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“Cate, io” (Matteo Cellini)

Cate, ioCammino e ho il mio costume indosso: un panneggiato, indolente, fluttuante manto di grasso. Sono una supereroina e risolvo problemi. Salvo il mondo. Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva; che toglie dalle mani la palma della più brutta, della più grassa, della più sola.

Caterina ha diciassette anni e vive in provincia di Urbino. Obesa come tutti i membri della sua famiglia, non si sente uguale ai suoi coetanei. Le discriminazioni che subisce ogni giorno l’hanno portata a dividere il mondo in persone e non-persone, basandosi esclusivamente sulla loro taglia. E lei è una non-persona, quando esce di casa non è mai se stessa: è Cate-ciccia, Cater-pillar, Cate-bomba, una tutina stretta su un corpo ingombrante, che le persone non mancano di prendere in giro per la sua diversità.

Diffidente e disillusa, Cate vive la sua quotidianità nell’attesa dell’insulto successivo, senza mai aspettarsi una parola gentile e sincera da chicchessia, e nell’angoscia dell’approssimarsi del suo diciottesimo compleanno, giorno che sancirà il tanto desiderato eppure temuto ingresso nell’età adulta, che i suoi genitori insistono col festeggiare pubblicamente, insieme alle persone che Cate teme più di tutti, i suoi compagni di classe.

“Cate, io” (edito da Fazi Editore) è un romanzo duro da leggere, scuote la coscienza e fa riflettere sull’importanza di sentirsi amati, ma, soprattutto, di amarsi. Nelle parole ciniche di Cate, nella sua chiusura al mondo, nella sua circospezione verso gli altri c’è un profondo odio per se stessa. È cieca all’affetto e alla simpatia di quelli che la circondano, perché non riesce a concepire che qualcuno possa amarla per quello che è. Convinta che la gentilezza dei suoi compagni sia mossa dalla pietà e da un secondo fine, Cate tiene tutti a distanza di sicurezza, armandosi di sarcasmo e finta noncuranza, condannandosi a una vita di solitudine.
Non si accorge che la sua compagna di banco Anna, da lei soprannominata l’Annoievole, vuole davvero esserle amica, né che il timido Giacomo, che la guarda di soppiatto dal suo banco, ha una cotta per lei. È bloccata nell’autocommiserazione e nel disprezzo per il suo corpo, che le impediscono di godersi i rapporti umani e la quotidianità.
Unica persona da cui pare accettare affetto e ammirazione è la professoressa Mazzantini, sua docente di italiano, che la incoraggia a usare la sua passione per la letteratura, a osare, pur ferendola qualche volta, anche se in maniera involontaria.
Leggere “Cate, io” è una prova di forza, soprattutto per chi, come Cate, ha vissuto la propria infanzia e adolescenza odiando il proprio corpo e tutto ciò che rappresenta. L’autore si cala in modo straordinario e verosimile nei panni di un’adolescente obesa e depressa, descrive bene le insidie del sentirsi indegni di qualsiasi tipo di amore e traccia per la sua protagonista un percorso di accettazione e redenzione che fa quasi male al cuore. La sua scrittura, densa e a tratti disturbante, cattura come di rado accade, toglie il fiato ed emoziona nella sua semplice crudezza.

Titolo: Cate, io
Autore: Matteo Cellini
Casa editrice: Fazi Editore
Genere: Biografico
Pagine: 216
Anno edizione: 2013
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore
Matteo Cellini è nato a Urbino, vive a Urbania dove svolge l’attività di docente di Lettere in una scuola media. Nel 2010 esordisce con il racconto “Cate, io” che, distribuito gratuitamente in sette metropolitane, ottiene il Premio Subway-Letteratura. In seguito, Cellini trae dal suo racconto il romanzo omonimo, che vince il Premio Campiello 2013 nella sezione Opera Prima e giunge finalista al Premio Strega. Nel 2016 ha pubblicato il secondo romanzo, “La primavera di Gordon Copperny jr.”. Nel 2018 è uscita la sua terza fatica letteraria, la favola “I segreti delle nuvole”.

Claudia

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Lettore medio

Io sono Kurt (Paolo Restuccia)

9788876259036_0_0_454_75Vent’anni fa portavo i capelli lunghi come Kurt Cobain, con un accenno di pizzetto. La prima volta che mi vide, Diavolo Biondo disse: «E tu chi saresti?».
«Andrea Brighi».
«Nome da sfigato».

Immaginate di essere in macchina e di avere al vostro fianco una borsa piena zeppa di soldi. Soldi che dovrete consegnare in una banca di Lugano, senza dar troppe spiegazioni e, soprattutto, senza perdere tempo. Immaginate adesso che, mentre procedete in direzione della Svizzera, la vostra auto venga affiancata da un veicolo alla cui guida c’è il vostro ex datore di lavoro lo stesso che, da vent’anni, vi deve ancora 10 milioni. Continuereste il vostro viaggio serenamente oppure rendereste più eccitante il percorso seguendo la macchina che avete appena visto?
Andrea Brighi, protagonista del romanzo “Io sono Kurt” di Paolo Restuccia (edito da Fazi), propende per questa seconda opzione e si prepara a fare i conti col proprio passato. Un passato fatto di serate in discoteca, nelle quali veniva soprannominato Kurt a causa della somiglianza col cantante Kurt Cobain; di un rapporto ambiguo con Anna, una ragazza annoiata dalla routine sentimentale e amante della sottomissione, e di un ancor più controverso rapporto di amore e odio con Stefano Zanchi, soprannominato Diavolo Biondo, ex datore di lavoro di Kurt.
Riuscirà il protagonista a recuperare il vecchio credito, senza dissipare i soldi con cui sta viaggiando?

Ho apprezzato non poco questo romanzo nel quale la musica ha un ruolo fondamentale. Al termine del libro, Restuccia motiva la scelta di ogni singolo pezzo citato nel romanzo invitando il lettore a ritrovare tormentoni di inizio secolo e vecchi successi degli anni ’60 e ’70. Inoltre mi è piaciuta la scrittura: cruda, spigolosa, senza fronzoli e senza alcun rispetto per i ben pensanti. Il sesso viene raccontato senza volgarità ma pure evitando censure che avrebbero rovinato un’atmosfera cupa che permea tutto il romanzo. Inoltre, ho apprezzato particolarmente che l’autore abbia – di tanto in tanto – interrotto la narrazione (in prima persona) per rivolgersi direttamente al lettore, coinvolgendolo pienamente nella storia e in una serie di riflessioni mai banali né stucchevoli.

Titolo: Io sono Kurt
Autore: Paolo Restuccia
Casa editrice: Fazi editore
Genere: Noir
Pagine: 270
Anno: 2016
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Dopo aver letto il libro: Godersi, una a una, le canzoni citate alla fine del romanzo.

L’autore
È il regista del noto programma satirico di Radio2 “Il ruggito del coniglio”. Lavora alla Rai dal 1987 come regista, autore e conduttore. Insieme a Enrico Valenzi, è il fondatore della Scuola di scrittura Omero di Roma, la prima aperta in Italia, attiva dal 1988. Ha pubblicato il manuale “La palestra dello scrittore, le parole e la forma” (Omero, 2010) e il romanzo “La strategia del tango” (Gaffi, 2014).

Paquito

Lettore medio

Felici i felici (Yasmina Reza)

9788845928260_0_0_454_75Lui si è di nuovo proteso per dire, sei felice? Ho detto, sì, e ho pensato, che faccia tosta. Ha annuito e assunto un’aria vagamente intenerita, sei felice, brava. Mi è venuta voglia di tirargli uno schiaffo. Trent’anni di tranquillità emotiva spazzati via in dieci secondi.

La domanda che subito possiamo porci è: chi sono i felici? In questo romanzo corale è come se tutti i protagonisti, che fino a quel momento hanno vissuto una vita perfetta (anche se solo in apparenza) si fermassero per riflettere su ciò che sta accadendo loro.
Ad esempio, Pascaline e Lionel agli occhi di tutti sono la coppia perfetta, ma in realtà nascondono i problemi psichici del proprio figlio per paura di essere derisi dai loro amici; il giovane e stimato dottor Chemla, invece, vive una sessualità complicata dovuta agli abusi subiti da parte del fratello maggiore quando era piccolo.
Malgrado accadano episodi che segnano un punto di rottura nella routine dei protagonisti, essi preferiscono non abbandonare il loro stile di vita perché non è facile uscire dalla propria comfort zone, anche se questa rende infelici.

«Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell’amore. Felici i felici»: è da questa citazione di Borges che Yasmina Reza prende spunto per il suo romanzo “Felici i felici” (edito da Adelphi) nel quale più protagonisti danno voce ai loro segreti e ai loro pensieri. Attraverso di essi scopriamo che, in questo romanzo, la vera protagonista è l’infelicità, sentimento onnipresente che, però, non crea empatia per i personaggi, tutt’altro. Invita il lettore a riflettere sull’ipocrisia che non solo ci circonda, ma che viviamo in prima persona quando preferiamo non essere onesti con noi stessi.
Grazie alla sua abilità nel cambiare registro, l’autrice riesce a farci osservare da spettatori queste esistenze fatte di vite parallele e a farci riflettere anche sulla nostra vita. Ogni capitolo non è a sé stante perché troviamo i racconti di persone che si conoscono tra loro chi per grado di parentela, chi perché marito, moglie o amante di qualcuno e quindi sono le facce, anzi le doppie facce, della stessa medaglia.
La caratteristica preponderante di questo romanzo è l’assenza di dialogo e di confronto, dato che ciascun personaggio tende a disinnescare qualsiasi bomba per non rovinare l’equilibrio precario che è riuscito a creare con tanta fatica.
Non esisteranno le istruzioni per essere felice, ma la Reza afferma che essere felici è un talento.Da parte mia, credo invece che si inizi ad essere felici quando ci si rende conto di cosa si vuole davvero.

Titolo: Felici i felici
Autore: Yasmina Reza
Genere: Letteratura francese
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 163
Anno: 2013
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Autore e quadro consigliato: “Gli amanti” (René Magritte, olio su tela 1928)

L’autrice
Yasmina Reza (Parigi, 1 maggio 1959) è una drammaturga, sceneggiatrice, attrice e scrittrice francese. La prima pièce da lei scritta, “Conversations après un enterrement”, rappresentata per la prima volta nel 1987, le vale il Premio Molière come miglior autore. Il successo internazionale arriva con “Art” (1994) opera tradotta in molte lingue e che le ha fatto vincere molti premi non solo letterari ma anche teatrali. Dal suo libro “Il dio del massacro” (2011) è stato tratto il film “Carnage” di Roman Polański.

Arianna

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Kirsten (Salvatore Vivenzio & Chiara Raimondi)

kristen-salvatore-vivenzio-chiara-raimondi«Quale parte interpreterò stavolta?»

L’istante che precede il ciak. È quel che Salvatore Vivenzio e Chiara Raimondi raccontano con “Kirsten”, il graphic novel edito da Alt! Edizioni.
Protagonista della storia è la diva hollywoodiana Kirsten Dunst immortalata fuori e dentro il set. Non una storia per celebrare un’attrice di indiscusso talento, quindi, ma il ritratto a tinte forti di una ragazza molto fragile che, ruolo dopo ruolo, si guarda allo specchio e non vede più riflessa la propria immagine ma quella dei personaggi a cui presta corpo e voce.

Definisco questo graphic novel: delizioso. Una storia breve, con pochissime battute e tanto spazio all’illustrazione (da questo punto di vista, straordinario lavoro di Chiara Raimondi che – con un tratto molto bonelliano – dà vita alla celebre attrice regalando ai lettori una serie di immagini iconiche della Dunst). Vivenzio è molto attento alle inquadrature ed è bravo a far recitare Kirsten anche lontano dal set. Quei soliloqui, tuttavia, non sono battute, ma veri e propri dubbi che possono cogliere una ragazza anche all’apice della carriera. Non aggiungo altro e cedo con piacere la parola all’autore.

Kristen. Come è nato questo progetto? Kristen nacque sostanzialmente da una scommessa tra me e Chiara Raimondi, la disegnatrice, entrambi follemente innamorati dell’attrice Kirsten Dunst. Ci mandavamo sue foto di continuo, poi passammo alle interviste e man mano scoprii che lei aveva un passato davvero interessante fatto di problemi familiari, depressione e cliniche psichiatriche. La figura dell’attore mi ha sempre interessato moltissimo, quindi decisi di provare a mettere in relazione la classica maschera dell’attrice con i problemi reali della vita di Kirsten Dunst. Ne venne fuori un esperimento niente male, così decidemmo di realizzarlo.
La Kristen Dunst protagonista di questa storia si discosta dalla diva patinata alla quale siamo abituati. Come mai hai deciso di raccontare il lato fragile di quest’attrice? Perché ciò che mi interessa principalmente è il lato umano, emotivo, profondo delle cose. Tutti possiamo vedere quanto sia bella un’attrice hollywoodiana, tutti possiamo ammirare i suoi vestiti, i suoi gioielli, le sue fantastiche relazioni amorose. Ma la vera domanda, per me, è sempre: cosa c’è dietro tutto questo?
In alcune istantanee vengono ricordati i momenti salienti della sua carriera. Un modo, questo, per mettere una persona davanti allo specchio per ricordare il proprio lato umano? Per me era un confronto con se stessa. Tra il lato umano e quello attoriale. Non so come sia effettivamente essere un attore, non so neanche recitare una poesia, ma l’ho sempre immaginato come una figura sfuggevole, sempre in bilico tra ciò che è e ciò che recita.
La Stanza. Raccontaci questo interessante progetto. La Stanza è stato l’inizio di tutto per me. Nacque quando avevo circa diciassette anni. Avevo iniziato a provare a scrivere una sceneggiatura (non mi era facile ai tempi, ero totalmente spaesato) ma rimaneva un problema: chi l’avrebbe mai disegnata? Così provai a tirare su questo collettivo di artisti. Ai tempi non immaginavo sarebbe diventato qualcosa di così grosso. Poi sono sopraggiunti dei problemi, realtà del genere sono difficili da portare avanti a meno di non trovare persone disposte a investire tempo e denaro nel progetto. Quindi pian piano abbiamo tutti abbandonato la barca. Non so se faremo mai altro con i vecchi membri, me lo auguro comunque. Ma si va avanti, non bisogna mai fermarsi al passato.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Ai tempi delle nostre prime uscite furono tutti molto entusiasti. La prima tiratura di Kristen finì al Comicon 2017, fiera d’esordio praticamente (prima avevamo fatto solo Pescara Comics dove avevamo portato l’albo in anteprima). I ragazzi di ALT! fecero un lavorone, immagino fosse molto difficile lavorare con noi ai tempi, eravamo dei ragazzini (io avevo 19 anni). Pochi giorni fa ho saputo che sono andate esaurite anche tutte le copie di “Gamble”. E’ una bella soddisfazione vedere il proprio lavoro apprezzato anche a distanza di tempo.
Sei al lavoro su qualche nuovo progetto? Certo! Nel 2018 è uscita “La Rabbia”, il graphic novel scritto da me e disegnato da Gabriele Falzone. Abbiamo fatto sostanzialmente un anno di tour promozionale, conclusosi a giugno. Anche questo volume è andato molto bene, abbiamo girato parecchio. Ora ho altri due libri in uscita nel 2020, sempre per Shockdom. Il primo è un fumetto sulla cultura trap e il secondo è una decostruzione surrealista del classico noir che prova a succhiare la linfa vitale di Bunuel, Dalì e De Chirico (una roba da niente, insomma). Nel frattempo lavoro a tante altre cose e provo a laurearmi!
Un saluto ai lettori del nostro blog. Un abbraccio a tutti i lettori di “Il lettore medio”, spero di incontrarvi nuovamente presto, magari in occasione dell’uscita del mio prossimo libro!

Titolo: Kirsten
Autore: Salvatore Vivenzio
Illustratrice: Chiara Raimondi
Casa editrice: Alt!
Genere: Graphic novel
Pagine: 36
Anno: 2017
Prezzo: € 4,90
Tempo medio di lettura: 1 ora
Film consigliati: “Il giardino delle vergini suicide” (1999) e “Marie Antoinette” (2006), scritti e diretti da Sofia Coppola. Di entrambi i film Kirsten Dunst ne è la protagonista.

L’autore
Salvatore Vivenzio è scrittore, sceneggiatore e giornalista. Tra le sue pubblicazioni: i romanzi brevi “Radioactive” e “Awake” (entrambi pubblicati da Montecovello) e dei fumetti, pubblicati con Alt!, “Kristen” e “Gamble”. Con l’editore Shockdom ha pubblicato il graphic novel “La rabbia”.
È il fondatore e coordinatore del collettivo “La Stanza”.

L’illustratrice
Chiara Raimondi, classe ‘96, dopo il diploma al liceo decide di fare fumetti così, su due piedi. Esordisce con “Kristen” e come colorista con “Gamble”, entrambi scritti da Salvatore Vivenzio ed editi da ALT! Associazione Lettori Torresi. Collabora come illustratrice e fumettista con giornali locali e pubblica webcomics su piattaforme online come Comiqube e Lo Spazio Bianco.

Paquito

Lettore medio

Il libro dei Baltimore (Joël Dicker)

9788893445511_0_0_454_75Se trovate questo libro, leggetelo, per favore.
Vorrei che qualcuno conoscesse la storia dei Goldman di Baltimore.

Comincio questa recensione affermando che “Il libro dei Baltimore” di Joël Dicker (edito da La nave di Teseo) è uno dei romanzi più interessanti che mi sia mai capitato di leggere negli ultimi anni.
Una saga familiare sui generis (consta, infatti, di un unico volume) nel quale vengono raccontate le gesta della famiglia Goldman, nel momento più delicato della loro vita. Protagonista della vicenda è Marcus Goldman, un giovane scrittore al lavoro sul suo nuovo romanzo. Vittima, inizialmente, del blocco dello scrittore, Marcus (che nel corso della narrazione riceverà gli affettuosi nomignoli di Markie e Markikette) inizia a raccontare la storia della propria famiglia: il padre e la madre con cui vive a Monclair, ma soprattutto la famiglia Goldman di Baltimore: quella composta dallo zio Saul, la zia Anita e il cugino Hillel ai quali si aggiunge il giovane Woody, un ragazzino abbandonato dalla propria famiglia d’origine che trova nella ricca tenuta dei Goldman di Baltimore la propria seconda chance. Ognuno di loro combatte quotidianamente per primeggiare (nello studio, nel lavoro, ma soprattutto agli occhi dei parenti), ognuno di loro ha un segreto, ognuno di loro ha fantasmi del passato che riemergono per rendere insonni le notti a qualsiasi latitudine.
Riuscirà Markie a raccontare la storia della propria famiglia, senza lasciarsi travolgere dalle onde anomale dei ricordi?

Al di là della storia, particolarmente bella, quel che ho adorato di questo romanzo è la tecnica. Dicker utilizza in maniera impeccabile il flashback (quasi sempre aperto, così da aumentare la suspence al termine di ogni capitolo) muovendosi su più piani narrativi. Ottima pure la scelta della prima persona per la voce narrante: Marcus condivide col lettore le proprie emozioni (specie nel rapporto con Alexandra Neville, inizialmente semplice vicina di casa e amica di famiglia, successivamente fidanzata di Marcus) ma soprattutto i propri ricordi. Racconta quel che gli è successo, nei lunghi soggiorni a Baltimore, ma pure quel che gli viene raccontato da due cugini per i quali prova un grande affetto, ma pure un pizzico d’invidia.
I personaggi sono delineati in modo perfetto. Di ognuno di loro l’autore regala un ritratto molto dettagliato, ma nient’affatto stancante, nel quale emergono le fragilità. Fragilità che li rende umani e nei quali ci si può facilmente immedesimare.
Non aggiungo altro, per non correre il rischio di essere stucchevole. Lascio ai lettori l’ardua sentenza. Per me è promozione a pieni voti, con tanto di desiderio di leggere altri romanzi di quest’autore.

Titolo: Il libro dei Baltimore
Autrice: Joël Dicker
Casa editrice: La nave di Teseo
Genere: Saga familiare
Pagine: 587
Anno: 2018
Prezzo: € 14,50
Tempo medio di lettura: 15 giorni
Letture consigliate: “La verità sul caso Harry Quebert” (2013) e “La scomparsa di Stephanie Mailer” entrambi di Dicker.

L’autore
Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. Ha pubblicato “La verità sul caso Harry Quebert” (2013), “Gli ultimi giorni dei nostri padri” (2015), “Il libro dei Baltimore” (2016) e “La scomparsa di Stephanie Mailer” (2018). Ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010, il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012.

Paquito

Lettore medio

Anm & core (Alex Amoresano)

copertina-anm-e-core-1«Ma tu sai come ci si arriva?»
«Dobbiamo solo cambiare linea. Comunque poi chiediamo!»
«È il “poi chiediamo” che mi preoccupa…»

Confesso di aver sempre avuto un debole per le storie ambientate a bordo di un treno. Se le suddette storie hanno un taglio umoristico – e magari sono pure ambientate a Napoli – non posso esimermi dal recensirle positivamente. Ed è quel che accade con “Anm & core” il divertente volume realizzato da Alex Amoresano (autore delle sceneggiature e delle illustrazioni) edito da Alt! Edizioni.
Una raccolta di storie legate tra loro da un sottilissimo filo: sono tutte ambientate a bordo dei mezzi pubblici napoletani. Stazioni belle come opere d’arte popolate di viaggiatori distratti, studenti fuorisede, innamorati che attendono la fermata successiva per dichiararsi e venditori ambulanti che danno fondo a un repertorio da navigati attori per piazzare la propria mercanzia (nel 90% dei casi si tratta di calzini!).
Tutto questo mentre il mondo fuori continua a muoversi a velocità frenetica, senza la possibilità di godersi uno spettacolo del genere.

Ho apprezzato molto questo fumetto per due motivi: il primo è che rende giustizia alle metro napoletane (delle quali sono assiduo fruitore) tanto per l’aspetto estetico (la stazione di Toledo è oggettivamente molto bella), quanto per quel teatro quotidiano che va in scena, ogni giorno, tra un vagone e l’altro. A questo punto taccio e lascio la parola all’autore.

Anm & core. Come è nato questo progetto? È nato osservando. Un’osservazione che mi ha accompagnato per anni, sin da piccolo, attraverso quel labirinto di percorsi artistici che è la metropolitana di Napoli, con occhi curiosi e orecchie attente ai discorsi dei passeggeri.
Da sempre la linea dei trasporti napoletana viene considerata un gigantesco contenitore di storie. Storie che prendono vita tra le pagine del tuo graphic novel. Quale di queste ti ha più divertito? “Toilette”, la storia sulle due signore che cercano di risparmiare sui servizi igienici della metro.
C’è spazio, nel graphic novel, anche per qualche attenta riflessione. A bordo della metro viaggiano turisti, studenti con le cuffiette, professionisti silenziosi, massaie ciarliere ma pure persone che proprio non riescono a fare a meno dei pregiudizi. Quanto ti spaventa quest’ultima categoria? Ti rispondo con una storiella: una volta una signora sull’autobus imprecava contro gli arabi. La assecondo, dicendole che aveva ragione, facendole capire quanto io fossi più intransigente di lei e di come, a mio avviso, si dovesse eliminare ogni cosa importata dagli arabi. Numeri, astronomia, medicina, spezie, e molte parole della nostra lingua napoletana. Rimase in silenzio.
La linea 1 della metropolitana di Napoli avrà pure mille e uno difetti, ma è universalmente riconosciuto che è dotata di stazioni meravigliose. Giusto soffermarsi a contemplare queste opere d’arte oppure è meglio continuare a lamentarsi i disservizi? In medio stat virtus.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Meravigliati. Sia per la scoperta di un fumetto che parlasse di una Napoli quotidiana, reale, di tutti i giorni, sia per la scelta della protagonista assoluta: la metro.
Adesso tocca farci gli affari tuoi. Sei al lavoro su qualche nuovo progetto? Ci sto lavorando, al momento sono ancora alla fase iniziale, quella che ogni bravo scrittore definirebbe “ricerca delle fonti”. E già ti ho dato un forte indizio sull’orientamento cronologico dell’opera.
Un saluto ai lettori del nostro blog. Un saluto a tutti, ragazzi! E ricordatevi che: in vino veritas, ma in birra figuriamocis!

Titolo: Anm & core
Autore/illustratore: Alex Amoresano
Casa editrice: Alt!
Genere: Graphic novel
Pagine: 105
Anno: 2019
Prezzo: € 10,00
Tempo medio di lettura: 2 ore
Dopo aver letto questo graphic novel: Viaggiare a bordo delle linee 1 e 2 della metropolitana di Napoli per scoprire che, talvolta, la realtà supera di gran lunga la fantasia.

L’autore
Alex Amoresano nasce a Napoli nel 1994. Cresciuto a “pane e greco antico”, nel 2017 si diploma alla Scuola Italiana di Comix in Fumetto e Colorazione CG.
Nell’aprile dello stesso anno espone per il Napoli Comicon-off presso il PAN – Palazzo delle Arti di Napoli alcune tavole tratte dalla storia scritta con Corinne Cocca “Làthe Biòsas”, per la rassegna ’77 Anno Cannibale. Nel dicembre 2018, è tra i quaranta finalisti esposti del concorso “Batman: Vita con Alfred” organizzato da Dimensione Fumetto. Nello stesso mese, realizza la locandina, esposta presso l’Università Sorbonne di Parigi, dell’incontro “Le due Napoli di Maurizio de Giovanni”.
Collabora attivamente come scrittore ed illustratore con il sito internet e la pagina facebook “Storie di Napoli”. Attualmente studia Scienza ed Ingegneria dei Materiali presso l’Università di Napoli Federico II.

Paquito

Lettore medio

Dorando Pietri. Una storia di cuore e di gambe (Antonio Recupero & Luca Ferrara)

9788867901876_0_0_503_75«Il babbo mi ha dato le mie, e visto che a te non ti ha acchiappato poi mi ha dato anche le tue…»
«Eh, allora devi correre più veloce anche te…»

Quella di Dorando Pietri non è la storia di un atleta per caso, è epica allo stato puro. Ciò che accadde a Londra nel 1908 – la vittoria della maratona durante le Olimpiadi, la successiva revoca della medaglia, infine il trofeo offerto dalla regina Alessandra per celebrare le sue gesta sportive – non può essere semplicemente annoverato tra le cronache sportive. Rende merito a un uomo diventato corridore casualmente, tuttavia pronto a qualsiasi sacrificio pur di superare i propri limiti e comprendere non solo quando è il momento di dire basta (dopo appena tre anni di attività agonistica vissuta a livelli fuori dal comune), ma pure quando è il momento di tirar fuori gli artigli e difendersi dall’accusa di aver barato durante una finale olimpica.
Antonio Recupero, supportato dalle illustrazioni di Luca Ferrara, racconta tutto questo in “Dorando Pietri. Una storia di cuore e di gambe” edito da Tunuè. Non la semplice biografia di un grande atleta di inizio ‘900, ma il desiderio di raccontare una parabola sportiva e la vita quotidiana di un ragazzo di provincia dotato di un fisico non propriamente atletico (particolarmente magro e con le gambe arcuate) ma pure di una volontà ferrea e di grande intelligenza (specie nel prendere decisioni sul proprio futuro).

Ho apprezzato davvero molto questo graphic novel per una serie di motivi. Innanzitutto, per lo straordinario lavoro grafico di Luca Ferrara. Essenziale, senza fronzoli, reso d’effetto grazie all’utilizzo dell’acquerello che valorizza ogni tavola e le regala quel tocco vintage quanto mai indicato per una storia ambientata ad inizio ‘900.
Dal punto di vista della sceneggiatura, ottima la scelta di Recupero che decide di raccontare la vicenda dell’uomo Pietri – costretto a difendersi in tribunale, subito dopo la gara – e di ripercorrere le fasi salienti della sua vita attraverso una serie di flashback davvero efficaci. Ancor di più, mi è piaciuta l’idea di raccontare, nell’ultima parte del volume, la vita di Pietri lontano dalle piste di atletica. Un modo perfetto per restituire umanità a una leggenda dello sport.

Titolo:
Dorando Pietri. Una storia di cuore e di gambe
Autore: Antonio Recupero
Illustrazioni: Luca Ferrara
Casa editrice: Tunué
Genere: Graphic novel
Pagine: 104
Anno: 2016
Prezzo: € 16,90
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Serie televisiva consigliata: “Il sogno del maratoneta”, serie tv del 2012 diretta da Leone Pompucci. Dorando Pietri è interpretato da Luigi Lo Cascio.

L’autore
Antonio Recupero (Messina 1977), laureato in Giurisprudenza nella sua città natale, ha studiato sceneggiatura sotto la guida di Giorgio Pedrazzi alla Scuola Internazionale di Comics di Roma; qui conosce Cristian Di Clemente. Ha collaborato con le etichette Perfect Trip Production e Cronaca di Topolinia, oltre che con le community Gruppo Trinacria e Kinart. Collabora con le e-zine Fumettomania.net e Komix.it.
Ha scritto due storie pubblicate su Mono#3 “Acqua” (Torello, disegnata da Cristian Di Clemente) e Mono #4 “Cibo” (Cena a due, disegnata da Giovanni Ruello). Attualmente vive a Roma, occupandosi di comunicazione. Con Cristian Di Clemente realizza il graphic novel Tunué “Non c’è trucco”.

Luca Ferrara (Cava dè Tirreni, 1982) fumettista e creativo pubblicitario unisce alla necessità di disegnare la passione per il teatro amatoriale e la recitazione. Con Tunué ha pubblicato nel 2013 “Gli altri”, dal testo teatrale di Maurizio de Giovanni e con la sceneggiatura di Alessandro Di Virgilio. Inoltre ha disegnato e co-sceneggiato “Pippo Fava. Lo spirito di un giornale” (2010, Round Robin) e “Antonino Caponetto. Non è tutto finito” (2012, Round Robin).

Paquito

Lettore medio

Notte a Caracas (Karina Sainz Borgo)

9788806241780_0_0_503_75Seppellimmo mia madre con le sue cose: il vestito blu, le scarpe nere senza tacco e gli occhiali multifocali.

Non dirò molto su “Notte a Caracas” di Karina Sainz Borgo (edito da Einaudi per la collana Stile Libero) se non che è uno dei romanzi più belli che abbia letto durante il 2019 e che, ad oggi, è il miglior romanzo d’esordio che mi sia capitato tra le mani.
Adelaida Falcón, protagonista del romanzo, è una giovane donna che ha appena perso la madre e la casa. Se il primo evento viene vissuto con serena rassegnazione (sua madre, anch’essa chiamata Adelaida Falcón, è molto malata e le cure in Venezuela sono particolarmente costose), il secondo – la sua abitazione viene occupata da un commando di donne particolarmente spietate e dedite al commercio illegale – si rivelerà fondamentale per prendere una decisione quanto mai drastica: lasciare il Venezuela per approdare in Spagna sotto falso nome. Come sarà possibile tutto questo? Al lettore il compito di scoprirlo attraverso un romanzo che mi è piaciuto fin dalle prime battute.
Il taglio della storia è decisamente cinematografico: la Sainz Borgo regala al lettore istantanee e fotogrammi che permettono di immedesimarsi coi protagonisti e affida al lettore una “telecamera” con la quale seguire da vicino il susseguirsi di eventi che si alternano lungo tutta la narrazione.
Narrazione tecnicamente impeccabile, anche grazie a un sapiente uso del flashback. Ritroviamo spesso un’Adelaida bambina impegnata a confrontarsi con sua madre, una donna severa ma giusta, temprata da una vita sentimentale tormentata (viene abbandonata dal compagno non appena scopre di essere incinta) ma pure da un grande desiderio di riscatto che passa attraverso la cultura.
In casa Falcón abbondano i  libri, bene prezioso per evolversi e per distinguersi da un contesto fatto di guerre di potere e sete di denaro. Una delle scene che ho preferito, infatti, è quella nella quale Adelaida chiede alle donne che hanno occupato la sua abitazione di renderle i libri, quella preziosa eredità che si trasforma in ideale cordone ombelicale con la madre.
Promozione a pieni voti per un romanzo che, pur raccontando una storia inventata, affonda le proprie radici in un contesto tristemente vero che, irrimediabilmente, porterà il lettore a una riflessione lontano dalle pagine di questa storia.

Titolo: Notte a Caracas
Autrice: Karina Sainz Borgo
Genere: Noir
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 194
Anno: 2019
Prezzo:€ 17,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Opere d’arte suggerite: “Guernica” di Pablo Picasso (1937)

L’autrice
Karina Sainz Borgo
(Caracas, 1982) vive in Spagna da dodici anni. È autrice di alcuni saggi politici e scrive su “El Nacional» ed “El Mundo”. Questo suo primo romanzo è in corso di traduzione in 22 paesi.

Paquito

Lettore medio

L’uomo dei tetti (Nerina Fiumanò)

9788899931285_0_0_454_75Aveva scelto di vivere lassù.
Perché lassù il mondo aveva un altro colore
e poteva stare tranquillo, lontano dal traffico cittadino
e dalle tensioni
e dallo stress del vivere insieme agli altri.

C’era una volta un uomo che aveva deciso di vivere sui tetti. Comincia pressappoco in questo modo “L’uomo dei tetti”, la fiaba di Nerina Fiumanò illustrata da Angelo Ruta e pubblicata da VerbaVolant in un formato particolarmente accattivante, ovvero i libri da parati. Dispiegando le pagine di questa storia, che ho trovato deliziosa, si scoprono le abitudini di quest’uomo senza nome che decide di fare a meno di qualsiasi cosa e godersi lo spettacolo del cielo e quello della neve. Di affidare i propri pensieri al silenzio della notte, ma pure ai lievi brusii che giungono indistinti a certe altitudini. Una storia delicata che invita alla riflessione sul valore delle piccole cose, quelle sufficienti per vivere felici.
Ormai da tempo recensisco volumi di una casa editrice capace di innovarsi e di proporre prodotti editoriali validissimi in un formato particolare ma di sicuro impatto.
Un unico rimpianto caratterizza questa recensione: non poter intervistare l’autrice Nerina Fiumanò, scomparsa recentemente. Affido pertanto al suo compagno di viaggio Angelo Ruta il compito di raccontare questa storia ai lettori del nostro blog.

L’uomo dei tetti. Come è nato questo progetto? Un giorno Nerina mi ha chiesto: “Ho scritto delle nuove fiabe, ti va di leggerle?”. Io sono sempre lento a leggere, così le ho messe in un angolo della scrivania e ho aspettato qualche mese prima di affrontarle. Questa mi ha subito colpito. Ma non sapevo come prenderla. Poi mi è venuta l’idea e ho subito chiamato Fausta (l’editore di VerbaVolant, ndr).
L’uomo dei tetti vive lontano dal mondo abitato e sembra accontentarsi di poco per essere felice: un pezzo di pane, la neve dentro la quale affondare i piedi, un tetto sopra il quale sedersi per contemplare l’immensità del cielo. Un modo per dire agli altri: smettiamola, ogni tanto, di rincorrere falsi miti e tecnologia per ritrovare noi stessi? Forse. Ma c’è una profonda crisi esistenziale dietro a questa scelta. Un saggio diceva “C’è un tempo per stare nel mondo e un tempo per rifugiarsi da soli nel bosco”. Ecco, i tetti del personaggio di Nerina sono il suo bosco, il rifugio dove ritrovare se stessi prima di ritornare nel mondo.
Possiamo considerare questa storia una fiaba, anche per merito delle tue illustrazioni. Lecito chiederti: ti ha ispirato qualche evento particolare (un film, un quadro, una corrente artistica) oppure hai sognato ad occhi aperti mentre illustravi le pagine scritte da Nerina? Mi sono lasciato ispirare dalla storia. Per prima, mi è venuta l’idea dell’ultima tavola, quella del letto. Non ce lo siamo mai detti con Nerina ma per me il significato del libro sta tutto in quell’immagine. Volendola tradurre in parole vuol dire: “Visto che non posso arrivare fino al cielo, un pezzo di cielo scende fino a me e mi avvolge tutto”.
Per un artista poliedrico come te quale è la dimensione giusta per questo racconto? Io immagino un film di animazione oppure uno spettacolo di mimo. Hai ragione! Non ci avevo pensato ma, in entrambi i casi, mi sembra un’idea stupenda. Forse lo spettacolo di mimo più del film di animazione.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Te ne racconto uno. Un giorno una lettrice, che aveva comprato il libro, era tornata da Fausta per prenderne un altro, da regalare. Le ha raccontato quanto l’avesse colpita nel profondo questo libro e il significato che aveva dato, pagina per pagina, a tutta la storia. E mentre lo raccontava piangeva.
Questa storia appartiene a te ma anche e soprattutto a Nerina. Ti andrebbe di ricordarla attraverso il nostro blog? Nerina era una persona ribelle e spigolosa ma aveva un senso magico della vita;  questo ha creato subito una forte empatia tra di noi. Amava la narrazione della realtà ma ancor di più la deviazione poetica che a volte la trasfigura, fino a farla diventare, nel senso più nobile del termine, fiaba.

Titolo: L’uomo dei tetti
Autrice: Nerina Fiumanò
Illustratore: Angelo Ruta
Casa editrice: VerbaVolant
Genere: libri da parati
Pagine: 1 (nel formato 70×100)
Anno: 2018
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Letture consigliate: “Seb e la conchiglia” di Claudia Mencaroni e Luisa Montalto (ed. VerbaVolant)

L’autrice
Nerina Fiumanò è stata sceneggiatrice e story editor. Ha collaborato a lungo con diverse case di produzione. Nel 2001 ha fondato Cinerentola, studio di consulenza per lo spettacolo. Nel maggio 2011 ha ottenuto il Certificate Program in Television Screenwriting presso UCLA Extension a Los Angeles dove ha vissuto per un anno e mezzo. Nel 2016 ha pubblicato per VerbaVolant Edizioni “La principessa che scriveva”, libro da parati con le illustrazioni di Angelo Ruta.

L’illustratore
Angelo Ruta si è formato a Milano, dove ha frequentato il corso di Scenografia all’Accademia di Brera, il Corso Superiore di Illustrazione e Fumetto e la Scuola di Tecnica Cinetelevisiva. Lavora prevalentemente come illustratore editoriale, collaborando con i maggiori editori italiani e inglesi, realizzando spettacoli teatrali e film e vincendo qualche premio. Collabora regolarmente con “La Lettura”, inserto domenicale del “Corriere della Sera”. Per VerbaVolant Edizioni ha illustrato due libri da parati: “Fiori bianchi bacche di caffè” (con testo di Pia Parlato) e “La principessa che scriveva” (con testo di Nerina Fiumanò).

Paquito

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Pietro Mennea. Più veloce del vento (Pippo Russo)

9788867996063_0_0_551_75Quarant’anni fa. Il tempo passa veloce se smetti di contarlo. Veloce quasi quanto i 20 secondi scarsi che ti sono serviti per filare via a razzo nella gara dei 200 metri e diventare l’uomo più veloce del mondo sulla distanza.

Venti secondi appena. Anzi diciannove e settantadue per trasformare un atleta in leggenda. Quel che accadde, nel 1979, a Pietro Mennea quando stabilì il record mondiale dei 200 metri. Un lasso di tempo brevissimo che rese l’atleta di Barletta una leggenda dello sport italiano. Ma “Pietro Mennea. Più veloce del vento”, volume curato da Pippo Russo per Edizioni Clichy, è pure il ritratto di un uomo che sembra incarnare il motto “mens sana in corpore sano”. Mennea, infatti, ha portato avanti – fino alla fine dei suoi giorni – una battaglia contro il doping, vero e proprio cancro di qualsiasi disciplina, e a favore dello sport come forma di cultura.
Trovano spazio, all’interno di un volume che ho apprezzato per lo stile (molto asciutto e senza fronzoli), non solo le imprese sportive di Mennea, ma pure quelle universitarie: tre, infatti, sono state le lauree conseguite da un atleta disposto a studiare di nascosto pur di conseguire un titolo di studio che gli garantisse un avvenire al termine di una carriera agonistica ricca di successi (tra i quali l’oro alle olimpiadi di Mosca nel 1980).
Non aggiungo altro e lascio all’autore la parola.

“Pietro Mennea. Più veloce del vento”. Come è nato questo volume?L’idea di questo volume risale alla prima pianificazione della collana Sorbonne. Quando si è cominciato a tracciare una galleria dei personaggi cui dedicare i titoli, e si è deciso che una parte di essi dovessero appartenere al mondo dello sport, quello di Pietro Mennea è stato il primo nome menzionato assieme a quello di Socrates. Poi le scelte editoriali hanno portato a puntare prima su Socrates, e il libro su Mennea è rimasto in sospeso. Si è deciso di riprenderlo alla fine dello scorso anno, quando si è constatato che nel 2019 ricorre il quarantennale del record sui 200 metri battuto a Città del Messico. E a questo punto si può ben dire che il volume sia arrivato in libreria nel momento più opportuno.
Quel che emerge, dalle pagine di questo libro, è il ritratto di uno sportivo ligio al dovere e dotato di una volontà granitica. Cosa, invece, ti ha conquistato dal punto di vista umano?Di Mennea emerge una totale refrattarietà al compromesso. Era un uomo molto fermo nelle idee e nelle decisioni, e se era convinto di avere ragione non defletteva minimamente. Ma al tempo stesso era pronto a cambiare idea se si rendeva conto che fossero cambiate alcune condizioni, o che semplicemente ci fosse stata un’evoluzione delle cose. E in questo non c’è incoerenza, ma piuttosto intelligenza e umiltà nel capire quando sia il caso di sottoporre a revisione alcune delle proprie idee.
19”72, un lasso di tempo brevissimo che trasformò Pietro Mennea in leggenda. Come hai vissuto quegli istanti da appassionato di sport e come li hai rivissuti da narratore?Da appassionato di sport lo vissi molto alla lontana. Avevo appena finito le medie e mi apprestavo a iniziare il ginnasio, e a quell’epoca seguivo poco l’atletica. Inoltre, la copertura mediatica di quel record non fu puntuale, gli italiani lo vissero in differita. Mi entusiasmai molto più quando un anno dopo vidi Mennea vincere l’oro olimpico a Mosca nei 200. Invece da narratore ho provato a immedesimarmi, e calare l’impresa di Pietro Mennea nel contesto del passaggio d’epoca. Il suo è stato il record più longevo sui 200 metri, quasi 17 anni. E a vedere la struttura fisica di Michael Johnson, l’atleta che ha fatto segnare il nuovo record nel 1996, si ha la perfetta rappresentazione di come nel frattempo sia cambiata la velocità. Quella di Pietro Mennea era la velocità delle gazzelle, quella di Michael Johnson era (ed è) la velocità dei culturisti.
Durante tutta la sua carriera agonistica, e pure dopo, Pietro Mennea ha combattuto contro il doping anche dal punto di vista culturale: la sua speranza era quella di vedere in pista atleti desiderosi di superare i propri limiti (oltre che gli avversari) attraverso il duro lavoro. A distanza di sei anni dalla sua morte, ritieni che le sue siano state parole al vento oppure c’è da sperare che il suo sogno si realizzi?Quelle contro il doping non sono mai parole al vento. Specie se pronunciate da un personaggio che ha il carisma di Pietro Mennea, con la sua capacità di indicare una strada alternativa (e pulita) al successo agonistico. Se però dobbiamo considerare il risultato della lotta contro il doping, allora dobbiamo registrare difficoltà che diventano sempre più elevate. E non certo per un limite mostrato da Mennea o da chiunque altro lotti o abbia lottato contro il doping. È che per troppi la scorciatoia verso il successo è sempre seducente.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori?Fin qui molto positivi. Evidentemente il pubblico non ha dimenticato Mennea, e chi non lo ha conosciuto trova in questo libro delle tracce importanti per comprendere il personaggio.
Previsione futura: Filippo Tortu può diventare l’erede di Pietro Mennea?In pista certamente, e glielo auguro. Fuori dalla pista, non saprei. Non per demerito suo, ma perché Pietro Mennea è stato un personaggio forse irripetibile.
Saluta i lettori del nostro blog. Li saluto volentieri, e li esorto a non smettere di seguire questo spazio così stimolante e ricco di idee.

Titolo: Pietro Mennea. Più veloce del vento
Autore: Pippo Russo
Casa editrice: Edizioni Clichy
Genere: saggio sportivo
Pagine: 104
Anno: 2019
Prezzo: € 7,90
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Serie tv consigliata: “Pietro Mennea – La freccia del Sud” miniserie televisiva del 2015 diretta da Ricky Tognazzi

L’autore
Pippo Russo è un sociologo, saggista e giornalista italiano. Insegna sociologia all’Università degli Studi di Firenze. Scrive per l’Unità, il Messaggero, e per le edizioni fiorentina e palermitana de La Repubblica. In passato ha collaborato con il Manifesto (per il quale ha inventato la celebre rubrica Pallonate, in cui venivano messi alla berlina i vizi del giornalismo sportivo italiano), il Riformista, il Fatto Quotidiano, Pubblico e il Corriere della Sera. Ha esordito nella narrativa nel 2006, con il romanzo “Il mio nome è Nedo Ludi” (Dalai editore). Il suo ultimo libro è “L’importo della ferita e altre storie. Frasi veramente scritte dagli autori italiani contemporanei. Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi” (Edizioni Clichy).

Paquito

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Edimburgo. Note pittoresche (Robert Louis Stevenson)

9788871644899_0_0_551_75Il suo fascino è romantico nel senso più ristretto del termine. Per quanto bella, più che bella è interessante. È preminentemente gotica e tanto più perché ha voluto darsi arie greche e ha eretto tempi classici sulle sue rupi. In una parole, e soprattutto, è una curiosità.

Mettiamo il caso che abbiate la possibilità di passeggiare per una delle capitali più affascinanti d’Europa in compagnia di uno dei suoi più celebri figli. Mettiamo il caso che costui, mostrandovi gli angoli più belli della sua città, condisca la narrazione di aneddoti storici e di antiche tradizioni popolari. E mettiamo il caso che tutto ciò possa farvi tornare indietro nel tempo di circa centocinquanta anni, mostrandovi abitudini e stili di vita che più lontani dai nostri non si può. Ecco, se volete tutto questo, non dovrete fare altro che inoltrarvi nella lettura di un piccolo libro che risponde al titolo di “Edimburgo. Note Pittoresche” e alla geniale penna di Robert Louis Stevenson (edito in Italia da Ibis edizioni).Probabilmente, il lettore più mordace potrà obiettare che si tratta di una guida oltremodo datata e che dall’anno di pubblicazione – 1879 – innumerevoli cose sono cambiate. Senza dubbio è così. Eppure, il fascino di questa piccola guida sta proprio in questo: Stevenson ci lascia la possibilità di immaginare la vecchia Edimburgo. Non solo! In una terra così legata alle antiche leggende e alla superstizione, di non poco conto sono tutte le curiosità che l’autore ci regala e che ci aiutano a conoscere meglio il meraviglioso popolo scozzese.
A questo punto, il lettore più perspicace, invece, avrà già intuito la passione della scrivente per la Scozia. Ebbene sì, sono colpevole, caro lettore! Da quando ho posato i miei occhi su quella meravigliosa terra, il mio amore per lei, già per altro esistente, non ha fatto altro che aumentare. La nostalgia per lei mi ha spinto alla lettura della guida di Stevenson che, a sua volta, mi ha permesso di rivivere la mia passeggiata lungo il Royal Mile, l’arrampicata fino alla vetta dell’Arthur Seat e la fatica di raggiungere subito dopo Carlton Hill pur di avere il panorama completo sotto i miei occhi. In qualche modo, è stato come proiettarsi di nuovo su quelle strade con l’autore al mio fianco come Cicerone personale. Pertanto, cari lettori, non me ne vogliate, anzi! Qualora decideste di fare un viaggio in Scozia e di passare per Edimburgo non dimenticate di portare con voi questa piccola guida: non potrà fare altro che dare un valore aggiunto alla vostra esperienza!

Titolo: Edimburgo. Note pittoresche
Autore: Robert Louis Stevenson
Casa editrice: Ibis (Collana Minimalia)
Genere: Guida
Pagine: 120
Anno: 2015 (Prima edizione 1879)
Prezzo: € 8,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Robert Louis Stevenson (1850-1894) è uno dei più grandi scrittori scozzesi. Autore di romanzi come “L’Isola del tesoro” e “La freccia nera”, nonché del celeberrimo racconto “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde”, dedica quest’opera a Edimburgo, sua città natale.

Vera

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Basilio. Racconti di gioventù assoluta (Alessandro Mauro)

cop_Basilio«Zero, pure a te».
Spaccato per giunta: sopra quel cerchio già inconfondibile di suo, la maestra aveva tirato una linea obliqua, con così tanta foga che ci mancò poco non bucasse il foglio.
Basilio avvertì il misto di dispiacere e sorpresa spingergli gli occhi un po’ in fuori, primo perché gli era parso che lei avesse guardato la sua paginetta di “f” minuscole soltanto per un secondo o due, poi perché era rientrato a scuola proprio quel giorno, dopo un febbrone che l’aveva quasi steso.

A metà strada tra “Il giovane Holden” e “Il giornalino di Gian Burrasca”. S’inserisce in questo solco “Basilio. Racconti di gioventù assoluta”, il romanzo di Alessandro Mauro pubblicato dalla neonata Augh! edizioni.
Il protagonista è Basilio, un ragazzino come tanti: scuola, sport, passatempi e il desiderio di crescere attraverso l’esperienza. Non quella altrui, proposta sotto forma di suggerimenti da parte di parenti e amici più grandi; quella autentica fatta di cicatrici (per lo più metaforiche) da esibire con fierezza, per il solo gusto di poter dire «l’ho fatto e ho imparato qualcosa». E ne ha di cose da apprendere il protagonista di un romanzo composto da tanti piccoli racconti di vita quotidiana in cui trovano spazio: le ragazze, il calcio e pure i classici della letteratura presi in prestito in biblioteca.
È amore autentico per la scrittura quello di Alessandro Mauro che permea questa storia di leggerezza e di autenticità. Basilio potrebbe essere chiunque: il vicino di casa, il figlio, il compagno di classe, ma pure chi legge questo libro. Ritengo giusto, a questo punto, tacere e lasciare la parola all’autore.

Basilio. Come è nato questo romanzo? Grazie, intanto, di averlo definito romanzo. In realtà, come sai, si tratta di racconti, anche se il fatto di avere tutti lo stesso protagonista dà loro una certa continuità, e magari permette di entrare in confidenza col personaggio, come accade appunto nei romanzi. Quanto alle origini, vorrei darti una risposta migliore, ma credo di dover dire che sono casuali. Di sicuro non sono partito dall’idea di scrivere dieci racconti che diventassero quasi un romanzo. A un certo punto m’è venuto in mente che un ragazzino potesse scordarsi di pagare un gelato, o cadere nel cortile della scuola durante una gara di corsa, temere le conseguenze catastrofiche di questi eventi e agire di conseguenza. Se queste idee resistono per un po’, di solito a un certo punto le scrivo. Solo più avanti, dopo almeno tre o quattro racconti, mi sono accorto di avere un personaggio, e ho provato a scrivere il resto.
Lecito chiederti, innanzitutto, quanto c’è di autobiografico e quanto di vissuto nel personaggio di Basilio? Diciamo un terzo autobiografia, un terzo saccheggio delle biografie altrui, un terzo invenzione. La speranza è che non si veda la differenza, il che vorrebbe dire che le parti inventate sono verosimili.
Un vero e proprio romanzo di formazione il tuo, tuttavia ammantato di leggerezza. Quanto è difficile raccontare, con tono scanzonato, l’adolescenza? Sin dai primi commenti, è venuta fuori questa cosa della leggerezza. Ne sono felice, ma è una leggerezza nostra, casomai. Dico mia che scrivo, e di chi legge. Basilio sta quasi sempre in mezzo ai guai, e non percepisce la leggerezza che in rari, meravigliosi momenti. Infanzia e adolescenza sono stagioni intense per definizione, e la mia idea è di stare attaccato a quello che racconto. Forse l’ironia, o quello che è, mi serve per dare alle pagine la temperatura che dico io.
Il calcio. Non un semplice sport (figuriamoci un passatempo), ma un vero e proprio genere letterario. Quanto è importante il calcio per te personalmente e per le tue storie? Piuttosto importante, e infatti questa è una bella domanda. È uno spazio in cui ti misuri con la gioia, con la sconfitta, con l’idea di stare da una parte, insieme ad altri, e soprattutto con il desiderio. Sono cose grosse. Ed è anche un ambito in cui stai in una connessione piuttosto stretta con quello che eri da ragazzino. Nel libro, se non scordo niente, ci sono riferimenti al calcio in quattro diversi racconti. Credo che il più importante sia all’interno di “Poi ti devo far vedere”, che è quello in cui se ne parla di meno. Il calcio qualche volta ci tiene ancorati a terra, e ci sta bene così.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Ci sono due livelli, mi pare. Stanno uscendo un po’ di recensioni, e a meno che io non capisca male perché sono troppo coinvolto, sono tutte positive o molto positive. Questo mi fa molto piacere, si capisce. Ma la cosa più grossa è quando qualcuno che sta leggendo il libro, o che l’ha appena finito, mi fa sapere di essersi emozionato, divertito, rivisto. Vedere che Basilio piace alle persone è una gioia, anche se innesca la trappola del desiderio: più vedi gradimento, e più vorresti che fosse letto.
Una delle cose che mi colpisce di più è il fatto che diversi lettori vedono sé stessi in Basilio. Anche molte lettrici, e questo è specialmente sorprendente, perché Basilio non capisce granché delle donne. E poi il fatto che stia piacendo ad alcuni giovani, per ragioni magari comprensibili, ma non credo scontate.
Social network e affini: quanto sono preziosi per te come autore e quanto possono essere deleteri per coloro i quali si affacciano alla narrativa attraverso i social dedicati alla scrittura? Basilio ha una sua pagina Facebook, che è curata dalla fantastica Elena Dardano, e infatti è fatta bene. Io non ce l’ho, e questo ti dice quanto ne so dei social. Dunque non ho idea di come possa essere affacciarsi alla scrittura per quella via. Quanto all’utilità per me, osservo che nel web possono crearsi spazi di attenzione che altrove, senza una grande casa editrice dietro, sono preclusi. La pagina che ti dicevo, o questa intervista, ne sono due esempi.
Quello di Basilio è un universo che potrebbe essere sviluppato all’interno di una lunga serialità (penso alla saga di Malaussene, ad esempio). Questo personaggio tornerà prima o poi? Non lo so. Dopo il mio primo libro, che si chiama “Se Roma è fatta a scale” e parla in modo molto libero delle scale di Roma, ho detto in varie presentazioni che non avrei fatto “Le scale due”. Stavolta mi sbilancio meno, ma la cosa che sto provando a scrivere adesso è ancora diversa.
Saluta i lettori del nostro blog: Buone pagine a tutti e tutte. Chi legge “Basilio” è benemerito. Se non vi piace, vi offro una birra. Se vi piace, passate parola.

Titolo: Basilio. Racconti di gioventù assoluta
Autore: Alessandro Mauro
Casa editrice: Augh! edizioni
Genere: Romanzo di formazione
Pagine: 140
Anno: 2019
Prezzo: € 13,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimenti di lettura: “Il giovane Holden” di J. D. Salinger; “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba.

L’autore
Alessandro Mauro è nato a Roma nel 1965 e scrive per mestiere da più di venticinque anni. Ha pubblicato centinaia di articoli su testate a diffusione nazionale, dal quotidiano al quadrimestrale. Ha curato rassegne cinematografiche e un festival di cortometraggi. Quando non scrive, rivede testi altrui, dedicandosi in ogni caso alla cura di prodotti editoriali. Nel 2016 ha pubblicato per Exòrma “Se Roma è fatta a scale”.

Paquito

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081 (Luca Delgado)

51tCa10v0rL._SX331_BO1,204,203,200_Accecata nel buio, non cercherò di darti la mano per uscire fuori, ma ci andrò da sola, perché è da sola, che voglio restare. E non aspetterò nessun segnale, nessun suggerimento, riesco a capirlo da sola quando è giunto il mio momento. Adesso me ne andrò e reciterò la morte ancora una volta, e magari stavolta morirò per davvero. Il mio momento è questo, il momento in cui gli spettatori si chiederanno incuriositi cosa stia accadendo, mentre litri di alcol si consumano nei bar, i morti criticano i vivi per non voler morire, i vivi criticano i morti per non aver avuto il coraggio di restare.

Felice è un clochard che vive nel centro storico di Napoli, con un passato incerto alle spalle e pochi amici a fargli compagnia. Il suo mondo è fatto di sbornie, stati depressivi e battaglie per la quotidiana sopravvivenza, fino a quando non s’imbatte in Elena, un’attrice bellissima per la quale prova un’attrazione irresistibile. Una vera e propria scintilla che riaccende in lui una nuova vitalità e lo porta a scoprire i segreti della vita di Elena e del suo amante Maurizio. Si aziona così un meccanismo intricato di inseguimenti, appostamenti e incursioni che infittiscono un mistero che sin dall’inizio brama una spiegazione. Quello di un cadavere penzolante attaccato a una corda.
Dopo il successo de “La terra è blu come un’arancia” (2013), Luca Delgado torna alla scrittura con “081” (editore Homo Scrivens, collana Dieci).
La prima impressione è che, invece di un noir vero e proprio, stavolta ci si trovi di fronte a un romanzo molto più introspettivo e filosofico che, strizzando l’occhio al Bellavista di Luciano De Crescenzo, propone quesiti sull’esistenza, sforzandosi di dare risposte, di mettere a nudo le opinioni dell’uomo comune, perfettamente incarnato dalle figure grottesche e allo stesso tempo crude e reali dei barboni che dialogano col protagonista.
Contestualizzando la narrazione in una dimensione onirica, Delgado fa un tuffo nel cinema di David Lynch e Paolo Sorrentino, conducendo per mano lo spettatore in un centro storico di Napoli dalle atmosfere surreali, in cui tutti i personaggi sono caratterizzati alla pirandelliana maniera: ognuno indossa una maschera perché ha un alter ego, e soprattutto qualche segreto da nascondere.
Nel romanzo si può notare altresì un ritorno allo stile e alle tematiche del decadentismo; ma, a un’analisi più approfondita, è inevitabile ascoltare gli echi disturbanti dei film di David Cronenberg, soprattutto nell’ossessione per il corpo e le sue continue modificazioni. A cominciare dalla descrizione del protagonista: un climax discendente ne scandisce il declino, sia fisico che psicologico, sfruttando la ridondanza di alcuni termini indicanti parti del corpo, come la parola ventre che, oltre a caratterizzare continuamente la bellezza della protagonista femminile, diventa metafora per descrivere la grandezza e la profondità di Piazza Bellini.
La tematica della morte come allegoria della liberazione dai mali, dalle sofferenze, dall’ignavia, è il pretesto perfetto per tenere incollato il lettore a un noir contemporaneo che vale la pena leggere. Tutto d’un fiato, proprio come fanno i personaggi alle prese con la bottiglia di turno.

Titolo: 081
Autore: Luca Delgado
Genere: Noir
Casa editrice: Homo Scrivens (collana Dieci)
Pagine: 204
Prezzo: € 14,00
Anno: 2014
Colonna sonora: Brani di James Senese, Pino Daniele e Antonio Onorato
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Luca Delgado è nato a Napoli nel 1979. Insegna lingua e letteratura inglese alle superiori e italiano per stranieri. Ha pubblicato “Daniel di Waterford” (Otma, 2009), “Dubliners di James Joyce” (Ferraro, 2010) e il dramma teatrale “Il Muro di Roma” (Otma, 2011). Si occupa di traduzione teatrale ed ha collaborato con i registi Peter Brook (“The Suit”, “Lo Spopolatore”), Peter Sellars (“Desdemona”), Luca De Fusco (“Antigone”). Si occupa di regia teatrale e ha curato di recente la regia di spot pubblicitari. Con Homo Scrivens ha pubblicato i romanzi “La terra è blu come un’arancia” (2013) e “081” (2014).

Giano

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Scintille (Federico Pace)

9788806240868_0_0_551_75Il tempo e quel che accade. Gli incontri e i destini che mutano per sempre. Ho atteso anche io in una piazza battuta dal vento qualcuno che non vedevo da anni. E negli attimi in cui vagavo con lo sguardo, cercando di indovinare da quale strada sarebbe sbucato quel volto che ricordavo attraversato da una malinconia indefinibile, riemergevano i desideri, gli slanci, le aperture improvvise. I viaggi intrapresi insieme. Le notti ampie come le maree. L’ebbrezza di scoprire in un’altra persona quel che non credevo si potesse trovare.
Quando ci eravamo incontrati per la prima volta?
Quando aveva avuto inizio ogni cosa?

Se l’obiettivo di Federico Pace era quello di prendere per mano il lettore e condurlo alla scoperta di aspetti inediti di personaggi noti (per es. Spassky e Fisher, Watson e Crick, Maria Callas e sua sorella, e molti altri ancora), solleticando le corde più intime della sua emotività, che dire: obiettivo centrato! Infatti, con “Scintille” (edito da Einaudi) ci si immerge in una serie di racconti che sono storie di vita, di relazioni, di quegli incontri che lasciano un segno. Un tocco o una semplice presenza, a volte con un potere tale da influenzare inevitabilmente l’esistenza delle persone coinvolte. A chiunque di noi sarà capitato, almeno una volta nella vita, di amare, disprezzare, sentire la mancanza, creare e vivere legami speciali, sopravvissuti, nel bene e nel male, al tempo e alle distanze. Lo stesso vale per i protagonisti di questo libro.
È un diverso, e un po’ insolito, modo di viaggiare, proposto da chi di viaggi se ne intende, attraverso i sentimenti e le esperienze di persone – prima che personaggi – che sono parte integrante della nostra storia e del nostro immaginario collettivo. Nei vari capitoli che si susseguono si ha la possibilità di scoprire il lato più umano di coloro che, a causa di fama e successi, tendiamo a porre su un piedistallo, circondati da un’innaturale aura di grandezza che ce li fa percepire lontani da qualsiasi esperienza quotidiana o comune sentimento. Ebbene, grazie a questo libro, possiamo conoscere i loro sogni, le loro speranze e le debolezze, possiamo comprendere non solo i loro traguardi ma anche i dolori e le delusioni, a riprova del fatto che sempre, dietro la pubblica facciata del personaggio, c’è la realtà privata di una persona tale e quale a tutti noi, che condivide la propria vita, o un pezzetto di essa, con altri esseri umani.
Ancora una volta Federico Pace ci regala un’esperienza di autenticità: apre piano piano una porta e ci invita a guardare e a conoscere altri mondi con quel suo inconfondibile stile narrativo fatto di atmosfere oniriche e delicate, con quel rispetto di chi sa che sta per entrare nella storia di qualcun altro. Non mi dilungo ulteriormente! Lascio a tutti i lettori medi il piacere di leggere le parole dell’autore che mi ha gentilmente concesso un’intervista.

Le storie che racconti in “Scintille” sono capitate nella tua vita per caso oppure sono frutto di una scelta precisa? Sono molto legato ai personaggi delle storie di “Scintille”. Sono figure che hanno inciso profondamente nella mia vita. Albert Camus, Nelson Mandela, Camille Claudel, i Beatles. Li ho scelti per questo, ma anche perché mi davano modo di cogliere, all’interno della storia, della parte di storia che ho scelto di raccontare, un istante, un’epifania, capace di svelare una parte essenziale della relazione che li riguardava e che ci riguarda.
Come hai organizzato il lavoro per la stesura del libro? Prima di tutto ci sono state molte ricerche, viaggi, interviste, visite a biblioteche, richieste di materiali. Poi, però, mi sono dovuto sedere alla scrivania. Ogni giorno. Con ostinazione. Per attirare la creatività, penso sia necessario costruire una griglia di gesti quotidiani. In questo senso, grazie a questa pratica quotidiana, quel che avevo scoperto, studiato o ricercato, si è messo in dialogo con quello che si agita dentro di me. L’incontro tra questi due universi ha innescato il filo di queste storie. Mi ha permesso di cercare, e spero di aver trovato, un punto di vista originale capace di offrire, a me, alla lettrice e al lettore, qualcosa che prima non si era veduto.
Da dove nasce, invece, il titolo? Cercavo, insieme all’editore, una parola capace di sintetizzare l’energia che sta celata sotto ciascun legame. Alla fine, dopo tante ipotesi, tanti pensieri, siamo arrivati a “Scintille”. Anche perché, rileggendo il libro, ci siamo accorti che era un termine che, più di altri, quasi inconsapevolmente, avevo disseminato qua e là in alcuni punti cruciali del libro.
Tutti i tuoi libri hanno come nucleo centrale il viaggio nelle sue molteplici declinazioni. Tuttavia, soprattutto in “Scintille” e nel tuo libro precedente, “Controvento”, i luoghi passano in secondo piano, lasciando il ruolo di protagonista alle persone. C’è un motivo alla base di questa scelta? Non sono mai stato un narratore di viaggi in termini tradizionali. Ho sempre cercato di mescolare il tema del viaggio a qualcosa d’altro. Il viaggio è sempre stato una stanza dove mi è piaciuto fare entrare delle persone, delle storie. Più vado avanti e più sento che questa stanza deve divenire ancora più grande per contenere tutto quello che vorrei raccontare.
C’è una storia, tra quelle che hai raccontato, che ti è rimasta maggiormente nel cuore? Ciascuna storia di “Scintille” ha qualcosa di speciale per me e tocca una corda diversa. La prima che ho scritto è quella intitolata “Il soffitto dei desideri”, ovvero la storia che lega per la vita Kurt Gödel a Adele Porkert. E forse per questa ragione, per il fatto che è stato il mio primo passo verso un sentiero che ancora non conoscevo, questo racconto ha per me un significato particolare. È stato il primo gesto avventuroso, il mio primo passo su un pianeta che ancora non conoscevo.
Nei tuoi libri hai anche raccontato molti luoghi. Quale, tra quelli che hai visitato, ricordi con maggiore affetto? Forse il Portogallo, per una certa affinità d’animo, per i precipizi oceanici, per il calore della luce, per i ricordi che mi legano a luoghi e a persone straordinarie.
Quale, invece, vorresti visitare ma ancora non ne hai avuto la possibilità? La Luna.
Dovendo scegliere tre oggetti da portare in viaggio con te, cosa porteresti? È sempre bene viaggiare leggeri. Solo cose necessarie. Eppure, non rinuncio mai a portare con me dei portafortuna. E ovviamente, non posso dirti quali sono.
Domanda irriverente: quali caratteristiche deve avere il/la compagno/a di viaggio ideale per te? La compagna ideale di viaggio deve essere curiosa, paziente e imprevedibile.
Un saluto e un augurio a tutti i lettori medi. Un grande abbraccio a tutti i lettori e le lettrici medie con l’augurio di mantenere sempre la capacità di ascoltare quel che ha da dire l’altro che ancora non conosciamo.

Titolo: Scintille
Autore: Federico Pace
Casa editrice: Einaudi
Genere: Racconti biografici
Pagine: 200
Anno: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni

Letture consigliate: dello stesso autore non lasciatevi sfuggire “Controvento” (Einaudi) e “Camminando. Incontri di un viandante” di Pino Cacucci (Feltrinelli) di cui potete trovare la recensione al seguente link: https://illettoremedio.wordpress.com/2018/06/15/camminando-incontri-di-un-viandante-pino-cacucci/

L’autore
Federico Pace è nato nel 1967 a Roma, dove vive. Scrittore e giornalista, da vent’anni lavora per il gruppo editoriale Gedi. Per Einaudi ha pubblicato anche “Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza” e “Controvento”.

Vera

Lettore medio

La crepa (Claudia Piñeiro)

2000000035307_0_0_551_75Lui non si era mai considerato come uno pari a Borla o a Marta, per quanto fossero colleghi, anche se condividevano un ufficio da vent’anni. E neppure pari a Laura […] Invece, stranamente, adesso si sentiva alla pari con quell’uomo, che aveva conosciuto appena qualche giorno prima, quell’uomo che, standosene in piedi con le scarpe più brutte che avesse mai visto, oscillava avanti e indietro come se si cullasse […].
Pablo aveva capito, in quel luogo e in quel preciso momento, che Jara e lui erano, in qualche senso che non riusciva ancora a definire, la stessa cosa.

Nella vita da uomo qualunque dell’architetto Pablo Simó c’è una fessura inconfessabile, una crepa che gli tormenta la coscienza: Nelson Jara. Forse era solo un piccolo truffatore, una canaglia, ma anche Pablo Simó sa di essere una canaglia, nonostante l’apparenza di irreprensibile professionista e buon padre di famiglia. Come una crepa che si allunga e si allarga, tutte le piccole certezze quotidiane di Pablo si sgretolano: una giovane donna che sembra sapere chissà cosa su Jara scatena in lui un’attrazione dirompente, la famiglia va in frantumi, il lavoro diventa insopportabile, e passo dopo passo la tentazione di essere canaglia fino in fondo lo travolge.
“Hitchcock è donna e vive a Buenos Aires” è il commento di Antonio D’Orrico sulla quarta di copertina. Mai definizione poteva essere più calzante per descrivere Claudia Piñeiro autrice di “La crepa” (Feltrinelli). Perché la scrittrice argentina, nonché autrice teatrale e sceneggiatrice – e si vede – scrive delle pagine che sin da subito risultano pervase dall’angoscia tipica delle atmosfere del regista britannico. La crepa diventa metafora di quel momento della vita in cui da un evento inaspettato nasce l’esigenza di rompere gli schemi della quotidianità, generando una frattura, appunto, tra la consapevolezza del proprio status quo e nuovi moti interiori, che spingono allora a decidere se abbracciare l’idea di un cambiamento o continuare a vivere nella propria routine (e qui è scontato il paragone con la Janet Leigh di “Psyco”).
Il palazzo di undici piani che Simó disegna rappresenta la chimera da inseguire, l’utopia, il sogno irraggiungibile. Il protagonista lo fa in maniera compulsiva e abitudinaria, lo ridisegna ogni giorno senza mai realizzarlo. Perché i sogni vanno a scontrarsi con la realtà, creando nella mente infiniti blocchi che Simó deve riuscire a scardinare, lui, nuovo Don Chisciotte contro mulini a vento che non smettono di perseguitarlo.
Lo stile narrativo è molto descrittivo, indugia continuamente sui minimi dettagli sia fisici che psicologici del protagonista. Il narratore, infatti, racconta la vicenda in terza persona seguendo il protagonista da molto vicino, quasi come un’ombra, in un susseguirsi di flussi di coscienza. Ponendo continue domande sui pensieri e sullo stato d’animo di Simó, l’autrice crea un continuo processo introspettivo che mostra al lettore, un po’ alla volta, la psicologia dell’anonimo protagonista. Rivelando pian piano che, in fondo, tanto anonimo non è.
Un thriller che inizia lento per poi scorrere veloce e appassionare sempre di più, pagina dopo pagina, fino al finale che lascia a bocca aperta, come nella migliore tradizione hitchcockiana. Da leggere assolutamente, accompagnato dal sottofondo della magica chitarra di Compay Segundo e un dulce de leche affogato nel caffè.

Titolo: La crepa
Autore: Claudia Piñeiro
Genere: Thriller
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 206
Prezzo: € 14,00
Anno: 2013
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Colonna sonora: Compay Segundo
Film consigliato: “Rebecca, la prima moglie” (1940), “Psyco” (1960), “La donna che visse due volte” (1958) tutti di A. Hitchcock.

L’autrice
Claudia Piñeiro è nata a Buenos Aires nel 1960. Scrittrice, drammaturga, sceneggiatrice con Feltrinelli ha pubblicato: Tua” (2011), “Betibú” (2012), “La crepa” (2013), con il quale si è aggiudicata il Premio Sor Juana Inés de la Cruz (2010), “Un comunista in mutande” (2014), “Piccoli colpi di fortuna” (2016), “Le vedove del giovedì” (2016; Premio Clarin 2005, poi adattato al cinema da Marcelo Piñeyro nel 2009) e “Le maledizioni” (2019). Nel 2019 si è aggiudicata il Premio Pepe Carvalho, riconoscimento internazionale destinato ad autore di polizieschi e intitolato al famoso detective ideato dallo scrittore Manuel Vázquez Montalbán, vinto in passato da autori come Andrea Camilleri, Petros Markaris e James Ellroy.

Giano