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Giura (Stefano Benni)

9788807033933_0_0_422_75Giura che non mi dimenticherai.
Giura su ogni scrigno di noce, e su ogni chicco di uva e grillo nascosto e stella del firmamento. Giura per il fiato che manca quando ci tuffiamo nella paglia, giù per dieci metri dal granaio, e dopo tanti voli siamo un po’ pesti ma felici.

Un primo eterno amore è quello che lega due tredicenni di Trafiume,una città tanto immaginaria quanto realistica. I loro giochi preferiti sono saltare dal granaio sulla paglia earrampicarsi sul noce che sovrasta la collina: basta questo a renderli felici.
Febo, detto Codino perché ha una piccola vertebra sporgente che sembra una coda, è un ragazzo selvaggio, ha amici fidati e vive con il nonno all’ombra dei Castagni Gemelli; Lunaria, detta Luna, è solitaria, non parla –c’è chi pensa sia muta e chi invece matta – ma i suoi occhi scuri e profondi parlano per lei. Vive a Ca’ Stregacon i genitori e la nonna, che è davvero una strega e che ha sulla nipote una strana premonizione: una mano di ferro le bucherà la schiena. Cosa vorrà mai dire?
Tra i due giovani non c’è bisogno di parole, bastano gesti e sguardi per capirsi e innamorarsi, senza mai dichiararselo apertamente, ma le loro strade sono destinate a dividersi: Febo si trasferisce in città per andare al liceo e Luna viene messa in collegioperché nessuno può più occuparsi di lei. Questo è l’inizio del loro affascinante perdersi e ritrovarsi. Sarà un “per sempre insieme” o un “per sempre divisi”?

Con un occhio sempre critico alla società contemporanea, senza mai togliere la poesia dei sentimenti e l’ironia che lo contraddistingue, “Giura” di Stefano Benni (edito da Feltrinelli), racconta la storia d’amore di questi due ragazzini seguendoli fino all’età adulta, alternando nei capitoli la voce prima dell’uno e poi dell’altra.
Non solo l’amore lega i due ragazzi, ma anche una situazione famigliare complicata: il padre di Luna è un uomo violento, la madre una ladra; mentre il padre di Febo è un uomo dalle vane mille promesse e sua madre una persona fragile.
Febo e Luna sono forti, intraprendenti e si sono sempre ribellati agli odioni che ogni giorno vogliono avere ragione, usando la forza e sotterfugi; quelli che, da adolescenti,fanno i bulletti e creano scompiglio durante la festa di paese e, da adulti, sono ricchi e si sentono in diritto di fare ciò che vogliono senza conseguenze.
I due innamorati si ritrovano a fare vite e lavori diversi, vivendo a volte agli antipodi del mondo, ma ciò non basta a tenerli lontani l’uno dall’altra. Durante i loro incontri torneranno a essere sempre i ragazzini di un tempo, quelli di un bacio casto, che con l’avanzare degli anni diventa passione travolgente,senza mai togliere nulla a quel sentimento profondo e puro che li lega.
Quanto può durare un amore così? Per sempre? Leggendo questo romanzo sembrerebbe proprio di sì. L’amore vero sopravvive a tutto e con questo romanzo intenso e accattivante Benni ci augura di trovarlo e giurare che non lo lasceremo andare, qualsiasi cosa accada.

Titolo: Giura
Autore: Stefano Benni
Genere: Romanzo di formazione sentimentale
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 195
Anno: 2020
Prezzo: € 16.50
Autore e quadro consigliato: “Love and pain” (EdvardMunch, 1893-1895 olio su tela)

L’autore
Stefano Benni (Bologna, 12 agosto 1947) è uno scrittore, giornalista e poeta. I suoi romanzi e i suoi racconti contengono una forte satira della società italiana degli ultimi decenni. Da anni tiene seminari sull’immaginazione e sul reading.

Arianna

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Un intoppo ai limiti della Galassia (Etgar Keret)

9788807033582_0_0_422_75Perché ho inventato tutti questi personaggi? Perché ho fatto star male un uomo che nemmeno esiste? Il fatto che ci si inventi dei personaggi non ci esonera dalla responsabilità nei loro confronti e, contrariamente alla vita vera, in cui ci si può spingere nelle spalle e puntare un dito al cielo, in questo caso non ci sono scusanti. Il cielo sei tu. Se il tuo personaggio fallisce, è perché tu lo fai fallire. Se gli succede qualcosa di brutto, è solo perché tu lo hai voluto. Hai voluto vederlo immerso nel suo sangue.

“Un intoppo ai limiti della galassia” (edito da Feltrinelli) è una raccolta di racconti. Si tratta di storie dal sapore insolito, che si fanno divorare voracemente e con facilità e che, anche nel cuore della notte, fanno andare avanti nella lettura, di racconto in racconto, fino a raggiungere l’alba e a consumare tutte le pagine del libro.
Tra le righe di ciascuna storia c’è un imprevisto che riempie il foglio quasi fosse una macchia d’inchiostro e, dal momento in cui compare, il racconto ci si avvolge intorno. Come i raggi di una galassia, le parole di Etgar Keret precipitano verso un buco nero, l’intoppo intorno al quale si sviluppa l’intera narrazione e che finirà per divorare tutti i suoi personaggi.
Si tratta di racconti surreali, a volte assurdi e che spesso si affacciano oltre la soglia del fantastico: una versione adulta e raffinata dell’infantile gioco “e se…”. E se un pesce rosso uscisse dalla sua boccia, indossasse delle ciabatte di tartan e passasse la notte a fare zapping tra i canali televisivi? E se un programma di simulazione sviluppasse una coscienza? E se un uomo fresco di divorzio decidesse di festeggiare il compleanno di suo figlio portando via la cassa di un negozio di giocattoli?

La scrittura di Keret è fluida e piacevole. Con maestria l’autore intreccia le parole fino a ricavarne un arazzo divertente e al contempo malinconico: ogni racconto è un boccone agrodolce che ci lascerà con un sorriso leggero sulle labbra e il cuore impercettibilmente appesantito. Questa raccolta è intrisa di una leggera e divertita amarezza, una tristezza gentile che Etgar Keret riesce a dosare perfettamente: anche sentendo il sapore di questo veleno, non ne siamo mai intossicati.
Si tratta di una lettura estremamente consigliata, dotata una crudezza garbata e, per questo, crudele. “Un intoppo ai limiti della galassia” è come un vetro tagliente: ci taglierà, ci farà sanguinare copiosamente ma senza farci sentire – almeno all’inizio – troppo dolore, pur lasciando una cicatrice.

Titolo: Un intoppo ai limiti della galassia
Autore: Etgar Keret
Genere: Racconti
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 182
Prezzo: 16 euro
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Letture consigliate: “Storie Impreviste” di Roald Dahl

L’autore
Etgar Keret (1967) è tra i più popolari autori israeliani contemporanei. I suoi libri, come i suoi film e le sue sceneggiature, gli sono valsi molti premi importanti quali la Caméra d’or a Cannes per il film “Meduse” e, più di recente, il Sapir Prize per la Letteratura 2019 in Israele, proprio per “Un intoppo ai limiti della galassia”. I suoi racconti appaiono regolarmente su riviste come “The New Yorker” e “Wired” e in Italia su “Robinson” di “Repubblica” e su “La letteratura” del “Corriere della Sera”.

Simona

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Le cose inutili (Carlo Sperduti)

9788894352962_0_0_471_75Nel tardo pomeriggio estivo in cui Vlado Merletti, tuttologo, rimise piede sul terrazzo del Baranoia, tutti i tavoli all’aperto erano beffardamente occupati.

Basta leggere poche pagine de “Le cose inutili”, il nuovo romanzo di Carlo Sperduti, edito da Pièdimosca edizioni, per ritrovarsi di fronte a un bivio: si odia questo libro oppure lo si ama.
Faccio parte di quest’ultima categoria ritenendo il testo semplicemente geniale. Al di là del tono surreale della storia, della quale è protagonista il tuttologo Vlado Merletti costretto – suo malgrado – a fare i conti con sé stesso e con la propria famiglia, quel che colpisce è lo stile: per Sperduti il romanzo è una scacchiera sulla quale le pedine, pardon le parole, possono muoversi con libertà assoluta, regalando al lettore momenti di intrattenimento misti a profonde riflessioni, senza mai perdersi in arzigogoli inutili. C’è sostanza, tanta, ma c’è pure forma, proposta in modo così innovativo da sperare che la folta colonia dei non lettori si avvicini alla letteratura attraverso un medium del genere.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“Le cose inutili”. Come è nato questo romanzo? Inizio col dire che questo romanzo è nato due volte: la prima faticosissima gestazione è iniziata nel 2010 ed è finita nel 2015: il pargolo, dopo sì lungo tempo estratto dall’autore col congiunto ausilio di ventosa ostetrica, autominacce e autoschiaffoni, è sopravvissuto solamente qualche mese al duro mondo delle lettere nostrane, disperdendosi nel naufragio del suo primo editore dopo aver lasciato tracce nelle menti di settantadue lettori; l’avventura della seconda nascita è iniziata nel 2019 ed è finita nel 2020, periodo in cui la redazione di Pièdimosca edizioni, dopo aver rinvenuto il cadaverino al largo di Bari, con procedimenti che non posso rivelare per postilla contrattuale, l’ha resuscitato e rivestito, munendolo di apotropaico tatuaggio in forma di gamberetto. Destino bizzarro per un libro bizzarro, il cui autore che, inutile a questo punto negarlo, sono io, si era messo in testa, con entusiasmo adolescenziale fuori tempo massimo e più ancora fuori luogo, di combattere l’appiattimento narratologico italico sviluppando un calderone di idee dal cui incessante ribollire sono usciti diversi lavori, tra cui “Le cose inutili”. Alla base c’era l’idea di non fare assolutamente nulla di quel che si poteva leggere sui soliti libri pubblicati in Italia, intendo gran parte di quelli di un certo successo, che mi parevano, e mi paiono ancora, romanzi ottocenteschi a cui s’è applicata, nel migliore dei casi, una nuova mano di vernice: mi dicevo, in sostanza, che se proprio dovevo essere vecchio, cosa che i miei dintorni culturali non mi avrebbero in ogni caso risparmiato, preferivo essere un po’ meno vecchio degli altri. Ecco allora che ho bandito ogni interesse per la costruzione del personaggio e per la sua psicologia e ho iniziato a puntare tutto sui procedimenti formali, mi sono riempito la testa di giochi di parole, inversioni logiche, sregolatezze sintattiche, situazioni surreali e fantastiche, termini desueti, neologismi, enumerazioni, nonsense, regole arbitrarie con connotazioni preferibilmente combinatorie o geometriche… e alcuni ingredienti di quel calderone, cinque o sei, invece di andare a comporre una raccolta di racconti, come sarebbe potuto accadere, sono confluiti nelle avventure dei personaggi de “Le cose inutili”.
Cominciamo con lo stile. Il lessico, le situazioni, i dialoghi ricordano molto la scrittura di Achille Campanile e gli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau. Possiamo considerare questi autori pietre miliari della tua scrittura o c’è qualcun altro che ti ha ispirato? Considerando che gli estremi cronologici della prima realizzazione del romanzo sono piuttosto ampi – coprono circa cinque anni – mi sarebbe difficile fornire una lista esaustiva delle influenze, degli omaggi, delle riscritture nascoste e anche delle precise cose da cui volevo invece allontanarmi. È pero indubbio che i nomi di Achille Campanile e Raymond Queneau, soprattutto per quello che hanno in comune, individuano una delle categorie letterarie – parlo di quelle che esistono nella mia mente, non di quelle che non esistono affatto al di fuori – cui tutto il mio primo periodo di scrittura deve molto, e che saranno presenti, magari in quantità e modi diversi, anche in futuro. La categoria cui alludo è quella ludica e umoristica in cui il gioco e il divertimento consistono in un meccanismo a orologeria che non ha altro scopo se non quello di essere un meccanismo a orologeria – non è vero, c’è anche altro ma non divagherò. In maniera casuale e incompleta, per dare un’idea delle aree d’interesse di allora: Boris Vian, Raymond Roussel, Alain Robbe-Grillet, Giorgio Manganelli, Carlo Emilio Gadda, Jorge Luis Borges, Julio Cortázar, Nikolai Gogol, Daniil Charms, Laurence Sterne, Robert Louis Stevenson, Lewis Carroll, Edwin A. Abbott, Fëdor Dostoevskij, Alphonse Allais, Alfred Jarry, Adolfo Bioy Casares, Gustave Flaubert, D. A. F. de Sade, Marcel Proust, Franz Kafka, Michail Bulgakov, James Joyce, Flann O’Brien, Samuel Beckett, Jules Verne, Herman Melville, Edgar Allan Poe, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, Aldo Palazzeschi…
Comun denominatore di ogni personaggio della storia è la necessità di fare i conti con se stessi e con il susseguirsi degli eventi. Chi sceglie la fuga, chi subisce le conseguenze delle scelte (proprie e altrui), chi sempre tace e acconsente. È la quotidianità che ha ispirato i personaggi di questo universo oppure ogni personaggio veicola un preciso messaggio? Che la quotidianità ispiri situazioni e personaggi è quasi inevitabile, se per quotidianità, come si dovrebbe, si intende (anche) ciò che ogni giorno avviene nella mente di ognuno. In questo senso, “Le cose inutili” può essere interpretato come una fotografia ad alta definizione di ciò che accadeva nella mia testa in quel periodo e la risposta è sì: l’intero libro ha tratto ispirazione da quella specifica quotidianità.
D’altra parte, se con quotidianità si intende quell’altra cosa, la risposta è no, o al massimo , per infiltrazioni – l’episodio dello studente Antonio al suo primo giorno di volantinaggio, per esempio, è sostanzialmente autobiografico – ma non è di quello che sono fatti i miei libri e non è di queste infiltrazioni che mi preoccupo, dato che i vasi in questione sono comunicanti e se hanno qualcosa da dirsi io sto qui ad ascoltare. Le dinamiche cui fai riferimento – e di cui dai un’interpretazione da lettore che m’interessa molto, perché mi dimostra ancora una volta che ogni cosa esiste tante volte e in tanti modi quante sono le sue fruizioni – per me sono traiettorie al servizio del disegno generale, in altre parole funzioni, che funzionalmente al grande Nulla additato dal libro si muovono, incidentalmente facendo i conti con sé stessi ma sostanzialmente procedendo in maniera dissennata.
In quanto al messaggio: questo mai!
Il tuo romanzo è stato pubblicato in piena quarantena da una neonata realtà. Una scommessa doppia – in pratica – in un momento molto delicato per l’intero settore. Come e quanto cambierà il mondo dell’editoria dopo questo surreale periodo che ci stiamo lasciando alle spalle? Se conoscessi la risposta precisa a questa domanda correrei alla Camera di Commercio a registrare il mio marchio editoriale e agirei di conseguenza, ma purtroppo, come tutti, posso fare solo supposizioni, e in questo caso mi viene da farle da libraio indipendente, dato che questo è il mio lavoro, più che da autore. Mi è sembrato, anche confrontandomi con colleghe e colleghi sparsi in tutta Italia, che le librerie e gli editori indipendenti siano stati meno sconvolti dall’accaduto, intendo in termini di danni e di lavoro, e che questo dato relativamente incoraggiante in un assetto globale alacremente distopico ci venga appunto dalla nostra identità di indipendenti. Laddove infatti la grande macchina della produzione e della distribuzione libraria ha dovuto rallentare e arrestare su molti fronti, noi, che agiamo su scale infinitamente più piccole, con ritmi non frenetici, con rapporti lavorativi più umani e spesso diretti, e che insomma abbiamo quella maggiore libertà di movimento che ci viene dalla scelta di traballare costantemente pur di fare le cose come crediamo andrebbero fatte, abbiamo retto il colpo, traballando più del solito, è vero, ma soprattutto reinventandoci il lavoro dalla sera alla mattina e potendo contare su una solidarietà sincera e fattiva, che si è espressa in molte iniziative di mutuo sostegno, economico e morale a un tempo, tra editori e librai. Se mi dovessi basare su questo, potrei addirittura ipotizzare un’inversione di tendenza. Tuttavia non la ipotizzo: mi sembra invece che le cose, neanche tanto lentamente, stiano tornando all’impropriamente detta normalità. Se così fosse, sarebbe un’occasione persa per smettere di traballare, e più in generale per imparare qualcosa da una situazione tragica e assurda. E va da sé che non parlo solo di editoria.
Cosa ti aspetti da questo libro? Che non ci siano due lettori a tirarne fuori gli stessi piaceri o le stesse supposizioni, impressioni, conclusioni, domande. Mi aspetto troppo, insomma, come sempre: un crudelissimo esercizio di stile che mi autoinfliggo per temprare lo spirito, lasciandolo in balia di spirituali hiroshime alla prova dei fatti.
E ora veniamo alla domanda freudiana o marzulliana o mauriziocostanziana (decidi tu in base all’umore e alle congiunzioni astrali): possiamo considerare autobiografico lo starnuto verde? Lo starnuto verde è quanto di più autobiografico ci sia nel libro: mi sentivo inesistente, e sentivo inoltre che se fossi esistito avrei fatto un po’ schifo.

Titolo: Le cose inutili
Autore: Carlo Sperduti
Genere: Surreale, umoristico
Casa editrice: Pièdimosca edizioni
Pagine: 129
Anno: 2020
Prezzo: € 14,00
Letture consigliate: “Esercizi di stile” di Raymond Queneau; “In campagna è un’altra cosa” di Achille Campanile.
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore
Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984 e vive a Perugia, dove fa il libraio.
È autore di racconti, microfinzioni e romanzi per numerose case editrici e riviste indipendenti. Per Pièdimosca edizioni ha curato l’antologia “Quaranta cose inesistenti”, interamente scritta da autrici e autori di otto e nove anni, e pubblicato racconti sulla rivista settepagine.

Paquito

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Una storia straordinaria (Diego Galdino)

9788833750774_0_0_471_75Il profumo è come la voce dei cantanti, tipo quando ascolti una canzone alla radio che non avevi mai sentito prima e non hai alcun dubbio su chi sia a cantarla…

Una piacevolissima conferma. Credo sia questo il modo migliore per recensire “Una storia straordinaria”, il nuovo romanzo di Diego Galdino edito da Leggereditore.
Luca è un ragazzo che ama il cinema; Silvia pure. Luca vede stravolta la propria vita da un evento tragico; Silvia pure. Lecito aspettarsi che i due – incontratisi per caso – mettano in discussione le proprie apparenti certezze e provino a scrivere a quatto mani una storia straordinaria.

Pure stavolta Diego Galdino parla al cuore dei lettori. Lo fa con delicatezza, attraverso una scrittura sensoriale – tipica del genere – ma resa ancor più efficace attraverso il personaggio di Luca, un ragazzo cieco che non ha alcuna intenzione di perdersi i piaceri della vita e fa della sua disabilità un tratto distintivo.
L’happy ending potrebbe apparire scontato, tuttavia il percorso attraverso le pagine del romanzo è piacevole e regala molti spunti di riflessione.
Non aggiungo altro, lasciando a Diego la parola.

“Una storia straordinaria”. Come è nato questo romanzo? Questa storia è nata una mattina d’estate durante una passeggiata al Giardino degli aranci sull’Aventino con le mie figlie. Seduto su una panchina ho chiuso gli occhi per qualche secondo, chiedendomi cosa avrei fatto se improvvisamente mi fosse stata tolta per sempre la possibilità di guardare le persone che amo, Roma, i film. Ho proiettato il dopo nella vita di Luca il protagonista della storia. Ho capito che avevo scritto una storia straordinaria, quando la Leggereditore dopo aver letto il libro ha deciso di lasciare il titolo invariato.
Cominciamo col protagonista maschile, Luca. Costretto a fare i conti con la propria disabilità, affronta la vita di petto, valorizzando pure la menomazione visiva. Chi o cosa ti ha ispirato nella creazione di un uomo così determinato? Ho solo immaginato che Luca fossi io. Ho cercato d’immaginare cosa avrei fatto se mi fosse capitato di perdere improvvisamente quello che io ho sempre considerato il più importante tra i cinque sensi. Mi sono immedesimato nel mio personaggio cercando d’interpretarlo come avrebbe fatto un attore in un film. Ho pensato a Tom Hanks in “Philadelphia”. Ho cercato di scrivere di Luca dando veramente il meglio di me come scrittore, forse non nella forma, ma nella sostanza assolutamente sì.
E ora Silvia, la protagonista femminile. Forte abbastanza da lasciarsi alle spalle un momento molto brutto e sufficientemente romantica da dare valore alle piccole cose. Attraverso di lei si veicola il messaggio: l’amore è il rimedio a qualsiasi male? Sì, sono sempre stato convinto che l’amore, quello corrisposto, possa curare tutte le ferite. Per scrivere di Silvia ho pensato alle mie figlie, a quanto sia difficile non poter stare loro vicino per proteggerle ogni momento delle loro giornate. Così ho pensato di affidarle a Luca l’uomo giusto per adempiere nella mia fantasia a quello che non posso fare io nella realtà.
Come in altre occasioni, le tue storie viaggiano su un duplice binario: da un lato una storia sentimentale, dall’altra l’occasione per guardarsi dentro e fare i conti col dolore o con sé stessi. Riflessione condivisibile? Sicuramente scrivere di sentimenti ti da la possibilità di fare anche un viaggio introspettivo proiettando te stesso sui tuoi personaggi e lasciare che siano loro a dire tutte quelle verità che tu nella vita di tutti i giorni non riesci a dire a nessuno.
Anche stavolta dichiari il tuo amore a una città, Roma, che non si limita a fare da sfondo alla storia. Qual è il segreto per “tenere a bada” un luogo che ha tanto da raccontare e che rischia di oscurare i protagonisti di una storia? Il segreto è rendere Roma una protagonista della storia al pari dei personaggi. Raccontando la come fosse una persona, che sente, che parla, che tocca, che ama.
Numerosissime sono le citazioni cinematografiche che ritornano in un libro che sembra già pronto per una trasposizione cinematografica. Non è che “Una storia straordinaria” è un copione travestito da romanzo? Quanto mi piacerebbe dirti di sì. In realtà credo che la mia passione per la settimana arte si rifletta anche nel mio modo di scrivere le storie. La mia fantasia proietta le scene nella mia mente ed è come se io scrivessi il mio libro guardando il film tratto da esso.
Il momento che stiamo vivendo è surreale abbastanza da sembrare la trama di un romanzo. A tal proposito, come e quanto uscirà cambiata l’editoria dopo la quarantena e quanto saranno importanti i social per questo settore in futuro? Sicuramente il danno subito dall’editoria a causa del corona virus è enorme ed io in prima persona purtroppo ne ho pagato gli effetti negativi sul mio ultimo romanzo uscito pochi giorni prima che chiudessero tutte le librerie. Per fortuna abbiamo avuto la possibilità d’interagire attraverso i social diventati ancora di più fondamentali in questo periodo per non farci perdere il contatto con i lettori.
Cosa ti aspetti da questo libro? Per questo romanzo vorrei solo che più persone possibili abbiano la possibilità di sapere della sua esistenza, perché credo sia una storia che meriti di essere letta. Per dirla alla maniera del protagonista del mio nuovo romanzo «Questo libro sta a me come “Il ciclone” a Pieraccioni».

Titolo: Una storia straordinaria
Autore: Diego Galdino
Genere: Sentimentale
Casa editrice: Leggereditore
Pagine: 216
Anno: 2020
Prezzo: € 16,00
Film consigliato: “Nothing Hill”, film del 1999, diretto da Roger Michell, con Hugh Grant e Julia Roberts
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autore
Diego Galdino vive a Roma e ogni mattina si alza alle cinque per aprire il suo bar in centro, dove tutti i giorni saluta i clienti con i caffè più fantasiosi della città. Con Sperling & Kupfer ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, “Il primo caffè del mattino” (di cui sono stati venduti anche i diritti cinematografici), e “Mi arrivi come da un sogno”. I suoi libri sono tradotti con successo in Spagna, Germania e Polonia.

Paquito

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Jurassic Park (Michael Chricton)

9788811602279_0_0_551_75La storia dell’evoluzione ci mostra che la vita sfugge a qualsiasi barriera. La vita finisce sempre col prevalere. La vita dilaga in nuovi territori. Magari con fatica, sfidando il pericolo. Ma la vita è inarrestabile.

Menzionare “Jurassic Park” è un po’ come sfondare una porta aperta: è una storia talmente famosa che tutti la conoscono, almeno in parte; da questo romanzo di fantascienza è stato realizzata anche una trasposizione cinematografica(diretta da Steven Spielberg) diventata un cult per gli amanti del genere e non. Alla prima trilogia di film (usciti tra il 1993 e il 2001) ne è seguita una seconda (a partire dal 2018 di cui il film conclusivo uscirà nel 2021), che ha rivitalizzato l’interesse verso quello che è ormai diventato un merchandising.
Ma da dove ha avuto inizio questo successo che dura ormai da più di trent’anni?
“Jurassic Park” – edito in Italia da Garzanti – nasce dalla penna di Michael Chricton, scrittore prolifico e versatile che, grazie a questo suo lavoro, si è guadagnato di diritto un posto tra gli autori di genere più quotati. La storia è più che conosciuta: l’eccentrico imprenditore John Hammond riesce, con moderne tecnologie di ingegneria genetica,a replicare il DNA di dinosauro e a clonare questa specie ormai estinta ricreando un habitat artificiale aperto al pubblico, il “Jurassic Park” del titolo. Chiamati a offrire una consulenza sul parco e le sue attrazioni prima della sua inaugurazione, il paleontologo Alan Grant, la paleobotanica Ellie Sattler e il matematico Ian Malcom si troveranno a dover fronteggiare situazioni impreviste, terribili e pericolose.
“Jurassic Park” è uscito nel 1990 ma, nonostante siano passati più di trent’anni dalla sua pubblicazione, è un romanzo quanto mai affascinante e attuale: il passato del nostro pianeta, le specie che lo hanno abitato prima della comparsa dell’homo sapiens non smettono di riservare sorprese e di alimentare il desiderio di saperne di più;d’altra parte, sia le tematiche riguardanti l’etica nel progresso scientifico che l’uso smodato e indiscriminato delle tecnologie genetiche fanno parte di un dibattito decisamente attuale. L’idea dell’autore al riguardo è espressa attraverso la voce ironica e anticonvenzionale di Ian Malcom – definito una rockstar della matematica – che non esita a esprimere la sua opinione in merito ogni qual volta ne senta la necessità, tirando spesso in ballo la teoria del caos e le sue implicazioni filosofiche. I personaggi sono molto ben sfaccettati e con personalità definite e, come nella vita reale, non tutti attirano la simpatia del lettore: questo riuscire a creare personaggi verosimili che suscitano reazioni nei lettori è un valore aggiunto alla scrittura dell’autore.
È una lettura assolutamente consigliata a chi vuole leggere un romanzo di fantascienza che rispetti i canoni dei classici del genere e che, contemporaneamente, spinga ad una attenta riflessione circa le conseguenze dell’operato umano sulla natura e il suo corso.

Titolo: Jurassic Park
Autore: Michael Chricton
Genere: Fantascienza
Casa editrice: Garzanti
Pagine: 479
Anno: 2015
Prezzo: € 9,90
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Consiglio di lettura: Ovviamente da (ri)vedere il bellissimo film omonimo diretto da Steven Spilberg.

L’autore
Michael Cricthon è stato scrittore, sceneggiatore, regista e produttore sia cinematografico che televisivo. Nei suoi romanzi si è cimentato un po’ con tutti i generi, dalla fantascienza ai thriller, ma in tutti i suoi lavori, anche i più fantasiosi, vengono trattate spesso tematiche di natura sociale. Da molti dei suoi romanzi sono stati tratti film di cui lui stesso si è occupato della sceneggiatura come per “Jurassic Park”.

Giovanna

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Vittorie imperfette (Federico Vergari)

9788894486216_0_0_471_75Questo è il momento in cui Zanardi deve decidere.
Da che parte stare? Chiudere gli occhi e riposare o continuare a combattere? Morire in quel momento sarebbe davvero troppo facile. E le cose troppo facili Zanardi le ha sempre rifiutate. Dopo circa quattro giorni di coma si risveglierà. Vivo. Anzi, vivo e con un’estrema unzione da usare come jolly nel futuro, ché non si sa mai. Resterà in ospedale circa un mese e mezzo e subirà oltre dieci operazioni. Uscito inizierà la riabilitazione. E sarà in quel momento che inizierà la sua seconda vita.

Credo sia sufficiente questo stralcio per recensire “Vittorie imperfette. Storie di donne e uomini che non si sono arresi”, il nuovo libro di Federico Vergari edito da lab DFG.
Una raccolta di racconti sportivi nella quale trovano spazio leggende dello sport (Bolt, Michael Jordan e Alex Zanardi su tutti) e sportivi che, pur non comparendo nella Hall of fame di una disciplina, hanno una storia da raccontare.
Vergari ascolta tutti e riporta le loro storie. Fatte di difficoltà, di cadute a precipizio in un baratro e della lenta, faticosa risalita che ne consegue. Sportivi che hanno fatto di una disabilità la molla per ripartire, rimettersi in gioco, sognare prima e vivere poi l’esperienza dell’Olimpiade o una competizione nazionale che sancisce ugualmente una vittoria: il superamento dei propri limiti.
Dopo la felice esperienza de “Le sfide dei campioni”, l’autore torna a regalare degli inediti ritratti sportivi: i protagonisti di queste storie non si mettono in posa pronti a farsi celebrare; al contrario hanno l’espressione tesa di chi sta per compiere uno sforzo che li condurrà al traguardo. E poco importa se non si arriverà per primi, quel che conta è l’emozione provata durante la competizione.
Non aggiungo altro lasciando la parola all’autore.

“Vittorie imperfette”. Come è nato questo volume? Spero ti faccia piacere sapere che questo libro è nato – almeno nel suo primordiale nucleo – di notte in macchina mentre rientravo con l’editore dalla presentazione di Ercolano dove ci siamo conosciuti e abbiamo presentato insieme il mio precedente lavoro. Tornando da quella bella serata abbiamo iniziato a parlare degli atleti che a volte (prima di vincere o dopo una lunga sequenza di successi) sono chiamati a un esercizio nuovo, differente: risollevarsi da una caduta e ricominciare. Sembrava solo una chiacchierata, ma inconsapevolmente stavamo gettando le basi per un nuovo libro.
Come un album di figurine hai scelto grandi celebrità (Michael Jordan, Alex Zanardi e altri) e personaggi dello sport meno conosciuti. Quale è stato il criterio per selezionare le storie? Mi sono fatto guidare dal cuore per la scelta di molti atleti che per me significano tanto (Pantani, Zanardi, Jordan, la Pellegrini, il calcio femminile…) poi grazie anche al direttore editoriale Giovanni Di Giorgi sono venuto a conoscenza di storie che conoscevo poco o non conoscevo per nulla e che è stato bellissimo scoprire. Penso ad Alessia Mesiano, a Luca Zavatti o ad Assunta Legnante.
Anche stavolta hai scelto di dare voce alle discipline paraolimpiche: il movimento in Italia sta crescendo, tuttavia si può e si deve fare ancora tanto. Se potessi avanzare una proposta a sostegno di questa realtà quale sarebbe? So che non è una cosa elegantissima, ma spesso – per capire il mondo – il denaro con i suoi movimenti rappresenta la fotografia più nitida e cristallina che si possa avere della realtà. Ti dico questo per confermare la tua affermazione: le discipline paraolimpiche sono cresciute a dismisura tanto che a livello globale nel corso degli ultimi giochi invernali per gli spazi pubblicitari televisivi sono state mosse le stesse cifre sia per le olimpiadi sia per le paraolimpiadi. E questo è un dato di fatto. In Italia credo che siamo in ottime mani almeno finché Pancalli sarà a capo del CIP (Centro italiano paraolimpico). Sembra una banalità ma con lui si è passati a una narrazione di altro tipo… la rivoluzione è stata quella di parlare di sport. E basta.
Non ho proposte particolari, penso però alle scuole. Sappiamo tutti quanto lo sport possa unire i ragazzi e sappiamo anche quanto sia difficile nelle scuole poter permettere ai ragazzi disabili di fare educazione fisica con i propri amici. Ecco, in un momento storico in cui siamo chiamati a ripensare la scuola sarebbe bello fare un passo in più anche in questo senso. L’inclusione passa anche per la palestra degli istituti scolastici.

Grandissima attenzione anche per lo sport femminile. Campionesse che meriterebbero lo stesso trattamento – tanto dal punto di vista legislativo quanto professionale – dei colleghi maschi. Riusciranno prima o poi queste realtà sportive ad affermarsi? Me lo auguro. Nel libro racconto le storie di Alessia Mesiano che ha potuto vincere un mondiale di boxe perché c’è stato prima di lei un movimento che ha lottato per aprire questo sport anche alle donne, in Italia. Fino al 2001 fare boxe in Italia per una donna era possibile solo come “fitness”, i combattimenti erano vietati. A pensarci oggi sembra assurdo. Oppure racconto di Elisa Bartoli, la capitana della Roma che non ha alcuna “imperfezione” ma fa parte di un sistema imperfetto che prima o poi riuscirà a colmare il gap con il calcio maschile. Pensa solo a quanto sia assurdo che il calcio femminile non sia ripartito dopo la pandemia e quello maschile sì. È abbastanza imbarazzante come scelta.
Anche stavolta hai scelto un fotogramma della vita dei protagonisti e non necessariamente è l’istante del successo. Quanto è difficile, ma nel contempo stimolante, raccontare la fragilità di una leggenda sportiva? Mi piace scendere nel cuore dei fatti e degli avvenimenti. Credo che per poter spiegare qualcosa serva partire da un nodo centrale e intimo e da lì poi dipanare (e liberare) una storia e il suo racconto. Per questo ho bisogno di piccoli elementi (o fotogrammi) che mi indichino una via per poter trovare la mia voce dentro una storia che esiste già. Trovata questa chiave poi non è più difficile raccontare una leggenda. Penso al “Topolino” con cui ho raccontato la Compagnoni, o alla Pellegrini che ho preferito raccontare attraverso tre altre grandi donne (Oriana Fallaci, Aung San Suu Kyi e Alfonsina Strada) o a Zanardi che ho messo nero su bianco non con un racconto su di lui, ma attraverso la costruzione letteraria e sociale di un suo “momento” che è poi una cosa di tutti noi.
Hai raccontato l’epica sfida tra Bolt e Gatlin: dieci secondi che resteranno impressi nella memoria delle generazioni future. Quali sono i dieci secondi di sport che non riuscirai mai a dimenticare? Non dimenticherò mai la finale degli Europei del 2000. Al novantatreesimo eravamo campioni dieci secondi dopo eravamo condannati ai supplementari e tutti sapevamo che non avevamo né gambe né testa per resistere altri 30 minuti. E infatti.
Il libro è uscito nel periodo del lockdown, un momento surreale che lentamente stiamo lasciandoci alle spalle. Come e quanto cambierà il mondo dell’editoria?
La chiusura forzata ci ha fatto capire quanto possano essere importanti i libri e quanto ci possano far sentire meno soli. E forse anche che di un libro si può fruire in tanti altri modi. Penso agli audiolibri o agli e-book. Al tempo stesso però i numeri sul mondo editoriale durante il Covid sono stati pessimi. Il sistema rischia il collasso e stiamo parlando del settore culturale più importante del paese (molto più grande di musica e cinema). L’editoria non sta bene (ma non stava bene nemmeno prima) e sinceramente non vedo dei cambiamenti netti all’orizzonte. Credo e temo che politicamente parlando ci si accontenterà di tornare allo stato del pre-Covid.
Cosa ti aspetti da questo libro? Prima di tutto mi piacerebbe che si capisse una cosa per me molto importante: non si tratta di un libro sulla resilienza, ma al massimo è un libro sulla resistenza. E questo per me è fondamentale. Quello di resilienza è un concetto bellissimo ma, ahimè, troppo abusato ultimamente e a me non piace cavalcare onde e riempirmi la bocca di parole solo per il gusto di poter vendere qualche copia in più. La resilienza è altrove e non cercatela qui dentro!
E poi: Pasolini diceva che se qualcosa non è necessario per chi scrive allora non lo è neanche per chi legge. Mi domando se possiamo ottenere una formula inversa di questa frase… e sostenere che se un argomento appassiona chi scrive allora potrà interessare anche chi legge. Ecco con un po’ di presunzione voglio aspettarmi che “Vittorie imperfette” possa essere sinceramente interessante per chi mi farà l’onore di comprarlo e leggerlo.

Titolo: Vittorie imperfette. Storie di donne e uomini che non si sono arresi
Autore: Federico Vergari
Casa editrice: lab DFG
Genere: Racconti sportivi
Pagine: 253
Anno di pubblicazione: 2020
Prezzo: € 14,50
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Suggerimento di lettura: “Le sfide dei campioni” di Federico Vergari; “Vite di uomini non illustri” di Giuseppe Pontiggia.

L’autore
Federico Vergari  (1981) è un giornalista, scrive di sport, cultura, fumetti e attualità per la radio, la tv, la carta stampata e il web. Nel 2008 pubblica con la casa editrice Tunué “Politicomics”, un saggio sul rapporto tra comunicazione politica e fumetti. Nel 2019, sempre con la Tunué, “Le sfide dei campioni. Emozionanti imprese tra i grandi dello sport”, vincitore del premio Messaggero dello Sport 2019.

Paquito

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Alack Sinner – l’età del disincanto (José Muñoz e Carlos Sampayo)

sinnerPotremmo comporre i paesaggi esterni di Sinner, fare una panoramica delle cose che ha visto, degli orizzonti che sono passati davanti ai suoi occhi. In primo luogo, le strade di New York e i grandi spazi del Paese. Sinner ha saputo adattarsi a qualunque luogo ci venisse in mente, per questo lo abbiamo creato, decidendo per lui molte cose. Ma il suo paesaggio interiore ci sfuggiva e, questo era il bello, lì ha sempre deciso lui.

In “Alack Sinner – l’eta del disincanto” (edito da Oblomov) ritroviamo l’omonimo detective nato dalla fantasia degli autori José Munoz e Carlos Sampayo. Nel volume sono racchiuse le sue ultime avventure: “Storie private” e “Il caso U.S.A”. Il detective privato, ormai anziano ma non per questo privo di carattere,si muove in una New York moderna, tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000. È un uomo che hachiuso con il passato, ha cambiato lavoro e si è trasferito lontano dalla grande città dove ha vissutoper tantianni. Ma, quando la sua famiglia si ritrovain difficoltà, è costretto a tornare in azione con la stessa carica dei suoi anni migliori, l’umorismo caustico di un detective da romanzo noir e un coro di personaggi secondari – ma non per questo meno importanti –a fargli da spalla, muovendosi tra politica, questioni umanitarie e sociali e intrighi internazionali.
Comparso sulle pagine dei giornali italiani per la prima volta nel 1975 Alack Sinner è il prototipo del detective privato con impermeabile e sigaretta incollata alle labbra, il volto appesantito dagli anni e segnato dalla vita, il tipo d’uomo che si potrebbe trovare in un vecchio film di spionaggio, che ha fatto del cinismo la sua religione ma che, alla fine, non si tira mai indietro davanti ad una giusta causa da combattere o per proteggere chi ama. Questo detective malinconico e ombroso, si muove tra i bassifondi di una New York costellata di minoranze, prostitute, alcolisti, gangster e persone comuni. Luistesso fa parte di questa umanità perduta: non è un supereroe, anzi, è l’essenza dell’uomo comuneplasmato dal suo lavoro e alle sue esperienze. É per questo motivo che ho apprezzato particolarmente queste sue avventure: la sua caratterizzazione, la sua personalità disincantata, lo rendono un personaggio concreto,così come lo èil suo modo di vedere il mondo, sincero e senza filtri. Le sue appassionanti avventure,che si susseguono quasi senza sosta, senza un attimo di respiro, mi hanno letteralmente tenuta incollata alle pagine.
Lo stile del disegno, poi,è molto particolare: non ci sono grandi paesaggi o scene ben definite, come se gli autori non abbiano voluto fornire la storia di troppi dettagli per evitare che il lettore si distraesse non tanto dalla trama quanto dalla rappresentazione dei personaggi. I disegni quindi sono semplici, con pochi elementi, stilizzati quasi, ma allo stesso tempo hanno una carica, una immediatezza che catapulta il lettore direttamente nella storia. Il nostro protagonista è un uomo che ne ha viste di tutti i colori nel corso della sua carriera e non sembra il tipo da stupirsi più di nulla: il lettore lo segue con un senso di fiducia,come un bambino che si affida a un adulto per farsi guidare per strade sconosciute verso nuove avventure.
José Munoz e Carlos Sampayo sono riusciti a delineare un personaggio affascinante che è riuscito a sopravvivere allo scorrere del tempo e al cambio di gusti dei lettori diventando un classico del fumetto.

Titolo: Alack Sinner – l’età del disincanto
Autori: José Muñoz e Carlos Sampayo
Genere: Graphic novel/noir
Casa editrice: Oblomov
Pagine:424
Anno:2020
Prezzo: €45,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Musica consigliata: “Sinnerman” Nina Simone

Gli autori
José Muñoz, noto fumettista di origine argentina, è famoso per il suo stile, stilizzato ma molto realistico. Abbandona l’Argentina per ragioni politiche negli anni Settanta per trasferirsi in Inghilterra, poi in Spagna (dove conoscerà Carlos Sampayo) e in Italia.

Carlos Sampayoè anche lui argentino ed esule. In Spagna lavora come copywriter e lì conosce José Munoz. Entrambi sono appassionati di noir e insieme creeranno il personaggio del disilluso e cinico detective privato Alack Sinner.

Giovanna

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Girl Power (Jennifer Mathieu)

9788804686712_0_0_422_75La pratica del palpa-e-fuggi consiste in questo: un ragazzo ti urta in corridoio, con un leggero colpo d’anca. Tu perdi l’equilibrio e quello ne approfitta per passarti un braccio intorno alla vita e darti una palpatina o un pizzicotto sul sedere. […] Stamattina, mentre raggiungo l’aula di inglese, tocca a me. Vorrei mettermi a urlare, rincorrerlo, dirgliene di tutti i colori. Ma resto impietrita dallo shock nel bel mezzo del corridoio.

Vivian è una sedicenne come tante, vive con la madre in un paesino di provincia, ha un gruppetto di amiche fidate e a scuola fa di tutto per passare inosservata. L’ennesimo episodio di sessismo in aula, però, la spinge a ribellarsi al suo stesso riserbo e a fare qualcosa di provocatorio. Ispirandosi al movimento femminista delle Riot Girls, Vivian crea una fanzine anonima che distribuisce nei bagni delle ragazze, in cui le sprona a reagire pacificamente alle prepotenze dei compagni maschi e dei professori, a riflettere sulle ingiustizie che, in quanto donne, subiscono da sempre, e le incoraggia a indignarsi. Un po’ alla volta, qualcosa cambia nell’atteggiamento delle compagne e in Vivian, che diviene sempre più agguerrita e aperta alla lotta, fino a scatenare una vera e propria rivoluzione nella sua scuola.

Se volete una lettura grintosa, leggete “Girl Power” (edito da Mondadori), che è sì un romanzo Young Adult, ma è anche molto di più. L’autrice Jennifer Mathieu parla di questioni spinose e, purtroppo, all’ordine del giorno, quali sono le molestie sessuali e le discriminazioni di genere, e lo fa in maniera delicata, seppure assai incisiva.
“Girl Power” mostra quanto sia grave e ingiusto dare alle donne la colpa di attenzioni sbagliate o di abusi, affermando chiaro e tondo che indossare una minigonna o una maglietta scollata non da il diritto né il permesso a certi uomini di prendersi liberà che non dovrebbero.

Il romanzo insegna che è giusto arrabbiarsi e protestare, ma non lo fa incitando all’odio o alla violenza, non punta mai il dito contro tutto il genere maschile, anzi. Ci sono nel romanzo esempi di uomini positivi: il nonno di Vivian, per esempio, e anche il nuovo studente per cui lei si è presa una cotta, Seth, un ragazzo dolce e carino, che condivide i suoi ideali di parità.
Ecco una cosa che ho veramente amato di “Girl Power”:: non c’è una romanticizzazione di atteggiamenti sbagliati. Molto spesso, nei libri come nei film, passa il messaggio che l’uomo distaccato, possessivo e manipolatore sia sexy, che il suo desiderio morboso di avere per sé tutte le attenzioni della sua partner sia romantico, ma ovviamente non lo è affatto.
Per fortuna, Vivian non mette da parte le sue amicizie una volta conosciuto Seth, non rinuncia alla sua individualità per poter stare con lui, cosa che ho apprezzato davvero moltissimo. E invece di contendersi le attenzioni degli uomini con le altre donne, come pure viene mostrato spesso in altre storie, Vivian e le sue amiche fanno nuove amicizie, si alleano per fare fronte comune contro le ingiustizie, com’è giusto che sia.
“Girl Power” è un romanzo pieno di grinta e sorellanza, un libro che si fa portavoce del vero femminismo, che non ritiene – come molti erroneamente pensano – le donne superiori agli uomini, ma le considera loro pari, pretendendo, perciò, uguale rispetto e dignità.
Questo romanzo è senza dubbio un must, non solo per le ragazze, ma per tutti. La libertà di parola, l’uguaglianza e l’accettazione sono temi che toccano da vicino ognuno di noi ed è importante leggerne e discuterne. Basta tacere, basta voltarsi dall’altra parte. La rivoluzione parte da qui.

Titolo: Girl Power
Autrice: Jennifer Mathieu
Casa editrice: Mondadori
Genere: Young Adult
Pagine: 300
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autrice
Jennifer Mathieu è una scrittrice americana di romanzi Young Adult. È stata giornalista e insegna inglese al liceo. Oltre a “Girl Power”, in Italia è stato pubblicato anche il romanzo “Tutta la verità su Alice” (Newton Compton 2016).

Claudia

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L’estate della mia rivoluzione (Angelica Grivel Serra)

9788804719656_0_0_422_75Da qualche tempo viene a trovarmi ogni mattina un’amara sensazione che mi rende infelice. Quasi una disarmonia che mi staziona addosso. Come un dirimpettaio molesto e turbolento.

Quante vite può aver vissuto una ragazza di diciassette anni? Quesito più che lecito al termine della lettura de “L’estate della mia rivoluzione” (edito da Mondadori), romanzo d’esordio di Angelica Grivel Serra.
Un romanzo di formazione dal lessico ricercato, ma mai stucchevole, del quale è protagonista Luce: una ragazza che vive i suoi diciassette anni tra la tranquillità della Sardegna – terra natia che ha il volto e le rughe d’espressione di nonna Delia (metafora della saggezza popolare e dell’attaccamento alle proprie origini) – e la rutilante mondanità di Roma, città eterna che si riflette nel sorriso malinconico di Adriana (autentica guida per la giovane protagonista).

Il rapporto genitori-figli, i primi amori, le ambizioni di un futuro nel mondo dello spettacolo, questi alcuni degli elementi di un romanzo che, innanzitutto, racconta una trasformazione. Luce è creta da plasmare e lascia che gli eventi modellino il suo corpo e il suo pensiero. Cresce, ritrovandosi più volte a fare i conti col dolore, e diviene una donna che sembra portare addosso il peso – quanto mai metaforico – di decine di esistenze.
Non aggiungo altro, lasciando ad Angelica la parola.

“L’estate della mia rivoluzione”. Come è nato questo romanzo? Nasce con me. E con quel mio istinto che da sempre mi conduce a osservare e a voler raccontare ciò che osservo. Credo siano pagine, le mie, plasmate sulla mia personale edificazione del vivere. L’atto del contratto editoriale è stato, concretamente, solo un momento ufficiale; la gestazione effettiva di trame e memorie mi abitava già, da quando ho capito di dover raccogliere ogni anfratto di vita e farne tesoro. È un viaggio ulteriore e interiore.
Luce, “una fioritura in esplosione” (citazione tratta dal romanzo, ndr.) desiderosa di conoscere il mondo, ma soprattutto se stessa. Quanto c’è di autobiografico in questo personaggio e quanto di vissuto? Tanto di me è nel libro, ma in una forma che si riverbera ormai in una me non attuale. Potrei insomma essere io, senza esserlo più: credo nel divenire e so di aver cristallizzato nel romanzo uno spicchio di vita legato alla mia età di allora, a quello che è il tempo dei diciassette anni di Luce.
Il rapporto tra Luce e sua madre Valeria e quello di entrambe con la nonna Delia. Un lessico famigliare che ricorda quello dell’omonimo romanzo di Natalia Ginzburg. Cos’hanno da apprendere l’una dall’altra e come si riesce a creare tanta complicità tra generazioni così diverse? Che Natalia Ginzburg abbia instillato in me prepotentemente la sua cifra è un fatto più che assodato. Accolgo la (generosa) similitudine con gratitudine estrema! L’armonia del codice che lega le tre figure femminili è un’affinità di cuore e anima. Sono radicate l’una nell’altra e si vivono reciprocamente, ognuna percepisce il sentire dell’altra. D’altronde, Luce si percepisce come figlia di entrambe.
La tua scrittura è molto raffinata. Hai scelto le parole con la cura di uno speziale. Quali sono stati gli autori di riferimento per la tua formazione di lettrice e quali quelli per la scrittura? Domanda ardua! Mi limito a elencare quei libri di scrittrici e scrittori che hanno impresso tantissimo di sé su di me: da “Un’assenza” di Natalia Ginzburg (come ormai credo sia evidente, lei è determinante nel mio percorso di vita, non solo scrittoria) a “La storia” di Elsa Morante (un rapimento totale, anche a livello emotivo); da “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar (quando la penna di una donna rende mirabilmente la voce narrante maschile) a “Non scrivere di me” di Livia Manera Sambuy (lettura per me intima e folgorante).
Non posso esimermi dall’individuare come mio imprescindibile anche “Memorie di una ragazza perbene” di Simone de Beauvoir (consolatoria e corroborante: in lei ho trovato un’amica). Annovero, tra le scrittrici contemporanee immancabili: Siri Hustvedt, Elizabeth Strout, Michela Murgia e Savina Dolores Massa. Poi ci sono Amos Oz (“Storia di un amore e di tenebra” è stato vitale e fatale nel commuovermi e dimorarmi), Salvatore Satta con “Il giorno del giudizio”, tutto ciò cui è possibile accedere nell’operato di J.D. Salinger, le gioie gnostiche regalatemi da Claudio Magris (soprattutto con “Utopia e disincanto”), Ian McEwan (specie con “Espiazione”) e “Il senso di una fine” di Julian Barnes.
Ecco: tutti loro hanno contribuito, contemporaneamente, a quella che è la mia formazione. Mi accompagnano. Ed è dalla lettura che è scaturita la scrittura.
Luce ha un rapporto intenso con il dolore: quello della perdita del padre e quello che segue un evento che stravolge completamente la narrazione (non aggiungo altro per evitare spoiler). Tuttavia, come un fiore, rinasce dopo una notte di tempesta. In che modo affronti e provi a superare i momenti di difficoltà? Uno dei mantra di cui ho tracciato il tatuaggio nell’anima è grace under pressure, riesumando Hemingway. Credo, comunque, nell’affermazione della fragilità, quando si mantiene salda, a ritmo anche di lacrime, se necessario. Non amo l’ostentazione di una forza costretta o non autentica. Per il resto, persisto.
Hai utilizzato spesso il senso del gusto per condividere col lettore il piacere della buona cucina sarda. Un modo per rimarcare il tuo legame col territorio? Risolutamente. Per assaggi.
Il tuo è un libro che nasce al tempo dei social. Quanto è importante il rapporto coi followers per la tua professione e come è stato accolto il romanzo da loro? È indubbiamente importante, ma non lo credo apicale. Mi piacciono le relazioni a tu per tu, di natura personale, mi piace che qualcuno mi legga per poi riferirmi una spassionata opinione. Amo i confronti e il dialogo, cosa che non sempre i social possono garantire, ma allo stesso tempo ne riconosco il valore di diffusione massiva. Tutto dipende unicamente dall’uso che se ne fa.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Le aspettative sono edifici aurei all’esterno, la cui struttura interna sovente è viceversa vuota o addirittura decadente. Ho imparato a distanziarmene. Piuttosto, sogno per lui e agisco in modo che il sogno si coroni di una dimensione progressivamente più concreta. Vorrei solo che il mio libro venisse letto appieno. E accolto. Con tutto quel che implica questa parola.

Titolo: L’estate della mia rivoluzione
Autore: Angelica Grivel Serra
Casa editrice: Mondadori
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 288
Anno di pubblicazione: 2020
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Suggerimento di lettura: “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg.

L’autrice
Angelica Grivel Serra, ventenne studentessa sarda di filosofia, modella e “figlia d’anima” di Michela Murgia, è una scrittrice esordiente. Questo è il suo primo romanzo.

Paquito

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Omaggio ad Andrea Camilleri

andra-camilleri-635x635Da quando io non ci vedo più, vedo le cose assai più chiaramente.
(Conversazioni su Tiresia)

Un anno fa è mancato Andrea Camilleri e grande è il vuoto che ha lasciato non solo in chi lo ha conosciuto e amato come uomo, ma anche in chi lo stimava e apprezzava in quanto scrittore e intellettuale tra i più rappresentativi della nostra contemporaneità.
La sua vita e la sua carriera sono state un susseguirsi di esperienze, incontri e riconoscimenti: dagli studi in regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica – dove poi ha anche insegnato – dalla carriera in Rai ai lavori come sceneggiatore, regista e drammaturgo, fino alla consacrazione come scrittore e padre del commissario più famoso d’Italia; dalla medaglia di Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana all’asteroide dedicatogli nel 2017.
Una carriera lunga una vita intera che ha viaggiato di pari passo con gran parte della storia del nostro Paese, proprio come lo stesso Camilleri racconta in “Ora dimmi di te. Lettera a Matilda” pubblicato da Bompiani.
9788845297755_0_0_502_75Come si può quindi spiegare la grandezza di uomini che, come lui, hanno avuto un tale peso nella nostra cultura? Come si può rendere loro giustizia attraverso le parole, strumento principe del loro stesso lavoro? Non è possibile. Probabilmente la si può soltanto cogliere dai gesti e dai pensieri delle altre persone: il rispetto reverenziale che distinti scrittori hanno riservato al “Maestro”, rivolgendosi a lui per discutere di qualche personaggio o svolta narrativa; il successo raggiunto grazie a un pubblico che continua a mostrare il suo affetto; la stima accordata dai tanti artisti che hanno avuto l’onore di lavorare con lui.
La levatura di personaggi come Camilleri è tale da farci sempre correre con il pensiero a loro quando la Storia si fa, poiché con capacità critica e potenza comunicativa sono riusciti a dare costantemente una lettura attenta della realtà circostante. Confesso che nei mesi scorsi, pensando a questo articolo e a cosa scrivere, molte volte mi sono ritrovata a chiedermi cosa avrebbe pensato o detto il Maestro se avesse visto e vissuto con noi tutto ciò che l’ultimo anno ci ha riservato: dalla crisi politica della scorsa estate, al Coronavirus, ai rapporti con un’Europa che si sforza di essere tale, fino ai lavori per il nuovo ponte Morandi che stanno trovando le loro ultime fasi di realizzazione.
Cosa avrebbe detto, accendendosi ancora una sigaretta e ammaliandoci con la sua inconfondibile cadenza sicula? Come una sorta di nostra coscienza esterna, avrebbe acceso in noi la scintilla di un momento di riflessione, permettendoci di vivere un’occasione di arricchimento personale.
Proprio come è accaduto con alcuni dei suoi ultimi scritti: “Conversazione su Tiresia”, divenuto poi anche una rappresentazione scenica al Teatro greco di Siracusa, e “Autodifesa di Caino”, che avrebbe dovuto essere rappresentato anch’esso alle Terme di Caracalla la scorsa estate.
tiresia_a_siracusa_0La presenza di figure antiche e mitologiche non sono altro che il pretesto per condurre un pubblico di ascoltatori in una dimensione nuova, in una totale sospensione di tempo e spazio, dove il ritmo è dettato soltanto da chi ha in mano le fila della storia. Che poi, non era questa una delle funzioni degli antichi cantastorie? Non era questo che facevano gli aedi dell’antichità?
Allora, forse, ecco la chiave per narrare la grandezza di uomini come Camilleri: uomini che hanno saputo usare le parole, che hanno saputo trattarle con la cura e il rispetto che il loro infinito potere richiede. E, di conseguenza, le parole hanno ricambiato tutto questo conferendo gloria e successo. In un’intervista a Fanpage.it (a cura di Andrea Esposito e Sergio Nazzaro, ndr.) Camilleri affermava: «[…] a 93 anni, dopo avere scritto oltre 100 libri, avere creato situazioni di continuo, in questo silenzio che si sta creando dentro di me mi è venuta la voglia non di capire, perché sarà assai difficile capirla ma intuire cosa possa essere l’eternità».
Ecco, probabilmente non sapremo mai se Camilleri sia riuscito nel suo obiettivo, ma una cosa invece è certa: la sua grandezza sarà per sempre parte del nostro patrimonio culturale.

Vera

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Cinque storie ferraresi. Dentro le mura. (Giorgio Bassani)

9788807887888_0_0_471_75È questa, una consuetudine vecchia, una specie di rito: antico, c’è da giurarlo, quanto Ferrara medesima. Esisteva prima della guerra, esiste oggi, esisterà anche domani.

Se non siete mai stati a Ferrara andateci. Se ci siete stati ed avete nostalgia delle sue mura rosse, dei vicoli e dei portici, ma siete, per qualsiasi motivo, impossibilitati a ripetere la visita, “Cinque Storie Ferraresi” di Giorgio Bassani (Feltrinelli)è un valido surrogato. Con questa raccolta di cinque racconti (“Lida Mantovani”, “La passeggiata prima di cena”, “Una lapide in via Mazzini”, “Gli ultimi anni di Clelia Trotti”, “Una notte del ’43”), che nel 1956vinse il premio Strega, l’autore ci porta in giro per la Ferrara degli anni ’30, per la Ferrara della guerra e dell’immediato dopoguerra. La narrazione non procede in linea retta verso il cuore della storia, ma si prende il suo tempo, vaga per le vie larghe e i vicoli stretti, inciampa in una voce di popolo, una diceria, un fatto riportato, un’opinione. La voce narrante non è quella dell’autore, ma è la città stessa a raccontarci le sue storie, a modo suo, facendo emergere l’anima profondamente borghese della sua gente e di tutta la provincia italiana, di cui Ferrara è il paradigma, che tende spesso a rifiutare ciò che non comprende e non si omologa con la visione comune. Le frasi stesse sono un dedalo di subordinate – che risulteranno forse ostiche per il lettore di oggi, più avvezzo ad una sintassi semplice ed immediata – un reticolo preciso ed elegante che conduce il lettore verso un’immagine o un evento, che si schiude alla lettura come uscendo da un vicolo si schiudono alla vista le piazze della città.
Ma come in ogni luogo non tutte le vedute sono da cartolina. Alcuni scorci sull’anima della città non sono edificanti ed eroici, come i racconti agiografici sulla resistenza ci hanno abituati, ma sono veri e ci permettono di cogliere l’essenza di un luogo o almeno una sua parte, un vantaggio questo, in anni in cui il turismo mordi e fuggi ci lascia spesso insoddisfatti, di grandissimo valore.
Correggo in conclusione il mio suggerimento: se non siete mai andati a Ferrara, andateci. Se ci siete già stati, tornateci ed in valigia, accanto alla guida che vi parlerà del Castello Estense e del Palazzo dei Diamanti, mettete le “Cinque Storie Ferraresi”di Giorgio Bassani. Sarà tutto un altro viaggio.

Titolo: Cinque storie ferraresi
Autore: Giorgio Bassani
Casa editrice: Feltrinelli
Genere: Raccolta di racconti
Pagine: 224
Anno di pubblicazione: 1956
Prezzo: € 9,50
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Suggerimento di lettura: in un racconto in particolare incluso in questa raccolta “Gli ultimi anni di Clelia Trotti” vi sembrerà di riconoscere i protagonisti de “Il giardino dei Finzi Contini” (Feltrinelli)

L’autore
Giorgio Bassani (Bologna, 1916 – Roma, 2000) nasce a Ferrara, ed in questa città ambienterà la sua intera produzione letteraria, nonostante nel 1943 fosse stato costretto a lasciare la città ed entrare in clandestinità a causa delle persecuzioni contro gli ebrei. Dopo gli anni della Resistenza, a cui prese parte, vivrà a Romadove nel dopoguerra diventerà uno scrittore ed un intellettuale di riferimento, come consulente editoriale della casa editrice Feltrinelli, vicedirettore della Rai e collaboratore delle riviste letterarie “Botteghe Oscure” e “Paragone”.

Cristina

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Il sorpasso dell’irrealtà (Anemone Ledger)

cover ledgerEro nient’altro che una bambina impotente, avvolta nella propria pelle durante la notte: tremavo, aspettando che mio padre tornasse dal turno di guardia.

Toccherà a tutti, prima o poi, fare i conti con le proprie paure. Stavolta è il turno di Anemone Ledger, autrice dell’antologia “Il sorpasso dell’irrealtà” edito da Homo Scrivens per la collana direzioni immaginarie.
Storie, anzi stralci all’interno del quale la realtà si mescola al sovrannaturale, scombinando le carte e creando nel lettore suggestioni che lo costringono a fermarsi, a voltarsi indietro assicurandosi che nessuna presenza lo stia osservando da chissà quale anfratto nascosto.
Ma la paura non necessariamente coincide con qualcosa di intangibile: può essere il proprio passato che, prepotentemente, ritorna a galla e sconvolge la tranquillità quotidiana; può essere un classico riscritto in modo da restituire una dimensione ancor più orrorifica a un canto dell’Inferno dantesco. Può essere anche il desiderio di scavare nel proprio animo e offrire al lettore la parte più nascosta di sé, quella per la quale proviamo imbarazzo o magari paura.
Esperimenti letterari che riescono molto bene e che rendono questo volume – arricchito da una serie di illustrazioni macabramente seducenti – una scommessa vincente.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Il sorpasso dell’irrealtà”. Come è nato questo volume? La raccolta di racconti, con precisione stralci, è nata per esorcizzare le mie primissime paure. Avevo otto anni e sentivo il bisogno di riversare su carta l’ansia provocata dalle visioni notturne, sottoforma di piccole storie. Infatti gli stralci rappresentano proprio le prime cose che ho scritto.
Mi piace definire il tuo libro “la camminata di un equilibrista lungo il filo che separa reale e irreale”. Entrambe le dimensioni sono popolate da qualcosa (o qualcuno) che terrorizza. Cosa ti fa realmente paura? Col passare del tempo la mia considerazione della paura è cambiata e, di conseguenza, sono cambiate anche le mie paure che adesso mettono radice nel reale. Mi inquietano le persone, con le loro sfaccettature ingannevoli e non più i mostri. Mi inquieta la quotidianità, che può trasformarsi in un attimo in un vero e proprio incubo. È successo proprio in questi mesi, con il coronavirus. La raccolta di racconti, invece, è legata a un tipo di terrore che appartiene a una dimensione irreale che ho imparato a esorcizzare e superare.
Non sempre è necessario inserire creature demoniache in un racconto per suscitare paura. Tecnicamente, quanto è stato difficile il lavoro su una narrazione fatta di periodi brevi e di una sintassi capace di suggestionare il lettore? La difficoltà di una narrazione fatta di periodi brevi è data proprio dal fatto che in poche, pochissime pagine bisogna creare un meccanismo di suspance che solitamente ha bisogno di un processo più lento per essere efficace. Con un romanzo, anche non necessariamente lungo, si ha tutto il tempo per pianificare una costruzione che, passo dopo passo, riesce a portare a dei colpi di scena. Con un racconto breve, invece, devi immediatamente sbattere in faccia al lettore il momento di terrore, catapultandolo in una dimensione irreale. Non a caso concentro unicamente questi momenti in parecchi stralci della raccolta. È come se dessi continui schiaffi al lettore, stralcio dopo stralcio.
In assoluto il mio racconto preferito è lo Stralcio VII, autentico omaggio a Dante e al canto XXXIII dell’Inferno. Come mai la scelta di questa riscrittura? Il canto del Conte Ugolino è quello che mi ha suggestionato di più fin dai tempi delle scuole medie, per la sua fusione di due sostantivi opposti: crudeltà e pietà. Inutile sottolineare come sia uno dei canti più orrorifici della commedia dantesca, con i diretti riferimenti al cannibalismo. Inoltre mi ha da sempre colpito anche per l’efficace intreccio tra storia e horror, tra reale e irreale. Ecco perché, di tutta la Divina Commedia, ho scelto di riscrivere proprio questa storia.
Nella “Stanza dello scrittore” (appendice dei libri della collana di Homo Scrivens, ndr.) hai ribadito spesso quanto siano stati importanti i corsi di scrittura e le fiere dell’editoria per avviare il tuo percorso di narratrice. Quali consigli ti senti di dare a chi vuole avvicinarsi professionalmente alla scrittura?
Consiglio di fiondarsi letteralmente in questo genere di eventi. È necessario non solo per creare rapporti, ma anche per crescere professionalmente. Bisogna confrontarsi con altri autori, scoprirli, esercitarsi giorno dopo giorno per far evolvere la propria scrittura. Nel campo dell’arte in generale, non si può mai dire di essere arrivati.
Il tuo volume è un’autentica chicca per i collezionisti: tredici illustrazioni che arricchiscono ognuno dei racconti. Cosa ti ha spinto a proporre un libro del genere e come hanno risposto gli illustratori al tuo invito? Mi ha spinto la passione che ho per l’arte e, inoltre, mi hanno sempre affascinato i connubi tra disegni e scrittura. Moltissime raccolte di racconti, soprattutto legate al genere fantastico, sono strutturate in questo modo. Bastano come riferimenti le nuove uscite relative ai volumi di Lovecraft e Poe. Li ritengo addirittura più completi, rispetto ad altre versioni degli stessi libri privi di illustrazioni che ho in libreria.
In secondo luogo, mi divertiva l’idea di collaborare con degli artisti e di poter condividere con loro un percorso. Ho pensato a questo aspetto soprattutto dopo aver conosciuto Francesca Terreri – illustratrice della copertina –, Francesco Tortora – illustratore degli stralci IX e XII – e Andrea Errico – illustratore dello stralcio II.
Cosa ti aspetti da questo libro? Mi aspetto che possa essere apprezzato soprattutto dagli amanti del genere. E, perché no, spero che possa riuscire a trascinare qualche lettore che solitamente è solito preferire tutt’altro filone letterario.

Titolo: Il sorpasso dell’irrealtà
Autrice: Anemone Ledger
Illustrazioni: AA. VV.
Genere: Racconti dell’orrore
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 128
Anno: 2020
Prezzo: € 13,00
Lettura consigliata: “Racconti dell’incubo e del terrore” di Edgar Allan Poe
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autrice
Anemone Ledger (Napoli, 1999) vive tra Caserta e Roma. Ospite al “TOHorro Film Fest” di Torino nel 2016, con Ruggero Deodato e Davide Toffolo. Fa parte dello staff della fiera partenopea “Ricomincio dai libri”. Nel 2019 ha presentato numerosi artisti al “Napoli Horror Festival”.

Paquito

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Le porte del mito. Il mondo greco come un romanzo (Maria Grazia Ciani)

9788829705702_0_0_422_75Succede spesso di aprire un saggio o un romanzo moderno e trovare una frase, una citazione, un verso che ci par di conoscere. Ma certo: è Omero, è Platone, è Eschilo… E allora mi fermo a pensare. Perché non ho mai colto quei frammenti sparsi come pietre preziose in testi greci dei generi più vari: distillati di una sapienza allo stato puro, trasparente e diretta?

Una delle frasi più inflazionate che io abbia mai avuto modo di sentire è questa: “Il latino e il greco? Sono lingue morte!”. Certo, se per morte intendiamo che sono lingue fuori dall’uso corrente, non si può non essere d’accordo. Se, d’altro canto, intendiamo riferirci a esse come a delle lingue sterili, inutili e ormai senza valore alcuno, beh allora il discorso cambia e di molto.
Nonostante siano trascorsi secoli e le testimonianze giunte siano una percentuale infinitesimale della reale produzione letteraria dell’epoca, ancora oggi alcune parole e immagini risuonano dentro di noi e sono parte imprescindibile del nostro patrimonio culturale.
Il nuovo libro di Maria Grazia Ciani, “Le porte del mito. Il mondo greco come un romanzo” (edito da Marsilio Editore), mette in luce proprio questo e lo fa attraverso un excursus incentrato sul mito, una tematica popolare che lo rende una piacevole esperienza di lettura anche per chi non ha alle spalle studi classici.
Il primo aspetto di questo libro che mi ha colpito è stato il titolo: il concetto di porta mette i lettori nella condizione di essere coloro che dovranno attraversare un varco e l’autrice, come una sacerdotessa, ammetterà gli stessi ai misteri del mondo antico, cantando le figure mitologiche più famose. Ed ecco che compaiono sulla scena Achille e Odisseo, gli eroi più famosi dell’antichità, quelli che ne rappresentano le opere più famose, l’Iliade e l’Odissea. Le loro figure sono emblematiche soprattutto perché dimostrano quanto la concezione dell’uomo e dell’agire umano si sia modificata nel tempo: mentre Achille è il prototipo dell’uomo statico, che persegue un unico obiettivo, Odisseo è “l’uomo dal multiforme ingegno”, colui che detiene nelle sue mani infinite possibilità e infiniti modi di esprimerle.
Allo stesso modo, il racconto del ciclo mitologico della città di Tebe, e nello specifico della vicenda di Antigone (narrata nell’omonima tragedia di Sofocle), è fondamentale testimonianza di un’altra conquista della società, ovverosia il passaggio da una legge non scritta, in cui al centro dell’universo vi sono i legami familiari, a una legge scritta, valida per tutti indistintamente per la quale al centro dell’universo vi è la comunità e il suo benessere.
Attraverso le loro opere, gli artisti dell’antichità si fanno portavoce dei tempi e dei loro cambiamenti e ancora una volta dimostrano a noi, figli della modernità, lo sconfinato debito che abbiamo nei loro confronti. D’altronde, come mi disse una volta una delle guide del Parco Archeologico di Paestum e Velia durante una visita: “Noi non abbiamo inventato nulla, hanno già fatto tutto loro!”.
Avevamo bisogno di un altro libro che ce lo ricordasse? Assolutamente sì.

Titolo: Le porte del mito. Il mondo greco come un romanzo
Autore: Maria Grazia Ciani
Casa editrice: Marsilio Editore
Genere: Saggistica
Pagine: 138
Anno:
2020
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Lettura consigliata: Dieci lezioni sui classici” di Piero Boitani.

L’autrice
Maria Grazia Ciani ha insegnato storia della tradizione classica all’Università di Padova. Presso la casa editrice Marsilio ha fondato e diretto fino al 2006 la collana di classici greci e latini «Il convivio» (nell’ambito della quale ha tradotto l’Iliade e l’Odissea) e fino al 2014 la collana «Variazioni sul mito», per la quale ha curato i volumi dedicati a Medea, Antigone, Fedra e Orfeo.

Vera

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Vicolo del mortaio (Nagib Mahfuz)

9788807891564_0_0_471_75Il tramonto si annunciava e il Vicolo del mortaio andava coprendosi di un velo bruno, reso ancor più cupo dalle ombre dei muri che lo cingevano da tre lati. Si apriva sulla Sanadiqiyya e poi saliva, in modo irregolare: una bottega, un caffè, un forno.

Pubblicato nel 1947 dal premio Nobel per la letteratura Nagib Mahfuz, “Vicolo del mortaio”è un romanzo realista che dipinge un nitido affresco della vita che si svolge nel vicolo omonimo, una strada che si pone come un microcosmo, una realtà a sé stante fra i quartieri del Cairo. Situato nel rione di Khan el-Khalili, nella città vecchia, il vicolo è raffigurato come un universo chiuso la cui vita, segnata dei segreti del passato, scorre appartata dal mondo esterno. Nagib Mahfuz compone un vivido mosaico di amicizie, rivalità, gelosie e amori che, costituendo l’essenza di quel minuscolo angolo di mondo, diviene paradigma della realtà umana, con le sue sofferenze e le sue speranze, con i suoi sogni e i suoi improvvisi risvegli. Il vicolo, che è stato “una meraviglia dei secoli passati”, ora sorge sulle sue rovine, contemplando la propria decadenza. Quasi a sfidare la desolazione e l’oblio, sono i forti sentimenti di un’umanità dolente, spesso molto povera, a intessere la trama del romanzo. L’intreccio ruota intorno alla vicissitudini degli abitanti del quartiere, negli anni della Seconda guerra mondiale, imperniandosi sull’amore appassionato del giovane barbiere Abbas al-Helwu per la bellissima Hamida, a sua volta consumata dall’ambizione e dal desiderio di evadere da quel mondo soffocante. La passione non corrisposta conduce Abbas a una fine prematura, la brama di fuggire in cerca di fortuna porta Hamida alla rovina. Il vicolo, con le sue botteghe e i suoi caffè, con i suoi colori smaglianti e le sue fragranze, costituisce lo sfondo della vicenda, mentre le storie dei personaggi secondari s’intrecciano ai destini dei protagonisti, offrendo al lettore una galleria di figure destinate a imprimersi nella memoria: da Kamil, un ingenuo venditore di dolciumi legato ad Abbas da profonda amicizia, a Kirsha, proprietario del caffè più frequentato del quartiere, tormentato dalle proprie tendenze omosessuali; dal “dottor” Bushi, un falso dentista che, dopo aver imparato il mestiere con la pratica – senza essersi mai laureato – sottrae le dentiere ai cadaveri per venderle ai propri clienti, a Zaita, un oscuro personaggio specializzato nel procurare – dietro compenso – infermità a chi desidera dedicarsi all’attività di mendicante.
Mentre la generazione più giovane sogna essenzialmente di scappare, di lasciarsi alle spalle la miseria del vicolo, gli anziani appaiono osservatori disillusi della propria esistenza, punteggiata di slanci di improvvisa vitalità e di inevitabili frustrazioni. In un mondo senza tempo, segnato dal ritmo degli avvenimenti, l’essenza della vita si incentrasugli eventi del quartiere, il cui racconto passa di bocca in bocca, di bottega in bottega, dall’alba al tramonto, fino a svanire nelle tenebre della notte.
Leggere “Vicolo del mortaio”, come gli altri romanzi di Mahfuz ambientati al Cairo, è come vagare nelsuq di Khan el-Khalili, immergersi nelle viuzze brulicanti di vita, osservare le mercanzie sfavillanti nelle botteghe, assaggiare la basbusa di Kamil, bere il caffè nel locale di padron Kirsha, passeggiare sotto le persiane di Hamida, senza mai perdersi. Ma, se l’autore guida sapientemente il lettore attraverso il cuore antico del Cairo, con altrettanta abilità lo conduce nei meandri della psiche e del cuore umano.
Lo stile dell’autore è fluido ed elegante, i caratteri sono tratteggiati con sensibilità e particolarità, le vicissitudini dei protagonisti sono narrate con grande maestria.
La penna di Mahfuz riproduce una rappresentazione dai connotati realistici e il vicolo appare come una dimensione attraverso cui è possibile leggere, in controluce, illusioni e cadute della società egiziana dell’immediato secondo dopoguerra, come pure le istanze di emancipazione e i residui del passato che ne rallentano l’evoluzione.Tanti uomini e tante donne calcano la scena di questo romanzo, colti con uno sguardo venato di ironia ma non di condanna; si tratta di un’umanità che combatte con la miseria e il dolore, con il destino e la drammaticità della vita, pur conservando la propria dignità, senza mai perdersi nell’autocommiserazione.

Titolo: Vicolo del mortaio
Autore: Nagib Mahfuz
Casa editrice: Feltrinelli
Genere: Romanzo psicologico
Pagine: 251
Anno di pubblicazione: 1989 (edizione italiana); 1947 (edizione egiziana).
Prezzo: € 7,50
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimento di lettura: “Il nostro quartiere”, Nagib Mahfuz (ed. Feltrinelli)

L’autore
Nagib Mahfuz è nato al Cairo nel 1912 ed è morto nel 2006. Ha pubblicato numerosi romanzi, saggi, racconti, ha lavorato come sceneggiatore televisivo e cinematografico e come giornalista. Nel 1988 è stato insignito del premio Nobel per la letteratura. Nel 1994 è stato vittima di un attentato di fondamentalisti islamici.

Federica P.

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Io sono foglia (Angelo Mozzillo e Marianna Balducci)

9788869421143_0_0_300_75Un giorno sono vento
Un giorno sono spento

“Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Mi sia concessa la citazione disneyana per iniziare la recensione di “Io sono foglia”, il racconto illustrato (edito da Bacchilega) realizzato a quattro mani da Angelo Mozzillo e Marianna Balducci.
Una storia che nasce per caso, così come casualmente una foglia staccatasi da un ramo può diventare uno strumento per esprimere la propria fantasia. La si può trasformare in una sella, in una chitarra, oppure in una valigia con la quale intraprendere chissà quale viaggio. Tutto è lecito se si rispetta la natura e si accantona per un attimo la tecnologia.

Delizioso credo sia il termine giusto per raccontare questo albo illustrato che si rivolge, innanzitutto, a un pubblico di giovanissimi lettori. Marianna Balducci sceglie un tratto tondo e morbido che pare mimare una carezza. Così come carezze sono le rime con cui Angelo Mozzillo racconta questa favola che porta in sé i profumi del bosco. Ed è proprio all’autore che cedo la parola.

“Io sono foglia”. Come è nato questo volume? In genere quando lavoro a un albo la fase di scrittura precede quella di illustrazione. In questo caso invece è stato un gioco a due. Tutto è nato da un’immagine di Marianna Balducci (quella che fa da copertina al libro): mi ha folgorato! Da quell’unica suggestione è nata una mia piccola poesia. Poi è stato di nuovo il turno di Marianna, che seguendo il mio testo ha lavorato alle altre illustrazioni aggiungendo ulteriori intuizioni visive.
“Io sono foglia” è il risultato di questa forte sintonia.
Il messaggio intrinseco della storia sembra essere: c’è un mondo meraviglioso lì fuori. Uscite, scopritelo e, soprattutto, lasciate che la fantasia ispiri i vostri giochi. Considerazione corretta? Quello in cui ho scritto “Io sono foglia” è stato per me un periodo delicato. Avevo molti sbalzi d’umore e ho provato ad inserire quella vulnerabilità in una piccola storia che avesse l’ambizione di essere, per quanto possibile, universale.
Se riesce – come spero – a fare empatizzare alcuni adulti, questo libro prova a rappresentare su tutti i bambini: in una fase così ancora poco definita della loro esistenza si trovano spesso nella condizione di fare e disfare, dire e poi rimangiare, essere aperti al mondo e avere poi paura di affrontarlo.
Rispettando l’illustrazione iniziale di Marianna, che raffigurava una danza simbiotica fra un bambino e una foglia, mi piaceva l’idea che anche il testo costituisse una sorta di danza scritta.
Un altro spunto di riflessione è legato alla natura. Rispettiamola ricordando quante opportunità ci può offrire. Credi che le nuove generazioni – rappresentate da Greta Thunberg – riusciranno a riappropriarsi completamente della terra? Nonostante io abbia seguito molto il movimento del Fridays for future, e mi sia interrogato a lungo sul rispetto che l’uomo deve portare al nostro pianeta, qui il legame con la natura è leggermente diverso, direi più essenziale. Le foglie restituiscono bene l’idea di fragilità e di movimento, di crescita e mutamento.
Il rapporto con la natura di questo testo è tutto lì: in quella voglia di vita e di libertà, che è anche di abitare il mondo.
Poche parole, tante suggestioni visive. Raccontaci questa collaborazione con Marianna Balducci. Bisogna dirlo: “Io sono foglia” è colpa di Davide Calì. È lui che un giorno mi ha inviato l’illustrazione della Balducci chiedendomi: “Hai una storia per questo disegno?”.
Da lì in poi io e Marianna abbiamo cominciato a confrontarci, ed è stato uno scambio stimolante. Direi persino facile: abbiamo immediatamente trovato una visione comune sulla direzione che doveva prendere questo libro, e siamo stati entrambi felici del risultato. È stato bello lavorare così e conto di poter lavorare presto ad un altro progetto con lei.
E ora una domanda personale: il racconto è un’autentica sfida per un narratore. Quanto è difficile, ma nel contempo stimolante, scrivere una storia per bambini con la prospettiva che venga illustrata? Adoro la forma dell’albo illustrato. Il mio mentore in questo ambito è stato proprio Davide Calì, che nella sua carriera ha continuamente alternato storie buffe a storie poetiche.
Dopo la fase dell’ideazione, la parte che più mi affascina è proprio lo sposalizio fra i testi e le immagini, quando scopri che ogni illustratore può dare un’atmosfera diversa a una stessa storia. Lì torno un bambino, pieno di meraviglia.
La selezione dell’illustratore viene fatta in genere dalla casa editrice o da un’agenzia – nel caso di “Io sono foglia” è stata fatta da Davide per Book on a tree – ma qualche volta mi piace prendermi la responsabilità di scegliere un illustratore per un mio testo. O al contrario: mi sfido a pensare una storia appositamente per un illustratore che stimo in modo da avviare una nuova collaborazione.
Dulcis in fundo: cosa ti aspetti da questo libro? Mi emoziono quando un mio libro entra nell’immaginario dei bambini che lo hanno letto, quando i piccoli lettori vogliono sentirselo rileggere ancora e ancora. Spero che “Io sono foglia” abbia la stessa sorte. E, perché no, sarebbe bello venisse letto anche in una lingua diversa dall’italiano.

Titolo: Io sono foglia
Autore: Angelo Mozzillo
Illustrazioni: Marianna Balducci
Genere: Racconto illustrato
Casa editrice: Bacchilega editore
Pagine: 32
Anno: 2020
Prezzo: € 16,00
Dopo aver letto il romanzo: Uscire in giardino, raccogliere delle foglie e giocarci affidandosi all’immaginazione
Tempo medio di lettura: 15 minuti

L’autore
Angelo Mozzillo è nato a Napoli e vive a Milano. È un collezionista di storie: gli piace scoprirne sempre di nuove e, quando non le trova, le inventa. Mescola e riordina le parole come i mazzi di carte: ci fa racconti, sceneggiature, reportage e filastrocche.
I suoi ultimi albi illustrati sono “Quanto è piccolo il mondo” (Verbavolant edizione), “Viola e la Luna” (Nomos editore), “Il Natale dell’Orco Narice” (La Spiga edizioni).

L’illustratrice
Marianna Balducci, riminese, è laureata in moda e lavora a progetti pubblicitari e per l’editoria per bambini e ragazzi. Il disegno è il suo mestiere, il suo strumento preferito per comunicare e per esplorare il mondo. Le piace sperimentare combinazioni tra strumenti tradizionali e digitali e, in particolare, tra disegno e fotografia.
Nel 2018 proprio con il suo primo libro foto-illustrato “Il viaggio di Piedino” (Bacchilega Junior), vince il premio Nati per Leggere. Al disegno affianca l’attività di docente in un seminario di comunicazione visuale per la facoltà di moda di Rimini, Università di Bologna. Scrive di libri e di attività educative legate al disegno per i magazine “Ad Un Tratto” e “Occhiovolante”.

Paquito