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La mia cosa preferita sono i mostri (Emil Ferris)

B10YAmro0iSOggi la nostra vicina del piano di sopra, la signora Anka Silverberg, è morta in circostanze misteriose. Le hanno sparato al cuore in salotto, ma è stata ritrovata a letto con le coperte in ordine, come se si fosse messa a dormire.
Nella sua vita Anka Silverberg ne aveva schivate di pallottole… allora perché avrebbe scelto di morire stando ferma sulla traiettoria di quella lì? Ma poiché le due porte di casa erano chiuse dall’interno la polizia ha detto che si è suicidata…
Ma io non ci credo!

Karen ha dieci anni e vive con sua madre e suo fratello Deeze a Uptown, un quartiere di Chicago: è il 1968 un periodo di forti cambiamenti politici e sociali. La nostra protagonista è una ragazzina sveglia e vivace che ama l’arte, le riviste e i film dell’orrore ma, soprattutto, ha una passione per i mostri: licantropi, vampiri e zombi sono in assoluto il suo argomento preferito.L’altra sua passione è il disegno: la struttura stessa del libro è il quaderno in cui Karen rappresenta il suo piccolo mondo e anche se stessa, con le fattezze di un piccolo lupo mannaro che vestirà i panni del detective (con tanto di impermeabile e borsalino) quando deciderà di indagare sulla morte della sua vicina di casa, la fragile e bellissima Anka. Per la polizia non c’è dubbio che si tratti di un suicidio ma Karen non ci crede: fra un’indagine e l’altra ci permette, attraverso i suoi disegni e le sue descrizioni irriverenti e spesso sgrammaticate, di addentrarci sempre di più nel suo universo e di conoscere i curiosi personaggi che lo abitano. Com’è da subito evidente, Karen è un’outsider: non si adegua alla massa e le sue passioni la rendono facile preda delle angherie dei compagni di scuola; per questo ricorre spesso a dei piccoli meccanismi di sopravvivenza quando il mondo intorno a lei diventa gretto e violento. La ragazzina, tra le indagini, la scuola e le incursioni al museo con il fratello, trova anche il tempo per scavare nel passato della sua famiglia, facendo riaffiorare segreti scomodi e terribili, che la portano a riflettere su se stessa e sui suoi desideri. Ciò che maggiormente colpisce è la grande varietà di tematiche trattate e la spontaneità con cui queste emergono come il lutto, la guerra e i suoi orrori, la diversità, tematiche lgbt, l’immigrazione, l’amore e l’amicizia.
“La mia cosa preferita sono i mostri” (edito da Bao Publishing) si presenta come un’opera decisamente sui generis già nella sua forma: è, a tutti gli effetti, il quaderno su cui Karen disegna costantemente. Le tavole spesso sono irregolari, non incasellate nei classici riquadri, sono frequenti le illustrazioni a tutta pagina che riportano scritte e prese in giro, frasi e didascalie grammaticalmente scorrette o neologismi. Le tavole sono disegnate a matita o con i materiali che normalmente ha a disposizione una bambina di dieci anni; nonostante ciò, il tratto del disegno è molto peculiare, carico e ricco di particolari e ombreggiature. L’autrice Emil Ferris ha una grande padronanza della sua arte; ogni tratto, ogni disegno o sfumatura di colore è appositamente studiato per dare quella sensazione di spontanea genuinità.

Titolo: La mia cosa preferita sono i mostri
Autori: Emil Ferris
Genere: graphic novel fantastico/di formazione
Casa editrice: Bao Publishing
Pagine:416
Anno: 2018
Prezzo: € 29
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Consiglio di lettura:Una volta terminata la lettura consiglio di prendersi un giorno per raccogliere le idee e poi rileggerlo per afferrare meglio alcuni concetti.

L’autrice
Emil Ferris è laureata all’Art Institute of Chicago, ha lavorato come illustratrice e creatrice di giocattoli. A 40 anni contrae il virus del West Nile e si ritrova temporaneamente paralizzata dalla vita in giù con una figlia piccola di cui prendersi cura. Deve imparare nuovamente a fare alcune cose tra cui disegnare visto che la paralisi ha colpito anche la mano destra.Decide di riprendere un vecchio progetto ed è così che nasce “La mia cosa preferita sono i mostri”; il libro diventa un caso editoriale non solo per la storia personale dell’autrice ma anche per un altro singolare aneddoto: le prime copie della graphic novel, edite dalla casa editrice americana Fantagraphics Book, rimasero bloccate nel Canale di Panama a cause del fallimento dell’azienda di spedizioni che si occupava del trasporto.

Giovanna

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Ritorno a Pompei (Amélie Nothomb)

9788888700526_0_0_283_75– L’8 maggio di quale anno?
– Il 1995. È il cinquantenario dell’armistizio.
– Che armistizio?
– La Seconda Guerra Mondiale.
– Mi sembra di ricordare qualcosa. Mi rincresce rivelarle la verità. Purtroppo non è l’8 maggio del 1995, è il 27 maggio del 2580.

Incuriosito dal titolo ho letto “Ritorno a Pompei” di Amélie Nothomb (edito da Voland) perché curioso di conoscere questa scrittrice belga della quale avevo sempre sentito parlare. La scelta si è rivelata azzeccata: “Ritorno a Pompei” è un romanzo surreale ma decisamente intrigante. Merito dei due personaggi, la Nothomb stessa e Celsius, un uomo che vive nel 2580.
Già perché la scrittrice, sottopostasi a un intervento chirurgico, con relativa anestesia, si risveglia nel ventiseiesimo secolo e scopre che Celsius – uomo con un quoziente intellettivo di 190 – è un cronoviaggiatore reo di aver provocato l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. al fine di preservare la storia della città campana.
Celsius aggiunge, inoltre, che il Tiranno regge le sorti del genere umano, che la bellezza è uno dei metri di giudizio con cui vengono valutate le persone oltre al quoziente intellettivo. I libri subiscono un destino ben peggiore: interi romanzi, infatti, vengono tagliati al punto da trasformarsi in racconti da poche pagine. Non una forma di censura, ma la necessità di assecondare le aspettative dei lettori del futuro. E numerosi sono gli spunti che Celsius dà alla sua interlocutrice, perennemente in bilico tra il timore di essere vittima di uno scherzo e l’amara consapevolezza di trovarsi in un’epoca completamente diversa dalla propria. Un lungo ma piacevolissimo battibecco che tiene il lettore incollato fino all’ultima pagina e a un epilogo nient’affatto scontato.

Non mi spingo oltre per timore di svelare troppo. Aggiungo che la Nothomb propone un romanzo realizzato alla maniera di un copione teatrale – dialoghi diretti e pochissime didascalie – estremamente piacevole nonché di grande attualità e molto utile per riflettere sul momento che la nostra società sta attraversando. Dopo averlo letto, infatti, sarà lecito chiedersi: Cosa faranno le generazioni future? Quali saranno le loro aspettative e, soprattutto, cosa desidereranno preservare del passato? Non tutte le risposte, ne sono convinto, convinceranno ma molte di queste faranno riflettere.

Titolo: Ritorno a Pompei
Autore: AmélieNothomb
Casa editrice: Voland
Genere: Fantastico
Pagine: 121
Anno: 2005
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Dopo averlo letto: concedersi la visione della trilogia di “Ritorno al futuro” per pensare ai viaggi nel tempo con leggerezza.

L’autrice
Scrittrice belga. Figlia di un ambasciatore membro di una delle famiglie più in vista del suo Paese, ha trascorso l’infanzia in Giappone, per poi trasferirsi in Cina al seguito del padre diplomatico.
I suoi libri hanno ormai conquistato milioni di lettori e fans appassionati. L’esordio a soli ventitré anni con “Igiene dell’assassino”, cui ha fatto seguito, ogni anno, un romanzo accolto con identico successo.Il suo editore italiano di riferimento è da sempre Voland.

Paquito

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Un romanzetto lumpen (Roberto Bolaño)

9788845928208_0_0_795_75Che cosa avevano visto? mi chiedevo. Che viso, che occhi avevano visto? Non me lo chiedevo continuamente, ma di sicuro qualche volta ero arrivata a chiedermelo. Ora so che la vicinanza non esiste. Qualcuno ha sempre gli occhi chiusi. Tu vedi quando l’altro non vede. L’altro vede quando tu non vedi. Solo una madre può essere vicina, ma questa allora era una cosa ignota. Inesistente. Esisteva solo il miraggio della vicinanza.

Rimasti orfani dei genitori, Bianca e suo fratello scivolano a poco a poco in un’esistenza di ottusa marginalità che li porterà a non uscire quasi più dall’appartamento in cui si sono rinchiusi, e dove passano nottate intere a guardare la televisione. A loro si aggiungeranno due improbabili soggetti, il bolognese e il libico, con i quali la ragazza condividerà a turno, e svogliatamente, il letto – senza quasi sapere chi le sta tenendo compagnia. Un giorno, però, entrerà nella loro vita un ex campione mondiale di culturismo, diventato cieco in seguito a un incidente, che tutti chiamano Maciste perché è stato un divo dei film cosiddetti “mitologici”. Uno che forse ha dei soldi, che si potrebbero scovare e rubare. Con questo strano essere, che la attrae e la respinge al tempo stesso, Bianca vivrà una storia che, nata sotto il segno della prostituzione e dell’inganno, diventerà invece simile ad una storia d’amore.

Tra me e questo grottesco romanzo è scattata la scintilla nel preciso istante in cui ho letto l’input iniziale dell’intera narrazione, che spiega: “Ormai sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente”; ciò mi ha incuriosita e, di conseguenza, mi ha spinta a leggereUn romanzetto lumpen” (edito da Adelphi) tutto d’un fiato. Grazie al linguaggio fluido e al ritmo incalzante del racconto, la lettura procede in modo scorrevole e soprattutto in maniera talmente lineare da lasciar supporre che il romanzo sia stato letteralmente ripulito, in modo da evitare dettagli superflui o barocchismi.  Oltre a perizie di questo tipo, del racconto di Bolaño colpiscono particolarmente i personaggi e la dimensione che altera quasi la percezione del lettore. Infatti, lo scrittore descrive una quotidianità così piatta e banale da rasentare l’irrealtà. Un’irrealtà in cui si cela il paradosso e a cui si fondono enigmi parzialmente svelati da sottili suggerimenti rivelati da Bianca. La ragazza, voce narrante delle vicende, pare inoltre essere eternamente sospesa a mezz’aria tra la lucidità e l’irragionevolezza, che più volte fa capolino nei suoi discorsi e nei suoi modi d’agire, creando un fortissimo senso di alienazione nei confronti della vita stessa che si limita a programmi televisivi e scialbe passeggiate. Questo romanzo è la crudezza di un’esistenza quasi vuota e mostra, al contempo, le parole esatte con cui si potrebbe riempire la vacuità stessa tornando, però, al punto di partenza. È un serpente che si morde la coda. È Bianca che si alza dal divano a programma finito solo per poter cambiare canale.

Titolo: Un romanzetto lumpen
Autore: Roberto Bolaño
Genere: Narrativa
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 119
Anno: 2013
Prezzo: €14,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Consigli di lettura: leggete questo libro durante un viaggio in treno, accarezzate ed immergetevi in questo romanzo straniante.

L’autore
Nato nel 1953 a Santiago del Cile, Roberto Bolaño è morto a Barcellona nel 2003. Tra i libri pubblicati da Adelphi ricordiamo 2666 (2009), Amuleto (2010) e Stella distante (2012).

Federica

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Edgar il maialino nero (Alan Mets)

9788867995325_0_0_300_75C’era una volta un maialino nero di nome Edgar.
Un maialino nero è molto raro…
Edgar viveva da solo, isolato da tutti,
perché era molto raro trovare maialini come lui.
E vivere da soli non è sempre divertente.

Cosa succederebbe se un maialino nero di nome Edgar decidesse di uscire di casa per andare a conoscere il mondo e fare nuove amicizie? È quel che ci si chiede in “Edgar il maialino nero”, racconto illustrato di Alan Mets pubblicato da Clichy.
L’entusiasmo del suino sfumerà in fretta poiché gli toccherà subire le angherie dei maialini rosa che prima decidono di allontanarlo in malo modo dal gruppo, negandogli la possibilità di giocare a moscacieca; dopodiché spazzoleranno via la torta che Edgar prepara per loro, senza un ringraziamento e con la pretesa che, per il giorno successivo, ne vengano preparate almeno due.
A Edgar, quindi, non resta che una soluzione estrema: tingersi di rosa. Sarà sufficiente per farsi accettare dagli altri?

Lascio sospeso il quesito per evitare spoiler, aggiungo però che questo racconto è assolutamente imperdibile e che meriterebbe di essere letto nelle scuole per sensibilizzare i bambini (ma pure gli adulti!) ad accettare le differenze e a non disprezzare gli altri solo perché il colore della pelle è differente dal proprio. Negli altri maialini, infatti, è facile identificare tutti quelli che hanno preconcetti verso chi è diverso da sé. Non è cattiveria, solo una diffidenza della quale potremmo tutti fare a meno, a cominciare dai bambini. Nel personaggio di Edgar ritrovo l’ingenuità del Pinocchio di Collodi, ma pure il suo inguaribile ottimismo e la capacità di mettersi nei guai pur di conoscere il mondo ed evolversi.
Dulcis in fundo, la parte tecnica: Mets tratta l’argomento con estrema leggerezza regalando un colpo di scena finale che lascia piacevolmente sorpresi. A supporto anche l’ottimo lavoro grafico dell’artista parigino che sceglie un tratto immediato e facilmente riconoscibile da un pubblico quanto mai variegato. Un pubblico che, spero, s’innamori di questa storia e diventi più sensibile alle tematiche razziali.

Titolo: Edgar il maialino nero
Autore: Alan Mets
Casa editrice: Clichy
Genere: racconto illustrato
Pagine: 48
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Perché leggerlo? Per godersi una storia piacevolissima e per riflettere, col sorriso, sulla diversità.

L’autore
Alan Mets preferisce far parlare i suoi libri piuttosto che parlare di sé, perché i suoi albi sono fatti di ciò che lui ama: avventura e mistero, pirati e balene, fantasia e divertimento, personaggi strampalati e teneri. È il grande paladino degli eroi timidi e un po’ imbranati. Con Clichy ha pubblicato: “Le mie mutande”, “Che belli i miei occhiali”, “Draghetto, Caccola” e “Spugna e Sapone”.

Paquito

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Sofia dell’Oceano (Marco Nucci)

9788867902743_0_0_423_75Mi chiamo Sofia ho sette anni e sono ammalata.

Una favola commovente. Credo sia questo il modo migliore per recensire “Sofia dell’Oceano”, graphic novel – edito da Tunué – realizzato da Marco Nucci con i disegni di Kalina Muhova.
Una storia che strizza l’occhio a “Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie” ma pure ai classici dell’avventura di Jules Verne, in particolare “Ventimila leghe sotto i mari”.
Sofia ha sette anni ed è affetta da una malattia – l’Ombra Rossa – che lentamente la sta consumando. La sua sola speranza è riposta nei cristalli di Fenimore, artefatti nascosti nelle profondità dell’oceano. In suo soccorso giunge, un giorno, il capitano Occhioblu deciso a salvare la ragazzina combattendo il suo storico rivale, il capitano Cristopher Pain. Riusciranno i protagonisti a portare a termine l’impresa?
Tecnicamente parlando, Kalina Muhova ha lavorato molto sulle suggestioni. I personaggi riescono a trasmettere i propri stati d’animo in modo impeccabile, mentre gli scenari regalano quel senso d’avventura alla base della storia. Storia della quale parlo con Marco Nucci, sceneggiatore di questo appassionante graphic novel…

Ciao Marco. Cominciamo questa chiacchierata con la più classica delle domande: Sofia dell’Oceano. Come è nato questo progetto? Avevo incontrato Kalina a una mostra dell’autoproduzione BRACE, a Bologna, rimanendo ammaliato dalla struggente poesia delle sue illustrazioni. E così le chiesi se voleva fare un fumetto insieme a me. All’inizio mi parve titubante. Credo pensasse che ero scemo, cosa che in effetti sono, a dirla tutta. Malgrado la scemenza (mia), dopo qualche tempo finimmo per lavorare insieme: ma questo non sarebbe mai accaduto, se nel frattempo Sofia non fosse affiorata nella mia mente. Era una rospetta alta come un portaombrelli, e mi chiedeva di raccontare la sua storia. Ma non solo a me. Anche a Kali. E così dovemmo cedere alla richiesta, come si fa coi bambini per farli star zitti.E così è nato il libro.
Veniamo ai personaggi. Sofia sembra ispirata alla Alice, protagonista del romanzo di Lewis Carroll, mentre per il Capitan Occhioblu il rimando è al Capitano Nemo. Quali altri romanzi – classici e non – ti hanno influenzato per la creazione dei due protagonisti e degli altri personaggi che popolano questo universo? Le influenze sono innumerevoli, ma non sono state calcolate. Abbiamo messo tutti i classici che avevamo in testa in lavatrice, poi abbiamo avviato la centrifuga. Alla fine erano pulitissimi! Ah! Ah! A dirla tutta, in realtà Sofia è tracciata sulla protagonista del “GGG” di Dahl, che per l’appunto si chiama Sofia. Un personaggio assai diverso da Alice, che non deve risolvere un vero e proprio problema, ma si abbandona alla sua wonderland quasi per noia. Sofia e Sofia, invece, soffrono, e il loro viaggio ha un motivo preciso, quanto avventuroso. Capitan Occhioblu è un misto tra Willy Wonka, Steve Zissou e, beh, il capitano Nemo e compagnia bella.
Ma se comincio a fare un elenco finirai per dover ampliare il sito, e pagare dei quattrini sonanti. Non volendo farti finire sul lastrico, mi fermo qui. Ricordati la storia della centrifuga, e spazia con la fantasia.
Cristopher Pain, il Cattivo (con tanto di maiuscola!), contende la scena ai due protagonisti. L’odio, il rancore, la disperazione danno un senso alla sua vita, tuttavia anche lui sembra avere dei punti deboli. È così? Eccome! Cristopher Pain è un cattivo da operetta, perfido quanto inefficace. Mi fa abbastanza pena, a conti fatti: in fondo, è così crudele solo perché non ha altra scelta. Se mi ritrovassi addosso tutte le malattie di questo mondo, compresa la schizofrenia, la lebbra e il gomito del tennista, abbraccerei il male subito.
Il vero “villain” della storia è Nerofumo. Se il piano dei due non si fosse scontrato con l’arrivo di Sofia, sono convinto che il perfido nano avrebbe finito per uccidere Pain, e diventare LUI il principe oscuro degli abissi.
Tanto Sofia quanto il Capitan Occhioblu sono alla ricerca dei cristalli di Fenimore. Si nascondono nelle Profondità profondissime, un luogo che sembra accogliere non solo tesori ma pure speranze e rimpianti. Immaginando di poter arrivare fin laggiù, di quale cristallo andresti alla ricerca? Bella domanda. Non so se rispondere in modo umoristico o serio. Facciamo serio, tanto sembrerà umoristico. A mio parere, chi lavora nell’editoria vive in una sorta di eterna psicosi nevrotica, affastellato da episodici attacchi compulsivi con scivolate nella depressione e nell’iperattività patologica. Nonché, naturalmente, nel mal di schiena. Quello dei libri è un mondo bellissimo, ma anche pieno di orrori, per citare il Capitano. Quindi, cercherei il “Cristallo di Gutenberg”, che serve a curare le magagne psico-fisiche del mondo della carta stampata. Poi lo fotograferei, e lo userei per una copertina variant “da stampare subito in mille copie numerate oddio arrivano le ciano controllare subito morte ai refusi dio salvi la regina!”
Leggendo i ringraziamenti ci rendiamo conto che le fonti d’ispirazione sono state molteplici. C’è qualcuno – più o meno noto – che devi ringraziare per averti dato, volontariamente o meno, l’input per creare questa storia? Il libro è uno spassionato omaggio alle storie di RoaldDahl. Non penso di averlo scimmiottato, che chi scimmiotta Dahl perde e perde male. Semplicemente, lo ringrazio per avermi regalato, con la sua scrittura chirurgica, la forza e la voglia di scrivere una storia per i più piccoli, che nella vita vera odio sopra ogni altra cosa. Non è vero. Sopra ogni altra cosa odio la fila in autostrada. Una volta, sei mesi fa, per saltare una fila di venti minuti, uscii dalle parti di Cremona, per poi perdermi in delle campagne nebbiose senza fine, e infine fermarmi in uno spiazzo alle quattro del mattino, e addormentarmi lì. Ti sto scrivendo dallo spiazzo.
Tornando ai ringraziamenti, ringrazio Kalina. In fondo, la maggior ispirazione me l’ha data lei.
Veniamo alla parte tecnica: come è stato il rapporto con Kalina Muhova. Confronto, con conseguente battibecco, su ogni singola tavola o ti sei affidato al suo talento e alle sue trovate? Abbiamo battibeccato, l’ho lasciata fare, mi ha lasciato fare, ci siamo divertiti, commossi, incazzati, sorpresi, dispiaciuti, rammaricati. Abbiamo usato tutti gli approcci possibili, e lavorato molto, con un accanimento per certi versi preoccupante. Il risultato è esattamente come lo immaginavano, sia esso giusto o sbagliato. E questo grazie anche a Tunué, e soprattutto a quella bestia di Diego Fiocco, che ha sopportato con pazienza ogni nostra richiesta. Grazie, Diego! Sei membro onorario del Palla 6: al Cartoomics ti porto la benda.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Ai lettori pare sia piaciuto. Detesto pensare che sia una storia ruffiana, come, che ne so, “La vita è bella”. C’è una bambina, c’è un gatto, c’è il mare, e tutti contenti. Quando mi viene il sospetto che il libro sia stato gradito perché “furbo” un po’ mi dispiaccio, e mi dico che in fondo è stata una fortuna quella di ritrovarmi a vivere nello spiazzo vicino a Cremona, lontano dalla civiltà. L’augurio è che “Sofia dell’Oceano” piaccia come screwball comedy. E comunque la morale di fondo è in parte beffarda. Ovvero: uscire di casa per risolvere i propri problemi e crescere è una cosa bellissima, ma immancabilmente, quando torni, scopri che ti sono entrati i ladri in casa.
Insomma, mi sembra sia piaciuto, ma se è piaciuto in un modo che a me non piace, allora… Vabbè, passiamo alla prossima domanda.
Riesci a goderti un fumetto da lettore oppure, irrimediabilmente, inizi a guardare le tavole e a leggere i dialoghi con l’occhio dell’addetto ai lavori? Se il fumetto mi piace, me lo godo. Se è brutto, parte le perquisa (perquisizione, ndr). Poi, oh, il secondo approccio è sempre sbagliato, a meno che non si sia degli editor, o dei redattori a caccia di refusi. Non ha senso, come quei tizi che passano la cena a parlare di ciò che stanno mangiando. Ci sono, eh! Non qui nello spiazzo, naturalmente. Qui abbiamo solo cervi e tassi.
L’ultimo fumetto letto e quello che rileggeresti mille altre volte.L’ultimo: il Tex in edicola, di Boselli e Dotti. Quello che rileggerei mille volte: “Topolino e il mistero di Macchia nera” di Floyd Gottfredson.
Domanda Marzulliana: se un autore si riflette in quel che scrive, quanto e cosa c’è di tuo in Sofia, Capitan Occhioblu e Cristopher Pain? In Sofia secondo me niente. Lei è meno preoccupata di me, è proprio diversissima. Credo abbia più punti in comune con Kalina, se proprio vogliamo marzullare. Io e il Capitano ci assomigliano nel sense of humor, e un po’ nella scemenza di cui parlavo. E non è entusiasta quanto sembra: diciamo semmai che si è rifugiato in una specie di follia ombelicale che lo mette al riparo dalla tristezza. Ma è un pazzo, non dimentichiamolo mai! Con Pain? La passione per il macabro, l’odio per i bambini e le file in autostrada.
E ora il domandone: Sofia tornerà prima o poi? Perché? Dove è andata? Ha preso l’ombrello? Così mi fai preoccupare!
Saluta i lettori medi. Il lettore medio viene dopo il lettore indice, e prima del lettore anulare. Sofia dell’Oceano l’indice neanche ce l’ha, e nella storia non si sposa nessuno. Non mi resta che salutare voi medi. Sappiate che un lettore mignolo vi mostra il pollice, augurandovi il meglio.

Titolo: Sofia dell’Oceano
Sceneggiatura: Marco Nucci
Disegni: KalinaMuhova
Genere: graphic novel
Casa editrice: Tunué
Pagine: 186
Anno: 2018
Prezzo: € 27,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Dopo aver letto questo graphic novel: affidare un messaggio al mare e augurarsi che il capitano Occhioblu e il suo equipaggio corrano in nostro aiuto.

Gli autori
Marco Nucci:
nato nel 1986, collabora dal 2015 con la Sergio Bonelli Editore, come sceneggiatore, curatore e community manager. Dal 2013 è direttore artistico di “Crime City Comics: Dylan Dog”, festival nazionale dedicato all’Indagatore dell’Incubo. Tunué ha pubblicato tre graphic novel da lui sceneggiati: “La tana di Zodor”, disegnato da Isaak Friedel; “Sofia dell’Oceano”, disegnato dalla talentuosa KalinaMhuova, vincitore del Premio Bartoli 2018 in occasione dell’ARF! Festival e candidato al Treviso Comic Book Festival e “Skull”, disegnato da Giovanni Nardone.

Kalina Muhova:
nata a Sofia nel 1993, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Collabora ed è fondatrice dell’autoproduzione a fumetti Brace. Nel 2017 pubblica, con Tunué, “Sofia dell’Oceano”, graphic novel che vede alla sceneggiatura Marco Nucci.

Paquito

Lettore medio

Gabbiano più gabbiano meno (Silvia Borando)

9788898177400_0_0_0_75«Sono stanco di voi altri» dice il gabbiano ai suoi compagni.

C’era una volta un gabbiano che, a tutti i costi, voleva lasciare il suo stormo e godersi la libertà. Si potrebbe sintetizzare in questo modo “Gabbiano più gabbiano meno”, il racconto illustrato di Silvia Borando edito da Minibombo.
Un desiderio di libertà che strizza l’occhio al celebre gabbiano Jonathan Livingstone ma con un pizzico di umorismo che rende questa storia piacevole tanto per i piccoli quanto per i lettori più maturi che, senz’alcun dubbio, apprezzeranno il lavoro grafico di Marco Scalcione, bravo a regalare alla storia un tono molto leggero e scanzonato e attento a restituire, ai gabbiani, espressioni molto realistiche, pur restando fedele allo stile cartoon.
Non aggiungo altro – il rischio di rivelare troppo è fortissimo – e accolgo con grandissimo entusiasmo Silvia Borando, che torna a raccontarsi sulle pagine del nostro blog…

“Gabbiano più gabbiano meno”. Come è nato questo progetto? L’idea è nata in maniera abbastanza lineare.La storia mi era chiara fin dall’inizio: due isole, una affollata e rumorosa, l’altra completamente deserta; un gabbiano polemico che decide di abbandonare i suoi compagni per starsene da solo e un finale spiazzante al punto giusto. Dopo aver scritto la storia, ho chiesto aiuto a Marco Scalcione, un bravissimo autore e illustratore con cui avevo già collaborato in veste di editore, che si è occupato di disegnare tutti i gabbiani con le loro relative espressioni, comprese quelle più indisponenti!
Il protagonista della storia sente forte il desiderio di allontanarsi dai suoi simili. Semplice ricerca di pace oppure c’è un desiderio di emancipazione?Nessun particolare desiderio di emancipazione: il protagonista è semplicemente un gabbiano un po’ antipatico, e a volte è divertente trovare un personaggio principale con qualche difetto.
Quale messaggio hai voluto comunicare con questa storia? Non c’era nessun messaggio intenzionale ma se ne dovessi proprio trovare uno, sarebbe senz’altro che se ti lamenti di tutto, prima o poi avrai davvero qualcosa di cui lamentarti!
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori?Il libro ha divertito molto ed è stato pienamente colto l’intento ironico nonostante alcune interpretazioni un po’ distanti dallo spirito con cui avevo pensato questa storia (non era un elogio al conformismo, garantisco!).
Quanto è difficile realizzare storie (tanto dal punto di vista dei testi che delle illustrazioni) per bambini? E quanto è divertente rapportarsi con loro durante fiere, eventi e presentazioni?Piuttosto che difficile lo definirei complesso e impegnativo, ma di grande soddisfazione. Se poi il lavoro viene coronato dall’incontro diretto con i bambini a cui è rivolto,la soddisfazione è doppia.
In “Affamato come un lupo” ci hai portato in un bosco, stavolta in mezzo all’oceano. Quale sarà (se puoi dircelo, of course!) la prossima ambientazione?
Nel prossimo libro non ci sarà un’ambientazione specifica ma un gruppo di animali piuttosto eterogeneo che si trova a discutere di un avvistamento eccezionale. Non dico altro!
L’ultimo libro che hai letto:“Il giardino di mezzanotte” di Philippa Pearce.
Prima di salutarci, domanda “invadente”: ma, in conclusione, qual è il tuo animale preferito? E perché? Amo tutti gli animali ma il mio preferito è forse il riccio;abbiamo una collezione di famiglia che include esemplari di ogni forma, dimensione e materiale, ho, pertanto, ereditato questa passione dai miei genitori.
Saluta nuovamente i lettori medi.Saluto i lettori medi e anche quelli grandi così importanti per aiutare i piccoli a leggere!

Titolo: Gabbiano più gabbiano meno
Testi: Silvia Borando
Illustrazioni: Marco Scalcione
Casa editrice: Minibombo
Genere: narrativa per bambini
Pagine: 36
Anno: 2018
Prezzo: € 13,90
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Perché leggerlo?Per il motivo più semplice che esista: godersi una storia tremendamente divertente!

L’autrice
Silvia Borando è nata nel 1986. Da piccola voleva fare la parrucchiera per tingere i capelli di fucsia alla zia. Da grande mantiene la sua passione per i colori lavorando come grafica nello studio TIWI. Coordina inoltre il progetto Minibombo. Vive tra Trecate e Reggio Emilia e il suo animale preferito è il riccio.

Paquito

Lettore medio

Il fratello minore (Vincenzo Esposito)

9788832780505_0_0_502_75“Cazzo” pensò “morire è come vivere. È tutto uguale”.
Poi sentì qualcuno che l’afferrava per gli scarponi e lo trascinava via. Lentamente, in maniera quasi impercettibile. Dalla pancia arrivava un dolore lancinante. No, era ancora vivo.
Svenne e poi più nulla.

Sta diventando una piacevole abitudine quella di recensire i romanzi che leggo cominciando dal giudizio. Ergo: “Il fratello minore” di Vincenzo Esposito è un romanzo davvero interessante che mi ha conquistato fin dalle prime pagine. A cominciare dall’ambientazione: la Napoli del secondo dopoguerra. Una città sulla quale aleggia lo spettro del fascismo e in cui si muove Marcello Narducci, giornalista dotato di fiuto per la notizia e scaltro abbastanza da sapere che le fonti più attendibili si nascondono nei posti più impensabili (bar, bordelli, saloni di barbiere). Ed è lì che cerca informazioni in merito alla morte di un professore, della sua consorte e della loro figlia autistica. Omicidio-suicidio? Oppure un delitto perfetto: senza tracce e con l’arma nascosta chissà dove? La polizia indaga e lo fa anche Marcello tra un pasto in tavola calda e i risvegli a due passi dal mare.
Un mare che, come non mai, permea di nostalgia le pagine di questo romanzo: quella per una vita passata in trincea (tanto per Marcello quanto per il fratello, deceduto durante la prima guerra mondiale e divenuto presenza costante dei suoi sogni) e quella per i sogni ancora da realizzare.
Non aggiungo altro, lasciando al lettore il gusto di perdersi tra le pagine di questo libro e all’autore il compito di presentarcelo…
Il fratello minore. Come è nato questo romanzo?Un po’ come il protagonista sogno spesso, e quasi sempre sono spezzoni di storie. Ho deciso di ricucirle insieme su invito di chi le ha ascoltate e ha pensato che potesse essere interessante farne un libro. Così un po’ alla volta ho iniziato a metterle nero su bianco. Il romanzo è uscito così, in maniera naturale.
Descrivi Marcello Narducci come un giornalista “con le suole consumate”. Uno che va alla ricerca della notizia tra i vicoli di Napoli, infilandosi in ogni anfratto della città ma soprattutto della società. Secondo te quali requisiti deve avere un giornalista?Beh, posso parlare della mia esperienza. Il mestiere di giornalista è cambiato moltissimo con l’avvento della tecnologia, del web, di internet. Si vive in un mondo informativo globale dove spesso conta più la velocità della verità. Insomma se ti arriva una notizia, per novanta siti su cento, non c’è il tempo di verificarla e va messa subito in rete. Più click si fanno e meglio è. “È il mondo della rete, bellezza” si potrebbe dire parafrasando un vecchio film. Ma io credo che non ci si possa arrendere a questa logica. La verità deve essere il bene primario di un giornalista e sono convinto che dopo la tempesta confusionale di questi anni, vincerà.
Eleonora Pennisi, la moglie del professor Infante, le numerose amanti di Carlo: donne dotate di grandissimo fascino, tuttavia fragili. Quanto è difficile descrivere l’animo femminile?Moltissimo. Sono stati per me i personaggi più difficili da raccontare. La battaglia quotidiana, l’entusiasmo di credere nella parità dei diritti, la scoperta di cosa significhi riscoprirsi donna in un mondo del lavoro, come era quello degli anni Sessanta, e in parte anche oggi, del tutto maschilista. E la vendetta arriva, paradossalmente, proprio dalle amanti di Carlo Infante che utilizzano l’uomo come oggetto. Invertono l’ottica di quegli anni. Ma la fragilità, per le donne, è sempre nell’amore a cui non pongono mai limiti.
Parallelamente all’indagine sulla morte della famiglia Infante, racconti due conflitti bellici. Le “grandi guerre”che lasciano ferite più o meno visibili su ognuno dei protagonisti del romanzo. Quali sono stati le fonti a cui hai attinto e, soprattutto, perché la necessità di raccontare questi avvenimenti (oltre che per fini narrativi)?Sulla prima guerra mondiale ho fatto una tesi di laurea andando a spulciare negli archivi di Stato. Documenti, lettere, giornali. E in quel momento mi sono reso conto di come quell’evento avesse segnato la vita di ogni singola famiglia. Di gente, io mi sono occupato dei contadini di Terra di lavoro, che non capiva perché dovesse lasciare mamme, figli, bestiame, raccolto per andare a sparare su una brulla montagna carsica. Quella terra non era neppure buona. E poi con persone che, per loro, parlavano un’altra lingua. Morte al fronte e fame e disperazione a casa. Molte cose le ho lette, altre, forse la maggior parte, mi sono state raccontate da chi le aveva ascoltate a sua volta dai testimoni, da chi aveva fatto la Grande guerra. Stesso discorso per le Quattro giornate e per Cefalonia. Racconti di persone che hanno vissuto quei momenti. Come la storia dei cannoni sull’Albergo dei poveri. Me la narrò un anziano quando avevo 17 anni. Proprio nella piazza davanti al grande palazzo.
Domanda marzulliana adesso: partendo dall’assunto che un autore si riflette irrimediabilmente in quel che scrive, guardandoti allo specchio quali sono i tratti in comune tra Vincenzo Esposito e Marcello Narducci?Molti, soprattutto nel modo di essere giornalista. Dopo tanti anni di lavoro ti accorgi che le notizie si ripetono, cambiano nomi, personaggi, modalità. Ma alla fine sono sempre le stesse. Questo può far pensare che magari voglia di cambiare e di far cambiare una città non ce n’è poi tanta in giro. Dalla politica alle amministrazioni. A volte può esserci scoramento, però la passione per la verità c’è sempre ed è sempre giovane. Come per Marcello.
Qual è stato il riscontro dei lettori?Questo bisogna chiederlo al mio editore. Non abbiamo mai parlato di numeri. Però quando gliel’ho chiesto mi ha sempre risposto: va benissimo.
Hai 300 battute per convincerci a leggere “Il fratello minore”: È lo spaccato di un’epoca e di un mondo poco raccontato per quanto riguarda Napoli. Nel secondo Dopoguerra la città avrebbe potuto cambiare radicalmente. Un taglio netto con il passato e invece tutto è rimasto uguale. Perché? I personaggi sono figli di quella città con i loro pregi e difetti. E poi c’è il sogno, l’amore, la follia.
L’ultimo libro che hai letto e quello che rileggeresti con piacere:“Triste, solitario y final” di Osvaldo Soriano. Con piacere rileggerei, e di tanto in tanto lo faccio, “Notre dame de Paris” di Victor Hugo, “Il naso” di Gogol, “Per chi suona la Campana” di Hemingway. Tra gli italiani “Il nome della rosa” di Eco e gran parte dei Montalbano di Camilleri.
Saluta i lettori medi:Non esistono lettori medi ma solo grandi lettori. Uno degli incipit che più mi piace è quello del Don Chisciotte quando nel prologo parla di “disoccupato lettore”: perché se fosse occupato non avrebbe il tempo di leggere e se legge significa che è la cosa che più desidera fare quando non lavora. Grande Cervantes.

Titolo: Il fratello minore
Autore: Vincenzo Esposito
Casa editrice: Homo Scrivens
Genere: giallo
Pagine: 166
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Perché leggerlo? Per osservare la Napoli del secondo dopoguerra con l’occhio attento, critico e curioso di un giornalista con le scarpe consumate.

L’autore
Vincenzo Esposito è nato a Napoli dove vive. Giornalista professionista dal 1989, è vice redattore capo del Corriere del Mezzogiorno.

Paquito

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Gandhi si è fermato a Napoli (Anna Maria Montesano)

9788832780543_0_0_0_75Il giorno seguente, dopo aver visitato le vestigia dell’antica civiltà romana, gli riferiscono che il Papa Pio XI non intende riceverlo a causa dell’indecenza del suo abito o, come sussurrano alcuni, per ragioni politiche. Gandhi ne resta amareggiato e decide: lascerà Roma, che è sprofondata nel lusso, nell’ostentazione del potere e nella violenza; si recherà a Napoli, una città che sente tanto più simile alla sua patria e che, ne è sicuro, ascolterà e metterà in pratica la sua parola.

Cosa succederebbe se a Napoli – la città più romanzesca che esiste – arrivasse Gandhi? Prova a dare una risposta a questa domanda Anna Maria Montesano, autrice del romanzo “Gandhi si è fermato a Napoli” edito da Homo Scrivens per la collana Direzioni immaginarie.
Una storia deliziosa quella scritta dalla Montesano che immagina il Mahatma – serafico e sorridente – in una città senza dubbio caotica ma pure abitata da un popolo che mostra al politico indiano tutta la propria umanità. Un popolo sensibile che prova a seguire i dettami del Mahatma ma che, nel contempo, fa di tutto per permettere a Gandhi un’integrazione che ha risvolti molto divertenti.
Molti altri sono gli spunti che ha regalato questo romanzo, pertanto lascio la parola all’autrice…

Gandhi si è fermato a Napoli. Dove, quando, ma soprattutto come è nato questo romanzo?Il romanzo è nato a seguito di un esercizio proposto da Aldo Putignano nel corso di una lezione alla Bottega della scrittura Homo Scrivens che frequento da anni: ci fu chiesto di immaginare i titoli dei libri che avremmo voluto scrivere e, fra gli altri, mi piacque “Gandhi si è fermato a Napoli”; ne scrissi un capitolo che rimase a lungo nel cassetto, poi lo feci leggere ad Aldo che m’invitò a continuare.
Gandhi viene accolto con grande entusiasmo e soprattutto con curiosità. Il suo stile di vita viene visto, almeno inizialmente, con scetticismo, dopodiché i napoletani tentano di seguire alla lettera i suoi insegnamenti e dettami. Popolo camaleontico o eccessivamente accogliente, al punto di snaturarsi?Il popolo napoletano è accogliente per natura, la sua storia ce lo insegna; ma non è capace di rinunciare alle sue caratteristiche; infatti, il microcosmo del condominio, per quanto provi a seguire gli insegnamenti del Mahatma nella speranza di liberarsi del dittatore, alla fine rimane fedele a se stesso.
Hai scelto l’arma (con l’accezione più positiva che si possa dare al termine) dell’umorismo per parlare di un argomento delicato: il regime fascista. Quale messaggio hai voluto lanciare con questo romanzo?Ho sempre pensato che l’ironia e l’umorismo siano le armi più potenti contro la prosopopea e l’arroganza: in questo, i Napoletani sono maestri; nel ’68 gridavano:«Una risata vi seppellirà», il grande Charlie Chaplin ne “Il grande dittatore” mise alla berlina Hitler con la sua arte; è un invito a dissacrare, a denudare il re, in modo da affrontare anche gli eventi più drammatici con spirito critico.
Immaginiamo che Gandhi venga a Napoli oggi. Quali posti gli faresti visitare e perché?Oggi Gandhi non lo porterei a Napoli che, benché tormentata da tanti problemi, non è il luogo più rappresentativo della decadenza dei costumi e della perdita dell’umanità; lo accompagnerei dove erigono barriere, dove uccidono in preda alla follia, dove si muore di fame e di sete sotto gli occhi distratti del mondo, dove denaro e potere la fanno da padroni.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori?La risposta dei lettori è stata veramente lusinghiera: ho ricevuto commenti positivi da varie parti, dagli intellettuali e da chi, finora, non aveva mai letto; c’è chi ha riso, chi si è commosso e chi, alla fine, ha addirittura pianto; e suscitare simili reazioni è quanto di più appagante può augurarsi uno scrittore.
Quanto è difficile far sorridere attraverso la letteratura?È difficilissimo, si rischia di cadere nel comico e nel grottesco; molto più facile far piangere; ma, grazie al cielo, l’umorismo è nel dna della mia famiglia materna.
L’ultimo libro che hai letto e quello che rileggi con piacere.Ho completato in questi giorni la lettura de “La macchia umana” di Philip Roth e rileggerei continuamente i capolavori dei grandi scrittori russi. Letture singolari per un’umorista, eh?
Prima di salutarci domanda “invadente”: per le feste di Natale menù tradizionale oppure uno alternativo per accogliere al meglio la Grande Anima?Facile, basta riproporre il menù concertato dalle comarelle del condominio: “spaghetti con le vongole fujute, insalata di rinforzo con papaccelle ma senza acciughe, broccoli all’insalata, frutta fresca, ciociole e acqua”.
Saluta i lettori medi.Grazie a tutti quelli che hanno letto e apprezzato il mio libro e a quelli che lo faranno. Evviva i lettori!

Titolo: Gandhi si è fermato a Napoli
Autrice: Anna Maria Montesano
Casa editrice: Homo Scrivens
Genere: Umoristico
Pagine: 175
Anno: 2018
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Perché leggerlo?Per sorridere ricordando un personaggio come Gandhi e ridere di quel triste periodo legato al fascismo in Italia.

L’autrice
Anna Maria Montesano è stata docente di Lettere a Napoli, dove vive. Fa parte della compagnia di scrittura Homo Scrivens, con cui ha partecipato ai volumi “Faximile. 101 riscritture di opere letterarie”, “Che pasticcio, dottor Loop!”, “Dai fiori del male ai fiori di zucca”. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati nella rubrica letteraria del quotidiano “Il Roma”.

Paquito

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Francesco (Arnaud Delalande)

9788866920366_0_0_0_75La misericordia è alla base del pontificato di Jorge. Ne ha fatto il tema del Giubileo della chiesa, e l’ha iscritta nel suo stemma papale.

Realizzo al contrario la recensione di oggi, cominciando dal giudizio: “Francesco”, il romanzo grafico edito da Gremese, è un gradevolissimo omaggio al Santo Padre e una storia da leggere per comprendere l’impegno sociale del pontefice argentino.
Merito, innanzitutto, dell’ottimo lavoro di Arnaud Delalande, sceneggiatore della storia, e degli illustratori Laurent Bidot e YvonBertorello.
A raccontarci il  passato di Bergoglio – dalla vocazione al soglio pontificio – è il cardinale, argentino anch’esso, Guillermo Karcher. Storico collaboratore del Santo Padre, Karcher punta l’obiettivo sul lato umano di Papa Francesco: un uomo umile, il cui unico obiettivo è stabilire un dialogo tra una chiesa – ritenuta fin troppo ingessata – e le masse vittime, soprattutto nell’Argentina degli anni ’70, di disinformazione e di un regime politico che pare non avere rispetto per nessuno, clero compreso.
L’uso del flashback – costante, ma ben dosato – permette al lettore di ripercorrere le fasi salienti dell’ascesa del papa argentino e di rivivere momenti piacevoli del recente passato. Aneddoti divertenti – Bergoglio, appena eletto papa, che insiste per saldare i conti del convitto che lo ha ospitato – si alternano agli incontri di stato, a quelli privati con il papa emerito Benedetto XVI e alle invettive lanciate contro i sacerdoti accusati di pedofilia o di aver utilizzato in modo dissennato i soldi dello IOR.
Dal punto di vista tecnico: un plauso al duo Bidot – Bertorello: il tratto realistico (come c’era da aspettarsi per una biografia) dà all’intera storia un taglio molto cinematografico che rende scorrevoli le tavole, specie quelle in cui le didascalie sono molto lunghe.
Per concludere, “Francesco” è una biografia per immagini che convince e che merita d’esser letta per godersi la storia, vera, di un personaggio che sembra uscito da un fumetto.

Titolo: Francesco
Sceneggiatura: Arnaud Delalande
Illustrazioni: Laurent Bidot, Yvon Bertorello
Genere: Romanzo a fumetti
Casa editrice: Gremese
Pagine: 93
Anno: 2018
Prezzo: € 14,90
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Perché leggerlo? Per conoscere la figura di Jorge Mario Bergoglio, l’uomo dietro il Papa.

L’autore
Arnaud Delalande è uno sceneggiatore e scrittore francese. È considerato uno degli autori francesi più promettenti nel campo del romanzo storico-avventuroso e del giallo. I suoi romanzi sono stati tradotti in 17 Paesi. È un membro della Société des auteurs de Normandie.

Paquito

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Napoli mon amour (Alessio Forgione)

9788899253882_0_0_0_75Pensai che a molte persone le città di mare davano l’idea d’infinito, perché gli offrivano, in una maniera piuttosto semplice ed elementare, la possibilità della fuga. A me no, non avevo questa sensazione. Pensai che avevo camminato e che la città era finita e che non c’era la possibilità d’andare oltre e poi mi ricordai che in nave mi piaceva guardare il mare, perché mi piaceva immaginare che oltre l’orizzonte, ovunque fossi, ci fosse Napoli.

Amoresano vive a Napoli, ha trent’anni e non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Le sue giornate passano lente, tra la vita con i genitori, le partite del Napoli, le serate con l’amico Russo e la ricerca di un lavoro. Dopo l’ennesimo e grottesco colloquio, decide di dare fondo ai suoi risparmi e di farla finita. Un giorno però incontra una bellissima ragazza e se ne innamora. Questo incontro riaccende i suoi desideri e le sue speranze: vivere, essere felice, scrivere ed incontrare Raffaele La Capria. Ma l’amore disperde ancora più velocemente energie e risorse, facendo scivolare via, moneta dopo moneta, i desideri ritrovati e le speranze di una vita diversa.

Ogni volta che termino la lettura di un libro che racconta Napoli, madre d’arte e amarezza, e si addentra nella vita degli stessi napoletani mi è sempre difficile spiegare cosa ho provato in maniera chiara, poiché quando riesco a trovare un romanzo simile senza peli sulla lingua (o meglio, sulle pagine) è un po’ come ricevere un colpo al cuore. In questo caso, Forgione ha mirato alla vulnerabilità del sentimento d’odio e amore che nutro nei confronti di questa città, annoverando luoghi in cui passeggio quasi quotidianamente e rendendomi ombra del protagonista in ogni sua vicenda con disinvoltura e leggerezza. Una leggerezza che, però, non diviene superficialità o tantomeno la sfiora poiché l’autore, con le sue parole, scuote gli animi più del megafono del verdummaio (verduraio) nei vicoli di Napoli la domenica mattina, quando si ha ancora sonno ed il mal di testa da post-sbornia è solo peggiorato. Senza aggiungere altro, lascio che sia Alessio Forgione a raccontarci le sue ispirazioni ed il suo romanzo.

Da cosa o da quale esigenza è nata la storia di Napoli mon Amour? In realtà ho sempre avuto il desiderio e la necessità di scrivere. Per molto tempo ho smesso, perché non mi sembravo ancora giunto al punto, e poi ho ricominciato, con una certa testardaggine. Ho ricominciato dallo scrivere racconti ma non mi venivano granché bene e aspettavo la storia per un romanzo. Avevo il tempo per farlo ed ho pensato di parlare di quello che mi accadeva intorno e di tutto il tempo vuoto che avevo per scrivere e leggere ed ecco la storia per il romanzo. Direi che c’è stata la mia voglia di scrivere, a prescindere, e poi le contingenze. Quindi forse è stato un po’ anche uno sfogo.
Quali autori ti hanno ispirato lungo il tuo percorso, oltre Raffaele La Capria? Tantissimi. Credo che le persone vengano ispirate dalle cose che apprezzano ma soprattutto dalle cose che non apprezzano ed io, come loro, non faccio differenza. Però che apprezzo, oltre La Capria, ci sono tutti quelli citati nel libro, per un motivo o per un altro. Quindi Peppe Lanzetta, Faulkner, Fitzgerald, Hemingway, Céline, Pavese, Nabokov e qualcun altro che sicuramente mi sta sfuggendo. Proprio perché è una domanda complicata ti rispondo con quelli che sono i miei ultimi amori letterari, avuti dopo la prima stesura di Napoli mon amour e quindi, forse, ininfluenti alla chiusura del mio romanzo: Dino Buzzati, Ermanno Rea, John Cheever, i primi due romanzi di Bret Easton Ellis e Jasmine Ward.
Nel libro vengono fatti continui riferimenti a canzoni ed album. Qual è il tuo rapporto con la musica? La musica occupa una grande fetta della mia fantasia. Ci sono parole che non hanno importanza, che sono un po’ dozzinali e sceme ma che arrivano in quel punto della canzone, in quel punto giusto, e quindi diventano giuste, potentissime, delle bombe. Da persona che prova a scrivere, non credo che esistano delle parole migliori di altre ma solo parole da usare coscienziosamente. Scrivo ma è un po’ come se suonassi ancora.
Per quanto riguarda il titolo, la scelta di affiancare il nome della tua città all’espressione “mon amour” può essere interpretato come sinonimo di un rapporto conflittuale o nostalgico? Voleva essere una genuina dichiarazione d’amore, nonostante tutto.
In alcune pagine viene denotata una forte passione per il calcio. Quanto esulti a Londra ogni volta che il Napoli vince e come mai hai voluto parlare di questo sport nel tuo romanzo? Nel mio romanzo parlo di quello che non mi piace e di quello che mi piace: non mi piace, forse, il calcio ma mi piace il Napoli. Per me era impossibile non metterlo. Napoli, il Napoli, i libri, la musica, le notti un po’ così sono tutte cose che costituiscono il mio orizzonte. Riguardo l’esultare a Londra lo faccio esattamente come lo facevo a casa: in dialetto e offendendo il mio prossimo tutto, pugni sul tavolo e poi bocca chiusa a sfidare la scaramanzia.
Qual è il personaggio che consideri più vicino a te? E per quali motivi? Martin Eden di Jack London. Lo so che non intendevi questo, scusa.
Cosa ti ha portato a definire così bene una personalità come quella di “Lola” riuscendo a renderla allo stesso tempo molto misteriosa? Forse perché l’ho amata molto.
Carlo Levi scriveva che ci sono cose, oggetti, luoghi che, per la loro natura, il loro aspetto, la vita che vi è raccolta e condensata, i ricordi e, talvolta, anche soltanto il suono di un nome, diventano immagini obbiettive di una situazione o di una vicenda, finendo per identificarsi con quelli come se fossero le loro forme reali e la loro completa immagine poetica. Quali sono quei luoghi di Napoli che riesci a “vivere” come situazioni e che sono presenti nel libro? Sogno spesso di tornare a Napoli e di venire sciolto dal vento caldo e poi di venire trasportato in giro, sparso sui balconi dei palazzi e sulle macchine parcheggiate, sui cani che dormono e sugli ambulanti, e quindi di diventare Napoli.
Da autore esordiente come ti sei trovato nel nuovo ambiente dell’editoria? Non saprei. La mia è la visione periferica di uno assolutamente ignorante: vivo a Londra e faccio le birre. Poi vado in Italia e parlo con le persone, che sono o pubblico o orchestrali di questo ambiente. Per il momento mi stupisco ogni giorno con qualcosa di nuovo e questa cosa mi piace molto. E poi tutti mi trattano con molta dolcezza.
Cosa consiglieresti a tutti gli scrittori in erba che coltivano il sogno di veder pubblicato un proprio libri? Leggere leggere leggere. Scrivere cinquecento parole ed eliminarne trecento. Non scrivere troppo. Non innamorarsi troppo di quello che scrivono. Leggere leggere leggere. Rileggere le proprie cose ed eliminare altre cinquanta parole.
Saluteresti i lettori medi? Mia nonna diceva che il saluto è dell’angelo e quindi saluterei proprio tutti.

Titolo: Napoli mon amour
Autore: Alessio Forgione
Casa editrice: NN Editore
Pagine: 223
Anno: 2018
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Brani consigliati: “Blue skied an’ clear” – Slowdive, “Water’s edge” – Nick Cave & The Bad Seeds

L’autore
Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986, ora vive a Londra e lavora in un pub. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che la sola vita non sia abbastanza.

Federica

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Aria di neve (Serena Venditto)

9788804685852_0_0_502_75«Mycroft?»
«Sì, come il fratello di Sherlock Holmes. Volevo chiamarlo Watson, ma è troppo inflazionato.»

Commedia sì, ma col morto. Ritengo sia questo il modo più semplice, e divertente, per riassumere “Aria di neve. La prima indagine di Mycroft, il gatto detective” di Serena Venditto (edito da Mondadori).
Una storia che mescola gli elementi della detective story – al centro della vicenda vi è l’assassinio di una donna – con quelli della situation comedy tanto cara al piccolo schermo.
La protagonista è Ariel, una ragazza italoamericana che, dopo la fine del rapporto sentimentale con Andrea, abbandona un placido e tranquillo appartamento divenuto ormai troppo grande per condividere spazi e tempo con quattro inquilini assai diversi tra loro eppure estremamente affini.
Molte sono le cose che mi sono piaciute di questo libro: innanzitutto lo stile. Serena Venditto ha dato alla storia un tono leggero, mescolando gli elementi della commedia con quelli del giallo classico.
Ho apprezzato, inoltre, il “gioco di squadra” tra Ariel e i suoi coinquilini: Malù, Kobe, Samuel e Mycroft, sono tutti protagonisti e uno funzionale all’altro. Mycroft, inoltre, è un ottimo espediente narrativo. Si tratta, infatti, di un gatto normalissimo che riesce, semplicemente, a creare una grande empatia con gli altri personaggi e a essere sempre vigile su quel che accade. Non aggiungo altro e lascio all’autrice la possibilità di presentare questo libro…

Quanto è cambiato il romanzo dalla prima edizione (edita da Homo Scrivens) a questa? Lavorare all’editing di un libro è la parte più divertente dello scrivere. Farlo due volte è un’opportunità che è capitata a poche persone ed è il doppio del divertimento. Con Massimo Borelli, l’editor che mi ha seguito, abbiamo lavorato molto sullo stile, inserendo – e lì mi sono divertita tantissimo – una serie di piccoli accorgimenti e di rimandi ai libri successivi, creando i presupposti per delle cose che ho sviluppato in seguito. Poi ho aggiunto quattro scene nuove, proiettate verso l’esterno della casa, lasciando inalterato lo spirito del libro.
Mi piace definire il tuo romanzo una “commedia col morto”. Come si fa a declinare un genere così complicato, come il giallo, in una maniera così divertente e quali sono stati le tue fonti d’ispirazione? Non ho mai riflettuto a tavolino, dicendo: «Adesso scrivo una commedia col morto». Ho unito i due generi che preferisco: l’umorismo – ispirandomi per lo più a quello di fine ‘800, inizio ‘900 – e il giallo. Sono due idee, quelle della casa colorata e del gatto che indaga che si sono unite in una felice convivenza, mai come in questo caso.
I tre romanzi sono nati all’interno di un laboratorio di scrittura (la Bottega della scrittura Homo Scrivens, ndr). Quanto sono importanti per te i corsi di scrittura? I corsi di scrittura sono fondamentali. Un laboratorio del genere non t’insegna a scrivere, t’insegna a leggere in maniera critica i classici. T’insegna a catturare, dalla lettura dei classici, il patrimonio degli strumenti tecnici fondamentali per scrivere un romanzo.
Quanto è importante vivere l’esperienza di una piccola casa editrice per avvicinarsi all’editoria nazionale? Mi considero fortunata perché Homo Scrivens, come poche realtà in Italia, forma gli allievi e permette loro di esprimersi attraverso una realtà editoriale. Frequentare il mondo dell’editoria – attraverso fiere, presentazioni o il lavoro di redazione – è importantissimo, se si ha l’ambizione di scrivere un libro.
I personaggi del tuo romanzo – tanto i protagonisti quanto i comprimari – fanno un ottimo gioco di squadra. Conscio della tua passione calcistica – e in particolare quella per il Calcio Napoli – ti chiedo di assegnare un ruolo a ognuno dei tuoi personaggi. Samuel è l’Hamsik di turno. Lavoratore silenzioso ma fondamentale. Mycroft, invece, è un incrocio tra Insigne e Mertens. Innanzitutto per le dimensioni. Inoltre perché risolve la partita nel finale. Ariel è, senza dubbio, il portiere di questa squadra.
L’ultimo romanzo che hai letto e quello che rileggi con più piacere. Premesso che rileggo pochissimo, una volta l’anno mi concedo la rilettura di “Tre uomini in barca” di Jerome, ridendo sempre alla stessa maniera della prima volta. L’ultimo libro letto è “Palla avvelenata. Le inchieste di Nero Wolfe” di Rex Stout.
Perché dovremmo leggere il tuo romanzo? Hai 300 battute a disposizione per convincerci: Perché? Perché io mi sono divertita a scriverlo, e spero che questo divertimento arrivi anche a voi, perché è ambientato nel cuore del cuore di Napoli; perché non ci sono juventini; perché è un giallo, ma è anche rosa, e l’autrice è molto azzurra. E poi c’è il gatto.
Saluta i lettori medi: Siate molto più che medi. Siate grandissimi!

Titolo: Aria di neve
Autrice: Serena Venditto
Genere: giallo/commedia
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 162
Anno edizione: 2018
Prezzo: 18,00 €
Tempo medio di lettura: 2 giorn
Dopo aver letto il romanzo: Concedetevi una passeggiata a Napoli, con una sosta a via Port’Alba per cercare libri usati e in una qualunque pizzeria d’asporto per gustare una pizza a portafoglio.
Altre letture consigliate: “La briscola in cinque”, “Il gioco delle tre carte” e qualsiasi altro romanzo di Marco Malvaldi.

L’autrice
Serena Venditto (Napoli 1980) lavora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Ha esordito nella letteratura con il romanzo “Le intolleranze elementari” (Homo Scrivens, 2012). “Aria di neve” (riedita da Mondadori nel 2018) è il primo volume della serie dedicata al gatto detective Mycroft e ai 4+1 di via Atri 36, al quale seguono “C’è una casa nel bosco” (Homo Scrivens 2015) e “Al sassofono blu” (Homo Scrivens 2016).

Paquito

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Il nemico. Una favola contro la guerra (Davide Calì)

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Il manuale dice tutto del nemico: dice che dobbiamo ucciderlo prima che lui uccida noi, perché è crudele e spietato.
Se ci ucciderà, poi sterminerà le nostre famiglie e ancora non sarà soddisfatto: ucciderà i cani e tutti gli animali, brucerà i boschi, avvelenerà l’acqua.
Il nemico non è un essere umano.

«Vieni qui che ti racconto una favola». Immagino possa essere questa la frase che direi a un bambino – nipotino, figlio di amici o allievo di scuola – prima di leggergli “Il nemico. Una favola contro la guerra”, racconto illustrato di Davide Calì e Serge Bloch edito da Terre di mezzo.
Due soldati in trincea si scrutano da lontano attraverso gli angusti spazi di una trincea.  Restano immobili per giorni in attesa che l’altro – il nemico – faccia la prima mossa.   Intanto il tempo scorre e i due – così diversi eppure così inconsapevolmente simili – si ritrovano a pensare agli affetti, alla vita quotidiana fatta di piccoli piaceri ai quali bisogna rinunciare in nome di un ideale: uccidere il nemico. Proprio quel nemico senza scrupoli e senza cuore. Ma si è poi così sicuri della natura malvagia di chi sta dall’altra parte della trincea?
Rivolgo questa e altre domande a Davide Calì, autore di questa favola teneramente drammatica…

Il nemico.Come è nato questo progetto? Il libro è nato dalle mie riflessioni sulla manipolazione mediatica, che ci propone a intervalli regolari un nemico da combattere. Di tanti conflitti ai quali assistiamo quotidianamente, uno in particolare mi diede la spinta a fare qualcosa. La finale di Coppa del mondo di calcio tra Francia e Italia del 2006. Tieni conto che a me il calcio non piace, ma quella finale mi sembrava bella, perché si disputava tra i due paesi in cui sono i casa. Fu una partita pessima, giocata malissimo e vita anche peggio. Il peggio però venne in seguito. Dopo la testata di Zidane ricordo che per una settimana i giornali italiani infamarono i francesi in ogni modo. Certi scrissero di non andare in vacanza in Francia, perché i francesi sono violenti e odiano gli italiani. Non ricordo una singola voce che si sia sollevata per ricordare che si trattava solo di sport, di uno sport specifico, di una partita specifica e soprattutto di qualcosa che era accaduto tra due sole persone. Sarebbe stata una questione di buon senso. Ma nessuno ne ha avuto. Ho pensato: se non ne abbiamo per inquadrare lucidamente una partita di calcio, difficilmente ne avremo quando scenderanno i carri armati per strada.
Parlare di guerra, specialmente ai bambini, non è affatto facile. Hai scelto una strada coraggiosa, tuttavia spensierata. Pensi che si possa affrontare col sorriso anche un argomento così delicato? Sì, penso di sì. Penso che ai bambini si possa raccontare tutto. Il nemico è un libro molto duro, molto riflessivo, dove non c’è spazio per il sorriso. Ma c’è per la speranza, che penso sia fondamentale quando si tratta questo genere di tema con i bambini. Ho sempre pensato che se è possibile parlare con loro di cose gravi, sia comunque sbagliato trasmettergli il senso di rassegnazione e sconfitta che proviamo noi adulti.
I protagonisti della storia hanno un compito: annientare il nemico. Tuttavia la guerra che combattono è anche interiore, lontano dagli affetti e contornati dal silenzio. Ci ho preso? Sì, penso che la guerra sia sempre un conflitto interiore. Ne Il nemico c’è soprattutto il conflitto con l’ignoto, il non sapere nulla, l’abbandono da parte di quelli che dovrebbero dirti se la guerra è finita oppure no.
Prendo spunto dal tuo libro per una domanda, la cui risposta, potrebbe diventare generazionale: alla luce di tutto quel che accade ogni giorno, chi è il vero nemico? Come ti dicevo all’inizio di questa intervista, Il nemico è un libro sulla guerra, ma soprattutto sulla manipolazione mediatica. Penso che oggi più che mai sia quello il nemico, perché crea nemici.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Non ricordo. Il libro è uscito in Francia, dove lavoro prevalentemente, nel 2007. In Italia è stato tradotto molto dopo. Il libro ha vinto molti premi ed è stato tradotto in una quindicina di paesi. In Francia ci sono 6 o 7 compagnie di teatro che lo hanno messo in scena. Ce n’è una anche in Giappone e una in Italia. A distanza di anni in Francia si vende ancora come una novità. Ai bambini piace, perché sentono parlare della guerra e sanno benissimo cos’è. La guerra per loro è anche un gioco, ne sono al tempo stesso affascinati e spaventati. Ma il libro non parla solo di cose lontane. I bambini sono quelli più capaci di percepirne il messaggio a pieno. In Francia gli adulti ci hanno visto tutti, senza eccezioni, un riferimento alla Grande Guerra, la 14-18, che per i francesi una guerra ancora molto viva. A distanza di un secolo escono regolarmente libri che ne parlano, anche per bambini. La guerra delle trincee è per loro qualcosa di ancora attuale. I bambini invece vanno oltre. Mi ricordo che in una classe di piccoli, forse 6 anni, un bambino mi disse: “Io lo so, chi è il nemico. Sono i bambini della classe accanto.”
Aveva capito tutto.
Quanto è difficile realizzare storie (tanto dal punto di vista dei testi che delle illustrazioni) per bambini? E quanto è gratificante rapportarsi con loro durante fiere, eventi e presentazioni? Non so se è difficile. Io, soprattutto trattando certi temi, trovo più facile parlare con i bambini che con gli adulti.
L’ultimo libro che hai letto. E quello che rileggi con piacere. Io leggo sempre più cose insieme in realtà. Ho appena finito una biografia di Barnum e Comportati bene e resterai solo di Mark Twain. Per ragazzi sto leggendo La sfolgorante luce di due stelle rosse di Davide Morosinotto. Come fumetti ho appena letto Sognando Elvis di Veronica “Veci” Carratello e Joe Shuster, la storia dell’inventore di Superman, di Julian Voloj e Thomas Campi.
Sto rileggendo i racconti di Roald Dahl, e mi piace rileggere i volumi di Hellboy oppure di Batman. Di quest’ultimo ho appena riletto Notte oscura, Death by design e sto rileggendo Europa.
Saluta nuovamente i lettori medi: Ciao lettori medi!

Titolo: Il nemico. Una favola contro la guerra
Testi: Davide Calì
Illustrazioni: Serge Bloch
Genere: Narrativa per ragazzi
Casa editrice: Terre di mezzo
Pagine: 64
Anno: 2015
Prezzo: € 10,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Perché leggerlo? Perché è il modo più intelligente per spiegare la guerra ai ragazzi.

L’autore
Davide Calì è uno scrittore di letteratura per ragazzi e fumettista italiano, conosciuto anche con gli pseudonimi di Taro Miyazawa e Daikon. Originario della Svizzera, è cresciuto in Italia, dove ha intrapreso la carriera di fumettista. Dal 1982 al 2008 ha collaborato con la rivista mensile “Linus” come disegnatore e dal 1998 ha cominciato a pubblicare libri per ragazzi, ottenendo un buon successo in Francia. I suoi lavori sono stati tradotti in più di 30 lingue e da alcuni sono stati tratti degli adattamenti per il teatro. Curatore di mostre web ed esibizioni, nel 2016 è stato nominato art director di “Book on a Tree”, un’agenzia letteraria londinese. Tra i suoi titoli di maggior successo si ricordano “L’orso con la spada” (Zoolibri, 2008, con Gianluca Folì), “Signor Alce” (Emme Edizioni, 2012, con Sara Welponer), “Io, Qinuq” (Kite, 2013), “La rapina del secolo” (Biancoenero, 2016) e “Tre in tutto” (Orecchio Acerbo, 2018).

Paquito

Lettore medio

La metà oscura (Stephen King)

9788820090531_0_0_0_75«Sono tornato», disse Machine. Halstead serrò gli occhi, ma non servì a niente. Il ferro sottile gli forò facilmente la palpebra sinistra e gli trafisse l’occhio sottostante con un botto sommesso, quasi impercettibile. Dal foro cominciò a colare del fluido gelatinoso. «Sono tornato dal mondo dei morti e tu non sembri affatto contento di rivedermi, ingrato figlio di puttana.»
“In viaggio per Babilonia” di George Stark

Thad Beaumont, ragazzino dall’innato talento per la scrittura, un giorno ha un malore. Quella che sembra una crisi epilettica rivela in realtà alcuni resti umani nel suo cervello; il medico sostiene che, probabilmente, Thad aveva un gemello che poi è stato assorbito da lui nel grembo materno.
Molti anni dopo, Thad è diventato scrittore di successo con lo pseudonimo di George Stark: i suoi romanzi horror, efferati e sanguinari, sono tutti clamorosi bestseller. Ricattato da un avvocato che ha scoperto la vera identità di Stark, Thad organizza un’intervista, con tanto di finta bara nel cimitero, in cui annuncia che da quel momento George Stark è morto per sempre, e mai più scriverà i suoi romanzi.
Ma a Stark tutto questo non sta bene.
“La metà oscura” di Stephen King (editore Sperling & Kupfer) si presenta sin da subito come un metaromanzo con forti tratti autobiografici: a cominciare dai paesaggi freddi e desolati del Maine, dove l’autore è nato e cresciuto, che fanno da sfondo alla vicenda, passando per il protagonista Thad, insegnante di letteratura che pubblica romanzi horror col nome di George Stark, che più di un semplice personaggio ispirato a King ne diventa un vero e proprio alter ego: l’autore stesso, infatti, ha un passato da docente e ha pubblicato alcuni romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman.
Il rapporto/scontro con l’io interiore che si materializza e prende il sopravvento sulla persona non è una novità nel mondo della letteratura, ma qui assume connotazioni che vanno ben oltre l’introspezione psicologica: l’horror diventa qui un pretesto per riflettere sul fatto che quando si raggiunge il successo si finisce spesso talmente inghiottiti dallo star system che risulta poi impossibile uscirne.
King ha uno stile che coinvolge – e sconvolge – nella sua particolarità: inizia ogni capitolo con un breve estratto di Alexis Machine, il protagonista dei truculenti romanzi di Stark, che funge da prologo al racconto dei fatti veri e propri, che mai vengono esposti in maniera lineare e scontata, bensì attraverso continui rimandi che tengono desta l’attenzione del lettore, facendo risultare mai noiosa la narrazione e stimolando sempre, continuamente, il prosieguo della lettura. Le descrizioni dei fatti nei minimi dettagli, molto spesso maniacali – talvolta ai limiti dello splatter – facilitano ulteriormente l’immedesimazione, rendendo fruibile la lettura a una gran varietà di utenti, ma non a quelli più facilmente impressionabili.
Un finale buono, non del tutto scontato, contribuisce a rendere “La metà oscura” un romanzo di ottima fattura, forse poco pubblicizzato e ancor meno osannato dalla critica, ma ugualmente di livello, dove la tensione e l’ansia del lettore restano alte per oltre quattrocento pagine. In perfetto stile King.

Titolo: La metà oscura
Autore: Stephen King
Genere: horror/thriller
Casa editrice: Sperling & Kupfer
Pagine: 470
Anno: 2014 (prima edizione 1989)
Soundtrack consigliata: “Feed my Frankenstein” (Alice Cooper), “Sweet Dreams” e “Tainted love” (Marilyn Manson)
Da leggere: di notte, possibilmente a lume di candela
Tempo medio di lettura: 3 giorni.

L’autore
Stephen King (Portland, 1947) è considerato uno dei maestri della letteratura horror americana. Ha esordito con Carrie (1974), scrivendo poi oltre ottanta opere entrate spesso nelle classifiche dei best seller. Complessivamente ha venduto oltre 500 milioni di copie.
Molti suoi romanzi sono diventati trasposizioni cinematografiche, tra cui Carrie, Shining, Cimitero Vivente, La zona morta, It, Misery non deve morire, La metà oscura, Il miglio verde, Le ali della libertà, Dolores Claiborne, La torre nera.

Giano

Lettore medio

Il calore del sangue (Irène Némirovsky)

9788845923128_0_0_0_75“In effetti aspettavo la mia giovinezza. Il ricordo degli anni passati riaffiorerebbe più spesso se solo volgessimo lo sguardo verso la sua sublime dolcezza. Invece gli permettiamo di restare sopito in noi, o peggio di morire, di deteriorarsi, tanto che gli slanci di generosità che proviamo a vent’anni in seguito li bolliamo come ingenuità, dabbenaggine… I nostri amori, puri e ardenti, assumono l’aspetto turpe dei piaceri più vili.”

Il quadro de “Il calore del sangue”, romanzo di Irène Némirovsky (edito da Adelphi), è apparentemente la semplice vita di campagna di una ricca famiglia borghese: la figlia dei due proprietari terrieri sta per sposare l’erede di un’altra famiglia, in tutto e per tutto un bravo ragazzo. Insomma, c’è la passione, c’è il denaro e il lavoro: la ricetta per una vita perfetta e quieta è completa! O forse c’è qualche crepa sulla patina di felicità, a nascondere inaspettati e insidiosi retroscena?

Quando ho acquistato questo libro non mi aspettavo di leggere una storia tanto folgorante quanto ben strutturata. Pensavo, almeno leggendo la breve trama sul retro del libro, a qualcosa di più descrittivo. E invece no! Il titolo di questo romanzo parla forte e chiaro: “Il calore del sangue” riguarda l’umana voluttà che spinge ogni uomo ad obbedire al richiamo dell’amore, ricoprendosi di maschere e menzogne pur di vivere una felicità così labile ed effimera da risultare quasi noiosa e banale. Ed è esattamente in questa quieta banalità che si insinuano serpeggiando i dubbi e i sospetti che la Némirovsky semina tra i vari atti e nei cuori dei vari personaggi, i cui pensieri sono ben celati al lettore. Nonostante ciò, la penna dell’autrice rilascia sottilmente piccoli indizi e suggerimenti, alle volte illuminanti e altre totalmente erronei. Infatti, è la fluidità e il lessico quotidiano adottato dalla Némirovsky a rendere l’atmosfera del racconto ovattata e l’equilibrio delle vicende incorruttibile. Di certo minimi sguardi o cenni non sono da prendere sottogamba quando lo spirito e il corpo hanno determinati bisogni da appagare. Ma mantenere un basso profilo basta a placare la forza bruciante di un cuore in fiamme? O invece il desiderio riesce a incenerire ogni cosa?

Titolo: Il calore del sangue
Autrice: Irène Némirovsky
Genere: Romanzo
Casa editrice: Adelphi edizioni
Pagine: 142
Anno edizione: 2008
Prezzo: €11,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Consigli: lasciate correre il cuore tra le pagine, dimenticate ogni inibizione

L’autrice
Nata in Ucraina, di religione ebraica convertitasi poi al cattolicesimo nel 1939, ha vissuto e lavorato in Francia. Arrestata dai nazisti, in quanto ebrea, Irène Némirovsky fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì un mese più tardi di tifo. Il marito, Michel Epstein, si attivò per cercare di salvare la moglie inviando un telegramma il 13 luglio 1942 a Robert Esménard (il suo editore del momento), ed a André Sabatier presso Albin Michel proprietario della Casa Editrice Grasset che pubblicò molte opere di Irène, per chiedere aiuto. Adelphi ha iniziato a pubblicare le sue opere con Suite francese, apparso nel 2005.

Federica

Lettore medio

Progresso (Raffaele Formisano)

9788832780659_0_0_0_75 (1)“Se ti fai male il tuo corpo riporterà una ferita, lo stesso vale nel caso in cui tu subisca menomazioni per un qualche incidente. Il sistema assocerà il tuo stato fisico all’evento. Non è un giocattolo per bambocci! Questo è il futuro! Questo è progresso!”

È il 13 luglio 2024 e RAF trascorre il suo compleanno dialogando con Susy, interfaccia virtuale che ha tratto dal suo subconscio alcuni input e li ha rielaborati in forma di tre racconti visivi. Protagonisti di queste storie virtuali sono Stanley e Charlie McGee, due fratelli, ingegneri informatici con opinioni opposte sul rapporto tra uomo e tecnologia: più scettico il primo, convinto che la realtà virtuale sia l’unico possibile futuro per l’umanità il secondo. Tre storie in cui i due si muovono in uno spazio distopico e cyberpunk, fra erotismo e thriller, con i social media a farla da padrone: un immenso magazzino rigurgitante di eccessive, incalzanti amicizie da stringere on-line.
Ma dove porta tutto questo? Cosa accadrebbe se il virtuale finisse col prendere il sopravvento sulla realtà?

In “Progresso” di Raffaele Formisano (edito da Homo Scrivens, collana “dieci”) il mondo virtuale – la Dimensione Unreal, come lui stesso la chiama – diventa il pretesto con cui l’autore, attraverso storie che mescolano cybersesso, azione, thriller e sentimenti, cerca di stimolare il lettore a dare una risposta all’annoso quesito.
Ho avuto il piacere di incontrare l’autore, che mi ha concesso una breve intervista che permetterà a tutti voi di conoscerlo meglio.

Nel romanzo si nota subito un richiamo ai classici della letteratura fantascientifica anche nel registro linguistico: il narratore esterno infatti usa un linguaggio piuttosto aulico, forbito, come accade in mostri sacri quali P. K. Dick o G. Orwell. È voluta l’ispirazione ai suddetti oppure fa parte tuo stile narrativo? Sicuramente c’è un richiamo di ispirazione alla fantascienza classica, un po’ per omaggiare grandi autori come P. K. Dick o G. Orwell e tanti altri. Se nessuno ci hai fatto caso, aggiungo che la parte iniziale e, in generale, quella dell’utente telematico è una spiccata parodia riferita (citando Dick) proprio alla scena del film “Minority Report” in cui Tom Cruise interroga il sistema informatico per estrapolare i database derivanti dalle premonizioni dei precog.
Aggiungo che la mia letteratura è un percorso verso uno stile sempre più, per così dire, leggero: dal confronto col mio romanzo “Il Paradosso di Schrodinger” si evince uno stile più snello in quest’ultimo, meno classicheggiante. Nulla di cui meravigliarsi, visto che “Progresso”, pur essendo stato pubblicato dopo l’altro, fu scritto precedentemente ad esso.
In questo romanzo c’è tutto: satira sociale, critica al progresso, azione, cybersesso e anche un pizzico di humour. In poche parole è riduttivo ascriverlo al genere fantascientifico. Potrebbe secondo te la fantascienza diventare un macrogenere letterario che comprende tanti sottogeneri? Io credo di sì. A dire il vero ci si potrebbe riferire alla corrente artistica Avantpop in merito ad una narrazione che tratta non tanto di fenomeni legati al paranormale tipo alieni, poteri particolari, esperimenti catastrofici di respiro mondiale, quanto ad una ipotetica descrizione di ipotetiche società del futuro. Se un uomo medio che viveva la sua vita quotidiana anche negli anni ‘80, ma anche nei ‘90 iniziali (non bisogna andare lontano) avesse scritto di dispositivi come uno smartphone, come uno strumentino che, sfilato di tasca, può mettere l’utente in comunicazione con tutto il mondo, ciò sarebbe stato visto come fantascienza. Il progresso stesso definisce la società di domani come fantascienza per la società di ieri. La fantascienza può diventare sicuramente un macrogenere di più generi letterari. Lo stesso Minority Report ne è un esempio, visto che trattasi di un thriller/giallo/poliziesco ambientato in una realtà futuristica.
A un certo punto scrivi (cito testualmente): “Quando c’è un monitor dietro cui nasconderti le cose cambiano, vero? È tutto più semplice, matematico, tutto calcolato, rischio zero”. È una critica al fenomeno degli opinionisti da social, i cosiddetti leoni da tastiera? Di sicuro la tastiera e il monitor rappresentano delle schermature ideali per chi voglia osare mettendosi poco o per niente in gioco (spesso usando addirittura dei nickname). Ciò può potenzialmente favorire fenomeni di anonimato spesso anche pericolosi che consentono un libero attacco ad altri utenti in maniera assolutamente più semplice rispetto ad un normale rapporto umano. A volte se incontro una persona dal vivo magari non ho nemmeno il coraggio di confrontarmi con quella persona, non necessariamente per una lite, ma per un qualsiasi tipo di approccio. Bisogna avere il controllo del fenomeno in particolar modo nel presentarlo ed affidarlo alle generazioni più giovani e, per tale motivo, anche più fragili (si pensi ad esempio al fenomeno del cyberbullismo con tutte le dovute conseguenze, a volte purtroppo anche letali per giovanissimi).
Tocco di campanilismo: nel secondo racconto l’ambientazione è la ricostruzione della Herculaneum pre-eruzione, descrizione dettagliatissima nei minimi particolari. Quanto hai attinto da fonti storiche, quanto ti sei documentato, e quanto invece c’è della tua esperienza personale con gli scavi. Scrissi “Progresso” un po’ di tempo fa, poi l’ho rivisto nel tempo. Ricordo che un giorno ero in visita per la prima volta al MAV (da poco aperto) e ne rimasi favorevolmente colpito, in particolar modo dall’accostamento fra storia antica e tecnologia moderna. Da lì la prima idea di scrivere qualcosa in merito, che andasse oltre il semplice concetto di utente spettatore passivo. Immaginai uno spettatore attivo a tutti gli effetti e proiettato a 360° in un mondo antico, concepito non tanto secondo battaglie e imperi, ma secondo stili di vita di tutti i giorni in una Ercolano antica. Un giorno decisi di concedermi una mattinata intera passeggiando per il Miglio D’Oro fino a Torre del Greco, soffermandomi attentamente sui vari palazzi storici e monumenti di cui Ercolano abbonda. Poi decisi di rivisitare gli scavi qualche tempo dopo, nonché di immergermi in letture di testi vecchi e nuovi sull’argomento e visionare filmati vari in merito, i quali ricostruivano eccellentemente l’antica città.
Dopodiché il racconto si è scritto da sé.
Progetti futuri? Attualmente sono un po’ fermo e mi sto godendo la mia famiglia, allietata sei mesi fa dalla nascita di due gemellini che io e mia moglie abbiamo chiamato Angelo Raffaele e Ciro Lorenzo. Grazie a loro mi sono cimentato nella mia prima favola dal titolo “Cacciatori di stelle”, scritta per loro (in collaborazione con mia moglie Nunzia) in occasione del loro battesimo e come parte della bomboniera dello stesso. Il racconto è tra i vincitori del Premio “Un Prato Di Fiabe 2018”. Sto scrivendo un racconto breve horror che spero di riuscire a pubblicare a breve in qualche antologia, tipo “Esecranda”. Per il resto ho un terzo romanzo, già selezionato da tre case editrici, ma sono in fase decisionale e mi sono concesso un po’ di pausa.

Titolo: Progresso
Autore: Raffaele Formisano
Genere: thriller/fantascienza
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 254
Anno: 2018
Film consigliati: Matrix, Inception, Minority Report.
Tempo medio di lettura: 4 giorni.

L’autore
Raffaele Formisano (Castellammare di Stabia, 1974) è ingegnere gestionale ad Atripalda (AV). Con Homo Scrivens ha pubblicato il suo primo romanzo, Il Paradosso di Schrödinger (2016), e il successivo Progresso (2018). Più volte premiato per la sua narrativa fantascientifica, ha partecipato a numerose antologie. Fa parte del collettivo letterario Gruppo 9, con cui ha preso parte ai romanzi Hyde School (2015), Gli affamati (2017) e Scacco al Re (2018).

Giano