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Il pieno di felicità (Cecilia Ghidotti)

9788833890012_0_0_503_75La cosa giusta per diventare adulti era rinunciare ai privilegi che derivano dal vivere in luoghi familiari: trovare una strada senza dover tutte le volte impostare un indirizzo su una mappa, avere una macchina a disposizione senza necessariamente possederne una, avere amici di amici che conoscono un idraulico e un falegname a un prezzo sensato, e i genitori vicini quando c’è bisogno di essere aiutati; o di aiutarli.

Cecilia ha trent’anni e una vita da fuori sede. È di Brescia, ma ha deciso di studiare a Bologna, per poi trasferirsi prima a Torino e in un secondo tempo a Coventry. La domanda che tutti le pongono è: perché Coventry? L’ha fatto per amore di Simone e, non essendo una persona che sa stare con le mani in mano, decide di lavorare e tentare di proseguire la carriera universitaria contemporaneamente. Tuttavia, vivere lì non le piace, per questo non perde occasione di ritornare in Italia appena può, di andare in giro per l’Europa e di fare la spola tra Coventry e Londra per un tirocinio, nonostante le ore di treno che le separano.
“Il pieno di felicità” (edito da Minimum fax) raccoglie i pensieri di Cecilia Ghidotti, l’autrice, che ad oggi vive ancora a Coventry, pur essendo in procinto di trasloco in una città – citata nel libro – che, però, non vi svelerò!
Potremmo definirlo un libro che parla ad un’intera generazione, la nostra, perché ora più che mai noi ragazzi viviamo la necessità di partire, allontanandoci dalle nostre origini, per cercare un futuro, soprattutto lavorativo, che possa appartenerci appieno.
All’inizio il cambiamento è sempre un po’ traumatico e, se si sente la nostalgia di casa, non bisogna pensare di essere dei deboli: stiamo prendendo in mano la nostra vita. Stiamo diventando grandi e sta accadendo proprio a noi.
In questo romanzo, l’autrice dà voce a tutte le ansie per il futuro, utilizzando talvolta l’ironia e facendoci pensare che, in fondo, le cose che ci capitano sono le occasioni che decidiamo di cogliere e che “possiamo prendercela un po’ come viene, come abbiamo sempre fatto. Finora ha funzionato, no?”
A questo punto non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

Cosa ti ha spinto a scrivere la tua storia? Non è che io abbia deciso tutto d’un colpo di mettermi a scrivere un libro prevalentemente incentrato sulla mia esperienza personale. È stato un avvicinamento progressivo, prima ho scritto dei racconti brevi su alcune mie esperienze che sono finiti in “Abbiamo le Prove” (rivista online fondata da Violetta Bellocchio, ndr) un progetto di scrittura collettivo che raccoglieva storie autobiografiche di ragazze più o meno della mia età. Questo mi ha dato lo slancio e il coraggio per mettere da parte il pudore e iniziare a scrivere esplicitamente dei fatti miei. Poi bisogna anche dire che ogni storia reca traccia di chi l’ha creata, c’è tutto uno spettro che va da chi si nasconde e quasi scompare nelle pieghe del testo a quanti dicono “se volete, io sono qui”. Questa volta ho optato per una scrittura scopertamente, spudoratamente referenziale, non è detto che questa sia una scelta definitiva.
Leggendo il tuo libro troviamo spesso termini in inglese, come mai questa scelta? Molto del libro è ambientato a Coventry, in Inghilterra. Anche se per lo più io frequento persone italiane e parlo italiano, vivo ormai da anni in un contesto in cui l’italiano non è la lingua principale. L’inglese mi consentiva di mettere in scena una tensione tra la mia lingua madre e la lingua d’uso nelle interazioni al di fuori dell’ambiente domestico. L’inglese è una lingua che più o meno ormai in molti padroneggiamo, tuttavia mi interessava mettere in evidenza che questo padroneggiare non è automatico, non è neutro, richiede uno sforzo e poi ci sono delle parole o delle espressioni che smettono di esistere o non sono mai esistite in italiano, esistono solo in inglese, hanno quel suono lì e quindi andavano messe in inglese. Insieme ad Alessandro Gazoia, l’editor che ha lavorato con me a questo libro, ci siamo chiesti l’inglese quanto potesse ostacolare la comprensione, tuttavia abbiamo concluso che valeva la pena di correre il rischio, non solo per una questione di resa mimetica dell’ambiente ma perché la storia parla anche di fare i conti con una lingua che senti un po’ imposta e questa dinamica non andava solo raccontata, andava anche mostrata.
Si può dire che abbia anche una colonna sonora perché citi spesso gruppi musicali; quanto ti ha aiutata la musica non solo nella stesura del libro, ma anche nei momenti da fuori sede? Tornando all’inglese di cui sopra, aver iniziato ad un certo punto – molto più tardi della media, sospetto – ad ascoltare parecchia roba in inglese, dopo anni di autarchia per lo più involontaria, mi ha consentito di fare un po’ pace con la lingua. Per il resto la rilevanza della musica all’interno del libro non è stata qualcosa decisa a priori, se l’è presa strada facendo. Come è chiaro a chi legge il libro, io tendo a fissarmi in maniera piuttosto decisa su alcune band e/o canzoni e molte di quelle che poi ho usato sono lì perché mi sembrava potessero aggiungere un livello al libro. Nel senso: c’è una tale canzone che probabilmente ha, per chi l’ha scritta, un certo significato, poi ci sono io che la prendo e la piego a quello che mi interessava dire nell’economia del libro e, infine, c’è il senso che già aveva per un lettore. Secondo me dall’incrocio di queste tre direttrici possono uscire delle cose interessanti. Poi la musica e il consumo di musica, soprattutto nella forma dei festival è uno dei temi su cui torno di continuo, i festival sono visti come uno di quei momenti che consentono di fare un po’ pace col presente, per cui episodi come quello del Primavera Festival sono centrali. Io di solito ascolto musica mentre scrivo tuttavia dev’essere musica che conosco bene se no mi distrae, ma nello stesso tempo non può essere del tutto ancorata ad un periodo preciso. Per dire, il disco di PJ Harvey di due o tre anni fa, The Hope Six Demolition Project è talmente legato al pendolarismo da Coventry a Londra quando lavoravo in casa editrice che non posso più nemmeno ascoltarlo. Recentemente sono ossessionata dai video in cui Sharon Van Etten suona dal vivo Seventeen perché è una performance vocale potentissima, in cui mi pare che lei sia completamente in controllo del pezzo, ma anche costantemente a disagio nel trovarsi più esposta perché non sta suonando la chitarra, quindi probabilmente se stessi scrivendo qualcosa in questo momento costruirei qualcosa a partire da questa canzone.
Come stile narrativo, chi senti ti abbia influenzata? Per questo libro credo di aver saccheggiato “Piove all’insù” di Luca Rastello (Bollati Boringhieri 2007) anche se in maniera magari non esplicita. Purtroppo lui non c’è più quindi non posso andare a chiedergli di persona cosa ne pensa di questa mia affermazione. La struttura di “Piove all’insù”, libro dalla natura meno scopertamente autobiografica del mio, ma comunque basato sulla vicenda personale dell’autore, fatta di brevi capitoletti che non si susseguono in ordine cronologico ma organizzati attorno a nuclei tematici, mi ha molto influenzato nella struttura (nel senso che io e il mio editor siamo, ad un certo punto, impazziti nel tentare di restituire un andamento cronologico almeno superficialmente coerente a quello che avevo scritto). Per il resto Chimamanda Ngozi Adichie, Zadie Smith, Caitlin Moran, Viv Albertine, Ferrante e Starnone. Tondelli. Celati per lo sguardo sul paesaggio padano. Gli Offlaga Disco Pax. Per fortuna ho letto Sally Rooney quando la maggior parte del libro era già scritta.
Per finire, lasceresti un saluto o un consiglio ai Lettori Medi? Innanzitutto grazie di aver letto fino qui. Io, che sono una che si affida tantissimo ai consigli altrui, suggerirei a quelle come me di fare un po’ più di testa loro.

Titolo:
Il pieno di felicità
Autore: Cecilia Ghidotti
Genere: Romanzo autobiografico/di formazione
Casa editrice: Minimum fax
Pagine: 218
Anno: 2019
Prezzo: € 16
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Autore e quadro consigliato: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” (Paul Gauguin, olio su tela 1897)

L’autrice
Cecilia Ghidotti, classe 1984, è nata a Brescia, si trasferisce a Bologna per studiare, poi a Torino per frequentare la Scuola Holden. Ha scritto per il teatro e pubblicato racconti. Vive a Coventry in Inghilterra.

Arianna

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Circe (Madeline Miller)

9788845400346_0_0_454_75Percepii le correnti muoversi. I granelli di sabbia bisbigliare tra loro. La creatura stava sollevando le ali. Nell’oscurità intorno a noi rilucevano nubi del suo sangue dorato. Sotto i miei piedi riposavano ossa antiche di migliaia di anni. Non posso sopportare questo mondo un solo momento di più, pensai.
Allora, bambina, creane un altro.

Chi era Circe? Secondo Omero, che per primo presentò al mondo la figura di questa donna potente e bellissima, altri non era che una strega, capace di tramutare gli uomini in bestie. Viveva isolata su una splendida e lussureggiante isola, un paradiso terrestre creato apposta per ingannare e intrappolare gli sventurati marinai che, inconsapevoli del pericolo, cercavano un rifugio dalle intemperie del mare. È l’isola su cui approda anche Ulisse, che di Circe diviene l’amante dopo averla convinta a ritrasformare gli uomini del suo equipaggio, tramutati impietosamente in un branco di maiali. Questo, per la tradizione omerica, è quello che sappiamo di lei: compare nell’Odissea e poi viene riconsegnata all’oblio quando l’eroe di cui seguiamo le gesta riprende il mare verso la sua casa, Itaca.
Ma chi era davvero Circe? Da quale progenie è nata, qual è il suo passato, l’origine del suo potere, i suoi desideri e sogni? E il suo futuro dopo la partenza dell’amato Ulisse? A queste domande cerca di rispondere l’autrice Madeline Miller che si fa quindi carico di uno scomodo peso: quello di prendere una figura concepita da una mente e una fantasia tanto diversa da quella dei lettori moderni e di trasformarla in una creatura pulsante, viva e reale, fatta di sogni e speranze. Circe è un personaggio che evolve nel corso del romanzo, passa dall’essere sparuta e triste all’incarnare una donna forte e potente. Tale trasformazione non è legata strettamente alla magia, ma alla nuova consapevolezza di sé e alla strada che intraprende per diventare quello che lei intuisce di poter essere: qualcuno che non deve sottostare alle regole o alle punizioni della sua natura divina ma che può, invece, assecondare quella parte di sé che tanto la rende straordinariamente umana. Circe è la figlia maggiore di Elios, il titano dio del sole, e di una ninfa del mare, Perseide. Nella versione raccontata da Madeline Miller non ha ereditato né la bellezza della madre né il potere del padre, ma è una creatura nuova, in costante mutamento in un mondo di divinità statiche e litigiose: così, la seguiamo per tutta la sua vita e con lei riviviamo tutti i momenti più importanti dell’opera omerica. Insieme a lei conosciamo Dedalo e suo figlio Icaro, la bella e sfortunata Arianna, la risoluta Medea e tutto quel vasto corollario di divinità con cui entra in contatto senza però lasciarsi influenzare da loro. Circe sa di non appartenere a quel mondo: è per questo che dedica ogni suo sforzo per ritagliarsi un suo spazio, per affermare il suo essere e il suo potere di donna libera e padrona della sua vita.

Con “Circe” (edito da Sonzogno), l’autrice Madeline Miller è riuscita a dar vita a un personaggio con una personalità e una mentalità straordinariamente moderna senza snaturare il contesto storico: come Circe quasi tutte le figure mitologiche femminili nelle opere omeriche sono poco approfondite, la maggior parte della scena è degli uomini e delle loro avventure mentre le donne sono spesso relegate in un ruolo prestabilito: la strega, la moglie devota, la madre scellerata.
Con questo romanzo, invece, la Miller restituisce la scena alle figure femminili, dà loro voce e personalità che sia essa buona o cattiva.

Titolo: Circe
Autrice: Madeline Miller
Genere: Romanzo mitologico
Casa editrice: Sonzogno
Pagine: 416
Anno: 2019
Prezzo: € 19
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Consiglio di lettura: prima di Madeline Miller c’è stata un’altra autrice che ha rivisitato il mito omerico attraverso il punto di vista femminile: Christa Wolf con i due romanzi “Cassandra” e “Medea”.
Madeline Miller ha pubblicato anche il romanzo “La canzone di Achille” la cui recensione potete trovare al seguente link
https://illettoremedio.wordpress.com/2019/06/13/la-canzone-di-achille-madeline-miller/

L’autrice
Madeline Miller è laureata in lettere classiche e ha insegnato per anni greco e latino, drammaturgia e adattamento teatrale per l’università di Yale. “La canzone di Achille” è il suo romanzo d’esordio pubblicato nel 2011 e grazie al quale ha vinto l’Orange Prize for fiction. Il suo secondo romanzo “Circe” è stato pubblicato dalla casa editrice Sonzogno.
Giovanna

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La cattiva strada (Sébastien Japrisot)

9788845933103_0_0_454_75L’importante era Dio. Così pensava Denis. Non c’è nient’altro al di fuori di Dio. Denis recitava le preghiere, scacciava i cattivi pensieri sulle ragazze e le cose che i ragazzi fanno con le ragazze, faceva la comunione tre volte alla settimana, quando c’era la messa all’istituto, e si confessava tutte le settimane. Dio l’amava, lui amava Dio. Non era cambiato niente.

La Francia occupata dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale è il teatro di una storia d’amore i cui protagonisti hanno una cosa in comune: Dio.
C’è Denis, un ragazzino un po’ scapestrato di quattordici anni che studia in un istituto religioso, e Clotilde, una suora bella e dolce che di anni ne ha ventisei. È un amore travolgente ma allo stesso tempo puro e delicato perché è un sentimento che non hanno mai provato fino ad allora.
Dopo un incontro fortuito i due diventeranno inseparabili in un crescendo di emozioni che li spingerà, con una scusa, a recarsi nel piccolo paese d’origine di suor Clotilde. Qui però verranno scoperti diventando oggetto di pettegolezzi e battute derisorie.
I due amanti dovranno quindi affrontare la dura realtà: verranno richiamati immediatamente in città da parte della madre superiora anche se ciò non fermerà Denis e suor Clotilde che faranno di tutto per poter rimanere insieme.

In “La cattiva strada” (edito da Adelphi), Japrisot usa un registro aggraziato per descrivere questo primo approccio all’amore. Come spesso accade le apparenze devono essere salvate e qui c’è un doppio scandalo in atto perché non solo lei è una suora, ma è anche molto più grande di lui. E se è pur vero che Denis, a volte, non sembra nemmeno avere quattordici anni, mostrandosi più maturo di quello che potremmo aspettarci, è suor Clotilde quella che ha più da perdere nel momento in cui si lascia sopraffare da questo sentimento che rompe tutte le sue certezze.
Tante volte abbiamo sentito dire che quando s’incontra la persona giusta la si riconosce subito e, a quanto pare, Denis e suor Clotilde hanno saputo riconoscersi rischiando il tutto per tutto per il loro legame. Leggendo il romanzo potremmo provare ammirazione e sostenere anche noi questo amore, ma quanto ci scandalizzeremmo apprendendo la notizia riguardante un ragazzino e una donna, nonché suora, che dicono di amarsi?

Titolo: La cattiva strada
Autore: Sébastien Japrisot
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 220
Anno: 2018 (prima edizione 1950)
Prezzo: € 18
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Autore e quadro consigliato: “La Meditazione” (Francesco Hayez, olio su tela 1851)

L’autore
Sébastien Japrisot è lo pseudonimo di Jean-Baptiste Rossi (Marsiglia, 4 luglio 1931 – Vichy, 4 marzo 2003) è stato uno scrittore, sceneggiatore e traduttore francese.

Arianna

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Una volta è abbastanza (Giulia Ciarapica)

9788817109963_0_0_503_75La famiglia è tutto, tutto ciò che la vita ci ha dato per metterci alla prova. E imparare a resistere.

Una lettura davvero piacevole. Credo sia questo il modo migliore per recensire “Una volta è abbastanza”, il romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica (edito da Rizzoli).
Un personaggio poliedrico (scrittrice, blogger, giornalista e chissà cos’altro) che accompagna per mano il lettore in una storia ambientata nella provincia italiana degli anni ’50, nella quale Valentino e Giuliana vivono le loro vite di ragazzi destinati a innamorarsi nonostante tutto.
Nasce così un nucleo familiare che cresce a poco a poco, così come lentamente – ma in modo convincente – cresce l’azienda calzaturiera dei due.
E quella del calzolaio diventa l’emblema di un’Italia operaia che si rimbocca le maniche e preferisce il duro lavoro alle chiacchiere di paese.

Ho avuto il piacere di conoscere Giulia durante la tappa napoletana del suo tour di presentazioni e sono rimasto incantato dalla sua passione (condivisa tra l’altro) per gli aneddoti. Quelli che arricchiscono un romanzo piacevole e con un taglio molto televisivo. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

Una volta è abbastanza. Come è nato questo progetto? Il progetto di questa trilogia nasce dalla voglia di raccontare una regione di cui si parla sempre troppo poco, le Marche, e da lì la conseguente voglia di raccontare una fetta di storia d’Italia e del Made in Italy che, soprattutto a livello letterario, non è mai stata narrata, restando nell’ombra: la storia dei calzolai.
Valentino e Giuliana sono gli ideali punti di partenza per approfondire un argomento che permea tutte le pagine del romanzo: i rapporti familiari. Famiglie patriarcali, famiglie spesso invadenti, famiglie come approdo sicuro. Ritieni che queste dinamiche siano più evidenti nelle piccole realtà di provincia oppure tutto il mondo è paese? Di sicuro le piccole realtà di provincia fanno risaltare le dinamiche famigliari, soprattutto a un occhio esterno. Ed è altrettanto vero che la vita di provincia – più stretta, più circoscritta, a volte anche più ottusa – delimiti gioco forza il terreno della famiglia “costringendo” i suoi componenti ad avere più a che fare l’uno con l’altro. Detto ciò, indubbiamente nelle varie province abbiamo l’opportunità di trovare – più che in realtà ampie, maggiori, più grandi – sistemi di famiglie patriarcali più marcati, famiglie per l’appunto invadenti o che possono diventare l’emblema di un porto sicuro, dal quale partire e a cui tornare. Ma ripeto, è il confine delimitato della provincia che rende tutto paradossalmente più nitido.
Racconti mezzo secolo di storia (e pure oltre) del nostro Paese attraverso la piccola realtà di Casette d’Ete. Quanto è stato impegnativo e divertente per te che sei una “millennial” recuperare tutte queste notizie, utili come non mai per la trama? Impegnativo fino ad un certo punto, giacché tantissimi – per non dire la maggior parte – dei racconti, degli aneddoti e delle informazioni (storiche e folkloristiche, chiamiamole così) riportate nel testo, li avevo appresi e ampiamente assorbiti dalle lunghe chiacchierate con i miei nonni materni, che sono poi i protagonisti del romanzo. Mi sono divertita molto, più che altro, a far rivivere personaggi che avevo conosciuto ma anche quelli di cui avevo sentito parlare solo attraverso i ricordi di mia madre o dei miei zii, ad esempio. È stato davvero bello vedere la comunità della Casette d’Ete di allora prendere – anzi, ri-prendere – vita sotto i miei occhi.
Veniamo alla scrittura: fresca, con un uso molto intelligente del dialetto e con un taglio cinematografico della storia che rende tutto molto dinamico. Quanto è stato difficile rapportarsi all’editor? Hai seguito i suoi consigli oppure hai difeso a spada tratta ogni tua scelta?A dire il vero anche la mia editor, che è una persona oltremodo deliziosa e preparata, aveva apprezzato la mia scrittura fin dall’inizio, dunque il lavoro sul testo non è stato per niente invasivo, anzi. La trama è rimasta pressoché invariata, la caratterizzazione dei personaggi anche.
Senza spoilerare alcunché, il finale di questo romanzo è decisamente aperto: sei al lavoro sul sequel di questa storia? Nel caso, ti andrebbe di darci qualche anticipazione? Il finale non è aperto…è letteralmente spalancato sul vuoto! Da lettrice forte quale sono, mi sono odiata da sola, perché ho immaginato di essere una perfetta sconosciuta che, arrivata a pagina 366, legge l’ultima riga e si chiede: “E adesso? Ma non è che mi manca qualche pagina?” (come ha ipotizzato qualcuno!). Sono al lavoro sul secondo volume e posso dirti che sarà quasi sicuramente un poco più corposo del primo, e che la narrazione arriverà all’incirca alla fine degli anni Settanta. Quindici anni di grandi cambiamenti, storici e professionali, in cui prende forma la piccola industria calzaturiera. Ne vedremo delle belle.
Numerosi sono i riferimenti musicali all’interno del romanzo, specie a quelle canzoni sanremesi che – a distanza di oltre mezzo secolo e più – sembrano non passare mai di moda. Quanto è importante nel tuo lavoro di narratrice l’elemento musicale? In realtà ho fatto caso soltanto dopo aver letto la prima stesura a quanta musica avessi “utilizzato” all’interno del romanzo, sai? Mi è venuto spontaneo perché mio nonno Valentino era un ottimo musicista e perché, in effetti, la musica – e certe canzoni nello specifico – hanno accompagnato la storia dei miei nonni. Ti dirò che, però, mi sono resa conto anche io di quanto la musica incida sulla mia vita, sui miei ricordi, perfino sui miei pensieri. Non ci avevo fatto caso prima. Posso dirti però che l’elemento musicale avrà un peso importante, forse anche decisivo, per uno dei personaggi all’interno del secondo volume.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Fortunatamente molto positivi. Devo dire che la maggior parte dei lettori ha apprezzato questa storia famigliare come mai avrei immaginato. Non mi sarei mai aspettata tanto calore e tanta accoglienza, ma anche tanta curiosità nei confronti delle Marche come regione. Sono felicissima.
Blogger, giornalista, scrittrice: esiste un ordine di preferenza professionale o preferisci essere definita pirandellianamente (passaci il neologismo) “una nessuna e centomila”?A me piace scrivere, su questo non c’è dubbio. Mi piace scrivere sul blog, mi piace scrivere per i giornali. Ma i libri…sono un’altra cosa. Spero un giorno di diventare davvero una scrittrice, spero di aver sempre qualcosa da raccontare, di raccogliere e ascoltare storie e di restituirle ai lettori. Sì, senza dubbio, tra tutte e tre le definizioni, tengo di più a quella di scrittrice, anche se per ora è un termine davvero esagerato.
Cosa ti aspetti da questo romanzo?Dal romanzo non mi aspetto niente. Da me stessa mi aspetto invece di essere riuscita, anche solo in parte, a far sì che il lettore, leggendo questa storia, possa dire: “Mi sento a casa”.
Saluta i lettori del nostro blog. Un caro saluto e un abbraccio a tutti i vostri lettori: non dimenticate mai che la letteratura può salvarvi la vita, perché siamo fatti al novanta per cento di parole.

Titolo: Una volta è abbastanza
Autrice: Giulia Ciarapica
Casa editrice: Rizzoli
Genere: Saga familiare
Pagine: 365
Anno: 2019
Prezzo: € 19,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Letture consigliate: “Gli anni della leggerezza. La saga dei Cazalet. Vol. 1” di Elizabeth Jane Howard.

L’autrice
Giulia Ciarapicaè blogger culturale. Scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”. Ha pubblicato “Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché” (Cesati, 2018). Una volta è abbastanza (Rizzoli, 2019) è il suo primo romanzo.

Paquito

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L’abbandonatrice (Stefano Bonazzi)

9788898605675_0_0_454_75Ilaria resta in silenzio, la sento inspirare piano, dev’essersi portata una mano alla bocca per trattenere qualcosa. All’improvviso mi rendo conto di non essere il primo a udire quei sospiri e capisco cosa sta cercando di dirmi. La parola. Quella parola.
«Morta».
«Sì. Si è suicidata. Ieri».
Suicidata.

L’amore, la morte, la depressione, la dipendenza. Sono numerosi gli spunti che mi ha offerto la lettura de “L’abbandonatrice”, il romanzo di Stefano Bonazzi edito da Fernandel.
Davide, il fotografo protagonista della storia, cattura istanti di vita altrui attraverso il suo obiettivo. Crede di aver raggiunto l’apice nel momento in cui, finalmente, espone le proprie opere in una galleria. Tuttavia, a rovinare la magia di quel momento, è una telefonata nella quale gli viene comunicata la morte di Sofia, non una semplice amica ma uno dei pilastri della sua vita passata. Quella di studente del DAMS che si innamora di Oscar, un pianista talentuoso ma discontinuo; quella di ragazzo che soffre di attacchi di panico e che tenta di contrastare con l’ausilio dei farmaci.
Come e quanto cambierà la sua vita quando, durante il funerale di Sofia, incontrerà Diamante, il figlio della sua amica?

“L’abbandonatrice” è un romanzo davvero interessante, che ho letto durante un viaggio in treno. Scrittura fluida, pochi fronzoli, flussi di coscienza brevi ma in grado di lasciare il segno. Quel che ho trovato impeccabile è stato l’uso delle voci narranti: Bonazzi scrive in prima persona (a parlare è Davide), riservando dei capitoli a Oscar e Sofia. Un modo per accompagnare il lettore in una storia estremamente dura, ma assolutamente piacevole. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“L’abbandonatrice”. Come è nato questo romanzo? Ho unito tre tematiche a me molto vicine: gli attacchi di panico, la competizione artistica, e la paura dell’abbandono. Ognuna di queste ha quindi trovato la sua personificazione in uno dei tre protagonisti. Da questa base di lacune ho poi lavorato per costruire una storia di formazione e de-formazione che rende tributo a due cose a me molto care: Sofia e Bologna.
Cominciamo dal protagonista: Davide. Chi è questo fotografo omosessuale con uno spiccato senso di protezione verso gli altri (Sofia, Oscar, Diamante)? Una proiezione dell’autore, il frutto della sua fantasia, qualcuno che s’incontra per strada? È un mix di tutte le cose che hai scritto: del trio, Davide impersona la paura. Di autobiografico c’è sicuramente l’aspetto riguardante gli attacchi di panico e la sua passione per la fotografia, ma ci sono anche moltissimi altri tratti caratteriali di pura fiction. È un personaggio estremamente sensibile, insicuro, ma è anche il classico studente della porta accanto. Quando il romanzo uscì, molti ragazzi in privato mi scrissero per dirmi che si erano riconosciuti molto in lui.
Omosessualità, droga, crisi depressive. Tematiche estremamente delicate, assai spesso dei tabù, ma soprattutto materiale narrativo al quale attingere a piene mani. Quanto è stato difficile, ma pure stimolante, mescolare elementi del genere e mantenerli in equilibrio all’interno della trama? La parte più difficile è stata trovare il giusto bilanciamento tra le varie tematiche. Non volevo scrivere un trattato saggistico sulle malattie ma nemmeno una storia di sola autocommiserazione anche se spesso, soprattutto nella prima parte, i personaggi sono vittime delle loro insicurezze e tendono a compatirsi. Per questo l’aspetto artistico si è rivelato fondamentale. In sunto, il messaggio di fondo del libro è proprio quello di cercare un proprio modo di espressione attraverso la creatività, qualsiasi forma di creatività, basta che sia utile a spurgare il nero che abbiamo dentro: non si tratta di un percorso semplice e non sempre il risultato finale sarà positivo, ma il tempo impiegato in questa ricerca non sarà mai tempo sprecato.
Una Sofia prima o poi è entrata nella vita di ognuno di noi. Ha lasciato cicatrici, ma pure eredità più o meno pesanti. A te cos’ha lasciato in dote questo personaggio? La storia di Sofia è una storia che attinge da un fondo di verità. Per quanto mi riguarda la vera Sofia è stata una persona indispensabile per superare ostacoli che probabilmente non sarei riuscito ad affrontare da solo ma è stata anche una persona che, attraverso il suo dolore, mi ha aiutato a vedere le difficoltà quotidiane sotto una luce diversa. Mi ha dato un nuovo metro di misurazione dello sforzo e della soglia di sopportazione.
Diamante è uno sguardo proiettato al futuro. Lo specchio di nuove generazioni che sembrano non avere più valori e sembrano non curarsi del domani. Sono vittime del fascino del male o semplicemente non hanno stimoli? Non penso che Diamante sia affascinato dal male, perché già essere incuriositi da qualcosa significa comunque avere un interesse. Nel suo caso, invece, penso che il problema principale sia proprio la sua mancanza di stimoli. È stato deluso dagli adulti e quindi si rifiuta di assumersi l’onere di crescere. Non vuole diventare come loro ma alla fine non è poi così differente dai tre protagonisti principali, nonostante abbia metà dei loro anni. Non lo considero un personaggio cattivo, deve semplicemente tornare a fidarsi delle persone.

Quali sono stati i primi feedback dei lettori?Molto positivi. Portando il libro anche nelle scuole ho avuto il piacere di confrontarmi con molti giovani, anche coetanei di Diamante e ho avuto la conferma di quanto siano attuali queste tematiche. Per molti ragazzi ammettere di soffrire di attacchi di panico è un’umiliazione, senza parlare poi della tematica del coming out o della fuga all’estero. Ho ricevuto feedback da ogni fascia d’età e sapere che il libro è “arrivato”, che ha accompagnato per mano, e magari fatto sentire meno solo il lettore, è la soddisfazione più grande.
Dulcis in fundo, la domanda marzulliana: se un autore si riflette (in modo conscio o inconscio) nei propri personaggi, quanto c’è di tuo in: Sofia, Diamante, Davide e Oscar? Direi un buon 70% di Davide e qualche frecciatina acida di Sofia. Di Oscar purtroppo non ho nulla anche se non mi dispiacerebbe avere un po’ della sua sfacciataggine, potrebbe essere utile in alcune situazioni!
Saluta i lettori del nostro blog. Non esistono lettori medi, esistono solo libri medi!Un abbraccio a tutto lo staff del blog e a tutti quelli con un libro in mano.

Titolo: L’abbandonatrice
Autore: Stefano Bonazzi
Casa editrice: Fernandel
Genere: Drammatico
Pagine: 206
Anno: 2017
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Colonna sonora consigliata: “Morrison Hotel”, album dei The Doors del 1970.

L’autore
Stefano Bonazzi è nato a Ferrara nel 1983. Di professione webmaster e grafico pubblicitario, realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Miami, Seul, Monaco.Nel 2014 ha pubblicato per l’editore Newton Compton il suo primo romanzo “A bocca chiusa”.

Paquito

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Un uomo qualunque(Samuele Arba)

9788832205022_0_0_551_75Domani, alla notizia della mia morte, qualcuno piangerà o forse riderà, ma ai più non gliene fregherà nulla. Ci tengo a precisare una cosa, forse avrei dovuto farlo prima, non mi voglio suicidare: mi voglio as-sas-si-na-re!

Un pugno nello stomaco. Credo sia questo il modo migliore per definire “Un uomo qualunque”, il romanzo di Samuele Arba pubblicato da Biplane Edizioni.
Xavi è un uomo di mezz’età, stanco di una vita avara di soddisfazioni, che matura un proposito: assassinarsi. Non vuole, infatti, suicidarsi ma sbarazzarsi di quella parte di sé che non gli appartiene e che occupa il suo corpo. La pistola, acquistata tempo prima, potrebbe essergli d’aiuto, ma risulta ancor più utile lasciarsi coinvolgere dalla lotta portata avanti dagli Indignados, il movimento sociale che protesta contro Zapatero e il suo governo.
Tra le fila del gruppo conosce l’affascinante attivista Ada, una donna in grado di fargli provare finalmente desideri sessuali ormai sopiti, ma soprattutto Luis (fidanzato di Ada) e Pep, due integralisti che intendono manipolare la mente dell’uomo e trasformarlo in un martire del movimento.

Questo libro mi è piaciuto perché, innanzitutto, Arba mescola in modo convincente finzione e realtà storica: la Barcellona raccontata nel romanzo è reale e ha l’espressione cupa e rabbiosa degli Indignados; inoltre mi ha colpito in modo particolare per il linguaggio: crudo, estremamente diretto, senza artifici e col solo desiderio di supportare una storia che ha un taglio molto cinematografico. Non aggiungo altro e lascio che sia l’autore a raccontare questo romanzo.

Un uomo qualunque. Come è nato questo romanzo? Una sera di maggio, al telegiornale, sentii parlare degli Indignados. Barcellona era il covo della rivoluzione 15-M e io dovevo esserne testimone. Ero in quel di Plaça Catalunya quando pensai che la trama di “Storia di un impiegato”, il concept album di Fabrizio De Andrè, sarebbe stata bene in quel periodo storico. Cos’era cambiato dal ‘68 al 2011? Mi piaceva l’idea di portare su carta gli ideali e l’universo di quel disco. Sarebbe stato però un esercizio sterile far muovere il personaggio del disco in un’altra rivoluzione, su carta. Allora ho voluto sconvolgere il tutto. Ho capovolto la prospettiva del disco, trasformando il mio protagonista in un vigliacco che si lascia trasportare dagli eventi.
Hai sapientemente mescolato fiction e fatti storici. Quanto è stato difficile mantenere in equilibrio queste due forme di narrazione antitetiche? È stato un lavoro lungo, a tratti faticoso. Incastrare in una storia fatti già accaduti e fiction,non è banale! Anche perché avevo in testa la storia personale di Xavi, prima che gli eventi storici. Sono soddisfatto del risultato: credo che il mix sia equilibrato. Gli eventi sono una cornice interessante alla storia di Xavi e la storia di Xavi rivela fatti che magari ai più non sono così noti.
Non una semplice città cosmopolita, Barcellona è un autentico genere letterario. Raccontaci la città da abitante, ma soprattutto da lettore. La Ciutat Comtal, come è chiamata in catalano Barcellona, è un ambiente sempre in ebollizione, un’urbe sveglia giorno e notte, la più italiana delle città d’oltralpe. L’ho conosciuta e ritrovata nel romanzo storico “Il mercante di stoffe”, di CoiaValls, e grazie alle investigazioni del detective Carvalho ne“I mari del sud” di Montalbán, o grazie alle descrizioni ambientali quasi deleddiane di Zafón ne “L’ombra del vento”.
Xavi è un cavaliere solitario perennemente alla ricerca di un’occasione di riscatto. Irrimediabilmente mi ha riportato alla mente Don Chisciotte e le sue battaglie. Plateale errore di paragone oppure, irrimediabilmente, il tuo protagonista è figlio del celebre personaggio di Cervantes? Mi piace quest’accostamento, non ci avevo riflettuto! In fondo anche Xavi è come Alonso. Ha affrontato la vita come un sogno ritrovandosi in mano un pugno di mosche. Ma il protagonista di “Un uomo qualunque” non è risoluto, non possiede lo spirito cavalleresco che un giorno spinge Alonso ad abbandonare la vita in cerca d’avventura.
La musica permea ogni anfratto di questa storia. Ed è la voce di Fabrizio De André ad accompagnare il lettore tra le pagine della storia. Perché proprio l’album “Storia di un impiegato come soundtrack del libro? È un disco che ascolto da sempre, una storia drammatica, di rivoluzione e d’amore, con un finale fin troppo malinconico. Una storia atemporale che calzava a pennello nella Barcellona del 2011. “Un uomo qualunque” è un omaggio a quello che ha significato per me il mondo di De Andrè e alla sua capacità di descrivere stati d’animo.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Coloro che hanno già letto “Un uomo qualunque” sono stati piacevolmente colpiti, chi dalla scrittura e dal ritmo, chi dalla storia o dal finale. C’è chi l’ha definito ‘beat’ cogliendo in Xavi un’essenza anticonformista e un desiderio di fuga dall’opulenza della società. Questo è stato il più bel commento ricevuto.Ma sono in attesa dei prossimi!
Dulcis in fundo: cosa ti aspetti da questo romanzo? Quello che mi aspettavo l’ho già ricevuto: un gran entusiasmo nello scriverlo, una grande felicità quando la Biplane Edizioni l’ha pubblicato, un’enorme soddisfazione quando qualcuno mi dice: «Ehi, sto leggendo “Un uomo qualunque”».
Saluta i lettori del nostro blog. Apreciadoslectores, questo romanzo è stato creato plasmando tanti ingredienti che troverete sulla quarta di copertina, ma ciò che guida questa storia è la speranza.
Un suggerimento: quando vi accingete a leggere le prime pagine di “Un uomo qualunque”, ascoltate la canzone “Summertime”, nella versione di Leslie West. È la stessa canzone che sta ascoltando Xavi mentre scrive la sua lettera.
Un abrazodesdeBarcelona.
¡Hasta pronto!

Titolo: Un uomo qualunque
Autore: Samuele Arba
Casa editrice: Biplane Edizioni
Genere: Politico
Pagine: 169
Anno: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Letture consigliate: “Per chi suona la campana” di Ernest Hemingway.

L’autore
Samuele Arba, nato in Sardegna a Silius nel 1978, risiede da più di una decade in Catalogna, a Tarragona.
È autore di una raccolta di storie brevi in italiano, mentre il suo romanzo d’esordio in spagnolo è un noir intitolato “J.P. Pablowski”. Ha inciso due dischi di canzone d’autore con brani in sardo, italiano, catalano e spagnolo; ha inoltre scritto, diretto e interpretato uno spettacolo di teatro canzone in spagnolo. Per Samuele scrivere non è una passione, è uno stato d’animo. I suoi riferimenti si possono ormai definire dei classici, da De André a Bukowski, da G. Gaber a J.D. Morrison, da Kerouac a L. Cohen.

Paquito

Lettore medio

“The Help” (Kathryn Stockett)

The HelpOra dopo ora, nella cucina di Aibileen, lei legge e io batto a macchina: aumentano i particolari, i visi dei bambini prendono sempre più forma. […] Aibileen scrive in modo chiaro e sincero, e glielo dico. Ridacchia: «Be’, pensi un po’ a chi scrivo sempre: mica posso raccontare frottole a Dio».

Estate 1962, Jackson, Mississipi. La giovane Eugenia Phelan, detta Skeeter torna a vivere nella fruttuosa fattoria di famiglia dopo l’università. I suoi genitori vorrebbero che usasse la sua laurea per accalappiare un uomo ricco e rispettabile come le sue compagne di scuola, ma lei desidera più diventare una scrittrice di successo che una moglie casalinga e devota. Su suggerimento di una famosa giornalista newyorchese, Skeeter si rivolge a Aibileen, la domestica di una sua amica, per avere una testimonianza di come sia essere una donna di colore al servizio dei bianchi in uno stato in cui le leggi razziali sono ancora fortemente sentite. Dopo una iniziale reticenza, la donna accetta di raccontare le sue esperienze lavorative e coinvolge la sua amica Minny, cuoca irriverente e leale.
Insieme, le tre donne raccontano una parte della medesima storia, che si intreccia e si complica con il passare dei mesi, poiché, come ben sanno, quello che hanno intenzione di fare è illegale e inconcepibile.

“The Help” (edito da Mondadori) è una storia fatta di tante storie, mette in scena non soltanto il razzismo in tutte le sue sgradevoli sfumature, ma le discriminazioni in generale, che possono condannare, sia chi ne è vittima sia chi ne è carnefice, a una vita di infelicità e insoddisfazione.
Aibileen e Minny sono discriminate per il colore della pelle, che per la società dell’epoca (ma, per alcune mentalità retrograde, ancora oggi) decreta la loro inferiorità sociale e intellettiva, ma talvolta sono discriminate anche dai membri della loro stessa razza in quanto donne. Ed è lo stesso trattamento che viene riservato a Skeeter dagli altri bianchi, che vedono nel suo rifiuto di conformarsi al ruolo casalingo riservato al suo genere un comportamento riprovevole e degno di beffa. Non importa di quale colore sia la loro pelle, le tre donne non sono libere, ma attraverso la parola scritta troveranno, ognuna a modo suo, la propria indipendenza, seppure a caro prezzo.
“The Help” è un romanzo che amareggia e allo stesso tempo dona speranza. È un romanzo che educa all’amicizia, all’empatia e al coraggio di essere se stessi, senza piegarsi ai soprusi e alle opinioni altrui, soprattutto se sbagliate. Tra le sue pagine si nascondono una incredibile forza e lo struggente desiderio di libertà d’espressione.

Titolo: The Help
Autore: Kathryn Stockett
Casa editrice: Mondadori
Genere: Romanzo storico
Pagine: 526
Anno edizione: 2017
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autrice
Kathryn Stockett è nata a Jackson, in Mississipi, nel 1969. Dopo la laurea in Inglese e Scrittura Creativa all’Università dell’Alabama, ha vissuto a New York, lavorando nel settore pubblicitario di settimanali e quotidiani. È divorziata e ha una figlia, attualmente vive ad Atlanta.
Stockett ha impiegato cinque anni a scrivere il suo primo libro, “The Help”, che dopo il rifiuto di 60 agenti letterari venne accettato da Susan Ramer. Il libro è poi diventato un bestseller ed è stato pubblicato in 35 paesi e tre lingue. Da esso è stato tratto il film omonimo, vincitore di un premio Oscar.

Claudia

Lettore medio

“Prenditi cura di lei” (Kyung-Sook Shin)

Prenditi cura di leiQuanti ricordi hai di tua madre? Da quando hai saputo della sua scomparsa non riesci a concentrarti su un solo pensiero, sei assalita dai ricordi lontani che riaffiorano all’improvviso. E dal rammarico che ha sempre accompagnato ogni ricordo.

In un pomeriggio qualsiasi nella stazione della metropolitana di Seul, l’anziana Park So-nyo, moglie, madre, nonna, scompare tra la folla senza denaro né documenti. La ricerca della donna mette a dura prova i suoi tre figli e il marito, che fanno di tutto per rintracciarla il prima possibile, gravati dal senso di colpa e dai rimpianti, consapevoli dell’indifferenza rivolta per tutta la vita alla donna che si è sempre presa cura di loro.

“Prenditi cura di lei” (edito da BEAT) è un romanzo originale e difficile da leggere, non soltanto per l’insolito uso della narrazione in seconda persona singolare, ma anche per gli avvenimenti in esso contenuti e per le emozioni, così oscure e incontenibili da porsi come pesanti macigni sul cuore di chi legge. L’autrice denuncia la noncuranza con cui spesso si trattano gli affetti più cari, il disinteresse dei figli verso le figure genitoriali e dei partner che dimenticano cosa voglia dire la vita di coppia. In un viaggio a ritroso tra i ricordi dei tre figli e del marito di Park So-nyo, impariamo a conoscere questa donna che non è mai stata capita dai suoi cari né adeguatamente amata, scopriamo quanta forza, ma anche quanto dolore, si celassero dietro il suo sorriso testardo.
Park So-nyo è stata una persona sola, piena di segreti e di rimpianti, ma sempre pronta ad aiutare il prossimo, pur non ricevendo un briciolo di attenzione o comprensione dalla famiglia. È un personaggio fragile e allo stesso tempo forte, che non si può fare a meno di rispettare e amare.
Fa male accorgersi, insieme ai suoi cari, di quanto poco sarebbe bastato per dimostrarle apprezzamento, per farla sentire amata e voluta. Il trattamento che i figli e il marito le hanno riservato tutta la vita, alla stregua di una serva molesta, amareggia non poco, soprattutto perché non troppo lontano dal modo in cui a volte, nel quotidiano, può capitare di trattare quelli che ci sono vicini, dando le loro cure per scontate e dimenticando di ricambiarne l’attenzione.
E fa male accorgersi che, talvolta, capiamo quale sia il valore delle persone che ci sono accanto quando è troppo tardi per cambiare le cose, che il passato non può tornare e le parole dette – o non dette – non si possono cancellare. Una lezione che l’autrice Kyung-Sook Shin illustra con grande maestria e densità di linguaggio.

Titolo: Prenditi cura di lei
Autore: Kyung-Sook Shin
Casa editrice: BEAT
Genere: Drammatico
Pagine: 219
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 9,90
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autrice
Kyung-Sook Shin è nata nel 1963 in una remota regione montuosa nella Corea del Sud. Ha esordito come scrittrice nel 1985 con il racconto “Fiaba d’inverno”, seguito poi nel 1993 dalla raccolta di racconti “Dov’era un tempo l’harmonium”. Con “Prenditi cura di lei” ha ottenuto uno strepitoso successo internazionale, diventando la prima e unica donna a vincere il Man Asian Literary Prize. Nel 2019 è uscito il suo ultimo romanzo “La danzatrice di Seul”, accolto con stupore e ammirazione dalla critica mondiale.

Claudia

Lettore medio

“Cate, io” (Matteo Cellini)

Cate, ioCammino e ho il mio costume indosso: un panneggiato, indolente, fluttuante manto di grasso. Sono una supereroina e risolvo problemi. Salvo il mondo. Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva; che toglie dalle mani la palma della più brutta, della più grassa, della più sola.

Caterina ha diciassette anni e vive in provincia di Urbino. Obesa come tutti i membri della sua famiglia, non si sente uguale ai suoi coetanei. Le discriminazioni che subisce ogni giorno l’hanno portata a dividere il mondo in persone e non-persone, basandosi esclusivamente sulla loro taglia. E lei è una non-persona, quando esce di casa non è mai se stessa: è Cate-ciccia, Cater-pillar, Cate-bomba, una tutina stretta su un corpo ingombrante, che le persone non mancano di prendere in giro per la sua diversità.

Diffidente e disillusa, Cate vive la sua quotidianità nell’attesa dell’insulto successivo, senza mai aspettarsi una parola gentile e sincera da chicchessia, e nell’angoscia dell’approssimarsi del suo diciottesimo compleanno, giorno che sancirà il tanto desiderato eppure temuto ingresso nell’età adulta, che i suoi genitori insistono col festeggiare pubblicamente, insieme alle persone che Cate teme più di tutti, i suoi compagni di classe.

“Cate, io” (edito da Fazi Editore) è un romanzo duro da leggere, scuote la coscienza e fa riflettere sull’importanza di sentirsi amati, ma, soprattutto, di amarsi. Nelle parole ciniche di Cate, nella sua chiusura al mondo, nella sua circospezione verso gli altri c’è un profondo odio per se stessa. È cieca all’affetto e alla simpatia di quelli che la circondano, perché non riesce a concepire che qualcuno possa amarla per quello che è. Convinta che la gentilezza dei suoi compagni sia mossa dalla pietà e da un secondo fine, Cate tiene tutti a distanza di sicurezza, armandosi di sarcasmo e finta noncuranza, condannandosi a una vita di solitudine.
Non si accorge che la sua compagna di banco Anna, da lei soprannominata l’Annoievole, vuole davvero esserle amica, né che il timido Giacomo, che la guarda di soppiatto dal suo banco, ha una cotta per lei. È bloccata nell’autocommiserazione e nel disprezzo per il suo corpo, che le impediscono di godersi i rapporti umani e la quotidianità.
Unica persona da cui pare accettare affetto e ammirazione è la professoressa Mazzantini, sua docente di italiano, che la incoraggia a usare la sua passione per la letteratura, a osare, pur ferendola qualche volta, anche se in maniera involontaria.
Leggere “Cate, io” è una prova di forza, soprattutto per chi, come Cate, ha vissuto la propria infanzia e adolescenza odiando il proprio corpo e tutto ciò che rappresenta. L’autore si cala in modo straordinario e verosimile nei panni di un’adolescente obesa e depressa, descrive bene le insidie del sentirsi indegni di qualsiasi tipo di amore e traccia per la sua protagonista un percorso di accettazione e redenzione che fa quasi male al cuore. La sua scrittura, densa e a tratti disturbante, cattura come di rado accade, toglie il fiato ed emoziona nella sua semplice crudezza.

Titolo: Cate, io
Autore: Matteo Cellini
Casa editrice: Fazi Editore
Genere: Biografico
Pagine: 216
Anno edizione: 2013
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore
Matteo Cellini è nato a Urbino, vive a Urbania dove svolge l’attività di docente di Lettere in una scuola media. Nel 2010 esordisce con il racconto “Cate, io” che, distribuito gratuitamente in sette metropolitane, ottiene il Premio Subway-Letteratura. In seguito, Cellini trae dal suo racconto il romanzo omonimo, che vince il Premio Campiello 2013 nella sezione Opera Prima e giunge finalista al Premio Strega. Nel 2016 ha pubblicato il secondo romanzo, “La primavera di Gordon Copperny jr.”. Nel 2018 è uscita la sua terza fatica letteraria, la favola “I segreti delle nuvole”.

Claudia

Lettore medio

Io sono Kurt (Paolo Restuccia)

9788876259036_0_0_454_75Vent’anni fa portavo i capelli lunghi come Kurt Cobain, con un accenno di pizzetto. La prima volta che mi vide, Diavolo Biondo disse: «E tu chi saresti?».
«Andrea Brighi».
«Nome da sfigato».

Immaginate di essere in macchina e di avere al vostro fianco una borsa piena zeppa di soldi. Soldi che dovrete consegnare in una banca di Lugano, senza dar troppe spiegazioni e, soprattutto, senza perdere tempo. Immaginate adesso che, mentre procedete in direzione della Svizzera, la vostra auto venga affiancata da un veicolo alla cui guida c’è il vostro ex datore di lavoro lo stesso che, da vent’anni, vi deve ancora 10 milioni. Continuereste il vostro viaggio serenamente oppure rendereste più eccitante il percorso seguendo la macchina che avete appena visto?
Andrea Brighi, protagonista del romanzo “Io sono Kurt” di Paolo Restuccia (edito da Fazi), propende per questa seconda opzione e si prepara a fare i conti col proprio passato. Un passato fatto di serate in discoteca, nelle quali veniva soprannominato Kurt a causa della somiglianza col cantante Kurt Cobain; di un rapporto ambiguo con Anna, una ragazza annoiata dalla routine sentimentale e amante della sottomissione, e di un ancor più controverso rapporto di amore e odio con Stefano Zanchi, soprannominato Diavolo Biondo, ex datore di lavoro di Kurt.
Riuscirà il protagonista a recuperare il vecchio credito, senza dissipare i soldi con cui sta viaggiando?

Ho apprezzato non poco questo romanzo nel quale la musica ha un ruolo fondamentale. Al termine del libro, Restuccia motiva la scelta di ogni singolo pezzo citato nel romanzo invitando il lettore a ritrovare tormentoni di inizio secolo e vecchi successi degli anni ’60 e ’70. Inoltre mi è piaciuta la scrittura: cruda, spigolosa, senza fronzoli e senza alcun rispetto per i ben pensanti. Il sesso viene raccontato senza volgarità ma pure evitando censure che avrebbero rovinato un’atmosfera cupa che permea tutto il romanzo. Inoltre, ho apprezzato particolarmente che l’autore abbia – di tanto in tanto – interrotto la narrazione (in prima persona) per rivolgersi direttamente al lettore, coinvolgendolo pienamente nella storia e in una serie di riflessioni mai banali né stucchevoli.

Titolo: Io sono Kurt
Autore: Paolo Restuccia
Casa editrice: Fazi editore
Genere: Noir
Pagine: 270
Anno: 2016
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Dopo aver letto il libro: Godersi, una a una, le canzoni citate alla fine del romanzo.

L’autore
È il regista del noto programma satirico di Radio2 “Il ruggito del coniglio”. Lavora alla Rai dal 1987 come regista, autore e conduttore. Insieme a Enrico Valenzi, è il fondatore della Scuola di scrittura Omero di Roma, la prima aperta in Italia, attiva dal 1988. Ha pubblicato il manuale “La palestra dello scrittore, le parole e la forma” (Omero, 2010) e il romanzo “La strategia del tango” (Gaffi, 2014).

Paquito

Lettore medio

Felici i felici (Yasmina Reza)

9788845928260_0_0_454_75Lui si è di nuovo proteso per dire, sei felice? Ho detto, sì, e ho pensato, che faccia tosta. Ha annuito e assunto un’aria vagamente intenerita, sei felice, brava. Mi è venuta voglia di tirargli uno schiaffo. Trent’anni di tranquillità emotiva spazzati via in dieci secondi.

La domanda che subito possiamo porci è: chi sono i felici? In questo romanzo corale è come se tutti i protagonisti, che fino a quel momento hanno vissuto una vita perfetta (anche se solo in apparenza) si fermassero per riflettere su ciò che sta accadendo loro.
Ad esempio, Pascaline e Lionel agli occhi di tutti sono la coppia perfetta, ma in realtà nascondono i problemi psichici del proprio figlio per paura di essere derisi dai loro amici; il giovane e stimato dottor Chemla, invece, vive una sessualità complicata dovuta agli abusi subiti da parte del fratello maggiore quando era piccolo.
Malgrado accadano episodi che segnano un punto di rottura nella routine dei protagonisti, essi preferiscono non abbandonare il loro stile di vita perché non è facile uscire dalla propria comfort zone, anche se questa rende infelici.

«Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell’amore. Felici i felici»: è da questa citazione di Borges che Yasmina Reza prende spunto per il suo romanzo “Felici i felici” (edito da Adelphi) nel quale più protagonisti danno voce ai loro segreti e ai loro pensieri. Attraverso di essi scopriamo che, in questo romanzo, la vera protagonista è l’infelicità, sentimento onnipresente che, però, non crea empatia per i personaggi, tutt’altro. Invita il lettore a riflettere sull’ipocrisia che non solo ci circonda, ma che viviamo in prima persona quando preferiamo non essere onesti con noi stessi.
Grazie alla sua abilità nel cambiare registro, l’autrice riesce a farci osservare da spettatori queste esistenze fatte di vite parallele e a farci riflettere anche sulla nostra vita. Ogni capitolo non è a sé stante perché troviamo i racconti di persone che si conoscono tra loro chi per grado di parentela, chi perché marito, moglie o amante di qualcuno e quindi sono le facce, anzi le doppie facce, della stessa medaglia.
La caratteristica preponderante di questo romanzo è l’assenza di dialogo e di confronto, dato che ciascun personaggio tende a disinnescare qualsiasi bomba per non rovinare l’equilibrio precario che è riuscito a creare con tanta fatica.
Non esisteranno le istruzioni per essere felice, ma la Reza afferma che essere felici è un talento.Da parte mia, credo invece che si inizi ad essere felici quando ci si rende conto di cosa si vuole davvero.

Titolo: Felici i felici
Autore: Yasmina Reza
Genere: Letteratura francese
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 163
Anno: 2013
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Autore e quadro consigliato: “Gli amanti” (René Magritte, olio su tela 1928)

L’autrice
Yasmina Reza (Parigi, 1 maggio 1959) è una drammaturga, sceneggiatrice, attrice e scrittrice francese. La prima pièce da lei scritta, “Conversations après un enterrement”, rappresentata per la prima volta nel 1987, le vale il Premio Molière come miglior autore. Il successo internazionale arriva con “Art” (1994) opera tradotta in molte lingue e che le ha fatto vincere molti premi non solo letterari ma anche teatrali. Dal suo libro “Il dio del massacro” (2011) è stato tratto il film “Carnage” di Roman Polański.

Arianna

Lettore medio

Kirsten (Salvatore Vivenzio & Chiara Raimondi)

kristen-salvatore-vivenzio-chiara-raimondi«Quale parte interpreterò stavolta?»

L’istante che precede il ciak. È quel che Salvatore Vivenzio e Chiara Raimondi raccontano con “Kirsten”, il graphic novel edito da Alt! Edizioni.
Protagonista della storia è la diva hollywoodiana Kirsten Dunst immortalata fuori e dentro il set. Non una storia per celebrare un’attrice di indiscusso talento, quindi, ma il ritratto a tinte forti di una ragazza molto fragile che, ruolo dopo ruolo, si guarda allo specchio e non vede più riflessa la propria immagine ma quella dei personaggi a cui presta corpo e voce.

Definisco questo graphic novel: delizioso. Una storia breve, con pochissime battute e tanto spazio all’illustrazione (da questo punto di vista, straordinario lavoro di Chiara Raimondi che – con un tratto molto bonelliano – dà vita alla celebre attrice regalando ai lettori una serie di immagini iconiche della Dunst). Vivenzio è molto attento alle inquadrature ed è bravo a far recitare Kirsten anche lontano dal set. Quei soliloqui, tuttavia, non sono battute, ma veri e propri dubbi che possono cogliere una ragazza anche all’apice della carriera. Non aggiungo altro e cedo con piacere la parola all’autore.

Kristen. Come è nato questo progetto? Kristen nacque sostanzialmente da una scommessa tra me e Chiara Raimondi, la disegnatrice, entrambi follemente innamorati dell’attrice Kirsten Dunst. Ci mandavamo sue foto di continuo, poi passammo alle interviste e man mano scoprii che lei aveva un passato davvero interessante fatto di problemi familiari, depressione e cliniche psichiatriche. La figura dell’attore mi ha sempre interessato moltissimo, quindi decisi di provare a mettere in relazione la classica maschera dell’attrice con i problemi reali della vita di Kirsten Dunst. Ne venne fuori un esperimento niente male, così decidemmo di realizzarlo.
La Kristen Dunst protagonista di questa storia si discosta dalla diva patinata alla quale siamo abituati. Come mai hai deciso di raccontare il lato fragile di quest’attrice? Perché ciò che mi interessa principalmente è il lato umano, emotivo, profondo delle cose. Tutti possiamo vedere quanto sia bella un’attrice hollywoodiana, tutti possiamo ammirare i suoi vestiti, i suoi gioielli, le sue fantastiche relazioni amorose. Ma la vera domanda, per me, è sempre: cosa c’è dietro tutto questo?
In alcune istantanee vengono ricordati i momenti salienti della sua carriera. Un modo, questo, per mettere una persona davanti allo specchio per ricordare il proprio lato umano? Per me era un confronto con se stessa. Tra il lato umano e quello attoriale. Non so come sia effettivamente essere un attore, non so neanche recitare una poesia, ma l’ho sempre immaginato come una figura sfuggevole, sempre in bilico tra ciò che è e ciò che recita.
La Stanza. Raccontaci questo interessante progetto. La Stanza è stato l’inizio di tutto per me. Nacque quando avevo circa diciassette anni. Avevo iniziato a provare a scrivere una sceneggiatura (non mi era facile ai tempi, ero totalmente spaesato) ma rimaneva un problema: chi l’avrebbe mai disegnata? Così provai a tirare su questo collettivo di artisti. Ai tempi non immaginavo sarebbe diventato qualcosa di così grosso. Poi sono sopraggiunti dei problemi, realtà del genere sono difficili da portare avanti a meno di non trovare persone disposte a investire tempo e denaro nel progetto. Quindi pian piano abbiamo tutti abbandonato la barca. Non so se faremo mai altro con i vecchi membri, me lo auguro comunque. Ma si va avanti, non bisogna mai fermarsi al passato.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Ai tempi delle nostre prime uscite furono tutti molto entusiasti. La prima tiratura di Kristen finì al Comicon 2017, fiera d’esordio praticamente (prima avevamo fatto solo Pescara Comics dove avevamo portato l’albo in anteprima). I ragazzi di ALT! fecero un lavorone, immagino fosse molto difficile lavorare con noi ai tempi, eravamo dei ragazzini (io avevo 19 anni). Pochi giorni fa ho saputo che sono andate esaurite anche tutte le copie di “Gamble”. E’ una bella soddisfazione vedere il proprio lavoro apprezzato anche a distanza di tempo.
Sei al lavoro su qualche nuovo progetto? Certo! Nel 2018 è uscita “La Rabbia”, il graphic novel scritto da me e disegnato da Gabriele Falzone. Abbiamo fatto sostanzialmente un anno di tour promozionale, conclusosi a giugno. Anche questo volume è andato molto bene, abbiamo girato parecchio. Ora ho altri due libri in uscita nel 2020, sempre per Shockdom. Il primo è un fumetto sulla cultura trap e il secondo è una decostruzione surrealista del classico noir che prova a succhiare la linfa vitale di Bunuel, Dalì e De Chirico (una roba da niente, insomma). Nel frattempo lavoro a tante altre cose e provo a laurearmi!
Un saluto ai lettori del nostro blog. Un abbraccio a tutti i lettori di “Il lettore medio”, spero di incontrarvi nuovamente presto, magari in occasione dell’uscita del mio prossimo libro!

Titolo: Kirsten
Autore: Salvatore Vivenzio
Illustratrice: Chiara Raimondi
Casa editrice: Alt!
Genere: Graphic novel
Pagine: 36
Anno: 2017
Prezzo: € 4,90
Tempo medio di lettura: 1 ora
Film consigliati: “Il giardino delle vergini suicide” (1999) e “Marie Antoinette” (2006), scritti e diretti da Sofia Coppola. Di entrambi i film Kirsten Dunst ne è la protagonista.

L’autore
Salvatore Vivenzio è scrittore, sceneggiatore e giornalista. Tra le sue pubblicazioni: i romanzi brevi “Radioactive” e “Awake” (entrambi pubblicati da Montecovello) e dei fumetti, pubblicati con Alt!, “Kristen” e “Gamble”. Con l’editore Shockdom ha pubblicato il graphic novel “La rabbia”.
È il fondatore e coordinatore del collettivo “La Stanza”.

L’illustratrice
Chiara Raimondi, classe ‘96, dopo il diploma al liceo decide di fare fumetti così, su due piedi. Esordisce con “Kristen” e come colorista con “Gamble”, entrambi scritti da Salvatore Vivenzio ed editi da ALT! Associazione Lettori Torresi. Collabora come illustratrice e fumettista con giornali locali e pubblica webcomics su piattaforme online come Comiqube e Lo Spazio Bianco.

Paquito

Lettore medio

Il libro dei Baltimore (Joël Dicker)

9788893445511_0_0_454_75Se trovate questo libro, leggetelo, per favore.
Vorrei che qualcuno conoscesse la storia dei Goldman di Baltimore.

Comincio questa recensione affermando che “Il libro dei Baltimore” di Joël Dicker (edito da La nave di Teseo) è uno dei romanzi più interessanti che mi sia mai capitato di leggere negli ultimi anni.
Una saga familiare sui generis (consta, infatti, di un unico volume) nel quale vengono raccontate le gesta della famiglia Goldman, nel momento più delicato della loro vita. Protagonista della vicenda è Marcus Goldman, un giovane scrittore al lavoro sul suo nuovo romanzo. Vittima, inizialmente, del blocco dello scrittore, Marcus (che nel corso della narrazione riceverà gli affettuosi nomignoli di Markie e Markikette) inizia a raccontare la storia della propria famiglia: il padre e la madre con cui vive a Monclair, ma soprattutto la famiglia Goldman di Baltimore: quella composta dallo zio Saul, la zia Anita e il cugino Hillel ai quali si aggiunge il giovane Woody, un ragazzino abbandonato dalla propria famiglia d’origine che trova nella ricca tenuta dei Goldman di Baltimore la propria seconda chance. Ognuno di loro combatte quotidianamente per primeggiare (nello studio, nel lavoro, ma soprattutto agli occhi dei parenti), ognuno di loro ha un segreto, ognuno di loro ha fantasmi del passato che riemergono per rendere insonni le notti a qualsiasi latitudine.
Riuscirà Markie a raccontare la storia della propria famiglia, senza lasciarsi travolgere dalle onde anomale dei ricordi?

Al di là della storia, particolarmente bella, quel che ho adorato di questo romanzo è la tecnica. Dicker utilizza in maniera impeccabile il flashback (quasi sempre aperto, così da aumentare la suspence al termine di ogni capitolo) muovendosi su più piani narrativi. Ottima pure la scelta della prima persona per la voce narrante: Marcus condivide col lettore le proprie emozioni (specie nel rapporto con Alexandra Neville, inizialmente semplice vicina di casa e amica di famiglia, successivamente fidanzata di Marcus) ma soprattutto i propri ricordi. Racconta quel che gli è successo, nei lunghi soggiorni a Baltimore, ma pure quel che gli viene raccontato da due cugini per i quali prova un grande affetto, ma pure un pizzico d’invidia.
I personaggi sono delineati in modo perfetto. Di ognuno di loro l’autore regala un ritratto molto dettagliato, ma nient’affatto stancante, nel quale emergono le fragilità. Fragilità che li rende umani e nei quali ci si può facilmente immedesimare.
Non aggiungo altro, per non correre il rischio di essere stucchevole. Lascio ai lettori l’ardua sentenza. Per me è promozione a pieni voti, con tanto di desiderio di leggere altri romanzi di quest’autore.

Titolo: Il libro dei Baltimore
Autrice: Joël Dicker
Casa editrice: La nave di Teseo
Genere: Saga familiare
Pagine: 587
Anno: 2018
Prezzo: € 14,50
Tempo medio di lettura: 15 giorni
Letture consigliate: “La verità sul caso Harry Quebert” (2013) e “La scomparsa di Stephanie Mailer” entrambi di Dicker.

L’autore
Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. Ha pubblicato “La verità sul caso Harry Quebert” (2013), “Gli ultimi giorni dei nostri padri” (2015), “Il libro dei Baltimore” (2016) e “La scomparsa di Stephanie Mailer” (2018). Ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010, il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012.

Paquito

Lettore medio

Anm & core (Alex Amoresano)

copertina-anm-e-core-1«Ma tu sai come ci si arriva?»
«Dobbiamo solo cambiare linea. Comunque poi chiediamo!»
«È il “poi chiediamo” che mi preoccupa…»

Confesso di aver sempre avuto un debole per le storie ambientate a bordo di un treno. Se le suddette storie hanno un taglio umoristico – e magari sono pure ambientate a Napoli – non posso esimermi dal recensirle positivamente. Ed è quel che accade con “Anm & core” il divertente volume realizzato da Alex Amoresano (autore delle sceneggiature e delle illustrazioni) edito da Alt! Edizioni.
Una raccolta di storie legate tra loro da un sottilissimo filo: sono tutte ambientate a bordo dei mezzi pubblici napoletani. Stazioni belle come opere d’arte popolate di viaggiatori distratti, studenti fuorisede, innamorati che attendono la fermata successiva per dichiararsi e venditori ambulanti che danno fondo a un repertorio da navigati attori per piazzare la propria mercanzia (nel 90% dei casi si tratta di calzini!).
Tutto questo mentre il mondo fuori continua a muoversi a velocità frenetica, senza la possibilità di godersi uno spettacolo del genere.

Ho apprezzato molto questo fumetto per due motivi: il primo è che rende giustizia alle metro napoletane (delle quali sono assiduo fruitore) tanto per l’aspetto estetico (la stazione di Toledo è oggettivamente molto bella), quanto per quel teatro quotidiano che va in scena, ogni giorno, tra un vagone e l’altro. A questo punto taccio e lascio la parola all’autore.

Anm & core. Come è nato questo progetto? È nato osservando. Un’osservazione che mi ha accompagnato per anni, sin da piccolo, attraverso quel labirinto di percorsi artistici che è la metropolitana di Napoli, con occhi curiosi e orecchie attente ai discorsi dei passeggeri.
Da sempre la linea dei trasporti napoletana viene considerata un gigantesco contenitore di storie. Storie che prendono vita tra le pagine del tuo graphic novel. Quale di queste ti ha più divertito? “Toilette”, la storia sulle due signore che cercano di risparmiare sui servizi igienici della metro.
C’è spazio, nel graphic novel, anche per qualche attenta riflessione. A bordo della metro viaggiano turisti, studenti con le cuffiette, professionisti silenziosi, massaie ciarliere ma pure persone che proprio non riescono a fare a meno dei pregiudizi. Quanto ti spaventa quest’ultima categoria? Ti rispondo con una storiella: una volta una signora sull’autobus imprecava contro gli arabi. La assecondo, dicendole che aveva ragione, facendole capire quanto io fossi più intransigente di lei e di come, a mio avviso, si dovesse eliminare ogni cosa importata dagli arabi. Numeri, astronomia, medicina, spezie, e molte parole della nostra lingua napoletana. Rimase in silenzio.
La linea 1 della metropolitana di Napoli avrà pure mille e uno difetti, ma è universalmente riconosciuto che è dotata di stazioni meravigliose. Giusto soffermarsi a contemplare queste opere d’arte oppure è meglio continuare a lamentarsi i disservizi? In medio stat virtus.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Meravigliati. Sia per la scoperta di un fumetto che parlasse di una Napoli quotidiana, reale, di tutti i giorni, sia per la scelta della protagonista assoluta: la metro.
Adesso tocca farci gli affari tuoi. Sei al lavoro su qualche nuovo progetto? Ci sto lavorando, al momento sono ancora alla fase iniziale, quella che ogni bravo scrittore definirebbe “ricerca delle fonti”. E già ti ho dato un forte indizio sull’orientamento cronologico dell’opera.
Un saluto ai lettori del nostro blog. Un saluto a tutti, ragazzi! E ricordatevi che: in vino veritas, ma in birra figuriamocis!

Titolo: Anm & core
Autore/illustratore: Alex Amoresano
Casa editrice: Alt!
Genere: Graphic novel
Pagine: 105
Anno: 2019
Prezzo: € 10,00
Tempo medio di lettura: 2 ore
Dopo aver letto questo graphic novel: Viaggiare a bordo delle linee 1 e 2 della metropolitana di Napoli per scoprire che, talvolta, la realtà supera di gran lunga la fantasia.

L’autore
Alex Amoresano nasce a Napoli nel 1994. Cresciuto a “pane e greco antico”, nel 2017 si diploma alla Scuola Italiana di Comix in Fumetto e Colorazione CG.
Nell’aprile dello stesso anno espone per il Napoli Comicon-off presso il PAN – Palazzo delle Arti di Napoli alcune tavole tratte dalla storia scritta con Corinne Cocca “Làthe Biòsas”, per la rassegna ’77 Anno Cannibale. Nel dicembre 2018, è tra i quaranta finalisti esposti del concorso “Batman: Vita con Alfred” organizzato da Dimensione Fumetto. Nello stesso mese, realizza la locandina, esposta presso l’Università Sorbonne di Parigi, dell’incontro “Le due Napoli di Maurizio de Giovanni”.
Collabora attivamente come scrittore ed illustratore con il sito internet e la pagina facebook “Storie di Napoli”. Attualmente studia Scienza ed Ingegneria dei Materiali presso l’Università di Napoli Federico II.

Paquito

Lettore medio

Dorando Pietri. Una storia di cuore e di gambe (Antonio Recupero & Luca Ferrara)

9788867901876_0_0_503_75«Il babbo mi ha dato le mie, e visto che a te non ti ha acchiappato poi mi ha dato anche le tue…»
«Eh, allora devi correre più veloce anche te…»

Quella di Dorando Pietri non è la storia di un atleta per caso, è epica allo stato puro. Ciò che accadde a Londra nel 1908 – la vittoria della maratona durante le Olimpiadi, la successiva revoca della medaglia, infine il trofeo offerto dalla regina Alessandra per celebrare le sue gesta sportive – non può essere semplicemente annoverato tra le cronache sportive. Rende merito a un uomo diventato corridore casualmente, tuttavia pronto a qualsiasi sacrificio pur di superare i propri limiti e comprendere non solo quando è il momento di dire basta (dopo appena tre anni di attività agonistica vissuta a livelli fuori dal comune), ma pure quando è il momento di tirar fuori gli artigli e difendersi dall’accusa di aver barato durante una finale olimpica.
Antonio Recupero, supportato dalle illustrazioni di Luca Ferrara, racconta tutto questo in “Dorando Pietri. Una storia di cuore e di gambe” edito da Tunuè. Non la semplice biografia di un grande atleta di inizio ‘900, ma il desiderio di raccontare una parabola sportiva e la vita quotidiana di un ragazzo di provincia dotato di un fisico non propriamente atletico (particolarmente magro e con le gambe arcuate) ma pure di una volontà ferrea e di grande intelligenza (specie nel prendere decisioni sul proprio futuro).

Ho apprezzato davvero molto questo graphic novel per una serie di motivi. Innanzitutto, per lo straordinario lavoro grafico di Luca Ferrara. Essenziale, senza fronzoli, reso d’effetto grazie all’utilizzo dell’acquerello che valorizza ogni tavola e le regala quel tocco vintage quanto mai indicato per una storia ambientata ad inizio ‘900.
Dal punto di vista della sceneggiatura, ottima la scelta di Recupero che decide di raccontare la vicenda dell’uomo Pietri – costretto a difendersi in tribunale, subito dopo la gara – e di ripercorrere le fasi salienti della sua vita attraverso una serie di flashback davvero efficaci. Ancor di più, mi è piaciuta l’idea di raccontare, nell’ultima parte del volume, la vita di Pietri lontano dalle piste di atletica. Un modo perfetto per restituire umanità a una leggenda dello sport.

Titolo:
Dorando Pietri. Una storia di cuore e di gambe
Autore: Antonio Recupero
Illustrazioni: Luca Ferrara
Casa editrice: Tunué
Genere: Graphic novel
Pagine: 104
Anno: 2016
Prezzo: € 16,90
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Serie televisiva consigliata: “Il sogno del maratoneta”, serie tv del 2012 diretta da Leone Pompucci. Dorando Pietri è interpretato da Luigi Lo Cascio.

L’autore
Antonio Recupero (Messina 1977), laureato in Giurisprudenza nella sua città natale, ha studiato sceneggiatura sotto la guida di Giorgio Pedrazzi alla Scuola Internazionale di Comics di Roma; qui conosce Cristian Di Clemente. Ha collaborato con le etichette Perfect Trip Production e Cronaca di Topolinia, oltre che con le community Gruppo Trinacria e Kinart. Collabora con le e-zine Fumettomania.net e Komix.it.
Ha scritto due storie pubblicate su Mono#3 “Acqua” (Torello, disegnata da Cristian Di Clemente) e Mono #4 “Cibo” (Cena a due, disegnata da Giovanni Ruello). Attualmente vive a Roma, occupandosi di comunicazione. Con Cristian Di Clemente realizza il graphic novel Tunué “Non c’è trucco”.

Luca Ferrara (Cava dè Tirreni, 1982) fumettista e creativo pubblicitario unisce alla necessità di disegnare la passione per il teatro amatoriale e la recitazione. Con Tunué ha pubblicato nel 2013 “Gli altri”, dal testo teatrale di Maurizio de Giovanni e con la sceneggiatura di Alessandro Di Virgilio. Inoltre ha disegnato e co-sceneggiato “Pippo Fava. Lo spirito di un giornale” (2010, Round Robin) e “Antonino Caponetto. Non è tutto finito” (2012, Round Robin).

Paquito