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Il sorpasso dell’irrealtà (Anemone Ledger)

cover ledgerEro nient’altro che una bambina impotente, avvolta nella propria pelle durante la notte: tremavo, aspettando che mio padre tornasse dal turno di guardia.

Toccherà a tutti, prima o poi, fare i conti con le proprie paure. Stavolta è il turno di Anemone Ledger, autrice dell’antologia “Il sorpasso dell’irrealtà” edito da Homo Scrivens per la collana direzioni immaginarie.
Storie, anzi stralci all’interno del quale la realtà si mescola al sovrannaturale, scombinando le carte e creando nel lettore suggestioni che lo costringono a fermarsi, a voltarsi indietro assicurandosi che nessuna presenza lo stia osservando da chissà quale anfratto nascosto.
Ma la paura non necessariamente coincide con qualcosa di intangibile: può essere il proprio passato che, prepotentemente, ritorna a galla e sconvolge la tranquillità quotidiana; può essere un classico riscritto in modo da restituire una dimensione ancor più orrorifica a un canto dell’Inferno dantesco. Può essere anche il desiderio di scavare nel proprio animo e offrire al lettore la parte più nascosta di sé, quella per la quale proviamo imbarazzo o magari paura.
Esperimenti letterari che riescono molto bene e che rendono questo volume – arricchito da una serie di illustrazioni macabramente seducenti – una scommessa vincente.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Il sorpasso dell’irrealtà”. Come è nato questo volume? La raccolta di racconti, con precisione stralci, è nata per esorcizzare le mie primissime paure. Avevo otto anni e sentivo il bisogno di riversare su carta l’ansia provocata dalle visioni notturne, sottoforma di piccole storie. Infatti gli stralci rappresentano proprio le prime cose che ho scritto.
Mi piace definire il tuo libro “la camminata di un equilibrista lungo il filo che separa reale e irreale”. Entrambe le dimensioni sono popolate da qualcosa (o qualcuno) che terrorizza. Cosa ti fa realmente paura? Col passare del tempo la mia considerazione della paura è cambiata e, di conseguenza, sono cambiate anche le mie paure che adesso mettono radice nel reale. Mi inquietano le persone, con le loro sfaccettature ingannevoli e non più i mostri. Mi inquieta la quotidianità, che può trasformarsi in un attimo in un vero e proprio incubo. È successo proprio in questi mesi, con il coronavirus. La raccolta di racconti, invece, è legata a un tipo di terrore che appartiene a una dimensione irreale che ho imparato a esorcizzare e superare.
Non sempre è necessario inserire creature demoniache in un racconto per suscitare paura. Tecnicamente, quanto è stato difficile il lavoro su una narrazione fatta di periodi brevi e di una sintassi capace di suggestionare il lettore? La difficoltà di una narrazione fatta di periodi brevi è data proprio dal fatto che in poche, pochissime pagine bisogna creare un meccanismo di suspance che solitamente ha bisogno di un processo più lento per essere efficace. Con un romanzo, anche non necessariamente lungo, si ha tutto il tempo per pianificare una costruzione che, passo dopo passo, riesce a portare a dei colpi di scena. Con un racconto breve, invece, devi immediatamente sbattere in faccia al lettore il momento di terrore, catapultandolo in una dimensione irreale. Non a caso concentro unicamente questi momenti in parecchi stralci della raccolta. È come se dessi continui schiaffi al lettore, stralcio dopo stralcio.
In assoluto il mio racconto preferito è lo Stralcio VII, autentico omaggio a Dante e al canto XXXIII dell’Inferno. Come mai la scelta di questa riscrittura? Il canto del Conte Ugolino è quello che mi ha suggestionato di più fin dai tempi delle scuole medie, per la sua fusione di due sostantivi opposti: crudeltà e pietà. Inutile sottolineare come sia uno dei canti più orrorifici della commedia dantesca, con i diretti riferimenti al cannibalismo. Inoltre mi ha da sempre colpito anche per l’efficace intreccio tra storia e horror, tra reale e irreale. Ecco perché, di tutta la Divina Commedia, ho scelto di riscrivere proprio questa storia.
Nella “Stanza dello scrittore” (appendice dei libri della collana di Homo Scrivens, ndr.) hai ribadito spesso quanto siano stati importanti i corsi di scrittura e le fiere dell’editoria per avviare il tuo percorso di narratrice. Quali consigli ti senti di dare a chi vuole avvicinarsi professionalmente alla scrittura?
Consiglio di fiondarsi letteralmente in questo genere di eventi. È necessario non solo per creare rapporti, ma anche per crescere professionalmente. Bisogna confrontarsi con altri autori, scoprirli, esercitarsi giorno dopo giorno per far evolvere la propria scrittura. Nel campo dell’arte in generale, non si può mai dire di essere arrivati.
Il tuo volume è un’autentica chicca per i collezionisti: tredici illustrazioni che arricchiscono ognuno dei racconti. Cosa ti ha spinto a proporre un libro del genere e come hanno risposto gli illustratori al tuo invito? Mi ha spinto la passione che ho per l’arte e, inoltre, mi hanno sempre affascinato i connubi tra disegni e scrittura. Moltissime raccolte di racconti, soprattutto legate al genere fantastico, sono strutturate in questo modo. Bastano come riferimenti le nuove uscite relative ai volumi di Lovecraft e Poe. Li ritengo addirittura più completi, rispetto ad altre versioni degli stessi libri privi di illustrazioni che ho in libreria.
In secondo luogo, mi divertiva l’idea di collaborare con degli artisti e di poter condividere con loro un percorso. Ho pensato a questo aspetto soprattutto dopo aver conosciuto Francesca Terreri – illustratrice della copertina –, Francesco Tortora – illustratore degli stralci IX e XII – e Andrea Errico – illustratore dello stralcio II.
Cosa ti aspetti da questo libro? Mi aspetto che possa essere apprezzato soprattutto dagli amanti del genere. E, perché no, spero che possa riuscire a trascinare qualche lettore che solitamente è solito preferire tutt’altro filone letterario.

Titolo: Il sorpasso dell’irrealtà
Autrice: Anemone Ledger
Illustrazioni: AA. VV.
Genere: Racconti dell’orrore
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 128
Anno: 2020
Prezzo: € 13,00
Lettura consigliata: “Racconti dell’incubo e del terrore” di Edgar Allan Poe
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autrice
Anemone Ledger (Napoli, 1999) vive tra Caserta e Roma. Ospite al “TOHorro Film Fest” di Torino nel 2016, con Ruggero Deodato e Davide Toffolo. Fa parte dello staff della fiera partenopea “Ricomincio dai libri”. Nel 2019 ha presentato numerosi artisti al “Napoli Horror Festival”.

Paquito

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Le porte del mito. Il mondo greco come un romanzo (Maria Grazia Ciani)

9788829705702_0_0_422_75Succede spesso di aprire un saggio o un romanzo moderno e trovare una frase, una citazione, un verso che ci par di conoscere. Ma certo: è Omero, è Platone, è Eschilo… E allora mi fermo a pensare. Perché non ho mai colto quei frammenti sparsi come pietre preziose in testi greci dei generi più vari: distillati di una sapienza allo stato puro, trasparente e diretta?

Una delle frasi più inflazionate che io abbia mai avuto modo di sentire è questa: “Il latino e il greco? Sono lingue morte!”. Certo, se per morte intendiamo che sono lingue fuori dall’uso corrente, non si può non essere d’accordo. Se, d’altro canto, intendiamo riferirci a esse come a delle lingue sterili, inutili e ormai senza valore alcuno, beh allora il discorso cambia e di molto.
Nonostante siano trascorsi secoli e le testimonianze giunte siano una percentuale infinitesimale della reale produzione letteraria dell’epoca, ancora oggi alcune parole e immagini risuonano dentro di noi e sono parte imprescindibile del nostro patrimonio culturale.
Il nuovo libro di Maria Grazia Ciani, “Le porte del mito. Il mondo greco come un romanzo” (edito da Marsilio Editore), mette in luce proprio questo e lo fa attraverso un excursus incentrato sul mito, una tematica popolare che lo rende una piacevole esperienza di lettura anche per chi non ha alle spalle studi classici.
Il primo aspetto di questo libro che mi ha colpito è stato il titolo: il concetto di porta mette i lettori nella condizione di essere coloro che dovranno attraversare un varco e l’autrice, come una sacerdotessa, ammetterà gli stessi ai misteri del mondo antico, cantando le figure mitologiche più famose. Ed ecco che compaiono sulla scena Achille e Odisseo, gli eroi più famosi dell’antichità, quelli che ne rappresentano le opere più famose, l’Iliade e l’Odissea. Le loro figure sono emblematiche soprattutto perché dimostrano quanto la concezione dell’uomo e dell’agire umano si sia modificata nel tempo: mentre Achille è il prototipo dell’uomo statico, che persegue un unico obiettivo, Odisseo è “l’uomo dal multiforme ingegno”, colui che detiene nelle sue mani infinite possibilità e infiniti modi di esprimerle.
Allo stesso modo, il racconto del ciclo mitologico della città di Tebe, e nello specifico della vicenda di Antigone (narrata nell’omonima tragedia di Sofocle), è fondamentale testimonianza di un’altra conquista della società, ovverosia il passaggio da una legge non scritta, in cui al centro dell’universo vi sono i legami familiari, a una legge scritta, valida per tutti indistintamente per la quale al centro dell’universo vi è la comunità e il suo benessere.
Attraverso le loro opere, gli artisti dell’antichità si fanno portavoce dei tempi e dei loro cambiamenti e ancora una volta dimostrano a noi, figli della modernità, lo sconfinato debito che abbiamo nei loro confronti. D’altronde, come mi disse una volta una delle guide del Parco Archeologico di Paestum e Velia durante una visita: “Noi non abbiamo inventato nulla, hanno già fatto tutto loro!”.
Avevamo bisogno di un altro libro che ce lo ricordasse? Assolutamente sì.

Titolo: Le porte del mito. Il mondo greco come un romanzo
Autore: Maria Grazia Ciani
Casa editrice: Marsilio Editore
Genere: Saggistica
Pagine: 138
Anno:
2020
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Lettura consigliata: Dieci lezioni sui classici” di Piero Boitani.

L’autrice
Maria Grazia Ciani ha insegnato storia della tradizione classica all’Università di Padova. Presso la casa editrice Marsilio ha fondato e diretto fino al 2006 la collana di classici greci e latini «Il convivio» (nell’ambito della quale ha tradotto l’Iliade e l’Odissea) e fino al 2014 la collana «Variazioni sul mito», per la quale ha curato i volumi dedicati a Medea, Antigone, Fedra e Orfeo.

Vera

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Vicolo del mortaio (Nagib Mahfuz)

9788807891564_0_0_471_75Il tramonto si annunciava e il Vicolo del mortaio andava coprendosi di un velo bruno, reso ancor più cupo dalle ombre dei muri che lo cingevano da tre lati. Si apriva sulla Sanadiqiyya e poi saliva, in modo irregolare: una bottega, un caffè, un forno.

Pubblicato nel 1947 dal premio Nobel per la letteratura Nagib Mahfuz, “Vicolo del mortaio”è un romanzo realista che dipinge un nitido affresco della vita che si svolge nel vicolo omonimo, una strada che si pone come un microcosmo, una realtà a sé stante fra i quartieri del Cairo. Situato nel rione di Khan el-Khalili, nella città vecchia, il vicolo è raffigurato come un universo chiuso la cui vita, segnata dei segreti del passato, scorre appartata dal mondo esterno. Nagib Mahfuz compone un vivido mosaico di amicizie, rivalità, gelosie e amori che, costituendo l’essenza di quel minuscolo angolo di mondo, diviene paradigma della realtà umana, con le sue sofferenze e le sue speranze, con i suoi sogni e i suoi improvvisi risvegli. Il vicolo, che è stato “una meraviglia dei secoli passati”, ora sorge sulle sue rovine, contemplando la propria decadenza. Quasi a sfidare la desolazione e l’oblio, sono i forti sentimenti di un’umanità dolente, spesso molto povera, a intessere la trama del romanzo. L’intreccio ruota intorno alla vicissitudini degli abitanti del quartiere, negli anni della Seconda guerra mondiale, imperniandosi sull’amore appassionato del giovane barbiere Abbas al-Helwu per la bellissima Hamida, a sua volta consumata dall’ambizione e dal desiderio di evadere da quel mondo soffocante. La passione non corrisposta conduce Abbas a una fine prematura, la brama di fuggire in cerca di fortuna porta Hamida alla rovina. Il vicolo, con le sue botteghe e i suoi caffè, con i suoi colori smaglianti e le sue fragranze, costituisce lo sfondo della vicenda, mentre le storie dei personaggi secondari s’intrecciano ai destini dei protagonisti, offrendo al lettore una galleria di figure destinate a imprimersi nella memoria: da Kamil, un ingenuo venditore di dolciumi legato ad Abbas da profonda amicizia, a Kirsha, proprietario del caffè più frequentato del quartiere, tormentato dalle proprie tendenze omosessuali; dal “dottor” Bushi, un falso dentista che, dopo aver imparato il mestiere con la pratica – senza essersi mai laureato – sottrae le dentiere ai cadaveri per venderle ai propri clienti, a Zaita, un oscuro personaggio specializzato nel procurare – dietro compenso – infermità a chi desidera dedicarsi all’attività di mendicante.
Mentre la generazione più giovane sogna essenzialmente di scappare, di lasciarsi alle spalle la miseria del vicolo, gli anziani appaiono osservatori disillusi della propria esistenza, punteggiata di slanci di improvvisa vitalità e di inevitabili frustrazioni. In un mondo senza tempo, segnato dal ritmo degli avvenimenti, l’essenza della vita si incentrasugli eventi del quartiere, il cui racconto passa di bocca in bocca, di bottega in bottega, dall’alba al tramonto, fino a svanire nelle tenebre della notte.
Leggere “Vicolo del mortaio”, come gli altri romanzi di Mahfuz ambientati al Cairo, è come vagare nelsuq di Khan el-Khalili, immergersi nelle viuzze brulicanti di vita, osservare le mercanzie sfavillanti nelle botteghe, assaggiare la basbusa di Kamil, bere il caffè nel locale di padron Kirsha, passeggiare sotto le persiane di Hamida, senza mai perdersi. Ma, se l’autore guida sapientemente il lettore attraverso il cuore antico del Cairo, con altrettanta abilità lo conduce nei meandri della psiche e del cuore umano.
Lo stile dell’autore è fluido ed elegante, i caratteri sono tratteggiati con sensibilità e particolarità, le vicissitudini dei protagonisti sono narrate con grande maestria.
La penna di Mahfuz riproduce una rappresentazione dai connotati realistici e il vicolo appare come una dimensione attraverso cui è possibile leggere, in controluce, illusioni e cadute della società egiziana dell’immediato secondo dopoguerra, come pure le istanze di emancipazione e i residui del passato che ne rallentano l’evoluzione.Tanti uomini e tante donne calcano la scena di questo romanzo, colti con uno sguardo venato di ironia ma non di condanna; si tratta di un’umanità che combatte con la miseria e il dolore, con il destino e la drammaticità della vita, pur conservando la propria dignità, senza mai perdersi nell’autocommiserazione.

Titolo: Vicolo del mortaio
Autore: Nagib Mahfuz
Casa editrice: Feltrinelli
Genere: Romanzo psicologico
Pagine: 251
Anno di pubblicazione: 1989 (edizione italiana); 1947 (edizione egiziana).
Prezzo: € 7,50
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimento di lettura: “Il nostro quartiere”, Nagib Mahfuz (ed. Feltrinelli)

L’autore
Nagib Mahfuz è nato al Cairo nel 1912 ed è morto nel 2006. Ha pubblicato numerosi romanzi, saggi, racconti, ha lavorato come sceneggiatore televisivo e cinematografico e come giornalista. Nel 1988 è stato insignito del premio Nobel per la letteratura. Nel 1994 è stato vittima di un attentato di fondamentalisti islamici.

Federica P.

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Io sono foglia (Angelo Mozzillo e Marianna Balducci)

9788869421143_0_0_300_75Un giorno sono vento
Un giorno sono spento

“Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Mi sia concessa la citazione disneyana per iniziare la recensione di “Io sono foglia”, il racconto illustrato (edito da Bacchilega) realizzato a quattro mani da Angelo Mozzillo e Marianna Balducci.
Una storia che nasce per caso, così come casualmente una foglia staccatasi da un ramo può diventare uno strumento per esprimere la propria fantasia. La si può trasformare in una sella, in una chitarra, oppure in una valigia con la quale intraprendere chissà quale viaggio. Tutto è lecito se si rispetta la natura e si accantona per un attimo la tecnologia.

Delizioso credo sia il termine giusto per raccontare questo albo illustrato che si rivolge, innanzitutto, a un pubblico di giovanissimi lettori. Marianna Balducci sceglie un tratto tondo e morbido che pare mimare una carezza. Così come carezze sono le rime con cui Angelo Mozzillo racconta questa favola che porta in sé i profumi del bosco. Ed è proprio all’autore che cedo la parola.

“Io sono foglia”. Come è nato questo volume? In genere quando lavoro a un albo la fase di scrittura precede quella di illustrazione. In questo caso invece è stato un gioco a due. Tutto è nato da un’immagine di Marianna Balducci (quella che fa da copertina al libro): mi ha folgorato! Da quell’unica suggestione è nata una mia piccola poesia. Poi è stato di nuovo il turno di Marianna, che seguendo il mio testo ha lavorato alle altre illustrazioni aggiungendo ulteriori intuizioni visive.
“Io sono foglia” è il risultato di questa forte sintonia.
Il messaggio intrinseco della storia sembra essere: c’è un mondo meraviglioso lì fuori. Uscite, scopritelo e, soprattutto, lasciate che la fantasia ispiri i vostri giochi. Considerazione corretta? Quello in cui ho scritto “Io sono foglia” è stato per me un periodo delicato. Avevo molti sbalzi d’umore e ho provato ad inserire quella vulnerabilità in una piccola storia che avesse l’ambizione di essere, per quanto possibile, universale.
Se riesce – come spero – a fare empatizzare alcuni adulti, questo libro prova a rappresentare su tutti i bambini: in una fase così ancora poco definita della loro esistenza si trovano spesso nella condizione di fare e disfare, dire e poi rimangiare, essere aperti al mondo e avere poi paura di affrontarlo.
Rispettando l’illustrazione iniziale di Marianna, che raffigurava una danza simbiotica fra un bambino e una foglia, mi piaceva l’idea che anche il testo costituisse una sorta di danza scritta.
Un altro spunto di riflessione è legato alla natura. Rispettiamola ricordando quante opportunità ci può offrire. Credi che le nuove generazioni – rappresentate da Greta Thunberg – riusciranno a riappropriarsi completamente della terra? Nonostante io abbia seguito molto il movimento del Fridays for future, e mi sia interrogato a lungo sul rispetto che l’uomo deve portare al nostro pianeta, qui il legame con la natura è leggermente diverso, direi più essenziale. Le foglie restituiscono bene l’idea di fragilità e di movimento, di crescita e mutamento.
Il rapporto con la natura di questo testo è tutto lì: in quella voglia di vita e di libertà, che è anche di abitare il mondo.
Poche parole, tante suggestioni visive. Raccontaci questa collaborazione con Marianna Balducci. Bisogna dirlo: “Io sono foglia” è colpa di Davide Calì. È lui che un giorno mi ha inviato l’illustrazione della Balducci chiedendomi: “Hai una storia per questo disegno?”.
Da lì in poi io e Marianna abbiamo cominciato a confrontarci, ed è stato uno scambio stimolante. Direi persino facile: abbiamo immediatamente trovato una visione comune sulla direzione che doveva prendere questo libro, e siamo stati entrambi felici del risultato. È stato bello lavorare così e conto di poter lavorare presto ad un altro progetto con lei.
E ora una domanda personale: il racconto è un’autentica sfida per un narratore. Quanto è difficile, ma nel contempo stimolante, scrivere una storia per bambini con la prospettiva che venga illustrata? Adoro la forma dell’albo illustrato. Il mio mentore in questo ambito è stato proprio Davide Calì, che nella sua carriera ha continuamente alternato storie buffe a storie poetiche.
Dopo la fase dell’ideazione, la parte che più mi affascina è proprio lo sposalizio fra i testi e le immagini, quando scopri che ogni illustratore può dare un’atmosfera diversa a una stessa storia. Lì torno un bambino, pieno di meraviglia.
La selezione dell’illustratore viene fatta in genere dalla casa editrice o da un’agenzia – nel caso di “Io sono foglia” è stata fatta da Davide per Book on a tree – ma qualche volta mi piace prendermi la responsabilità di scegliere un illustratore per un mio testo. O al contrario: mi sfido a pensare una storia appositamente per un illustratore che stimo in modo da avviare una nuova collaborazione.
Dulcis in fundo: cosa ti aspetti da questo libro? Mi emoziono quando un mio libro entra nell’immaginario dei bambini che lo hanno letto, quando i piccoli lettori vogliono sentirselo rileggere ancora e ancora. Spero che “Io sono foglia” abbia la stessa sorte. E, perché no, sarebbe bello venisse letto anche in una lingua diversa dall’italiano.

Titolo: Io sono foglia
Autore: Angelo Mozzillo
Illustrazioni: Marianna Balducci
Genere: Racconto illustrato
Casa editrice: Bacchilega editore
Pagine: 32
Anno: 2020
Prezzo: € 16,00
Dopo aver letto il romanzo: Uscire in giardino, raccogliere delle foglie e giocarci affidandosi all’immaginazione
Tempo medio di lettura: 15 minuti

L’autore
Angelo Mozzillo è nato a Napoli e vive a Milano. È un collezionista di storie: gli piace scoprirne sempre di nuove e, quando non le trova, le inventa. Mescola e riordina le parole come i mazzi di carte: ci fa racconti, sceneggiature, reportage e filastrocche.
I suoi ultimi albi illustrati sono “Quanto è piccolo il mondo” (Verbavolant edizione), “Viola e la Luna” (Nomos editore), “Il Natale dell’Orco Narice” (La Spiga edizioni).

L’illustratrice
Marianna Balducci, riminese, è laureata in moda e lavora a progetti pubblicitari e per l’editoria per bambini e ragazzi. Il disegno è il suo mestiere, il suo strumento preferito per comunicare e per esplorare il mondo. Le piace sperimentare combinazioni tra strumenti tradizionali e digitali e, in particolare, tra disegno e fotografia.
Nel 2018 proprio con il suo primo libro foto-illustrato “Il viaggio di Piedino” (Bacchilega Junior), vince il premio Nati per Leggere. Al disegno affianca l’attività di docente in un seminario di comunicazione visuale per la facoltà di moda di Rimini, Università di Bologna. Scrive di libri e di attività educative legate al disegno per i magazine “Ad Un Tratto” e “Occhiovolante”.

Paquito

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Ragazze Elettriche (Naomi Alderman)

9788874526758_0_0_551_75Ma per le ragazze non era stato altrettanto semplice. Non è possibile proteggerle le une dalle altre. Alcune di loro sono piene di rabbia e altre sono cattive, e ora che si sa come stanno le cose, ce ne sono alcune che entrano in competizione per dimostrare forza e abilità.

Il mondo costruito da Naomi Alderman è molto simile al nostro: stessa tecnologia, stessa conformazione geopolitica, stessi mezzi di comunicazione e informazione; tutto sembra uguale se non fosse per una piccola ma fatale differenza: a un certo punto tutte le ragazze adolescenti cominciano a sviluppare una capacità, quella di lanciare scariche elettriche attraverso le mani. A generare questo potere è una matassa che si trova sotto la clavicola che, a quanto pare, è tipica di tutte le donne tanto che le ragazze riescono a risvegliare questa capacità anche nelle donne più grandi, le madri, le nonne.
Questa nuova e sorprendente abilità, che il genere femminile si è letteralmente ritrovato fra le mani dal giorno alla notte, sviluppa una crisi globale e un rimescolamento dei ruoli di potere. Il romanzo ha una struttura corale grazie alla quale vengono raccontate le storie di diversi personaggi che si intrecceranno in più punti cruciali: c’è Roxy una ragazza potentissima, Allie che è in fuga dal suo passato, Tunde che è un giovane giornalista in cerca di avventura, e molti altri ancora.
“Ragazze elettriche” (edito in italia da Nottetempo) non è una semplice distopia, ma un romanzo in cui, all’improvviso, i ruoli di potere sono ribaltati e, di conseguenza, tutta la struttura sociale viene riscritta sulla base di questi ruoli. Si potrebbe pensare che le donne al potere facciano un lavoro migliore di quanto sia stato fatto finora. Invece no e sta tutta qui la bellezza di questo romanzo: le donne non sono altro che esseri umani e, come tutti, sono corruttibili. Non importa che si sia uomo o donna, quando si è in una condizione di supremazia si attuano gli stessi comprtamenti. Così, le donne al potere sottomettono gli uomini, commettono violenza, li privano della libertà e della individualità in un perpetrarsi di comportamenti tossici. Ovviamente, questo non vale per tutte: alcune mantengono la loro umanità, anche se sono in netta minoranza.
Alla base del romanzo quindi c’è non solo una storia che mette in gioco implicazioni politiche, sociali e religiose, ma anche un’analisi dei rapporti di supremazia uomo/donna nella nostra società e un tentativo di trasmettere l’importanza di raggiungere l’uguaglianza tra generi perché nessuno possa sentirsi più sottomesso da qualcun altro.
Naomi Alderman gioca con il genere distopico per raccontarci una grande verità: nessuno, uomo o donna è migliore solo perché appartiene a un genere rispetto a un altro. L’umanità è facilmente corruttibile dal potere e l’autrice ha ampiamente mostrato questa sua idea attraverso le storie e i comportamenti dei protagonisti, che sono come le due facce della stessa medaglia: ci mostrano come il potere logori chi ce l’ha e come renda vulnerabile chi ne è sprovvisto. La sua scrittura evocativa e intima ci fa entrare in contatto con i personaggi in modo che, anche se non ne condividiamo scelte e pensieri, possiamo comunque provare empatia per loro.

Titolo: Ragazze Elettriche
Autore: Naomi Alderman
Genere: Distopia
Casa editrice: Nottetempo
Pagine: 446
Anno: 2017
Prezzo: € 21,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Consiglio di lettura: Per chi apprezza questo genere narrativo senza dubbio “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood.

L’autrice
Naomi Alderman è scrittrice, sviluppatrice di videogiochi e app, conduttrice radiofonica e insegnante di scrittura creativa. Ha partecipato nel 2012 al Rolex Mentor e Protégé Arts Initiative un programma che abbina scrittori emergenti a dei mentori: la sua è stata Margaret Atwood che ha sicuramente incoraggiato la nascita di “Ragazze elettriche” a cui è dedicato. Tutti i romanzi si Naomi Alderman sono pubblicati in Italia per la casa editrice Nottetempo.

Giovanna

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Aglio, menta e basilico (Jean-Claude Izzo)

9788876419287_0_0_422_75Il mio Mediterraneo non è quello delle cartoline. La felicità non ti viene mai regalata, te la devi inventare. I viaggiatori non possono avere tutti gli stessi gusti. c’è chi viaggio per vedere, chi per godere. E chi per entrambi. Ma basta aver preso almeno una volta un pullman per raggiungere un’oasi lontana, nelle sabbie, e sai che qui nel Mediterraneo ti verrà sempre dato tutto, a condizione di volerlo, e di protendere lo sguardo e le mani.

Una raccolta inediti di Jean-Claude Izzo, in cui troviamo tutti i temi fondamentali della sua opera: Marsiglia, il mare e il noir mediterraneo, genere letterario di sua invenzione. In più, tre racconti dedicati ai grandi protagonisti della cucina e del paesaggio mediterranei: l’aglio, la menta e il basilico. Molti gli scritti su Marsiglia, città unica al mondo, con la sua storia, la sua musica, la gente di tutto il mondo accolta nel suo porto; pensieri romantici sulla bellezza del mare e, soprattutto, sull’identità del Mediterraneo, il punto d’incontro tra i popoli delle sue rive, tra il sud e il nord, tra le tante civiltà nate sulle sue coste.
“Aglio, menta e basilico” di Jean-Claude Izzo (Edizioni E/O) può essere suddiviso in tre parti. La prima è quella che si potrebbe considerare di descrizione, ma che io preferisco definire di poesia. Izzo è uno dei principali esponenti del noir mediterraneo e in questo libellum ci dipinge su carta le meravigliose ambientazioni dei suoi noir, a cominciare dalle location; non paesaggi da cartolina, ma bellezze piccole e fugaci: barche di pescatori che rientrano al tramonto, fumi che si liberano nell’aria, paesini liguri semideserti e a misura d’uomo. Ma tutte queste descrizioni paesaggistiche diventano pretesto per decantare le bellezze di ogni altra perla del mediterraneo. Tutte hanno qualcosa di poetico da contemplare, osservare, apprezzare, sognare, fino a creare quella che lui definisce la “geografia delle felicità possibili”.
Izzo è figlio di immigrati italiani e spagnoli cresciuto in una Marsiglia multietnica, dove tutti sono fratelli di tutti, non esistono razze, ma un unico status di cittadino: il Mediterraneo. Da qui viene fuori tutto il suo pensiero politico antieuropeo, secondo cui il Mediterraneo è l’ultimo baluardo della civiltà antica, e il pensiero che Marsiglia possa perdere la propria identità culturale a scapito di una più ampia europeizzazione voluta dai poteri forti lo preoccupa ampiamente.
La seconda parte è di riflessione. Principalmente, un elogio agli ingredienti principali della cucina mediterranea (che danno anche il titolo al libro) e delle sue buone e semplici ricette, come pure Manuel Vázquez Montalbán e Andrea Camilleri hanno saputo fare. Poi, le riflessioni si spostano su altre peculiarità dei popoli dell’area geografica in questione: i mercati, la musica e i suoni, la cordialità. Tutti trait d’union che rafforzano ulteriormente il concetto, espresso nella prima parte, di unità dell’uomo mediterraneo.
La terza parte, infine, è quella della finzione. Un racconto inedito su Fabio Montale, il personaggio protagonista dei noir di Izzo, nonché suo alter ego. Una storia brevissima, ma emozionante, forte, incisiva. Di cosa parla? Scopritelo voi, tanto il libro si legge in mezza giornata.
Le pagine scivolano via senza che ve ne accorgiate. Perché Izzo è così: semplice, asciutto, conciso, ma tremendamente efficace.

Titolo: Aglio, menta e basilico
Autore: Jean-Claude Izzo
Genere: noir mediterraneo
Casa editrice: Edizioni E/O
Pagine: 102
Anno: 2017
Musica consigliata: Cut Killer – Nique la Police
Film consigliato: L’odio (1995) di Mathieu Kassovitz
Bevanda consigliata: Vino rosso
Tempo medio di lettura: 1 giorno

L’autore
Jean-Claude Izzo è nato nel 1945 a Marsiglia, dove è morto nel 2000, a soli 55 anni. Ha esercitato molti mestieri prima di conoscere un successo travolgente con la trilogia noir (Casino totale, Chourmo, Solea), con i romanzi Il sole dei morenti e Marinai perduti, la raccolta di racconti Vivere stanca e la raccolta di scritti inediti Aglio, menta e basilico, tutti pubblicati con Edizioni E/O.

Giano

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La donna capovolta (Titti Marrone)

9788862524537_0_0_422_75L’incontro al teatro con il mio ragazzo di un tempo ridotto a rottame mi ha fatto male perfino più della faccia da prugna secca che mi scruta dallo specchio ogni mattina, più dei solchi delle mie stesse rughe. Perché mi ha consegnato l’istantanea di un’ineluttabilità imminente: quella della vecchiaia, del disfacimento fisico. Preludio della morte.
E poi. Mi vergogno ad ammetterlo. Ho cinquantotto anni, ma solo da poco ho messo a fuoco sul serio, con tragica, totale nitidezza, il pensiero che presto potrebbe toccare anche a me.

Ho trovato “La donna capovolta”, il romanzo di Titti Marrone edito da Iacobelli editore, un libro davvero molto interessante. Due donne completamente differenti tra loro: Eleonora, una docente che interpreta perfettamente il ruolo di donna della sofisticata borghesia napoletana del nuovo millennio; e Alina, una laureata in ingegneria costretta a ricoprire l’umile compito di badante per sostenere la propria famiglia in Moldavia. A unirle un’altra donna, Erminia, la madre di Eleonora alla quale Alina dovrà prestare cure e assistenza. Donne completamente differenti, unite dall’amore filiale (Eleonora ha Laura, una ragazza che studia in Francia ma non sembra soddisfatta del proprio percorso universitario; Alina ha Misha, un ragazzo pronto a lasciare Barcellona per trasferirsi in Inghilterra con la fidanzatina) e dalla mancanza di qualcosa: un particolare, un’inezia che finalmente le appaghi. Ma cosa succederebbe se – improvvisamente – le certezze di entrambe crollassero come un castello di carte?

Titti Marrone offre al lettore moltissima sostanza e pochi fronzoli. Dialoghi impeccabili. Si ha la sensazione di ritrovarsi tra le mani un copione pronto per essere messo in scena. Un libro che merita di essere letto da un pubblico femminile, che potrà facilmente identificarsi in uno dei personaggi, ma anche maschile, per una profonda riflessione sull’universo delle donne.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“La donna capovolta”. Come è nato questo progetto? Forse per una di quelle urgenze inderogabili, spontanee, che ti nascono dentro quando vivi un forte disagio ed hai bisogno di mettertelo davanti, stendendolo su una pagina scritta, affidandolo a parole che non avevi avuto il coraggio di pronunciare nemmeno a te stessa. E se poi, come nel mio caso, credi nel potere terapeutico della scrittura, allora quell’atto di distendere una storia offrendola – offrendoti – in pasto anche agli altri può arrivare a curarti. Come se tu ti guardassi allo specchio. In tutta onestà. Ecco, forse c’è questo dietro il mio ultimo romanzo. Uscivo da un lunghissimo periodo di assistenza a mia madre anziana e malata, durato otto anni. E avevo fatto esperienza di ogni tipo di badante ricavandone sensi di disagio, di mie inadeguatezze, e facendo scoperte sul mio conto che non mi sarei mai aspettata. Così è nato “La donna capovolta”, che mette due creature femmine una di fronte all’altra. Due che sulle prime non si potrebbero immaginare più diverse ma poi legate dalle circostanze nella reciprocità di una dipendenza obbligata e poco tollerata. La vicenda che racconto, nei suoi diversi svolgimenti, è del tutto inventata, solo l’impulso iniziale è autobiografico, ma l’avvio è stato quello che ho appena spiegato.
Cominciamo con le protagoniste: Eleonora e Alina sono molto diverse eppure assai simili nell’affrontare le dinamiche familiari quotidiane. Quando si parla di figli e genitori tutto il mondo è paese? In un certo senso è così. Sia Eleonora che Alina hanno un figlio alle prese con la ricerca di un proprio posto nel mondo. Si tratta di una condizione che solo verso la fine del romanzo mostrerà tutte le potenzialità di propiziare un avvicinamento tra le due donne. Ma sulle prime la disparità di condizioni economiche e sociali tra la stimata prof universitaria e la badante di sua madre sembrerebbe disegnare due traiettorie relazionali assolutamente diverse: Eleonora sostiene economicamente, senza troppi sacrifici, sua figlia nei suoi dispendiosi studi a Lione che dovrebbero farne una scienziata, Alina fa i salti mortali per assicurare al figlio la possibilità di completare un corso a Barcellona, e per mantenerlo mostrerà di essere disposta a tutto. Entrambe, però, opereranno sui figli una proiezione troppo accentuata delle rispettive aspettative. E più o meno nello stesso momento, ne rimarranno deluse, perché i figli prenderanno strade diverse da quelle progettate dalle madri. Come avviene, nella vita vera, a tutte le latitudini.
Con Alina hai superato il cliché della badante senza un briciolo di cultura che viene in Italia per svolgere lavori molto umili. Qualcosa di reale eppure troppo spesso ignorato. Chi o cosa ha ispirato il personaggio? Alina, efficientissima badante moldava ingaggiata per alleviare Eleonora dalle incombenze della cura, è in un certo senso la sintesi di tutte le numerose badanti che si sono avvicendate in otto anni nella cura di mia madre. È sorretta da un progetto economico e di vita  alimentato con un marito lontano rimasto in patria e più di tutto votata a sostenere gli studi del figlio in Spagna. In Italia da dieci anni, Alina occulta la sua padronanza dell’italiano, così come la sua identità d’ingegnere nel suo Paese e di donna colta: l’esperienza le ha insegnato che, per mantenere il lavoro, è più prudente adeguarsi allo stereotipo di badante diffuso nelle case in cui è ospitata. Ma dentro di sé prova nostalgia per il passato del suo Paese e insofferenza nei confronti dei sentimenti progressisti delle persone per cui lavora, che ai suoi occhi sono del tutto fasulli.
Passando a Eleonora, ho apprezzato moltissimo il suo lato fragile. Una donna sicura di sé costretta a fare i conti con il susseguirsi degli eventi e il progressivo sfaldarsi delle sue certezze. Cosa volevi raccontare attraverso il suo personaggio? Attraverso Eleonora volevo raccontare la crisi d’identità e la paura d’invecchiare di un certo tipo di donna convinta di essere sempre nel giusto ma in realtà piena di pregiudizi. Eleonora, filosofa di genere e prof universitaria, è ancorata alle sue frequentazioni progressiste e  intellettualmente raffinate, ma vive una profonda crisi di spaesamento interiore. Ha un marito narcisista e sfuggente, la figlia all’estero per un prestigioso master e, soprattutto, un’anziana madre demente da accudire, insieme al padre svaporato in atteggiamenti di rancorosa irresponsabilità e a un fratello, per comodità astutamente latitante dagli obblighi filiali. Ha spaventosi sensi di colpa e insieme profonde insofferenze nel confronti della vecchiaia e della malattia materne, pur vedendole come anticipazioni di una realtà che presto la riguarderà. Entrambe si trovano d’un tratto, a essere tradite, deluse dove meno se l’aspettavano. Entrambe vivono uno snodo dell’esistenza. E ciascuna racconta dall’inizio la sua direttamente, per la sua parte, in brevi, spietati oppure ironici lampi di coscienza contrapposti. Sia Eleonora che Alina sono donne capovolte per il fatto di non stare più bene nella pelle fin lì indossata, perché costrette dalle circostanze a rovesciare le proprie visioni del mondo e dei rapporti. L’impianto del racconto è un susseguirsi di situazioni, colpi di scena e personaggi in cui le voci narranti producono effetti d’involontaria feroce comicità sulla vecchiaia, la malattia, le delusioni della vita, i piccoli trucchi per fuggire dalle responsabilità.
E ora la condizione di Erminia: al di là della diagnosi, il suo personaggio rappresenta la progressiva perdita della memoria delle nuove generazioni che, progressivamente, si distaccano da quelle vecchie. Riflessione corretta? Sì. La solitudine di Erminia mette in evidenza come abbiamo tutti smarrito la capacità della cura e quanto poco siamo disposti a farci carico dei nostri vecchi. Colpa del nostro narcisismo, della centralità che attribuiamo alle nostre vite, allo sfaldamento dei rapporti familiari. Ma colpa anche di una sottovalutazione dell’importanza della cura, che sparisce o si riduce anche nella dimensione pubblica dove, quando si tratta di operare dei tagli di spesa, tra le prime a saltare ci sono le politiche del welfare, dell’assistenza per gli anziani, dell’accudimento che invece, visto il progressivo invecchiamento della popolazione, dovrebbe essere potenziato.
Il rapporto tra Eleonora e Alina coi loro figli. Per entrambe i dissidi nascono dalle scelte di Laura e Misha, diametralmente opposte a quelle che avrebbe preso le loro madri. Un sottinteso monito ai genitori: non vivete la vita dei vostri figli ma permettete loro di mettersi nei guai? È sempre difficile immaginare di rivolgere moniti ai genitori, alle prese con un impegno che è veramente il più difficile del mondo e comunque esposti all’errore. Ed è difficilissimo, riguardo ai figli, mantenere il giusto equilibrio tra una cauta vigilanza e il rispetto delle loro scelte Ma quello che personalmente penso è proprio che, alla fine, nell’incertezza sia meglio permettere loro di commettere gli errori che credono.
Cosa ti aspetti da questo libro? Poiché non parteggio né per Eleonora né per Alina, il mio vero punto di vista è quello espresso dalla terza voce del racconto, alternata alle parti in prima persona: è quella di un io narrante che oggettivizza e svela le tensioni in corsa tra le due donne. Tensioni nelle ultime pagine esplose in un dialogo diretto tra Eleonora e Alina, con punte comiche o anche drammatiche, che mostra un aspetto assai diffuso nella complessità delle nostre vite ma non esplorato a sufficienza: la difficoltà di praticare una vera accoglienza nei confronti di qualcuno che si lascia alle spalle gli affetti per farsi carico di assistenze pesantissime e, dall’altra parte, la difficoltà ad adeguarsi a ruoli e modi di vivere così profondamente diversi da quelli del proprio Paese di provenienza. Il finale a sorpresa è la cosa che più mi sono divertita ad inventare, perché credo che ben rifletta la difficoltà di una possibilità di sorellanza molto vagheggiata ma assai poco accessibile. Infine, quel che mi aspetto da questo libro è che aiuti a fare chiarezza in chi vive queste contraddizioni, oltre che quelle sulla cura, sul rapporto con la vecchiaia e la malattia proprie e dei propri genitori.

Titolo: La donna capovolta
Autore: Titti Marrone
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Iacobelli editore
Pagine: 175
Anno: 2019
Prezzo: € 16,00
Film consigliato: “Birthday Girl”,  film del 2001 diretto da Jez Butterworth con Nicole Kidman e Vincent Cassel.
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autrice
Titti Marrone, napoletana, giornalista, è autrice di vari libri tra i quali, con Gustaw Herling, “Controluce” (Pironti 1992), “Il sindaco” (Rizzoli 1996), “Meglio non sapere” (Laterza 2003, ultima edizione 2017), e il romanzo “Il tessitore di vite” (Mondadori 2013).
Dal 1996 insegna Storia e tecniche del giornalismo. Ha curato la raccolta di racconti “Ho sete ancora. 16 scrittori per Pino Daniele” (Iocisto edizioni 2015).

Paquito

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La gang del pensiero (Tibor Fischer)

9788871689609_0_0_422_75«Hubert si è sistemato la chioma, si è infilato gli occhiali da sole e si è rimirato nello specchietto retrovisore.“Questo è l’illuminismo, e che cazzo”».

Una premessa d’obbligo: “La gang del pensiero” di Tibor Fischer (edito da MarcosyMarcos) è uno dei romanzi più assurdi che abbia mai letto e ora ve ne spiegherò il motivo.
Innanzitutto, il protagonista, Eddie Coffin, è un filosofo e professore di Cambridge, calvo e in sovrappeso. Dov’è l’assurdo direte giustamente voi. Vedete, il nostro protagonista ha delle abitudini a dir poco sopra le righe: è amante dell’alcol e non ha la benché minima idea di cosa voglia dire prendersi cura di sé stessi. Spesso resta coinvolto in situazioni dubbie, che vanno dall’essere trovato nudo in casa di non si sa chi e non si sa per quale motivo al probabile adescamento di studentesse. Ritrovatosi nei guai con la polizia inglese, decide di scappare in Francia. Come se ciò non fosse già di per sé sufficiente, qui Coffin subisce un tentativo di rapina da un tizio, tale Hubert, che definire sfigato è un eufemismo: infatti, questi non solo ha una serie di menomazioni fisiche che gli procurano molte difficoltà, ma si è fatto rifilare anche un ferro praticamente inutile. Ed ecco che, paradossalmente, da probabili nemici i due finiscono per diventare i più improbabili degli amici e, ancor di più, complici in una serie di rapine in banca nella zona sud della Francia in seguito alle quali balzano agli onori della cronaca come La gang del pensiero.
Non aggiungo altro, rischierei di rovinare l’effetto sorpresa! Posso però dirvi che, proprio quando penserete: “Ok, questo è troppo, non è possibile!”, succederà qualcosa che vi lascerà ancora più di stucco. Non riuscirete proprio a fermarvi perché lo stile dell’autore – che alterna le avventure dei protagonisti e dei dialoghi davvero accattivanti, ironici e pungenti, a delle incursioni filosofiche che non sono di certo un’eco delle lezioni liceali – vi terrà incollati alla pagina, cartacea o digitale, fino alla fine.“La gang del pensiero” è sicuramente un libro da leggere, soprattutto se si ha voglia di sperimentare generi e stili narrativi differenti.

Titolo: La gang del pensiero
Autore: Tibor Fischer
Casa editrice: MarcosyMarcos
Genere: Commedia surreale
Pagine: 464
Anno: 2020
Prezzo: € 19,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Filmografia consigliata: “Trainspotting” (1996) di Danny Boyle

L’autore
Tibor Fischer, è uno scrittore britannico di origini ungheresi. Ha esordito nel 1992 con il romanzo “Sotto il culo della rana”. Nel 1994 pubblica “La gang del pensiero” che esce in Italia soltanto due anni dopo. Nel 2020 la casa editrice MarcosyMarcos ne pubblica una nuova edizione.

Vera

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Sfidare il cielo (Marco Cattaneo)

9788817146746_0_0_471_75Mi piacerebbe che tra centocinquant’anni qualcuno scrivesse il seguito di questo libro intrecciando, un po’ come ho provato a fare io, le più importanti partite di calcio e i principali fatti storici del prossimo secolo e mezzo.

C’è poco da dire su un libro del genere. “Sfidare il cielo”, il nuovo libro di Marco Cattaneo edito da Rizzoli, è una raccolta di racconti particolarmente interessante per ripercorrere la storia del calcio (dalle origini a giorni nostri), ma soprattutto per guardare la Storia con uno sguardo obliquo, quello di chi ha vissuto questo sport da protagonista (calciatori, allenatori, ecc.) o a bordo campo.

Cattaneo seleziona 24 partite alle quali lega altrettanti eventi storici in grado di cambiare il volto di una città, di una nazione o di un intero continente. Da voce a eroi col volto comune che con un gol, un gesto tecnico, un’esultanza o un gesto di protesta hanno rappresentato interi popoli. Tutti uniti da un comune sentimento: l’amore per questo sport che, meglio d’altri, riesce a raccontare i cambiamenti sociologici di qualsiasi realtà.
Tra i pregi maggiori, la capacità dell’autore di rivolgersi a un pubblico quanto mai variegato, con chiari messaggi rivolti ai ragazzi: scrivete il vostro futuro godendovi il presente e imparando, molto, dal passato.
Non aggiungo altro. La parola all’autore.

Sfidare il cielo. Come è nato questo volume? Da uno scambio di idee e pensieri con gli amici di “Book on a Tree”, la scorsa estate. E da due grandi passioni che ho coltivato nel tempo: il calcio, naturalmente, che è una parte più che rilevante della mia vita, e la storia. A Sky ho dei maestri che da anni coniugano le due cose, e le intrecciano, e partono dallo sport per arrivare a raccontare molto di più, di noi della nostra cultura e della società in cui viviamo. Penso a Matteo Marani e a Giorgio Porrà, o a Federico Buffa. Ho pensato allora che raccontare la storia attraverso il calcio come fanno loro, ma per i più piccoli, cioè per i lettori ai quali mi rivolgo da quando ho iniziato questa meravigliosa partita, potesse essere un buon modo per avvicinarli a una materia che è fondamentale conoscere, e che a volte reputano un po’ pesante, complessa. Così ho chiesto un aiuto al calcio, che è nel cuore di tutti i ragazzi.
Immagino che la difficoltà più grande sia stata quella di selezionare appena 24 partite. Sulla base di quale criterio hai scelto queste gare? C’è il rimpianto per aver lasciato fuori qualche match che avresti voluto raccontare? Ci ho lavorato con Marco Menozzi, che ringrazio. A volte è stata la partita a portarmi a scrivere del contesto storico, e a volte il contrario. Ci sono capitoli in cui la storia è al centro di tutto (e di argomenti ne avevo parecchi, tra guerre rivoluzioni progresso conquiste sociali e chi più ne ha più ne metta), e la partita è un pretesto per raccontare il fatto storico. E altri in cui accade il contrario, e la partita guida il racconto. Credo che gli ultimi 150 anni di storia d’Europa siano ben rappresentati, e più che rimpianti ho già qualche idea per il futuro: partirei da Juventus – Inter giocata a porte chiuse, ai primi di marzo, per raccontare la pandemia che ha sconvolto e cambiato il mondo; e racconterei una partita di calcio femminile, magari Juventus – Fiorentina di un anno fa, o una gara del mondiale femminile, per raccontare le battaglie delle donne per la parità di genere.
Di fatto il tuo libro può essere considerato non solo un volume di narrativa sportiva ma un autentico reportage sociologico per lettori giovani. Un modo per dire: il calcio fa parte della nostra cultura e non può limitarsi a mero business o spettacolo domenicale. Riflessione condivisibile? Il calcio è molto di più. Disegna la crescita dei nostri figli, che giocano con gli amici al parchetto dopo scuola, e insegna i valori sui quali poi si fonderà la loro vita: il rispetto, dei compagni e degli avversari, il senso del gruppo e della responsabilità, l’accettazione della sconfitta e l’impegno per raggiungere la vittoria. Ci sono difficoltà, delusioni, sacrifici, e c’è gioia e divertimento. E poi ci sono i messaggi, che il calcio trasferisce ai giovani, che i calciatori trasferiscono ai più piccoli. Penso a cosa sta accadendo in questi giorni dopo l’assassinio di George Floyd, e a quello che stanno facendo le società e i giocatori: nel calcio si sfidano gli avversari per 90 minuti; per il resto del tempo, il calcio può e deve porsi l’obbiettivo di sfidare il cielo.
Tra le storie che hai raccontato quella di Sindelar – il calciatore austriaco capace di opporsi concretamente al regime nazista – mi ha commosso. Quali sono state le storie che ti hanno costretto a fermarti, anche solo per un attimo, per eccesso di emozione? Abbiamo la stessa sensibilità, direi. Sindelar, ma anche i calciatori ucraini che fecero come lui, sfidando la follia nazista, o Arpad Weisz, di cui conoscevo già bene la storia grazie al libro di Matteo Marani. Sono tre storie ambientate durante la seconda guerra mondiale, e hanno a che fare con il più grande orrore nella storia dell’umanità. È proprio qui che vorrei che Sfidare il Cielo facesse centro sui più piccoli; se il calcio mi sarà d’aiuto per arrivare anche solo a uno di loro, e lo farà fermare a riflettere sulla pagina più nera della nostra storia, e a capire quali errori non andranno mai più fatti, per me sarà un enorme gratificazione.
Iniesta, Boban, Thuram: fuoriclasse assoluti che hai raccontato attraverso vicende umane prima che sportive. Tra i tanti calciatori che hai conosciuto quale ti ha sorpreso di più lontano dal campo e perché? Tolgo quelli con cui lavoro, perché sarebbe troppo facile: questo lavoro mi ha fatto conoscere uomini di uno spessore enorme, che magari non ti arriva subito attraverso la tv, quando li vedi giocare in campo. Ti faccio solo due nomi, dimenticandone cento: Gabriel Omar Batistuta, che un giorno a Trigoria, avevo 23 anni ed era una delle prime trasferte della mia vita, mi mise un braccio attorno alle spalle e mi consolò, senza conoscermi, per un’intervista andata male (non con lui) e finita con un battibecco. La cosa mi colpì tantissimo. E poi, visto che ho detto di non citare quelli con cui  lavoro, faccio il nome di uno con cui ho lavorato, e con cui mi piacerebbe tornare a farlo: Luca Vialli.
Tecnicamente parlando, mi è piaciuto moltissimo utilizzare – per buona parte delle storie – il punto di vista di un bambino per raccontare le partite. Sembra implicito il messaggio: Cari lettori in erba a voi il compito di scrivere un futuro senza barriere e senza razzismo? È quello che dicevamo prima: a costo di essere un po’ banali, sono loro che scriveranno la storia del prossimo secolo. E io ho molta fiducia in loro: credo che abbiano accesso a molte più informazioni di quanto ne avessimo noi da piccoli, e questo grazie anche al contributo dell’editoria per bambini e ragazzi. Che loro conoscano la storia, non è importante, è fondamentale.
Restando in tema, sei un giornalista sportivo, uno scrittore ma innanzitutto un papà, pertanto: torneremo a vedere i bambini rincorrere il pallone nelle piazze e nei parchi o ci trascineremo dietro questo terrore ancora a lungo? Impareremo a conviverci, spero per il tempo più breve possibile, fino al vaccino, o a una cura definitiva, o alla trasformazione del virus, non ne ho idea. Nel frattempo, faremo come abbiamo fatto negli ultimi 4 mesi: ci ingegneremo. Il 15 giugno esce un instant book che ho scritto con Federico Taddia e Pierdomenico Baccalario, che sono due maestri, e che è rivolto proprio a chi si sta chiedendo come torneranno a giocare i bambini, e come comportarsi quando si troveranno insieme al parco: si chiama “Giochi di gruppo (anche) a un metro di distanza”, ed è edito da Mondadori.
Il periodo che lentamente ci lasciamo alle spalle irrimediabilmente modificherà le nostre abitudini e la nostra cultura. Come e quanto cambierà il calcio dopo la pandemia? Sono curioso di rituffarmi nel campionato. Non vedo l’ora di tornare nel nostro studio di Milano, di vedere Lele Adani, Massimo Ambrosini, Matteo Marani, e tutta la nostra squadra del sabato, che è molto di più di un gruppo di lavoro. E sono certo che alla prima rimessa laterale, ci saremo già accorti che il calcio non è cambiato e non cambierà. Si è solo preso una pausa, nel rispetto delle vittime di questa tragedia, della sofferenza di milioni di famiglie e della salute di tutti noi.
Cosa ti aspetti da questo libro? Mi piacerebbe avesse un futuro nelle scuole. Vorrei andare dai ragazzi e vedere anche la loro commozione, e indignazione, nel sentire la storia di Sindelar. Vorrei questo.
Titolo: Sfidare il cielo. Le 24 partite che hanno fatto la storia

Autore: Marco Cattaneo
Genere: Racconti sportivi
Casa editrice: Rizzoli
Pagine: 310
Anno: 2020
Prezzo: € 16,00
Film consigliato: “Fuga per la vittoria”, film del 1981 diretto da John Huston.
Graphic novel consigliato: “Fuorigioco. Matthias Sindelar, il Mozart del calcio”, libro illustrato di Fabrizio Silei e Maurizio A. Quarello edito da Orecchio Acerbo
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Marco Cattaneo
è giornalista e conduttore di Sky Sport, oltre che autore di libri per ragazzi. Sua è la serie “Zio Billy e i suoi amici”, scritta con Alessandro Costacurta ed edita da Salani. Per Rizzoli ha pubblicato anche l’e-book gratuito “La nostra partita”, per raccontare ai bambini la lotta contro il Coronavirus attraverso la metafora del calcio.

Paquito

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Caffè Voltaire (Laura Campiglio)

9788804722267_0_0_422_75 (1)Da bambina volevo fare il presidente della Repubblica, ma era una soluzione di ripiego. Mi avevano spiegato che no, il Papa proprio non si poteva, e così, sfumato il Vaticano, mi sarei accontentata del Quirinale.

Leggero. È questo l’aggettivo giusto per raccontare “Caffè Voltaire”, il nuovo romanzo di Laura Campiglio edito da Mondadori. Una commedia sentimentale nella quale trovano spazio: politica, precariato, desiderio di fama ed evoluzione dei mass media.
Protagonista della storia è Anna, una giornalista precaria – che ha perso il conto delle collaborazioni ma non il desiderio di raccontare la quotidianità – con la passione per gli insetti, i termini palindromici e l’opera. Una trentacinquenne dalla penna tagliente che, per uno scherzo del destino, si troverà costretta a firmare dei corsivi per due quotidiani di opposte fazioni politiche, naturalmente mantenendo nascosta la propria identità. Riuscirà nell’impresa?

Fin dall’incipit ho apprezzato questo romanzo in grado di intrattenere il lettore con un linguaggio al passo coi tempi e con tematiche di grande attualità. La protagonista, Anna, evolve pagina dopo pagina trasformandosi completamente nel finale. Perennemente in bilico tra carriera e sentimenti, la giornalista riesce a cavarsela quasi sempre grazie al supporto delle amiche Federica e Randa – quest’ultima divertentissimo espediente narrativo – e grazie al nonno Pietro, autentico grillo parlante della storia. Una storia che, a mio parere, merita di essere letta da un pubblico femminile, che con grande semplicità riuscirà a immedesimarsi nelle protagoniste, ma pure da quello maschile, al quale un istante di riflessione non farebbe affatto male.
Non aggiungo altro e lascio la parola a Laura.

“Caffè Voltaire”. Come è nato questo romanzo? L’idea di come qualsiasi rappresentazione della realtà sia necessariamente mediata da un punto di vista è per me una specie di ossessione, forse perché è la dinamica centrale dell’azione stessa del narrare. Mi sembrava che il discorso pubblico fosse un buon terreno di gioco per indagare come la verità – questo oggetto misterioso e sfuggente – possa essere facilmente distorta e stravolta a seconda di come la si racconta: la vecchia storia delle due campane, per intenderci. E così ho pensato ad Anna Naldini, che si ritrova a seguire una campagna elettorale sia per il quotidiano della sinistra radicale che per quello della destra populista: ogni giorno Anna dovrà produrre due editoriali di segno opposto, scrivendo tutto e il contrario di tutto e dimostrando come, in presenza di un messaggio politico semplificato fino all’unità minima dello slogan, del tweet o addirittura del meme, ogni presunta verità possa essere ribaltata senza fatica, come se fosse un mero esercizio di stile. Ma si può dire tutto e il contrario di tutto sperando di uscirne indenni? Ovviamente no, e Anna Naldini lo scoprirà a sue spese.
Cominciamo con Anna, la protagonista. Lecito chiederti quanto c’è di vissuto e quanto di autobiografico in un personaggio del genere. La storia di Anna, per fortuna, non è la mia: non mi sono mai ritrovata in una situazione lavorativa così scomoda, né a dovermi prestare a un doppio gioco così meschino. Ma siccome parlavamo dell’importanza del punto di vista, ecco, il punto di vista di Anna è sicuramente vicino al mio: il precariato, purtroppo, lo conosco molto bene, le dinamiche relazionali del romanzo sono quelle della mia generazione, la sua visione del mondo assomiglia alla mia (anche se non totalmente, o mi sarei annoiata a scrivere). Di autobiografico, invece, c’è il personaggio del nonno, anche se il ritratto del signor Pietro da Lomello, che pure ho cercato di rendere con tutta la cura di cui sono stata capace, è e sarà sempre riduttivo rispetto all’originale.
Passiamo a Randa e Federica. Sembrano essere, insieme ad Anna, i lati del triangolo scaleno più spassoso della letteratura contemporanea. Attraverso loro hai voluto parlare d’amore ma – innanzitutto – di rispetto verso sé stessi. Che nessun principe azzurro ostacoli il cammino verso i sogni? Guarda, da più di quattro anni sono orgogliosamente titolare della posta del cuore su “Cronaca Vera” (che infatti nel romanzo compare, insieme a un cammeo del suo direttore): di amori, amorazzi, corna, sospiri e tormenti melodrammatici ho scritto fino alla saturazione. Mi piaceva che in questo libro le relazioni amorose fossero tutt’altro che centrali, anzi un po’ tirate via, funzionali solo a descrivere un momento di passaggio, un cambiamento nei personaggi. E poi dai, niente di rivoluzionario: che le donne sappiano costruire sé stesse al di fuori di una relazione di coppia lo sappiamo da sempre.
Bonaccorsi, Delgado e Lapenna, tre volti – particolarmente realistici – della situazione politica che si vive nel romanzo, ma pure attualmente in Italia. Nonostante il tono scanzonato del romanzo, hai lanciato un messaggio inequivocabile: che il governo si prenda cura dei propri elettori non solo con le campagne mediatiche ma anche e soprattutto nella quotidianità. Giusta osservazione? Giusta, ma anche un po’ chimerica. Ho scelto di ambientare il romanzo durante una campagna elettorale perché il periodo che precede le elezioni è, e non da oggi, un momento patologico della democrazia: si promette e si crede a qualunque cosa (la stessa espressione di “promessa elettorale” implica un grado di credibilità prossimo allo zero), si mettono in conto colpi bassi e fake news, il balletto delle possibili alleanze non ci scandalizza neanche più di tanto. Noi elettori siamo i primi a normalizzare questo clima, accettandolo come inevitabile. Sembra banale ricordarlo, ma la capacità di un governo di occuparsi della cosa pubblica a lungo termine non può e non potrà mai essere misurata dalle promesse fatte in campagna elettorale. Il che è un bel paradosso, visto che la campagna elettorale è il momento preposto a orientare il voto.
Berta e Arno sono i direttori di due giornali pronti a tutto pur di sbaragliare la concorrenza. Alla luce del periodo che abbiamo vissuto, come e quanto cambierà la comunicazione (in particolare quella giornalistica) e quanto sarà importante per i giornalisti prendere confidenza con i social facendo a spallate con il malcostume delle fake news? Non so rispondere, è un momento troppo delicato e io non ne so abbastanza per permettermi di ipotizzare scenari. Quel che è certo è che l’informazione non può più prescindere dai social, nel bene e nel male. Una fake news orchestrata ad arte per diventare virale può fare più danno di cento editoriali su cento testate. Ma d’altra parte, se non ci fossero stati i social e non fosse diventato virale il video dell’omicidio di George Floyd, non assisteremmo al risveglio di coscienza del movimento blacklivesmatter, che negli Stati Uniti ha già fatto sentire la propria voce negli scorsi anni, dal 2013 in poi, ma che in queste settimane, proprio grazie di social, si è internazionalizzato come è bene che sia. Stesso discorso per la nuova ondata ambientalista dei Fridays for future: il movimento corre sui social, i giornali possono solo seguire, riprendere, a volte arrancando a volte no. Ma in testa, mi sembra, c’è sempre l’internet, e non quello del giornalismo online, che pure in altri Paesi ha un peso e un’importanza crescenti, ma quello dei social, dei video condivisi, delle cose nate e organizzate online che poi diventano reali.
Il tuo libro è uscito in piena pandemia, tuttavia hai promosso “Caffè Voltaire” attraverso i social. Sarà questo il canale del futuro per fruire della letteratura? Sono abbastanza vecchia da ricordarmi le presentazioni vecchia scuola, non solo quelle pre-Covid ma quelle dei bei tempi andati in cui l’autore non si parlava addosso, il pubblico non aveva l’aria di chi sta andando dal dentista, si parlava un sacco e poi si finiva tutti a bere insieme. Capisci bene lo scoramento di non aver potuto presentare “Caffè Voltaire” di persona, come avrei voluto. Ero molto perplessa all’idea di promuovere il libro via social: e fai il video, e fai la promo, e crea l’hashtag, e fai la diretta. Mi sembrava tutto troppo spersonalizzato. In buona parte mi sono ricreduta: da spettatrice, ho seguito dirette e incontri molto interessanti e quando poi è toccato a me ho constatato un interesse e in certi casi anche un affetto tangibili. È un riscontro che pensavo potesse garantire solo la presenza fisica, e invece no. Abbiamo imparato tutti una modalità di fruizione nuova, credo che molto di quest’esperienza resterà, così come lo smart working, che diventerà una modalità usuale per molti. Però le presentazioni vecchia scuola mi mancano tanto, e infatti in questo periodo sono molto contenta perché finalmente sto fissando le prime date in presenza. Poiché una modalità non esclude l’altra, credo proprio che ce le terremo entrambe.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? “Caffè Voltaire” doveva uscire il 17 marzo: mi aspettavo tante cose, ne temevo ancora di più, e poi cos’è successo? È arrivata una pandemia globale. Se c’è una cosa che mi sono sforzata davvero di fare nelle settimane che hanno preceduto l’uscita del libro il 5 maggio è non solo abbassare, ma proprio espungere ogni aspettativa dal mio orizzonte. Ci sono riuscita abbastanza bene, sono arrivata all’uscita senza aspettarmi niente. E infatti sono molto contenta di tutto quello che sta succedendo.

Titolo: Caffè Voltaire
Autrice: Laura Campiglio
Genere: Commedia
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 264
Anno: 2020
Prezzo: € 18,00
Lettura consigliata: “I miserabili” di Victor Hugo
Spettacolo consigliato: “Les Misérables”, musical del 1980 di Claude-Michel Schönberg (musiche) e Alain Boublil (testi), tratto dall’omonimo romanzo di Hugo
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autrice
Laura Campiglio ha scritto per diverse testate, tra cui “GQ” e “Rolling Stone”. Cura su “Cronaca Vera” la rubrica Al posto del cuore, da cui è stato tratto un programma radiofonico in onda nel 2018 su Rai Radio2. Ha esordito nel 2007 con Dario Flaccovio Editore.

Paquito

Lettore medio

Una notte ho sognato New York (Piero Armenti)

9788804724995_0_0_471_75Mi sono raccolto nel silenzio e ho capito che dovevo partire. Andare lontano, oltre qualsiasi luogo conosciuto. Non bastava Milano, neanche Londra o Parigi. Dovevo mettere un oceano di distanza tra me e la vita. L’ho capito all’improvviso, mentre ero sdraiato in veranda, con gli occhi al cielo e le stelle sopra di me.

Un romanzo di formazione on the road. Credo sia questo il modo migliore per raccontare “Una notte ho sognato New York”, il nuovo libro di Piero Armenti edito da Mondadori.
Il sogno americano è il tema portante della storia. Quella di un ragazzo che, stanco della vita in una piccola realtà della provincia di Salerno, decide di intraprendere un viaggio verso la città più celebre degli Stati Uniti.
Una volta lì si lascerà rapire dalle bellezze di una città cosmopolita, in grado di cambiare volto a seconda della prospettiva dalla quale la si osserva. È una New York piena di opportunità per Jack, imprenditore di mezza età che permetterà al protagonista di conoscere gli agi della upper class; ma è pure una microscopica realtà in un corpo gigantesco se a viverla è l’italoamericana Rosetta, una donna che avverte profondamente la mancanza della terra d’origine e sembra non accorgersi di quanto caotica e possa essere la vita newyorkese.
Ma è anche, e soprattutto, la città delle opportunità e della speranza. Quella di chi vuol ottenere una Green Card attraverso un matrimonio concordato da giuristi senza scrupoli. Realizzerà, il protagonista, il suo sogno a stelle e strisce?

Barack_Obama_Hope_posterL’immagine che ho scelto per il blog tour sensoriale è “Hope” (in italiano: speranza), il poster di Obey nel quale è rappresentato l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.
Spera, il protagonista, di lasciarsi alle spalle una realtà provinciale nella quale pare non sentirsi più a suo agio. Spera di affermarsi a New York così come hanno fatto le persone che incontrerà durante il suo soggiorno.
Non so quanto sia autobiografico questo libro, ma è senza dubbio una storia vissuta. L’autore ricorre a una scrittura sensoriale che restituisce il sapore del cibo da fast food, il profumo dell’erba di Central Park e il suono di uno slang americano col quale familiarizzare al più presto per tentare di diventare cittadino americano prima e del villaggio globale poi. Un viaggio nella Grande Mela che lascia segni nell’anima e consuma le sue delle scarpe, per buona pace di qualsiasi lettore.
Non aggiungo altro e cedo la parola a Piero.

Cominciamo dall’ambientazione: New York è una città multiforme che sembra cambiare le proprie dimensioni a seconda della prospettiva dalla quale viene osservata. Enorme per chi nutre ambizioni, minuscola per chi vede disilluso il proprio sogno americano. Cosa rappresenta per te questa metropoli? New York è innanzitutto un grande palcoscenico dove ti giochi le tue carte, in un ambiente molto particolare, un laboratorio umano di creatività, follia e disperazione. Questa metropoli ha annullato l’idea che esista una normalità, perché tutto diventa norma, ogni vita, per quanto eccentrica, trova in New York un luogo in cui esprimersi liberamente. Una città dove ci provi a fare il tuo cammino, poi può andar bene o male ma importa poco perché anche la sconfitta non intacca la grandezza di questa città. Anzi la dimensione della sconfitta è tipica della narrazione newyorkese. Qui nessun successo è eterno, tutto cambia in fretta, tutto è fragile. Siamo tutti contemporaneamente vincitori e vinti.
Mi piace definire il tuo libro un romanzo di formazione on the road. Una guida di viaggio narrata con gli occhi di un ragazzo desideroso di confrontarsi con una metropoli ma anche e soprattutto con sé stesso. Quanto e come ti ha cambiato New York e quanto l’american style ha influenzato i tuoi gusti letterari? Ho voluto trasferire nel romanzo la velocità della vita newyorkese, dove tutto accade velocemente e non capisci fino in fondo cosa ti stia accadendo. Il protagonista che si guarda allo specchio vede come egli stesso stia mutando, come New York sia diventata anche l’occasione per mettere in discussione le proprie certezze. Rimane sempre in mezzo al guado, incapace di fare quel passo avanti per diventare totalmente newyorkese, ma anche di fare quel passo indietro per tornare a essere un semplice ragazzo di provincia. Il conflitto sarà sempre irrisolto, perché siamo sempre la somma del passato e del presente. Per quanto riguarda i gusti letterari, rimango legato a capolavori come “Il giovane Holden”.
Più che mai, in questo periodo, la figura dello scrittore sta mutando. Chi racconta storie non deve restare confinato davanti a un pc, ma essere aperto al confronto col pubblico soprattutto quello dei social. Condividi questa riflessione? I social ti costringono all’immediatezza de confronto, nel mio caso il romanzo è frutto del dialogo costante con la mia community. So bene quali siano le loro curiosità, i loro dubbi, e le loro incertezze. So anche qual è la mia esperienza. Unendo le due cose, ne esce un mix letterario capace di soddisfare le curiosità del lettore, e di raccontare anche un po’ della mia vita.
Nonostante tu sia un cittadino del mondo globale, rimarchi spesso le tue origini, segno tangibile di un legame forte con la famiglia e con l’Italia. Quanto ti manca il belpaese? Non sono un nostalgico, nel senso che mi sento soddisfatto della mia vita. La distanza aiuta ad amare di più la propria terra. Non ti dico che l’idealizzo, ma vivere a New York mi dà l’occasione per riflettere sulle mie origini, vedo in maniera più nitida pregi e difetti. Non è un caso se il romanzo parte da Valle dell’Angelo, che è il paese di mia mamma nel Cilento.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Averlo scritto e averlo pubblicato mi sembra già un grande motivo d’orgoglio. Spero di poter continuare il mio percorso da scrittore, perché innanzitutto mi diverte.

Titolo: Una notte ho sognato New York
Autore: Piero Armenti
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 216
Anno: 2020
Prezzo: € 18,00
Dopo aver letto il romanzo: Programmare un viaggio a New York visitando i luoghi citati nella storia.
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autore
Piero Armenti è un giornalista e urban explorer. Dopo aver concluso il suo dottorato all’Università Orientale di Napoli ha deciso di partire per New York ed è stato amore a prima vista. Così ha fondato “Il mio viaggio a New York”: un tour operator sui generis, ma soprattutto un blog dove ogni giorno racconta a modo suo la città più desiderata del mondo. Tra le sue pubblicazioni “Una notte ho sognato New York” (Mondadori, 2020).

Paquito

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Come un respiro (FerzanOzpetek)

9788835700876_0_0_422_75«A volte il destino si diverte a tenerci sulle spine, come un animale distratto. Ma l’attesa può essere perfino più dolce dell’incontro: basta imparare a nutrire le proprie speranze» ha osservato in modo enigmatico.

È una domenica mattina come tante a casa di Sergio e Giovanna. L’arrosto è nel forno, la tavola è apparecchiata, mancano solo gli invitati – Leonardo e Annamaria, Giulio ed Elena – ma è questione di minuti prima che suonino il citofono segnalando il loro arrivo. A presentarsi alla porta di casa però non sono i quattro amici attesi, ma una anziana signora che si presenta come Elsa Corti.
La donna cerca sua sorella, Adele, che cinquant’anni prima abitava proprio lì insieme a lei. La figura carismatica e misteriosa di Elsa affascina completamente i padroni di casa e i loro amici, che si vedranno improvvisamente catapultati indietro nel tempo fino agli anni ’60 per essere spettatori di una storia in cui l’amore, quello familiare e quello per un uomo, si intreccerà indissolubilmente con una tragedia e una separazione lunga tutta la vita.
Con “Come un respiro” (edito da Mondadori) Ferzan Ozpetek si conferma ancora una volta maestro delle emozioni: pagina dopo pagina, il lettore non potrà fare a meno di sentire dentro di sé l’esigenza di andare avanti, di leggere ancora un capitolo, per scoprire cosa realmente sia successo nel passato delle due sorelle. Intervallando una narrazione ambientata ai giorni nostri e una, sotto forma di lettera, tra gli anni ’60 e ’70, Ozpetek ci aiuta a sbrogliare la matassa degli eventi e fa sì che i protagonisti si concedano al lettore un po’ per volta e comunque mai del tutto.
Sullo sfondo degli eventi Roma e Istanbul, che più volte ritroviamo protagoniste silenziose dei lavori dell’autore, a conferma del suo grande amore per queste due città. Allo stesso modo, nel romanzo ricorrono temi già trattati da Ozpetek, soprattutto nella sua filmografia: mi riferisco all’omosessualità celata, ai segreti inconfessabili, al dolore provato a seguito di decisioni prese in passato; e poi la nostalgia – come direbbe Pessoa ne “Il libro dell’inquietudine” – delle cose mai state, le atmosfere oniriche e quella sorta di suspense emotiva che rendono questo romanzo già pronto per una trasposizione cinematografica. E, a proposito di questo, a chi conosce bene la filmografia di Ozpetek non sarà sfuggita la similitudine tra la scena del romanzo ambientata alla stazione di Venezia e quella dell’incontro, ambientato in un’altra stazione, tra Valeria Golino e Lucia Bosè nel film “Harem Suarè”, così come non sarà passato inosservato il richiamo, sostenuto dalla narrazione epistolare, al film “Il bagno turco”. Insomma, gli ingredienti per un gustoso banchetto ozpetekiano ci sono tutti: non vi resta che servirvi a dovere!

Titolo: Come un respiro
Autore: Ferzan Ozpetek
Casa editrice: Mondadori
Genere: Sentimentale
Pagine: 168
Anno: 2020
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Filmografia consigliata: Uno qualsiasi dei film di FerzanOzpetek, in particolare “Il bagno turco (Hamam)” (1997); “Harem Suarè” (1999); “Mine vaganti” (2010)

L’autore
Ferzan Ozpetek, regista e sceneggiatore, è nato a Istanbul, ma dal 1976 vive a Roma. Nel 1997 esordisce con “Il bagno turco (Hamam)”, cui seguono “Harem Suaré”, “Le fate ignoranti”, “La finestra di fronte”, “Cuore sacro”, “Saturno contro”, “Un giorno perfetto”, “Mine vaganti”, “Magnifica presenza”, “Allacciate le cinture”. Ha inoltre diretto Aida (2011) e Traviata (2012). Ha vinto i più importanti premi e riconoscimenti cinematografici e nel 2008 il MoMa di New York gli ha dedicato una retrospettiva. Nel 2013 ha pubblicato il suo primo libro, il bestseller “Rosso Istanbul”, e nel 2015 “Sei la mia vita”.

Vera

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Il condominio (James G. Ballard)

9788807884894_0_0_471_75In seguito, mentre mangiava del cane seduto sul balcone, il dottor Robert Laing ripensò agli insoliti avvenimenti che si erano succeduti all’interno dell’enorme condominio nel corso dei tre mesi precedenti. Adesso che era tutto tornato alla normalità si stupiva che non ci fosse stato un inizio preciso, un punto oltre il quale le loro vite erano entrate in una dimensione decisamente sinistra.

So che per gli amanti del genere la mia ignoranza sarà inescusabile, ma prima di imbattermi nel breve romanzo “Il condominio” di J.C. Ballard (Feltrinelli), la fantascienza era per me sinonimo di viaggi intergalattici ed alieni. Scopro invece, con grande interesse, che include storie che, con un’ambientazione che si potrebbe definire futuristica, indagano tendenze della società e dei comportamenti umani – il cosiddetto innerspace– portandoli alle sue estreme conseguenze per creare situazioni ai limiti del surreale e dell’utopia. Èesattamente quello che fa l’autore in questo romanzo, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1976 per la collana “Urania” di Mondadori, ambientando una strana vicenda in un grande condominio, di quelli che oggi esistono solo nelle metropoli americane e che nel nostro paese sono ancora una rarità, come lo erano probabilmente quando questa storia è stata ideata. Qui gli abitanti, migliaia professionisti benestanti, vivono circondati da tutti i comfort in un moderno falansterio, ognuno nel suo appartamento, ma condividendo spazi comuni e servizi. In questo relativo isolamento sociale cominciano ad emergere distinzioni, pregiudizi, competitività e conflitti che sfociano presto in episodi di vandalismo e di violenza. Come in una trance distruttiva gli abitanti, animati dai peggiori istinti, fuori controllo dal momento in cui diviene evidente che non vi sarà dall’esterno nessun intervento per reprimerli, cercano di danneggiarsi gli uni gli altri regredendo fino agli stadi più remoti dell’evoluzione sociale ed umana. Dalla competizione tribale fra residenti dei piani bassi, medi ed alti si sfocia presto in risse, violenze contro gli animali, violenze sessuali ed omicidi in un parossismo di crudezza che sconsiglio ai lettori dallo stomaco delicato e a chi, a breve, dovrà partecipare ad un’assemblea condominiale. Intorno ad essi l’edificio, che sembra un organismo vivente e collabora allo straniamento dei suoi abitanti, rapidamente degrada, simbolo della società moderna e delle sue dinamiche.
Ballard raccoglie i germi di una malattia, già presenti nella società del suo tempo, e li coltiva in un immaginario laboratorio sociale, fino a raggiungere le estreme conseguenze.L’intenzione è quella di indurre ad una riflessione, che qualunque lettore ancora oggi troverà estremamente attuale, riconoscendo dinamiche che sono comuni a tutte le convivenze urbane e che lo porteranno a domandarsi – non senza sgomento – se veramente, in assenza di regole si può così facilmente passare dalle liti sui cani e sui bambini ad omicidi efferati.

Titolo: Il condominio
Autore: J.C. Ballard
Casa editrice: Feltrinelli
Genere: Fantascienza
Pagine: 189
Anno di pubblicazione: 1975
Prezzo: € 9,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Suggerimento di lettura: “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood (Ponte delle Grazie), anche lei, come Ballard, maestra nell’immaginare come le storture della società di oggi possano evolvere in una distopia soffocante.

L’autore
James Graham Ballard(Shanghai 1930 – Londra 2009)è stato uno scrittore inglese, divenuto celebre per le sue storie post apocalittiche. A partire dagli anni ’70 pubblicò molti racconti e romanzi brevi, incentrati su tematiche molto controverse e provocatorie, anche dal punto di vista stilistico. Nel 1984 pubblicò “L’impero del sole”, un romanzo semiautobiografico, definito da The Guardian come “il miglior romanzo inglese sulla Seconda Guerra Mondiale”, da cui nel 1987 venne tratto il celebre film diretto da Steven Spielberg.

Cristina

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Gli altri fanno volume (Angelo Calvisi)

cover calvisiLa precarietà della mia condizione e del lavoro in generale era uno degli argomenti che toccavo con mio padre. Una volta, invece di tenersi sul vago come aveva fatto fino a quel momento, si era espresso con dei luoghi comuni di matrice neoliberista che in fondo non coincidevano con l’idea che mi ero fatto di lui.

Ci sono città che restano confinate sullo sfondo e città che diventano parte della storia. Genova, senza dubbio, fa parte della seconda categoria a prescindere dal romanzo nel quale viene inserita. Nel caso de “Gli altri fanno volume”, il nuovo romanzo di Angelo Calvisi (edito da Pièdimosca edizioni), la città cara a de André è parte integrante di un romanzo di formazione dalle tinte molto oscure.
Una storia che alterna piani narrativi differenti – l’alternanza tra presente e passato è utilizzata in modo impeccabile – e racconta la vita di un ragazzo cresciuto senza padre perennemente alla ricerca di risposte. In ambito professionale, nell’eterna lotta contro il precariato; in ambito calcistico – chi è tifoso del Genoa ricorda quanto sia stato difficile non abbandonare la squadra al proprio destino del decennio 1995/2005; in ambito sentimentale – tra amori miseramente falliti e storie che restano sempre sulla corsia dei veicoli lenti.

Calvisi non si risparmia e offre una realtà nuda e cruda nella quale non c’è spazio per i sentimenti, se non uno: l’opportunismo. Quello che ti porta a chiudere i conti col passato e ad affidare agli avvocati il compito di rappresentarti in caso di eredità o di causa contro il datore di lavoro.
“Gli altri fanno volume” è un romanzo per chi desidera fare i conti con sé stesso e desidera muoversi in una città capace di rinascere dopo qualsivoglia tragedia. Non è un caso che abbia fatto da musa ispiratrice a un certo Fabrizio de André.
Non aggiungo altro affidandomi alle parole dell’autore.

“Gli altri fanno volume”. Come è nato questo romanzo? Credo che la prima spinta sia stata la morte di mio padre. La prima parte del primo capitolo, dove Paolo, il protagonista, vive il lutto che avevo appena vissuto io, l’ho scritta di getto. La seconda spinta è stata la lettura di Dos Passos, non saprei dire perché, non mi pare che ci sia niente, nel mio libro, che ricordi “Il 42° parallelo”, eppure dopo aver letto quel romanzo grandioso mi si sono smosse le idee e ho ripreso in mano il tutto. Molto ho buttato via, qualcosa ho riscritto, il libro è uscito con un minuscolo editore in una prima versione (totalmente ignorata) nel 2012, e adesso Pièdimosca edizioni lo ha recuperato in una veste nuova, secondo me migliore, con un capitolo in più e una riscrittura piuttosto approfondita.
Premesso che non amo categorizzare i libri, possiamo parlare, nel tuo caso, di un romanzo di formazione. L’io narrante esce completamente trasformato lungo l’arco narrativo. Un arco narrativo che – come un elastico – hai teso e accorciato a più riprese. Quanto è stato difficile, ma nel contempo stimolante, lavorare con piani narrativi differenti e continui cambi di scena? Il senso del romanzo risiede proprio nella modalità a cui hai accennato. Non parlerei quindi di difficoltà, il mio progetto è stato quello fin dal momento in cui ho deciso di ampliare la prima parte, quella di cui parlavo prima. Quel tipo di modalità, o di struttura per meglio dire, allude a tutta una serie di temi che mi appartengono. L’arbitrarietà della memoria (molto spesso, per esempio Paolo non ricorda con precisione le cose, le travisa, si confonde), l’illusorietà del nesso tra causa ed effetto… poi, certo: scrivere comporta disciplina, la difficoltà eventualmente è connessa a questo aspetto e non al montaggio non convenzionale della vicenda narrata nel libro.
I personaggi sono in continuo movimento. Ci si sposta all’interno di uno stadio, tra le mura di una comunità oppure tra i vicoli della città. In questo caso si sceglie la Vespa. Espediente narrativo o mezzo per legare il tuo passato col presente? Il movimento per me è associato a un’idea del ritmo. Per me la letteratura è soprattutto questo: ritmo. I miei personaggi, sempre, sono come marionette, vanno di qua e di là, saltano, vivono. Non sono un fanatico dello psicologismo, in letteratura. Preferisco che la disperazione, la gioia, insomma i diversi stati d’animo dei miei personaggi siano mostrati. Come si dice? Show don’t tell. È per quello che, tendenzialmente scrivo in prima persona. Perché un personaggio che racconta una storia non si sofferma sulle motivazioni psicologiche delle sue azioni, ma le vive, le mette in scena. Tornando alla tua domanda, di certo la Vespa è un elemento simbolico che ritorna spesso, nei miei testi. Non so se sia un espediente narrativo e un mezzo per legare il passato al presente, ma di sicuro ha un valore simbolico che è molto connesso con la mia percezione di libertà, di anticonformismo. I miei personaggi sono sempre strambi, ma fondamentalmente liberi.
Veniamo allo sfondo della storia: la Genova del G8 ma pure quella degli anni ’90 e di una decade fa. Una città in continua mutazione, trasformatasi oltremodo dopo quel che è accaduto (ahinoi) sul ponte Morandi. Cos’ha da raccontare questa città dall’anima deandreiana? Secondo me la prospettiva è diversa. Non è Genova ad essere deandreiana, ma è De André a essere genovese! Sono contento che tu abbia colto il respiro di Genova, perché nelle mie intenzioni, più che uno sfondo, Genova doveva essere centrale, quasi come un personaggio e potremmo anche togliere il quasi! Genova è una città allegorica, non so bene di che cosa, ma mi pare che racchiuda qualcosa che ha molto a che fare con le istanze più profonde dell’umano. Punto di partenza e quasi mai d’arrivo, città da cui puoi essere ferocemente respinto, ma se per caso ci entri in sintonia poi è difficile disfartene. Genova malinconica come un barrio e luminosa come i tropici, piena di meraviglia, di fatica, di contrasti. Proprio come un essere umano dalla forte personalità. Ma lo sai che tra via Garibaldi, la strada più bella d’Europa secondo Rubens, e la sua parallela via della Maddalena, strada dello spaccio, della prostituzione, di splendidi ristorantini e maestose edicole ritraenti la Madonna, ci sono meno di cento passi? Che città formidabile. Io ci vivo da cinquantatré anni, a parte qualche anno di permanenza in Germania, e ancora oggi trovo angoli, botteghe, osterie nuove. Genova non è la città più bella del nostro splendido e disgraziato Paese. Napoli, per dire, è più bella. Però, come Napoli, Genova ha uno spirito che non è uguale a quello di nessun altro luogo, e si conserva inalterato, non si svende mai, neppure adesso che i turisti hanno cominciato a scoprirla.
A tuo parere come e quanto cambierà il settore dell’editoria (dalla produzione alle fiere, passando per le librerie) dopo questo periodo surreale che ci stiamo lasciando alle spalle? Non saprei. Spero che rappresenti un’occasione per ridurre il gap di visibilità che separa la produzione delle major dai libri degli editori indipendenti. Non so come, ma ho la sensazione che condizioni difficili come quelle che stiamo attraversando, possano dare visibilità all’opera davvero significativa, più che all’instant book massificato nelle pile chilometriche dei grandi store. Chissà. Forse cambierà anche il nostro modo di narrare. La distopia la stiamo vivendo, forse non ci sarà più bisogno di inventarla.
L’ultima domanda è freudiana: guardandoti allo specchio in quali personaggi (parlo volutamente al plurale!) ti rifletti e perché? Risposta a. Se ti riferisci ai personaggi del mio libro: io credo che la letteratura sia sempre autobiografica. Anche quando parli di alieni provenienti da lontane galassie parli di te, al limite parli delle letture che ti hanno formato. Nello specifico di “Gli altri fanno volume”, poi, siamo in un’autobiografia al quadrato, perché le vicende raccontate mi sono capitate tutte. Quindi sì. I diversi Paolo che animano le pagine del libro sono i diversi Angelo che ho avuto modo di incontrare in questa vita e quindi, per tale ragione, mi rifletto (con distacco, ma mi rifletto) in ognuno di loro.
Risposta b. Se ti riferisci a personaggi letterari in genere: sgangherati, beautiful loser, inconcludenti.
Ahi. Mi accorgo che, in fondo, le due risposte coincidono.

Titolo: Gli altri fanno volume
Autore: Angelo Calvisi
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Pièdimosca edizioni
Pagine: 190
Anno: 2020
Prezzo: € 15,00
Graphic novel consigliata: “Quella notte alla Diaz. Una cronaca del G8 a Genova” di Christian Mirra
Film consigliato: “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” film diretto da Daniele Vicari
Colonna sonora ideale: Qualsiasi canzone di Fabrizio de André
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Angelo Calvisi è nato nel 1967 a Genova. Prima di insegnare materie umanistiche in un liceo della sua città ha svolto mestieri disparati: il giornalista sportivo, l’attore, il compilatore di guide turistiche, il geometra presso l’Ente Provinciale di Genova, il responsabile di un enorme negozio di dischi, il cooperatore sociale. Dal 2015 al 2017 ha vissuto a Bonn, dove ha insegnato Italiano. Ha pubblicato saggi, biografie, graphic novel e, soprattutto, molta narrativa. Nel 2018 è uscito al cinema il film “Lazzaro” che lo ha visto impegnato come attore e che ha sceneggiato assieme al regista Paolo Pisoni. I suoi ultimi romanzi sono “Fanno dei giri immensi e poi ritornano” (Les Flâneurs) e “Genesi 3.0” (Neo.), pubblicati nel 2019.

Paquito

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Madama Bovary single e felice (Anna Maria Montesano)

9788832781519_0_0_422_75La donna sollevò il velo che le copriva il viso e alzò gli occhi verso di lei: «Non sai chi sono? Eppure hai appena letto di me».
«Ma… È lei? Madame Bovary? Proprio come l’ho immaginata nei giorni del cupo rimorso! Il cappellino… la larga gonna a balze… e gli orecchini di perle, gli unici a brillare in tutto quel nero… Non ci posso credere!» esclamò Marina allibita.

Un lungo invito alla lettura con addosso l’elegante vestito del romanzo di formazione. Si potrebbe definire così “Madama Bovary single e felice”, il nuovo romanzo di Anna Maria Montesano edito da Homo Scrivens.
Dopo il successo di “Gandhi si è fermato a Napoli”, l’autrice racconta la vita di Marina, una professoressa con la passione per i classici, alla ricerca del vero amore ma soprattutto di quelle esperienze che possono definirsi significative. Un lungo peregrinare in giro per l’Italia, da un paesino dell’avellinese fino a Bologna, per poi tornare a Napoli e mettere radici, fatto di esperienze professionalmente appaganti e prime delusioni amorose. Il tutto inframezzato da incontri – più o meno reali – con i  beniamini della letteratura.

Anna Maria Montesano regala al lettore centosessanta pagine  di commedia intelligente. Scava nella vita della protagonista alternando momenti molto divertenti ad altri nei quali, irrimediabilmente, il lettore si ritrova. In fondo siamo tutti un po’ Marina quando cerchiamo di realizzare i nostri sogni, nel metterci nei guai (specie quelli sentimentali), nella capacità di apprezzare le piccole cose, come il caos festoso della città in cui si vive. Inoltre il suo romanzo è un autentico invito alla lettura dei classici ma non solo.
Non aggiungo altro. Parola all’autrice.

“Madama Bovary single e felice”. Come è nato questo romanzo? Il progetto di “Madame Bovary single e felice”, titolo suggerito da Aldo Putignano, risale ad alcuni anni fa e riposava nel cassetto perché non riuscivo a trovare il giusto amalgama fra l’umorismo, che è il mio carattere dominante, e la sottile malinconia delle vicende narrate. Poi, quando Aldo mi fece notare quanto la protagonista del mio libro somigliasse a Madame Bovary, capii finalmente qual era la strada da percorrere: quella di un’innamorata dei libri che tenta di emulare le grandiose gesta di celebri personaggi.
Mi piace definire il tuo libro un sorridente romanzo di formazione. Quale messaggio volevi veicolare attraverso il personaggio di Marina e la sua storia? Il messaggio che volevo veicolare era che, ovviamente, è importante e giusto inseguire i propri sogni ma che bisogna anche avere la forza di abbandonarli quando si capisce quanto siano irrealizzabili; voglio dire, una cosa è la letteratura, un’altra la vita vera e , talvolta, la felicità non è da ricercare molto lontano perché è vicina a noi e non la riconosciamo.
Numerosi sono gli spunti di lettura che offri attraverso il tuo libro. Quali sono i classici ai quali sei più legata e quale, a tuo parere, è imprescindibile per avvicinarsi alla scrittura creativa? Questa è una domanda che presuppone una risposta con un lungo elenco; ma mi limiterò per non tediare i lettori. I classici sono stati i miei compagni da quando ero bambina e li rubavo dalla piccola biblioteca paterna, quindi sono molti quelli che amo; più di tutti, però, adoro gli autori russi e, in particolare, il Tolstoj di “Anna Karenina” e il Dostoevskji di “Delitto e castigo”; ma, per la verità, mi piace tutta la loro produzione. Questi grandi autori dell’Ottocento e molti del Novecento ritengo che si debbano leggere e rileggere per capire come si scrive e che cos’è un romanzo.
Restando in tema: oltre ai classici suggerisci anche la lettura di autori contemporanei, in particolare Maurizio de Giovanni e Andrea Camilleri. Come mai la scelta di far comparire i commissari Ricciardi e Montalbano nella tua storia? Avevo bisogno di due commissari che punissero i misfatti immaginari di Marina ed ho pensato subito a de Giovanni che, in questi anni, ha affascinato masse di lettori con il suo commissario che vede i morti; e ovviamente al grande Camilleri che, da sempre, è il re del giallo italiano ed è letto e apprezzato in tutto il mondo.
Napoli ha un ruolo molto importante nella tua storia. Non è solo una delle tappe della vita di Marina ma è un autentico contenitore di storie dalle quali attingere spunti. Che rapporto hai – umanamente e narrativamente – con questa città? Il mio rapporto con Napoli è piuttosto conflittuale: la amo per le sue bellezze naturali e artistiche, per il suo carattere anarchico, per l’ironia e la bellissima lingua che la fa da padrona nei miei due romanzi; ma odio gli stereotipi e i luoghi comuni e non sopporto chi non riesce a vedere che, accanto alle bellezze che ci offre la nostra città, ci sono altrettante manchevolezze che rendono difficile viverci.
A proposito di Napoli, per presentare la città ti sei affidata a un personaggio di tutto rispetto: Diego Maradona. Come mai hai scelto il Pibe de oro per raccontare la Napoli degli anni ’80? Nelle pagine che precedono il capitolo su Maradona, avevo ironizzato sul calcio e sulla sua importanza per i Napoletani; tuttavia, attraverso Marina, ho voluto ricordare che anch’io ho esultato per i goal di Maradona e ho sventolato bandiere in occasione dei due scudetti. In questo modo ho voluto onorare il periodo d’oro del calcio napoletano.
Prima di salutarci una domanda personale/professionale: quali sono i consigli che daresti a uno scrittore esordiente? Credo che gli scrittori esordienti dovrebbero seguire queste tre regole:
1) Prima di scrivere, leggere! Ma tanto, proprio tanto.
2) Non compiacersi subito di quello che si è scritto ma sottoporre il testo al giudizio sincero e spassionato di chi può dare consigli intelligenti.
3) Evitare assolutamente le pubblicazioni a pagamento.
L’ultima domanda ha del marzulliano: cosa ti aspetti da questo libro? Che, nonostante le difficoltà del momento, il libro sia letto da tanti e possa divertire e magari commuovere; che sia inteso non come la storia di una sfigata ma di una donna che combatte per realizzare i suoi sogni impossibili e che, fortunatamente, ad un certo punto, scende a patti con la realtà.

Titolo: Madama Bovary single e felice
Autore: Anna Maria Montesano
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Homo Scrivens
Pagine: 167
Anno: 2020
Prezzo: € 15,00
Suggerimenti di lettura: “Madame Bovary” di Gustave Flaubert; un romanzo della saga del Commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni; un romanzo della saga del Commissario Montalbano di Andrea Camilleri.
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autrice
Anna Maria Montesano è stata docente di Lettere a Napoli, dove vive. Fa parte della compagnia di scrittura Homo Scrivens con cui ha partecipato ai volumi “Faximile. 101 riscritture di opere letterarie”; “Che pasticcio, dottor Loop!”; “Dai fiori del male ai fiori di zucca”; “Lilliput. La letteratura è un gioco”. È autrice del romanzo “Gandhi si è fermato a Napoli” (2018), finalista al Premio Carver.

Paquito