Lettore medio

Caesar (Antonella Prenner)

Di nuovo abbasso gli occhi sulla mappa, riconosco la grafia minuta negli appunti ai margini, nessuno tranne lui potrebbe intenderli, e poi numeri lungo il tracciato delle strade, calcoli, simboli misteriosi. Da tutta la vita travolge il mio corpo e mi ha invaso l’anima, ma Cesare è inconoscibile abisso, il suo mondo è una voragine e tentare di esplorarlo vuol dire confondersi, venirne inghiottiti e perdersi per sempre. Neanche a me è consentito. Cesare è la solitudine.

Alea iacta est. Questa breve frase è impressa nella memoria di tutti gli studenti, a sigillare la storica svolta che travolge la res publica romana: Cesare attraversa il Rubicone in armi. Tutto intorno la nebbia. Per molti, me compresa, che hanno sudato per cinque lunghissimi anni sulle versioni di latino, tutto quello che precede e segue questo evento cardine è ormai confuso nella foschia dell’oblio, che gli anni e uno studio superficiale e disperato hanno sparso a piene mani su nozioni che invece dovrebbero essere fondanti della cultura classica. Questo romanzo ci viene in soccorso. Dove c’era nebbia riporta la luce. Dove c’era la visione sfocata di un cavaliere (tutto bianco, come le statue di marmo nei musei, perché negli anni ci siamo persi anche il rosso del mantello) i dettagli dell’immagine si fanno precisi e il quadro diventa vivo attraverso gli occhi della donna che più da vicino vive gli eventi e conosce il protagonista. Attraverso i sensi di Servilia, voce narrante del romanzo “Caesar” di Antonella Prenner, edito da Rizzoli, riscopriamo l’uomo dietro la leggenda, la persona dietro la storia. Non sempre è una scoperta piacevole. Cesare è un uomo che mette la sua ambizione davanti a tutti, anche agli affetti più cari, che siano amanti, figlie, amici o mogli poco gli importa. È un uomo ambiguo, imperscrutabile, in cui le parole e le azioni non sono coerenti, i valori e gli obiettivi divergono. Un uomo del suo tempo, ma che potrebbe vivere comodamente nel nostro. L’autrice ce lo descrive da un punto di vista inedito e attuale, ma con uno stile di scrittura molto curato che ci porta indietro alla lettura dei classici latini.

È attraverso le sue risposte alle nostre domande, a cui ha avuto la gentilezza di rispondere, che vogliamo conoscere meglio questo romanzo. 

Nella vita pubblica della Roma repubblicana la donna aveva un ruolo marginale. Come nasce dunque l’idea di raccontare Cesare come personaggio politico e storico attraverso gli occhi di una donna?

Servilia non è lo sguardo di una donna qualsiasi: è stata l’amante di Cesare per tutta la vita. E tra amanti ci si sceglieva, diversamente che tra coniugi, in un tempo in cui i matrimoni spesso si fondavano sulla convenienza politica e sociale e sull’interesse economico. Ho immaginato che lo conoscesse come pochi altri e potesse raccontarlo meglio di chiunque, anche perché dotata lei stessa di una personalità affascinante, fuori dal comune. Inoltre, era sorella di Catone, avversario acerrimo di Cesare, madre di Bruto, che alle Idi di Marzo trafisse Cesare con il suo pugnale, intratteneva rapporti di amicizia con uomini del calibro di Cicerone, e uno dei suoi mariti fu console. Insomma, una sorta di perno intorno al quale ruotavano affetti e interessi contrastanti, e anche una sintesi delle contraddizioni che esprimeva Roma: gli occhi di Servilia sono anche gli occhi di Roma.

Per immaginare una donna come Servilia a quali fonti si attinge?

Svetonio, tra gli altri, o Plutarco… Proprio Plutarco racconta un episodio che aiuta a immaginare questa donna fuori dal comune. In una tesissima assemblea si dibatteva sulla pena da comminare ai congiurati di Catilina, che poteva essere (come fu) anche la pena morte, e nel bel mezzo della discussione a Cesare viene recapitata una tavoletta. Catone, si inalbera: “Ecco!” incomincia a sbraitare, “Cesare riceve messaggi dai congiurati, è complice!”. Agitazione, brusio, ma Cesare senza scomporsi gli porge la tavoletta: “Leggi pure” lo esorta. Catone legge e la sua rabbia diventa incontenibile, scaglia via la tavoletta e insulta Cesare. Altro che congiurati complici, era un messaggio scritto da sua sorella Servilia! Non è difficile immaginarne il tenore… E come se non bastasse, a quella riunione partecipava anche il marito di Servilia, che era il console designato! Un bel coraggio, non trovate?


Forse è una domanda impregnata di una visione troppo attuale, per essere applicata ad un rapporto di duemila anni fa, ma quella tra Servilia e Cesare potrebbe essere definita una relazione tossica?

Fu una relazione complessa perché entrambi avevano una personalità molto spiccata. Cesare era geniale, ma anche pieno di contraddizioni; era potente, ma spesso esercitava il potere in modi discutibili; si avviava a diventare, e diventò, l’uomo più potente di Roma, che voleva dire l’uomo più potente del mondo, ma nella dimensione privata e più intima non di rado cedeva a debolezze imbarazzanti. È possibile che Servilia ne soffrisse, che fosse amareggiata a causa dei rapporti che Cesare intratteneva con altre donne e con uomini, ma anche lei era forte, spregiudicata, affascinante e bellissima, spietata, animata da passioni ardenti e tuttavia sensibile ai benefici che la relazione con Cesare poteva procurarle; inoltre, era la madre di Bruto, e a Roma i pettegoli insinuavano maldicenze… Chi era il padre? Era forse Cesare? E Cesare lo chiamò figlio mentre veniva colpito anche dal suo pugnale. Ma Servilia non rivelò mai il segreto che solo lei conosceva e che forse le consentì più di tutto il resto di tenere testa a Cesare e di non soccombere.

Nel corso del romanzo il personaggio di Gaio Giulio Cesare prende forma, e da volto bidimensionale schiacciato su una moneta, pagina dopo pagina, diventa tridimensionale. La sua immagine, come uomo, però non ne esce benissimo. Che idea ti sei fatta di lui?

Nessuna. Quando scrivo un romanzo non mi faccio un’idea dei personaggi che racconto. Sono personaggi realmente esistiti, anche se lontani nel tempo, protagonisti di vicende realmente accadute: ciò che faccio è restituire il più possibile la verità, o le molteplici verità, che trovo negli autori antichi che hanno conservato la memoria, nel caso di Cesare autori romani e greci come appunto Svetonio e Plutarco, e inoltre Lucano, Appiano di Alessandria, Cicerone e lo stesso Giulio Cesare, insieme a tanti altri, e intorno alla loro verità costruisco un mondo verosimile che serve da tessuto connettivo. Il romanzo non è il luogo della critica storica. Piuttosto, mi capita di affezionarmi molto ai personaggi, li sento come creature mie, e quando finisco di scrivere mi mancano. Il mio è un approccio da un lato di ricerca, dall’altro intensamente sentimentale.


Dopo Cicerone, un romanzo che racconta le vicende di Cesare. Hai già un progetto per un nuovo libro o un personaggio da raccontare?

Potrebbe essere una donna bellissima, insofferente al ruolo che le era toccato in sorte, un’anima di fuoco, ma infelice, eppure infinitamente conturbante. Sulla sua torta di compleanno ci sarebbero 2004 candeline…

Cosa ti aspetti da questo romanzo?

Che lo leggano in tanti, che piaccia. Che il lettore voli in quel mondo che è stato vero, che quei personaggi lo accompagnino tra i campi di battaglia, per i vicoli della Suburra, su una nave tra le onde dell’Adriatico in inverno, nelle case sontuose del Palatino, e che senta gli odori del sangue dei guerrieri e degli unguenti inebrianti sul corpo di Cleopatra, il sapore del rancio dei legionari o dei banchetti raffinati, che tocchi le colonne del Tempio di Venere, ancora oggi le possiamo toccare; che si lanci al galoppo sul destriero di Cesare e che faccia una carezza al suo cane. Che li guardi negli occhi quei personaggi, che scenda fino al cuore e li senta palpitare.

E spero che, tornato dal volo nel suo mondo, il lettore si senta come quando ci si sveglia al mattino dopo aver sognato qualcosa di bello, pronto per incominciare una nuova giornata. E un nuovo libro.

Titolo: Caesar

Autrice: Antonella Prenner

Casa editrice: Rizzoli

Genere: Romanzo storico

Pagine: 400

Anno di pubblicazione: 2020

Prezzo: € 19,00

Tempo medio di lettura: 7 giorni

Consigli di lettura: Della stessa Autrice “Tenebre”, pubblicato da SEM nel 2018, le cui vicende intersecano e completano quelle narrate in “Caesar”

Podcast suggerito: Il breve racconto dell’omicidio di Caio Giulio Cesare e di come nasce la leggenda della celebre frase “Tu quoque, Brute, fili mii” raccontate dalla voce di Beatrice Falco in una puntata del podcast “Venom. I grandi omicidi della storia.”

L’autrice

Antonella Prenner filologa ed insegnante di Lingua e Letteratura Latina all’Università Federico II di Napoli. Autrice di saggi sulla letteratura latina, pubblicati da Liguori, prima di questo romanzo ha pubblicato “Tenebre. L’ultima disperata battaglia di Cicerone.” Per conoscerla meglio:

Cristina

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Lettore medio

Il rilegatore (Bridget Collins)

Il libro è quasi distrutto. Si sta bruciando più velocemente di quanto ci si aspetterebbe, come se la carta non fosse del tutto reale. Ma il fumo è denso e buio e mi entra in gola. Fa male. Continuo a deglutire. Mi pulisco la faccia con il polsino aperto della camicia. Il tessuto viene via sporco e umido. La furia divampa in me. Non hanno alcun diritto – Emmett Farmer non ha il diritto – di farlo. Di infettarmi con la loro sporca magia… lui è un rilegatore, se lo merita, ma io sono innocente. Questo non ha niente a che fare con me. La tristezza morbosa che sta entrando in me, rivestendomi i polmoni di cenere appiccicosa, non è mia. Non voglio la benché minima macchia dei ricordi di Emmett Farmer sulla mia pelle. Il libro divampa in un’ultima corona di fiamme. Poi è finita.

Come mai Emmett Farmer teme ogni genere di libro, anche solo ammirandone la copertina? Per quale ragione ne è così attratto? E perché la sua famiglia gli ha sempre proibito anche solo di avvicinarsi ad essi? Ne “Il Rilegatore” (editore Garzanti), Bridget Collins ci introduce l’antichissimo e magico mestiere dei rilegatori in una chiave fantasy e romanzesca.

Il tema centrale dedicato ai libri trova nella fredda e piovosa campagna inglesela sua perfetta ambientazione. Strutturato in tre parti, il romanzo vede come protagonista, Emmett, un giovane agricoltore impegnato a scoprire il significato e i segreti dell’arte dei rilegatori, per arrivare a sistemare quei tasselli della sua vita che risultano pericolosamente sconnessi e così distanti da lui. Oltre a questo ragazzo taciturno e riflessivo, conosciamo la sua famiglia e un altro personaggio fondamentale della vicenda: Lucian, il tenebroso aristocratico che, pur provenendo da una realtà completamente diversa da quella dell’umile famiglia campagnola, diventa assiduo frequentatore dei Farmer, in particolare di Emmett e di sua sorella Alta.

Nella seconda sezione la rete della rilegatura inizia a districarsi, lasciando trapelare le origini e le finalità di chi pratica questo mestiere. Le vicende sono accattivanti e riescono a prendere pieghe nuove rispetto ai classici romanzi del genere: la terza parte svelerà i misteri, ma con modalità e scene non attese.

Particolari molto interessanti sono il linguaggio, spesso arricchito da neologismi e da qualche elemento ridondante per sottolineare un’ambientazione atemporale, e i dialoghi che sono sì presenti, ma non costantemente, in quanto viene lasciato ampio spazio alla riflessività e alle descrizioni. In certi passaggi può risultare forse un po’ difficile concentrarsi su quanto l’autrice ci racconta, soprattutto nei capitoli assai densi di particolari, indizi e continui stravolgimenti degli eventi: mi è capitato di dover tornare indietro per una lettura più attenta. In ogni caso, “Il rilegatore” rimane un romanzo ben costruito, dalla trama unica e in linea con la narrativa di questo genere.

Vorrei spendere due parole anche sulla caratterizzazione dei personaggi: l’aspetto relazionale non viene minimamente trascurato, anzi è un elemento fondante della narrazione, che darà luogo a esiti sorprendenti. Questo contribuisce ad accrescere l’interesse del lettore, che si fa strada verso un mondo sconosciuto, un po’ magico, ma popolato da umani nel vero senso del termine, trascinati dalle emozioni e dalle pulsioni. E questo elemento, a mio avviso, non sempre emerge nei romanzi fantasy, in cui ha la meglio, in genere, il raziocinio: l’autrice rifugge dalla logica del pensiero in modo dirompente, cosa che ci aspetteremmo forse in un romanzo di altro tipo; il risultato è affascinate, ritroviamo con sorpresa il prevalere di sentimenti e impulsività in un mondo “in cui il passato non fa più paura perché può essere dimenticato. In cui un ragazzo raccoglie un’eredità misteriosa e proibita ed è pronto a pagarne il prezzo”.

Mi sento perciò di consigliare questo libro agli amanti del fantasy ma non solo, proprio perché vi sono elementi attribuibili anche ad altri generi letterari; possiamo annoverarlo tra le scritture di piacere e relax con la raccomandazione di non farsi sfuggire dettagli importanti.

E un piccolo consiglio: provate a leggerlo a lume di una piccola lampada o una candela, per rendere l’esperienza più suggestiva ed entrare poco alla volta nell’incredibile mondo della rilegatura, stando però attenti a non rimanerne intrappolati…

Titolo: Il Rilegatore (titolo originale “The Binding”)

Autore: Bridget Collins

Casa editrice: Garzanti

Genere: Narrativa Fantasy

Pagine: 426

Anno: 2019

Prezzo: € 17,90

Tempo medio di lettura: 20 giorni

L’autrice
Bridget Collins ha studiato arte drammatica alla London Academy of Music and Dramatic Art e letteratura inglese all’Università di Cambridge. Dopo una fortunata carriera come attrice, ha deciso di dedicarsi alla narrativa. “Il rilegatore” è il suo romanzo d’esordio.

Marta

Lettore medio

Numero undici. Storie che testimoniano la follia (Jonathan Coe)

Qual era la cosa in cui credevano, soprattutto? La risposta, ovviamente, è: la competizione. La competizione tra individui, tra imprese, tra nazioni. La competizione intesa come lotta all’ultimo sangue. Chi vince piglia tutto, chi perde non ha niente. E che cos’è un premio se non il distillato di quest’idea…

“Numero undici. Storie che testimoniano la follia” (edito da Feltrinelli) è l’undicesimo romanzo del talentuoso Jonathan Coe. È difficile spiegare di cosa parli questo romanzo, condensare le 384 pagine in una sintesi soddisfacente.

Potrei dire che si tratta di un affresco del nostro tempo, del ritratto fedele e impietoso di una società sempre più vuota e che esercita tutta la crudeltà di cui è capace solo per noia; potrei definirlo la dimostrazione che la penna di Coe è un pugnale tagliente, affilato dalla satira che l’ha reso tanto celebre; potrei anche dire che “Numero undici” è un esperimento un po’ folle, in cui il vero protagonista è un numero che si ritrova, in modo del tutto casuale, invischiato in storie intrecciate tra loro che raccontano amori ridicoli, litigi assurdi e riflessioni amarissime.

Potrei sostenere tutto questo, e non sbaglierei certamente, ma probabilmente non riuscirei a rendere giustizia alla bellezza e alla complessità di questo volume dove, tra personaggi nuovi e vecchie conoscenze, l’autore riversa tutto se stesso. All’interno di questo romanzo c’è tutto ciò che rende unica la voce (così decisamente, fortemente, ineluttabilmente british) di Jonathan Coe: l’inquietudine e la paura, l’incertezza, il sorriso velenoso di chi ha compreso quanto caotica, confusa e casuale possa essere la realtà; persino, in maniera inaspettata, una certa dose di crudele dolcezza.

Il mondo è stupido e noi ne ridiamo, immobili, credendo di essere migliori dei nostri amici e dei nostri vicini, mentre Jonathan Coe con le sue parole ci scatta una fotografia così brutta – eppure tanto fedele – da spingerci a distogliere lo sguardo e a desiderare di non averla mai vista.

Titolo: Numero undici. Storie che testimoniano la follia

Autore: Jonathan Coe

Genere: Satira

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 384

Anno: 2016

Prezzo: €19,00

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Suggerimento di lettura: Dio di Illusioni (Donna Tartt)

L’autore

Jonathan Coe è nato a Birmingham nel 1961, si è laureato a Cambridge e a Warwick, vive a Londra. Ha scritto tre biografie (di Humphrey Bogart, James Stewart e B.S. Johnson) e numerosi romanzi. Con Feltrinelli ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui La famiglia Winshaw(1996),La casa del sonno (1998),Donna per caso(2003),Circolo chiuso(2005),I terribili segreti di Maxwell Sim(2010),Lo specchio dei desideri(2012),Disaccordi imperfetti (2015),Middle England (2018).

Simona

Lettore medio

Il mio mondo è a colori (Federica Xotti)

L’aria caldissima di luglio, un soffio bollente sul viso, appena fuori dal portellone dell’aereo: questa la sensazione che ricordo al mio arrivo a Marsa Alam, dopo quello che fu in assoluto il primo volo della mia vita.

Il giro del mondo… in 120 pagine. Credo sia questo il modo migliore per raccontare – in poche battute – “Il mio mondo è a colori” di Federica Xotti, pubblicato da Eretica Edizioni.
Nel 2010 Federica, poco più che maggiorenne, compie il suo primo viaggio. Al di là della destinazione – l’Egitto – questa esperienza le cambia la vita suscitando in lei due desideri: il primo continuare a viaggiare, il secondo raccontare le sue esperienze. Nasce così @travelliamo, un blog che, grazie ai social (il suo profilo Instagram conta oltre centomila followers), diventa molto popolare e le permette di scoprire sempre nuove mete e di entrare in contatto con culture quanto mai variegate. Complice il lockdown e la necessità di restare a casa, Federica seleziona alcune delle destinazioni che l’hanno colpita maggiormente e le condivide coi lettori attraverso una narrazione molto leggera dalla quale traspare tutto l’incanto di chi ruba da questi posti sensazioni che lasciano segni profondi nell’animo. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Il mio mondo è a colori”. Come è nato questo libro?

“Il mio mondo è a colori” è nato da un’esigenza che sentivo da un po’. Quella di scrivere un libro era un’idea che mi balenava in testa da qualche anno, con il desiderio – forse più emotivo che altro – di imprimere nero su bianco, con l’inchiostro, tutto ciò che fino a quel momento avevo potuto raccontare solo via web. Sebbene il mio lavoro sia totalmente digitale e si sviluppi dunque tra monitor e display, personalmente sento ancora parecchio forte l’attaccamento alla carta e dunque ci tenevo a compiere questo passo.
Tuttavia, a causa della mia attività di travel blogger e content creator, in questi ultimi anni – purtroppo o per fortuna – non ho mai avuto a disposizione il tempo necessario per dedicarmici. Con il lockdown, ho vissuto per la prima volta una situazione differente, dove i miei pensieri e le mie emozioni hanno avuto modo di muoversi, smuoversi e riordinarsi. Ho sentito che era proprio lui il momento giusto, quello in cui dedicarmi anima e corpo al mio progetto, spinta anche da una sorta di energia in più che – in una circostanza complicata come quella – mi spronava a non smettere di sognare, creare, produrre. E così è stato.

Immagino che la parte più difficile sia stata scegliere le destinazioni da raccontare all’interno del volume: qual è stato il criterio di selezione e perché ti sei affidata ai colori per raccontare ogni singola meta?

Onestamente, invece, per me è stato molto facile. Come scrivo nell’introduzione del libro, io riesco a percepire per davvero quella che è la mia vita da viaggiatrice come un’opera, un quadro, dove i colori primari sono lampanti, belli visibili e chiari all’occhio. Ecco perché non ci ho dovuto pensare troppo: non credo avrei potuto scegliere diversamente.

Della prima tappa – L’Egitto – mi ha colpito una considerazione: non sei stata tu a scegliere la destinazione; è stata lei a scegliere te. Ci spieghi in che modo?

La questione è che, senza volerlo, l’Egitto non solo ha inaugurato la mia vita da viaggiatrice ma ha continuato a essere una presenza costante, anno dopo anno. Non lo sceglievo io, lui capitava. Grazie al mio lavoro, nella maggior parte dei casi, i viaggi che compio mi vengono proposti e puntuale, a scadenza quasi regolare, l’Egitto si riproponeva, in periodi della mia vita diversi, in cui a ciascuna esperienza mi trovavo poi a dare un valore differente.

Ed è stato proprio in Egitto – in crociera sul Nilo – che ho incontrato Alessandro, il compagno con cui ho trascorso 3 anni della mia vita e con cui mi sono trasferita a Milano lasciando il mio piccolo paese di provincia in Friuli Venezia Giulia.

Dopo quel particolare viaggio, la mia vita, privata e professionale, è totalmente cambiata e non posso che ringraziare l’Egitto per questo!

Per la cronaca, oramai ci sono stata ben 10 volte.

È lecito pensare che il Kenya viva una sorta di contrappasso: tanta bellezza (soprattutto naturale) e tanta povertà?

Sì certo, è assolutamente così. Eppure questo non deve essere visto per forza come un neo, che può scoraggiare il viaggiatore nel visitare il Paese. Credo che sia doveroso per noi renderci conto dell’esistenza di certe realtà, in quanto vere, autentiche, contemporanee.
Visitare i villaggi locali, conoscere le persone che li vivono (portando anche qualche aiuto, se possibile) è immensamente arricchente. Si può imparare tanto e aiuta ad aprire gli occhi, anche semplicemente nei confronti di tutte quelle piccole cose belle della vita che noi “occidentali” diamo troppo spesso per scontate.

Parli di Tikehau – località polinesiana – come del posto più bello del mondo. A distanza di tempo – e di altri viaggi – hai cambiato idea o resti della stessa opinione?

Penso sia necessario fare un chiarimento sul concetto di bello, per intenderci al meglio: quella che io do è una valutazione puramente estetica, a colpo d’occhio. Tikehau è una cartolina, non c’è molto altro da dire.
L’abilità di un viaggiatore – ma non solo – è sicuramente quella di riuscire a trovare il bello ovunque, in qualsiasi situazione, dunque di luoghi e scorci belli il mondo abbonda, persino poco oltre la porta di casa, probabilmente. Tikehau, però, è un’altra storia.

Il viaggio in Patagonia è stato un esame di maturità: lasciare la comfort zone per arrivare pronti, fisicamente e psicologicamente, a raggiungere i confini del mondo. Confermi?

Completamente! E ammetto che, fino alla fine, non ero certa al 100% di essere in grado di farcela. Non tanto in senso stretto – sarei tornata a casa sana e salva senza ombra di dubbio – ma più che altro in termini emotivi ed esperienziali. Non ero sicura di essere capace di godermi l’avventura, di apprezzarla e di portare via con me un bel ricordo: ebbene, mi sbagliavo!
Credo che nella vita mettersi alla prova sia fondamentale, per evolversi, per crescere ma anche per conoscere meglio sé stessi. Dopo quel viaggio, per esempio, ho molta più fiducia in me.

La Thailandia, ma probabilmente l’Asia in generale, è uno di quei territori in cui la modernità e la tradizione convivono perfettamente lasciando segni profondi nel viaggiatore. Quale sensazione hai portato con te da quel viaggio?

La Thailandia stupisce e conquista proprio per i suoi contrasti, per quei suoi scenari così diversi che – però – risultano essere incredibilmente armonici e in equilibrio. Della Thai e dei thailandesi ho portato con me lo spirito, quella loro sensibilità ed educazione rara. Una sorta di modus vivendi del tutto differente dal nostro, caratterizzato da una delicatezza e pacatezza paradossale, specie pensando a una megalopoli come Bangkok con i suoi oltre 10 milioni di abitanti.

Il Senegal sembra essere la metafora della bellezza del dolore. Il mal d’Africa ha colpito anche te?

Senza ombra di dubbio! Il Mal d’Africa esiste e colpisce indistintamente, anche il viaggiatore più rodato. È un sentimento che certamente mi si era sviluppato già prima, grazie a precedenti viaggi nel continente, ma sicuramente le mie due esperienze così intense in Senegal l’hanno reso ancor più forte e radicato dentro di me.
Il calore, l’accoglienza e l’indiscutibile bellezza di questo Paese non possono lasciare indifferenti!

Da cittadina del mondo quanto è difficile vivere questo momento di restrizioni?

È complicato, non c’è dubbio. Il mio ultimo viaggio all’estero risale a gennaio 2020 (in Thailandia, per la mia seconda volta) e dopo così tanto tempo sento sempre più impellente il desiderio di prendere un aereo e volare lontano.
Non che io non abbia viaggiato, specie quest’estate. Ho scelto di dedicare la stagione alle (ri)scoperta dell’Italia e così sono stata in Sicilia, successivamente a Napoli e in Costiera Amalfitana e poi mi sono goduta una splendida settimana on the road in Puglia; eppure il richiamo del mondo non cessa. Ho voglia di tuffarmi in una cultura nuova, in usi e costumi diversi, perdendomi ad ammirare panorami diametralmente opposti ai nostri. È qualcosa di più forte di me.
Tuttavia, non mi sento di essere negativa: torneremo a viaggiare e – se possibile – sarà ancor più bello di prima!

Cosa ti aspetti da questo libro?

Nessuna aspettativa, sono sincera.
Ho scritto questo libro prima di tutto per me stessa e già il fatto di poterlo tenere fra le mani per me è una grande vittoria.
La cosa che mi rende felice – questo sì – è il ricevere spesso il feedback di chi mi segue sui social e che ha deciso di acquistarlo e leggerlo. Ho ottenuto davvero molti riscontri positivi e belle parole.
L’espressione più frequente – e probabilmente quella che mi dà più soddisfazione – è: “Leggendolo, mi sembrava quasi di viaggiare con te”. In fin dei conti è proprio ciò che speravo!

Titolo: Il mio mondo è a colori

Autore: Federica Xotti

Genere: Narrativa di viaggio

Casa editrice: Eretica edizioni

Pagine: 109

Anno: 2020

Prezzo: € 13,00

Tempo medio di lettura: 1 giorno

Consiglio di lettura: “Il giro del mondo in ottanta giorni” di Jules Verne; “In Patagonia” di Bruce Chatwin; “Uno scià alla corte d’Europa” di Kader Abdolah.

L’autrice
Federica Xotti è travel blogger, influencer e autrice del blog travelliAMO. Nota sul web e sui social network dove condivide viaggi e quotidianità, vive di mondo ed emozioni, in costante compagnia della sua community virtuale.

Paquito

Lettore medio

Il gruppo (Mary McCarthy)

Ma il gruppo non avrebbe mai creduto, per niente al mondo, che DottieRenfrew sarebbe venuta qui, in questo sottotetto che puzzava di unto, con un uomo che quasi non conosceva, che non faceva mistero delle proprie intenzioni, che aveva bevuto abbondantemente, e che, di sicuro, non era innamorato di lei. Quando la metteva così, con crudezza, non ci credeva quasi neanche lei, e quel pezzo di sé che voleva parlare sperava ancora, forse, di guadagnare un po’ di tempo, così come – lo aveva notato – intavolava sempre una discussione sugli avvenimenti del giorno col dentista per distoglierlo dall’avviare il trapano. La fossetta di Dottie ebbe uno spasmo. Che paragone bizzarro! Se l’avessero sentito le altre!

New York, 1933. Kay, Priss, Dottie, Pokey, Lakey, Polly, Libby e Helena sono otto amiche laureate al Vassar, un prestigioso college femminile. Il romanzo, che possiamo definire corale, si apre con il matrimonio diKay, l’amica chenessuna di loro avrebbe mai immaginato di vedere sposata per prima, poi prosegue, in un arco temporaleche spazia dal New Deal fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, mostrando come le neolaureate affrontano questi anni di profondi cambiamenti.

“Il gruppo” di Mary McCarthy (edito da Minimum fax) è uno spaccato della condizione femminile degli anni Trenta, in cui le donne intraprendenti,ansiose di avviare una carrieradi successo, si scontrano con una dura e triste realtà: la società non è disposta a dar loro quel che dovrebbe, ma le preferisce – quasi le obbliga – a essere per lo più mogli e madri.

L’uscita di questo libro in America, nel lontano 1963,suscitò qualche attacco da parte della critica, che dipinse la McCarthy come «un’intellettuale in superficie e una descrittrice di mobili nell’anima», stroncando il romanzo perché ritenuto troppo frivolo. Opinione che non coincide assolutamente con la mia, dati gli argomenti e lo stile adottato dall’autrice.
Brava a far emergere i caratteri delle protagoniste, Mary McCarthy descrive con precisione le situazioni e le emozioni, dando alle pagine vividezza e realismo.

Le amiche, talvolta allontanate da divergenze d’opinione, ma infine sempre riunite, avvertono il richiamo all’unità di gruppo, che è più forte dell’individualità. Anche separate, affrontano in modi differenti le stesse sfide: il sesso, fonte di imbarazzoper le ragazze “per bene”, è una scoperta piacevoleper alcune di loro, per altreuna forzatura ai limiti dello stupro; la maternità, raccontata senza fronzoli, tra problemi d’allattamento e teorie confusionarie su come crescere i figli; infine la malattia mentale, un tabù per l’epoca quanto per noi, rappresentata come un confine sottile tra sanità e follia che non sempre si riesce a percepire.

Un romanzo che di frivolo non ha proprio nulla, quindi. Anzi, ha la capacità di portare il lettore a riflettere su tematiche spinose, che, pur sembrando superate, sono invece ancora attualissime.

Titolo: Il gruppo

Autore: Mary McCarthy

Genere: Romanzo di formazione

Casa editrice: Minimum fax

Pagine: 522

Anno: 2019

Prezzo: € 16,00

Quadro consigliato: LesDemoiselles d’Avignon (Pablo Picasso, 1907)

L’autrice

Mary McCarthy (Seattle, 1912 – New York, 1989), divenuta orfana in tenera età, crebbe insieme ai fratelli a casa del nonno materno, all’epoca un noto avvocato di Seattle. Studiò al Vassar College proprio come le protagoniste del romanzo e dopo la laura iniziò a collaborare per la rivista The Nation, per poi scrivere anche per il New Republic e la PartisanReview, rivista simbolo dell’intelligenza radical newyorkese, dove fu redattrice e critico teatrale. La sua prima raccolta di racconti,The Company SheKeeps (1942), fu acclamata dalla critica come un successo. Da annotare anche l’autobiografia Ricordi di un’educazione cattolica (1957), critica della società del suo tempo durante la Guerra Fredda.

Arianna

Lettore medio

Le Black Holes (Borja González)

Avevo l’impressione di non trovarmi dove dovevo stare. Come se tutto fosse troppo veloce e io restassi indietro. O forse il contrario. Ma ora non ha più importanza.

Su consiglio di un’amica, attratta dalla copertina, ho intrapreso la lettura del graphic novel “Le Black Holes” (edito da Mondadori) carica di aspettative, che per mia fortuna non sono state deluse. La storia si sviluppa su due piani temporali, il 1856 e il 2016, all’apparenza fortemente intrecciati tra loro.

In un’atmosfera onirica e fiabesca, assai adatta al periodo ottocentesco, seguiamo la poetessa Teresa, che trascorre molto tempo nei boschi, fuggendo le regole d’etichetta della sua famiglia, sempre proiettata con la mente nel futuro e nei sogni a occhi aperti. E seguiamo tre amiche, Laura, Gloria e Cristina, che vogliono mettere su una band punk pur non capendoci niente di musica.

“Le Black Holes” è la rappresentazione di uno stato mentale o sentimentale, più che una storia concreta, ma è proprio questa la potenza della sua fascinazione. L’autore ha seminato molti dettagli, alcuni tanto piccoli da essermi divenuti chiari solo a una seconda o a una terza lettura.

Per il modo in cui tutto è sospeso e possibile, la storia mi ha ricordato “Dark”, la serie Netflix, che pure mi ha tenuto parecchio impegnata con congetture e teorie strampalate.

Teresa non si sente figlia del suo tempo, vorrebbe andare avanti, in un futuro dove la società è progredita. Gloria, invece, ha nostalgia del passato, dei vecchi valori e dell’eleganza di una volta. Ma se passato e presente fossero più vicini di quanto si pensi?

Non ho ancora risolto l’enigma che si cela dietro “Le Black Holes”, ma non nascondo che ha fatto completamente presa su di me. Più ci penso, più mi piace che sia aperto a molteplici interpretazioni.

La grafica è in assoluto il punto di forza. Peculiare lo stile dei disegni, i personaggi volutamente senza volto per confondere. I colori la fanno da padrona: stupendo l’accostamento di verde, rosso e nero, che sfumano a seconda delle atmosfere, senza stacchi netti. È nei colori che risiedono le emozioni e i sogni.

Titolo: Le Black Holes

Autore: Borja González

Casa editrice: Mondadori

Genere: Graphic Novel, fantastico, mistero

Pagine: 128

Anno edizione: 2020

Prezzo: € 19,00

Tempo medio di lettura: 1 ora

L’autore

Borja González (1982, Badajoz) è illustratore e autore di graphic novels. Dal 2013 dirige l’editoriale spagnolo “El Verano del Cohete” insieme a Mayte Alvarado e Rui Dìaz, così come la rivista “Los Ninjas Polacos”.

Claudia

Lettore medio

Mr. Scarabocchio (Jim Capobianco e Laura Cantone)

Alcuni lo chiamano Errore. Ma tu puoi chiamarlo Mr. Scarabocchio, se vuoi portargli un po’ di rispetto.

L’elogio dell’imperfezione. Credo sia questo il modo migliore per raccontare “Mr. Scarabocchio”, il racconto illustrato a cura di Jim Capobianco e Laura Cantone edito da Clichy.

Mr. Scarabocchio è, infatti, una creatura indefinita nata al centro di un foglio di carta. Una macchia grigia e marrone costretta a convivere con un dubbio: cos’è?

Un errore? Una trovata geniale abbandonata troppo in fretta? O magari una storia tutta da scrivere. Molteplici sono le risposte che da l’autore e ancora di più quelle che potrà trarre il lettore durante la lettura di una storia il cui arco narrativo potrebbe essere teso all’infinito.

Mi piace pensare che Mr. Scarabocchio sia la metafora dell’opportunità. Quella di riflettere, di porre rimedio a un errore (grande o piccolo poco importa), ma soprattutto di darsi una, dieci, cento, mille possibilità. Il testo è dichiaratamente rivolto a un pubblico di piccoli lettori, tuttavia anche gli adulti apprezzeranno la storia di questo personaggio dal multiforme aspetto, anche grazie alle illustrazioni di Laura Cantone che valorizzano la tematica di fondo della storia: il cambiamento. Quello dettato dal corso degli eventi e quello auspicato da ognuno di noi.

Titolo: Mr. Scarabocchio

Testo:Jim Capobianco

Illustrazioni: Laura Cantone

Genere: Racconto illustrato

Casa editrice: Clichy edizioni

Pagine: 32

Anno: 2020

Prezzo: € 17,00

Dopo aver letto questo racconto: Scarabocchiare un foglio e da lì far nascere una storia!

Tempo medio di lettura: 30 minuti

L’autore

Jim Capobianco è uno dei più influenti autori di film d’animazione negli Stati Uniti. Inizia la sua carriera presso la Disney lavorando sulla sceneggiatura del Re Leone. Passa poi alla Pixar, dando un contributo decisivo a film come Alla ricerca di Nemo, Up e Inside Out. Nel 2008, con Ratatouille, riceve una nomination al Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Di recente ha partecipato alla realizzazione di Il ritorno di Mary Poppins.

L’illustratrice

Anna Laura Cantone nasce ad Alessandria nel 1977. Si laurea in Illustrazione per bambini all’Istituto Europeo di Design di Milano e inizia subito a collaborare con riviste del settore, editori italiani e stranieri. All’attività di illustratrice affianca quella espositiva e quella didattica. Sono numerose le sue pubblicazioni tradotte all’estero, così come i riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio Andersen 2003, la selezione alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna 2002, 2004 e 2005, alla Biennale di Bratislava 2003, Books Sheffield Awards 2008, all’American society of illustration di New York e alla fiera Tibe di Taiwan e Taipei del 2004.

Paquito

Lettore medio

Il profumo della cannella (Samar Yazbek)

Hanan apre gli occhi. Si sfiora il ventre in cui non è mai cresciuto niente, nessun erede per Anwar, né per la famiglia. Il ventre che Alia, qualche ora fa, sfiorava con le dita e le labbra. Le richiama alla mente in quest’istante, distesa sul letto, le dita di Alia, le labbra di Alia. Il profumo della cannella si diffonde di nuovo nella stanza, sprofondandola sempre più in un baratro di tristezza e rimpianto. Richiude gli occhi. Incrocia le mani sul petto. Fissa la finestra. Ma Alia è sempre più lontana.

Con il romanzo “Il profumo della cannella”, edito da Castelvecchi, la scrittrice siriana Samar Yazbek indaga l’universo femminile attraverso la narrazione dell’amore omosessuale tra due donne, due mondi differenti che si intrecciano tra i vapori ambigui dell’hammam e i velluti delle camere da letto nella Damasco dei primi anni Duemila.

Hanan è una ricca signora della buona borghesia, infelicemente sposata con l’anziano cugino Anwar, da lei definito ilvecchio coccodrillo. Per sfuggire all’infelicità coniugale e al grigiore quotidiano, intesse amori saffici con altre donne del suo stesso ceto e vive dei piaceri che parlano il linguaggio delle dita morbide che vengono dal cuore. In una società in cui i rapporti tra uomini e donne sono spesso caratterizzati dall’assenza di amore e dolcezza, talvolta le donne si costruiscono, fuori dal matrimonio, un’intimità nella quale godere dei piaceri del corpo e della vita. Spesso tutto ciò accade all’interno di consessi al femminili: Hanan è iniziata – fin dall’adolescenza – alla ricerca del piacere nella calda intimità degli hammamper poi essere sedotta dalla navigata e provocante Narek. Quando in casa è assunta Alia, una giovane e bellissima cameriera proveniente da un quartiere degradato e da un’infanzia di violenze e soprusi, Hanan si innamora della ragazza, a sua volta affascinata dalla sensualità della padrona. Tra le due donne nasce una passione e un’ardente relazione le lega per anni. Se da un lato Alia si lascia guidare nel gioco sentimentale e ricattatorio dalla padrona, dall’altro intravede un modo per dominare la vita della famiglia che la ospita e per affrancarsi da un passato di miseria esquallore. Per vendicarsi dell’atteggiamento impositivo di Hanan, la giovane intreccia una relazione anche con l’anziano marito di quest’ultima. I sotterfugi e le bugie, però, vengono alla luce e le due donne ne pagheranno le amare conseguenze.

L’ennesimo tabù della cultura araba, l’omosessualità femminile, è infranto grazie alla letteratura. Senza mai trasformarsi in un vero romanzo erotico, l’opera – prova di intensa forza narrativa – raffigura con grazia un amore saffico, gettando una luce nuova sul poco noto mondo dei rapporti tra i sessi nella società araba. La narrazione è lirica e a volte assume toni favolistici, perfettamente in linea con la tradizione classica della letteratura araba. Fra i vapori languidi degli hammam, gli odori delle spezie e le descrizioni delle architetture labirintiche di Damasco, il lettore scopre un mondo in cui la famiglia è descritta come luogo del controllo sociale, una prigione di regole e rigidi schemi ai quali si può sopravvivere solo mentendo, mimetizzando i propri affetti e i propri desideri. Non si tratta soltanto di un romanzo intimista, in cui l’aspetto erotico è funzionale per esprimere l’interiorità di personaggi per i quali la sessualità diviene un mezzo per instaurare relazioni interpersonali, ma è anche un’opera di critica sociale: le relazioni d’amore e di dominio riflettono la società, segnata dal pregiudizio, in cui si manifestano.

Titolo: Il profumo della cannella

Autore: Samar Yazbek

Casa editrice: Castelvecchi             

Genere: Romanzo intimista

Pagine: 190

Anno di pubblicazione: 2010

Prezzo: € 10,50

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Suggerimento di lettura: “Lo specchio del mio segreto” di Samar Yazbek, Castelvecchi, 2011

L’autrice

Samar Yazbek nasce a Jable nel 1970. Scrittrice, giornalista, sceneggiatrice televisiva, vive dal 2011 in esilio a Parigi. In italiano ha pubblicato anche i romanzi “Lo specchio del mio segreto” (Castelvecchi, 2011), “Passaggi in Siria” (Sellerio, 2017) e “Diciannove donne” (Sellerio, 2019).

Federica

Lettore medio

Tutto il contrario (Silvia Borando)

Dentro, fuori, alto, basso,
i contrari sai che spasso!
Ma il contrario del contrario?
… Capovolge lo scenario!

Ogni cosa ha il suo contrario. Figuriamoci le storie.
È un gioco di prospettive quello che Silvia Borando utilizza all’interno di “Tutto il contrario”, il suo nuovo racconto illustrato edito da minibombo. Situazioni di una straordinaria ordinarietà che, ribaltandosi, divengono ancora più singolari e divertenti.

Un elefante sotto la pioggia può divenire, infatti, un accogliente ombrello per una lucertola che, a sua volta, potrebbe ritrovarsi travolta da un temporale se lo stesso elefante emette acqua dalla proboscide. E così via con una serie di animali che permettono questo spassoso gioco di specchi e situazioni capovolte.

Come in altri circostanze mi ritrovo qui a recensire, divertito, un nuovo lavoro di Silvia Borando che – come in passato – stimola i lettori a guardarsi intorno e a non accontentarsi di quel che l’occhio vede. Talvolta, sembra dire la sua storia, basta spostarsi di un passo per vedere una realtà completamente trasformata.

Giunge così il momento di lasciarle la parola.

“Tutto il contrario”. Come è nata questa storia?

Il mio desiderio era quello di creare un libro sui contrari un po’ insolito, dove poter esplorare il ribaltamento degli opposti da un punto di vista diverso, in cui nulla è valido per sempre, niente è immutabile e tutto può cambiare improvvisamente!

Uno dei messaggi che il libro vuole lanciare è: non esiste un solo modo di vedere le cose ma molteplici prospettive dalle quali guardare il mondo. Corretto?

Corretto! È un tema al quale tengo molto, che mi ha sempre incuriosito, e ritorna in diversi dei miei libri.

Anche stavolta gli animali si trasformano in uno straordinario veicolo narrativo per educarli al valore della differenza. Quale tra le illustrazioni ritieni sia la più significativa?

Forse la prima illustrazione, quella di apertura, dove si osserva il confronto tra il pulcino e il verme, che si alternano nell’essere prima fortunati poi sfortunati. Mi sembra che dia un taglio di lettura a tutto il libro, che sottolinei il messaggio che le cose prima o poi gireranno sempre e che la prospettiva cambierà!

Quali sono stati i primi feedback dei lettori (sia grandi che piccoli)?

Purtroppo il momento delicato che stiamo vivendo non mi ha permesso di vedere dal vivo le reazioni dei lettori, ma da quel che mi è sembrato di scorgere sul web, tra i vari blog e articoli che citano “Tutto il contrario”, le reazioni parrebbero davvero positive!

Come e quanto sta cambiando il mondo dell’editoria per l’infanzia dopo il lockdown?

È molto difficile rispondere a questa domanda, dal nostro osservatorio possiamo dire che ci sembra che il mondo dell’editoria per l’infanzia non stia cambiando, ma stia attentamente prendendo le misure per allinearsi a questa momentanea situazione.

Salutaci al contrario.

!oaiC

Titolo: Tutto il contrario

Autori: Silvia Borando

Genere: Letteratura per l’infanzia

Casa editrice: minibombo

Pagine: 24

Anno: 2020

Prezzo: € 12,90

Tempo medio di lettura: 20 minuti

Suggerimenti di lettura:Affamato come un lupo” e “Gabbiano più, gabbiano meno” di Silvia Borando.

L’autrice

Silvia Borando è nata nel 1986. Da piccola voleva fare la parrucchiera per tingere i capelli di fucsia alla zia. Da grande mantiene la sua passione per i colori lavorando come grafica nello studio TIWI; coordina inoltre il progetto minibombo. Vive tra Trecate e Reggio Emilia e il suo animale preferito è il riccio.
Paquito

Lettore medio

L’Istituto (Stephen King)

Era così semplice, ma aveva il valore di un’autentica rivelazione: quello che facevi per te stesso era ciò che ti dava potere.

Luke Ellis ha dodici anni ed è un ragazzo prodigio: la sua intelligenza, il suo sfrenato desiderio di conoscere, sono una costante sorpresa per i suoi genitori e un vanto per gli insegnanti. Eppure questa sua caratteristica non è quella più interessante: il ragazzo infatti dimostra fin dalla tenera età l’abilità della telecinesi, anche se con entità modeste. Luke non l’ha mai considerata come qualcosa di straordinario, semplicemente è una delle tante cose che lo rendono speciale. Tuttavia, alcune persone senza scrupoli sono disposte a tutto per avere questa sua capacità e in una sola tragica notte sconvolgono la vita di Luke. Una mattina, al risveglio, il ragazzo si accorge di essere in una stanza perfettamente identica alla sua tranne che per un allarmante dettaglio: non c’è la finestra. La porta si apre su un corridoio che decisamente non è quello di casa sua e, dopo aver incontrato altri ragazzi che hanno vissuto la sua stessa esperienza, Luke capisce di essere in un luogo dove quelli come lui vengono portati, l’Istituto, la cui direttrice, la signora Sigsby, ha come obiettivo quello di sfruttare le capacità di questi ragazzi speciali. Così Luke, insieme ai suoi compagni di sventura – Kalisha, Nick, George, Iris e Avery Dixon – con cui stringerà legami di amicizia e alleanza, cerca di compiere l’impresa che a nessun ragazzo è mai riuscita: scappare dall’Istituto.

Se c’è una cosa che Stephen King sa fare decisamente molto bene è  raccontare storie di amicizia tra ragazzini e gli riesce ancora meglio quando questi sono fuori dal comune. Non è la prima volta che bambini con abilità paranormali sono i protagonisti dei suoi romanzi, basti pensare ad alcuni dei suoi titoli più famosi come “L’incendiaria” o “Shining”; e non è nemmeno la prima volta che King racconta di un gruppo di ragazzini che creano un legame di amicizia talmente forte da poter essere paragonato all’amore per intensità e lealtà, “IT” ne è un esempio.

I piccoli protagonisti de “L’Istituto”, edito in Italia da Sperling&Kupfer, probabilmente non si sarebbero mai incontrati nei loro contesti di origine. Essi infatti provengono da grandi città o da piccoli sobborghi americani, sono figli di genitori modello o di tossicodipendenti, ma tutti hanno una cosa in comune, le loro abilità e il loro desiderio di fuga. King crea un gruppo di bambini variegato e verosimile, ognuno con la sua storia e il proprio modo di reagire all’incubo distopico in cui sono precipitati. Il nostro protagonista Luke è però l’unico con un’intelligenza fuori dal comune che sfrutterà per i suoi obiettivi.

Ho molto apprezzato il modo in cui l’autore ha tratteggiato i personaggi – tanto i buoni quanto i cattivi – dando loro spessore e rilevanza, anche nel caso di coloro che cambiano fazione in corso d’opera attuando un percorso di redenzione. Mi è piaciuto poi come King abbia dato valore alla casualità: se certi personaggi non avessero fatto determinate scelte in un determinato momento, il corso degli eventi sarebbe stato diverso. Inoltre, l’autore è riuscito con molta abilità a dare voce al giovane protagonista nonostante la differenza d’età, cosa non scontata quando si parla degli adolescenti. La storia ha un ritmo serrato, ogni dettaglio – anche quello che all’apparenza sembra irrilevante – prende successivamente il suo posto nella narrazione che non ha mai cali di tensione, tiene incollato il lettore alle pagine, creando legami di forte empatia con i suoi piccoli personaggi, fino all’inaspettata conclusione che porta il lettore ad una delle questioni etiche più antiche: il sacrificio di pochi vale la sopravvivenza di molti?

Titolo: L’Istituto

Autore: Stephen King

Genere: Thriller

Casa editrice: Sperling&Kupfer

Pagine: 576

Anno: 2020

Prezzo: € 14,00

Tempo medio di lettura: 5 giorni

Consiglio di lettura: Dello stesso autore “L’incendiaria”

L’autore

Stephen King è un autore che non ha bisogno di presentazioni. Nato nel 1947 a Portland nel Maine è ad oggi uno degli autori più rinomati (e prolifici) della letteratura di genere. Nonostante sia stato consacrato come “Il Re” del genere horror King si è cimentato in tutti i tipi di genere letterario, dal fantasy alla saggistica. Tra i suoi titoli più famosi nel genere horror ci sono ad esempio “IT”, “Carrie” o “Shining” da cui sono stati tratte trasposizioni cinematografiche di successo, come anche la saga della Torre Nera che rappresenta l’incursione dell’autore nel genere fantasy oppure, per quanto riguarda la saggistca, “Danse Macabre” o “On Writing – autobiografia di un mestiere”.

Giovanna

Lettore medio

Giorni Memorabili (Micheal Cunningham)

Lucas voleva dirle – cosa? Voleva dirle che si sentiva ispirato, e vigile, e follemente solo; voleva dirle che il suo corpo conteneva un cuore instabile, ma anche qualcos’altro, qualcosa che avvertiva ma che non poteva descrivere: qualcosa di poroso e spigoloso, che cambiava forma seguendo i lampi di pensiero, di bisogno, di memoria; qualcosa che era cosparso di polvere brillante, di frammenti di bianco e verde e oro pallido, come una stella; qualcosa che amava le stelle perché era fatto della loro stessa materia.

Sapete cos’è la String Art? Io non lo sapevo fino a quando non mi sono trovata di fronte ad un’opera enorme appesa al muro di un hotel. Era una mappa del mondo di dimensioni ciclopiche. Sul perimetro dei cinque continenti erano conficcati un numero incalcolabile di piccoli chiodi, intorno ai quali erano avvolti fili argentati che da quel punto si tendevano fino alla testina di un chiodo posto sull’altra sponda del continente. Questo intreccio di fili creava una fitta trama che colorava d’argento la superficie delle terre emerse, distinguendola così otticamente dallo spazio occupato dagli oceani.

Erano quelli i giorni in cui mi interrogavo sull’anomalia generata nel mio catalogo mentale da “Giorni Memorabili” di Micheal Cunningham (La Nave di Teseo). Sulla copertina, sotto la coda di un cavallo al pascolo, era stampata la parola “Romanzo” una definizione che strideva con il contenuto appena letto. Tre racconti. Tutti bellissimi, intensi, scritti in una lingua evocativa, precisa e suggestiva. Ma tre racconti.

Il primo, di ambientazione storica, ha come protagonista una giovane operaia alla fine del XIX secolo, che perde il fidanzato alla vigilia delle nozze, e il suo giovane cognato – o colui che avrebbe dovuto diventarlo – una specie di folletto urbano. Per entrambi la perdita del congiunto ha generato uno squilibrio indicibile delle loro già precarie vite.

Il secondo racconto è ambientato ai giorni nostri, in una New York sconvolta da inspiegabili attacchi terroristici compiuti da ragazzini. La protagonista è una giovane agente di polizia, addetta al centralino delle emergenze, che si trova coinvolta nella vicenda, per aver ricevuto delle chiamate che segnalavano gli attentati di lì a poco a venire.

Il terzo e ultimo racconto è ambientato in una città post apocalittica e ha come protagonista un’aliena e un androide, entrambi soggiogati da una società ipercontrollante e sfruttatrice che insieme cercano un modo di sopravvivere che non annulli le loro personalità.

Tre racconti quindi o un unico romanzo? Né uno né l’altro. Come nella String Art l’autore mette insieme storie, personaggi, epoche, fatti completamente slegati tra loro tessendo una trama fatta di oggetti, luoghi, cammei e sensazioni facendone un unicum pur non alterandone l’indipendenza.

Innanzitutto il luogo. New York è il sito in cui tutte le storie hanno il loro inizio e il loro svolgimento. Poi oggetti come fili, che attraversano il tempo, e che ricompaiono in un racconto e poi in un altro, come testimoni degli eventi che furono. Altro filo che unisce le storie è il tema della morte, che permea tutto: la morte che sconvolge i piani dei personaggi, la morte provocata senza intenzione, la morte di un figlio ancora non metabolizzata, la morte attesa come liberazione dopo una vita intensa, la morte accolta nella sua inevitabilità. Il filo, la stringa, che più rimane impressa è però quella della poesia, i versi di Walt Whitman, il grande poeta americano che compare, unico personaggio a ripetersi, anche se con sembianze inaspettate, in tutti gli episodi: nel primo è testimone casuale delle tribolazioni di Lucas, nel secondo è stranamente reincarnato nella diabolica vecchina, mente pensate che pianifica gli attentati, nel terzo è la base di programmazione su cui si impernia il funzionamento degli androidi e che genera in essi strane reminiscenze poetiche e sentimentali. La poesia quindi è il filo che avvolge, unisce e cuce insieme queste tre storie.

Tre racconti o un romanzo?
In conclusione non saprei dirlo. Ma posso dirvi che è una lettura imperdibile che vi lascerà suggestioni uniche e altissime.

Titolo: Giorni Memorabili (titolo originale “Specimen Days”)

Autore: Micheal Cunningham

Casa editrice: La Nave di Teseo

Genere: Racconti/Romanzo

Pagine: 432

Anno di pubblicazione: 2020

Prezzo: € 17,00

Tempo medio di lettura: 5 giorni

Letture Consigliate: Dello stesso autore “Le Ore”, opera idealmente dedicata a Virginia Wolf – come questa appena recensita è dedicata a Whitman – una delle muse ispiratrici dell’autore e protagonista del romanzo, che ha anch’esso una particolare composizione a episodi. Nel 1999 è valso all’autore il Premio Pulitzer per la fiction.

Video consigliati: Se volete saperne di più su Walt Whitman, poeta fondamentale della poesia americana – un po’ meno fondamentale per gli insegnanti italiani che potrebbero tranquillamente dedicare una lezione in meno a Dante o Manzoni per dare qualche notizia sul capolavoro di questo poeta, “Foglie D’Erba”, e sul suo verso libero – potete sentire e vedere cosa dice Ed Folsom del suo lavoro in un’intervista messa a disposizione dal sito di Rai Scuola.

L’autore

Micheal Cunningham ènato nel 1952 in Ohio, ma è cresciuto a Pasadena in California. Laureato in letteratura inglese all’università di Stanford, ha pubblicato il suo primo racconto nel 1981, racconto che divenne poi parte del suo romanzo “Una casa alla fine del mondo”. La pubblicazione del suo primo romanzo, “Golden State” risale invece al 1984 e, a detta dell’autore, alla sua uscita ha venduto solo 17 copie. Nel 1999 però ha vinto il Premio Pulitzer per la Narrativa, con il romanzo “The Hours” da cui è stato tratto il film omonimo nel 2003 che ha visto tra le protagoniste Nicole Kidman, poi vincitrice del Premio Oscar proprio per questa interpretazione. Per lo stesso romanzo ha ricevuto il premio Fernanda Pivano per la letteratura americana nel 2011.

Cristina

Lettore medio

Il suonatore di nuvole (Ali Bader)

È una bella serata estiva, Fanny balla con lui. La sua gonna blu, la pelle morbida che brilla sotto le luci, il collo sottile, lo sguardo perso come quello di una bambina.
Si siedono l’uno di fronte all’altra, come due uccelli imprigionati in due gabbie vicine.
Amore a prima vista. Non c’era bisogno di nessuna conferma. Era chiaro come una goccia di pioggia su un vetro, che diventa più grande man mano che scende verso il basso lasciando una scia dietro di sé che non scompare. Nabil sente che il suo corpo e le sue emozioni stanno subendo una grande trasformazione.

Nel romanzo “Il suonatore di nuvole”, edito da Argo, lo scrittore iracheno Ali Bader ci narra la storia di un sognatore dei nostri giorni, Nabil, un giovane violoncellista innamorato del suo strumento, della cultura e dello stile di vita occidentale. Nabil ama la musica e pensa che l’armonia musicale sia alla base dell’ordine universale. Vive a Baghdad, in un quartiere che, prima della Seconda guerra del Golfo, era elegante, ma che ora è decisamente degradato e fatiscente e, quel che è peggio, pullula di salafiti che odiano la musica sinfonica e pensano solo ad affermare con la violenza e i soprusi i loro principi.

Un giorno, un gruppo di fondamentalisti aggredisce Nabil, picchiandolo e fracassandogli il violoncello. Il giovane, che nella Baghdad del sanguinoso dopoguerra si sente un pesce fuor d’acqua, mette a punto il suo piano per fuggire dall’Iraq ed emigrare in Europa, dove pensa di poter realizzare il suo sogno di costruire la Città ideale concepita da al-Farabi, filosofo arabo del X secolo, in cui il senso di giustizia si fonda sull’armonia musicale.

Dopo un viaggio rocambolesco nelle viscere di un camion, giunge a Bruxelles, città in cui la vita sembra sorridergli: ottiene lo status di rifugiato e trova l’amore in Fanny, una ragazza belga bella, affettuosa ed emancipata, che sembra assumersi il compito di fargli conoscere lo stile di vita europeo, guarendolo dalle paure e dalle angosce del passato. 

Ma, a Bruxelles, Nabil risiede in quartiere abitato prevalentemente da immigrati musulmani, in mezzo ai quali vivono estremisti che odiano la musica, vigilano sulla moralità dei vicini, si assicurano che il digiuno nel mese di Ramadan sia rispettato. 

Stretto tra le persecuzioni dei salafiti e l’odio xenofobo dei neo-nazisti, Nabil scopre che sogno e realtà difficilmente riescono a conciliarsi, che non è così facile costruire la Città ideale, così come non è sempre agevole, per un esule iracheno, vivere e ambientarsi in Europa.

La narrazione, in tono ora grottesco ora esilarante, ci consegna il ritratto di un uomo dei nostri tempi, un immigrato senza radici né pace nel paese di origine come in terra europea, un esule che dovrà impegnarsi molto nella costruzione di un’identità tutta nuova.

Titolo: Il suonatore di nuvole

Autore: Ali Bader

Casa editrice: Argo

Genere: Romanzo di formazione

Pagine: 101

Anno di pubblicazione: 2018

Prezzo: € 11,40

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Suggerimento di lettura: “Passaggi in Siria”, Samar Yazbek, Sellerio

L’autore

Ali Bader è nato nel 1964 a Baghdad, la sua famiglia ha dovuto lasciare l’Iraq poco dopo la sua nascita perché il padre era comunista. Tornato successivamente in Iraq, dopo la laurea in Filosofia e in Letteratura francese all’Università di Baghdad, ha cominciato a scrivere romanzi e a recitare per il teatro e il cinema. Il suo primo romanzo “Papa Sartre” ha vinto, nel 2002, il Premio nazionale per la Letteratura di Baghdad e il Premio tunisino alla Letteratura Abu Qassim al-Shaabi. In seguito, è nuovamente costretto a lasciare l’Iraq per una feroce campagna di stampa contro di lui. Attualmente vive in Belgio dove lavora come giornalista, commentatore politico e romanziere.

Federica

Lettore medio

La prigione di carta (Marco Onnembo)

Trovo che questi giovani non abbiano capacità di concentrazione e abbiano perso l’abitudine a creare concetti originali. Partire da un dettaglio e fare un largo giro di idee che – a seconda dei contesti, delle condizioni e situazioni – li porti a esprimere un’idea nuova, un concetto appunto, diverso da quello iniziale grazie a una serie di deduzioni razionali, non necessariamente matematiche, ma che almeno rispettino un qualche criterio empirico di correttezza metodologica.

In un futuro a noi prossimo, il professor Malcolm King insegna alla prima generazione di studenti che non sa scrivere a mano. Per lui, amante dei libri e docente di scrittura creativa all’università di Brownsville, è una vera e propria sconfitta. Cerca di trasmettere i suoi ideali umanistici agli studenti, ma proprio quegli ideali saranno la sua condanna. Durante una manifestazione contro la legge che vieta qualsiasi forma di supporto cartaceoe l’uso della scrittura con inchiostro, il professor King viene arrestato e imprigionato. La pena da scontare è durissima: per le sue idee radicali merita il carcere a vita. Unica consolazione saranno i fogli di carta e le penne, introdotti furtivamente nella sua cella, che saranno la sola valvola di sfogo disponibile e il mezzo con cui noi veniamo a conoscere la sua storia e le sue idee.

Ne “La prigione di carta” (edito da Sperling&Kupfer), esordio narrativo di Marco Onnembo, si percepisce fortemente l’amore per i libri e per la scrittura, ma soprattutto per i rapporti umani.Fin dall’inizio si ha la sensazione di essere in un telefilm americano:scenari tipici della narrazione statunitense – la casa col giardino, i vicini indiscreti, e in seguito la prigione con gli integerrimi secondini– si alternano sulla carta nei modi che già conosciamo, senza lasciare molto spazio alla fantasia del lettore.

Il romanzo invita a riflettere seriamente sul nostro presente, a considerare quanto sia importante la tecnologia nel quotidiano, facendo attenzione a che non tolga spazio all’instaurazione di rapporti profondi e reali. Scrivere al computer, buttare giù i pensieri su un file Word ci aiuta, ma quanto ci siamo disabituati a scrivere a mano? E, soprattutto, quanto è deleterio per noi perdere questo tipo di manualità?L’autore denuncia il momento storico che stiamo vivendo e la tecnologia che unisce, ma allo stesso tempo separa, in una narrazione che punta ai classici della distopia, primo tra tutti “Fahrenheit 451”, senza riuscire a replicarne del tutto l’originalità.

Un romanzo adatto agli amanti della carta che vogliano soffermarsi sulla spinosa questione, portata all’attenzione dall’idealista professore con frasi lunghe e complesse, che potrebbero non risultare semplici da capire a una prima lettura, ma che di certo colpiscono al cuore per la genuinità di sentimento.

Titolo: La prigione di carta

Autore:Marco Onnembo

Casa editrice:Sperling&Kupfer

Genere: Distopico

Pagine: 240

Anno edizione: 2020

Prezzo: € 16,90

Tempo medio di lettura: 7 giorni

L’autore

Marco Onnembo, nato a Eboli nel 1976, è un dirigente d’azienda e giornalista. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione e il Master in Giornalismo alla Luiss nel 2001, si è specializzato in Marketing presso la Wharton School di Filadelfia e la Graduate School of Business di Chicago. Ha collaborato con numerose testate giornalistiche, quali Affari & Finanza – la Repubblica, Panorama, Economy, Radiocor – Il Sole 24 ORE. Negli anni, ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità in importanti gruppi quali Finmeccanica, Guru, Ferrari, Telecom Italia. Ora è in Cassa Depositi e Prestiti.

Arianna

Lettore medio

Redenzione (Chiara Marchelli)

Quando il comandante si arrampica fuori dal fosso, riconosce subito l’uomo che ha telefonato. Cesare Ceccacci, tartufaio. ‟Cece”, lo chiamano. Maurizio si ricorda di lui per la storia dei cani avvelenati, qualche anno fa. Tra tartufai si erano ammazzati i cani a vicenda e ne era venuto fuori un bordello di denunce dove alla fine era colpa di tutti.

«Comandante Nardi, questo caso è suo».
Questa il primo commento dopo la lettura di “Redenzione”, il nuovo romanzo di Chiara Marchelli edito da NN Editore. Una detective story che si attiene a un registro consolidato (in questo caso la sparizione di due donne) ma che non delude le aspettative. Il tratto distintivo di quest’indagine, che si svolge a Volterra, è senza dubbio nella vastità di temi affrontati dall’autrice: l’anoressia, la malattia mentale e i rapporti familiari.

Torno a leggere con piacere il romanzo di un’autrice che, fin dagli esordi, si è distinta per la capacità di scavare in profondità. Ogni personaggio fa i conti col proprio passato e con le aspettative di un futuro che appare quanto mai incerto. Nessuno di loro ha paura di piangere; nessuno teme di mettersi in gioco correndo dei rischi ma pure, come nel caso del comandante Nardi, avvicinandosi sempre di più alla verità.
Un personaggio, quest’ultimo, pronto alla sfida della lunga serialità. Di Nardi e di molto altro parliamo con l’autrice, nostra ospite.

“Redenzione”. Come è nato questo romanzo?
“Redenzione” è nato dal mio desiderio di scrivere di alcuni temi, quali l’anoressia e il disagio mentale. Non ha avuto una genesi molto diversa rispetto ad altri libri che ho scritto. Mi era già successo di voler esplorare un tema e muovermi da lì per arrivare alla storia e ai personaggi. Ciò che è cambiato è la declinazione, che in questo caso utilizza la cornice del genere.

Cominciamo dal protagonista: Maurizio Nardi. Un po’ Maigret (per gli spigoli caratteriali), un po’ Sherlock Holmes (per le capacità deduttive), un po’ Montalbano (per lo zelo e la capacità di creare empatia). A quale patrimonio, letterario e non, hai attinto per creare questo personaggio?
Non ho modelli di riferimento tra i commissari e i detective della letteratura di genere, ho modelli e ispirazioni presi dalla vita quotidiana. Volevo che Nardi fosse un uomo, un uomo normale, prima di tutto.

Volterra è il set della storia. Al di là degli espedienti narrativi (che non sveliamo) perché hai scelto questa cittadina pisana come ambientazione?
Perché riesco a scrivere soltanto di luoghi che conosco e Volterra, dopo averla frequentata per un paio d’anni, mi è diventata abbastanza familiare da poterci ambientare un romanzo senza che il risultato suonasse posticcio o artificioso (o così mi auguro). Non credo che Volterra sia necessariamente più adatta a questo romanzo rispetto ad altre città, se non per il fatto che parte della storia è ambientata all’ex-manicomio. L’intento era anche quello di portare in superficie, laddove si muove la “normalità”, vite ed esperienze che ci paiono sempre altrove, e altrui.

È un romanzo, questo, che parla di donne: Lara (la moglie del comandante Nardi), Isa, Giorgia, Malina e Rita (che conosciamo attraverso le sue lettere), senza dimenticare le altre comprimarie. Un gioco di squadra al femminile funzionale alla trama ma non solo. Quale è il punto di contatto tra questi micro-mondi così differenti tra loro?
Questa risposta sta al lettore. Più in generale credo che la logica interna di un romanzo risieda anche nella coesione intima tra storia, personaggi, ambientazioni, che sono necessariamente in intima conversazione tra di loro. Uno chiama l’altro, in un certo senso. E se queste donne in qualche misura si chiamano a vicenda, è altresì vero che gli esseri umani, nel momento in cui le loro storie si sfiorano (fisicamente o meno), creano un contatto. È il principio dell’essere umani: siamo in continua comunicazione gli uni con gli altri, per nostra semplice, essenziale natura.

“Redenzione” invita a una riflessione sulla condizione dei manicomi e su quanto la detenzione in istituti del genere abbia lasciato segni indelebili sul corpo e nella mente dei pazienti. Attraverso Rita hai dato voce a migliaia di persone private della loro libertà e, talvolta, della loro dignità umana. Riflessione condivisibile?
Più che dare voce a chi voce non ha avuto, la mia intenzione forse più consapevole mentre scrivevo era quella di normalizzare l’eccezionale. L’anoressia, la depressione, il disagio mentale vengono ancora e spesso relegati a sfere distanti – cose che succedono agli altri – e invece non è così: si tratta di malesseri comuni, per cui bisogna fare uno sforzo di smitizzazione e avvicinamento. Parlare di un malessere, di molti malesseri, aiuta non solo a provare a capire ciò che non conosciamo, ma anche a rendere meno spaventoso ciò che ci abita.

Tecnicamente parlando: hai giocato coi piani temporali. Quanto è stato difficile ma nel contempo stimolante un lavoro del genere?
Molto, moltissimo. Ho dovuto immaginare e sperimentare scenari, soluzioni, alternative. Parlare da sola, fare e disfare, prevedere e ribattere. È stato esaltante e, nonostante la disciplina necessaria a costruire una struttura che tenesse in ogni punto, liberatorio.

Il personaggio del comandante Nardi si presta, senza dubbio, alla lunga serialità. Lecito chiederti: tornerà?
Speriamo! Mi fa molta simpatia e qualche suggestione ce l’ho. Vediamo dove porterà.

Restando in tema: ti spaventa diventare un’autrice seriale oppure ti stimola il confronto con personaggi del genere consapevole delle numerose evoluzioni di cui potrai essere artefice?
Né l’una né l’altra. Quello che vorrei è essere il più possibile libera. Libera di sperimentare, cercare, allargare, deviare, provare strade che non avevo mai immaginato. Vorrei darmi la possibilità di cambiare. Di seguire la naturale evoluzione della mia persona: quella della donna e quella della scrittrice.
Non sempre siamo abbastanza lungimiranti e generosi da assecondare certe pulsioni. Ci facciamo paura da soli, o temiamo il confronto con gli altri. Io vorrei questo: continuare a essere un’autrice che non ha (troppa) paura di scegliere i sentieri meno frequentati. E se la paura c’è, raccogliere abbastanza coraggio da procedere lo stesso. Con più o meno patimento e resistenze l’ho fatto sinora. Tanto vale arrendersi alla natura e alla verità di chi siamo nel profondo, e fidarsi.

Cosa ti aspetti da questo romanzo?
Non mi aspetto niente. Spero molto, invece. Spero che raggiunga le persone, spero che sia ben accolto e che abbia la capacità – rara, me ne rendo conto – di spostare, anche se di poco, lo sguardo dell’altro.

Titolo: Redenzione

Autore: Chiara Marchelli

Genere: Detective story

Casa editrice: NN Editore

Pagine: 315

Anno: 2020

Prezzo: € 17,00

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Consiglio di lettura: “Il ladro di merendine” di Andrea Camilleri; “Le lacrime del coccodrillo” di Maurizio De Giovanni.

L’autrice
Chiara Marchelli è nata ad Aosta e si è laureata in Lingue Orientali a Venezia. È autrice di romanzi, una raccolta di racconti e un saggio su New York, la città dove vive. Insegna Letteratura Contemporanea, Traduzione e Italiano alla New York University e Scrittura alla Scuola Holden. Nel 2017 ha pubblicato “Le notti blu” (Giulio Perrone Editore), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega. Nel 2019 NNE ha pubblicato il suo romanzo “La memoria della cenere”.

Paquito

Lettore medio

Un dio e i suoi doni (Ivy Compton-Burnett)

– Preferirei non scrivere affatto, piuttosto che scrivere come lui.
– Allora il problema non esisterebbe.
– Ho già scritto, sai?
– Niente da far leggere agli altri. Siamo tutti nelle stesse condizioni.
– Be’, il futuro ci dirà se son rose.
– Non sopporto il futuro – disse Reuben – Perché si deve sempre ripetere questo ritornello?

La storia del romanzo “Un dio e i suoi doni” (edito da Einaudi), nato dalla penna dell’autrice statunitense Ivy Compton-Burnett, è incentrata sulla vita di Hereward, scrittore di successo, capofamiglia e uomo tanto assorto nel suo lavoro da tramutarela propria esistenza, e soprattutto quella dei suoi cari, in un racconto intricato e torbido, il cui sviluppo procede unicamente attraverso idialoghi interfamiliari. Esercitando in maniera ingombrante la sua autorità paterna, il protagonista assume le caratteristiche di un dio, dominatore e manipolatore del suo microcosmo, ma quali saranno gli effettivi doni di una divinità turbolenta?

Questo libro è uno dei preziosi tesori trovati durante un viaggio a Pisa. Scovato tra le tante proposte di una libreria, mi ha immediatamente attratta grazie al disegno di Brâncuși in sovracoperta, dettaglio che già preannuncia l’importanza della comunicazione, interpretabile, in questo caso, come un passaparola costituito da confidenze e rivelazioni all’interno delle mura familiari.

Come già anticipato prima, nel romanzo gioca un ruolo fondamentale la persistenza dei dialoghi, interrotti unicamente dal termine e dal principio dei vari capitoli, in cui le voci dei personaggi risultano ben distinguibili le une dalle altre mediante le sfumature dei vari toni e le differenze linguistiche che variano in base al ceto sociale, range di età ed educazione.

La Compton-Burnett mostra in tutto e per tutto padronanza della sua macchina letteraria che, pur non presentando descrizioni scenografiche, non appare inibita, ma al contrario si muove fluidamente sui binari di una trama stuzzicante e ricca di colpi di scena. È degno di nota il lascito del romanzo di fine Ottocento che trapela sottilmente dall’ambientazione e dalla forte tensione sociale evidentemente percepibili leggendo il testo.

La caratteristica che rende “Un dio e i suoi doni”appassionante èla volontà dell’autrice di occultare spesso e volentieri i pensieri del protagonista per dar modo al lettore stesso di intuire la verità circa il vissuto rocambolesco di Hereward: la narrazione diviene quindi un turbinio di voci, un palcoscenico dal quale è quasi escluso l’attore principale che, seppur poco presente, condiziona le vite altrui in pochi attimi.

Titolo:Un dio e i suoi doni

Autore:Ivy Compton-Burnett

Casa editrice:Einaudi

Genere:Romanzo familiare

Pagine:190

Anno di pubblicazione:1963 (ed. letta 1997)

Prezzo:€14,00

Tempo medio di lettura:4 giorni

Brano consigliato:Rocket man (Elton John)

L’autrice

Ivy Compton-Burnett nacque a Londra nel 1884. Pubblicò il suo primo romanzo, Dolores, nel 1911, seguito da quattordici lunghi anni di silenzio, finché nel 1925 non apparve il suo secondo libro, Pastors and Masters. Da allora,trovato evidentemente un suo personalissimo stile, andò costruendo con regolarità le sue macchine romanzesche. Della Compton-Burnett sono apparsi in Italia, oltre al presente romanzo, Madre e figlio, Fratelli e sorelle e I grandi e le loro famiglie.

Federica I.