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Tua (Claudia Piñeiro)

9788807881329_0_0_422_75Ciascuno giocherà le proprie carte per uscire al meglio da questa faccenda. E anche in questo senso sono tranquilla. Perché anche se la giustizia è cieca, io ho pensato bene di metterle un paio di occhiali. Magari non avranno la correzione giusta, magari distorceranno un po’, ma è sempre meglio di niente.

Buenos Aires. Inés, moglie di Ernesto – irreprensibile dirigente di successo – , trova per caso nella ventiquattrore del marito un biglietto d’amore scritto con il rossetto e firmato Tua. Una sera decide di seguirlo fino al parco Bosques de Palermo dove lui e la sua amante si sono dati appuntamento. Iniziano a discutere, lui la spinge violentemente, la donna cade, sbatte la testa contro un sasso e muore. Inés torna a casa ben decisa a fare il possibile per coprire il marito, salvare le apparenze e il matrimonio. Ma l’imprevedibilità della vita è dietro l’angolo, e la situazione prenderà una piega decisamente diversa.
Ho voluto leggere “Tua” di Claudia Piñeiro (Universale Economica Feltrinelli) sull’onda dell’entusiasmo del precedente “La Crepa”, recensito da me qualche mese fa. Come nell’altro romanzo, la tematica principale attorno alla quale ruotano tutti gli avvenimenti è sempre lei: la morte accidentale. La Morte che si fa burattinaia dell’umano agire, che si erge a Fato; il leitmotiv dell’intera vicenda che condiziona, irrimediabilmente, le azioni dei personaggi che si muovono all’interno della narrazione.
I personaggi sono tipicamente noir, nel senso che non tutti sono realmente colpevoli e nessuno è veramente innocente. Tuttavia, rispetto all’altro romanzo, la caratterizzazione di alcuni di loro è meno forte e questo condiziona non poco il prosieguo della lettura: il marito fedifrago della protagonista, ad esempio, risulta poco approfondito psicologicamente, talvolta appena accennato, e rischia di rendere inspiegabili agli occhi del lettore alcuni suoi comportamenti.
Particolarità del romanzo è lo stile narrativo che alterna più punti di vista, fino a parlare a un certo punto in terza persona. Può essere una scelta stilistica vincente, ma può anche risultare fastidiosa e confusionaria.
Il vero tallone d’Achille resta comunque la descrizione degli avvenimenti. Leggendo la sinossi sembra quasi che venga spoilerato tutto in poche righe; invece, si tratta soltanto dell’incipit che occupa le prime due pagine del libro. Dopodiché, troviamo una interminabile sequenza di flussi di coscienza che spesso finiscono col risultare prolissi e che potrebbero tranquillamente narrare i fatti nella metà delle pagine. Dulcis in fundo (si fa per dire), un finale che più scontato non si può.
Una delusione totale, dunque? Non esattamente. Qualche spunto interessante c’è, soprattutto nelle pagine centrali in cui vengono puntati i riflettori sulla figlia e le relative turbe adolescenziali; le elucubrazioni mentali (termine che ridonda in maniera maniacale) della protagonista, inoltre, potrebbero essere utili per eventuali trasposizioni teatrali sotto forma di monologo, previa opportuna sintesi.
Un romanzo che piacerà alle persone (non solo donne) che sono state tradite e che cercano di risalire la china, ma dal quale mi sarei aspettato sicuramente qualcosa in più.

Titolo: Tua
Autore: Claudia Piñeiro
Genere: Noir
Casa editrice: Universale Economica Feltrinelli
Pagine: 142
Prezzo: € 6,50
Anno: 2011
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Colonna sonora: Compay Segundo
Film consigliato: “Il delitto perfetto” (1954) di A. Hitchcock, “She-Devil” (1989) di Susan Seidelman.

L’autrice
Claudia Piñeiro è nata a Buenos Aires nel 1960. Scrittrice, drammaturga, sceneggiatrice con Feltrinelli ha pubblicato: Tua” (2011), “Betibú” (2012), “La crepa” (2013), con il quale si è aggiudicata il Premio Sor Juana Inés de la Cruz (2010), “Un comunista in mutande” (2014), “Piccoli colpi di fortuna” (2016), “Le vedove del giovedì” (2016; Premio Clarin 2005, poi adattato al cinema da Marcelo Piñeyro nel 2009) e “Le maledizioni” (2019). Nel 2019 si è aggiudicata il Premio Pepe Carvalho, riconoscimento internazionale destinato ad autore di polizieschi e intitolato al famoso detective ideato dallo scrittore Manuel Vázquez Montalbán, vinto in passato da autori come Andrea Camilleri, Petros Markaris e James Ellroy.

Giano

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Come fermare il tempo (Matt Haig)

Come fermare il tempoLa prima regola è non innamorarsi. Ce ne sono altre, ma questa è la principale. Non innamorarsi. Non amare. Non sognare l’amore. Se tieni fede a questa regola, andrà tutto bene.

Tom Hazard ha un segreto: soffre di Anagerìa, una rarissima malattia genetica che lo fa invecchiare molto lentamente. All’apparenza, dunque, dimostra circa quarant’anni, ma in realtà ne ha più di quattrocento. Afflitto dal peso dei suoi anni, stanco di una vita priva di significato e affetti, decide di lasciare il suo incarico presso la Società degli Albatros, un’organizzazione segreta che protegge le persone affette dalla sua stessa malattia, e di tornare in Inghilterra, paese in cui è cresciuto nel Sedicesimo secolo, in cui ha visto sua madre morire con l’accusa di stregoneria e conosciuto il suo primo e unico amore. Giunto a Londra, Tom si dedica all’insegnamento della Storia in un liceo, abbandonandosi ai ricordi delle sue molte vite passate, dei luoghi visitati e delle persone conosciute e perdute sul suo cammino. E in particolare, Tom pensa a sua figlia, come lui malata di Anagerìa, da cui si è dovuto separare secoli fa, perdendone completamente le tracce e che spera, un giorno, di ritrovare. Ma qualcuno all’interno della Società potrebbe ostacolare le sue ricerche e il suo desiderio di avere, finalmente, una vita e una famiglia normali.
“Come fermare il tempo” (edito da Edizioni e/o) è un romanzo avvincente ed emozionante, con un protagonista che sa narrare con grande capacità i fatti più dolorosi della sua lunga esistenza, trasmettendo al lettore il dispiacere della solitudine e il peso del segreto che si porta dietro da secoli. Ciò che più colpisce è il valore del tempo, che perde di significato se non è speso insieme alle persone che si amano, facendo ciò che si ama. Tom è stanco della vita, annoiato, gravato dai rimpianti e dai ricordi che non riesce a lasciare andare. Accuratissime le sue descrizioni storiche, il lettore può quasi percepire il fetore delle strade della Londra cinquecentesca, il caos del mercato cittadino, il senso di pericolo che lo perseguitava negli anni in cui la caccia alle streghe era all’ordine del giorno e la sua condizione non poteva assolutamente essere scoperta.
Matt Haig coglie perfettamente il fascino della Storia, mette sul percorso di Tom una serie di personaggi celebri in maniera mai banale, tesse una trama avvincente che cattura il lettore fin dalle prime pagine e riesce a tenerlo sulle spine fino alla fine. Una penna coraggiosa e scaltra la sua, capace di far viaggiare nel tempo e di far riflettere su cosa renda la vita veramente degna di essere chiamata tale.

Titolo: Come fermare il tempo
Autore: Matt Haig
Genere: Fantastico, Storico
Casa editrice: Edizioni e/o
Pagine: 368
Anno: 2018
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autore
Matt Haig è scrittore e giornalista e collabora con le più importanti testate del Regno Unito. Apprezzato in tutto il mondo per la narrativa per adulti e per l’infanzia, nonché per le sue opere di saggistica, in Italia ha pubblicato con Einaudi i romanzi “Il Club dei padri estinti” (2008), “Il patto dei Labrador” (2009), “La famiglia Radley” (2010) e “Gli umani” (2014). Per i bambini ha invece scritto “La foresta d’ombra” (DeAgostini, 2009) e “Un bambino chiamato Natale” (Salani, 2016).

Claudia

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Domeniche da Tiffany (James Patterson e Gabrielle Charbonnet)

Domeniche da TiffanyNon dimenticherò mai quel giorno, come i sopravvissuti del Titanic non potranno mai dimenticare il giorno del naufragio. Le persone ricordano per sempre i giorni peggiori della loro vita. Diventano una parte di loro. Così io ricordo il mio nono compleanno con precisione lancinante.

La piccola Jane ha nove anni. Sua madre, Vivienne Margaux, una nota produttrice e commediografa di Broadway, è una donna egocentrica e insensibile che non si cura troppo della figlia e le dedica del tempo solo la domenica, quando insieme vanno ad ammirare i gioielli del famoso negozio Tiffany. Unico conforto di Jane è Michael, il suo amico immaginario, un uomo divertente e sensibile, che apprezza la sua intelligenza e la fa sentire al sicuro.
Purtroppo, però, la legge degli amici immaginari impedisce a Micheal di restare con la stessa persona oltre i nove anni di età, dunque è costretto a dirle addio il giorno del suo nono compleanno. Nessuno dei due si aspetta di incontrarsi di nuovo, quando Jane è ormai una donna adulta, ancora infelice e succube della madre, fidanzata con un attore di Broadway che la usa solo per ottenere contatti nel cinema.
“Domeniche da Tiffany” (edito da TEA) è un romanzo leggero e gradevole, che prende una fantasia e prova a trasformarla in realtà. L’idea che le donne vogliano l’uomo perfetto che esiste solo nei sogni è stata certamente il punto di partenza su cui i due autori hanno costruito questa storia. Michael appare fin da subito come l’uomo perfetto per Jane, che capisce le sue esigenze di adulta e fa di tutto per esserle accanto nei momenti di bisogno. E Jane, d’altro canto, non ha mai dimenticato il suo amico d’infanzia e mai, nemmeno per un secondo, ha dubitato della sua esistenza. Michael è vero per lei, poiché l’amore che prova per lui è reale.
Si potrebbe obiettare che tutti i personaggi di questo romanzo seguano dei cliché già visti ed è in un certo senso vero: Michael incarna il classico eroe fiabesco con pochissimi difetti e tanti pregi, Jane è la tipica donna insoddisfatta che dubita di se stessa e deve imparare a farsi rispettare dai suoi cari, Vivienne raffigura il genitore emotivamente assente che non sa come amare bene la propria figlia, anche se vorrebbe. Tuttavia, conoscere la destinazione non impedisce al viaggiatore di godere del viaggio. E chi legge questo romanzo passerà qualche ora in gradevole compagnia, senza doversi preoccupare di colpi di scena mozzafiato e trame complesse, abbandonandosi alla fantasia. A volte, c’è proprio bisogno di una lettura spensierata e di poche pretese.

Titolo: Domeniche da Tiffany
Autore: James Patterson e Gabrielle Charbonnet
Genere: Romantico, Fantastico
Casa editrice: TEA
Pagine: 258
Anno: 2011
Prezzo: € 4,99
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Film Consigliato: Domeniche da Tiffany (2010)

Gli autori
James Patterson è uno scrittore eclettico quanto prolifico. Ha al suo attivo circa centocinquanta libri. È conosciuto, oltre che per i suoi gialli mozzafiato, anche come autore di libri per ragazzi e commedie romantiche. Tra i suoi successi, “Il collezionista”, “Il negoziatore” e “Il rapitore”, da cui sono stati tratti anche dei film.

Gabrielle Charbonnet scrive romanzi indirizzati a lettori adolescenti, basati solitamente sul genere magico. Il suo lavoro più popolare è la serie di Sweep (edita in Italia da Mondadori), i cui protagonisti sono dediti al culto Wicca della stregoneria.

Claudia

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Una famiglia americana (Joyce Carol Oates)

9788842820192_0_0_0_75Eravamo i Mulvaney, vi ricordate di noi?
Per parecchio tempo ci avete invidiato, poi ci avete compianto.
Per parecchio tempo ci avete ammirato, poi avete pensato “Bene! È quello che si meritano”.
«Troppo esplicito Judd!» direbbe mia madre, torcendosi le mani a disagio. Ma io credo nel dire la verità, anche se dolorosa. Soprattutto se dolorosa.

Stati Uniti d’America, metà degli anni ’70. I Mulvaney vivono in una proprietà chiamata High Point Farm nella parte settentrionale dello stato di New York.La loro vita è perfetta: vivono in una casa da fiaba, con un esercito di animali domestici e da fattoria, sono molto uniti tra loro e tutta la comunità li rispetta e li invidia. Michael John Mulvaney Sr ha fondato la sua ditta di costruzioni – la “Mulvaney tetti & coperture” –che, dopo tanti sacrifici e duro lavoro, è diventata un’impresa forte e produttiva; Corinne, sua moglie, è una donna iperattiva e allegra, dalla forte fede cattolica; poi, ci sono i loro quattro figli, Michael John Jr, Patrick, Marianne e Judd, tutti diversi tra loro ma ognuno in grado di farsi apprezzare per una propria peculiarità: Michael, per esempio, è stato la star della squadra di football al liceo; Patrick è portato per gli studi scientifici; Marianne è popolare per la sua gentilezza e Judd è semplicemente il piccolo di casa. La vita scorre serena per i Mulvaney finché in una sera del 1976, la notte di San Valentino, alla diciassettenne Marianne capiterà un incidente che cambierà per sempre la sua vita e quella della sua famiglia.
Voce narrante di “Una famiglia americana” (edito da Il Saggiatore) è Judd, ormai adulto e affermato giornalista, che si appresta a ricordare gli avvenimenti che portarono al disfacimento di tutto ciò che conosceva. Attraverso le parole di Judd, l’autrice, Joyce Carol Oates, tratteggia dei personaggi molto umani e, per questo, fallaci: tutti commettono degli errori, sia per eccesso di zelo, sia per paura e mancanza di coraggio.La storia dei Mulvaney, il loro arrancare cercando un significato agli eventi, in un primo momento provocano nel lettore rabbia per le ingiustizie subìte; poi, però, lo spingono a riflettere sullìipocrisia della nostra società e su come, spesso, le persone ti sono vicine solo per interesse. La fragilità dei personaggi si rivela con prepotenza nell’attimo in cui tutto quello che hanno costruito si sgretola sotto i loro piedi, proprio il momento in cui, invece,essi avrebbero dovuto dimostrarsi forti.Pagina dopo pagina,i Mulvaney si dirigeranno inesorabilmente verso un punto di rottura che, però, non riuscirà a spezzare i legami esistenti tra di loro: oltre la rabbia e il dolore, al di là delle necessarie separazioni, le ferite guariranno, la vita continuerà a fare il suo corso e quello che un tempo i Mulveney sono stati, potranno tornare ad essere.
L’autrice, con il suo stile asciutto, che ricorda quello di un giornalista di cronaca, riesce a riportare sentimenti ed emozioni con molta facilità e, contemporaneamente, conduce i suoi lettori attraverso tematiche evidentemente a lei molto care, come l’ipocrisia della società americana, soprattutto della classe borghese e benestante, sulla disparità sociale e sui percorsi di crescita interiori, su come alcune volte la vita ci metta in situazioni difficili da cui sembra impossibile uscire ma, quando ci si riesce, si può guardare a se stessi e alla vita con occhi nuovi.

Titolo: Una famiglia americana
Autore: Joyce Carol Oates
Genere: Romanzo familiare/di formazione
Casa editrice: Il Saggiatore
Pagine: 502
Anno: 2014
Prezzo:€ 16,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Consiglio di lettura: “Pastorale americana” di Philip Roth

L’autrice
Joyce Carol Oates è conosciuta come una delle più prolifiche autrici americane della letteratura contemporanea. Oltre ad aver scritto numerosi romanzi e raccolte di racconti, è autrice di opere teatrali, sceneggiature, raccolte di poesie e saggistica. Vincitrice di numerosi premi è stata più volte finalista al National Book Award, al National Book Critics Circle Award e al premio Pulitzer.

Giovanna

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La notte non vuole venire (Alessio Arena)

9788860445681_0_0_300_75.jpgIn questo preciso istante, ventotto anni dopo, la prima faccia che donna Gilda ha davanti, appena svegliata dal coma, è quella della guagliona.
E lei, Esterina Malacarne, con i suoi occhi ancora giovani, insediati nel bianco del viso come due mosche sopra a una discreta torta di crema chantilly, rivede quello stesso sorriso incerato, anche qui, su un transatlantico che viaggia a 21,40 nodi in mezzo all’oceano in burrasca.

Un romanzo di formazione intriso di sentimenti. Ritengo sia questo il modo più corretto per recensire “La notte non vuole venire”, il romanzo di Alessio Arena edito da Fandango.
L’autore napoletano racconta la storia di Gilda Mignonette, la più celebre sciantosa (ovvero una cantante dell’avanspettacolo) di inizio ‘900, affidandosi alla voce narrante di Esterina Malacarne, assistente personale della diva durante il suo soggiorno statunitense.
Due personaggi antitetici il cui destino è destinato a ribaltarsi nel momento in cui Frank Acierno, compagno della Mignonette, comincia ad avvertire una forte attrazione per la giovane assistente.
Quali saranno le conseguenze? Al lettore il compito di scoprirlo affidandosi a una storia che appassiona pagina dopo pagina e alla scrittura di Arena, autentico punto di forza del romanzo. L’autore dà al romanzo un taglio molto cinematografico che permette al lettore di visualizzare intere scene con un coinvolgimento che abbraccia persino l’udito (assai spesso ho avuto la sensazione di sentire le ovazioni del pubblico e gli applausi riservati alla Mignonette). Inoltre i personaggi vengono descritti con grande profondità e con dettagli che non passano mai inosservati. Dulcis in fundo la presenza di due guest d’eccezione: il divo in ascesa Frank Sinatra e il poeta Federico García Lorca. Due ottimi comprimari che non rubano la scena alle due donne ma che sanno prendersi la scena al momento giusto.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

La notte non vuole venire. Come è nato questo romanzo? È nato, come credo succeda con la maggior parte dei romanzi in circolazione, dopo anni di lavoro. Volevo raccontare la storia di un personaggio affascinante, una donna dalla voce poderosa che calcò per prima le scene dei teatri importanti d’America, che visse il successo e poi l’oblio con la stessa decadenza, la stessa fragilità. Sapevo si conoscesse poco di Gilda Mignonette, e la tentazione di raccontare la storia di un’artista napoletana vissuta nella New York degli anni venti e trenta era troppo forte. Ho ricercato tutti i dati biografici che erano in circolazione, ho ascoltato e studiato molto le sue canzoni, e poi ho cercato di immaginare la sua vita raccontata da colei che fu la sua ombra, un’assistente personale che le faceva anche da interprete e che la seguiva ovunque. Così, la protagonista del romanzo è diventata Esterina Malacarne.
La tua è un’opera di fantasia, tuttavia citi fonti storiche e situazioni molto attendibili. Quanto è stato difficile/divertente recuperare informazioni risalenti a circa un secolo fa? Questo processo di recupero di documenti, di ricerca di riviste e libri in biblioteche diverse, di interviste, di schemi e ritratti dei personaggi abbozzati su una lavagnetta, è per me la vera stesura del romanzo. Credo che se ogni autore potesse raccogliere il materiale di cui si è servito per un libro, e ne facesse, che ne so, una mostra, il lettore sarebbe molto sorpreso e divertito. Nel libro precedente, “La letteratura tamil a Napoli” (Neri Pozza, 2014) spingevo ancora di più sul pedale della finzione, ma per scriverlo sono stato mesi e mesi a leggere di induismo, di guerre politico-religiose in Oriente, tra le altre cose. In questo caso ho messo mano alla sconfinata letteratura dell’emigrazione italiana. È incredibile la quantità di storie che uno scopre.
La Gilda Mignonette che racconti è una donna particolarmente fragile, perfetta antitesi della diva da palcoscenico di cui si ha memoria. Perché hai deciso di concentrare la tua attenzione proprio su questo suo lato debole? Perché non considero sia stata una donna di successo. Ebbe successo come artista, ma come essere umano fu sempre infelice. Su questa dicotomia mi sono interrogato a lungo e ho cercato di indagare anche nelle vicende di altri artisti. Dedicarsi al palcoscenico, alla maschera, può essere molto rischioso.
Veniamo adesso a Esterina, voce narrante di questa storia: una donna abituata a restare nell’ombra, a osservare silenziosamente ogni movimento della diva cui fa da assistente. Tuttavia, anche Esterina ha un cuore che pulsa e che reclama a gran voce l’amore. Forse per sentirmi più libero ho preferito dare la voce principale nella partitura di questo libro a un personaggio del quale si sa meno di niente. Ma il fatto che Gilda Mignonette, nel suo lungo soggiorno in America, non avesse imparato l’inglese e si servisse di una interprete, di una voce più autorevole della sua, che pure cantava parole struggenti e indimenticabili, mi sembrava un dato davvero degno di essere preso in considerazione. Esterina è nemica intima di donna Gilda. Non ha il suo talento, non ha la sua avvenenza. Ma si nega da subito all’esercizio dell’autodistruzione. È generosa verso se stessa, più di quanto non lo sia la sua signora.
Federico García Lorca: uno straordinario comprimario che diviene un prezioso punto di riferimento tanto per Gilda quanto per Esterina. Come è nata questa connessione? Lorca è stato il primo autore spagnolo che ho letto e amato, quando, per circostanze familiari, da bambino mi sono trovato a vivere in Galizia, a Madrid, e poi in Catalogna, dove sono tuttora. L’insuperato poeta andaluso, nel 1927, passò un tempo a New York, città che lo terrorizzò e che ispirò il suo libro più drammaticamente surrealista, “Poeta en Nueva York” (che sarebbe uscito solo nel ’40, dopo la morte dell’autore). Ian Gibson, ispanista e biografo di Lorca, racconta che il poeta frequentava Harlem e Little Italy dove andava ad ascoltare musica. Gilda, in quell’anno, era davvero famosissima a New York. Ho dato per scontato che Lorca, che era anche un esperto pianista, l’abbia conosciuta e apprezzata. A partire da lì, ho immaginato la relazione tra i due, e soprattutto ho voluto dare un’altra opportunità al poeta, che nella finzione del romanzo non muore per mano della falange spagnola, ma continua a vivere negli Stati Uniti.
Frank,un nome che si ripete spesso nel romanzo: Acierno, compagno di Gilda, ma anche e soprattutto Sinatra. Anche in questo caso, cosa ti ha spinto ad avvicinare queste due leggende della musica? Questo è un dato reale. È vero che Gilda ha conosciuto Sinatra e l’abbia incoraggiato molto agli inizi della sua carriera, ed è vera anche la storia della relazione tra la Mignonette e Rodolfo Valentino, dopo la morte del quale Gilda incise diverse canzoni che ne lamentavano la perdita con colorati toni elegiaci.
Quali sono stati, finora, i feedback dei lettori? La pubblicazione di un libro, per me, è sempre l’inizio di tante sorprese. Grazie a questa storia ho avuto l’opportunità di viaggiare per il Paese, chitarra in spalla, a cercare di rendere anche la voce del romanzo, vale a dire, interpretando diverse perle segrete del poco conosciuto repertorio della Mignonette. In alcuni festival, come a Salerno Letteratura, alla Notte Bianca del libro di Potenza e al Nuovo Teatro Sanità ho proposto un vero e proprio recital, in cui quello stesso repertorio è rivisitato da due violoncellisti, in scena con me, e da Cristina Donadio. Un libro è sempre un tentativo di avvicinarmi alle persone, di comunicare qualcosa che, nel mio caso, non riesco a dire tutta in una canzone, che mi esige uno spazio e un tempo diversi. Mi piace scoprire che chi conosce un mio album ha letto uno dei romanzi, o che chi normalmente mi legge, si presenta a un concerto. La mia ricerca, in questi anni (e ancora ci lavoro), ha avuto sempre l’obbiettivo che musica e letteratura potessero coincidere.
Sei al lavoro su un nuovo romanzo? Nel caso, puoi anticiparci qualcosa? Sì, ho appena concluso la prima stesura di un romanzo. Una storia corale di amore e di morte ambientata tra il Cile e la Lucania dei primi del secolo scorso. Durante un tour che, due anni fa, mi ha portato ad attraversare il deserto dell’Atacama, nel nord del Cile, sono venuto a conoscenza della storia di una donna che, per ricongiungersi con il marito emigrato, si era imbarcata con una bambina piccola per l’Argentina. Da lì, dopo essere salita su un treno che la portò dall’altra parte dell’immenso Paese, aveva poi attraversato le Ande in groppa a una mula. Su quell’unica immagine ho cercato di costruire una storia, ambientandola in uno spazio e in un tempo precisi.

Titolo: La notte non vuole venire
Autore: Alessio Arena
Casa editrice: Fandango
Genere: Sentimentale
Pagine: 315
Anno: 2018
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: cercare in rete un’esibizione di Gilda Mignonette e godersi la sua voce.

L’autore
Alessio Arena (1984), nato a Napoli, è scrittore, cantautore e traduttore.Ha vinto la XXIV edizione di Musicultura e il premio A.F.I. al miglior progetto discografico. Autore e interprete di quattro album (tra cui il più recente Atacama!) pubblicati tra Italia e Spagna, dove vive, ha scritto canzoni per altri artisti, testi per il teatro, e i romanzi “L’infanzia delle cose” (Manni 2009, Premio Giuseppe Giusti Opera Prima), “Il mio cuore è un mandarino acerbo” (Zona/Novevolt, 2010) “La letteratura Tamil a Napoli”(Neri Pozza 2014) e “La notte non vuole venire”(Fandango 2018).

Paquito

Lettore medio

Hated. Gli occhi del demone (Angelica Elisa Moranelli)

9788832781366_0_0_422_75Buio.
Luce.
I lampi sono pallidi artigli che dilaniano le tenebre.
Luce.
Poi di nuovo buio.
Il fragore del tuono fa tremare la terra e il mio cuore:
sull’erba si allungano le ombre scheletriche delle querce.

C’è poco da dire su un romanzo del genere: “Hated” di Angelica Elisa Moranelli (edito da Homo Scrivens per la collana Dieci) è un avvincente storia di odio. Un odio che, irrimediabilmente, nasce dal grande amore: quello che lega Isy, una giovane cacciatrice il cui destino sembra segnato in una eterna caccia ai demoni, e Veil, creatura soprannaturale che sembra avere una spiccata umanità.
Quel che ho apprezzato di questo romanzo è la capacità dell’autrice di mostrare al lettore il lato fragile dei due protagonisti: in battaglia sembrano non temere la morte né alcuna ferita, tuttavia tremano al solo pensiero di poter perdere l’altro.
Apprezzabile l’ambientazione: un mondo fantastico post apocalittico in cui demoni ed esseri umani provano a convivere, lottando per la sopravvivenza e per l’affermazione della propria specie. Riusciranno i due eroi a vivere il loro sentimento?
Ai lettori il compito di scoprirlo. Per il momento passo la parola all’autrice.

Hated. Come è nato questo romanzo? “Hated” è nato come un racconto breve che si focalizzava sul rapporto di odio e amore tra i due protagonisti, una cacciatrice di demoni, Isy, e un demone del vento, Veil, costretti a viaggiare assieme in un mondo in preda all’odio e alla superstizione. Qualche anno dopo, ho voluto riprendere quella storia e ampliarla, collocandola in un mondo post-apocalittico, perché mi affascinava l’idea di raccontare la nascita di un amore nell’odio, nell’ignoranza, nella violenza. Inoltre, volevo approfondire il background di Isy e Veil, il loro passato e, soprattutto, il loro futuro: mi dava la possibilità di parlare di argomenti che mi stanno molto a cuore, come la lotta ai pregiudizi, la difesa della natura, i rapporti fra esseri umani.
Gli ingredienti tipici del fantasy ci sono tutti: azione, sentimenti, creature fantastiche che vivono a contatto con gli umani. Irrimediabilmente devo chiederti quali sono stati gli autori di riferimento. Tolkien per il dualismo fra Bene e Male e per la maestria nel world building. George R.R. Martin per il crudo realismo trasportato nel fantasy e per la rigorosissima ricostruzione dei punti di vista. Cormac McCarthy per l’atmosfera distopica. Cito solo questi autori, altrimenti la lista diventa troppo lunga, ma ovviamente ce ne sono tantissimi.
Isy: una giovane cacciatrice il cui destino sembra segnato, fino a quando i sentimenti non prendono il sopravvento. Quanto siete simili tu e la protagonista del romanzo? Non molto, a dire il vero. Isy è riflessiva, segue più la ragione che l’istinto, anche se la parte irrazionale di sé le crea non pochi disagi, almeno all’inizio della storia. Rimanda le sue decisioni e continua a prendere tempo, perché teme di dover guardare in faccia la realtà. In parte, condivido con lei alcuni sentimenti: il legame profondo con il passato, l’amore per le storie, l’idea di dover avere una meta.
Veil, antieroe per eccellenza. Combatte per la propria sopravvivenza ma soprattutto per amore di Isy sfidando la sua stessa natura demoniaca. Quanto è stato difficile/gratificante creare il conflitto interiore di questo personaggio? Veil è un personaggio in parte oscuro, non solo per la sua natura. Nella storia, il punto di vista che seguiamo è quello di Isy e quindi di Veil sappiamo ciò che Isy percepisce di lui: pericoloso, innamorato, furioso, triste, felice… Il fascino di far muovere sulla scena Veil è proprio questo. Non sappiamo mai davvero cosa stia pensando, se i suoi occhi sono animati da una luce malvagia o buona.
E ora parliamo d’amore. Forse non vincerà su tutto e tutti, ma sembra essere l’arma più potente in circolazione, almeno nel regno popolato di demoni che racconti. Sì, il senso della storia che volevo raccontare è esattamente questo. Il romanzo si chiama “Hated” e parla certamente di odio, ma è impossibile parlare di odio senza mettere sul piatto della bilancia la sua controparte: l’amore è una forza atavica, che continua a far fare cose folli, in positivo e in negativo, agli uomini. È vita. Tradizionalmente collochiamo questa forza nel cuore, in realtà la sua sede è il cervello: amiamo perché abbiamo un cervello che ci consente di farlo e questo, forse, ci ha dato la possibilità di sopravvivere e diventare padroni del pianeta.
Vista la vastità di spunti narrativi che romanzi del genere possono generare è irrimediabile chiederti se “Hated” avrà un sequel, un prequel o magari uno spin off. La storia di Isy e Veil è conclusa e per il momento non prevedo un seguito. Ho lasciato uno spiraglio, forse tornerò in quel mondo, ma per ora preferisco pensarla chiusa così.
Quali sono state le prime reazioni dei lettori? L’idea di un fantasy ambientato in un mondo post-apocalittico con due protagonisti innamorati e tormentati ha riscosso parecchio entusiasmo nei lettori di genere, ma anche in quelli che non si sono mai accostati al fantasy! Per alcuni, questa sarà la prima storia fantasy che leggeranno… sono molto felice, perché in effetti, al di là dell’ambientazione, odio, amore e sopravvivenza sono argomenti trasversali.
Un saluto ai lettori medi! Grazie mille, Lettore Medio, per avermi ospitato sul blog e un enorme saluto ai tuoi lettori: spero che la storia di Veil e Isy vi abbia incuriosito!

Titolo: Hated
Autrice: Angelica Elisa Moranelli
Casa editrice: Homo Scrivens
Genere: Fantasy
Pagine: 256
Anno: 2019
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Letture consigliate: La saga di “Shadowhunters” di Cassandra Clare

L’autrice
Angelica Elisa Moranelli è autrice, blogger, digital PR, grafico ed editor. Vive a Salerno, legge libri di tutti i tipi e beve ettolitri di tè e caffè americano. È autrice della saga fantasy “Armonia di Pietragrigia” e della serie romantico-umoristica “Dafne & l’Amore”. Nel 2017 si è classificata terza al Premio Battello a Vapore.

Paquito

Lettore medio

Il calcio e la bicicletta scomparsa (Marco Cattaneo e Alessandro Costacurta)

9788893818254_0_0_422_75«Magari è stato Ibra» disse Camillo.
Alberto balbettò: «Co-come?»
«Ibrahimović» disse Camillo, di nuovo.
«E che c’entra Ibrahimović?» singhiozzò Alberto.
«Da bambino rubava le bici…»

Partiamo da un presupposto: adoro la narrativa sportiva. Pertanto aspettatevi una recensione positiva de “Il calcio e la bicicletta scomparsa”,il nuovo libro di Marco Cattaneo e Alessandro Costacurta, edito da Salani.
Preferenze letterarie a parte, ci si ritrova di fronte un libro molto divertente rivolto a un pubblico di giovanissimi lettori ai quali trasmettere, attraverso la storia di Camillo (protagonista de Il calcio e lo scolapasta, un romanzo che abbiamo recensito qualche mese fa), non solo la passione per il calcio ma anche per le storie. Come quella di due fuoriclasse quali Ibrahimović e Buffon o di un calciatore non particolarmente popolare, Vito Chimenti, autore di uno dei gesti tecnici più apprezzati della storia del calcio.
Poco più di 100 pagine che scorrono piacevolmente, supportate dalle illustrazioni di Michele Monte.
Non aggiungo altro lasciando agli autori l’onore di raccontare la nuova avventura del più giovane aneddotista della letteratura italiana.

Dopo il successo del primo libro, riecco Camillo e i suoi aneddoti calcistici. Visto che vogliamo sapere tutto, ma proprio tutto, cominciamo dalla scelta dei calciatori raccontati: Zlatan Ibrahimović, Vito Chimenti e Gianluigi Buffon. Perché proprio loro? [Marco] Nasce tutto da Zlatan, e poi funziona come il gioco delle associazioni di idee: Zlatan è un supereroe fatto e finito, un personaggio che i bambini adorano. Ha poteri magici con cui segna in ogni modo, il naso affilato come una spada, e una storia molto difficile alle spalle, che può insegnare molto. Zlatan in Svezia visse un’infanzia molto dura, in un quartiere malfamato. Un giorno fu costretto a rubare una bicicletta per non fare tardi all’allenamento (e si accorse che era quella del postino). Da qui l’idea della bicicletta, che appunto come associazione di idee si collega al gesto tecnico della bicicletta (quello inventato dal mitico Vito Chimenti, che probabilmente ricordi…) e a Gigi Buffon, che debuttò in Serie A proprio contro il Milan di Billy quando era ancora minorenne, e allo stadio ci andava pedalando!
Conosciamo, in questo romanzo, gli amici di Camillo. Per creare questi spassosi comprimari, quanto ti hanno ispirato i “tre piccoli asteroidi” che ti ritrovi tra le mura di casa? [Marco] Moltissimo. Ogni espressione, ogni gesto, deriva dal rapporto che ho con loro (e coni loro amici). Casa nostra è diventata una sorta di succursale di asilo ed elementari, e nelle giornate invernali c’è spesso a casa un amico per asteroide. Diciamo che ogni minuto passato con loro è una clamorosa fonte d’ispirazione, per non parlare di quando le giornate si allungano e allora si passano interi pomeriggi ai giardini di fianco a scuola, che hanno due piccole porte e uno spazio sufficiente per ospitare un 8 contro 8, che ogni tanto è 2 contro 2 e arriva anche a 16 contro 16. In quel caso le partite arrivano anche a durare tre ore, e si concludono sempre col derby padri contro figli.
Calcio e libri fanno ormai parte della quotidianità. Da autore ma soprattutto da lettore suggerisci un libro sportivo che consideri imprendibile. [Marco] È un po’ banale, ma senza alcun dubbio il libro sportivo che ho amato di più è stato “Open”, la biografia di Agassi scritta con Moehringer. Poi aggiungo “La simmetria dei desideri” di Nevo, che non è un libro sportivo, ma racconta la storia di un gruppo di amici la cui vita è scandita da un appuntamento fisso, che si ripete ogni quattro anni: il mondiale di calcio.
Il racconto della carriera di Buffon è affidato al tuo personaggio,una favola sportiva nella quale viene citato anche Gigio Donnarumma. A tuo parere ha le capacità per reggere il paragone con una leggenda del calcio come il numero 77 della Juventus? [Billy] Sì, e non solo le capacità. Ci sono alcuni portieri – e sono pochissimi – che trasmettono un senso di sicurezza alla squadra che in campo si sente: e Gigio, come Gigi, è uno di questi. A me non è capitato spesso, in carriera, ma vi assicuro che per noi difensori, e non solo, avere un guardiano di cui ti fidi alle spalle fa tutta la differenza del mondo: e io l’ho provato con Gigi in nazionale, con Peruzzi, con Dida nel suo periodo magico, con Seba Rossi quando non ci segnavano mai. Gigio ha appena 20 anni, ed è in continua crescita(avete visto come gioca coi piedi, adesso?). È un fenomeno, non c’è alcun dubbio.
Più che mai si esalta, tra le pagine di questo libro, il valore dell’amicizia: quella tra compagni di squadra ma anche e soprattutto tra avversari. Quanto, da professionista, ti fa rabbia che un calciatore – ancora oggi – debba essere oggetto di cori razzisti? [Billy] Non solo da professionista: mi fa rabbia, mi fa male da uomo, da padre. Il razzismo è la grande tragedia dell’ultimo secolo. È necessario partire dall’educazione, dal dialogo, dall’insegnamento, e dunque dal lavoro delle famiglie, delle scuole, e anche nel nostro piccolo di noi che facciamo comunicazione, in tv e scrivendo libri destinati ai più piccoli. Poi però servono punizioni dure e tecnologie sempre migliori, per individuare i responsabili e cacciarli dagli stadi. Dobbiamo escludere i razzisti, dobbiamo allontanarli.
Sono più che convinto che Camillo frema dal desiderio di raccontare nuovi aneddoti calcistici. Siete già al lavoro sul prossimo episodio della sua saga? [Marco] Dipendesse da Camillo… avresti già scritto la recensione del decimo! Nel prossimo racconterà di Gareth Bale, del mago Herrera e di Francesco Totti. La storia è ambientata dal parrucchiere, un sabato mattina (qui c’è molto di autobiografico, e del terrore che provavo quando ero costretto ad accompagnare i miei a fare le commissioni in giro per Milano, il sabato mattina appunto, per fortuna con Topolino in mano). Camillo incontra un bambino nella sua stessa situazione, e con molte cose in comune…
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? [Marco] Ieri a scuola un bimbo di seconda mi ha fatto la tua stessa domanda di prima: quando torna Camillo, e di chi ci parla? Ma mi ha toccato moltissimo la confidenza di una mamma, a una presentazione: mi ha detto che suo figlio è molto basso, per qualcuno TROPPO basso per giocare a calcio. Quando ha letto la storia di Messi si è fatto coraggio, e ha portato il libro al suo allenatore e ai compagni: “Leggete un po’!Cosa dicevate di quella storia dell’altezza?”
Domanda tormentone: chi vincerà il campionato? [entrambi] Inglese? Il Liverpool!Ah no, ai giardinetti… Tutte a pari punti!Ok, la Serie A: una tra Juventus, Inter… e Lazio!

Titolo: Il calcio e la bicicletta scomparsa
Autori: Marco Cattaneo e Alessandro Costacurta
Casa editrice: Salani
Genere: Narrativa sportiva per ragazzi
Pagine: 124
Anno: 2019
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Letture consigliate: “Open. La mia storia” di Andre Agassi. “La simmetria dei desideri” di Eshkol Nevo (entrambi suggeriti da Marco Cattaneo).

Gli autori
Marco Cattaneo è un giornalista sportivo, e da quando tre piccoli asteroidi sono precipitati nella sua vita racconta loro tante storie legate al calcio, la sua grande passione. Ha condotto programmi di calcio per bambini su Disney Channel e ora è conduttore e telecronista per Sky Sport, ma se avesse avuto due piedi migliori, un fisico migliore, una visione di gioco migliore e capacità aerobiche migliori, probabilmente oggi avrebbe vinto tante Coppe quante quelle di Billy.

Alessandro Costacurta, detto Billy, è stato uno dei più grandi difensori della storia del calcio. Nel giardino di casa sua sono precipitati innumerevoli asteroidi a forma di trofeo: 7 Scudetti, 5 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, e via dicendo. Con la maglia del Milan ha giocato quasi settecento partite e conquistato un record dopo l’altro, con quella della Nazionale italiana è stato vicecampione del mondo a USA 1994.

Paquito

Lettore medio

I topi del cimitero (Carlo H. De’ Medici)


9788899729288_0_0_502_75Quella notte di plenilunio era stata incantevole. L’avevo trascorsa vegliando, poggiato al grande, secolare cipresso che si erge sul sacrato, vicino all’uscio della vecchia chiesa.

Un libro davvero interessante,credo bastino queste quattro parole per recensire “I topi del cimitero”, la raccolta di racconti a cura di Carlo H. De’ Medici edito da Cliquot.
Diciotto racconti all’interno dei quali l’autore parla d’amore e di esoterismo. Storie delle quali è la notte l’autentica protagonista;la notte che ispira gli amanti diabolici del racconto “La felicità”. L’assistente di un farmacista s’innamora di Olga, l’avvenente moglie del titolare. I due vivono una travolgente passione fino al giorno in cui decidono di disfarsi – sfruttando una fortunata casualità – dello speziale.
Ma la notte incombe pure sopra la locanda che fa da sfondo a “Quel burlone di Nane”. Un autentico poliziesco di inizio novecento (i racconti sono stati realizzati all’inizio degli anni ’20 del secolo scorso) con i protagonisti – due amici piuttosto brilli – impegnati a comprendere a chi appartenga il corpo senza testa trovato in una stanza.
Ma tra le pagine di questa raccolta vi è spazio anche per i sentimenti, come nel caso de “La Taciturna” o “Per la mia pace” e per l’azione allo stato puro, come nel caso de “I topi del cimitero” e “Il brigantino grande”.

Ho apprezzato moltissimo questo libro innanzitutto per la tecnica: l’autore ricorre sempre alla prima persona comunicando al lettore il piacere di diventare parte della storia. L’utilizzo di questo registro narrativo permette anche delle digressioni – come nel caso di “Perché” – sulla vita, l’amore e la morte, tre temi portanti dell’intera raccolta. Raccolta arricchita da un’appendice nella quale compaiono i racconti contenuti nel volume “Crudeltà” (1927) e dalle illustrazioni dello stesso De’ Medici.
Infine un plauso alla linea editoriale di Cliquot mirata al recupero di classici che meritano l’occasione di essere letti a distanza di un secolo dalla loro pubblicazione.

Titolo: I topi del cimitero
Autrice: Carlo H. De’ Medici
Casa editrice: Cliquot
Genere: Racconti gotici
Pagine: 136
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Letture consigliate: “Dracula” di Bram Stoker.

L’autore
Di Carlo H. De’ Medici (1877-19??) si hanno scarne notizie. Visse per molti anni a Gradisca d’Isonzo; fu giornalista, scrittore, illustratore e studioso di scienze occulte. Si dedicò in prevalenza alla narrativa gotica. Oltre a “Gomòria” (1921), ricordiamo “Leggende friulane” (1924), “I topi del cimitero” (1924), tutti illustrati dall’autore, e “Nirvana d’amore” (1925). Scrisse anche testi di occultismo ed esoterismo di difficilissima reperibilità.

Paquito

Lettore medio

Linea di sangue (Gianfrancesco Intini)

intiniLa porta scricchiolò, sembrò rimanere ferma sulla sua posizione per alcuni istanti, poi cedette. Lenta, ma con costanza, la porta si apriva stridendo a causa dell’attrito con il terreno sottostante. […] Alla fine riuscirono ad aprirla abbastanza da poter passare. Restava solo una cosa da fare adesso e fu Carlo a dirla.
«Entriamo».

Quattro vecchi amici – Carlo, Antonio, Luca e Giuseppe – non vedono l’ora di ritrovarsi e godere del meritato riposo, dopo un lungo periodo in cui carriera e famiglia li hanno tenuti lontani. Invece, la calda estate del 2015 non porta altro che scompiglio e morte tra di loro e nella comunità di Silva, un piccolo paese incastonato tra le montagne del Cilento.
Cosa attende i nostri protagonisti? Potrete scoprirlo solo leggendo “Linea di sangue”, la nuova proposta in formato ebook della casa editrice napoletana inKnot, dell’autore Gianfrancesco Intini.
A metà strada tra il genere horror e il noir, con una spruzzata di paranormale, questo romanzo vi terrà col fiato sospeso, ansiosi di scoprire il colpevole delle efferatezze che scuotono la tranquillità di Silva.
E se ve lo state chiedendo, sì: Silva esiste per davvero, anche se con un altro nome, ed è facilmente raggiungibile seguendo tutte le indicazioni che l’autore inserisce nel corso del romanzo. Parola mia, non ve ne pentirete! Quando mai vi potrà ricapitare di passeggiare tra i vicoli e le piazze percorse da uno spietato assassino? Gianfrancesco ce ne fornisce una descrizione accuratissima, così come particolarmente dettagliate sono le altre descrizioni in cui ci si imbatte nel corso della lettura: ogni gesto, ogni luogo e ogni personaggio viene sviscerato in tutti i suoi aspetti, quasi fosse l’oggetto di un rituale chirurgico.
Ma se quanto ho detto fin’ora non vi ha ancora convinto, leggete le parole dell’autore, che ci ha concesso una breve intervista.

Come è nata l’idea di questo romanzo? L’idea e la voglia di cimentarmi nella scrittura di un romanzo mi stuzzicava da diversi anni, ma non mi ero mai approcciato con convinzione perché non riuscivo a trovare un’idea ben definita. Devo dire che poi ad un certo punto mi sono deciso: avevo qualche immagine e qualche piccola idea da seguire e mi sono basato su quello. Gran parte della trama e delle scene si sono sviluppate da sole, mentre scrivevo, lasciando agire i personaggi; spesso non sapevo neanche io come sarebbe finita, ogni nuova scena mi creava lo spunto per la successiva.
“Linea di sangue” è ambientato in un paesino del Cilento a te molto caro. Qual è il motivo alla base di questa scelta? Innanzitutto, è un luogo che conosco molto bene, del quale potrei descrivere ogni pietra. Mi sono quindi basato su un concetto molto semplice: scrivi quello che conosci. Inoltre, ho sempre pensato che il paese e i luoghi nei dintorni sarebbero stati un’ambientazione perfetta per un horror.
Carlo, il protagonista, è un chirurgo, proprio come te. Ci sono altri elementi che vi accomunano? Se sì, quali? Anche in questo caso mi sono basato sul principio scrivi quello che conosci. Ho pensato che avrei caratterizzato meglio un personaggio che in qualche modo mi somigliasse e che vivesse nel mio stesso mondo. Ci accumunano di certo il modo di intendere il lavoro del chirurgo, l’idea e l’importanza dell’amicizia e il legame con le proprie origini. Una piccola curiosità: già da subito l’immedesimazione nel protagonista era tale che stava iniziando a somigliare troppo a me, perciò in molte situazioni ho iniziato a farlo agire al contrario rispetto a quanto avrei fatto io.
Dalla tua biografia apprendiamo che scrivi fin dagli anni del liceo. Qual è il tuo rapporto con la scrittura? Vedo la scrittura come un modo per esprimersi, per aprirsi, per sfogarsi e per trasmettere i propri pensieri. Qualsiasi stato d’animo può essere riportato su un foglio di carta.
Il tuo lavoro di chirurgo ti terrà sicuramente molto impegnato. Quanta parte del tuo tempo riesci a dedicare alla scrittura? C’è un momento della giornata in cui ti è più congeniale scrivere? Ho scritto in situazioni molto diverse, dalla mattina appena sveglio, alla sera, finanche durante le notti di guardia a lavoro, quando la situazione lo consentiva. Avendo orari imprevedibili e variabili mi sono dovuto adattare a scrivere in ogni momento libero. Ci sono stati dei giorni in cui mi è stato impossibile trovare il tempo per farlo; a volte, ho sfruttato interamente i giorni liberi. Ho dovuto togliere anche qualche ora al sonno, nei momenti in cui non avrei potuto perdere il filo della scrittura.

“Linea di sangue” è il tuo romanzo d’esordio. Com’è stato l’impatto con il mondo dell’editoria? Indubbiamente positivo, dato che, non avendo avuto altre esperienze, non avevo fiducia nel fatto che riuscissi a pubblicare. Ho dovuto imparare che non esiste solo la fase di scrittura: la genesi di un romanzo dipende molto anche dalle fasi successive, dall’editing in particolare. Devo dire che il tanto lavoro che c’è stato ha dato i suoi frutti: il risultato finale è migliore di quanto avrei immaginato.
“Linea di sangue” è stato pubblicato, in formato e-book, da poche settimane. Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Finora mi sembra tutto in linea con le mie aspettative, ho letto alcune recensioni molto positive che mi hanno lasciato felice: è sempre bello quando il proprio lavoro viene apprezzato.

Titolo: Linea di sangue
Autore: Gianfrancesco Intini
Casa editrice: inKnot Edizioni
Genere: Noir/Horror
Pagine: 178
Anno: 2019
Prezzo: € 6,99
Tempo medio di lettura: una settimana
Suggerimento post-lettura: prendete una cartina del Cilento, cercate Silva e programmate una piccola fuga per ricaricare le batterie!

L’autore
Gianfrancesco Intini, romano, classe 1986, nel 2012 si laurea in Medicina e Chirurgia per poi specializzarsi in Chirurgia Generale. Da sempre accanito lettore, ha come riferimenti letterali Stephen King, Gabriel Garcia Marquez, Giorgio Faletti, Thomas Harris, Charles Bukowsky, George Orwell. Si dedica alla scrittura sin dal liceo, prima con poesie poi con racconti brevi. In età adulta collabora col Corriere di Roma con pezzi di natura culturale e pubblica articoli scientifici su riviste nazionali e internazionali.
Corona il sogno di scrivere un libro con “Linea di sangue”, il suo romanzo d’esordio.

Vera

Lettore medio

L’anno in cui imparai a leggere (Marco Marsullo)

9788806242398_0_0_454_75Se me lo avessero chiesto prima, prima che conoscessi Lorenzo, intendo, non avrei mai saputo rispondere alla domanda: «Qual è il più grande nemico dei bambini?»
Non avrei mai saputo rispondere perché, prima di Lorenzo, non avevo mai conosciuto un bambino.

Tenero. Credo sia questo l’aggettivo giusto per definire “L’anno in cui imparai a leggere”, il nuovo romanzo di Marco Marsullo edito da Einaudi. Niccolò è un giovane scrittore sulla rampa di lancio che, durante una presentazione, incontra Simona e se ne innamora. Ma il vero amore legherà il protagonista a Lorenzo, figlio quattrenne (giusto per citare il romanzo) della ragazza. Un bambino normalissimo in grado di scombussolare il mondo di Niccolò specie quando Simona partirà per una tournée teatrale affidando il proprio pargolo al fidanzato. Funzionerà questa convivenza? E continuerà a funzionare quando, un giorno, si presenterà Andrés, il padre biologico di Lorenzo?

Ai lettori il compito di scoprirlo. Per quanto mi riguarda promozione a pieni voti per questo romanzo col quale Marsullo si rivela un autore versatile: “L’anno in cui imparai a leggere” è una commedia che, con grande leggerezza, tratta un tema delicato come quello delle famiglie allargate, ma soprattutto parla d’amore (filiale e non) con una spensieratezza che fa bene ai lettori. Come in altre circostanze, ho apprezzato molto il lavoro sui personaggi: descritti con attenzione e con grande profondità, con delle chicche come quella di Peppino, un bambino di quattro anni che, per attirare l’attenzione, inscena il suo suicidio.
Non aggiungo altro e lascio la parola a Marco.

L’anno in cui imparai a leggere. Come è nato questo romanzo? Volevo raccontare tre cose, essenzialmente. Una famiglia atipica, anticonvenzionale, dove non ci fossero ruoli prestabiliti o stabiliti da legami di sangue. La paternità, quella non scelta, che molti uomini hanno dentro e scoprono all’improvviso trovandocisi dentro. E, infine, il mondo dei bambini, nel modo più vero e serio possibile.
Hai ribadito più volte, durante le presentazioni, che non si tratta di un romanzo autobiografico (anche se la fede calcistica del protagonista direbbe il contrario!), tuttavia è lecito chiederti: quanto c’è di vissuto in queste pagine? C’è una mia grande emozione in una storia totalmente inventata. Ci sono i miei anni di maestro di scrittura creativa in una scuola elementare, e tutto il mio bagaglio emotivo quando si parla di famiglie, che a me diverte sempre tanto raccontare.
Senza nulla togliere a Niccolò, il vero protagonista di questa storia è Lorenzo: un universo sotto forma di bambino. Esiste davvero un Friculillo (leggete il romanzo per saperne di più!) del genere oppure la tua fervida immaginazione ha generato il figlio che tutti vorrebbero avere? Esistono tanti bambini come Lorenzo. Seri, maturi, taciturni, già grandi a quattro anni. Sono quei bambini che affrontano gli abbandoni, le sfide quotidiane contro cose – apparentemente – più grandi di loro. Sono i figli che devono crescere in fretta. Spesso, siamo noi stessi, anche se non lo ricordiamo più.
Andres e Niccolò: messi insieme genererebbero il padre perfetto. Presi singolarmente… Considerazioni a parte, cosa invidi a ognuno dei due? Non invidio niente, se mai ammiro la loro capacità di sbracciare in mare aperto senza aver mai imparato davvero a nuotare. Quella forza della vita che li attraversa perché, al principio, non hanno scelta. Ma che poi diventa la loro ferma convinzione di stare al mondo.
Marco Marsullo e i bambini. Come te la cavi con loro? Li adoro, letteralmente. Sono la parte più bella del mondo. Non vedo l’ora di avere un figlio, per certi aspetti.
Festeggi, quest’anno, i 10 anni di gavetta letteraria (“carriera letteraria” fa un po’ troppo scrittore incanutito). Come e quanto sei cambiato dal punto di vista professionale e umano? Dieci anni di viaggi, treni, alberghi, librerie, librai, lettori, dediche, presentazioni. Questo mi ha cambiato, più che le tante pagine scritte. Le tantissime persone che ho avuto il privilegio di incontrare mi hanno fatto diventare un uomo sempre un po’ più grande e capace di stare al mondo. Le persone fanno sempre la differenza nella crescita di un individuo.
Quali sono state le prime reazioni dei lettori? Questo romanzo sta crescendo con un passaparola spontaneo e pieno d’amore. Sarà il tema, o la dolcezza e l’intimità della storia, non saprei. Ma in tanti lo stanno amando. E per me è stupendo tutto questo amore intorno alla mia storia.
A tal proposito: il commento che ti ha commosso di più. Be’, impossibile dirlo. Anche se quello di una coppia di genitori adottivi che mi ha chiesto di dedicargli il libro a distanza, scrivendo una frase su  un foglio e inviare loro la foto per incollarla sul libro, forse è la più tenera.
Visto che innumerevoli sono state le dediche al nostro blog, concludiamo questa chiacchierata con una proposta: hai la possibilità di lanciare Infernal Manichino. Contro chi o cosa scagli il più improbabile degli stuntman? Contro una parete di uova. Sai che spettacolo?

Titolo: L’anno in cui imparai a leggere
Autrice: Marco Marsullo
Casa editrice: Einaudi
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 277
Anno: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Letture consigliate: “Signori bambini” di Daniel Pennac
Film consigliati: “Tre scapoli e un bebè”, film del 1987, diretto da Leonard Nimoy.

L’autore
Marco Marsullo è nato a Napoli nel 1985. Nel 2009 esce il suo primo libro “Ho Magalli in testa, ma non riesco a dirlo” (Nobus Edizioni), una raccolta di racconti dal tema surreale e grottesco. Nel 2013 pubblica il suo romanzo d’esordio “Atletico Minaccia Football Club” (Einaudi Stile Libero), che riceve nello stesso anno il Premio Hermann Geiger Opera prima. Tra gli altri suoi libri ricordiamo: “L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache” (Einaudi Stile Libero), “Dio si è fermato a Buenos Aires” (Laterza Editore), “I miei genitori non hanno figli” (Einaudi Stile Libero), “Il tassista di Maradona” (Rizzoli), “Due come loro” (Einaudi Stile Libero). Collabora come editorialista alla Gazzetta dello Sport.

Paquito

Lettore medio

La città senza cielo (Jean Malaquais)

9788899729264_0_0_454_75«È proprio quando sei più sicuro del fatto tuo che fai le peggiori fesserie, Pierre»

“La città senza cielo” di Jean Malaquais (edito da Cliquot) è un romanzo che necessita una grandissima attenzione. Ogni sequenza, ogni movimento di scena, ogni battuta di dialogo sono gli ingranaggi di un meccanismo narrativo davvero interessante.
Pierre Javelin è un uomo comune: lavora per l’Istituto nazionale per la bellezza e l’estetica entrando nelle case (appartamenti inseriti in enormi casermoni sempre uguali) mostrando la sua merce – prodotti per la cosmesi molto apprezzati dal gentil sesso – ripetendo, giorno dopo giorno, gli stessi percorsi e gli stessi gesti.
Una monotonia che viene stravolta nel momento in cui, di fronte alla prospettiva di un aumento, firma il contratto con una sigla indecifrabile. Una disattenzione, uno scherzo ai danni della burocrazia o, forse, il desiderio di ribellarsi alla ripetitività della sua vita.
Sta di fatto che, da quel giorno, Pierre Javelin mette in discussione ogni singola certezza: a cominciare dalla propria abitazione nella quale non troverà più ad attenderlo la moglie Catherine ma i coniugi Bomba e Kouka. Che fine hanno fatto: sua moglie, la sua casa, i suoi colleghi e tutte le sue certezze?

Tremendamente attuale, questo romanzo degli anni ’40 mi ha lasciato addosso un forte senso di piacevole inquietudine. Pierre è un personaggio che, da un momento all’altro, si ritrova completamente solo e con la consapevolezza che uno, dieci, cento, forse mille burocrati lo stanno osservando attraverso discrete lenti d’ingrandimento con cui si tengono sott’occhio (e di conseguenza sotto controllo) tutti quelli che – anche solo col pensiero – vogliono ribellarsi al Sistema, qualunque esso sia.
Un libro scritto in modo impeccabile dal punto di vista tecnico, con dialoghi serrati e con un taglio molto cinematografico, che si arricchisce dell’introduzione di Norman Mailer. Utilissima, quest’ultima, per comprendere la natura dell’autore: uno squattrinato polacco che vive in Francia, ritrovatosi confidente di Gide, un autore che influenzerà la produzione di Malaquais (piuttosto limitata a dire il vero) ma soprattutto la sua esistenza.

Titolo: La città senza cielo
Autrice: Jean Malaquais
Casa editrice: Cliquot
Genere: Distopico
Pagine: 284
Anno: 2019
Prezzo: € 20,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Letture consigliate: “1984” di George Orwell; “Il processo” di Franz Kafka.
Film consigliati: “The Truman Show” diretto da Peter Weir.

L’autore
Jean Malaquais(1908 – 1998), di origini polacche, si trasferì in Francia e imparò la lingua in cui avrebbe scritto le sue opere soltanto da adolescente. Nel 1935, dopo anni di impieghi modesti, conobbe e lavorò per André Gide che ne individuò il talento.

Paquito

Lettore medio

Book Jumpers (Mechthild Gläser)

9788809807822_0_0_503_75La carta mi scivolò dolcemente sulle guance e sul dorso del naso, posandosi sugli occhi. Le lettere erano troppo vicine perché potessi leggere. Mi sparirono davanti agli occhi in un mulinello di inchiostro nero e turbinarono tra loro, deformandosi. […] Un istante dopo mi ritrovai in mezzo alle radici di una foresta vergine.

Nata e cresciuta in Germania da madre scozzese, la giovane Amy si ritrova a vivere un’avventura inaspettata quando scopre, durante un’estate sull’Isola di Stormsay, nell’antico castello della famiglia materna, di essere l’ultima discendente di una lunga stirpe di book jumpers, guardiani della letteratura, che possono saltare all’interno dei libri per proteggerne i personaggi e le storie.
Affascinata da questa scoperta, Amy dimostra fin da subito una grande attitudine ai salti, ma si accorge anche che il mondo della letteratura è in pericolo e che Stormsay nasconde molti segreti e, forse, traditori e assassini.
“Book Jumpers” (edito da Giunti) è un romanzo adatto ai giovani che si avvicinano per la prima volta alla letteratura e hanno voglia di mistero. Sono tanti i personaggi letterari che Amy incontra nei suoi salti, dal Giovane Werther alla tigre Shere Khan, e tanti i furti, a opera di un ladro senza volto, che le fanno temere per l’incolumità dei classici della letteratura.
Chi ha rubato la rosa del Piccolo Principe? Chi ha aggredito Gregor Samsa, l’uomo-scarafaggio delle “Metamorfosi” kafkiane? E chi ha ucciso Sherlock Holmes al di fuori della sua storia?
Ad aiutare Amy con questi interrogativi c’è Will, un book jumper di maggiore esperienza, che con l’arrivo della ragazza inizia a dubitare delle persone che conosce da una vita, della sua compagna di classe Betsy e dei guardiani più anziani, da secoli in lotta tra loro, che farebbero di tutto per primeggiare sugli altri.
La scrittura di Mechthild Gläser è sicuramente ancora acerba data la sua giovane età, ma appassiona con numerosi colpi di scena e con un finale inaspettato. Chi legge si perderà senza dubbio negli intrighi ben congegnati e nell’idea suggestiva del viaggio tra le pagine di ogni libro mai scritto.

Titolo: Book Jumpers
Autore: Mechthild Gläser
Casa editrice: Giunti
Genere: Young Adult, Fantastico
Pagine: 336
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni

L’autrice
Mechthild Gläser è nata nel 1986 a Essen, in Germania, e oggi vive e lavora nella Ruhr. È laureata in Scienze Politiche, ma le piace inventare storie e ha presto iniziato a scriverle. È considerata una delle più promettenti giovani autrici tedesche contemporanee. “Book Jumpers” ha catturato in pochissimo tempo l’attenzione del web e ha esaurito, in soli tre mesi, le prime due tirature, diventando in Germania un immediato bestseller.

Claudia

Lettore medio

Un caso speciale per la ghostwriter (Alice Basso)

9788811602620_0_0_454_75«Vani, secondo te è meglio accontentarsi in fretta di un lavoro che si avvicina a quello che sogni di fare nella vita, o è meglio mettere tutte le energie nel cercare di fare proprio soltanto quello che vuoi?»

Vani Sarca, ghostwriter che lavora per le Edizioni L’Erica, già protagonista di altri romanzi firmati Alice Basso, si ritrova stavolta immischiata in un caso davvero speciale. Enrico Fuschi, il suo editore, ossia l’uomo più insopportabile e tirannico che lei conosca, è misteriosamente scomparso. Per quanto possa detestarlo, Vani tiene a lui ed è molto preoccupata per la sua incolumità. Così, per scoprire dove sia finito, decide di metter su una vera e propria task-force, insieme al commissario Berganza, suo compagno, a Riccardo, l’autore di punta della casa editrice, ad Antonia, la segretaria di Enrico che lo tratta come un figlio, e ad Olga, la nuova stagista.
Le indagini si rivelano presto un vero e proprio puzzle; man mano che tutti i pezzi vengono messi al proprio posto, Vani capisce che il suo editore ha molti segreti da nascondere e che da questo dipendono le vite dei suoi colleghi.
In “Un caso speciale per la ghostwriter” (edito da Garzanti), l’ultimo capitolo della saga sull’astuta Vani, Alice Basso porta il suo personaggio all’evoluzione finale: da cinica menefreghista a cinica altruista. Vani, la dark lady dell’editoria, che capisce al volo le persone e grazie a questo riesce a mettersi perfettamente nei panni dei suoi autori, si ritrova a confrontarsi con sé stessa, fino a superare quei limiti che si era imposta, rivalutando le sue priorità proprio in seguito alle circostanze difficili che si trova ad affrontare.

Questa recensione fa parte di un blog tour sensoriale ideato da“Chili di libri” e con noi giunge al termine. Sono solita associare un quadro alle mie recensioni e questa volta spiegherò il perché della mia scelta. Per questo romanzo ho scelto “La metamorfosi di Narciso” di Salvador Dalì (olio su tela, 1937). L’artista mette alla prova lo spettatore con la trasformazione del protagonista, facendo in modo che la sua scomparsa si noti gradualmente, fino al raggiungimento della massima metamorfosi. E in questo dipinto io ho rivisto Vani, che subisce la stessa metamorfosi, inaspettata e radicale, sotto gli occhi dei lettori che ne sono, dunque, spettatori.

Titolo: Un caso speciale per la ghostwriter
Autore: Alice Basso
Genere: Mistery
Casa editrice: Garzanti
Pagine: 384
Anno: 2019
Prezzo: € 17,90
Autore e quadro consigliato: “La metamorfosi di Narciso” (Salvador Dalì, olio su tela 1937)

L’autore
Alice Basso è nata a Milano nel 1979, lavora per diverse case editrici come redattrice, traduttrice e valutatrice di proposte editoriali.
Le altre opere che hanno come protagonista Vani Sarca sono: “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” (2015), “Scrivere è un mestiere pericoloso” (2016), “Non ditelo allo scrittore” (2017) e “La scrittrice del mistero” (2018).

Arianna

Lettore medio

Il treno dei bambini (Viola Ardone)

9788806242329_0_0_503_75Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio.

Una coccola prima di andare a dormire. Mi piace definire così “Il treno dei bambini”, il romanzo di Viola Ardone edito da Einaudi.
In una Napoli che fa fatica a rialzarsi dalle macerie della seconda guerra mondiale, il piccolo Amerigo Speranza si vede costretto a lasciare la propria casa: andrà in Emilia Romagna insieme a migliaia di altri bambini, ospite di una famiglia del nord che si prenderà cura di lui. Un distacco inizialmente traumatico che, col tempo, avrà risvolti inaspettati.

Un romanzo quanto mai attuale. Basta leggere qualsiasi quotidiano per ritrovare tematiche affini a quelle narrate. La scrittura di Viola Ardone è accogliente: con leggerezza racconta il dramma di una Napoli fatta a pezzi dalla guerra e, attraverso le ceneri e le macerie, dà voce a migliaia di bambini in cerca di una speranza lontana centinaia di chilometri da casa. Non aggiungo altro, è il momento dell’autrice.

Il treno dei bambini. Come è nato questo romanzo? È nato dal desiderio di riannodare fili di memoria perduta. Ho avuto la possibilità di parlare con diversi “bambini” dei treni, oggi ottantenni, che mi hanno testimoniato la loro voglia di condividere questa storia, di farla conoscere alle generazioni future.
Amerigo Speranza: un ragazzino decisamente maturo che, d’improvviso, si ritrova a centinaia di chilometri da casa. Chi o cosa ha ispirato un personaggio del genere e quale messaggio volevi comunicare attraverso questo nome?Amerigo va in cerca della sua personalissima “America”. È un piccolo migrante, che insieme a tanti altri, attraversa una frontiera non politica ma ideale tra un sud svantaggiato e impoverito e un nord con maggiori opportunità e più benessere. Non accade così ai giorni nostri? Si è solo spostata la frontiera del benessere e della “Speranza”, ma la disuguaglianza esiste ancora.È la stessa molla che spinge oggi le persone a intraprendere viaggi pericolosi e disperati verso le nostre coste.
È un libro che abbatte qualsiasi stereotipo: non è una Napoli “cicala” quella che racconti, ma una città che fa fatica a riprendersi dal conflitto bellico e non è un nord freddo (non in senso climatico, of course!) e indifferente quello che accoglie Amerigo. C’ho preso?Gli stereotipi, purtroppo, si annidano in ciascuno di noi. Quando non si conosce personalmente una realtà la si immagina attraverso idee preconcette. Bisogna viaggiare, conoscere, esplorare, studiare, assaggiare, annusare. Bisogna fare esperienza della vita e delle persone per poter abbattere i pregiudizi propri e altrui. Anche Amerigo, quando arriva a Modena, porta con sé delle paure che gli erano state inculcate, le perde solo dopo avere sperimentato una realtà diversa. Credo che la buona letteratura debba sforzarsi di raccontare il mondo come è e non come è già stato rappresentato.
La famiglia Benvenuti rappresenta per Amerigo non solo un porto sicuro ma una vera e propria seconda chance: non solo un sostentamento fisico, ma pure un ambiente nel quale crescere come uomo. Amerigo si affaccia a una realtà diversa: per la prima volta può ricevere cure, calore, cibo e coccole. Ma nella famiglia di accoglienza scopre anche qualcosa di diverso, un altro tipo di gratificazione: la bellezza della musica.
Amerigo e la musica: quella che arriva dai finestroni spalancati dal conservatorio, quella che canticchia Derna a bordo della corriera. Che rapporto hai con la musica e quanto è stata importante per la stesura di questo romanzo?Ho una profonda ammirazione per chi è capace di suonare uno strumento musicale, forse perché da piccola avrei desiderato farlo. Però nella mia famiglia tutti sono capaci di suonare a orecchio, mio nonno paterno aveva una bottega in cima a via San Sebastiano in cui accordava i pianoforti e mio padre mi racconta che da bambino lo accompagnava e lo aiutava. Per me la musica è un linguaggio potentissimo, non un sottofondo ad altre attività.
Lavinia Petti, Serena Venditto, Patrizia Rinaldi, Valeria Parrella e molte altre ancora: la letteratura napoletana è sempre più donna? Sì, e mi auguro che lo sia anche quella italiana, sempre di più. Non si tratta di rivendicare quote rosa (non mi piacciono le “quote” e non credo che il colore rosa rappresenti il femminile, tra l’altro). Penso però che le donne debbano accedere sempre più a territori che tradizionalmente, fino a cinquanta anni fa (con pochissime eccezioni), erano abitati solamente da uomini.
Quali sono state le prime reazioni dei lettori? Sono molto felice di poter dire che questo romanzo è stato accolto con un calore che mentre scrivevo non potevo nemmeno immaginare.
A tal proposito: il commento che ti ha commosso di più. Mi stanno scrivendo molte persone che mi affidano i loro ricordi: fotografie, lettere, aneddoti di vita vissuta da parte di chi su quei treni ci è stato davvero. E poi la testimonianza di Ivonne Trebbi, la partigiana “Bruna”, che oggi ha novantadue anni ed è lucidissima e battagliera come se ne avesse venti.
Un saluto ai lettori medi.Viva i lettori medi!

Titolo: Il treno dei bambini
Autrice: Viola Ardone
Casa editrice: Einaudi
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 233
Anno: 2019
Prezzo: € 17,50
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Letture consigliate: “Martin Eden” di Jack London

L’autrice
Viola Ardone (Napoli 1974) è laureata in Lettere e ha lavorato per alcuni anni nell’editoria. Autrice di varie pubblicazioni, insegna latino e italiano nei licei. Fra i suoi romanzi ricordiamo: “La ricetta del cuore in subbuglio” (2013) e “Una rivoluzione sentimentale” (2016) entrambi editi da Salani. Nel 2019 pubblica con Einaudi “Il treno dei bambini”.

Paquito

Lettore medio

30 giorni (Fabrizio Gargano)

copertina-30-giorniIl mio tempo è una clessidra.
La sabbia scorre senza lasciare
traccia del suo passaggio.
Non è importante dove.
Non è importante come.
Poi finisce la corsa.
E riparte allo stesso modo.
Come ieri. Come oggi.

Partiamo da un presupposto: ci vuole coraggio a leggere questa storia.
“30 giorni” di Fabrizio Gargano (edito da Alt!) è un graphic novel che schiude le porte su un abisso, quello della schizofrenia. Un’autentica prigione nella quale resta intrappolato non solo il malato, ma pure chi gli sta intorno. E più saldo è il legame più profonde saranno le ferite che questa malattia riuscirà a infliggere.
Roberto, il protagonista della vicenda, intraprende un viaggio verso una destinazione ignota (la scoprirà il lettore  ma solo nelle ultime pagine) alla ricerca di un attimo di pace e forse dei cocci del proprio io finiti chissà dove e a seguito di chissà quale attacco. A supportarlo Egon, l’uomo qualunque che s’incrocia per strada o in una stazione di servizio. Una persona perbene che proverà ad aiutarlo a trovare le risposte. Riuscirà Roberto a trovare quel che cerca prima che la malattia esiga il suo tributo di ricordi e pensieri?

Ho adorato questo graphic novel tanto per i disegni quanto per la sceneggiatura e il soggetto. Nel primo caso il tratto è spigoloso ed essenziale. Gargano non ama i fronzoli e irruvidisce con disegni squadrati tuttavia molto gradevoli e assolutamente in linea con la narrazione. Dal punto di vista della scrittura potrei parlare di minimalismo letterario: lo sceneggiatore non perde tempo, offrendo tanta azione e poche parole,quelle sufficienti per raccontare un disagio. Il resto è affidato al silenzio e al suono del mare in lontananza. Non aggiungo altro, è il momento di far parlare l’autore.

30 giorni. Come è nato questo graphic novel? È nato da un’esigenza personale di parlare di un qualcosa che si tiene nascosto. Per vergogna, per tristezza, per pudicizia. È stato anche un gesto di affetto per Roberto, per il suo mondo semplice e ripetitivo.
Schizofrenia. Quanto è stato difficile affrontare un argomento così delicato con la “leggerezza” del fumetto? La storia è nata di getto dopo che ho ritrovato degli appunti di mio suocero (presenti alla fine del libro) sulla malattia del figlio. Era tutto lì. Difficoltà comprese. La mia paura più grande è stata quella di banalizzare la malattia, renderla “affascinante”, addirittura un’opportunità. Questo tipo di patologia è terribile, mina gli equilibri di un’intera famiglia. È come un vero e proprio lutto. La leggerezza del fumetto mi ha aiutato a fuggire dalla banalità e dai luoghi comuni. Spero che questo concetto emerga dal libro.
Al di là della patologia, più che un uomo in fuga Roberto è un uomo alla ricerca: di sé stesso, di risposte, di qualcuno pronto a capirlo o semplicemente ad ascoltarlo. C’ho preso oppure ho visto solo la superficie di questo personaggio? Vero. È un viaggio interiore, una ricerca impossibile di una mente che non ha più la bussola puntata a nord. Difficile dire ciò che è vero e ciò che è falso. Ammesso che in questo libro esista un vero e un falso.
Veniamo ad Egon, coprotagonista – suo malgrado – di questa storia. Evitando qualsiasi forma di spoiler possiamo definirlo il “perfetto sconosciuto” con cui sembra facile aprirsi e raccontare la propria storia? Mi piace molto la tua definizione di “perfetto sconosciuto”. Egon è la spalla ideale di Roberto. Lo aiuta a parlare di sé, della sua famiglia, dei desideri più nascosti e terribili. Anche terribili. Potremmo dire che Egon, per certi versi, è una creazione di Roberto.
30 giorni è pure un graphic novel che coinvolge i sensi. C’è odore di mare e puzza di sigarette, c’è il sapore del buon vino e il gusto di un piatto caldo che qualcuno ha cucinato per noi. Poi ci sono le voci: quelle che provengono dall’esterno e quelle che rimbombano nella testa. Esattamente. Odori, voci, sapori. Quello di cui siamo fatti. Anche le persone “normali” ascoltano tutti i giorni le voci interne. Le frasi già dette, quelle che si vorrebbero dire o sentirsi dire. Solamente che, a differenza di Roberto, le persone “normali” hanno un rapporto sano con l’identità più nascosta.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori?Mia suocera (la mamma di Roberto) ha completamente bocciato il libro. È stato il feedback più importante perché ho avuto la conferma di aver raccontato qualcosa di scomodo.
Domanda molto difficile: cosa ti aspetti da questo graphic novel? Mi aspetto che faccia avvicinare i lettori a un problema spinoso come quello della malattia mentale. Un avvicinamento anche a chi è solo, a chi ha bisogno di un abbraccio.

Titolo: 30 giorni
Sceneggiatura e disegni: Fabrizio Gargano
Casa editrice: Alt!
Genere: Psicologico
Pagine: 155
Anno: 2019
Prezzo: € 18,90
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Letture consigliate: “Follia” di Patrick McGrath

L’autore
Fabrizio Gargano. Classe 1967, pontino, disegna da che ha memoria. Inizia a lavorare in fabbrica fin da giovanissimo, ma continua a dedicarsi al disegno e al fumetto frequentando corsi nel fine settimana. Dopo venticinque anni come impiegato in azienda perde il lavoro e si dedica completamente alla sua passione: raccontare storie illustrate. Frequenta un corso di fumetto con Sergio Algozzino e uno stage in colorazione digitale con Stefano Simeone e dal 2009 pubblica storie, disegni e pensieri sul suo blog NERODICHINA. È sposato e ha due figlie. “30 giorni” è il suo libro d’esordio.

Paquito