrittura della Maini e che fino alla fine trascina – neanche a dirlo in una mischia – fatti storici e incontri confusi in un crescendo di pensieri.
La lettura di questo romanzo è pertanto vivamente consigliata, senza se e senza ma.
E ora la parola all’autrice.

La mischia. Come è nato questo romanzo?

La risposta più corretta sarebbe “non lo so”, ma forse come risposta è un po’ infelice. Volevo guardare la mia storia da lontano, esplorarla nelle peripezie di qualcun altro, darle una forma nel modo che mi riesce meglio e che mi dà piacere, scrivere. Volevo scrivere.

La storia è intrisa di dolore, sofferenza ma anche rivendicazione. Quanto il tuo vissuto e la tua quotidianità hanno ispirato queste pagine e quanto, invece, è stato stimolante il lavoro di immaginazione?

L’immaginazione, oltre a permettermi quell’allontanamento, ha manipolato il mio vissuto, mi è servita per nascondermi e farmi divertire. In verità l’immaginazione manipola sempre la mia vita, anche quando non scrivo, ma nei libri non ci sono effetti collaterali, è divertente e basta. Ci sono e non ci sono io, non importa a nessuno. Immaginare per me è una forma di ricordo e risponde anche all’esigenza di mettermi in pericolo, di fare fatica. Scrivere di me, della me che risponde al nome di Valentina Maini, mi annoia a morte. Il mio istinto mi suggerisce di non farlo.

Quale o quali sono stati i motivi che ti hanno spinta ad ambientare la narrazione nei Paesi Baschi e a Parigi? Cosa provi riguardo questi due mondi così diversi?

Io in Italia non sto bene. Forse per lo stesso motivo per cui non amo scrivere di me: mi impigrisco, mi ripiego, patisco la noia. Parigi è quella che considero casa mia da quando ho vent’anni; i Paesi Baschi, per la loro storia, le loro contraddizioni, la loro posizione di confine, sono un tizio dolce e un po’ burbero che forse mi somiglia.

In relazione al rapporto tra Jokin e Gorane, credi che i gemelli si influenzino molto e possano sviluppare un legame talmente forte da chiamarsi dipendenza?

Ogni tanto la chiamo così, quando li giudico. Ma penso sia semplicemente un grande primo amore.

Vista la forza e l’importanza degli argomenti che tratti nel romanzo (esempio la dipendenza da eroina di Jokin e la complessa psiche di Gorane), la scrittura ha suscitato in te molte emozioni? Senti di essere “cresciuta” (emotivamente o professionalmente) nell’aver scritto questo romanzo?

Mentre scrivevo mi illudevo di aver superato certi dolori. Non è stato così e questa, per me, è una delle fregature della scrittura: mi sento più grande mentre scrivo; quando finisco mi accorgo che non sono cambiata granché, anche se la mia visione è più ampia e sfaccettata. Forse la volta in cui un libro mi cambierà sul serio, avrò finito con la scrittura, la lascerò in pace.

Cosa ti aspetti da questo libro?

Che se ne vada a spasso, il più lontano possibile da me, che trovi molti amici e qualche innamorato.

Titolo: La mischia

Autore: Valentina Maini

Casa editrice: Bollati Boringhieri

Genere: Romanzo drammatico

Pagine: 496

Anno: 2020

Prezzo: € 17,57

Tempo medio di lettura: 21 giorni

L’autrice

Valentina Maini è nata nel 1987 a Bologna. Ha conseguito un dottorato in Letterature comparate tra Bologna e Parigi e ha pubblicato racconti su «retabloid», «TerraNullius», «Atti Impuri», «Horizonte» e altre riviste. Alcuni suoi articoli sono comparsi su «Poetiche», «La Deleuziana», i «Classiques Garnier». Con la raccolta di poesie Casa rotta (Arcipelago Itaca, 2016) ha vinto il premio letterario Anna Osti. Traduce dal francese e dall’inglese.

Marta

Lettore medio

Racconti (Walter Benjamin)

A me la pressione di mille atmosfere sotto cui si pigia e inarca e accatasta tutto questo universo di immagini, sembrava però la stessa forza che nelle mani dei marittimi dopo un lungo imbarco si cimenta con cosce e seni di donna, e la voluttà che dal mondo di pietra delle scatole incrostate di conchiglie fa emergere un cuore di velluto rosso e azzurro destinato a essere trafitto da spilli e spille, mi pareva la stessa che il giorno di paga sommuove i vicoli.

Composta da ventisei racconti di vario argomento e otto descrizioni e appunti relativi a sogni dell’autore, la racconta “Racconti” di Walter Benjamin (edita da Einaudi) può essere definita un turbinio continuo di immagini, a tratti fotografiche, estrapolate dal vissuto quotidiano e non, che investono e sconvolgono anche il più inibito dei lettori, reso confidente delle forme più tetre, visionarie, accurate e intime del pensiero benjaminiano.

Vorrei partire da un presupposto: questa raccolta per me ha sortito lo stesso effetto del fischio del treno per Belluca. Nonostante il titolo poco caratterizzante, questa raccolta è davvero sorprendente,  sia per quanto riguarda gli aneddoti raccontati in modo tanto peculiare e preciso da rendere vivi anche paesaggi – o più semplicemente l’abat-jour sul comodino di una stramba protagonista – sia per il linguaggio utilizzato, in cui si avverte tutta la tensione dell’autore unita a una incredibile delicatezza.

Ciò che cattura di più dei racconti di Benjamin credo sia la vivacità con cui, all’interno di ogni brano, si alternano ricordi tragici misti a fantasie e note fortemente ironiche e accattivanti: lo scrittore appare così padrone delle sue stanze narrative, mentre il lettore si accomoda osservando le scene scivolare lentamente, come se stesse guardando un intenso cortometraggio su uno schermo dal quale è impossibile sollevare lo sguardo.

Personalmente mi sono sentita coinvolta in particolar modo dai ritmi altalenanti che contraddistinguono la struttura dei racconti e che, concordando con le scelte stilistiche dell’autore, hanno suscitato sensazioni intense. Consiglio la lettura di questo libro a coloro che vorrebbero riscoprire quanto sia bello sognare, ricordando quanta forza inattesa possa scaturire dal linguaggio e dai piccoli gesti.

Titolo: Racconti

Casa editrice: Einaudi

Genere: Raccolta di racconti

Pagine: 152

Anno: 2019

Prezzo: €18

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Brano consigliato: “Tales of wind” dei Little Nemo

L’autore

Walter Benjamin nasce a Berlino il 15 luglio 1892. In Svizzera fa la conoscenza di Ernst Bloch, con cui avrà fino alla fine un rapporto controverso, tra entusiasmi e insofferenza. Nel 1923, invece, conosce il giovane Theodor Adorno. Pubblica un saggio su Le affinità elettive per la rivista di Hugo von Hoffmanstahl. Nel 1929 stringe un profondo rapporto con Brecht, che negli anni Trenta, dopo l’avvento del Terzo Reich, lo ospita a più riprese nella sua casa in Danimarca. Intorno al 1933 le sue condizioni economiche si fanno sempre più precarie: l’assegno garantitogli dallo “Zeitschrift für Sozialforschung” di Adorno e Horkheimer, per cui pubblica nel 1936 L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico nel 1937, diventa il suo unico mezzo di sussistenza. Nel settembre del 1940 viene bloccato alla frontiera spagnola dalla polizia: nella notte tra il 26 e il 27 si toglie la vita ingerendo una forte dose di morfina. Ai suoi compagni di viaggio fu concesso di passare il confine il giorno seguente.

Federica I.

Lettore medio

Il teatro dei sogni (Andrea De Carlo)

Se Veronica Del Muciaro dovesse dire qual è la sua paura più grande, direbbe senz’altro quella di perdere il momento. Fino a più o meno venticinque anni è riuscita a perderne milioni, di momenti: saltati fuori dal nulla senza il minimo preavviso e schizzati via senza che lei neanche riuscisse a capire cosa fossero, figuriamoci agguantarli in tempo.

Il Caso. No, non è un errore di battitura. È il Caso (quello con la C maiuscola) a definire i limiti di questa storia. Quella de “Il teatro dei sogni”, il nuovo romanzo di Andrea De Carlo edito da La Nave di Teseo. Il Caso che porta Veronica Del Muciaro, reporter televisiva d’assalto, a rischiare l’asfissia – per un boccone finito di traverso – ed essere salvata, con una manovra di Heimlich da Guiscardo Guidarini, un archeologo al passo coi tempi.

Lo stesso archeologo autore di un sensazionale ritrovamento (e stavolta il Caso non c’entra): un teatro che, stando ai primi rilievi, risulterebbe antichissimo. L’evento scatena l’attenzione dei media nazionali – perennemente alla ricerca del gossip e della polemica facile – e della politica locale, coi comuni di Suverso e Cosmarate a contendersi in modo così feroce la struttura da coinvolgere i vertici nazionali di due partiti rivali. Grazie a un’ironia tagliente De Carlo fotografa la realtà italiana e porta il lettore a riflettere su politica, mass media (forte il richiamo a Orwell e al suo “1984”) e cultura.

Osservando i dettagli di quest’immagine si notano personaggi perennemente in lotta con le proprie fragilità e il feroce desiderio di farsi notare; uno sforzo che coincide con la necessità di essere sempre al passo coi tempi fino a snaturarsi. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“Il teatro dei sogni”. Come è nato questo romanzo?

Volevo raccontare l’Italia di oggi attraverso quattro personaggi, due donne e due uomini molto diversi tra loro, ognuno con una propria visione delle cose, un proprio insieme di ambizioni e sogni. A monte del romanzo ci sono mille osservazioni e riflessioni su come siamo, su cosa stiamo diventando, su come la realtà condiziona e trasforma le nostre vite.

Cominciamo con Veronica. Questa donna sbagliata che sembra combattere strenuamente per affermare il suo posto nel mondo e per lasciarsi alle spalle un passato che, assai spesso, torna a tormentarla. Chi o cosa ha ispirato questo personaggio così determinato eppure così fragile?

Come gli altri personaggi del romanzo, Veronica nasce da spunti diversi che si mescolano tra loro fino a dare luogo a una fisionomia autonoma, unica quanto quella di una persona reale. Veronica è una donna contraddittoria, una giornalista che sognava di fare l’inviata dai fronti caldi del mondo e si ritrova a lavorare per un programma trash di grandi ascolti. La racconto dal di dentro, con una partecipazione che trascende i suoi meriti e i suoi difetti.

L’archeologo Guiscardo Guidarini sembra essere la metafora dell’intellettuale che comprende quanto sia necessario essere al passo coi tempi (nei modi e soprattutto nei gusti) per arrivare a un pubblico sempre più vasto, difendendo le proprie conoscenze e la propria professionalità. Riflessione condivisibile?

Guiscardo Guidarini è un uomo colto, irrequieto e fantasioso, con una personalità ribelle che lo ha messo in rotta con la sua famiglia e fatto diventare un outsider nella comunità degli archeologi. Mi piaceva l’idea di un personaggio estremo, incapace di mediare tra la sua istintiva insofferenza verso le istituzioni di ogni tipo, una passione totale per il proprio lavoro, e un senso dell’umorismo che gli fa vedere in luce ironica anche le situazioni più serie e drammatiche.

Foto di: Aura G

I continui alterchi tra il Bozzolato e la Sarmani (che sembrano richiamare, nei toni, Guareschi) pongono l’attenzione su un problema molto serio: il disinteresse – ahinoi diffuso – della classe politica di fronte all’argomento cultura. Possibile che un paese come il nostro non riesca a valorizzare l’inestimabile patrimonio che si ritrova?

C’è un aspetto fortemente comico, a tratti addirittura farsesco, nella rivalità campanilistica tra il sindaco del piccolo centro di Cosmarate di Sopra e di Sotto e l’assessora e vicesindaca di Suverso, capoluogo di provincia. Mi sono divertito moltissimo a scrivere dei loro atteggiamenti, delle loro rivendicazioni, dei loro scontri sempre più accesi, ma al fondo di tutto c’è l’amarezza per la nostra incapacità di preservare e valorizzare i beni artistici inestimabili di cui siamo eredi, troppo spesso immeritevoli.

Tv e i social network. Casse di risonanza fondamentali per la comunicazione, ma pure “celle incubatrici” nelle quali nascono “mostri da schermo”. Quanto è forte il rischio di una deriva trash di una società così influenzata dai new media?

È una deriva purtroppo già in atto da anni, e le sue conseguenze sono sempre più gravi, nella creazione di modelli deteriori, informazioni superficiali e spesso distorte, mancanza di attenzione, comportamenti inaccettabili che diventano norma, aspirazioni a vuoto, egocentrismo patologico, smania di apparire disgiunta da qualunque merito o competenza.

Cosa ti aspetti da questo libro?

Che diverta chi lo legge, e allo stesso tempo susciti riflessioni, considerazioni, magari anche rabbia. Un romanzo è vivo quando è in grado di raccontare il mondo da cui nasce, e quando i lettori ci riconoscono esperienze, situazioni, pensieri, dubbi, domande, sogni che li riguardano molto da vicino.

Titolo: Il teatro dei sogni

Autore: Andrea De Carlo

Genere: Commedia

Casa editrice: La Nave di Teseo

Pagine: 426

Anno: 2020

Prezzo: € 17,00

Consigli di lettura: “1984” di George Orwell; “Uno nessuno centomila” di Luigi Pirandello.

Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autore

Andrea De Carlo è nato a Milano, dove si è laureato in Storia contemporanea. Ha vissuto negli Stati Uniti e in Australia, dedicandosi alla musica e alla fotografia.
Si è occupato di cinema, come assistente alla regia di Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, e come regista del cortometraggio Le facce di Fellini e del film Treno di panna. Ha scritto con Ludovico Einaudi i balletti Time Out e Salgari. Ha registrato due CD di sue musiche, Alcuni nomi e Dentro Giro di vento. I suoi romanzi, tradotti in ventisei paesi e venduti in milioni di copie, sono: Treno di panna, Uccelli da gabbia e da voliera, Macno, Yucatan, Due di due, Tecniche di seduzione, Arcodamore, Uto, Di noi tre, Nel momento, Pura vita, I veri nomi, Giro di vento, Mare delle verità,Durante, Leielui, Villa Metaphora, Cuore primitivo, L’imperfetta meraviglia, Una di Luna e Il teatro dei sogni.

Paquito

Lettore medio

Le origini del potere (Alessandra Selmi)

Avvolto nel saio dalla stoffa ruvida, con i sandali impolverati e il viso sudato, esausto, al cospetto di quel porporato tanto sicuro di sé Giuliano provò una vergogna che non aveva mai provato prima.
E mentre sentiva crescere dentro quell’umiliazione bruciante, giurò a se stesso e a Dio che non avrebbe mai permesso a Borgia, né a nessun altro, di farlo sentire così piccolo.

Un linea sottilissima separa la storia dalla Storia. Alessandra Selmi, autrice scoperta ai tempi de “La terza e ultima vita di Aiace Pardon”, supera a pieni voti l’esame del romanzo storico. Il suo “Le origini del potere” (pubblicato da Editrice Nord) è un interessantissima no fiction novel nella quale viene raccontata la vicenda, umana e religiosa, di Giuliano della Rovere, il giovane sacerdote ligure che, a seguito di numerose peripezie, diviene Papa Giulio II.

Tranquilli, nessuno spoiler. È Storia ed è un susseguirsi di avvenimenti noti che fanno da sfondo a quello che diventa un autentico romanzo di formazione di un giovane che, capitolo dopo capitolo, si trasforma, mettendo in discussione la propria fede, le proprie certezze pur di giungere a quel soglio pontificio che, più o meno velatamente, ha rappresentato la sua più grande aspirazione.

Tecnicamente parlando: Alessandra Selmi utilizza in modo molto sapiente i dialoghi. Scambi di battute – che rendono la narrazione estremamente fluida – ai quali si aggiungono le descrizioni degli ambienti (tanto interni quanto esterni). La sensazione è quella di avere tra le mani un trattamento cinematografico, traguardo più che auspicabile.

Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Le origini del potere”. Come è nato questo romanzo? È accaduto tutto un po’ per caso. Durante una riunione editoriale, una persona mi ha parlato di Giulio II: io ne sapevo quel poco che si studia a scuola e, incuriosita, mi sono subito messa a fare qualche ricerca. Ho scoperto così un personaggio interessantissimo, pieno di contraddizioni e con un carattere incredibile.

In seguito, approfondendo ulteriormente, mi sono resa conto che raccontare la parte meno conosciuta della vita di Giuliano della Rovere per me sarebbe stato più stimolante e, forse, più interessante per i lettori.

Cominciamo con Giuliano della Rovere, il protagonista. Un vicario di Cristo che non teme affatto di mostrare il suo lato umano. Al di là delle fonti storiche cui hai attinto, quanto è stato stimolante lavorare sulle debolezze del cardinale? Cosa hanno davvero da raccontare i romanzi, oggi, che non sia già stato raccontato? È dai tempi della Bibbia che è già scritto praticamente tutto: qualsiasi storia è, in un certo senso, già stata raccontata.

Non ci resta che sondare l’animo umano, tratteggiare i personaggi, dare loro profondità, renderli reali. È quello che ho fatto – o cercato di fare – con Giuliano della Rovere, un uomo pieno di contraddizioni, un combattente, che ha fatto la sua comparsa in un momento storico eccezionale. È stata una grandissima esperienza e un immenso divertimento.

Lucrezia non può essere considerata solo l’amante di Giuliano. È l’autentico motore della storia. Talvolta donna angelicata (di dantesca memoria), altre più simile alla maga Circe raccontata da Omero. Oltre a essere un espediente narrativo, cosa volevi comunicare attraverso questo personaggio? Lucrezia Normanni è realmente esistita ed è l’unica donna legata al cardinale della Rovere di cui ci sia giunta notizia. È, inoltre, la madre dell’unica figlia riconosciuta dal Vincula, quindi non un espediente narrativo ma un personaggio chiave nella vita stessa del futuro papa. Non volevo comunicare niente, almeno non intenzionalmente: solo raccontare questa donna altrettanto straordinaria, che come tante altre donne del suo tempo, e come purtroppo molte altre nostre contemporanee, non sono assurte alla fama… perché erano “solo” donne. Il Rinascimento è pieno di storie simili, e i secoli a seguire non sono da meno.

E adesso la peste, restituita non solo con le descrizioni ma anche e soprattutto attraverso l’angoscia dei personaggi per la sorte dei loro cari. Il primo richiamo è agli eventi narrati da Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi”, tuttavia la quotidianità che stiamo vivendo – in termini di suggestioni – non si discosta molto dalla tua storia. Ho svolto molte ricerche sulla peste, e più che a quella manzoniana pensavo alla peste nera del 1348, che fece un numero spaventoso di morti. Da allora era trascorso più di un secolo quando Giuliano sbarcò a Ostia e trovò la città decimata dal morbo, ma il ricordo di quell’orribile epidemia era ancora vivo: a quei tempi, del resto, la peste era lungi dall’essere stata debellata e non se ne era mai andata del tutto, tornando a cicli regolari e portandosi via ben più di qualche manciata di vittime.

Mentre scrivevo, ovviamente, non potevo immaginare che di lì a sei mesi una pandemia avrebbe toccato anche la nostra generazione, ripiombandoci nelle tenebre della paura, del sospetto, della quarantena. È stato triste e sconvolgente, ma in un certo senso rivelatorio, constatare che gli stessi comportamenti che avevo studiato e raccontato nel mio romanzo si adattavano perfettamente ai nostri tempi.

Hai dato al libro un taglio molto cinematografico con dialoghi che attendono solo di essere affidati agli attori e intere scene descritte con inquadrature molto dettagliate. Ti stimolerebbe di più lavorare a un film oppure a una serie televisiva tratta dal tuo romanzo? Premesso che non scrivo sceneggiature né per il cinema né per la tv e che pertanto dovrei prima capire come si fa, film o serie tv sarebbero comunque una meravigliosa esperienza.

Cosa ti aspetti da questo libro? Non bisognerebbe mai scrivere con delle aspettative in mente, perché si finisce col farlo con il freno a mano tirato e si resta invariabilmente delusi. Chi scrive per avere qualcosa indietro scrive male, e soprattutto vive male.

Tutto quello che uno scrittore dovrebbe aspettarsi dal proprio libro è divertirsi mentre lo scrive, studiare, conoscere e crescere intellettualmente, avere la straordinaria opportunità di essere altrove: già di per sé un dono meraviglioso. In quest’ottica, il mio romanzo non solo ha soddisfatto le mie aspettative, ma anzi le ha abbondantemente superate.

Il resto è mancia.

Titolo: Le origini del potere

Autore: Alessandra Selmi

Genere: Romanzo storico

Casa editrice: Editrice Nord

Pagine: 373

Anno: 2020

Prezzo: € 16,90

Consigli di lettura: “Imprimatur” di Rita Monaldi e Francesco Sorti (ed. Mondadori)

Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autrice

Alessandra Selmi (Monza, 1977) è titolare dell’agenzia letteraria Lorem Ipsum, dove si occupa di scouting e editing. Tiene una rubrica di critica letteraria sul “Cittadino di Monza e Brianza” e insegna Scrittura editoriale nei master dell’Università Cattolica di Milano. “Le origini del potere” è il suo primo romanzo storico.

Paquito

Lettore medio

La mia autobiografia [70% vera 80% falsa] (Nino Frassica)

Erano già le 7 e mezzo quella mattina dell’11 dicembre, e i miei genitori erano ancora indecisi se farmi nascere in casa o in ospedale. Mio padre preferiva che io nascessi in casa. Mia madre no: c’era troppo disordine. […] Fecero testa o croce con le mille lire di carta. Lanciarono i soldi in aria, volarono e non li trovarono più. […] Quella dell’ospedale fu un’ottima soluzione. Intervento riuscitissimo. Grandi applausi per l’ostetrica. Nessun dolore per la mamma.

Io per l’impressione ho preferito non guardare.

La vita romanzata dell’attore, comico e cabarettista Nino Frassica, noto agli amanti della televisione per la sua partecipazione a programmi cult, quali “Quelli della notte” e “Indietro tutta!” con Renzo Arbore, e recentemente a fiction come “Don Matteo” con Terence Hill.

Era prevedibile che un’autobiografia scritta da un comico potesse essere piacevole, divertente e strappare più di un sorriso, ma “La mia autobiografia (70% vera 80% falsa)” di Nino Frassica (edito da Mondadori) ha superato ogni mia aspettativa.Esilarante sin dalle prime pagine, i racconti– immaginari? – di vita del cabarettista di Messina si susseguono in un crescendo di battute che scatenano nel lettore una ilarità senza soluzione di continuità.

Dalla nascita in ospedale decisa per sorteggio agli scherzi in famiglia, passando per la lista delle dieci invenzioni più utili e di quelle più inutili della storia, con il suo inconfondibile stile nonsense il buon Nino dà libero sfogo alla sua vis comica regalando risate à gogo, non disdegnando tuttavia –e inaspettatamente – momenti di riflessione poetica e velatamente malinconica, come nel capitolo in cui parla della figura del comico:«Io faccio il comico. Ma non sono comico per niente. Nella vita privata noi comici siamo tristi. Io, finito lo spettacolo comico, rientro a casa e mi chiudo nella mia stanza al buio. Piango ‘na mezzoretta. […] Beati gli attori drammatici che nella vita sono allegri, buontemponi e analfabeti».

Pagina dopo pagina, appare piuttosto evidente come molti comici contemporanei abbiano tratto ispirazione da Frassica, soprattutto Maccio Capatonda o, nel mondo della musica, gli Elio e le Storie Tese.Centonovanta pagine divorate in poche ore, merito di una narrazione fresca, divertente e mai noiosa di cui sentirò sicuramente la mancanza.Un’opera surreale, fatta di paradossi linguistici e trovate geniali, che mi sento di consigliare a tutti.

Titolo:La mia autobiografia (70% vera 80% falsa)

Autore: Nino Frassica

Genere:Umoristico

Casa editrice:Mondadori

Pagine:190

Anno:2014

Musica consigliata:qualunque canzone di Elio e le Storie Tese

Film consigliati:“Il Bi e il Ba” (1986) di Maurizio Nichetti, “Italiano Medio” (2015) e “Omicidio all’italiana” (2017) di Maccio Capatonda

Bevanda consigliata:qualunque, purché alcolica

Tempo medio di lettura:1 giorno

L’autore

Antonino Frassica (Messina, 11 dicembre 1950) è uno degli interpreti più originali della comicità italiana. Attore, comico, scrittore, conduttore televisivo e radiofonico, negli anni ha partecipato a due varietà che hanno fatto la storia della televisione: Quelli della notte e Indietro Tutta!
Dal 1999 recita nella fiction televisiva Don Matteo con Terence Hill.
Come scrittore ha pubblicato Il libro di Sani Gesualdi, Terzesimo libro di Sani Gesualdi, Il libro di Sani Gesualdi. Con l’aggiunta del dizionario di frassichese e Manovale del bravo presentatore (Longanesi), Come diventare maghi in 15 minuti con Michele Foresta (Baldini &Castoldi), Il maresciallo Frassica. Il dietro le quinte, il di lato, il davanti, il dopo, il prima e il mentre Don Matteo (Gremese), La mia autobiografia (70% vera 80% falsa), Sani Gesualdi Superstar. Nabbe nel 1111, morve nel 1777 e Novella Bella (Mondadori).

Giano

Lettore medio

Nessuna Città (Francesco Amoruso)

Mario era cresciuto a Secondigliano e se l’era vista lentamente crollare, come un gigante buono, con gli arti inferiori sproporzionati rispetto al petto, troppo grande perché potesse essere sostenuto. Ché se la Città fosse un gigante e ogni suo quartiere un organo vitale, Secondigliano sarebbe forse proprio lo stomaco, l’inizio di ogni mal di pancia, lo sfruculio per la bile a salirti su e giù per il corpo, come gli conviene.

Certi libri ci parlano, in modo sincero e doloroso, e non ci resta altro da fare che prestare attenzione. “Nessuna Città” è un romanzo che cattura fin dalle prime pagine, un viaggio tra i vicoli di una metropoli senza nome, che nasconde tra le sue pietre usurate dal tempo una Napoli futuristica ancora fedele a sé stessa. Eppure, qualcosa è cambiato nella vecchia Partenope: pare avere smarrito la capacità di sognare da quando ha perduto il mare. E sotto la sua cupola di vetro, costruita per proteggerne la bellezza dall’acido dei roghi tossici, gli abitanti sono intrappolati nella loro quotidianità, in esistenze colme di rimpianti e di segreti.

“Nessuna Città” (edito da Scatole Parlanti) è un mosaico di spaccati di vita all’apparenza slegati tra loro, che alla fine compongono una meravigliosa immagine distopica, seppur familiare. La Città, più che la gente, è la vera protagonista di questo romanzo: caotica, crudele, ricca di profumi e cattivi odori, una metropoli che, a distanza di anni, ha ancora bisogno di mangiare per non essere mangiata. La scrittura di Francesco Amoruso dona poesia alla routine, straordinarietà all’ordinario, condividendo un’analisi attenta degli stati d’animo più malinconici e vicini al nostro vissuto.

Colpita da questo romanzo, ho voluto approfondire alcune sue tematiche con l’autore.

Com’è nata l’idea di “Nessuna Città”?

Eh, non è facile rispondere senza essere vago, impreciso e forse pure retorico: ha sicuramente una gestazione lunga anni e per questo si porta addosso tutte le emozioni che il posto in cui vivo sa regalare senza sconti. È frutto poi di letture, tante, di incontri, pure questi tanti, viaggi, qualcuno, e di un’idea di romanzo che mette al centro gli incontri, le storie.

Non è facile dire come nasca un’idea. So che volevo raccontare una città in cui reale e invenzione mostrassero il grottesco e l’umano che caratterizzano la nostra società. Forse da sempre.

Nel tuo romanzo, bellezza e degrado si mescolano dipingendo una Napoli del futuro non dissimile da com’è oggi. Credi davvero che tra vent’anni sarà più o meno tutto uguale (compresi gli eterni lavori metropolitani)?

Oddio, spero di no. Anche se, a pensarci bene bene, la distopia, ma in particolar modo la parodia, il sarcasmo, è un modo per raccontare un mondo possibile ma che si spera irrealizzabile. E allo stesso modo, però, la distopia si costruisce sulle incongruenze del tempo e della società in cui si vive. “1984”, “Il signore delle Mosche”, “Il mondo nuovo”, “Io Robot” non raccontano di un futuro possibile, ma delle brutture del tempo in cui hanno vissuto gli autori. Insomma, uguale uguale alla maniera di Manzoni, Tomasi o Gadda. Però, invece di portare indietro le lancette, le hanno spinte in avanti. “Nessuna Città” è ambientata in un futuro lontano, ma l’identikit è quella di una città già esistente e (mal) vissuta.

Tra i tuoi personaggi, Mario è quello con cui sono entrata più in empatia. I resoconti dei suoi colloqui di lavoro sono al contempo esilaranti e deprimenti. Hai mai pensato di fare come lui e cercare fortuna altrove?

Roland Barthes chiamava biografemi alcuni particolari, gusti, inflessioni, esperienze dell’autore disseminati nella propria opera. Il secondo capitolo poggia quasi tutta su un’esperienza vissuta.

Bukowski diceva, facendo riferimento a gran parte dei suoi lavori autobiografici, che gran parte di ciò che raccontava era vero, tutto il resto era letteratura. In “Nessuna Città” è sicuramente il contrario – piuttosto i miei biografemi sono sparsi qua e là – però il secondo capitolo è molto fedele a un’esperienza di affiancamento come porta a porta. Volevo che si capisse la bruttura di certe situazioni che molti giovani sono costretti a vivere. E io ne ho viste un bel po’. Quindi sì, ci ho provato a fare altro. Sono stato spesso fuori per tentare concorsi anche musicali, perché il cantautorato italiano in Campania fa più fatica a emergere. Però, alla fine, a vota e gira seh, seh, anche perché l’arte è un continuo precariato, qua resto.

C’è un personaggio a cui tu ti senti particolarmente legato?

Paco e Giovanni. A loro due voglio più bene di tutti.

Nei ringraziamenti, racconti di aver accantonato il progetto del romanzo diverse volte. Posso chiederti cosa ti aveva allontanato e cosa, invece, ti ha riportato sui tuoi passi?

Il tempo, la mancanza di tempo, dico, sicuramente, ha influito molto. Un romanzo richiede attenzioni e, quando non puoi darne, prendi e posi mille volte, rischi di bruciarlo e allora lo lasci stare, però poi lo riprendi e… scrivendo e riscrivendo, qualche volta mi è anche venuta voglia di non andare fino alla fine. Poi, una certa stabilità lavorativa ed emotiva mi ha permesso di dedicarmici finalmente.

Oltre a essere scrittore sei musicista e cantautore. Quanto influisce la musica sulla tua scrittura?

Molto. Le frasi le penso, me le suono in testa. Poi, un certo piacere di far suonare le parole, con allitterazioni, paranomasie, onomatopee, oltre che dalla poesia e da certi romanzi, mi viene sicuramente dalla canzone.

Quali sono le letture che secondo te hanno formato il tuo stile narrativo?

Ti posso dire cosa ho amato leggere in particolar modo. Soprattutto per un’affinità emotiva e caratteriale, poi se abbiano influenzato la mia scrittura non lo so, ma a quelli che citerò devo sicuramente qualcosa: “Guida Galattica per gli Autostoppisti” di Douglas Adams (e credo che questo in “Nessuna Città” si noti), “Il Mondo Nuovo” di Huxley, “I fiori blu” di Queneau, “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, l’opera omnia di Charles Bukowski, “Macbeth”, “Otello” e “Amleto” di Shakespeare, “Cyrano de Bergerac” di Rostand, “Addio alle armi” di Hemingway, “Viaggio al termine della notte” di Cèline, “Tenera è la notte” di Fitzgerald, “I sotterranei” di Kerouac, “L’Assommoir” di Zolà, “I Promessi Sposi” di Manzoni, “Storia di una capinera” di Verga, “La Coscienza di Zeno” di Svevo, “Al Dio Sconosciuto” di Steinbeck, “Lo Straniero” di Camus e potrei andare avanti ancora per molto, credo. Ho detto i primi che mi sono passati in mente, ma credo – e qui torno a essere retorico – che alla fine per assimilazione o allontanamento mi trascino sempre tutto. Però potrei citare anche molte canzoni di Pino Daniele e i film, anzi tutto, di Massimo Troisi. Mario si chiama così per due motivazioni; una in particolar modo è legata all’ultimo alter-ego usato da Troisi in un film con cui è andato in America. E io, a Mario dall’America volevo in qualche modo farlo tornare. E poi, ci sarebbero anche tanti film da citare. Quanto spazio ho ancora?

Cosa speri che trovino i lettori tra le tue pagine?

Un incontro. Di quelli che comunque lasciano qualcosa.

Titolo: Nessuna Città

Autore: Francesco Amoruso

Casa editrice: Scatole Parlanti

Genere: Romanzo futuristico

Pagine: 131

Anno edizione: 2020

Prezzo: € 14,00

Tempo medio di lettura: 5 giorni

L’autore

Francesco Amoruso è nato a Villaricca nel 1988. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere Moderne e la magistrale in Filologia Moderna. Ha pubblicato il romanzo “Il ciclo della vita” (2010), la raccolta di racconti “Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo” (La Bottega delle Parole, 2017) e i saggi “How I Met Your Mother. La narrazione ai tempi delle serie tv” (Terebinto Edizioni, 2019) e “Charles Bukowski. La scrittura che esplode dal basso. L’America e i suoi ubriaconi” (Terebinto Edizioni, 2020). Cura l’antologia “Stanze” (Libreria Dante & Descartes 2020) col contributo del Dipartimento degli Studi Umanistici, prima raccolta di racconti inediti fuoriusciti dal laboratorio “Tra le Pagine e la Melodia”, da lui coordinato all’interno del seminario “Scritture in transito. Tra Letteratura e Cinema” all’Università degli studi di Napoli Federico II. Cantautore, ha realizzato il disco “Il Gallo Canterino” (illimitarte, 2014).

Claudia