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Signori, biglietti! (Gruppo 9)

gruppo9«Un reality show vero? Ma sei sicura, Balén?»
Una signora addobbata a festa con abito lungo nero e un pellicciotto bianco esordì incredula, alzandosi e muovendo le braccia a dire: «Gesù, Gesù, se lo sapevo prima che era per la televisione mi mettevo più sistemata. E non si fa così, che figura faccio se mi inquadrano?»

Il solo modo che trovo per definire “Signori, biglietti!”, il nuovo romanzo del Gruppo 9 (edito da Homo Scrivens), è: geniale.
La linea 1 della metropolitana di Napoli diventa, infatti, il set di un improbabile reality show: dieci concorrenti – a bordo di un treno che, dalla stazione Piscinola giungerà a quella di Garibaldi – dovranno affrontarsi in una serie di estenuanti prove (tra cui una surreale gara di rutti) ma, soprattutto, dovranno affrontare le proprie paure. Già, perché i concorrenti sono stati selezionati in base alla propria fobia.
C’è chi ha timore del papa, chi ha il terrore di camminare e chi ha la fobia dell’aglio. Dieci fobici pronti a tutto pur di ottenere l’ambitissimo premio: Molti Soldi!

Un romanzo dissacrante ma assolutamente piacevole, realizzato da uno dei collettivi letterari più prolifici e longevi d’Italia. Una storia che fa il verso a tutti, ma proprio a tutti i reality e a una TV sempre più spazzatura. Un romanzo che ha un obiettivo molto ambizioso: far ridere il pubblico.
Non aggiungo altro e cedo la parola a Gianluca Calvino, coordinatore del Gruppo 9.

Signori, biglietti!Come è nato questo progetto? L’idea era quella di staccarci, dopo un po’ di anni, dal genere del noir/thriller, “contenitore” storico dei romanzi di Gruppo 9, per scegliere, una volta tanto, la strada del disimpegno.
Il confronto con tutti i componenti del collettivo ha prodotto questa idea, che prende avvio dal genere surreale del reality TV portato alle sue conseguenze più grottesche e comiche. Per quanto possibile, visto che la maggior parte dei reality sono già molto grotteschi e involontariamente comici.
Convieni con noi che la linea 1 della metropolitana di Napoli può considerarsi non una semplice rete ferroviaria ma un vero e proprio contenitore di storie? Se vogliamo, non solo la linea 1. Anche la linea 2, per non parlare della Circumvesuviana, sono fucina inesauribile di spunti tragicomici.
Di certo, quella di prendere i mezzi pubblici in una grande città (come Napoli, ma come tante altre, in Italia soprattutto) è un’esperienza propedeutica per chi voglia trovare linfa per la propria vena narrativa.
I concorrenti del reality sono stati selezionati in base alle loro fobie, tutte scientificamente riscontrate. Quale di queste ti ha sorpreso di più? Mah, ce ne sono tante davvero singolari. L’intero collettivo si è messo in moto per cercare le paure più strambe – ma tutte assolutamente autentiche – che avrebbero afflitto i nostri personaggi.
Se proprio dovessi sceglierne una, forse mi soffermerei sulla papafobia. La paura del Pontefice e di tutte le simbologie a lui connesse mi fa veramente scompisciare.
Pensando al Gruppo 9 mi viene in mente un vecchio attore. Uno che ha interpretato mille ruoli, alternando parti drammatiche a momenti di grande ilarità. Questo collettivo letterario vanta un curriculum che comprende romanzi noir, distopici, umoristici. Insomma, la letteratura di genere proprio non vi va giù oppure c’è il desiderio continuo di cambiare pelle e mettersi alla prova? La stessa natura del Gruppo è, in effetti, mutevole. Ogni anno ci sono componenti che ci lasciano e altri che vengono a infoltire il contingente degli scrittori del collettivo.
In linea con questa identità, proviamo a cambiare ogni anno qualcosa. Fino allo scorso anno, si trattava della metodologia di lavoro (che però non può essere facilmente veicolata all’esterno). Con “Scacco al re” abbiamo già iniziato una prima minirivoluzione, passando dal genere del giallo a quello della fantascienza distopica. Quest’anno abbiamo imboccato invece una strada completamente diversa. E siamo ben felici di questa nuova sfida.
Da editor, ma soprattutto da docente di scrittura e coordinatore di un collettivo di scrittori, da’ tre suggerimenti a un aspirante narratore.
1. Non censurarti mai. Nel caso, lascia che lo faccia il tuo editor (perché di un editor tutti gli scrittori hanno assoluto bisogno).
2. Prendi spunto dalla realtà. Inventare di sana pianta ti porterà necessariamente a partorire storie poco plausibili.
3. Non ti arrendere alla prima sconfitta. La carriera di uno scrittore (e di ogni artista in generale, ma in realtà è una cosa che può essere applicata a qualunque campo) è fatta di tanti, tantissimi no. Ma poi il sì arriva. Se vali e ci credi, il sì arriva.
Dulcis in fundo, una domanda privata: se fossi tu il vincitore del reality e ottenessi i molti soldi messi in palio, quale regalo ti concederesti e cosa regaleresti al Gruppo 9? Comprerei il Napoli Calcio e farei acquisti faraonici, finalmente.Al Gruppo regalerei un viaggio a mo’ di gita in un bel posto in cui ambienteremo il prossimo romanzo.
Saluta i lettori del nostro blog. Non c’è bisogno di invitarvi a leggere, perché se seguite questo blog lo fate già. Ma se posso, cercate di limitare le cattive letture, perché vi fanno perdere solo tempo. Per citare l’immortale Troisi, di cui in questi giorni ricorrevano i 25 anni dalla scomparsa, è impossibile leggere tutto, perché “loro sono tanti, io sono uno solo”.Per cui, leggete tanto, ma bene.

Titolo: Signori, biglietti!
Autore: Gruppo 9
Casa editrice: Homo Scrivens
Genere: umoristico
Pagine: 146
Anno: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Dopo aver letto questo libro: fare un viaggio a bordo della linea 1 della metropolitana di Napoli per comprendere quanto la realtà possa superare l’immaginazione.

L’autore
Gruppo 9 è il più numeroso collettivo letterario italiano, coordinato da Gianluca Calvino dal laboratorio di scrittura Homo Scrivens a Pompei. Ha pubblicato per Homo Scrivens i romanzi “Sono stato io” (2013), “Party per non tornare” (vincitore del Premio Speciale Carver 2014), “Hyde School” (2015), “Requiem” (2016), “Gli affamati” (2017) e “Scacco al Re” (2018)

Paquito

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Dancing Paradiso (Stefano Benni)

9788807033445_0_0_454_75“Guardate che bella insegna blu
Questo locale si chiama Paradiso
Non sta in cielo ma quaggiù
Non bisogna essere buoni per entrare
Accettano anche le carogne
E qualche volta le fanno cambiare.”

In una città buia e crudele vivono Amina, rimasta orfana di madre; Elvis, un hacker chiuso in casa da sei anni; Bill il Bello, un batterista che in ospedale aspetta di morire, il suo amico Stan il pianista, il quale vuole preparare un ultimo concerto per il suo amico e, infine, Lady, una poetessa che non sa scegliere tra cantare e morire.
Cinque voci diverse più una sesta fuori dal coro, quella dell’Angelo angelica, un angelo sceso sulla Terra, con il più impensabile degli aspetti, quello dello straccione, ultimo tra gli ultimi. Anche se diversi tra loro tutti hanno una precisa destinazione: il Dancing Paradiso. Qui ognuno di loro potrà cantare il proprio blues. Sarà l’ultimo primo della morte o il primo di una nuova vita?

Anche gli angeli capita a volte sai si sporcano, così cantavano Dalla e Morandi in “Vita” ed è così che l’Angelo angelica, voce narrante di “Dancing Paradiso” (edito da Feltrinelli), si presenta: come un angelo custode del tutto simile agli esseri umani.
Questa volta Stefano Benni sceglie di usare la poesia per raccontare i dolori dei protagonisti al lettore. Per quest’ultimo, avventurarsi tra le pagine di questo libro sarà come assistere ad un concerto ben sapendo che ci sarà sicuramente quella canzone che parla proprio a lui e di lui.
Che si tratti di versi o di prosa, l’autore riesce sempre a centrare i problemi che più affliggono il presente: in questo caso, i temi fondamentali sono l’odio per il diverso che si fa sempre più spazio nella società, l’indifferenza verso il prossimo e l’inquietudine dell’animo. Il suo stile inconfondibile, fatto soprattutto di ironia, viene messo momentaneamente da parte per lasciare il posto a versi pieni di accensioni liriche e musicalità che catturano la nostra attenzione invitandoci a riflettere più che a ridere.
Quindi cuffie alle orecchie, ragazzi! Per iniziare questo viaggio non vi resta che premere il tasto play!

Titolo: Dancing Paradiso
Autore: Stefano Benni
Genere: Poesia
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 76
Anno: 2019
Prezzo: € 10,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Autore e quadro consigliato: Senza titolo dalla serie “Nuagessines” (Luca Matti, dibond in tecnica mista, 2016)

L’autore
Stefano Benni
(Bologna, 12 agosto 1947) è uno scrittore, giornalista e poeta. I suoi romanzi e i suoi racconti contengono una forte satira della società italiana degli ultimi decenni. Da anni tiene seminari sull’immaginazione e sul reading.

Arianna

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La terra è blu come un’arancia (Luca Delgado)

9788897905356_0_0_0_75“Il chiasso, i rumori, le urla erano così forti che non si vedeva nulla. Un treno in fiamme era riverso sul lato destro, come dormiente sulla spalla di Bagnoli. Una pioggia di fili bruciacchiati scivolava sulla schiena grigia di un vagone. Il muso del treno aveva la faccia di uno spettro, lo spettro di una guerra che aveva avuto inizio perché qualcuno potesse raccontarla, perché qualcuno potesse scriverne articoli da prima pagina.”

Samuele D., giornalista de Il Mattino, ha un’ossessione: la freschezza, la freschezza degli abiti che indossa, del cibo che mangia, delle donne che incontra, dei fatti di cronaca nera di cui scrive. Samuele D. ha un’ambizione. Diventare il più grande giornalista al mondo, nel più breve tempo possibile. Il suo segreto? Inconfessabile.
E poi c’è Zeno Zanetti, ispettore di Polizia. Zeno ha un compito. Fermare la spirale di violenza che si è abbattuta su Napoli. Il suo problema? Non ha nessuna voglia di farlo.
Un romanzo thriller-noir, un racconto breve, una pièce teatrale, un film, un fumetto, un mondo in cui non bisogna credere alla verità, ma soltanto alle parole.
Confinare “La terra è blu come un’arancia” di Luca Delgado (editore Homo Scrivens, collana Scout) entro la definizione di romanzo è assai riduttivo. Un po’ romanzo, un po’ storyboard cinematografico, copione teatrale, fumetto, quella dell’autore napoletano è una vera opera d’arte metadisciplinare. È proprio in questo alternare la cronaca degli eventi alle relative ricostruzioni cinematografiche, teatrali e fumettistiche che ho trovato nel romanzo un geniale sperimentalismo che strizza l’occhio a capolavori come “Dogville” di Lars Von Trier.
Delgado si erge a degno prosecutore della tradizione noir napoletana, intrisa di mistero ma soprattutto di ironia e umorismo tipicamente partenopei, che nel cinema ha avuto esempi di grande spessore come “Giallo Napoletano” e “No grazie, il caffè mi rende nervoso”. La città ai piedi del Vesuvio prende forma davanti agli occhi del lettore staccandosi completamente dall’immagine da cartolina cui siamo abituati: il sole si cela dietro le tinte fredde e sbiadite del tramonto e dell’alba invernali, il panorama sul golfo lascia spazio alle strade pittoresche del centro storico, le canzoni del repertorio classico napoletano vanno in fade out al cospetto delle voci di popolo dei quartieri di Montesanto e della Pignasecca.
I due piani narrativi che seguono da vicino Samuele e Zeno permettono al lettore di addentrarsi in una Napoli underground in cui, come nella miglior tradizione del genere, anche se c’è un colpevole nessuno è davvero innocente.
Uno stile narrativo originale che si regge su flashback, termini dialettali e sperimentazioni a 360 gradi e che rendono il romanzo un piccolo capolavoro, da leggere in pochi giorni accompagnati dal sassofono di James Senese in sottofondo.

Titolo: La terra è blu come un’arancia
Autore: Luca Delgado
Genere: Noir
Casa editrice: Homo Scrivens (collana Scout)
Pagine: 128
Prezzo: € 12,00
Anno: 2013
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Colonna sonora: “Habanera”, “Napoli Centrale” (album) entrambi di James Senese
Film: “Giallo Napoletano” (1979) di S. Corbucci, “No grazie, il caffè mi rende nervoso” (1982) di L. Gasparini, “Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti” (1986) di L. Wertmuller, “Polvere di Napoli” (1998) di A. Capuano

L’autore
Luca Delgado è nato a Napoli nel 1979. Insegna lingua e letteratura inglese alle superiori e italiano per stranieri. Ha pubblicato “Daniel di Waterford” (Otma, 2009), “Dubliners” di James Joyce(Ferraro, 2010) e il dramma teatrale “Il Muro di Roma” (Otma, 2011). Si occupa di traduzione teatrale ed ha collaborato con i registi Peter Brook (“The Suit”, “Lo Spopolatore”), Peter Sellars (“Desdemona”), Luca De Fusco (“Antigone”). Si occupa di regia teatrale e ha curato di recente la regia di spot pubblicitari. Con Homo Scrivens ha pubblicato i romanzi  “La terra è blu come un’arancia” (2013) e “081” (2014).

Giano

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La canzone di Achille (Madeline Miller)

9788831780988_0_0_454_75“Lui suonava la lira di mia madre e io lo osservavo. Quando veniva il mio turno di suonare, le dita mi si impigliavano tra le corde e l’insegnante scuoteva la testa, scoraggiato. Non m’importava. «Suona ancora» gli dicevo. E lui suonava finché faticavo a scorgere le sue dita nell’oscurità.
E poi mi accorsi di quanto fossi cambiato. Non m’importava più di perdere quando correvamo o quando nuotavamo fino agli scogli o quando scagliavamo le lance o facevamo rimbalzare i sassi. Chi mai si sarebbe vergognato di essere battuto da tanta bellezza?”

L’Iliade è, probabilmente, uno dei poemi più conosciuti al mondo: un pilastro della letteratura classica, un mito senza tempo che ha ispirato scrittori e lettori di ogni epoca attraverso le gesta e le avventure degli eroi che ne sono protagonisti: la storia d’amore di Paride ed Elena, la vendetta di Menelao e la brama di potere di Agamennone, la tragica fine di Ettore, figlio prediletto di Priamo ed eroe della città di Troia. Ma, fra tutte queste storie una, in particolare, sembra esercitare un fascino al di sopra di ogni altra: quella di Achille, eroe e semidio, figlio del re di Ftia, Peleo, e della ninfa Teti.
Nel suo romanzo Madeline Miller, compie un’operazione che può essere considerata innovativa e pericolosa allo stesso tempo, ovvero approfondire la relazione tra Achille e Patroclo prima e durante la guerra di Troia. La storia è narrata dal punto di vista di Patroclo che ne è quindi narratore e protagonista. Attraverso i suoi occhi assistiamo al dipanarsi degli eventi che porteranno alla guerra e al progredire del suo legame con Achille, prima amico, poi therapon (compagno d’armi) e infine amante. L’autrice riesce a restituire due personaggi sviluppati con cura e dalla personalità ben definita, restando allo stesso tempo armoniosamente legata agli eventi e ai personaggi dell’Iliade. Achille è reso perfettamente nella sua duplice natura, sempre sospesa tra due mondi: quello dei mortali, a cui è ancorato grazie all’amore per Patroclo,e quello divino che gli fa ribollire il sangue e lo spinge a reclamare gloria e immortalità che gli spettano per diritto di nascita.
Patroclo, al contrario, è una creatura molto più semplice, profondamente umana: ama, odia, sbaglia e impara dai propri errori, si fa trarre in inganno, prova disgusto, desiderio e rimpianto, né più né meno di qualsiasi altra persona.Entrambi i personaggi prendono forma sotto gli occhi del lettore e vivono la loro esistenza riga dopo riga: Achille con la sua perfezione, la bellezza divina e l’abilità nell’arte della guerra che nessun maestro ha mai potuto insegnare o eguagliare; Patroclo, con tutte le sue meravigliose imperfezioni che lo rendono ancora più speciale, non solo agli occhi di noi lettori ma anche a quelli dell’uomo che lo ama. Insieme a loro, il coro degli altri personaggi dell’Iliade che assumono caratteristiche e forme nuove: lo scaltro Ulisse, la bella Elena, il coraggioso Ettore, la dolce Briseide; ognuno è, a modo suo, partecipe o testimone di una storia d’amore che travalica tutti i limiti, persino quelli della vita e della morte.

Titolo: La canzone di Achille
Autrice: Madeline Miller
Genere:Narrativa lgbt
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 384
Anno: 2019
Prezzo:€11,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Consiglio di lettura: “Omero, Iliade” di Alessandro Baricco, per approfondire o rinfrescare la propria conoscenza del poema omerico.

L’autrice
Madeline Miller
è laureata in lettere classiche e ha insegnato per anni greco e latino, drammaturgia e adattamento teatrale per l’università di Yale. “La canzone di Achille” è il suo romanzo d’esordio pubblicato nel 2011 e grazie al quale ha vinto l’“Orange Prize for fiction”. Il suo secondo romanzo “Circe” è stato pubblicato dalla casa editrice Sonzogno.

Giovanna

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Gaetano Scirea. Il gentiluomo (Darwin Pastorin)

Perrone - Scirea_MC+Ho voluto scrivere la tua storia a modo mio, senza obbligo di una biografia minuziosa. Con la semplice voglia di rivolgermi a te per ritrovare un percorso comune, quando il calcio sapeva aprirsi alla gente, all’amicizia.
Io, naufrago di passioni, ringrazio Dio per averti incontrato.

Ritengo che il termine giusto per raccontare sinteticamente “Gaetano Scirea. Il gentiluomo”, il nuovo libro di Darwin Pastorin edito da Giulio Perrone Editore, sia: delicato.
Poco meno di 100 pagine durante le quali l’autore schiude il cassetto dei ricordi e racconta la propria storia. Quella di un ragazzo con la passione per il giornalismo sportivo che incontra, sul suo cammino professionale, Gaetano Scirea, il calciatore della Juventus che, di lì a qualche anno, sarebbe diventato campione del mondo con la nazionale nel 1982.
Un calciatore simbolo del club bianconero, distintosi tanto in campo quanto fuori, per lo stile di gioco, il carisma ma soprattutto una correttezza che lo ha reso un idolo juventino ma pure uno stimatissimo avversario.
Pastorin ripercorre la propria giovinezza e gli inizi della carriera, intrecciando storie calcistiche a spaccati di vita che rappresentano l’essenza di un calcio ormai andato: non vi erano distanze tra calciatori e stampa e, soprattutto, era all’ordine del giorno che due professionisti potessero ritrovarsi a chiacchierare a cena di calcio, ma pure di altro, ad esempio i sogni. Quelli di Darwin, realizzati nel corso degli anni, e quelli di Gaetano, spezzati lungo un’autostrada polacca.
Non aggiungo altro. È il momento di lasciare la parola all’autore…

Caro Darwin, hai raccontato un grande campione ma, soprattutto, hai raccontato la tua vita attraverso il filo invisibile che legava (e lega ancora) la tua vita a quella di Scirea. C’è una cosa in particolare che ti manca del vostro rapporto? Mi manca tutto, tanto, troppo. Mi mancano la sua amicizia, il suo sorriso lieve, le sue parole giuste. Mi mancano i suoi silenzi, così preziosi. È stato l’Angelo Calciatore: un campione sul campo e nella vita. Era il pane in tavola.
Tecnicamente (e solo tecnicamente) parlando, chi ha raccolto in questi anni l’eredità calcistica di Scirea e la sua leadership in campo? Non esisterà mai più un altro Scirea. Sapeva fare tutto, giocando da libero. Il difensore, il centrocampista, l’attaccante. Come ha detto Beppe Furino, otto scudetti con la Juventus, il “capitano con l’elmetto”, nel corso della presentazione del mio libro, con Mariella Scirea e Salvatore Lo Presti, al Salone Internazionale del Libro di Torino “potevi metterlo terzino destro, stopper, ala: era davvero capace di coprire qualsiasi ruolo, sempre con talento e maestria”.
Hai immaginato Gaetano sulla panchina del Napoli. Una piazza che, a tuo parere, avrebbe reso onore allo Scirea professionista ma soprattutto all’uomo. Come mai? Perché ho sempre avuto un rapporto speciale con Napoli. Mio papà, veronese, tifava per i partenopei. I tifosi, mi diceva, gli ricordavano il calore e i colori della torcida brasiliana dei suoi anni a San Paolo. Poi, le stagioni maradoniane… Scirea era amatissimo anche a Napoli: e non poteva essere altrimenti! Impossibile, in qualsiasi anfratto del nostro Paese, non provare stima e ammirazione per questo gentiluomo del football.
Quale suggerimento vorresti dare a un giovane che aspira a diventare un cronista sportivo? E quali quelli che vorresti dispensare a un aspirante narratore? Di recuperare la forza del racconto. Di andare, vedere e scrivere. Di camminare. Non di osservare il mondo, anche quello del calcio, solo attraverso i social. Al giovane scrittore consiglio – con tutte le mie forze – di leggere, leggere e ancora leggere. La letteratura è vitale, è necessaria, è indispensabile: come l’aria che respiriamo.
Chiudiamo questa chiacchierata con una domanda prettamente calcistica: miglior allenatore della stagione, miglior calciatore e squadra che ti ha impressionato maggiormente. Massimiliano Allegri: cinque anni di trionfi sulla panchina della Juve. Fabio Quagliarella, bomber antico: ecco una bella vicenda sportiva e umana da raccontare! L’Atalanta di Gasperini: una stagione semplicemente da applausi, a scena aperta.

Titolo: Gaetano Scirea. Il gentiluomo
Autore: Darwin Pastorin
Casa editrice: Giulio Perrone Editore
Genere: saggio sportivo
Pagine: 93
Anno: 2018
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Suggerimenti di lettura: “I portieri del sogno”, “Tempi supplementari” e “Storia d’Italia ai tempi del pallone. Dal Grande Torino a Cristiano Ronaldo”, tutti scritti da Darwin Pastorin.

L’autore
Darwin Pastorin.Nato a San Paolo del Brasile nel 1955, è stato giornalista al Guerin Sportivo, inviato speciale e vicedirettore di Tuttosport, direttore di Tele+, Stream Tv e nuovi programmi di Sky Sport e Quartarete Tv. Oggi ha un blog su Huffington Post. Ha scritto numerosi libri mettendo insieme calcio, letteratura, memorie personali e collettive.

Paquito

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Con tanto affetto ti ammazzerò (Pino Imperatore)

9788851169350_0_0_502_75Elena De Flavis ne restò colpita: «Ispettore, mi erano giunte notizie del suo charme e io ne avevo preso atto con riserva. Non mi fido delle opinioni e dei giudizi altrui; preferisco verificare in prima persona. Ora posso confermarlo: lei è un uomo incantevole».

Missione compiuta. Pure stavolta Pino Imperatore riesce a conquistare il lettore con una commedia nella quale trovano spazio: sentimenti, risate, scorci meravigliosi ma pure un delitto. Anzi, una serie di delitti. “Con tanto affetto ti ammazzerò”, il nuovo romanzo dello scrittore napoletano (edito da DeA Planeta), vede il ritorno dell’ispettore Gianni Scapece costretto, questa volta, a indagare sulla scomparsa della baronessa de Flavis, un’attempata nobildonna, sparita nel nulla durante la sua festa di compleanno.
Ad aiutarlo il clan (con l’accezione più positiva che si può dare al termine) dei Vitiello, la famiglia che gestisce la trattoria Parthenope e che si prende cura del palato dell’affascinante poliziotto costretto, in questo nuovo episodio della serie, a fare i conti con una grana extraprofessionale: l’amore.
Un amore che permea tutte le pagine di questo romanzo e che viene rappresentato, fin dai titoli di testa del romanzo, dalla città di Napoli, sfondo di questa storia che mescola elementi comici e suspence, regalando al lettore un viaggio tra gli scorci più belli del territorio campano.
Non aggiungo altro per evitare spoiler e mi affido alle parole dell’autore.

“Con tanto affetto ti ammazzerò”. Come è nato questo romanzo? Dalla necessità di raccontare la vicenda di una donna che è metafora della vita sociale contemporanea; sarebbe meglio dire vita asociale, visto che oggi sembrano valere più i sentimenti di odio che i sentimenti di amore.
Dopo essere stata la più imprevedibile del pianeta, questa volta Napoli diventa la città più romantica al mondo. Sicuri che questo posto – bello e dannato – sappia tener testa a Venezia, Parigi e chissà a quante altre città? Ne sono sicurissimo. Senza nulla togliere alle città considerate “romantiche”, Napoli le supera tutte, perché coinvolge ed emoziona non solo per la sua oggettiva bellezza, ma anche per il cuore immenso degli abitanti.
Elemento fondamentale di questa storia sono i rapporti familiari. Da un lato i Vitiello, un vero e proprio clan (con l’accezione più nobile che si può dare a questo termine), dall’altro la famiglia della baronessa Elena De Flavis, nella quale non sembrano esservi vincoli se non quelli anagrafici. Quanto è difficile raccontare un contesto familiare come quest’ultimo? È stata una faticaccia, poiché ho dovuto muovermi in un microcosmo ben lontano dal mio modo di essere e di pensare. I figli della De Flavis sono quanto di peggio possa capitare a un genitore, e non fanno nulla per nascondere la loro malvagità e i loro rancori. Per fortuna ci sono i Vitiello, la cui scoppiettante umanità e intelligenza rappresenta un baluardo contro ogni tipo di odio.
Restando in tema, questo è il più sentimentale tra i tuoi romanzi. Gianni Scapece e gli altri (Zorro – il cane – compreso!) faranno i conti con sé stessi e comprenderanno quanto sia dura la vita senza una persona con cui condividere i momenti belli, ma pure quelli più delicati. Quanto è difficile parlare d’amore ma soprattutto di pene d’amore? Può essere molto facile se l’amore viene rappresentato in modo melenso, come se fosse un sentimento idilliaco, perfetto, esente da difetti. La faccenda si complica quando dev’essere raccontato, come è giusto che sia, con oggettività e realismo, tenendo conto dei suoi alti e bassi, dei suoi cedimenti e delle sue resurrezioni, della fragilità che esprime quando non se ne ha cura e lo si abbandona al suo destino. L’amore non è un’astrazione, ma qualcosa di molto concreto e complesso; per conservarlo in vita e proteggerlo da ogni disfacimento, gli esseri umani devono lavorare sodo; se lo fanno, ricevono ricompense straordinarie.
Pure stavolta, col tuo solito garbo e la tua ironia, affronti un tema delicato come la discriminazione razziale: Kiribaba, il maggiordomo della baronessa, è il primo a essere accusato della scomparsa della nobildonna, per mere ragioni di razza. Quanta rabbia ti fanno pregiudizi del genere? Mi irritano più che mai. Alcuni individui sono impregnati di una tale sottocultura, stupidità e ignoranza da poter essere catalogati in una specie a parte: quella degli Homo Insapiens. Con loro la storia ha fallito. Se non li fermiamo in tempo, la loro violenza ci farà precipitare in un abisso senza fondo.
Pino Imperatore e le scuole: quelle nelle quali, romanzo dopo romanzo, entri per lanciare messaggi positivi e per avvicinare i ragazzi alla lettura. Quanto è complicato fare l’operatore culturale, specie con le nuove generazioni? Per me è un’esperienza entusiasmante. I ragazzi vanno seguiti, incitati, incoraggiati. Spetta a noi adulti mostrare loro le strade giuste da seguire. Una di queste è rappresentata proprio dalla lettura, fonte inesauribile di scoperte e conoscenze. Negli ultimi anni ho incontrato migliaia di bambini e di giovani che spesso mi ringraziano per le emozioni e gli stimoli ricevuti dai miei libri. Ma sono io ad essere grato a loro per l’allegria e la creatività che mostrano in ogni occasione.
Pure stavolta regali al lettore degli scorci meravigliosi non soltanto di Napoli, ma pure dei territori limitrofi. Durante la realizzazione di “Con tanto affetto ti ammazzerò” quale location ti ha colpito maggiormente? La spettacolare Villa Lysis a Capri. Un posto magico, fuori dal mondo, che consiglio a tutti di visitare. È un luogo un po’ difficile da raggiungere, ma una volta arrivati alla meta, si ha la sensazione di stare in un paradiso.
Hai sempre ribadito che, per creare i tuoi personaggi, prendi spunto da persone reali. Ergo, esistono davvero due cuoche straordinarie come le sorelle Giaquinto? Se sì, potresti indicarci dove sono? Bettina e Cristina Giaquinto sono presenti in tutte le cucine delle trattorie tipiche partenopee e in tutte le famiglie napoletane che coltivano l’amore per i piatti genuini della tradizione. Cercatele, sono lì ad attendervi per deliziarvi. Quando le avrete trovate, non le mollerete più.
In questo romanzo c’è spazio pure per una divertente parentesi calcistica (non aggiungiamo altro). Ti chiedo di schierare l’undici ideale di “Con tanto affetto ti ammazzerò” con tanto di ruoli in campo. In porta Diego Vitiello. Difesa a tre con Angelina, Bettina e Cristina. Sulle fasce Scapece e Cafiero. Mediano Peppe Braciola. A centrocampo Isabella e Bigodina. Centravanti di sfondamento Rodolfo Wurzburger. In cabina di regia Zorro. Commissari tecnici Nonno Ciccio e Improta. Una squadra imbattibile.
Per quest’ultima domanda, manteniamo un tono più serio: cosa ti aspetti da questo romanzo? Quello che già sta avvenendo: le manifestazioni d’entusiasmo e le riflessioni di tantissimi lettori. Per un autore non c’è gioia più bella.
Noi lettori medi ci siamo meritati, pure stavolta, un saluto? Vi auguro un’infinita felicità. Con tanto, tantissimo affetto.

Titolo: Con tanto affetto ti ammazzerò
Autore: Pino Imperatore
Casa editrice: DeA Planeta
Genere: Umoristico
Pagine: 343
Anno: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Visita guidata consigliata: Villa Lysis a Capri

L’autore
Pino Imperatore, nato a Milano nel 1961 da genitori emigranti napoletani, vive ad Aversa e lavora a Napoli. È la mente dietro il laboratorio di scrittura comica “Achille Campanille” nel quale si sono formati scrittori del calibro di Maurizio De Giovanni.
Tra i suoi successi editoriali: “Benvenuti in casa Esposito”, divenuto un fortunatissimo spettacolo teatrale, e “Bentornati in casa Esposito”, nei quali affronta con ironia e leggerezza il tema della camorra.

Paquito

Lettore medio

Non leggerai (Antonella Cilento)

Non leggerai«Ripetete il decalogo!», ordinò.
La classe, balbettando, ripeté: «NON LEGGERAI…».
Cernecchia ora aveva le lacrime agli occhi:  «Sono cresciuta senza la mia mamma a causa dei libri e del suo errore. Perché lei credeva che lottare per un’idea fosse importante. E invece le idee sono il male! Non ve lo dirò mai abbastanza: voi NON dovete avere idee!».

In un futuro non troppo remoto, nei Mondi Occidentali la lettura è assolutamente vietata. Editori e giornali non esistono più e gli studenti frequentano le Scuole Riassunto, dove le lezioni si tengono in video e i compiti vanno svolti con l’uso del cellulare. In una di queste scuole, a Napoli, Help Sommella, sedicenne ribelle e spericolata, fa amicizia con una nuova allieva, Farenàit Lopez, ragazza timida e con uno strano interesse per i morti.
Le due adolescenti, protagoniste di “Non leggerai” (edito da Giunti), rubano un giorno una bara di strada al cimitero, credendo di trovarci dentro un morto da ammirare e scoprendo al suo interno, invece, un centinaio di quei libri di cui hanno sentito parlare, ma non hanno mai visto.
Inizia così la loro passione per i romanzi, segreta e crescente, un vizio che viene presto scoperto da Mariano Sparano, detto Cazzimma, figlio di un potente boss della camorra, adolescente come loro insoddisfatto della vita e alla ricerca di qualcosa, senza sapere bene cosa.

“Non leggerai” è un romanzo che fa riflettere, amareggia ma allo stesso tempo dona speranza; la realtà descritta dall’autrice risulta talvolta difficile da digerire perché vicina alla nostra quotidianità. La diffusa noncuranza verso la cultura, l’istruzione intesa come mero strumento per trovare lavoro, la totale assenza di privacy causata dai social network: sono tutti aspetti di un’esistenza che ci appare familiare e per nulla impossibile. Eppure le sue protagoniste, giovani affamate di vita e di sogni, sanno fungere da faro in un mondo distopico dominato dall’ignoranza e dalla ricerca di mondanità, nutrendosi dei grandi classici, delle loro parole e delle idee, pericolose e accattivanti.
Antonella Cilento riesce, con lo stile ricco che la contraddistingue, a far rivivere al lettore quel momento in cui si è avvicinato alla lettura per la prima volta e se n’è innamorato. Tra le pagine è forte e chiara l’eco dei grandi classici della letteratura, assumendo quasi la forma di una personale lettera d’amore ai libri, che scuotono le coscienze, fanno sognare, pensare e, a volte, persino redimono. Chi legge si lascia volentieri trasportare in un turbine di eventi, di caos e misteri, guidato dall’elettrizzante stimolo che solo un’ottima lettura, come questa, sa dare.
Lascio ora la parola all’autrice.

Com’è nato “Non leggerai”? “Non leggerai” è nato al tavolino di un bar accanto alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze. Manuela La Ferla, editor di lunghissima esperienza, e Beatrice Fini, che ha la più profonda e antica cultura editoriale sul mondo dei ragazzi in Italia, mi hanno coinvolto nell’avventura di una nuova collana. Volevano un libro che parlasse ai ragazzi da un punto di vista non distante, che ritraesse la realtà in cui vivono, che avesse Napoli per sfondo, ma ritraesse il mondo, che includesse alcuni fenomeni di delinquenza minorile. Napoli più baby gang rischiava di diventare il solito libro della città delinquenziale, ma io avevo in quelle settimane risposto a un’intervista dove dicevo che l’unico modo per far leggere sarebbe vietare per legge la lettura. E così ho proposto questa storia. In pratica il plot è nato al bar e la scrittura è durata pochi mesi (per me un’eresia, impiego anni a rifinire i romanzi), ma l’argomento che è al centro di “Non leggerai” è pratica quotidiana, poiché da ventisei anni insegno a scrivere e, dunque, a leggere letteratura e conosco da vicino diverse generazioni di bambini e ragazzi, oltre che di adulti. E ho sempre detto (e l’ho scritto in “Asino chi legge”, pubblicato da Guanda alcuni anni orsono) che l’unico modo di diffondere la lettura è la trasgressione, è l’epidemia: se una cosa è vietata tutti la vogliono fare. Chiunque di noi abbia studiato greco sa che in mezzo al vocabolario Rocci erano nascosti Mallarmé, Balzac, Bulgakov, Stevenson. Stai studiando?, chiedevano dall’altra stanza, Certo!
Lo scenario distopico che descrivi nel tuo romanzo appare vicino al nostro presente in modo allarmante. Credi si possa evitare una realtà in cui nessuno legge più? Se sì, come? L’unico modo è smettere di giocare al ribasso: più andiamo incontro ai gusti (presunti) dei lettori meno si riesce a conquistare nuovi lettori: Kafka è difficile? Ma come: non hai mai sognato di svegliarti ridotto a uno schifoso insetto nel tuo letto? Non hai mai sognato che la tua famiglia ti schifa, che lo studio e il lavoro ti angosciano? Non hai mai sognato di restare settimane nel tuo letto? Mi pare che il rap più depressivo e Kafka dicano la stessa cosa, solo che Kafka la dice milioni di volte meglio e dunque fa molta più paura. Ai bambini piace aver paura, la letteratura fa paura, bisogna aver paura per crescere. In un mondo dove nessuno legge nessuno fa più esperienza, nessuno vive, nessuno cerca risposte alle proprie domande: è un mondo morto. E’ inevitabile che avvenga una rivoluzione, a qualsiasi costo. Help e Farenàit non sono dei geni ma sono disponibili a rischiare: a stare fermi si rischia quanto e più che a muoversi. Un messaggio da inculcare a genitori e figli oggi. Rischiate di più.
Help e Farenàit, le due protagoniste, hanno il loro primo approccio alla lettura per puro caso. Cosa ha avvicinato te, invece, alla lettura? Lunghe ore di solitudine e noia intervallate da una madre che appariva solo la sera per leggere libri ad alta voce: fino ai cinque anni, quando ho imparato a leggere e scrivere da sola, il libro era l’amore che arrivava la sera. Dopo, è stato il mondo di immaginazione che veniva dai fumetti, dai romanzi, dalle fiabe. Ammalarsi da bambini aiuta: la febbre e il mal di pancia esigono distrazioni e la letteratura è lì. Poi la vera malattia diventa leggere: tutto, dai bugiardini dei medicinali alle insegne per strada. Come si può vivere senza raccontarsi storie?
In una scena del romanzo, una professoressa mette in guardia l’intera classe dall’avere idee. Cosa credi sia più pericoloso: inculcare le proprie idee negli allievi, come alcuni insegnanti fanno, o educarli a non pensare affatto? Educare al non pensiero è un reato che per me andrebbe punito con severità assoluta: se qualcuno ti inculca un’idea sbagliata potrai ribellarti e se sei curioso prima o poi accadrà; ma se ti convincono che non pensare ti facilita la vita questa è una dose letale. Avere un pensiero proprio e metterlo continuamente in discussione con letture e confronti è la base della felicità o almeno di una infelicità variata e avventurosa. A non pensare si vegeta: bisogna fuggire da chi ci insegna a vegetare. L’insegnante del romanzo è sotto shock, pensa che la sua esperienza debba valere per tutti. Nessuna esperienza è mai valida per tutti e tutte le esperienze insegnano: leggere è fare esperienza.
Se dovessi promuovere la lettura a qualcuno che davvero non ha idea di cosa sia un libro, cosa gli diresti? Comincerei a leggergli una storia a voce alta, con una bella voce accattivante, ricordando esattamente tutte le volte in cui da bambini si ascoltavano le voci dei personaggi per superare la paura del buio, del viaggio, della malattia, della solitudine. La lettura (fatta bene) è droga: una seduzione assoluta.
C’è un monologo molto bello, alla fine del romanzo, in cui un personaggio rievoca la perdita del valore della scrittura in quanto moda accessibile a tutti. Cosa, a tuo giudizio, rende uno scrittore tale? La ferita che ci portiamo dentro e l’ossessione quotidiana per affinare i mezzi che rendono produttiva (e non distruttiva) quella ferita ci rendono scrittori. Una venerazione assoluta per l’arte che si pratica. La responsabilità morale ed estetica di quel che si scrive. Il bisogno di far sempre meglio piuttosto che il bisogno di apparire e far soldi. Un talento autentico. Se ci sono queste cose c’è uno scrittore.
Quali diresti che sono gli autori che hanno fatto di te la persona – e la scrittrice – che sei oggi? Nel romanzo un ruolo importante lo gioca Il Maestro e Margherita di Bulgakov. Bulgakov, Hoffmann, Stevenson hanno avuto molta influenza sulla mia immaginazione ma scrivo a causa di Anna Maria Ortese, letta con Ignazio Silone e Cesare Pavese in prima media. Poi, gli scrittori fondamentali sono tanti, da Cervantes a Kafka, da Balzac a Flaubert, da Cechov a Borges. E una consistente mole di scrittrici: Elsa Morante, fra le tante, e Marguerite Yourcenar.
Infine, ti va di lasciare un consiglio o un augurio ai Lettori? Ai Lettori auguro di sprofondare in letture così appassionanti da dimenticarsi la vita ordinaria: perdere la fermata dell’autobus, dimenticarsi un appuntamento, ignorare ogni savio consiglio pur di finire un libro è indice di malattia grave. Ammalatevi. E godete.

Titolo: Non leggerai
Autore: Antonella Cilento
Casa editrice: Giunti
Genere: Distopico
Pagine: 197
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autrice
Antonella Cilento scrive e insegna scrittura creativa presso l’associazione culturale Lalineascritta, che ha ideato e fondato nel 1993. Ha collaborato con «Il Mattino», «L’Indice dei libri del mese» e «Grazia», ha scritto numerosi testi per il teatro e cortometraggi per Mario Martone e Sandro Dionisio. Tra le sue pubblicazioni: “Il cielo capovolto” (Avagliano, 2000), “Una lunga notte” (Guanda, 2002), “Neronapoletano” (Guanda, 2004), “Isole senza mare” (Guanda, 2009), “La paura della lince” (Rogiosi, 2012), “Morfisa o l’acqua che dorme” (Mondadori 2018). Il suo romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori, 2014) è stato finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio.

Claudia

Lettore medio

I pesci non hanno gambe (Jón Kalman Stefánsson)

9788870914474_0_0_502_75“Ma è così la vita: quello che per te è la ricerca di un significato, per gli altri è solo spreco e baccano. È difficile trovare un equilibrio nel mondo degli esseri umani, è evidente, sembriamo sempre ben lontani dal capirci a vicenda. Forse allora non importa quante lingue studiamo, perché i dissidi, i pregiudizi e i malintesi sono insiti nella lingua stessa, si annidano come erbacce dentro le parole; probabilmente non troveremo mai un punto d’incontro, se non nella musica. Lì custodiamo i sogni, i desideri di una vita migliore, di un mondo più bello, di poterci affrancare dai nostri problemi e dai nostri difetti, dall’invidia, dall’indecisione, dalla vanità.”

A Keflavik, piccola cittadina islandese, spesso il freddo è così tagliente da riuscire a stroncare le passioni, le abitudini e la vita dei suoi abitanti. Forse sarà stato proprio il clima rigidissimo ad indurire il cuore di Ari, il protagonista di questo romanzo, inducendolo a tradire sua moglie, la sua famiglia ed a fuggire dall’Islanda. E chissà se non sarà stato lo stesso gelo a spingere sua nonna Margrét, un secolo prima, a ritornare dal Canada piena di sogni e libertà, per sposare l’uomo che aveva scelto, ritrovandosi poi soffocata da un desolato villaggio di pescatori. Dalla quotidianità di Ari emergono eterne solitudini, flashback di un passato famigliare da scoprire e l’eterna corsa verso la felicità e la realizzazione. Ad essi si intrecciano, a ritmo di canzoni rock degli anni ‘80 e ‘90, storie di guerra, racconti di uomini straziati e testimonianze di donne dall’anima e dai corpi violati.

Caro lettore, se sei alla ricerca di un libro attuale, delicato ma al contempo in grado di stravolgerti con la sua prosa poetica ed una narrazione coinvolgente e vivida, sono certa che “I pesci non hanno gambe” (edito da Iperborea) non ti deluderà. A colpirmi maggiormente è stata l’originalità e la scorrevolezza del testo arricchito e molto valorizzato dalla capacità dell’autore di giocare con  disparati registri linguistici, dal più aulico al più basso e volgare. D’altra parte, l’unico fattore che, invece, mi ha convinta di meno e mi ha un po’ rallentata nella lettura è l’uso continuo di malinconici flashback, che scavano nel passato di Ari e nel trascorso della sua famiglia, intervallando le fasi contemporanee del racconto del narratore. Nonostante ciò, il romanzo risulta ugualmente equilibrato e offre la possibilità di volgere lo sguardo ad una civiltà con tradizioni, cultura, storia ed usi di cui si sa sempre molto poco ma che comunque si avvicina tantissimo alla restante parte della sfera europea. Stefánsson, con la sua prosa curatissima, parla infatti di sfruttamento, disoccupazione, stupro, guerra, malesseri e angosce che neanche il mare e le risate di bambini riescono a spazzare via. E tuttavia, c’è ironia, c’è sensibilità in ogni millimetro di pagina inchiostrata, tant’è vero che tra le righe di determinati passi ho percepito quanto l’autore, a tratti disincantato e smanioso, desiderasse interrogare il lettore circa cosa potrebbe salvare il mondo. In quei momenti mi è parsa evidente tutta la solitudine dei personaggi di Stefánsson, dediti ad affrontare piccole battaglie quotidiane e crisi interiori proprio come la mia vicina di casa, il proprietario del panificio all’angolo della via in cui abito o la cassiera che porge il resto a te che leggi dopo aver fatto la spesa.§

Titolo: I pesci non hanno gambe
Autore: Jón Kalman Stefánsson
Casa editrice: Iperborea
Genere: Narrativa
Pagine: 440
Anno: 2017
Prezzo: € 19,00
Tempo medio di lettura: 10 giorni
Brano consigliato: “Your possible pasts” – Pink Floyd

L’autore
Jón Kalman Stefánsson
(Reykjavík, 1963), ex professore e bibliotecario, è passato alla narrativa dopo tre raccolte poetiche. I suoi romanzi sono stati nominati più volte al Premio del Consiglio Nordico e pubblicati dalle più importanti case editrici europee. “Luce d’estate ed è subito notte” ha ricevuto nel 2005 il Premio Islandese per la Letteratura. “Paradiso e inferno”, primo volume della sua trilogia, è stato definito il miglior romanzo islandese degli ultimi anni.

Federica

Lettore medio

L’audace colpo dei quattro di Rete Maria… (Marco Marsullo)

9788806218881_0_0_551_75Qui ci chiamiamo tutti per soprannome.
È più veloce, più comodo. Ci viene più facile ricordare chi siamo.
Io mi chiamo Dino Agile (piacere: mio, voi vi ricrederete presto), ma tutti mi chiamano Agile.

Immaginate di essere anziani e di vivere in una casa di riposo gestita da suore più simili alla signorina Rottenmeier (chi ha guardato il cartone animato “Heidi” comprenderà la citazione, altrimenti cercatela su Google!) che a Madre Teresa di Calcutta. Immaginate che tra i vostri amici vi siano: un playboy in pensione, un guerrafondaio col Parkinson e un uomo perennemente felice. Dulcis in fundo, immaginate che un giorno le sopraccitate suore vi comunichino che, di lì a poche ore, andrete a Roma per la santificazione di Papa Giovanni Paolo II. Quale sarebbe il vostro unico pensiero? Recitare un rosario come Dio comanda in diretta televisiva sulle frequenze di Rete Maria. Questo, almeno, il proposito di Dino Agile e degli altri tre protagonisti de “L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache”, romanzo di Marco Marsullo edito da Einaudi nel 2014. Tra fughe rocambolesche, amori datati, surreali incontri con barboni filosofi e un gruppo di attempati nemici pronti a metter loro i bastoni tra le ruote, riusciranno nell’impresa i protagonisti?

Dirò poco sulla trama, lasciando al lettore il piacere di godersi una commedia all’italiana sotto forma di romanzo. Marsullo, pure stavolta, è dissacrante e si distacca dal cliché dell’anziano che perde colpi e si rassegna al countdown della propria esistenza o del nonno che racconta storielle al proprio nipotino. Dino Agile, Rubirosa, Brio e Guttalax sono quattro personaggi fortemente motivati a raggiungere il proprio scopo: ritrovarsi in diretta a recitare un rosario, ma pure a mettere da parte (anche solo per un giorno) una routine fatta di visite mediche, ricordi annebbiati e angherie da subire per la propria condizione di anziano e chiudere i conti col proprio passato, riscoprendosi eroi per un giorno.
Non aggiungo altro e lascio all’autore la parola.

L’audace colpo dei quattro di Rete Maria… Come è nato questo romanzo?Tanti anni fa ero in auto, non ricordo dove fossi diretto. Quando guido io penso molto, soprattutto a cosa scrivere, e quel giorno la radio era sulla famosa emittente vaticana che si prende pure sotto al traforo del Monte Bianco. Be’, ascoltando una loro trasmissione pensai: “Sai che bello se adesso irrompono quattro vecchietti arrabbiati e la occupano in un atto di protesta?”. Ecco: L’audace colpo dei quattro di Rete Maria.
Quali sono state le fonti d’ispirazione per creare i personaggi di Brio, Agile, Guttalax e Rubirosa? Non saprei, l’anima del romanzo è quasi fumettistica in alcuni passaggi, eppure ho provato a ragionare come una persona di ottant’anni, per rendere giustizia a un’età che, spesso, viene raccontata meno, se non ignorata. Volevo raccontare quattro emarginati alle prese con la loro, probabilmente ultima, rivincita.
Il taglio di questo romanzo è decisamente cinematografico, pertanto ipotizziamo la trasposizione del libro. Scegli gli attori per i seguenti personaggi: Agile, Capitan Findus e padre Anselmo da Procida (in questo caso si tratterebbe di un cammeo, pertanto puoi sparare anche un nome grosso!) Parlando di Dino Agile mi viene in mente Gigi Proietti, per quella capacità comica di essere anche malvagio, sarcastico, al momento giusto. Capitan Findus, il suo arcirivale, Lando Buzzanca: elegante, fiero, belloccio. Padre Anselmo da Procida, magari Terence Hill. Anche se lo preferivo quando faceva il pistolero, più che il prete.
Oltre all’amicizia, un sentimento che sembra non temere lo scorrere del tempo, il tema portante di questa storia è il gioco di squadra. Quanto conta per un autore questo discorso?Fondamentale. Senza un buon lavoro di editing (io sono fortunato a lavorare fin dal primo libro in Einaudi con la “mia” Rosella Postorino) e di lancio del romanzo, si va poco lontani. In più io ci metto anche i miei amici, che se anche non fanno niente di concreto per la scrittura, sono l’energia e il motore della mia allegria.
Tutti i protagonisti della storia hanno un nome di battaglia. Quale sarebbe il tuo? I miei amici, sempre loro, mi chiamano Marsi, storpiando il mio cognome. Direi questo, mi piace molto. Poi, in inglese, misericordia si dice mercy, ma si legge “marsi”. Mi piace come suona la cosa, potrei essere io il quinto di Rete Maria tra qualche anno.
Quando ti abbiamo intervistato la prima volta, in occasione dell’uscita di Due come loro, eri da poco sbarcato su Instagram, pertanto volevamo sapere come vivevi il rapporto coi social network. Giusto chiederti adesso: meglio Instagram o Facebook, considerando che il secondo è visto come “una cosa da vecchi”?Sono diversi, mi piacciono entrambi, ma non li vivo come una schiavitù. Pubblico pochi contenuti, detesto annoiare chi mi segue. Instagram è più veloce, tende a raggiungere più facilmente persone che non sanno neanche chi sei. Facebook è più intimo, mirato. Lì si conservano anche dei bei rapporti con tanta gente; magari persone che mi hanno letto e che si sono affezionate a me, e io a loro.
Qualche tempo fa hai condiviso sui social network la gioia per la conclusione di un nuovo lavoro editoriale. Senza svelare troppo, potresti darci qualche indicazione sul nuovo romanzo (che ovviamente recensiremo!)?Uscirà a ottobre per Einaudi Stile Libero. Dopo “Due come loro”, dello scorso anno, questo sarà un romanzo più intimo, dolce, per certi versi simile al mio fortunato “I miei genitori non hanno figli”. Stiamo a vedere, sono curioso, ci ho lavorato tantissimo.
Infine, saluta nuovamente i lettori medi. Ciao lettori medi, lo scrittore medio vi vuole bene. Non ve lo dimenticate mai.

Titolo: L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache
Autore: Marco Marsullo
Genere: Commedia
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 216
Anno: 2014
Prezzo: € 16,50
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Film suggeriti: “L’audace colpo dei soliti ignoti” (1959) diretto da Nanni Loy; “Cocoon” (1985) diretto da Ron Howard.

L’autore
Marco Marsullo
è nato a Napoli nel 1985. Nel 2009 esce il suo primo libro Ho Magalli in testa, ma non riesco a dirlo (Nobus Edizioni), una raccolta di racconti dal tema surreale e grottesco. Nel 2013 pubblica il suo romanzo d’esordio Atletico Minaccia Football Club (Einaudi Stile Libero), che riceve nello stesso anno il “Premio Hermann Geiger Opera prima”. Tra gli altri suoi libri ricordiamo: L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache (Einaudi Stile Libero), Dio si è fermato a Buenos Aires (Laterza Editore), I miei genitori non hanno figli (Einaudi Stile Libero) e Il tassista di Maradona. Collabora come editorialista alla Gazzetta dello Sport.

Paquito

Lettore medio

Dio di illusioni (Donna Tartt)

9788817106825_0_0_0_75“È una cosa terribile imparare da bambini che si è un essere separato dal resto del mondo, che niente e nessuno soffre i nostri medesimi dolori di scottature alla lingua o di sbucciature alle ginocchia: che ognuno è solo con i propri acciacchi e le proprie pene. Ancor più terribile, invecchiando, scoprire che nessuna persona – non importa quanto vicina – potrà mai capirci davvero. I nostri io sono ciò che ci rende più infelici, ed è per questo che bramiamo perderli, non credete?”

Siamo nel Vermont, verso la fine degli anni ’80 in un esclusivo college frequentato dalle giovani e promettenti menti della classe dirigente. La maggior parte degli studenti ha cospicui conti in banca e abitudini costose. Appartengono all’élite e come tale si comportano.
Tra loro arriva il giovane Richard Papen, californiano e figlio della classe operaia. Grazie ad una borsa di studio, è riuscito a scappare dalla soffocante realtà del borgo suburbano in cui viveva con la sua famiglia per realizzare il suo desiderio: studiare lettere. Appena arrivato all’Hampden College, viene subito attratto dalle voci che circolano sulle attività del professor Julian Marrow che insegna greco antico ed ha una selezione strettissima di studenti.Sono solo cinque tutti estremamente eccentrici: Bunny, Henry, Francis e i gemelli Charles e Camilla.Richard riesce a inserirsi nel corso e viene accettato dai ragazzi, sentendosi per la prima volta importante per qualcuno. Con i suoi nuovi amici sperimenta ogni tipo di esperienza, lecita e non, facendosi trascinare in situazioni troppo difficili da gestire. Alla fine, però, tutti dovranno fare i conti con le conseguenze delle loro azioni e delle loro illusioni.
Donna Tartt riesce, con questo romanzo, a restituire il ritratto di una generazione di giovani smarriti nelle proprie illusioni e in un mondo che troppo spesso li ha delusi, al punto da dover ricercare nuove strade di conoscenza e appartenenza. Il legame di amicizia e fratellanza, la complicità che si crea tra questi ragazzi, è qualcosa che sfiora la dipendenza: non pensano più come singoli ma come gruppo e, se si sentono minacciati, agiscono di conseguenza. Ciò che li accomuna è un senso di falsa superiorità e il bisogno di legarsi a qualcuno: quasi tutti loro hanno famiglie instabili che suppliscono alla carenza di affetti con il denaro, che pure è assente nel caso di Richard.
La storia è narrata in prima persona dal nostro protagonista che, a causa della sua giovane età e delle manipolazioni a cui viene sottoposto dai suoi compagni (ma, in particolar modo da Henry, il vero centro del gruppo),risulta molto inaffidabile. I ragazzi protagonisti di “Dio di illusioni” (edito in Italia per la casa editrice Bur) non possono essere definiti personaggi positivi, ma la bravura dell’autrice sta proprio qui: nonostanteil fastidioso snobismo, non si può fare a meno di tifare per loro e di sperare che, in qualche modo, tutto finisca per il meglio. La scrittura dell’autrice è limpida e asciutta, senza fronzoli, riesce a toccare momenti di poesia e filosofia con leggerezza e senza mai divagare dalla trama principale che rimane sempre molto accattivante e coinvolgente.

Titolo: Dio di illusioni
Autrice: Donna Tartt
Genere: Narrativa
Casa editrice: Bur – Rizzoli
Pagine: 622
Anno: 2014
Prezzo: €11,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Soundtrack consigliata: “Another brick in the wall” Pink Floyd

L’autrice
Donna Tartt
non può dirsi un’autrice prolifica: al momento ha tre romanzi all’attivo. “Dio d’illusioni”, il suo romanzo d’esordio è uscito nel 1992 e l’ha consacrata come  autrice must degli anni ’90. Ha pubblicato, in seguito “Il piccolo amico” e “Il cardellino” con cui ha vinto il premio Pulitzer nel 2014.

Giovanna

Lettore medio

Cosa può salvarmi oggi (Monica Gentile)

Cosa può salvarmi oggi“Oscillare. Da giorni Cristina non fa altro. (…) Che razza di vita, quella senza risposta alla domanda numero uno: tu, con questi occhi e queste mani, cosa desideri veramente?”

Cristina, ha quarantacinque anni, un marito che ormai le appare estraneo e il sogno di un figlio, che, purtroppo, non arriva. Un aborto diviene la goccia che fa traboccare il vaso, l’occasione, per lei, di rispolverare i suoi desideri accantonati e di mettere al primo posto se stessa, una buona volta.
“Cosa può salvarmi oggi” (edito da L’Iguana) è un romanzo vicino alla quotidianità. In uno stile fluido, semplice ma mai banale, mette in scena vite insoddisfatte, la paura dell’ignoto, l’ossessione del tempo e la sensazione di stare perdendo qualcosa con l’avanzare dell’età.
C’è Gaetano, il marito di Cristina, uomo pavido, che si accontenta di un’esistenza prevedibile, spesa a lavorare in un hotel sull’orlo del fallimento, senza mai permettersi di rischiare; c’è Aurora, la madre di Cristina, una vedova testarda e molto devota, così timorosa di restare sola da arrivare a manipolare la figlia e a prendere per lei decisioni importanti; e c’è Floriana, la migliore amica, madre a tempo pieno, divorata dal rimorso e dal rimpianto per certi amori passati.
Da queste figure si distingue totalmente Carlos, un assistente universitario spagnolo che Cristina conosce per caso. Uomo avventuroso, esotico, libero da molte costrizioni mentali ed emotive, pare incarnare tutte le fantasie della protagonista, rispondere a ogni suo bisogno. Più passa il tempo con lui, più Cristina riesce a mettere a fuoco cosa vuole veramente dalla vita e, soprattutto, impara a vivere un giorno alla volta, godendosi il presente senza torturarsi per gli errori del passato e le occasioni mancate.

Colpita da questo romanzo, dalla sua scrittura così naturale, ho chiesto all’autrice, Monica Gentile, di rispondere ad alcune domande. Dunque, lascio a lei la parola.
Da cosa nasce “Cosa può salvarmi oggi?” Volevo scrivere una storia che parlasse di relazioni, di uomini e donne messi alla prova da eventi che tirano loro fuori il meglio e il peggio. La protagonista Cristina è una donna giovane, insoddisfatta del proprio lavoro e anestetizzata da una vita abitudinaria. Quando perde il proprio bambino a causa di un aborto, Cristina cerca di ritrovare se stessa. La storia, in origine, era totalmente diversa. Poi, durante le libere scritture nate all’interno dei corsi in web conference, tenuti dalla bravissima Antonella Cilento, veniva continuamente fuori questo personaggio. Mi sono messa in ascolto, mi sono lasciata condurre. Giorno dopo giorno, Cristina ha preso sempre più spazio. Così ho deciso di non rinunciarvi.
C’è un personaggio, nella tua storia, a cui sei particolarmente affezionata? Tutti i personaggi di “Cosa può salvarmi oggi” hanno luci e ombre. Non riesco ad avere una preferenza netta. Ci sono ragioni per cui schiaffeggerei e abbraccerei ognuno di loro: Cristina, Gaetano, Aurora, Carlos. Lascerei al lettore la libertà assoluta di giudizio.
La tua protagonista, Cristina, ha il desiderio di viaggiare, ma le manca il coraggio di osare. Tu, invece, hai vissuto all’estero per qualche anno e poi sei tornata in Italia. Cosa più ti è rimasto dei tuoi anni lontani dal patrio suolo? A undici anni ho letto il “Milione” di Marco Polo e ho capito che viaggiare era farsi domande e cercare di trovare risposte. Io ero un bambina curiosissima, di domande ne facevo sempre tante. Così è nata la passione. Non sapevo, per esempio, cosa avrei fatto da grande, ma sapevo che avrei viaggiato. Dei miei soggiorni all’estero mi sono rimasti il senso della sfida, la capacità di adattamento, la tolleranza. Non puoi ambientarti in una città straniera e vivere un’altra cultura, se non sei disposta a metterti in gioco, a capire, accettare. Vivere all’estero è qualcosa che ti mette alla prova continuamente anche per via della lingua che, soprattutto all’inizio, è un continuo inciampo, una barriera. Ma anche il ritorno in Sicilia è stata una sfida. Dovevo fare pace con me stessa per viverci bene. Per fare chiarezza, ho preso carta e penna. E ho cominciato a scrivere.
Cosa speri trovino i lettori tra le pagine del tuo romanzo? Autenticità. Da lettrice, amo i libri che declinano sentimenti che provo o ho provato, mi immedesimo nei personaggi in cui riconosco aspetti del mio carattere. Sarebbe bello che i lettori pensassero che la persona che ha scritto questa storia ha cercato di parlare dei rapporti umani senza trucchi, con parole semplici, vere.
Volendo dare una risposta generica, cosa può salvarci? Avere progetti. Provare a concretizzare qualcosa che ci stia davvero a cuore e concentrare le nostre forze verso quell’obiettivo. Quando siamo impegnati a realizzare un’idea, non c’è spazio per la depressione, per lo scoramento. Ci sentiamo forti, tutto può accadere. Conta però comprendere che qualsiasi risorsa va cercata dentro di noi, gli altri non possono essere un appiglio né un salvagente.
Se dovessi preferire uno o più autori che hanno avuto maggiore influenza su di te, chi suggeriresti? Credo che i libri che amiamo lascino tracce così profonde e inconsapevoli che spesso non le distinguiamo. Potrei suggerire tantissimi nomi di scrittrici e scrittori che sono stati un riferimento indispensabile nella mia vita. Poi ci sono gli autori che mi fanno da bussola ogni volta che scrivo. Durante la stesura di “Cosa può salvarmi oggi” l’ago si è orientato soprattutto verso Richard Yates e Alice Munro.
Infine, lasceresti un augurio o un consiglio ai Lettori Medi? L’augurio è quello che faccio a me stessa: continuare a leggere per restare liberi, sottomettersi soltanto alla propria immaginazione.

Titolo: Cosa può salvarmi oggi
Autore: Monica Gentile
Casa editrice: L’Iguana
Genere: Narrativa
Pagine: 175
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura:  4 giorni

L’autrice
Monica Gentile è nata ad Agrigento. Dopo aver trascorso alcuni anni in Francia e nel Regno Unito, è rientrata in Sicilia, dove vive e lavora. Il suo romanzo d’esordio, “Tira scirocco” ha vinto il premio letterario Edizione Straordinaria 2014 e ottenuto una menzione al Premio Calvino.

Claudia

Lettore medio

L’annusatrice di libri (Desy Icardi)

9788893254779_0_0_454_75“La ragazza iniziò a far scorrere l’indice sui dorsi dei volumi nella speranza che uno di essi le risultasse familiare; poi, d’un tratto, ecco di nuovo la fragranza salmastra che poco prima l’aveva investita. Possibile che quell’odore provenisse da un libro? Prese a ricercarne l’origine e, una volta individuata, estrasse il libro dal quale sembrava emanare il sentore, lo aprì e tuffò il naso tra le pagine; al fresco odore di fiume si aggiunse un effluvio tiepido, più tenue ma altrettanto liquido: lacrime!”

In una Torino alle soglie degli anni ’60, in casa Peyran vive, ospitata da sua zia Amalia, Adelina,un’adolescente che è stata mandata a studiare nella migliore scuola superiore della città per assicurarsi così un futuro migliore rispetto a quello della semplice vita di campagna.
Zia e nipote hanno una cosa in comune: un rapporto difficoltoso con i libri. Se per la zia la lettura è solo una perdita di tempo, Adelina si sforza di leggere,ma le parole si accavallano perdendo ogni senso e facendola sentire inadeguata. Tutto cambia però quando la ragazzina va a studiare a casa della sua compagna di classe Luisella. Lì si accorge che riesce a leggere i libri in un modo alquanto singolare, cioè annusandoli. Adelina cerca di mantenere questo segreto fino a quando il padre di Luisella, il notaio Vergnano, e padre Kelley, suo insegnante di lettere – entrambi amanti di manoscritti antichi – vengono a conoscenza di questa sua abilità e decidono di utilizzarla per decifrare un antico codice indecifrabile.
“L’annusatrice di libri” di Desy Icardi (Fazi Editore) è una piccola supereroina, con un potere semplice che fa gola a chi vuole sfruttarlo per i suoi interessi. Adelina,infatti,annusando i libri, riesce a captare le emozioni e le sensazioni dei personaggi, così come di tutti coloro che li hanno letti,diventando in questo modo una divoratrice di libri.
L’ironia che avvolge questo romanzo, tra consigli amorosi e uno sguardo all’Italia che fu, non fa perdere di vista il punto centrale, cioè la passione per i libri. I vari personaggi si approcciano in maniera diversa alla lettura e ai libri, ma tutti, chi prima, chi dopo, non possono fare a meno di questo fidato amico. Questo romanzo è un omaggio ai lettori appassionati, a coloro i quali senza un libro si sentono persi e non ne hanno mai abbastanza.
La dote di Adelina però fa sorgere una domanda: è meglio saper annusare un libro o saperlo leggere per poterne cogliere tutte le sfumature?

Titolo: L’annusatrice di libri
Autore: Desy Icardi
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Fazi Editore
Pagine: 408
Anno: 2019
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni
Quadro consigliato: “Lettrice (Clara)” (Federico Faruffini, olio su tela 1865)

L’autrice
Desy Icardi
, nata a Torino dove vive ancora oggi, opera come formatrice aziendale, scrittrice, cabarettista e copywriter. Dal 2006 lavora come cabarettista, è autrice di testi teatrali comici e ha firmato alcune regie. Nel 2013 crea il blog “Patataridens”, il primo dedicato alla comicità al femminile.

Arianna

Lettore medio

Nato fuori legge (Trevor Noah)

Nato fuori leggeL’idea geniale dell’apartheid consisteva nel convincere la maggioranza schiacciante della popolazione a prendersela gli uni con gli altri. Odio a parte, si riduceva a questo: suddividere le persone in gruppi e fare in modo che queste si odiassero, rendendo possibile controllarle tutte.

In Sudafrica, dal 1948 fino al 1994 una feroce politica di segregazione razziale, l’apartheid, ha diviso la popolazione in razze – bianca, nera e coloured – vietando loro qualsiasi mescolanza o relazione che non fosse di tipo servo-padrone. Trevor Noah, oggi conduttore televisivo di uno dei più importanti show statunitensi, è nato proprio in quegli anni di segregazione da madre nera e padre bianco e, dunque, prova vivente di un vero e proprio crimine.
Tenuto nascosto al mondo per i primi anni della sua esistenza, registrato all’anagrafe come coloured per evitare l’allontanamento dai suoi genitori biologici, che sarebbero finiti in carcere, il ragazzo ha vissuto l’infanzia come emarginato, non essendo riconosciuto da alcuna razza come membro effettivo del gruppo. Anche con la fine dell’apartheid, abolito quando Trevor aveva compiuto i dieci anni, è stato difficile trovare amici sinceri, farsi accettare dalle tribù nere che ancora diffidavano dei bianchi a cui lui somigliava tanto. Ma Trevor è nato forte, intraprendente e ribelle, come sua madre Patricia, una donna che non ha mai amato farsi dire come vivere la sua vita e che ha sempre sfidato le autorità.
È a Patricia che Trevor ha dedicato quest’autobiografia, ringraziandola per aver fatto di lui un uomo. E benché il protagonista di questo memoriale sia proprio Trevor, narratore e autore, è Patricia la vera eroina delle storie raccontate dal figlio. Devota, testarda, a tratti severa, ma sempre guidata dall’amore e dalla fede, Patricia ha addestrato il ragazzo sui modi di sopravvivere al mondo, ma anche sul come conquistarlo, insegnandogli l’importanza delle lingue, che mettono in comunione persone diverse, e della letteratura, che sa regalare orizzonti nuovi e idee tutte da scoprire. È grazie alla madre se Trevor prova grande rispetto per le donne, se non ha mai osato maltrattarle come era invece costume dei maschi neri delle tribù; è grazie a lei se è riuscito a diplomarsi in ottime scuole, se non ha mai cercato di farsi strada con la violenza, perché l’amore di lei è stato sufficiente.
“Nato fuori legge” (edito da Ponte alle Grazie) non è soltanto un interessante resoconto della vita straordinaria di quest’uomo, che ha saputo emergere a testa alta da condizioni di estrema povertà e violenza, ma anche un tributo a sua madre, ai sani principi e all’amore incondizionato che lei ha saputo trasmettergli con efficace perizia. Le ultime pagine di questo libro commuovono, in un modo in cui pochi libri sanno fare, e sprigionano un grande senso di speranza e forza in chi è arrivato alla fine.

Titolo: Nato fuori legge
Autore: Trevor Noah
Casa editrice: Ponte alle Grazie
Genere: Autobiografia
Pagine: 336
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura:  giorni 5

L’autore
Trevor Noah è nato il 20 febbraio 1984 in Sudafrica, da Patricia Nombuyiselo, nera di etnia xhosa, e da padre svizzero tedesco. La sua carriera di dj, comico e attore lo ha portato sugli schermi americani, dove conduce dal 2015 il Daily Show, seguito da milioni di telespettatori in tutto il mondo. Dal suo libro “Nato fuori legge” verrà tratto un film, in uscita nel 2019, con Lupita Nyong’o nella parte di sua madre Patricia.

Claudia

Lettore medio

Addio Fantasmi (Nadia Terranova)

Addio Fantasmi“Ma tutto arriva, prima o poi, a distruggere le persone che siamo state o crediamo di essere”.

Una mattina di metà settembre, Ida, la protagonista di “Addio Fantasmi” (edito da Einaudi), ritorna nella sua città natale, Messina, per aiutare la madre durante la ristrutturazione dell’appartamento in cui è nata e cresciuta e che sta per essere messo in vendita.
Circondata dagli oggetti che per tanti anni le sono appartenuti, bloccata tra le mura che sono state testimoni di un’indicibile infelicità, Ida ritorna con la mente alla sua infanzia, al giorno in cui suo padre è uscito di casa e non è più tornato, e ai momenti successivi, segnati da quella terribile assenza in un modo che soltanto ora, a distanza di vent’anni, riesce a vedere con chiarezza.

“Addio Fantasmi” è una traversata nel dolore, un viaggio a ritroso nella scomparsa e nel lutto. Ogni pagina, ogni parola porta con sé la sofferenza e il senso di smarrimento che seguono la perdita di una figura tanto importante quanto è quella di un genitore. I fantasmi del passato perseguitano Ida, poiché ancora non è riuscita a fare pace con la mancanza d’amore del padre né con i feroci silenzi di sua madre. Dopo ventitré anni trascorsi a evitare di parlarne, giunge per la figlia abbandonata, ormai divenuta donna, il momento di affrontare l’inevitabile. Non si può guarire fuggendo via dal dolore, ci si deve passare attraverso, sentirlo tutto, prima di riuscire a lasciarlo andare. Una lezione che Ida impara a caro prezzo, un oggetto, un ricordo e una conversazione alla volta.
Lascio ora la parola all’autrice, Nadia Terranova, che ha gentilmente concesso a Il Lettore Medio un’intervista.

Com’è nata l’idea di “Addio Fantasmi”? Ho cominciato a scrivere di notte: c’erano una casa, le sue pareti umidicce, un’assenza martellante, una figlia, una madre, un lessico che si ritraeva. Per un po’ di tempo non ho capito che stavo scrivendo un romanzo. Mi dicevo: ma cos’è questa cosa? È più lungo di un racconto, forse sta bene dentro l’etichetta del monologo teatrale. Era un romanzo, ma l’ho capito qualche mese dopo, quando non la finivo più di scrivere.
Questo romanzo è dedicato ai sopravvissuti. Cosa speri trovino i lettori tra le sue pagine? Ciascuno la propria guerra e, forse, una schiarita.
Qual è il tuo personale modo di affrontare il dolore e la perdita? Possiamo supporre che la scrittura ricopra un ruolo fondamentale in questo processo? Le perdite e i dolori non sono tutti uguali, neppure nella medesima vita. Soffrire non ti mette al riparo dal non soffrire più. «Ma la grande, tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente», scriveva Pavese, ed è vero. Non c’è un’utilità nella sofferenza, a meno che non vogliamo mettercela noi. Io non la trovo, questa utilità, ho solo trovato il modo di abitarla, perché non si può fare diversamente, finché altre realtà, altre strade non si aprono.
Il rapporto di Ida con Messina appare complesso, vicino alla classica dicotomia amore/odio. Che relazione hai tu con la tua città natale? Sono messinese fino alle ossa. Ho una casa, come Ida, e torno ogni volta che posso. Sono fatta in ogni atomo dell’aria dello Stretto e non me lo scordo mai, neppure quando sto dall’altra parte del mondo. Non sono d’accordo che ci sia odio, Ida non odia mai Messina, è in continuo dialogo con lei, e il dialogo a volte è conflitto. Io invece l’ho odiata, quando mi sembrava strettissima e volevo scappare, da adolescente. Poi è arrivata la scrittura e se l’è ripresa con violenza.
Cosa ti ha portato alla scrittura? La sensazione di riuscire a capire le cose solo raccontandole e il piacere che provo nel farlo, anche quando è complicato. La volontà di immaginare, di trasfigurare, di giocare con il come se. Di esplorare vite, parole, storie, vere o finte, poco importa. La volontà di reiterare il mito all’infinito.
Se dovessi prediligere uno o più autori che hanno influenzato il tuo stile narrativo, chi sceglieresti? Ne lascerò fuori tantissimi! Vado di getto: Bruno Schulz, Annie Ernaux, Leonardo Sciascia, Natalia Ginzburg, Giorgio Bassani, Elsa Morante, Cesare Pavese, Omero, Alessandro Manzoni, Jane Austen, Domenico Starnone, Amelia Rosselli, Giorgio Caproni, Gesualdo Bufalino, Bianca Pitzorno, Alba de Cespedes. Ecco, non so come non mischiare la poesia e la narrativa, una travasa nell’altra.
Infine, vuoi lasciare un augurio o un consiglio ai Lettori Medi? Leggete con passione e anarchia tutto ciò che vi pare (ma lo sapete già).

Titolo: Addio Fantasmi
Autore: Nadia Terranova
Casa editrice: Einaudi
Genere: Narrativa psicologica
Pagine: 196
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni

L’autrice
N
adia Terranova è nata a Messina nel 1978, ora vive a Roma. Collabora con «La Repubblica» e altre testate giornalistiche. È tradotta un francese, spagnolo, polacco e lituano. Tra i suoi romanzi: “Bruno il bambino che imparò a volare” (Orecchio Acerbo 2012), “Gli anni del contrario” (Einaudi 2015, vincitore di numerosi premi tra cui il Bagutta Opera Prima e l’americano The Bridge Book Award), “Casca il mondo” (Mondadori 2016).

Claudia

Lettore medio

L’emporio dei piccoli miracoli (Keigo Higashino)

L'emporio dei piccoli miracoli“Che sia per scherzo o per dispetto, le persone che mandano quelle lettere all’Emporio Namiya non sono poi tanto diverse da chi chiede un consiglio. Gli si è aperta una crepa nel cuore e da quella crepa fluisce fuori qualcosa di importante”.

Tre ladri alle prime armi, Shōta, Kōhei e Atsuya, hanno appena svaligiato una casa nella campagna giapponese e cercano un rifugio per la notte, dato che l’auto rubata per la fuga li ha lasciati a piedi. Si nascondono allora in un vecchio negozio abbandonato, l’Emporio Namiya, teatro delle storie raccontate in “L’emporio dei piccoli miracoli” (edito da Sperling&Kupfer).
Poco dopo il loro arrivo, accade qualcosa di inspiegabile: delle lettere, tutte indirizzate al vecchio proprietario dell’emporio e palesemente scritte molti anni prima, vengono infilate sotto la serranda abbassata del negozio. I tre ragazzi, timorosi di essere scoperti, fanno le veci del proprietario, noto per i suoi saggi consigli, e rispondono alle domande di quei mittenti anonimi, senza sapere che le parole possono cambiare la vita di una persona per sempre, compresa la loro.

L’autore, Keigo Higashino ha creato con abilità una cornice narrativa di grande effetto, intessendo al suo interno una tela di eventi all’apparenza indipendenti, ma in realtà collegati tra loro dal fato e, forse, anche dalla magia. Ogni lettera giunta all’Emporio Namiya porta con sé una storia e un dilemma: quello dell’atleta, divisa tra gli allenamenti per le Olimpiadi e la cura del suo fidanzato, malato terminale; quello del cantautore fallito, che non sa se abbandonare la carriera per dedicarsi all’attività di famiglia oppure continuare a sperare nel successo; quello del ragazzo ricco, i cui genitori sono andati in bancarotta e vogliono costringerlo a una vita in fuga dai creditori.
Il vero protagonista di questo libro, dunque, è l’Emporio stesso, una bottega abbandonata, ferma nel tempo per un motivo che, inizialmente, non si riesce a capire ma che, alla fine, si palesa al lettore in tutta la sua logica e dolcezza. Non mancano, tra le pagine, momenti di grande commozione che si alternano ad attimi comici di notevole efficacia, soprattutto quando entrano in scena i tre ladri pasticcioni, tanto inadeguati nel dare consigli quanto lo sono nel furto con scasso.
“L’Emporio dei piccoli miracoli” è un capolavoro in miniatura, un mosaico di racconti che, visti alla giusta distanza, creano un meraviglioso disegno dalle tinte tenui e nostalgiche che arrivano dritte al cuore.

Titolo:
L’emporio dei piccoli miracoli
Autore: Keigo Higashino
Casa editrice: Sperling&Kupfer
Genere: Fantastico
Pagine: 341
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 18,50
Tempo medio di lettura:  3 giorni

L’autore
Keigo Higashino è uno dei più noti scrittori giapponesi, pubblicato in 14 Paesi. È autore bestseller di romanzi. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali e internazionali, e da molte delle sue opere sono stati tratti film e serie TV di grande successo.

Claudia