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L’uomo dei tetti (Nerina Fiumanò)

9788899931285_0_0_454_75Aveva scelto di vivere lassù.
Perché lassù il mondo aveva un altro colore
e poteva stare tranquillo, lontano dal traffico cittadino
e dalle tensioni
e dallo stress del vivere insieme agli altri.

C’era una volta un uomo che aveva deciso di vivere sui tetti. Comincia pressappoco in questo modo “L’uomo dei tetti”, la fiaba di Nerina Fiumanò illustrata da Angelo Ruta e pubblicata da VerbaVolant in un formato particolarmente accattivante, ovvero i libri da parati. Dispiegando le pagine di questa storia, che ho trovato deliziosa, si scoprono le abitudini di quest’uomo senza nome che decide di fare a meno di qualsiasi cosa e godersi lo spettacolo del cielo e quello della neve. Di affidare i propri pensieri al silenzio della notte, ma pure ai lievi brusii che giungono indistinti a certe altitudini. Una storia delicata che invita alla riflessione sul valore delle piccole cose, quelle sufficienti per vivere felici.
Ormai da tempo recensisco volumi di una casa editrice capace di innovarsi e di proporre prodotti editoriali validissimi in un formato particolare ma di sicuro impatto.
Un unico rimpianto caratterizza questa recensione: non poter intervistare l’autrice Nerina Fiumanò, scomparsa recentemente. Affido pertanto al suo compagno di viaggio Angelo Ruta il compito di raccontare questa storia ai lettori del nostro blog.

L’uomo dei tetti. Come è nato questo progetto? Un giorno Nerina mi ha chiesto: “Ho scritto delle nuove fiabe, ti va di leggerle?”. Io sono sempre lento a leggere, così le ho messe in un angolo della scrivania e ho aspettato qualche mese prima di affrontarle. Questa mi ha subito colpito. Ma non sapevo come prenderla. Poi mi è venuta l’idea e ho subito chiamato Fausta (l’editore di VerbaVolant, ndr).
L’uomo dei tetti vive lontano dal mondo abitato e sembra accontentarsi di poco per essere felice: un pezzo di pane, la neve dentro la quale affondare i piedi, un tetto sopra il quale sedersi per contemplare l’immensità del cielo. Un modo per dire agli altri: smettiamola, ogni tanto, di rincorrere falsi miti e tecnologia per ritrovare noi stessi? Forse. Ma c’è una profonda crisi esistenziale dietro a questa scelta. Un saggio diceva “C’è un tempo per stare nel mondo e un tempo per rifugiarsi da soli nel bosco”. Ecco, i tetti del personaggio di Nerina sono il suo bosco, il rifugio dove ritrovare se stessi prima di ritornare nel mondo.
Possiamo considerare questa storia una fiaba, anche per merito delle tue illustrazioni. Lecito chiederti: ti ha ispirato qualche evento particolare (un film, un quadro, una corrente artistica) oppure hai sognato ad occhi aperti mentre illustravi le pagine scritte da Nerina? Mi sono lasciato ispirare dalla storia. Per prima, mi è venuta l’idea dell’ultima tavola, quella del letto. Non ce lo siamo mai detti con Nerina ma per me il significato del libro sta tutto in quell’immagine. Volendola tradurre in parole vuol dire: “Visto che non posso arrivare fino al cielo, un pezzo di cielo scende fino a me e mi avvolge tutto”.
Per un artista poliedrico come te quale è la dimensione giusta per questo racconto? Io immagino un film di animazione oppure uno spettacolo di mimo. Hai ragione! Non ci avevo pensato ma, in entrambi i casi, mi sembra un’idea stupenda. Forse lo spettacolo di mimo più del film di animazione.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Te ne racconto uno. Un giorno una lettrice, che aveva comprato il libro, era tornata da Fausta per prenderne un altro, da regalare. Le ha raccontato quanto l’avesse colpita nel profondo questo libro e il significato che aveva dato, pagina per pagina, a tutta la storia. E mentre lo raccontava piangeva.
Questa storia appartiene a te ma anche e soprattutto a Nerina. Ti andrebbe di ricordarla attraverso il nostro blog? Nerina era una persona ribelle e spigolosa ma aveva un senso magico della vita;  questo ha creato subito una forte empatia tra di noi. Amava la narrazione della realtà ma ancor di più la deviazione poetica che a volte la trasfigura, fino a farla diventare, nel senso più nobile del termine, fiaba.

Titolo: L’uomo dei tetti
Autrice: Nerina Fiumanò
Illustratore: Angelo Ruta
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: libri da parati
Pagine: 1 (nel formato 70×100)
Anno: 2018
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Letture consigliate: “Seb e la conchiglia” di Claudia Mencaroni e Luisa Montalto (ed. VerbaVolant)

L’autrice
Nerina Fiumanò è stata sceneggiatrice e story editor. Ha collaborato a lungo con diverse case di produzione. Nel 2001 ha fondato Cinerentola, studio di consulenza per lo spettacolo. Nel maggio 2011 ha ottenuto il Certificate Program in Television Screenwriting presso UCLA Extension a Los Angeles dove ha vissuto per un anno e mezzo. Nel 2016 ha pubblicato per VerbaVolant Edizioni “La principessa che scriveva”, libro da parati con le illustrazioni di Angelo Ruta.

L’illustratore
Angelo Ruta si è formato a Milano, dove ha frequentato il corso di Scenografia all’Accademia di Brera, il Corso Superiore di Illustrazione e Fumetto e la Scuola di Tecnica Cinetelevisiva. Lavora prevalentemente come illustratore editoriale, collaborando con i maggiori editori italiani e inglesi, realizzando spettacoli teatrali e film e vincendo qualche premio. Collabora regolarmente con “La Lettura”, inserto domenicale del “Corriere della Sera”. Per VerbaVolant Edizioni ha illustrato due libri da parati: “Fiori bianchi bacche di caffè” (con testo di Pia Parlato) e “La principessa che scriveva” (con testo di Nerina Fiumanò).

Paquito

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Pietro Mennea. Più veloce del vento (Pippo Russo)

9788867996063_0_0_551_75Quarant’anni fa. Il tempo passa veloce se smetti di contarlo. Veloce quasi quanto i 20 secondi scarsi che ti sono serviti per filare via a razzo nella gara dei 200 metri e diventare l’uomo più veloce del mondo sulla distanza.

Venti secondi appena. Anzi diciannove e settantadue per trasformare un atleta in leggenda. Quel che accadde, nel 1979, a Pietro Mennea quando stabilì il record mondiale dei 200 metri. Un lasso di tempo brevissimo che rese l’atleta di Barletta una leggenda dello sport italiano. Ma “Pietro Mennea. Più veloce del vento”, volume curato da Pippo Russo per Edizioni Clichy, è pure il ritratto di un uomo che sembra incarnare il motto “mens sana in corpore sano”. Mennea, infatti, ha portato avanti – fino alla fine dei suoi giorni – una battaglia contro il doping, vero e proprio cancro di qualsiasi disciplina, e a favore dello sport come forma di cultura.
Trovano spazio, all’interno di un volume che ho apprezzato per lo stile (molto asciutto e senza fronzoli), non solo le imprese sportive di Mennea, ma pure quelle universitarie: tre, infatti, sono state le lauree conseguite da un atleta disposto a studiare di nascosto pur di conseguire un titolo di studio che gli garantisse un avvenire al termine di una carriera agonistica ricca di successi (tra i quali l’oro alle olimpiadi di Mosca nel 1980).
Non aggiungo altro e lascio all’autore la parola.

“Pietro Mennea. Più veloce del vento”. Come è nato questo volume?L’idea di questo volume risale alla prima pianificazione della collana Sorbonne. Quando si è cominciato a tracciare una galleria dei personaggi cui dedicare i titoli, e si è deciso che una parte di essi dovessero appartenere al mondo dello sport, quello di Pietro Mennea è stato il primo nome menzionato assieme a quello di Socrates. Poi le scelte editoriali hanno portato a puntare prima su Socrates, e il libro su Mennea è rimasto in sospeso. Si è deciso di riprenderlo alla fine dello scorso anno, quando si è constatato che nel 2019 ricorre il quarantennale del record sui 200 metri battuto a Città del Messico. E a questo punto si può ben dire che il volume sia arrivato in libreria nel momento più opportuno.
Quel che emerge, dalle pagine di questo libro, è il ritratto di uno sportivo ligio al dovere e dotato di una volontà granitica. Cosa, invece, ti ha conquistato dal punto di vista umano?Di Mennea emerge una totale refrattarietà al compromesso. Era un uomo molto fermo nelle idee e nelle decisioni, e se era convinto di avere ragione non defletteva minimamente. Ma al tempo stesso era pronto a cambiare idea se si rendeva conto che fossero cambiate alcune condizioni, o che semplicemente ci fosse stata un’evoluzione delle cose. E in questo non c’è incoerenza, ma piuttosto intelligenza e umiltà nel capire quando sia il caso di sottoporre a revisione alcune delle proprie idee.
19”72, un lasso di tempo brevissimo che trasformò Pietro Mennea in leggenda. Come hai vissuto quegli istanti da appassionato di sport e come li hai rivissuti da narratore?Da appassionato di sport lo vissi molto alla lontana. Avevo appena finito le medie e mi apprestavo a iniziare il ginnasio, e a quell’epoca seguivo poco l’atletica. Inoltre, la copertura mediatica di quel record non fu puntuale, gli italiani lo vissero in differita. Mi entusiasmai molto più quando un anno dopo vidi Mennea vincere l’oro olimpico a Mosca nei 200. Invece da narratore ho provato a immedesimarmi, e calare l’impresa di Pietro Mennea nel contesto del passaggio d’epoca. Il suo è stato il record più longevo sui 200 metri, quasi 17 anni. E a vedere la struttura fisica di Michael Johnson, l’atleta che ha fatto segnare il nuovo record nel 1996, si ha la perfetta rappresentazione di come nel frattempo sia cambiata la velocità. Quella di Pietro Mennea era la velocità delle gazzelle, quella di Michael Johnson era (ed è) la velocità dei culturisti.
Durante tutta la sua carriera agonistica, e pure dopo, Pietro Mennea ha combattuto contro il doping anche dal punto di vista culturale: la sua speranza era quella di vedere in pista atleti desiderosi di superare i propri limiti (oltre che gli avversari) attraverso il duro lavoro. A distanza di sei anni dalla sua morte, ritieni che le sue siano state parole al vento oppure c’è da sperare che il suo sogno si realizzi?Quelle contro il doping non sono mai parole al vento. Specie se pronunciate da un personaggio che ha il carisma di Pietro Mennea, con la sua capacità di indicare una strada alternativa (e pulita) al successo agonistico. Se però dobbiamo considerare il risultato della lotta contro il doping, allora dobbiamo registrare difficoltà che diventano sempre più elevate. E non certo per un limite mostrato da Mennea o da chiunque altro lotti o abbia lottato contro il doping. È che per troppi la scorciatoia verso il successo è sempre seducente.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori?Fin qui molto positivi. Evidentemente il pubblico non ha dimenticato Mennea, e chi non lo ha conosciuto trova in questo libro delle tracce importanti per comprendere il personaggio.
Previsione futura: Filippo Tortu può diventare l’erede di Pietro Mennea?In pista certamente, e glielo auguro. Fuori dalla pista, non saprei. Non per demerito suo, ma perché Pietro Mennea è stato un personaggio forse irripetibile.
Saluta i lettori del nostro blog. Li saluto volentieri, e li esorto a non smettere di seguire questo spazio così stimolante e ricco di idee.

Titolo: Pietro Mennea. Più veloce del vento
Autore: Pippo Russo
Casa editrice: Edizioni Clichy
Genere: saggio sportivo
Pagine: 104
Anno: 2019
Prezzo: € 7,90
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Serie tv consigliata: “Pietro Mennea – La freccia del Sud” miniserie televisiva del 2015 diretta da Ricky Tognazzi

L’autore
Pippo Russo è un sociologo, saggista e giornalista italiano. Insegna sociologia all’Università degli Studi di Firenze. Scrive per l’Unità, il Messaggero, e per le edizioni fiorentina e palermitana de La Repubblica. In passato ha collaborato con il Manifesto (per il quale ha inventato la celebre rubrica Pallonate, in cui venivano messi alla berlina i vizi del giornalismo sportivo italiano), il Riformista, il Fatto Quotidiano, Pubblico e il Corriere della Sera. Ha esordito nella narrativa nel 2006, con il romanzo “Il mio nome è Nedo Ludi” (Dalai editore). Il suo ultimo libro è “L’importo della ferita e altre storie. Frasi veramente scritte dagli autori italiani contemporanei. Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi” (Edizioni Clichy).

Paquito

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Edimburgo. Note pittoresche (Robert Louis Stevenson)

9788871644899_0_0_551_75Il suo fascino è romantico nel senso più ristretto del termine. Per quanto bella, più che bella è interessante. È preminentemente gotica e tanto più perché ha voluto darsi arie greche e ha eretto tempi classici sulle sue rupi. In una parole, e soprattutto, è una curiosità.

Mettiamo il caso che abbiate la possibilità di passeggiare per una delle capitali più affascinanti d’Europa in compagnia di uno dei suoi più celebri figli. Mettiamo il caso che costui, mostrandovi gli angoli più belli della sua città, condisca la narrazione di aneddoti storici e di antiche tradizioni popolari. E mettiamo il caso che tutto ciò possa farvi tornare indietro nel tempo di circa centocinquanta anni, mostrandovi abitudini e stili di vita che più lontani dai nostri non si può. Ecco, se volete tutto questo, non dovrete fare altro che inoltrarvi nella lettura di un piccolo libro che risponde al titolo di “Edimburgo. Note Pittoresche” e alla geniale penna di Robert Louis Stevenson (edito in Italia da Ibis edizioni).Probabilmente, il lettore più mordace potrà obiettare che si tratta di una guida oltremodo datata e che dall’anno di pubblicazione – 1879 – innumerevoli cose sono cambiate. Senza dubbio è così. Eppure, il fascino di questa piccola guida sta proprio in questo: Stevenson ci lascia la possibilità di immaginare la vecchia Edimburgo. Non solo! In una terra così legata alle antiche leggende e alla superstizione, di non poco conto sono tutte le curiosità che l’autore ci regala e che ci aiutano a conoscere meglio il meraviglioso popolo scozzese.
A questo punto, il lettore più perspicace, invece, avrà già intuito la passione della scrivente per la Scozia. Ebbene sì, sono colpevole, caro lettore! Da quando ho posato i miei occhi su quella meravigliosa terra, il mio amore per lei, già per altro esistente, non ha fatto altro che aumentare. La nostalgia per lei mi ha spinto alla lettura della guida di Stevenson che, a sua volta, mi ha permesso di rivivere la mia passeggiata lungo il Royal Mile, l’arrampicata fino alla vetta dell’Arthur Seat e la fatica di raggiungere subito dopo Carlton Hill pur di avere il panorama completo sotto i miei occhi. In qualche modo, è stato come proiettarsi di nuovo su quelle strade con l’autore al mio fianco come Cicerone personale. Pertanto, cari lettori, non me ne vogliate, anzi! Qualora decideste di fare un viaggio in Scozia e di passare per Edimburgo non dimenticate di portare con voi questa piccola guida: non potrà fare altro che dare un valore aggiunto alla vostra esperienza!

Titolo: Edimburgo. Note pittoresche
Autore: Robert Louis Stevenson
Casa editrice: Ibis (Collana Minimalia)
Genere: Guida
Pagine: 120
Anno: 2015 (Prima edizione 1879)
Prezzo: € 8,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Robert Louis Stevenson (1850-1894) è uno dei più grandi scrittori scozzesi. Autore di romanzi come “L’Isola del tesoro” e “La freccia nera”, nonché del celeberrimo racconto “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde”, dedica quest’opera a Edimburgo, sua città natale.

Vera

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Basilio. Racconti di gioventù assoluta (Alessandro Mauro)

cop_Basilio«Zero, pure a te».
Spaccato per giunta: sopra quel cerchio già inconfondibile di suo, la maestra aveva tirato una linea obliqua, con così tanta foga che ci mancò poco non bucasse il foglio.
Basilio avvertì il misto di dispiacere e sorpresa spingergli gli occhi un po’ in fuori, primo perché gli era parso che lei avesse guardato la sua paginetta di “f” minuscole soltanto per un secondo o due, poi perché era rientrato a scuola proprio quel giorno, dopo un febbrone che l’aveva quasi steso.

A metà strada tra “Il giovane Holden” e “Il giornalino di Gian Burrasca”. S’inserisce in questo solco “Basilio. Racconti di gioventù assoluta”, il romanzo di Alessandro Mauro pubblicato dalla neonata Augh! edizioni.
Il protagonista è Basilio, un ragazzino come tanti: scuola, sport, passatempi e il desiderio di crescere attraverso l’esperienza. Non quella altrui, proposta sotto forma di suggerimenti da parte di parenti e amici più grandi; quella autentica fatta di cicatrici (per lo più metaforiche) da esibire con fierezza, per il solo gusto di poter dire «l’ho fatto e ho imparato qualcosa». E ne ha di cose da apprendere il protagonista di un romanzo composto da tanti piccoli racconti di vita quotidiana in cui trovano spazio: le ragazze, il calcio e pure i classici della letteratura presi in prestito in biblioteca.
È amore autentico per la scrittura quello di Alessandro Mauro che permea questa storia di leggerezza e di autenticità. Basilio potrebbe essere chiunque: il vicino di casa, il figlio, il compagno di classe, ma pure chi legge questo libro. Ritengo giusto, a questo punto, tacere e lasciare la parola all’autore.

Basilio. Come è nato questo romanzo? Grazie, intanto, di averlo definito romanzo. In realtà, come sai, si tratta di racconti, anche se il fatto di avere tutti lo stesso protagonista dà loro una certa continuità, e magari permette di entrare in confidenza col personaggio, come accade appunto nei romanzi. Quanto alle origini, vorrei darti una risposta migliore, ma credo di dover dire che sono casuali. Di sicuro non sono partito dall’idea di scrivere dieci racconti che diventassero quasi un romanzo. A un certo punto m’è venuto in mente che un ragazzino potesse scordarsi di pagare un gelato, o cadere nel cortile della scuola durante una gara di corsa, temere le conseguenze catastrofiche di questi eventi e agire di conseguenza. Se queste idee resistono per un po’, di solito a un certo punto le scrivo. Solo più avanti, dopo almeno tre o quattro racconti, mi sono accorto di avere un personaggio, e ho provato a scrivere il resto.
Lecito chiederti, innanzitutto, quanto c’è di autobiografico e quanto di vissuto nel personaggio di Basilio? Diciamo un terzo autobiografia, un terzo saccheggio delle biografie altrui, un terzo invenzione. La speranza è che non si veda la differenza, il che vorrebbe dire che le parti inventate sono verosimili.
Un vero e proprio romanzo di formazione il tuo, tuttavia ammantato di leggerezza. Quanto è difficile raccontare, con tono scanzonato, l’adolescenza? Sin dai primi commenti, è venuta fuori questa cosa della leggerezza. Ne sono felice, ma è una leggerezza nostra, casomai. Dico mia che scrivo, e di chi legge. Basilio sta quasi sempre in mezzo ai guai, e non percepisce la leggerezza che in rari, meravigliosi momenti. Infanzia e adolescenza sono stagioni intense per definizione, e la mia idea è di stare attaccato a quello che racconto. Forse l’ironia, o quello che è, mi serve per dare alle pagine la temperatura che dico io.
Il calcio. Non un semplice sport (figuriamoci un passatempo), ma un vero e proprio genere letterario. Quanto è importante il calcio per te personalmente e per le tue storie? Piuttosto importante, e infatti questa è una bella domanda. È uno spazio in cui ti misuri con la gioia, con la sconfitta, con l’idea di stare da una parte, insieme ad altri, e soprattutto con il desiderio. Sono cose grosse. Ed è anche un ambito in cui stai in una connessione piuttosto stretta con quello che eri da ragazzino. Nel libro, se non scordo niente, ci sono riferimenti al calcio in quattro diversi racconti. Credo che il più importante sia all’interno di “Poi ti devo far vedere”, che è quello in cui se ne parla di meno. Il calcio qualche volta ci tiene ancorati a terra, e ci sta bene così.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Ci sono due livelli, mi pare. Stanno uscendo un po’ di recensioni, e a meno che io non capisca male perché sono troppo coinvolto, sono tutte positive o molto positive. Questo mi fa molto piacere, si capisce. Ma la cosa più grossa è quando qualcuno che sta leggendo il libro, o che l’ha appena finito, mi fa sapere di essersi emozionato, divertito, rivisto. Vedere che Basilio piace alle persone è una gioia, anche se innesca la trappola del desiderio: più vedi gradimento, e più vorresti che fosse letto.
Una delle cose che mi colpisce di più è il fatto che diversi lettori vedono sé stessi in Basilio. Anche molte lettrici, e questo è specialmente sorprendente, perché Basilio non capisce granché delle donne. E poi il fatto che stia piacendo ad alcuni giovani, per ragioni magari comprensibili, ma non credo scontate.
Social network e affini: quanto sono preziosi per te come autore e quanto possono essere deleteri per coloro i quali si affacciano alla narrativa attraverso i social dedicati alla scrittura? Basilio ha una sua pagina Facebook, che è curata dalla fantastica Elena Dardano, e infatti è fatta bene. Io non ce l’ho, e questo ti dice quanto ne so dei social. Dunque non ho idea di come possa essere affacciarsi alla scrittura per quella via. Quanto all’utilità per me, osservo che nel web possono crearsi spazi di attenzione che altrove, senza una grande casa editrice dietro, sono preclusi. La pagina che ti dicevo, o questa intervista, ne sono due esempi.
Quello di Basilio è un universo che potrebbe essere sviluppato all’interno di una lunga serialità (penso alla saga di Malaussene, ad esempio). Questo personaggio tornerà prima o poi? Non lo so. Dopo il mio primo libro, che si chiama “Se Roma è fatta a scale” e parla in modo molto libero delle scale di Roma, ho detto in varie presentazioni che non avrei fatto “Le scale due”. Stavolta mi sbilancio meno, ma la cosa che sto provando a scrivere adesso è ancora diversa.
Saluta i lettori del nostro blog: Buone pagine a tutti e tutte. Chi legge “Basilio” è benemerito. Se non vi piace, vi offro una birra. Se vi piace, passate parola.

Titolo: Basilio. Racconti di gioventù assoluta
Autore: Alessandro Mauro
Casa editrice: Augh! edizioni
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 140
Anno: 2019
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimenti di lettura: “Il giovane Holden” di J. D. Salinger; “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba.

L’autore
Alessandro Mauro è nato a Roma nel 1965 e scrive per mestiere da più di venticinque anni. Ha pubblicato centinaia di articoli su testate a diffusione nazionale, dal quotidiano al quadrimestrale. Ha curato rassegne cinematografiche e un festival di cortometraggi. Quando non scrive, rivede testi altrui, dedicandosi in ogni caso alla cura di prodotti editoriali. Nel 2016 ha pubblicato per Exòrma “Se Roma è fatta a scale”.

Paquito

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081 (Luca Delgado)

51tCa10v0rL._SX331_BO1,204,203,200_Accecata nel buio, non cercherò di darti la mano per uscire fuori, ma ci andrò da sola, perché è da sola, che voglio restare. E non aspetterò nessun segnale, nessun suggerimento, riesco a capirlo da sola quando è giunto il mio momento. Adesso me ne andrò e reciterò la morte ancora una volta, e magari stavolta morirò per davvero. Il mio momento è questo, il momento in cui gli spettatori si chiederanno incuriositi cosa stia accadendo, mentre litri di alcol si consumano nei bar, i morti criticano i vivi per non voler morire, i vivi criticano i morti per non aver avuto il coraggio di restare.

Felice è un clochard che vive nel centro storico di Napoli, con un passato incerto alle spalle e pochi amici a fargli compagnia. Il suo mondo è fatto di sbornie, stati depressivi e battaglie per la quotidiana sopravvivenza, fino a quando non s’imbatte in Elena, un’attrice bellissima per la quale prova un’attrazione irresistibile. Una vera e propria scintilla che riaccende in lui una nuova vitalità e lo porta a scoprire i segreti della vita di Elena e del suo amante Maurizio. Si aziona così un meccanismo intricato di inseguimenti, appostamenti e incursioni che infittiscono un mistero che sin dall’inizio brama una spiegazione. Quello di un cadavere penzolante attaccato a una corda.
Dopo il successo de “La terra è blu come un’arancia” (2013), Luca Delgado torna alla scrittura con “081” (editore Homo Scrivens, collana Dieci).
La prima impressione è che, invece di un noir vero e proprio, stavolta ci si trovi di fronte a un romanzo molto più introspettivo e filosofico che, strizzando l’occhio al Bellavista di Luciano De Crescenzo, propone quesiti sull’esistenza, sforzandosi di dare risposte, di mettere a nudo le opinioni dell’uomo comune, perfettamente incarnato dalle figure grottesche e allo stesso tempo crude e reali dei barboni che dialogano col protagonista.
Contestualizzando la narrazione in una dimensione onirica, Delgado fa un tuffo nel cinema di David Lynch e Paolo Sorrentino, conducendo per mano lo spettatore in un centro storico di Napoli dalle atmosfere surreali, in cui tutti i personaggi sono caratterizzati alla pirandelliana maniera: ognuno indossa una maschera perché ha un alter ego, e soprattutto qualche segreto da nascondere.
Nel romanzo si può notare altresì un ritorno allo stile e alle tematiche del decadentismo; ma, a un’analisi più approfondita, è inevitabile ascoltare gli echi disturbanti dei film di David Cronenberg, soprattutto nell’ossessione per il corpo e le sue continue modificazioni. A cominciare dalla descrizione del protagonista: un climax discendente ne scandisce il declino, sia fisico che psicologico, sfruttando la ridondanza di alcuni termini indicanti parti del corpo, come la parola ventre che, oltre a caratterizzare continuamente la bellezza della protagonista femminile, diventa metafora per descrivere la grandezza e la profondità di Piazza Bellini.
La tematica della morte come allegoria della liberazione dai mali, dalle sofferenze, dall’ignavia, è il pretesto perfetto per tenere incollato il lettore a un noir contemporaneo che vale la pena leggere. Tutto d’un fiato, proprio come fanno i personaggi alle prese con la bottiglia di turno.

Titolo: 081
Autore: Luca Delgado
Genere: Noir
Casa editrice: Homo Scrivens (collana Dieci)
Pagine: 204
Prezzo: € 14,00
Anno: 2014
Colonna sonora: Brani di James Senese, Pino Daniele e Antonio Onorato
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Luca Delgado è nato a Napoli nel 1979. Insegna lingua e letteratura inglese alle superiori e italiano per stranieri. Ha pubblicato “Daniel di Waterford” (Otma, 2009), “Dubliners di James Joyce” (Ferraro, 2010) e il dramma teatrale “Il Muro di Roma” (Otma, 2011). Si occupa di traduzione teatrale ed ha collaborato con i registi Peter Brook (“The Suit”, “Lo Spopolatore”), Peter Sellars (“Desdemona”), Luca De Fusco (“Antigone”). Si occupa di regia teatrale e ha curato di recente la regia di spot pubblicitari. Con Homo Scrivens ha pubblicato i romanzi “La terra è blu come un’arancia” (2013) e “081” (2014).

Giano

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Scintille (Federico Pace)

9788806240868_0_0_551_75Il tempo e quel che accade. Gli incontri e i destini che mutano per sempre. Ho atteso anche io in una piazza battuta dal vento qualcuno che non vedevo da anni. E negli attimi in cui vagavo con lo sguardo, cercando di indovinare da quale strada sarebbe sbucato quel volto che ricordavo attraversato da una malinconia indefinibile, riemergevano i desideri, gli slanci, le aperture improvvise. I viaggi intrapresi insieme. Le notti ampie come le maree. L’ebbrezza di scoprire in un’altra persona quel che non credevo si potesse trovare.
Quando ci eravamo incontrati per la prima volta?
Quando aveva avuto inizio ogni cosa?

Se l’obiettivo di Federico Pace era quello di prendere per mano il lettore e condurlo alla scoperta di aspetti inediti di personaggi noti (per es. Spassky e Fisher, Watson e Crick, Maria Callas e sua sorella, e molti altri ancora), solleticando le corde più intime della sua emotività, che dire: obiettivo centrato! Infatti, con “Scintille” (edito da Einaudi) ci si immerge in una serie di racconti che sono storie di vita, di relazioni, di quegli incontri che lasciano un segno. Un tocco o una semplice presenza, a volte con un potere tale da influenzare inevitabilmente l’esistenza delle persone coinvolte. A chiunque di noi sarà capitato, almeno una volta nella vita, di amare, disprezzare, sentire la mancanza, creare e vivere legami speciali, sopravvissuti, nel bene e nel male, al tempo e alle distanze. Lo stesso vale per i protagonisti di questo libro.
È un diverso, e un po’ insolito, modo di viaggiare, proposto da chi di viaggi se ne intende, attraverso i sentimenti e le esperienze di persone – prima che personaggi – che sono parte integrante della nostra storia e del nostro immaginario collettivo. Nei vari capitoli che si susseguono si ha la possibilità di scoprire il lato più umano di coloro che, a causa di fama e successi, tendiamo a porre su un piedistallo, circondati da un’innaturale aura di grandezza che ce li fa percepire lontani da qualsiasi esperienza quotidiana o comune sentimento. Ebbene, grazie a questo libro, possiamo conoscere i loro sogni, le loro speranze e le debolezze, possiamo comprendere non solo i loro traguardi ma anche i dolori e le delusioni, a riprova del fatto che sempre, dietro la pubblica facciata del personaggio, c’è la realtà privata di una persona tale e quale a tutti noi, che condivide la propria vita, o un pezzetto di essa, con altri esseri umani.
Ancora una volta Federico Pace ci regala un’esperienza di autenticità: apre piano piano una porta e ci invita a guardare e a conoscere altri mondi con quel suo inconfondibile stile narrativo fatto di atmosfere oniriche e delicate, con quel rispetto di chi sa che sta per entrare nella storia di qualcun altro. Non mi dilungo ulteriormente! Lascio a tutti i lettori medi il piacere di leggere le parole dell’autore che mi ha gentilmente concesso un’intervista.

Le storie che racconti in “Scintille” sono capitate nella tua vita per caso oppure sono frutto di una scelta precisa? Sono molto legato ai personaggi delle storie di “Scintille”. Sono figure che hanno inciso profondamente nella mia vita. Albert Camus, Nelson Mandela, Camille Claudel, i Beatles. Li ho scelti per questo, ma anche perché mi davano modo di cogliere, all’interno della storia, della parte di storia che ho scelto di raccontare, un istante, un’epifania, capace di svelare una parte essenziale della relazione che li riguardava e che ci riguarda.
Come hai organizzato il lavoro per la stesura del libro? Prima di tutto ci sono state molte ricerche, viaggi, interviste, visite a biblioteche, richieste di materiali. Poi, però, mi sono dovuto sedere alla scrivania. Ogni giorno. Con ostinazione. Per attirare la creatività, penso sia necessario costruire una griglia di gesti quotidiani. In questo senso, grazie a questa pratica quotidiana, quel che avevo scoperto, studiato o ricercato, si è messo in dialogo con quello che si agita dentro di me. L’incontro tra questi due universi ha innescato il filo di queste storie. Mi ha permesso di cercare, e spero di aver trovato, un punto di vista originale capace di offrire, a me, alla lettrice e al lettore, qualcosa che prima non si era veduto.
Da dove nasce, invece, il titolo? Cercavo, insieme all’editore, una parola capace di sintetizzare l’energia che sta celata sotto ciascun legame. Alla fine, dopo tante ipotesi, tanti pensieri, siamo arrivati a “Scintille”. Anche perché, rileggendo il libro, ci siamo accorti che era un termine che, più di altri, quasi inconsapevolmente, avevo disseminato qua e là in alcuni punti cruciali del libro.
Tutti i tuoi libri hanno come nucleo centrale il viaggio nelle sue molteplici declinazioni. Tuttavia, soprattutto in “Scintille” e nel tuo libro precedente, “Controvento”, i luoghi passano in secondo piano, lasciando il ruolo di protagonista alle persone. C’è un motivo alla base di questa scelta? Non sono mai stato un narratore di viaggi in termini tradizionali. Ho sempre cercato di mescolare il tema del viaggio a qualcosa d’altro. Il viaggio è sempre stato una stanza dove mi è piaciuto fare entrare delle persone, delle storie. Più vado avanti e più sento che questa stanza deve divenire ancora più grande per contenere tutto quello che vorrei raccontare.
C’è una storia, tra quelle che hai raccontato, che ti è rimasta maggiormente nel cuore? Ciascuna storia di “Scintille” ha qualcosa di speciale per me e tocca una corda diversa. La prima che ho scritto è quella intitolata “Il soffitto dei desideri”, ovvero la storia che lega per la vita Kurt Gödel a Adele Porkert. E forse per questa ragione, per il fatto che è stato il mio primo passo verso un sentiero che ancora non conoscevo, questo racconto ha per me un significato particolare. È stato il primo gesto avventuroso, il mio primo passo su un pianeta che ancora non conoscevo.
Nei tuoi libri hai anche raccontato molti luoghi. Quale, tra quelli che hai visitato, ricordi con maggiore affetto? Forse il Portogallo, per una certa affinità d’animo, per i precipizi oceanici, per il calore della luce, per i ricordi che mi legano a luoghi e a persone straordinarie.
Quale, invece, vorresti visitare ma ancora non ne hai avuto la possibilità? La Luna.
Dovendo scegliere tre oggetti da portare in viaggio con te, cosa porteresti? È sempre bene viaggiare leggeri. Solo cose necessarie. Eppure, non rinuncio mai a portare con me dei portafortuna. E ovviamente, non posso dirti quali sono.
Domanda irriverente: quali caratteristiche deve avere il/la compagno/a di viaggio ideale per te? La compagna ideale di viaggio deve essere curiosa, paziente e imprevedibile.
Un saluto e un augurio a tutti i lettori medi. Un grande abbraccio a tutti i lettori e le lettrici medie con l’augurio di mantenere sempre la capacità di ascoltare quel che ha da dire l’altro che ancora non conosciamo.

Titolo: Scintille
Autore: Federico Pace
Casa editrice: Einaudi
Genere: Racconti biografici
Pagine: 200
Anno: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni

Letture consigliate: dello stesso autore non lasciatevi sfuggire “Controvento” (Einaudi) e “Camminando. Incontri di un viandante” di Pino Cacucci (Feltrinelli) di cui potete trovare la recensione al seguente link: https://illettoremedio.wordpress.com/2018/06/15/camminando-incontri-di-un-viandante-pino-cacucci/

L’autore
Federico Pace è nato nel 1967 a Roma, dove vive. Scrittore e giornalista, da vent’anni lavora per il gruppo editoriale Gedi. Per Einaudi ha pubblicato anche “Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza” e “Controvento”.

Vera

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La crepa (Claudia Piñeiro)

2000000035307_0_0_551_75Lui non si era mai considerato come uno pari a Borla o a Marta, per quanto fossero colleghi, anche se condividevano un ufficio da vent’anni. E neppure pari a Laura […] Invece, stranamente, adesso si sentiva alla pari con quell’uomo, che aveva conosciuto appena qualche giorno prima, quell’uomo che, standosene in piedi con le scarpe più brutte che avesse mai visto, oscillava avanti e indietro come se si cullasse […].
Pablo aveva capito, in quel luogo e in quel preciso momento, che Jara e lui erano, in qualche senso che non riusciva ancora a definire, la stessa cosa.

Nella vita da uomo qualunque dell’architetto Pablo Simó c’è una fessura inconfessabile, una crepa che gli tormenta la coscienza: Nelson Jara. Forse era solo un piccolo truffatore, una canaglia, ma anche Pablo Simó sa di essere una canaglia, nonostante l’apparenza di irreprensibile professionista e buon padre di famiglia. Come una crepa che si allunga e si allarga, tutte le piccole certezze quotidiane di Pablo si sgretolano: una giovane donna che sembra sapere chissà cosa su Jara scatena in lui un’attrazione dirompente, la famiglia va in frantumi, il lavoro diventa insopportabile, e passo dopo passo la tentazione di essere canaglia fino in fondo lo travolge.
“Hitchcock è donna e vive a Buenos Aires” è il commento di Antonio D’Orrico sulla quarta di copertina. Mai definizione poteva essere più calzante per descrivere Claudia Piñeiro autrice di “La crepa” (Feltrinelli). Perché la scrittrice argentina, nonché autrice teatrale e sceneggiatrice – e si vede – scrive delle pagine che sin da subito risultano pervase dall’angoscia tipica delle atmosfere del regista britannico. La crepa diventa metafora di quel momento della vita in cui da un evento inaspettato nasce l’esigenza di rompere gli schemi della quotidianità, generando una frattura, appunto, tra la consapevolezza del proprio status quo e nuovi moti interiori, che spingono allora a decidere se abbracciare l’idea di un cambiamento o continuare a vivere nella propria routine (e qui è scontato il paragone con la Janet Leigh di “Psyco”).
Il palazzo di undici piani che Simó disegna rappresenta la chimera da inseguire, l’utopia, il sogno irraggiungibile. Il protagonista lo fa in maniera compulsiva e abitudinaria, lo ridisegna ogni giorno senza mai realizzarlo. Perché i sogni vanno a scontrarsi con la realtà, creando nella mente infiniti blocchi che Simó deve riuscire a scardinare, lui, nuovo Don Chisciotte contro mulini a vento che non smettono di perseguitarlo.
Lo stile narrativo è molto descrittivo, indugia continuamente sui minimi dettagli sia fisici che psicologici del protagonista. Il narratore, infatti, racconta la vicenda in terza persona seguendo il protagonista da molto vicino, quasi come un’ombra, in un susseguirsi di flussi di coscienza. Ponendo continue domande sui pensieri e sullo stato d’animo di Simó, l’autrice crea un continuo processo introspettivo che mostra al lettore, un po’ alla volta, la psicologia dell’anonimo protagonista. Rivelando pian piano che, in fondo, tanto anonimo non è.
Un thriller che inizia lento per poi scorrere veloce e appassionare sempre di più, pagina dopo pagina, fino al finale che lascia a bocca aperta, come nella migliore tradizione hitchcockiana. Da leggere assolutamente, accompagnato dal sottofondo della magica chitarra di Compay Segundo e un dulce de leche affogato nel caffè.

Titolo: La crepa
Autore: Claudia Piñeiro
Genere: Thriller
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 206
Prezzo: € 14,00
Anno: 2013
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Colonna sonora: Compay Segundo
Film consigliato: “Rebecca, la prima moglie” (1940), “Psyco” (1960), “La donna che visse due volte” (1958) tutti di A. Hitchcock.

L’autrice
Claudia Piñeiro è nata a Buenos Aires nel 1960. Scrittrice, drammaturga, sceneggiatrice con Feltrinelli ha pubblicato: Tua” (2011), “Betibú” (2012), “La crepa” (2013), con il quale si è aggiudicata il Premio Sor Juana Inés de la Cruz (2010), “Un comunista in mutande” (2014), “Piccoli colpi di fortuna” (2016), “Le vedove del giovedì” (2016; Premio Clarin 2005, poi adattato al cinema da Marcelo Piñeyro nel 2009) e “Le maledizioni” (2019). Nel 2019 si è aggiudicata il Premio Pepe Carvalho, riconoscimento internazionale destinato ad autore di polizieschi e intitolato al famoso detective ideato dallo scrittore Manuel Vázquez Montalbán, vinto in passato da autori come Andrea Camilleri, Petros Markaris e James Ellroy.

Giano

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Zio Billy e i suoi amici. Il calcio e lo scolapasta (Alessandro Costacurta, Marco Cattaneo)

9788893818247_0_0_551_75Da quando un asteroide a forma di pallone è misteriosamente precipitato nel giardino di casa sua, Camillo ha un superpotere: è diventato il più grande esperto di calcio al mondo, o almeno così dice in giro.

Prendete un rampante giornalista, Marco Cattaneo, e affiancategli una leggenda del calcio, Billy Costacurta. Chiedete loro di scrivere una storia a quattro mani e quel che ne verrà fuori sarà uno spassoso romanzo che mescola sapientemente humour e pallone. “Zio Billy e i suoi amici. Il calcio e lo scolapasta” (edito da Salani) è un libro per ragazzi pronto a conquistare i lettori di qualsiasi età. Protagonista della storia è Camillo, un ragazzino dotato di un dono assai raro: conosce la storia di qualsiasi calciatore, dalla nascita di questo sport a oggi. Tutto merito di un asteroide precipitato nel giardino di casa che lo ha dotato di questo bizzarro superpotere.
Spettatrice degli interminabili racconti del ragazzino è Benedetta, una signorina dotata di grande pazienza – far tacere Camillo è pressoché impossibile – tuttavia animata da una grande curiosità.
La stessa che sembra aver spinto i due autori a raccontare, con grande ironia, le vicende sportive, ma soprattutto umane, di Leo Messi, Arrigo Sacchi e William Foulke e pazienza se – di tanto in tanto – quel che viene raccontato non corrisponde esattamente alla verità.
Non aggiungo altro e cedo la parola ai due autori.

Il calcio e lo scolapasta. Come è nato questo progetto? (Marco) Dall’amore per il calcio, da quello per la scrittura, e dal piacere inestimabile che si prova quando si arriva al cuore e alla curiosità dei più piccoli. “Il Calcio e lo scolapasta” è il primo volume di una serie (“Zio Billy e i suoi amici”) che spero possa essere la più lunga possibile.
Lo “Zio Billy” è Alessandro Costacurta, che in tanti anni di lavoro e trasferte a Sky Sport mi ha raccontato un’infinità di storie e aneddoti sulla sua straordinaria carriera. Billy aveva già provato, quando suo figlio Achille era piccolo, ad addormentarlo la sera romanzando le sue mirabolanti avventure di campo, col risultato che però non si addormentava mai, anzi rimaneva sveglio ad ascoltarlo con gli occhi sbarrati. Io ho provato a mettere ordine nei suoi pensieri, e da grande innamorato del calcio e del mondo dei bambini, mi son detto che avremmo potuto provare a trasmettere ai più piccoli il nostro amore per questo sport, che è un gioco meraviglioso, come del resto magici sono molti dei suoi protagonisti. Così, nell’ordine: ho sperimentato queste storie sui miei 3 figli, ho provato a scriverle, ho incontrato persone eccezionali in Salani, e ho avuto l’enorme fortuna di potermi confrontare con Pierdomenico Baccalario (n.d.r. autore di romanzi d’avventura per ragazzi), che mi ha insegnato come scrivere per i bambini. Rispetto alla scrittura televisiva, destinata a un altro pubblico, è stato un passaggio non banale.
Quanto c’è di Marco nel personaggio di Camillo? Anche tu sei un appassionato dell’aneddotica calcistica? E soprattutto anche a te piace – partendo da fatti realmente accaduti – inventare storie che abbiano come protagonisti i calciatori? (Marco) Ne parlavo pochi giorni fa con mia figlia, a cui mi sono ispirato scrivendo di Benedetta, una ragazzina delle scuole elementari decisamente sveglia e peperina, che nel “Calcio e lo Scolapasta” si sorbisce i racconti di Camillo, il protagonista della serie. Camillo è un simpatico “cacciaballe”, molto curioso e un po’ maldestro, a cui piace ritrovarsi al centro dell’attenzione, incantare gli amici con i suoi racconti, spesso ritrovandosi però in un mare di guai. Ecco, non so quanto ne fossi consapevole scrivendone, ma rileggendo le storie di Zio Billy ho notato quanto mi assomigli Camillo: del resto nel quarto volume, ambientato sulle piste da sci, i compagni lo prendono in giro per essere arrivato quarantasettesimo su quarantanove partecipanti alla gara scolastica, ma solo perché gli ultimi due erano caduti. A me è successo davvero, anni fa; e non avete idea di quante volte abbia raccontato questa storia, romanzandola. Lo stesso vale per le storie di calcio: si parte dal fatto accaduto, e si finisce a raccontare una favola, dove i calciatori recitano la parte dei supereroi, e la morale non può che essere istruttiva, educativa.
Le storie di Messi, Foulke e Sacchi hanno un comune denominatore: superare le difficoltà. Si tratti di chili di troppo, centimetri in meno o un curriculum non particolarmente altisonante, i tre protagonisti hanno superato i loro limiti e si sono affermati. Quali di queste tre storie ti ha maggiormente appassionato? (Marco) In ogni volume della serie raccontiamo tre tipi di storie: la prima legata a un personaggio conosciuto da tutti i bambini, come Messi appunto; la seconda legata a un personaggio che forse neanche i padri conoscono, come quella di William Foulke; e la terza è una storia che solo Billy può raccontare, in quanto basata sui suoi aneddoti. Mi ha divertito tantissimo la storia di Sacchi, perché i racconti di Billy sono esilaranti e molto buffi, ma ad appassionarmi di piùè stata quella di William Foulke, perché non la conoscevo: Foulke giocò a calcio, in porta, a cavallo tra l’ottocento e il novecento, e ancora oggi è considerato il calciatore più grosso nella storia di questo sport. Arrivò a pesare 150 kg, e grazie alla sua stazza pachidermica diventò pressoché imbattibile, perché copriva tutto lo specchio della porta. Ma il comune denominatore è esattamente quello di cui parli tu: prendere le proprie debolezze, e trasformarle in un punto di forza. Questo è il messaggio che vogliamo dare ai più piccoli.
Il cane di Camillo si chiama Pelé, in onore del calciatore più forte del mondo. Di Maradona – altra leggenda calcistica nonché tuo avversario – che ricordi hai? (Billy) Uno dei due giocatori più forti contro i quali abbia mai giocato. Il primo in assoluto era Ronaldo, il fenomeno. Di Diego ricordo quanto fosse impossibile buttarlo giù, e che le poche volte che ci riuscivi lui si rialzava con una facilità disarmante, senza protestare, senza fare scene inutili, e prendeva subito il pallone in mano per andare a battere la punizione, voleva ricominciare il gioco. Ecco, se dovessi raccontare Maradona, userei poche parole semplici: voleva giocare a calcio, sempre; era l’unico suo pensiero, la sua grande passione. La sua vita.
Quanto è divertente/emozionante raccontare la propria carriera attraverso un personaggio letterario? (Billy) Molto. Ma è molto emozionante farlo rivolgendosi ai bambini. Osservare il loro candore, il loro stupore, la loro meraviglia quando gli racconti di aver fatto un gol, di avere giocato una certa partita, di aver incontrato grandi campioni. Mi diverte raccontare loro le storie che ho vissuto, mi diverte rivedermi nelle splendide illustrazioni di Michele Monte, semplicemente mi divertono loro, quando alle presentazioni del libro prendono il microfono perché è il turno delle loro domande. A Milano, a maggio, in uno splendido teatro dell’ottocento appena ristrutturato, un vero gioiello in pieno centro, eravamo circondati da marmocchi di ogni età. Uno di loro a un certo punto alza una mano, perché deve fare una domanda. E così, all’improvviso, mi chiede: “E se durante una partita ti scappava una puzzetta?”.
Quanto è difficile parlare alle nuove generazioni di lettori, sempre più affezionate ai dispositivi digitali e sempre meno alle storie? (Marco) Ho scoperto recentemente di aver commesso un errore, considerando ogni bambino un potenziale lettore. Purtroppo invece non è così: molti di loro non sono mai stati educati e avvicinati alla lettura, e mi sembra sinceramente un grande peccato e un grosso torto che si fa loro, perché fantasia, curiosità, immaginazione, sensibilità. sono tutte cose che si rafforzano e si coltivano perdendosi in una storia, o tra le pagine di un libro.
I giovani lettori di oggi saranno i lettori adulti del futuro; e ogni giorno che passa mi sembra sempre più urgente la necessità di averne tanti.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? (Marco) Sono stati molto gratificanti: molti genitori ci hanno raccontato che “Zio Billy”è riuscito a catturare la curiosità dei loro figli, così dopo aver letto di Sacchi molti hanno voluto sapere chi fossero Gullit e Van Basten, o hanno chiesto di vedere foto di Messi da bambino per capire quanto fosse piccolo. Tenere vivo l’album dei ricordi del calcio, provare a trasferire i valori più positivi, che si trovano nelle vittorie come nelle sconfitte, mettere il divertimento, la passione, ma anche l’impegno per ottenere certi risultati al centro di tutto: sarebbe un enorme soddisfazione trasferire tutto questo ai bambini. Spiegando loro che tifare contro, prendersela eccessivamente per una sconfitta, trovare sempre e per forza un responsabile negativo, ha poco senso: dietro ogni giocatore c’è una storia di sogni e sacrifici che merita grande rispetto.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Camillo ritornerà? (Marco) Billy ricorda talmente tanti aneddoti che potremmo scriverne per tre o quattro generazioni di bambini. Di certo Camillo torna alla fine di agosto, con “Il calcio e la bicicletta scomparsa”, il secondo volume della serie, e a seguire con il terzo, ambientato in un salone di bellezza, dove Camillo è costretto ad accompagnare la mamma nel temutissimo tour di commissioni del sabato mattina (e questo è mooooolto autobiografico). E poi vedremo: io intanto sto scrivendo il sesto!
Un saluto ai lettori del nostro blog. (Marco) Ciao ragazzi, sono profondamente innamorato di questa nuova avventura, che mi sta facendo conoscere persone e realtà davvero affascinanti. Tra queste c’è anche il vostro blog, grazie al quale ho già segnato un paio di consigli molto interessanti per l’estate!

Titolo: Zio Billy e i suoi amici. Il calcio e lo scolapasta
Autori: Alessandro Costacurta, Marco Cattaneo
Illustrazioni: Michele Monte
Casa editrice: Salani
Genere: narrativa sportiva per ragazzi
Pagine: 144
Anno: 2019
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Dopo aver letto questo libro: mettere da parte qualsiasi supporto elettronico e uscire
all’aria aperta per giocare a pallone con gli amici, emulando i propri idoli calcistici.

Gli autori
Marco Cattaneo è un giornalista sportivo, e da quando tre piccoli asteroidi sono precipitati nella sua vita racconta loro tante storie legate al calcio, la sua grande passione. Ha condotto programmi di calcio per bambini su Disney Channel e ora è conduttore e telecronista per Sky Sport, ma se avesse avuto due piedi migliori, un fisico migliore, una visione di gioco migliore e capacità aerobiche migliori, probabilmente oggi avrebbe vinto tante Coppe quante quelle di Billy.

Alessandro Costacurta, detto Billy, è stato uno dei più grandi difensori della storia del calcio. Nel giardino di casa sua sono precipitati innumerevoli asteroidi a forma di trofeo: 7 Scudetti, 5 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, e via dicendo. Con la maglia del Milan ha giocato quasi settecento partite e conquistato un record dopo l’altro, con quella della Nazionale italiana è stato vicecampione del mondo a USA 1994.

Paquito

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Mio padre, il pornografo (Chris Offutt)

9788833890142_0_0_551_75Mio padre crebbe in una capanna di tronchi nei pressi di Taylorsville, nel Kentucky. La casa aveva muri spessi trenta centimetri, con feritoie per difendersi da eventuali aggressori, prima gli indiani e poi i soldati, durante la guerra civile. A dodici anni papà scrisse un romanzo sul Vecchio West. Imparò a battere a macchina da solo, usando il metodo Columbus – trova il tasto e pestaci sopra – con un dito della mano sinistra e due della mano destra. Papà batteva a macchina velocemente e con entusiasmo. Alla fine avrebbe scritto e pubblicato più di quattrocento libri, usando diciotto pseudonimi diversi. C’erano sei romanzi di fantascienza, ventiquattro fantasy e un thriller. Il resto erano romanzi pornografici.

Questo libro è semplicemente straordinario. “Mio padre, il pornografo” di Chris Offutt (edito da minimum fax) è una delle biografie più belle che abbia mai letto.
L’autore americano racconta la storia di suo padre, Andrew Offutt – uno dei più celebri e prolifici autori di fantascienza e letteratura pornografica degli Stati Uniti – a distanza di pochi anni dalla sua morte (avvenuta nel 2013 a causa della cirrosi epatica).
Riordinando libri, lettere, appunti e manoscritti inediti appartenuti al padre, Chris Offutt comincia a raccontare la vita di un uomo dedito unicamente alla scrittura (abbandona, senza remore, il proprio lavoro di agente assicurativo) al punto di isolarsi dalla propria famiglia e circoscrivere il proprio mondo alla scrivania del suo ufficio. Quella che, metaforicamente, diventa una finestra che affaccia sull’immaginario.
Fervida è l’immaginazione di Andrew Offutt, autore (con una serie di pseudonimi) in grado di realizzare oltre trecento romanzi (l’obiettivo minimo era scrivere un libro al mese), all’interno dei quali la pornografia diventa materia viva in un periodo – la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 – nel quale il cinema a luci rosse non si è ancora diffuso.Romanzi del genere, ben presto, diventano oggetto di culto per onanisti (i suoi libri vengono definiti “romanzi da leggere con la mano sinistra”) e cultori.

Non una semplice biografia, quindi, ma un romanzo generazionale nel quale si racconta di un “match” padre contro figlio. Chris palesa tutta la sua sofferenza per l’assenza di un dialogo col padre:vorrebbe essere accettato da Andrew, ma questi sembra essere interessato unicamente alle sue storie.
L’autore non chiede il sostegno del lettore, al contrario. Chris Offutt vuole raccontare i fatti per quelli che sono (dal suo punto di vista, ovviamente). Non vi è acredine, ma solo il desiderio di aprire la propria scatola dei ricordi arricchendola con le righe rubate alle storie di un padre che, come una gigantesca ombra, oscura il figlio fino alla fine della propria vita.
Numerose sono le similitudini col capolavoro di Franz Kafka “Lettera al padre” e avendo apprezzato non poco quest’ultimo, non posso che promuovere a pieni voti la storia del pornografo più popolare degli USA.

Titolo: Mio padre, il pornografo
Autore: Chris Offutt
Traduttore: Roberto Serrai
Casa editrice: minimum fax
Genere: biografia
Pagine: 296
Anno: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni
Suggerimenti di lettura: “Lettera al padre” di Franz Kafka; “Open” di Andre Agassi.

L’autore
Chris Offutt è nato a Lexington, Kentucky. Oltre a “Nelle terre di nessuno”, ha scritto un’altra raccolta di racconti “Out of the Woods”, un romanzo, “The Good Brother”, e tre memoir: “The Same River Twice”, “No Heroes: A Memoir of Coming Home”, e“My Father, the Pornographer”. Ha ricevuto, nel 1996, il Whiting Award per la narrativa e la saggistica, ed è stato incluso dalla rivista letteraria Grantatra i venti migliori narratori delle ultime generazioni.

Paquito

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La Vagabonda (Colette)

vagabondaPovero innamorato, come son stata cattiva con lui, però! Lo trovo amabile, corretto, ben pettinato, prestante come uno che non rivedrò più. Al mio ritorno infatti, l’avrò dimenticato e anche lui m’avrà dimenticata… con la piccola Jadin o con un’altra… piuttosto con la piccola Jadin.

Renée Neréè un’artista e in questa sua vita da vagabonda ha trovato il suo equilibrio.
Un giorno, però, nel suo camerino si presenta Max, un ricco ragazzo che resta ammaliato da lei e le dichiara subito il suo amore. Renée si sente presa alla sprovvista, non vuole cedere alle sue lusinghe, in passato ha avuto un marito che l’ha tradita e questo ha inevitabilmente lasciato un segno. Poi, messi da parte dubbi e insicurezze, Renée inizia pian piano a cedere, dando la possibilità a Max di amarla e, forse, regalando anche a se stessa l’occasione di amare nuovamente. E pure, Renée non è disposta a perdere la sua indipendenza, neanche a fronte della sicurezza economica che Max le assicura, per cui decide di partire per una tournée.
Inizierà così una corrispondenza fatta di frasi d’amore, dubbi e paure.

Colette, autrice de “La Vagabonda” (edito da Mondadori),conosce molto bene il mondo dei caffè-concerto e del teatro avendo lei stessa calcato quei palcoscenici. La protagonista del suo romanzo è una donna che cerca e crea la sua indipendenza. E nonostante una quota di fragilità di cui è perfettamente consapevole, Renée possiede comunque la forza necessaria per prendere decisioni tali da sbaragliare tutti.
Al giorno d’oggi sono molte le donne che contano su se stesse, sia lavorativamente che emotivamente,donne che spesso spaventano gli uomini e che generano invidia nelle altre donne.Ciò che mi ha maggiormente colpito della trama è il fatto che ci sia stato, invece, un uomo che abbia reputato tutto questo affascinante e motivo di sfida.D’altra parte, molto interessante è anche la presenza della solidarietà femminile come quella che intercorre tra Renée e la sua ex cognata, che le dispensa consigli di cui la ragazza si fida.
Ma seamor omnia vincit, in questo caso è lo spirito vagabondo di Renée a vincere.
Per questo, dopo aver finito il libro, mi è sorta una domanda: quanto siamo disposti a lasciarci sorprendere dalla vita?

Titolo: La Vagabonda
Autore: Colette
Genere: Narrativa
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 198
Anno: 1982 (prima edizione 1910)
Prezzo: € 5
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Autore e quadro consigliato: “Autoritratto nella Bugatti verde” (Tamara de Lempicka, olio su tela 1929)

L’autrice
Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette (Saint-Sauver-en-Puisaye, 28 gennaio 1873- Parigi, 3 agosto 1954), è stata una scrittrice e attrice teatrale francese e una delle grandi protagoniste della sua epoca. Fu la prima donna nella storia della Repubblica francese a ricevere i funerali di Stato. La sua vita e la sua opera letteraria sono testimonianza del suo essere una donna libera, anticonformista ed emancipata.

Arianna

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Oltre il bosco (Melissa Albert)

Oltre il boscoCominciai a ripetermi frasi nel cervello, per mantenere i miei pensieri entro i limiti sicuri della ragione. L’indice delle canzoni dei miei album preferiti. I titoli di tutti i libri di Harry Potter nel loro ordine. I posti in cui ero vissuta, uno per uno. […] Manteneva la mia mente aggrappata a un filo sottile di sanità e scetticismo. Ma stava scivolando.

Alice e sua madre, Ella, non hanno mai avuto una casa. Fin da quando Alice ne ha memoria, si sono spostate di città in città, perennemente in cerca di qualcuno che le ospitasse, senza mai fermarsi per più di qualche mese nello stesso posto. È la sfortuna nera che le perseguita, così le ha detto sua madre. Eppure Alice non si spiega perché proprio a loro capitano brutte cose, perché gli sconosciuti le si avvicinano per portarla via lontano, perché Ella non vuole mai parlare di Althea Proserpine, sua nonna, scrittrice di fama mondiale che vive a Hazel Wood, una villetta in mezzo a un bosco ignoto, nascosta ai fan e anche alla nipote. Ma quando sua madre viene rapita, ad Alice non resta che mettersi sulle tracce del misterioso cottage ereditato dalla nonna, perché è lì – ne è sicura – che i suoi rapitori la stanno portando.

Intrigante e oscuro, “Oltre il bosco” (edito da Rizzoli) è un romanzo che affascina e tiene incollati alle sue pagine dall’inizio alla fine. Ricca di suspense e di mistero, l’intricata storia di Alice si dispiega davanti agli occhi del lettore in maniera inaspettata e assai godibile, a metà strada tra un horror e un fantasy, con una spruzzatina di fiaba e noir che non fa mai male.
Lontana dalle classiche eroine fiabesche, Alice è cinica, fredda, dominata spesso da una rabbia che fatica a controllare e che lei stessa non si spiega. Soltanto Finch, il ragazzo per cui ha una cotta, riesce a volte a sedare il suo livore, ma mai completamente e, soprattutto, non dopo che sua madre viene portata via con la forza e Alice ha bisogno di trovarla al più presto.
I due partono insieme per una missione di salvataggio, senza sapere che li attendono pericoli inimmaginabili e forze oscure che non sono preparati ad affrontare. Non mancano, durante il viaggio, i colpi di scena, che agitano il cuore di chi legge e lo appesantiscono del dolore della perdita e del tradimento.
La scrittura, abile, densa, a tratti onirica, avvolge il lettore in una spirale di eventi e parole che lascia senza fiato. Sogno e realtà si sovrappongono fino a fondersi, creando un effetto fin troppo disturbante che inquieta e sconvolge. Da Hazel Wood e dalla penna di Melissa Albert non si sfugge e già dalla prima pagina, chi legge, ne resta stregato.

Titolo: Oltre il bosco
Autore: Melissa Albert
Casa editrice: Rizzoli
Genere: Fantastico, Horror
Pagine: 329
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni

L’autrice
Melissa Albert, web editor, ha scritto per riviste prestigiose tra cui “McSweeney’s” e “Time out Chicago”. “Oltre il bosco” è il suo romanzo d’esordio, i cui diritti cinematografici sono stati acquisiti dalla Columbia Pictures, che ne ha affidato l’adattamento ai produttori di “Divergent”.

Claudia

Lettore medio

Gli spaesati (Mia Lecomte)

9788899931353_0_0_503_75È successo a diversi animali
tutt’a un tratto di cambiare paese,
per ragioni più o meno banali
si son persi la fine del mese.

Un bizzarro giro del mondo. Si potrebbe descrivere in questo modo “Gli spaesati”, il racconto di Mia Lecomte (illustrato da Andrea Rivola) edito da VerbaVolant.
Quindici animali lasciano la propria terra d’origine per recarsi all’altro capo del mondo o, più semplicemente, in un habitat completamente differente. Come reagiranno? Con quello spirito di adattamento che, da sempre, caratterizza le specie animali.
Il pappagallo Beto, ad esempio, lascia il Brasile per il Tibet, diventando un monaco che ripete mantra tutto il giorno; il bradipo Angel, invece, saluta le calde terre del Sudamerica per andare in Islanda a godersi, con la solita flemma, l’eruzione di un vulcano.
Dopo aver scavato cunicoli per un intero anno, la talpa Ling si lascia alle spalle la Cina per il nord Europa, dove scopre lo spettacolo dell’aurora boreale; la formica gigante Ribka, invece, indossa un kimono per adeguarsi agli usi e ai costumi giapponesi, così diversi da quelli del Burundi, il suo paese d’origine.

Ho apprezzato molto questo testo, innanzitutto, per le illustrazioni. Le istantanee con cui Andrea Rivola presenta i singoli personaggi sono esaustive e si rivolgono a un pubblico quanto mai variegato.
Altrettanto buono il lavoro della Lecomte che si affida alla rima baciata per raccontare le storie di Hans lo stambecco, Bharat il coccodrillo e degli altri personaggi.
In conclusione, un testo che promuovo soprattutto per il fine: raccontare, nel modo più divertente possibile, le diversità culturali che caratterizzano tutti i popoli della terra.

Titolo: Gli spaesati
Autrice: Mia Lecomte
Illustratore: Andrea Rivola
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: racconto illustrato
Pagine: 40
Anno: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Letture consigliate: “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne

L’autrice
Mia Lecomte è una poetessa e scrittrice italiana di origine francese. Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue e pubblicate all’estero e in Italia in numerose riviste e raccolte antologiche; tra le sue pubblicazioni più recenti le sillogi poetiche “Intanto il tempo” (La Vita Felice, 2012), “For the Maintenance of Landscape” (antologia bilingue, Guernica, 2012), “Al museo delle relazioni interrotte” (LietoColle, 2016) e la raccolta di racconti “Cronache da un’impossibilità” (Quarup, 2015).
Come autrice per ragazzi ha pubblicato, tra gli altri, “Come un pesce nel diluvio” (Sinnos, 2008) e “L’Altracittà” (Sinnos, 2010), entrambi illustrati da Andrea Rivola. Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della letteratura transnazionale italofona, e in particolare della poesia, a cui ha dedicato il saggio “Di un poetico altrove” (Cesati, 2018). Tra i fondatori del trimestrale di letteratura della migrazione «El Ghibli», è redattrice del semestrale di poesia comparata “Semicerchio” e collabora all’edizione italiana de “Le Monde Diplomatique”.
Ha fondato la Compagnia delle poete (www.compagniadellepoete.com) e l’agenzia letteraria transnazionale Linguafranca (www.linguafrancaonline.org).

L’illustratore
Andrea Rivola è nato a Faenza nel 1975. Laureato al Dams Arte di Bologna, vive immerso tra i paesaggi campestri della Valle del Senio in compagnia di inseparabili e variegati personaggi creati dalle sue matite immaginifiche. Appassionato illustratore, collabora con il “Corriere della Sera” e ha pubblicato più di quaranta libri in Italia e all’estero: tra gli ultimi titoli “Il cammino dei diritti” (Fatatrac, 2014), “Pioggia di primavera” (Sinnos, 2015), “Mio!” (Fatatrac, 2016), “Girotondo” (Fatatrac, 2017).
Con Mia Lecomte ha pubblicato “Come un pesce nel diluvio” (Sinnos, 2008) e “L’Altracittà” (Sinnos, 2010). Tenace vignaiuolo, allieta le ugole assetate coi suoi vini tipici.

Paquito

Lettore medio

La persona giusta (Sandra Petrignani)

La persona giusta«Che caldo, vero?» dice, e non è per niente sicura che faccia caldo. Ma lui dice sì. Semplicemente “sì”, come fosse normale parlarsi in quel modo, loro due che nessuno ha presentato l’uno all’altra, loro due che si conoscono solo di vista. Cioè, lei lo conosce di vista, quanto a Michel chi lo sa se l’ha mai notata.

India e Michel frequentano lo stesso liceo classico. Lei ha 16 anni, una madre hippie, una sorella cinica e l’ossessione per i social; lui ha 18 anni, due genitori adottivi borghesi, un fratello maggiore che è più simile a un amico e una grande passione per la letteratura. Non si conoscono, se non di vista, e poi un giorno, così, con naturalezza, si parlano. Non hanno mai amato prima, eppure ora gli pare facilissimo innamorarsi. Comincia in questo modo la loro storia, fatta di momenti dolci e inaspettati, ma anche di incomprensioni, paure e incertezze che mettono a dura prova i loro sentimenti d’amore.

Con una scrittura semplice, ma efficace, Sandra Petrignani rievoca le emozioni del primo grande amore, affidando a Michel e a India, i protagonisti di “La persona giusta” (edito da Giunti), il compito di coinvolgere il lettore, di ricordargli come si è sentito negli anni dell’adolescenza, quando tutto sembrava eterno e fragile allo stesso tempo.
La successione d’eventi pare, in un primo momento, priva di problematiche e pathos, rendendo forse l’inizio un po’ lento. Ma la serenità lascia presto il posto ai turbamenti amorosi, ai segreti e ai litigi, coinvolgendo gli amici e i parenti di entrambi i ragazzi, senza però cadere nell’abusatissimo cliché alla Romeo e Giulietta dei familiari che si odiano, ma, anzi, dimostrando quanto sia importante, in un rapporto tra giovani, la collaborazione e il supporto dei genitori di entrambe le parti.
India e Michel non sanno ancora bene chi sono e cosa vogliono dalla vita: lei non è sicura di voler continuare gli studi, lui non crede di voler scoprire chi sia il suo vero padre. Capiscono insieme che crescere vuol dire affrontare le proprie paure e l’ignoto, che il futuro, a volte, ha in serbo delle sorprese a cui non si può essere pronti. E, soprattutto, imparano che per diventare adulti bisogna portare avanti le proprie idee con convinzione, senza farsi influenzare dai pareri degli altri.
“La persona giusta” è un romanzo per ragazzi che affronta temi importantissimi, quali l’amore, l’amicizia e la famiglia, ma anche il razzismo, la droga e l’adozione, senza però scendere in profondità in questi ultimi. Tale mancanza può essere avvertita, forse, da un lettore adulto, desideroso di calarsi nell’oscurità dell’animo umano e della società in cui vive, mentre un lettore giovane apprezzerà di certo la freschezza dei dialoghi, i momenti dolci e spontanei che fanno sognare e regalano qualche ora di leggerezza.

Titolo: La persona giusta
Autore: Sandra Petrignani
Casa editrice: Giunti
Genere: Young Adult
Pagine: 168
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura:  3 giorni

L’autrice
Sandra Petrignani è nata a Piacenza, vive preferibilmente in campagna, in Umbria, con tre cani e quattro gatti, e un po’ a Roma, dove i cani e i gatti preferiscono non seguirla. Ha scritto molti racconti, qualche romanzo, alcuni libri di viaggio e ricostruzioni delle vite di scrittori e artisti del Novecento, tra cui ricordiamo “Addio a Roma”, “Marguerite” (dedicato alla Duras), “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg”, finalista al Premio Strega 2018, Premi Dessì, Globo e The Bridge.

Claudia

Lettore medio

Batata (Graciela Beatriz Cabal)

9788857609713_0_0_551_75Ci sono case pulite, splendenti e profumate di pino. Case con le federe sulle poltrone per non impiastricciarle e le pattine di lana per non macchiare i pavimenti. Case dove le cose vecchie o bucate vanno a finire nella spazzatura. Sono case perfette.
In queste case perfette i cagnolini veri non possono entrare. Perché i cagnolini veri fanno la pipì e la cacca, nascondono gli ossi sotto i cuscini e fanno una serie di altre cose da far drizzare i capelli a certa gente.

Una ragazzina molto curiosa e dotata di una fervida immaginazione, un cane combinaguai e una mamma che proprio non vuol saperne di ritrovarsi animali in casa. Sono questi gli ingredienti di “Batata” (edito da #logosedizioni), il racconto di Graciela Beatriz Cabal illustrato da Giulia Pintus.
Giulietta, la protagonista della storia, vorrebbe tanto possedere un cane, ma sua madre – ossessionata dalle pulizie – non vuol proprio saperne. L’abitazione deve essere sempre linda e profumata. Alla ragazzina non resta che creare un cane di pezza con cui trascorrere le giornate. Una monotonia che viene interrotta dall’incontro fortuito con Batata, un piccolo meticcio che non vuol saperne affatto di separarsi dalla ragazzina.

Una bella storia di sogni e di amicizia quella raccontata dalla Cabal. Grazie a Batata, Giulietta inizia a comprendere il significato della parola responsabilità: il cane non è un giocattolo, ma un essere vivente del quale prendersi cura. Inoltre la padroncina dovrà educare Batata affinché limiti il numero di guai.
Il vero punto di forza di questa storia sono le illustrazioni: il tratto delicato e i colori pastello con cui Giulia Pintus ha animato le pagine del racconto permettono ai lettori di qualsiasi età di sognare a occhi aperti e vivere pienamente una storia rivolta a un pubblico di giovani lettori, ma pure a quelli coi capelli bianchi.
Non aggiungo altro e cedo la parola all’illustratrice di queste pagine…

Batata. Quali sono state le tue prime impressioni da lettrice e quali quelle da illustratrice? Quando ho letto “Batata”per la prima volta mi ha incuriosito la semplicità della storia. Ho pensato che Graciela Cabal avesse trovato il modo giusto di rivolgersi ai bambini, usando le loro parole e i loro pensieri. Per illustrarla ho provato a utilizzare la stessa tecnica: sono tornata bambina e – inutile dirlo – mi sono divertita moltissimo.
Hai dedicato questo lavoro a Senape, il tuo cagnolino. Lecito chiederti: che tipo di rapporto hai con lui e quanto ti ha ispirato la tua quotidianità per illustrare questa storia?Senape ed io siamo molto legati, migliori amici. Viviamo insieme, solo io e lui. Quando illustravo Batata lui era con me da meno di un anno, quindi mi ricordavo bene i primi disastri che faceva in casa e tutto l’impegno che c’è voluto per insegnargli le cose. Mi sono molto immedesimata in Giulietta anche per questo!
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Non c’è niente da fare, a tutti piacciono le storie con i cagnolini! Ai bambini, soprattutto. Infatti, un sacco di volte, dopo che i bambini leggono “Batata”, li sento dire “Mamma, possiamo prendere un cagnolino?”. Spero sempre che la mamma ci pensi un po’ e poi risponda di sì.
Al fine di conoscerti un po’ meglio: quando e in che modo hai capito che la passione per l’illustrazione doveva diventare un lavoro? Disegnare è sempre stato il mio gioco preferito. Le bambole, la TV non mi interessavano molto. Quando poi ho dovuto scegliere le scuole, i miei genitori mi hanno sempre incoraggiata;in fondo anche loro fanno un lavoro artistico, pertanto l’idea di lavorare con quel che mi è sempre piaciuto è sempre stata molto chiara.
Il libro che rileggeresti senza mai annoiarti e quello che, ultimamente, giace sul tuo comodino. Quando mi piace tanto un libro ho il vizio di ricomprarmelo in varie edizioni. Ad esempio“Le Streghe” di Roal Dahl, del quale ho tutte le versioni. Ultimamente ascolto audiolibri mentre lavoro, mi viene comodo e faccio due cose insieme.Adesso sto iniziando “Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo.
Raccontaci il tuo 32esimo Salone Internazionale del Libro, da addetta ai lavori, ma soprattutto da lettrice. Io amo le fiere del libro. Mi piace tutto: girare tra gli stand e anche fare le dediche tutto il tempo; mi piacciono le persone, si fanno sempre conoscenze nuove e belle. Anche quest’anno ho sentito una bella atmosfera e me la sono portata a casa insieme a una valigia di libri.
Domanda marzulliana: cosa ti aspetti da questa storia? Io sono positiva di natura. Mi aspetto il meglio e non vedo l’ora. Intanto mi godo il viaggio.

Titolo: Batata
Autrice: Graciela Beatriz Cabal
Illustratrice: Giulia Pintus
Casa editrice: #logosedizioni
Genere: racconto illustrato
Pagine: 48
Anno: 2018
Prezzo: € 7,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Dopo aver letto questo libro: prendere seriamente in considerazione la possibilità di adottare un cagnolino.

L’autrice
Graciela Beatriz Cabal (1939–2004) è stata una scrittrice e giornalista argentina. Accanita lettrice, è stata studentessa di Jorge Luis Borges. Trovava noiose le Cenerentole e le case perfette, mentre le piaceva moltissimo collezionare premi e viaggiare per l’Argentina con la sua valigia carica di racconti. Ha avuto figli, nipoti, un marito, un cane, un gatto, pappagalli e una casa tanto, ma tanto, strana. Ha scritto più di sessanta libri per ragazzi, e anche qualcuno per adulti, tutti finora inediti in Italia. “Batata” è stato pubblicato per la prima volta nel 1998. Della stessa autrice #logosedizioni ha pubblicato anche “Giacinto” (2018), il suo primo racconto.

L’illustratrice
Giulia Pintus è un’illustratrice freelance e all’occorrenza una scrittrice strampalata. Vive tra Piacenza e Bologna, ma spera di abitare in tutto il mondo. Le piace usare la matita come i bambini e ama accostare il verde salvia al rosa. Quando è felice disegna ortaggi. Quando è triste disegna barattoli. Lavora in uno studio a righe e pois che si chiama Foglie al Vento. Il suo cagnolino si chiama Senape.Per #logosedizioni ha pubblicato “Attilio” (2017), “Giacinto” e “Batata” (2018).

Paquito

Lettore medio

Invidia (Muriel Spark)

Invidia“No, no, non è possibile; questa è roba buona, scritta da mano esperta. Non può essere opera di Chris; non è plausibile che abbia creato un’ambientazione così perfetta. Qualcosa deve andare storto. Va troncato sul nascere. «Dio mio», pensò «che cosa mi viene in mente?».”

Svizzera, metà degli anni ’80. Rowland Mahler, giovane inglese di bella presenza, gestisce una scuola di buone maniere, il College Sunrise, insieme a sua moglie Nina, donna paziente e schietta.
Il loro rapporto, personale e lavorativo, viene messo a dura prova dall’arrivo di Chris, fascinoso diciassettenne dai capelli rossi, brillante e capriccioso, che sta scrivendo un romanzo su Maria Stuarda e non dubita minimamente del suo successo futuro.
Il talento e la sicurezza di Chris suscitano subito l’ammirazione di tutti gli studenti del College Sunrise, ma anche di Rowland, che si sente nel contempo minacciato dal grande potenziale del ragazzo. In lui, che ha velleità di scrittore ma non riesce a portare a termine un suo romanzo, si agitano l’astio, la smania e l’invidia, che crescono fino a diventare la sua ossessione.

“Invidia” (edito da Adelphi) è un romanzo che parla di follia, che esplora il desiderio umano e le ragioni nascoste al suo interno. Con grande abilità l’autrice coinvolge il lettore nella vicenda, seminando piccoli indizi sulle motivazioni che realmente spingono i personaggi ad agire come fanno, ma senza dire troppo, affidando a chi legge il compito di ordinare i tasselli del puzzle, una volta giunto fino alla fine. Ed è proprio la psicologia dei personaggi ad affascinare di più, così cruda e senza fronzoli, così vera e priva di ipocrisie.
Perché Rowland è ossessionato dal romanzo di Chris? E perché il ragazzo gode tanto nel provocarlo? Sono queste alcune delle domande che il lettore si pone leggendo, a cui l’autrice dà una risposta per nulla scontata. Spiace un po’ che, a differenza di altri romanzi della Sparks – in cui tutti i personaggi, anche quelli secondari, hanno il loro peso nell’intreccio della trama – qui si abbia la sensazione di stare incontrando persone di contorno, una mera ambientazione o un pretesto per ridere, poiché tutta l’attenzione è focalizzata su Rowland, Chris e il loro rapporto ossessivo.
Ma con il suo ritmo cadenzato e l’uso minuzioso dei dettagli narrativi, Muriel Sparks dà comunque prova di grande abilità stilistica, dimostrando che anche una trama semplice può accattivare il lettore, se si posseggono gli strumenti giusti per narrarla.

Titolo: Invidia
Autore: Muriel Spark
Genere: Satira
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 126
Anno edizione: 2004
Prezzo: € 13,50
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autrice
Muriel Spark è stata una scrittrice scozzese. Nata da padre ebreo e madre cristiana, insegnò brevemente inglese e successivamente lavorò come segretaria in un grande magazzino. Durante la Seconda Guerra Mondiale lavorò per i servizi segreti britannici. La sua carriera letteraria ebbe inizio dopo la guerra, quando iniziò a scrivere poesie e pezzi di critica letteraria. Dopo aver vissuto a New York per alcuni anni, si trasferì in Italia, prima a Roma, poi in Toscana.
Vinse il premio US Ingersoll Foundation TS Eliot Award nel 1992 e il British Literature Prize nel 1997. Fu fatta Dama Comandante dell’Impero Britannico nel 1993, in riconoscimento dei servigi resi al paese con la sua produzione letteraria.

Claudia