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Dio di illusioni (Donna Tartt)

9788817106825_0_0_0_75“È una cosa terribile imparare da bambini che si è un essere separato dal resto del mondo, che niente e nessuno soffre i nostri medesimi dolori di scottature alla lingua o di sbucciature alle ginocchia: che ognuno è solo con i propri acciacchi e le proprie pene. Ancor più terribile, invecchiando, scoprire che nessuna persona – non importa quanto vicina – potrà mai capirci davvero. I nostri io sono ciò che ci rende più infelici, ed è per questo che bramiamo perderli, non credete?”

Siamo nel Vermont, verso la fine degli anni ’80 in un esclusivo college frequentato dalle giovani e promettenti menti della classe dirigente. La maggior parte degli studenti ha cospicui conti in banca e abitudini costose. Appartengono all’élite e come tale si comportano.
Tra loro arriva il giovane Richard Papen, californiano e figlio della classe operaia. Grazie ad una borsa di studio, è riuscito a scappare dalla soffocante realtà del borgo suburbano in cui viveva con la sua famiglia per realizzare il suo desiderio: studiare lettere. Appena arrivato all’Hampden College, viene subito attratto dalle voci che circolano sulle attività del professor Julian Marrow che insegna greco antico ed ha una selezione strettissima di studenti.Sono solo cinque tutti estremamente eccentrici: Bunny, Henry, Francis e i gemelli Charles e Camilla.Richard riesce a inserirsi nel corso e viene accettato dai ragazzi, sentendosi per la prima volta importante per qualcuno. Con i suoi nuovi amici sperimenta ogni tipo di esperienza, lecita e non, facendosi trascinare in situazioni troppo difficili da gestire. Alla fine, però, tutti dovranno fare i conti con le conseguenze delle loro azioni e delle loro illusioni.
Donna Tartt riesce, con questo romanzo, a restituire il ritratto di una generazione di giovani smarriti nelle proprie illusioni e in un mondo che troppo spesso li ha delusi, al punto da dover ricercare nuove strade di conoscenza e appartenenza. Il legame di amicizia e fratellanza, la complicità che si crea tra questi ragazzi, è qualcosa che sfiora la dipendenza: non pensano più come singoli ma come gruppo e, se si sentono minacciati, agiscono di conseguenza. Ciò che li accomuna è un senso di falsa superiorità e il bisogno di legarsi a qualcuno: quasi tutti loro hanno famiglie instabili che suppliscono alla carenza di affetti con il denaro, che pure è assente nel caso di Richard.
La storia è narrata in prima persona dal nostro protagonista che, a causa della sua giovane età e delle manipolazioni a cui viene sottoposto dai suoi compagni (ma, in particolar modo da Henry, il vero centro del gruppo),risulta molto inaffidabile. I ragazzi protagonisti di “Dio di illusioni” (edito in Italia per la casa editrice Bur) non possono essere definiti personaggi positivi, ma la bravura dell’autrice sta proprio qui: nonostanteil fastidioso snobismo, non si può fare a meno di tifare per loro e di sperare che, in qualche modo, tutto finisca per il meglio. La scrittura dell’autrice è limpida e asciutta, senza fronzoli, riesce a toccare momenti di poesia e filosofia con leggerezza e senza mai divagare dalla trama principale che rimane sempre molto accattivante e coinvolgente.

Titolo: Dio di illusioni
Autrice: Donna Tartt
Genere: Narrativa
Casa editrice: Bur – Rizzoli
Pagine: 622
Anno: 2014
Prezzo: €11,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Soundtrack consigliata: “Another brick in the wall” Pink Floyd

L’autrice
Donna Tartt
non può dirsi un’autrice prolifica: al momento ha tre romanzi all’attivo. “Dio d’illusioni”, il suo romanzo d’esordio è uscito nel 1992 e l’ha consacrata come  autrice must degli anni ’90. Ha pubblicato, in seguito “Il piccolo amico” e “Il cardellino” con cui ha vinto il premio Pulitzer nel 2014.

Giovanna

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Cosa può salvarmi oggi (Monica Gentile)

Cosa può salvarmi oggi“Oscillare. Da giorni Cristina non fa altro. (…) Che razza di vita, quella senza risposta alla domanda numero uno: tu, con questi occhi e queste mani, cosa desideri veramente?”

Cristina, ha quarantacinque anni, un marito che ormai le appare estraneo e il sogno di un figlio, che, purtroppo, non arriva. Un aborto diviene la goccia che fa traboccare il vaso, l’occasione, per lei, di rispolverare i suoi desideri accantonati e di mettere al primo posto se stessa, una buona volta.
“Cosa può salvarmi oggi” (edito da L’Iguana) è un romanzo vicino alla quotidianità. In uno stile fluido, semplice ma mai banale, mette in scena vite insoddisfatte, la paura dell’ignoto, l’ossessione del tempo e la sensazione di stare perdendo qualcosa con l’avanzare dell’età.
C’è Gaetano, il marito di Cristina, uomo pavido, che si accontenta di un’esistenza prevedibile, spesa a lavorare in un hotel sull’orlo del fallimento, senza mai permettersi di rischiare; c’è Aurora, la madre di Cristina, una vedova testarda e molto devota, così timorosa di restare sola da arrivare a manipolare la figlia e a prendere per lei decisioni importanti; e c’è Floriana, la migliore amica, madre a tempo pieno, divorata dal rimorso e dal rimpianto per certi amori passati.
Da queste figure si distingue totalmente Carlos, un assistente universitario spagnolo che Cristina conosce per caso. Uomo avventuroso, esotico, libero da molte costrizioni mentali ed emotive, pare incarnare tutte le fantasie della protagonista, rispondere a ogni suo bisogno. Più passa il tempo con lui, più Cristina riesce a mettere a fuoco cosa vuole veramente dalla vita e, soprattutto, impara a vivere un giorno alla volta, godendosi il presente senza torturarsi per gli errori del passato e le occasioni mancate.

Colpita da questo romanzo, dalla sua scrittura così naturale, ho chiesto all’autrice, Monica Gentile, di rispondere ad alcune domande. Dunque, lascio a lei la parola.
Da cosa nasce “Cosa può salvarmi oggi?” Volevo scrivere una storia che parlasse di relazioni, di uomini e donne messi alla prova da eventi che tirano loro fuori il meglio e il peggio. La protagonista Cristina è una donna giovane, insoddisfatta del proprio lavoro e anestetizzata da una vita abitudinaria. Quando perde il proprio bambino a causa di un aborto, Cristina cerca di ritrovare se stessa. La storia, in origine, era totalmente diversa. Poi, durante le libere scritture nate all’interno dei corsi in web conference, tenuti dalla bravissima Antonella Cilento, veniva continuamente fuori questo personaggio. Mi sono messa in ascolto, mi sono lasciata condurre. Giorno dopo giorno, Cristina ha preso sempre più spazio. Così ho deciso di non rinunciarvi.
C’è un personaggio, nella tua storia, a cui sei particolarmente affezionata? Tutti i personaggi di “Cosa può salvarmi oggi” hanno luci e ombre. Non riesco ad avere una preferenza netta. Ci sono ragioni per cui schiaffeggerei e abbraccerei ognuno di loro: Cristina, Gaetano, Aurora, Carlos. Lascerei al lettore la libertà assoluta di giudizio.
La tua protagonista, Cristina, ha il desiderio di viaggiare, ma le manca il coraggio di osare. Tu, invece, hai vissuto all’estero per qualche anno e poi sei tornata in Italia. Cosa più ti è rimasto dei tuoi anni lontani dal patrio suolo? A undici anni ho letto il “Milione” di Marco Polo e ho capito che viaggiare era farsi domande e cercare di trovare risposte. Io ero un bambina curiosissima, di domande ne facevo sempre tante. Così è nata la passione. Non sapevo, per esempio, cosa avrei fatto da grande, ma sapevo che avrei viaggiato. Dei miei soggiorni all’estero mi sono rimasti il senso della sfida, la capacità di adattamento, la tolleranza. Non puoi ambientarti in una città straniera e vivere un’altra cultura, se non sei disposta a metterti in gioco, a capire, accettare. Vivere all’estero è qualcosa che ti mette alla prova continuamente anche per via della lingua che, soprattutto all’inizio, è un continuo inciampo, una barriera. Ma anche il ritorno in Sicilia è stata una sfida. Dovevo fare pace con me stessa per viverci bene. Per fare chiarezza, ho preso carta e penna. E ho cominciato a scrivere.
Cosa speri trovino i lettori tra le pagine del tuo romanzo? Autenticità. Da lettrice, amo i libri che declinano sentimenti che provo o ho provato, mi immedesimo nei personaggi in cui riconosco aspetti del mio carattere. Sarebbe bello che i lettori pensassero che la persona che ha scritto questa storia ha cercato di parlare dei rapporti umani senza trucchi, con parole semplici, vere.
Volendo dare una risposta generica, cosa può salvarci? Avere progetti. Provare a concretizzare qualcosa che ci stia davvero a cuore e concentrare le nostre forze verso quell’obiettivo. Quando siamo impegnati a realizzare un’idea, non c’è spazio per la depressione, per lo scoramento. Ci sentiamo forti, tutto può accadere. Conta però comprendere che qualsiasi risorsa va cercata dentro di noi, gli altri non possono essere un appiglio né un salvagente.
Se dovessi preferire uno o più autori che hanno avuto maggiore influenza su di te, chi suggeriresti? Credo che i libri che amiamo lascino tracce così profonde e inconsapevoli che spesso non le distinguiamo. Potrei suggerire tantissimi nomi di scrittrici e scrittori che sono stati un riferimento indispensabile nella mia vita. Poi ci sono gli autori che mi fanno da bussola ogni volta che scrivo. Durante la stesura di “Cosa può salvarmi oggi” l’ago si è orientato soprattutto verso Richard Yates e Alice Munro.
Infine, lasceresti un augurio o un consiglio ai Lettori Medi? L’augurio è quello che faccio a me stessa: continuare a leggere per restare liberi, sottomettersi soltanto alla propria immaginazione.

Titolo: Cosa può salvarmi oggi
Autore: Monica Gentile
Casa editrice: L’Iguana
Genere: Narrativa
Pagine: 175
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura:  4 giorni

L’autrice
Monica Gentile è nata ad Agrigento. Dopo aver trascorso alcuni anni in Francia e nel Regno Unito, è rientrata in Sicilia, dove vive e lavora. Il suo romanzo d’esordio, “Tira scirocco” ha vinto il premio letterario Edizione Straordinaria 2014 e ottenuto una menzione al Premio Calvino.

Claudia

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L’annusatrice di libri (Desy Icardi)

9788893254779_0_0_454_75“La ragazza iniziò a far scorrere l’indice sui dorsi dei volumi nella speranza che uno di essi le risultasse familiare; poi, d’un tratto, ecco di nuovo la fragranza salmastra che poco prima l’aveva investita. Possibile che quell’odore provenisse da un libro? Prese a ricercarne l’origine e, una volta individuata, estrasse il libro dal quale sembrava emanare il sentore, lo aprì e tuffò il naso tra le pagine; al fresco odore di fiume si aggiunse un effluvio tiepido, più tenue ma altrettanto liquido: lacrime!”

In una Torino alle soglie degli anni ’60, in casa Peyran vive, ospitata da sua zia Amalia, Adelina,un’adolescente che è stata mandata a studiare nella migliore scuola superiore della città per assicurarsi così un futuro migliore rispetto a quello della semplice vita di campagna.
Zia e nipote hanno una cosa in comune: un rapporto difficoltoso con i libri. Se per la zia la lettura è solo una perdita di tempo, Adelina si sforza di leggere,ma le parole si accavallano perdendo ogni senso e facendola sentire inadeguata. Tutto cambia però quando la ragazzina va a studiare a casa della sua compagna di classe Luisella. Lì si accorge che riesce a leggere i libri in un modo alquanto singolare, cioè annusandoli. Adelina cerca di mantenere questo segreto fino a quando il padre di Luisella, il notaio Vergnano, e padre Kelley, suo insegnante di lettere – entrambi amanti di manoscritti antichi – vengono a conoscenza di questa sua abilità e decidono di utilizzarla per decifrare un antico codice indecifrabile.
“L’annusatrice di libri” di Desy Icardi (Fazi Editore) è una piccola supereroina, con un potere semplice che fa gola a chi vuole sfruttarlo per i suoi interessi. Adelina,infatti,annusando i libri, riesce a captare le emozioni e le sensazioni dei personaggi, così come di tutti coloro che li hanno letti,diventando in questo modo una divoratrice di libri.
L’ironia che avvolge questo romanzo, tra consigli amorosi e uno sguardo all’Italia che fu, non fa perdere di vista il punto centrale, cioè la passione per i libri. I vari personaggi si approcciano in maniera diversa alla lettura e ai libri, ma tutti, chi prima, chi dopo, non possono fare a meno di questo fidato amico. Questo romanzo è un omaggio ai lettori appassionati, a coloro i quali senza un libro si sentono persi e non ne hanno mai abbastanza.
La dote di Adelina però fa sorgere una domanda: è meglio saper annusare un libro o saperlo leggere per poterne cogliere tutte le sfumature?

Titolo: L’annusatrice di libri
Autore: Desy Icardi
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Fazi Editore
Pagine: 408
Anno: 2019
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni
Quadro consigliato: “Lettrice (Clara)” (Federico Faruffini, olio su tela 1865)

L’autrice
Desy Icardi
, nata a Torino dove vive ancora oggi, opera come formatrice aziendale, scrittrice, cabarettista e copywriter. Dal 2006 lavora come cabarettista, è autrice di testi teatrali comici e ha firmato alcune regie. Nel 2013 crea il blog “Patataridens”, il primo dedicato alla comicità al femminile.

Arianna

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Nato fuori legge (Trevor Noah)

Nato fuori leggeL’idea geniale dell’apartheid consisteva nel convincere la maggioranza schiacciante della popolazione a prendersela gli uni con gli altri. Odio a parte, si riduceva a questo: suddividere le persone in gruppi e fare in modo che queste si odiassero, rendendo possibile controllarle tutte.

In Sudafrica, dal 1948 fino al 1994 una feroce politica di segregazione razziale, l’apartheid, ha diviso la popolazione in razze – bianca, nera e coloured – vietando loro qualsiasi mescolanza o relazione che non fosse di tipo servo-padrone. Trevor Noah, oggi conduttore televisivo di uno dei più importanti show statunitensi, è nato proprio in quegli anni di segregazione da madre nera e padre bianco e, dunque, prova vivente di un vero e proprio crimine.
Tenuto nascosto al mondo per i primi anni della sua esistenza, registrato all’anagrafe come coloured per evitare l’allontanamento dai suoi genitori biologici, che sarebbero finiti in carcere, il ragazzo ha vissuto l’infanzia come emarginato, non essendo riconosciuto da alcuna razza come membro effettivo del gruppo. Anche con la fine dell’apartheid, abolito quando Trevor aveva compiuto i dieci anni, è stato difficile trovare amici sinceri, farsi accettare dalle tribù nere che ancora diffidavano dei bianchi a cui lui somigliava tanto. Ma Trevor è nato forte, intraprendente e ribelle, come sua madre Patricia, una donna che non ha mai amato farsi dire come vivere la sua vita e che ha sempre sfidato le autorità.
È a Patricia che Trevor ha dedicato quest’autobiografia, ringraziandola per aver fatto di lui un uomo. E benché il protagonista di questo memoriale sia proprio Trevor, narratore e autore, è Patricia la vera eroina delle storie raccontate dal figlio. Devota, testarda, a tratti severa, ma sempre guidata dall’amore e dalla fede, Patricia ha addestrato il ragazzo sui modi di sopravvivere al mondo, ma anche sul come conquistarlo, insegnandogli l’importanza delle lingue, che mettono in comunione persone diverse, e della letteratura, che sa regalare orizzonti nuovi e idee tutte da scoprire. È grazie alla madre se Trevor prova grande rispetto per le donne, se non ha mai osato maltrattarle come era invece costume dei maschi neri delle tribù; è grazie a lei se è riuscito a diplomarsi in ottime scuole, se non ha mai cercato di farsi strada con la violenza, perché l’amore di lei è stato sufficiente.
“Nato fuori legge” (edito da Ponte alle Grazie) non è soltanto un interessante resoconto della vita straordinaria di quest’uomo, che ha saputo emergere a testa alta da condizioni di estrema povertà e violenza, ma anche un tributo a sua madre, ai sani principi e all’amore incondizionato che lei ha saputo trasmettergli con efficace perizia. Le ultime pagine di questo libro commuovono, in un modo in cui pochi libri sanno fare, e sprigionano un grande senso di speranza e forza in chi è arrivato alla fine.

Titolo: Nato fuori legge
Autore: Trevor Noah
Casa editrice: Ponte alle Grazie
Genere: Autobiografia
Pagine: 336
Anno edizione: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura:  giorni 5

L’autore
Trevor Noah è nato il 20 febbraio 1984 in Sudafrica, da Patricia Nombuyiselo, nera di etnia xhosa, e da padre svizzero tedesco. La sua carriera di dj, comico e attore lo ha portato sugli schermi americani, dove conduce dal 2015 il Daily Show, seguito da milioni di telespettatori in tutto il mondo. Dal suo libro “Nato fuori legge” verrà tratto un film, in uscita nel 2019, con Lupita Nyong’o nella parte di sua madre Patricia.

Claudia

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Addio Fantasmi (Nadia Terranova)

Addio Fantasmi“Ma tutto arriva, prima o poi, a distruggere le persone che siamo state o crediamo di essere”.

Una mattina di metà settembre, Ida, la protagonista di “Addio Fantasmi” (edito da Einaudi), ritorna nella sua città natale, Messina, per aiutare la madre durante la ristrutturazione dell’appartamento in cui è nata e cresciuta e che sta per essere messo in vendita.
Circondata dagli oggetti che per tanti anni le sono appartenuti, bloccata tra le mura che sono state testimoni di un’indicibile infelicità, Ida ritorna con la mente alla sua infanzia, al giorno in cui suo padre è uscito di casa e non è più tornato, e ai momenti successivi, segnati da quella terribile assenza in un modo che soltanto ora, a distanza di vent’anni, riesce a vedere con chiarezza.

“Addio Fantasmi” è una traversata nel dolore, un viaggio a ritroso nella scomparsa e nel lutto. Ogni pagina, ogni parola porta con sé la sofferenza e il senso di smarrimento che seguono la perdita di una figura tanto importante quanto è quella di un genitore. I fantasmi del passato perseguitano Ida, poiché ancora non è riuscita a fare pace con la mancanza d’amore del padre né con i feroci silenzi di sua madre. Dopo ventitré anni trascorsi a evitare di parlarne, giunge per la figlia abbandonata, ormai divenuta donna, il momento di affrontare l’inevitabile. Non si può guarire fuggendo via dal dolore, ci si deve passare attraverso, sentirlo tutto, prima di riuscire a lasciarlo andare. Una lezione che Ida impara a caro prezzo, un oggetto, un ricordo e una conversazione alla volta.
Lascio ora la parola all’autrice, Nadia Terranova, che ha gentilmente concesso a Il Lettore Medio un’intervista.

Com’è nata l’idea di “Addio Fantasmi”? Ho cominciato a scrivere di notte: c’erano una casa, le sue pareti umidicce, un’assenza martellante, una figlia, una madre, un lessico che si ritraeva. Per un po’ di tempo non ho capito che stavo scrivendo un romanzo. Mi dicevo: ma cos’è questa cosa? È più lungo di un racconto, forse sta bene dentro l’etichetta del monologo teatrale. Era un romanzo, ma l’ho capito qualche mese dopo, quando non la finivo più di scrivere.
Questo romanzo è dedicato ai sopravvissuti. Cosa speri trovino i lettori tra le sue pagine? Ciascuno la propria guerra e, forse, una schiarita.
Qual è il tuo personale modo di affrontare il dolore e la perdita? Possiamo supporre che la scrittura ricopra un ruolo fondamentale in questo processo? Le perdite e i dolori non sono tutti uguali, neppure nella medesima vita. Soffrire non ti mette al riparo dal non soffrire più. «Ma la grande, tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente», scriveva Pavese, ed è vero. Non c’è un’utilità nella sofferenza, a meno che non vogliamo mettercela noi. Io non la trovo, questa utilità, ho solo trovato il modo di abitarla, perché non si può fare diversamente, finché altre realtà, altre strade non si aprono.
Il rapporto di Ida con Messina appare complesso, vicino alla classica dicotomia amore/odio. Che relazione hai tu con la tua città natale? Sono messinese fino alle ossa. Ho una casa, come Ida, e torno ogni volta che posso. Sono fatta in ogni atomo dell’aria dello Stretto e non me lo scordo mai, neppure quando sto dall’altra parte del mondo. Non sono d’accordo che ci sia odio, Ida non odia mai Messina, è in continuo dialogo con lei, e il dialogo a volte è conflitto. Io invece l’ho odiata, quando mi sembrava strettissima e volevo scappare, da adolescente. Poi è arrivata la scrittura e se l’è ripresa con violenza.
Cosa ti ha portato alla scrittura? La sensazione di riuscire a capire le cose solo raccontandole e il piacere che provo nel farlo, anche quando è complicato. La volontà di immaginare, di trasfigurare, di giocare con il come se. Di esplorare vite, parole, storie, vere o finte, poco importa. La volontà di reiterare il mito all’infinito.
Se dovessi prediligere uno o più autori che hanno influenzato il tuo stile narrativo, chi sceglieresti? Ne lascerò fuori tantissimi! Vado di getto: Bruno Schulz, Annie Ernaux, Leonardo Sciascia, Natalia Ginzburg, Giorgio Bassani, Elsa Morante, Cesare Pavese, Omero, Alessandro Manzoni, Jane Austen, Domenico Starnone, Amelia Rosselli, Giorgio Caproni, Gesualdo Bufalino, Bianca Pitzorno, Alba de Cespedes. Ecco, non so come non mischiare la poesia e la narrativa, una travasa nell’altra.
Infine, vuoi lasciare un augurio o un consiglio ai Lettori Medi? Leggete con passione e anarchia tutto ciò che vi pare (ma lo sapete già).

Titolo: Addio Fantasmi
Autore: Nadia Terranova
Casa editrice: Einaudi
Genere: Narrativa psicologica
Pagine: 196
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni

L’autrice
N
adia Terranova è nata a Messina nel 1978, ora vive a Roma. Collabora con «La Repubblica» e altre testate giornalistiche. È tradotta un francese, spagnolo, polacco e lituano. Tra i suoi romanzi: “Bruno il bambino che imparò a volare” (Orecchio Acerbo 2012), “Gli anni del contrario” (Einaudi 2015, vincitore di numerosi premi tra cui il Bagutta Opera Prima e l’americano The Bridge Book Award), “Casca il mondo” (Mondadori 2016).

Claudia

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L’emporio dei piccoli miracoli (Keigo Higashino)

L'emporio dei piccoli miracoli“Che sia per scherzo o per dispetto, le persone che mandano quelle lettere all’Emporio Namiya non sono poi tanto diverse da chi chiede un consiglio. Gli si è aperta una crepa nel cuore e da quella crepa fluisce fuori qualcosa di importante”.

Tre ladri alle prime armi, Shōta, Kōhei e Atsuya, hanno appena svaligiato una casa nella campagna giapponese e cercano un rifugio per la notte, dato che l’auto rubata per la fuga li ha lasciati a piedi. Si nascondono allora in un vecchio negozio abbandonato, l’Emporio Namiya, teatro delle storie raccontate in “L’emporio dei piccoli miracoli” (edito da Sperling&Kupfer).
Poco dopo il loro arrivo, accade qualcosa di inspiegabile: delle lettere, tutte indirizzate al vecchio proprietario dell’emporio e palesemente scritte molti anni prima, vengono infilate sotto la serranda abbassata del negozio. I tre ragazzi, timorosi di essere scoperti, fanno le veci del proprietario, noto per i suoi saggi consigli, e rispondono alle domande di quei mittenti anonimi, senza sapere che le parole possono cambiare la vita di una persona per sempre, compresa la loro.

L’autore, Keigo Higashino ha creato con abilità una cornice narrativa di grande effetto, intessendo al suo interno una tela di eventi all’apparenza indipendenti, ma in realtà collegati tra loro dal fato e, forse, anche dalla magia. Ogni lettera giunta all’Emporio Namiya porta con sé una storia e un dilemma: quello dell’atleta, divisa tra gli allenamenti per le Olimpiadi e la cura del suo fidanzato, malato terminale; quello del cantautore fallito, che non sa se abbandonare la carriera per dedicarsi all’attività di famiglia oppure continuare a sperare nel successo; quello del ragazzo ricco, i cui genitori sono andati in bancarotta e vogliono costringerlo a una vita in fuga dai creditori.
Il vero protagonista di questo libro, dunque, è l’Emporio stesso, una bottega abbandonata, ferma nel tempo per un motivo che, inizialmente, non si riesce a capire ma che, alla fine, si palesa al lettore in tutta la sua logica e dolcezza. Non mancano, tra le pagine, momenti di grande commozione che si alternano ad attimi comici di notevole efficacia, soprattutto quando entrano in scena i tre ladri pasticcioni, tanto inadeguati nel dare consigli quanto lo sono nel furto con scasso.
“L’Emporio dei piccoli miracoli” è un capolavoro in miniatura, un mosaico di racconti che, visti alla giusta distanza, creano un meraviglioso disegno dalle tinte tenui e nostalgiche che arrivano dritte al cuore.

Titolo:
L’emporio dei piccoli miracoli
Autore: Keigo Higashino
Casa editrice: Sperling&Kupfer
Genere: Fantastico
Pagine: 341
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 18,50
Tempo medio di lettura:  3 giorni

L’autore
Keigo Higashino è uno dei più noti scrittori giapponesi, pubblicato in 14 Paesi. È autore bestseller di romanzi. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali e internazionali, e da molte delle sue opere sono stati tratti film e serie TV di grande successo.

Claudia

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Mister Rochester (Sarah Shoemaker)

arton151806-a33f4.jpgCredete di essermi in qualche modo affine, Jane? Talvolta mi procurate una strana sensazione, soprattutto quando mi siete accanto, come adesso… È come se una funicella assicurata alle mie costole, a sinistra, fosse inestricabilmente annodata a un’analoga cordicella legata al vostro corpo, e temo che se quel mare e duecento miglia di terra ci separassero, questo legame si spezzerebbe…
Così ho l’inquietante sensazione che sanguinerei interiormente, e che voi… voi mi dimentichereste…”

Diciamocelo: Mister Rochester è uno dei personaggi più affascinanti ed enigmatici della letteratura. Descritto come non particolarmente bello, la sua ricchezza e posizione sociale ne fanno, invece, uno dei partiti più ambiti per le donne in cerca di marito. Ma di quello che si nasconde dietro i suoi occhi scuri e l’animo inquieto, il lettore ne ha soltanto una visione superficiale, visto che la storia, così come la conosciamo noi, è stata raccontata unicamente dal punto di vista di Jane Eyre, l’eroina del romanzo che porta il suo nome. Ora, invece, grazie al “Mister Rochester”di Sarah Shoemaker (Beat edizioni) si apre una finestra su questo straordinario personaggio del quale, finalmente, possiamo conoscere il passato e le vicende personali che lo hanno condotto ad essere ciò che così magistralmente è stato descritto da Charlotte Brönte.
Poco considerato fin dalla nascita e palesemente sfavorito rispetto al fratello maggiore Rowland, Edward Rochester sembra essere esclusivamente uno strumento nelle mani del padre, un ricco possidente che preferisce vivere il brivido degli affari piuttosto che languire nella proprietà di famiglia. Per accondiscendere alla volontà paterna, senza per altro conoscerne il fine ultimo, il nostro protagonista arriva perfino nella lontana Giamaica, una terra mitica e straordinaria nelle sue fantasie di ragazzo, che nella realtà si rivela molto diversa: proprio lì il suo destino prenderà quella svolta decisiva che i lettori della Brontë ben conoscono.

La narrazione è ricca di personaggi che contribuiscono alla formazione del protagonista, a partire dai suoi giovani amici, Tocco e Carota, fino al signore e alla signora Wilson, i quali molto più di altri si avvicinano al concetto di famiglia per Edward. Il racconto in prima persona fa sì che Mr. Rochester si apra senza remore al lettore, quasi come fosse una lunghissima confidenza fatta davanti a un bicchiere di whisky d’ottima annata. La Shoemaker si dimostra una perfetta conoscitrice della Brontë: non si percepisce alcuna discrepanza né stridore tra quanto emerge in “Jane Eyre” e la psicologia dei protagonisti in “Mister Rochester”: tutto collima alla perfezione, regalando così al lettore un senso di completezza e la possibilità di sognare ancora su una delle coppie più belle e interessanti della letteratura.

Titolo: Mister Rochester
Autore: Sarah Shoemaker
Casa editrice: Beat Edizioni (Superbeat)
Genere: romanzo biografico – sentimentale
Pagine: 415
Anno: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni
Romanzo consigliato: naturalmente “Jane Eyre” di Charlotte Brontë.
Filmografia consigliata: “Jane Eyre” di Franco Zeffirelli (1996); “Jane Eyre” miniserie tv di Susanna White (2006); “Jane Eyre” di Cary Fukunaga (2011)

L’autrice
Sarah Shoemaker è nata in un sobborgo di Chicago e ora vive in un piccolo villaggio nel nord del Michigan. Ha lavorato come insegnante e bibliotecaria. “Mister Rochester” è il suo primo romanzo.

Vera

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Dieci lezioni sui classici (Piero Boitani)

9788815273659_0_0_503_75E dovunque si estende la potenza romana sulle terre domate, sarò letto dalla gente, e per tutti i secoli, grazie alla fama, se c’è qualcosa di vero nelle profezie dei poeti, vivrò.”

Dall’epica alla tragedia, dagli scritti filosofici alla poesia lirica, dalla Grecia a Roma. Un viaggio attraverso il tempo per conoscere i classici della letteratura. E se ve lo state chiedendo no, non si tratta solo di una dissertazione sulla materia o di una lezione su opere e autori che molti considererebbero morti e sepolti, facendo storcere il naso a studiosi e appassionati.
“Dieci lezioni sui classici” di Piero Boitani (edito da Il Mulino) è molto di più. È come immergersi in una realtà virtuale, con il professor Boitani nelle vesti di guida personale, per rivivere il clangore delle lance e degli scudi degli eserciti greci e troiani, il dolore di Achille per la morte di Patroclo e quello di Andromaca per il destino segnato di Ettore; per assistere alla commozione di Ulisse mentre narra le sue avventure attraverso il Mediterraneo alla presenza di Alcinoo e di tutta la sua corte; è rivivere il discorso finale di Socrate ai giudici, percepire lo struggimento amoroso di Saffo o ancora assistere alla nascita di quello che fu, probabilmente, l’impero più famoso dell’antichità, l’impero romano. Capitolo dopo capitolo, il professor Boitani conduce il lettore alla scoperta delle pietre miliari della letteratura mondiale, mettendone in luce i temi e i nuclei portanti che tante altre volte sono stati ripresi da scrittori e poeti successivi, con i quali si definisce il confronto arricchendo così l’esposizione. La coerenza con cui ogni autore viene rappresentato rende la lettura scorrevole e piacevole, quasi non ci si accorge dello scorrere del tempo e delle pagine. Il rispetto con cui ogni opera viene dipinta fa trapelare la passione che anima chi ne scrive. È inevitabile, quindi, sentirsi catapultati dentro quelle righe che parlano di miti e leggende, di interrogativi che sono e resteranno immortali perché fanno parte di noi, radicati come sono nel nostro dna. A volte, sembra quasi che ce ne dimentichiamo, presi come siamo dal nostro quotidiano andirivieni, ma se ci fermassimo, se rallentassimo per concederci il tempo di una riflessione, non potremmo fare a meno di sentire riecheggiare noi stessi in ogni parola, in ogni emozione che essi ci raccontano e ci rappresentano. Siamo sicuri che i classici non abbiano davvero più nulla da dirci? Lascio, dunque, la parola al professor Boitani, che mi ha gentilmente concesso una breve intervista, per rispondere a questa e ad altre domande…
Le dieci lezioni che leggiamo nel suo libro sono la rielaborazione di una serie di puntate realizzate per una radio svizzera. Come ha vissuto l’esperienza radiofonica? La Radio era quella della Svizzera Italiana, culturalmente attivissima. Ho vissuto l’esperienza molto bene, mi sono molto divertito.
Quanto è stato difficile trasformare le puntate radiofoniche nei capitoli del libro? Trasformarle si è rivelato impossibile, anche se mi avevano mandato la sbobinatura. Linguaggio orale radiofonico, e linguaggio scritto per un libro, in italiano, sono completamente diversi. Ho dovuto scrivere ex novo, il che è stato piacevolissimo e mi ha tenuto in vita dopo un infarto.
E quanto è stato difficile, invece, scegliere gli autori e le opere di cui parlare? Difficile? Non è stato affatto difficile. Mi avevano dato, alla RSI, dieci puntate di 30/35 minuti ciascuna. Ho scelto gli autori e le opere che amo da una vita.
Ha mai pensato o le hanno mai chiesto di realizzare una seconda serie di lezioni? Stiamo pensando a una seconda edizione del libro, che avrà un quattro-cinque capitoli in più.
I classici ci dimostrano che l’uomo da sempre si interroga su alcuni temi fondamentali (la vita, la morte, l’amore, la giustizia). Come crede che la nostra realtà contemporanea si ponga nei confronti di questi temi? Il mondo è in sostanza sempre lo stesso, e i problemi dell’umanità sono sempre gli stessi, perché 3000 anni fa come ora si nasce, si cresce, si muore. Il mondo moderno ha anche altri problemi: il cambiamento del clima, la crisi del pianeta, che l’antichità non aveva, e sui quali non ci possono insegnare nulla se non la misura.
Probabilmente i classici, proprio in quanto tali, avranno sempre qualcosa da insegnare. Cosa pensa che possano insegnare alla nostra società contemporanea? Tutto. Basta saperli leggere.
Domanda irriverente: qual è il suo classico preferito. Perché? Forse Omero. Perché è il primo, e coi suoi poemi perfetti fonda la nostra civiltà; perché nell’Iliade e nell’Odissea c’è tutto.
Domanda irriverente numero due: se potesse tornare indietro nel tempo quale autore classico vorrebbe incontrare. Perché? Non potrei incontrare Omero, perché con ogni probabilità Omero non è mai esistito ma è un semplice nome per tanti cantori. Allora sceglierei Sofocle o Plutarco, o Lucrezio o Ovidio. Il perché è nel libro.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi, e a quelli forti.

Titolo: Dieci lezioni sui classici
Autore:  Piero Boitani
Genere: Saggistica
Casa editrice: Il Mulino
Pagine:  240
Anno: 2017
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni

L’autore
Piero Boitani
 insegna Letterature comparate nella Sapienza – Università di Roma. Con il Mulino ha pubblicato numerosi libri, fra i quali ricordiamo “Sulle orme di Ulisse” (2007), “Letteratura europea e Medioevo volgare” (2007), “Il grande racconto delle stelle” (2012) e “Il grande racconto di Ulisse” (2016).

Vera

Lettore medio

La notte dei supereroi (Giancarlo Vitagliano)

9788825407976-la-notte-dei-supereroiSi porta vicino all’ampia vetrata e l’apre. La brezza della sera entra nella stanza insieme al rumore del traffico che si ingarbuglia decina di piani più sotto. Come se tutti gli abitanti della metropoli potessero vederlo così, a gambe aperte e con l’invito spiegato tra le mani, inizia a leggere a voce alta. Un colpo secco gli recide la carotide e schizzi rossi investono il foglio; i suoi occhi guardano allibiti il bianco macchiato per sempre, la mano si apre e la lettera plana sul pavimento, con lente volute. […]
– Non avresti dovuto farlo! – dice una voce soffocata da una sciarpa.

La città di New York viene sconvolta da una nuova serie di efferati omicidi: i più grandi artisti di comics di supereroi vengono trovati uccisi e, sulla scena del delitto, l’assassino lascia frasi apparentemente incomprensibili scritte con il sangue delle vittime. Il detective della polizia incaricato delle indagini, il ruvido sergente Esposito, ignora del tutto il mondo dei comics e decide di farsi affiancare da un collega più giovane che, invece, ne è un grande appassionato. I due si addentrano nel mondo dei fumetti, scoprendo amicizie, rivalità e cupidigia. Ma gli omicidi continuano. Riusciranno i due a scoprire perché il sangue dei creatori di fumetti continua a scorrere e a fermare così il serial killer?
La prima cosa che sorprende de “La notte dei supereroi” di Giancarlo Vitagliano (editore Delos Digital, collana Odissea Digital #96) è l’immediatezza, che fa sì che il lettore si senta subito catapultato nel mondo distaccato ed elitario dei fumetti e si immedesimi facilmente nei due detective.Importante punto di forza del romanzo è la loro caratterizzazione perfettamente antitetica: rude e sboccato uno, pacato e tipicamente nerd l’altro; due personaggi che inizialmente appaiono poli opposti di una calamita esi riscoprono poi complementari e reciprocamente necessari per il completamento delle indagini.
La struttura procede su più piani narrativi: ora seguendo da vicino la vita privata dei detective, ora presentando al lettore la cronaca in tempo reale degli omicidi, ora spiando a mo’ di Grande Fratello i segreti dell’assassino. Ed è per questo che la lettura non risulta mai noiosa e, pagina dopo pagina, mi ha appassionato sempre di più.Un romanzo che ho divorato in pochi giorni con immenso piacere, pur non essendo un appassionato di fumetti e di supereroi.
Il simpatico autore, Giancarlo Vitagliano, mi ha concesso questa breve intervista a beneficio degli amici del Lettore Medio.

Come mai un romanzo sui supereroi e i fumetti? Sono un grande lettore di tutto ciò che è stampato e non mi importa se siano libri o fumetti perché a me interessano le storie (per questo amo anche il cinema e le serie TV). Ho incominciato a leggere i fumetti e a conservarli da quando avevo cinque/sei anni e da allora non mi sono più fermato. I primi erano i leggendari “Albi del falco – Nembo Kid”, che conservo ancora gelosamente, e da allora di supereroi ne ho letto e straletto. Poi, da alcuni decenni, si è avuta la perdita dell’innocenza dei comics e questo ha rivoluzionato in parte il modo di intendere il supereroe: non è più il cavaliere senza macchia e senza paura ma un essere umano con i suoi problemi. Per me questa è stata la normale evoluzione di un medium come il fumetto, ma ad altri non è andato giù e continuano a lamentarsi di quanto fosse bello tutto ciò che ha preceduto il corso attuale dei comics. Io scrivo sempre storie che nascono da un mio interesse sociale, politico o da una mia passione e poiché amo il genere noir ecco che è nata la notte dei supereroi, dove ho voluto anche raccontare vere e proprie pagine di fumetti inventati per l’occasione.
Quali sono state le fonti d’ispirazione per i due protagonisti? Se intendi i poliziotti (perché per me il vero protagonista è il serial killer con le sue passioni distorte) mi sono rifatto alle coppie celebri del romanzo noir o delle detective story classiche, anche se qui non è ben chiaro chi sia la spalla dei due: a volte il giovane, altre il poliziotto più navigato. E poi mi serviva che ci fosse uno dei due totalmente a digiuno del mondo dei comics e l’altro che, invece, da grande appassionato facesse da contraltare al serial killer.
Quale supereroe ti piacerebbe essere e quale superpotere ti piacerebbe avere? Batman certamente, proprio perché è un supereroe senza superpoteri se non le sue abilità.
Nel romanzo ci sono riferimenti sociali e politici. Può un romanzo essere uno strumento per combattere i pregiudizi e l’ignoranza? Leggere è l’unico strumento adatto a chiunque per abbattere pregiudizi sociali e politici e razzismi vari. Del resto vivere più di una vita, entrando nelle storie narrate e vivendole fino in fondo, aumenta l’empatia che è l’unica maniera che ha l’essere umano per confrontarsi e capire gli altri, specie quelli del tutto diversi da sé.
Progetti per il futuro? Immergermi nelle storie, indipendentemente se siano narrate in un romanzo, lette in fumetto o viste sullo schermo, oppure che siano nate nella mia mente. Infatti, da poco è uscito un mio nuovo romanzo, questa volta cartaceo, ma questa è un’altra storia…

Titolo: La notte dei supereroi
Autore: Giancarlo Vitagliano
Genere: Noir/thriller
Casa editrice: Delos Digital
Pagine: 172 (ebook)
Prezzo: € 3,99
Anno: 2019
Colonna sonora: “Batman” – Prince (album, 1989)
Film consigliato: “Mystery Men” – KinkaUsher(1999), “Watchman” – ZackSnyder(2009)
Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore
Giancarlo Vitagliano è nato a Napoli, dove vive con la moglie, due figlie e un cane. È laureato in medicina ed è cardiologo presso il più grande ospedale del sud. È un lettore compulsivo di libri e fumetti, amante del cinema e delle serie TV; da sempre ne sogna di proprie ascoltando musica o andando in giro in moto. Ha pubblicato diversi racconti e sei romanzi: “Fantasmi dentro”, Cicorivolta Edizioni 2009, “Che musica ascolti”, Photocity Edizioni 2011, “L’amore negato”, Lettere Animate Editore 2014, “Il viaggiatore perfetto”, Homo Scrivens 2015 (secondo al Premio Nazionale Megaris 2016 e terzo al Premio L’Iguana 2016), “Malaika”, Watson 2015, “Milo. Detective per amore”, Homo Scrivens 2017 (menzione al Premio letterario Festival Giallo Garda 2018).

Giano

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Il sogno della macchina da cucire (Bianca Pitzorno)

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“Ascoltami,” disse gravemente miss Lily Rose. “Sei giovane, e ti può capitare di innamorarti. Ma non permettere mai che un uomo ti manchi di rispetto, che ti impedisca di fare quello che ti sembra giusto e necessario, quello che ti piace. La vita è tua, tua, ricordalo. Non hai alcun dovere se non verso te stessa.”

In una piccola città della provincia italiana, una giovane donna conduce una vita semplice, fatta di mille sacrifici. Rispetto a tante sue coetanee, però, è fortunata: grazie alla lungimiranza di sua nonna ha imparato un mestiere, quello di sartina, che le consente di essere autonoma e di vivere dignitosamente, seppur in maniera modesta. È lei stessa, la sartina – di cui non conosciamo nemmeno il nome – a raccontarci la sua storia, che si intreccia con quella di altri personaggi, come la marchesina Ester, miss Lily Rose e il giovane Guido. Ognuno di loro avrà un ruolo fondamentale nella vita della sartina, accompagnandola nel suo processo di crescita o supportandola nei momenti di difficoltà. Riuscireste mai a immaginare che tutte queste storie di vita ruotino intorno ad una macchina da cucire?
Bianca Pitzorno, autrice de “Il sogno della macchina da cucire” (edito da Bompiani), ha costruito, partendo da questo oggetto semplice e familiare, una storia altrettanto semplice, che avrebbe potuto essere quella delle nostre nonne o bisnonne, per le quali, invece, una macchina da cucire avrebbe potuto significare un’importante fonte di guadagno e quindi di sopravvivenza.
Il racconto in prima persona della protagonista procede pacato, con un tono lieve che mi ha riportato più volte alla mente l’immagine di una nonna accanto al focolare, intenta a passare la sua esperienza a una generazione più giovane. E quella sfumatura di malinconia, tipica di chi si accinge a rimestare il calderone dei propri ricordi, ci porta a conoscere un mondo un po’ diverso dal nostro, ma soltanto perché lontano nel tempo. Infatti, proprio attraverso la voce dell’anonima protagonista (non è un caso che la sua identità resti celata per tutto il romanzo), l’autrice ci permette di scoprire che i sogni delle donne, in fondo, sono rimasti sempre gli stessi: l’indipendenza, la libertà, la felicità.
Ho letto diversi romanzi di Bianca Pitzorno e non sono mai rimasta delusa, come non rimarrete delusi voi, Lettori Medi, leggendo l’intervista che l’autrice mi ha così gentilmente concesso…

Da dove hai tratto l’ispirazione per questo libro? Leggevo un saggio sulle prime case di tolleranza pubbliche (aperte da Cavour nel 1860 per proteggere la salute dei soldati). Bastava pochissimo perché una donna (povera ovviamente) ci venisse rinchiusa senza avere la possibilità di uscirne. I mestieri esercitati dalle tollerate prima cadere in quell’inferno erano in primo luogo quello della servetta, in secondo quello della cucitrice. (D’altra parte Eugene Sue nel suo “L’ebreo errante”, aveva dimostrato con i numeri che una sartina a Parigi, anche lavorando 18 ore al giorno per sette giorni alla settimana, non sarebbe mai riuscita a guadagnarsi da vivere, neppure al livello più basilare, e che se quindi cedeva alle lusinghe di una occupazione peccaminosa non era da biasimare perché non aveva scelta.) Per uscirne, dopo un iter burocratico complicatissimo, bisognava dimostrare di essere in grado di mantenersi onestamente. Ovviamente le cucitrici non potevano dimostrarlo. Però una noticina a piè pagina del mio saggio raccontava di una tollerata che era riuscita a liberarsi dimostrando di possedere una macchina da cucire. Questo è stato il punto di partenza.
Nel corso della lettura non conosciamo mai né i luoghi in cui si svolgono le vicende narrate, né il nome della protagonista. Ci puoi spiegare il motivo di questa scelta? Volevo che la mia protagonista fosse l’emblema di tutte le sartine italiane che all’inizio del Novecento si guadagnavano duramente la vita, con la minaccia di essere chiuse in un bordello sospesa perennemente sulla testa. E volevo che la città fosse l’emblema di tutte e qualsiasi piccole città di provincia italiane dove tutti si conoscono e l’opinione pubblica, le critiche della gente, possono distruggere un’esistenza. Potrebbe essere per esempio la Donora del mio romanzo precedente, “La Vita sessuale dei nostri antenati”, ovviamente mezzo secolo prima.
Man mano che si va avanti con la lettura si scoprono, invece, molti aspetti e dettagli della quotidianità di un passato ormai lontano. La loro descrizione sono frutto di una ricerca? Se sì, quanto tempo vi hai dedicato? Nessuna ricerca. Queste cose, anche nei dettagli, le sapevo già. Per me quel passato non è poi così lontano. La sartina è coetanea di mia nonna. Quando io avevo sette anni lei, la sartina che mi ha ispirato, ne aveva circa cinquantacinque, e veniva ancora a cucire a casa mia. Io la guardavo, e ho imparato da lei a cucire (non per vantarmi, sono bravissima e se non fossi diventata presbite potrei guadagnarmi la vita come sarta. Descrivo tanti dettagli del come si cuce perché sono azioni per me familiari, che so fare e che mi piace fare). La ascoltavo anche; tante storie della sua giovinezza me le ha raccontate lei. Altre storie di quegli anni me le hanno raccontate mia nonna, mia madre, le mie zie. Qualcuna delle storie è in parte vera, e ne erano protagonisti miei parenti vicini o lontani. Mia nonna aveva poi conservato moltissimi numeri del quotidiano cittadino di inizio Novecento, pieno non solo di notizie, ma di pubblicità, barzellette, annunci economici ecc… che mi restituivano l’aria del tempo. Ma non li ho consultati per il libro, li avevo già letti per divertimento.
Un modo di dire recita che Certe cose cambiano, altre, invece, non cambieranno mai. Cosa pensi che sia cambiato e cosa invece sia rimasto uguale rispetto all’epoca in cui sono ambientate le vicende della protagonista? Parliamo dell’Italia. Nel resto del mondo i cambiamenti sono stati tanti e così vari che non ci sarebbe lo spazio per descriverli. Da noi per fortuna è crollata la barriera invalicabile che separava le classi sociali. Molti figli di poveri sono riusciti a studiare. Anche le donne hanno conquistato maggiore libertà. Ciò che sembrava superato e che invece sta ritornando è la forbice tra ricchi e poveri; la libertà non è più una questione di cosa dice la gente ma di quanto denaro possiedi.
Qual è il messaggio più importante che la storia della protagonista vuole farci arrivare? Nessun messaggio. Detesto le storie che vogliono insegnare qualcosa, che vogliono fare la morale al lettore. L’unica cosa che deve fare lo scrittore, che deve rappresentare, mettere in scena, è la complessità della vita. Un romanzo non deve dare risposte, ma spingere il lettore a farsi domande.
I protagonisti dei tuoi libri sono sempre personaggi forti, intraprendenti e coraggiosi. C’è un filo conduttore che li lega tra loro? Questo mi sembra un giudizio un po’ superficiale. Alcune delle mie protagoniste sono timidissime, come Làlalage o Diana, che senza l’aiuto e la spinta delle amiche sarebbero dei pulcini nella stoppa. Qualcuna è una stronzetta snob come Polissena. Le tre amiche di “Speciale Violante” sono diversissime tra di loro. D’altronde io stessa ho cercato di differenziare i loro caratteri. Ripetere sempre lo stesso cliché mi sembrerebbe un fallimento nella mia ricerca espressiva. Ma tra i critici si è creato questo stereotipo delle bambine in gamba della Pitzorno che io però non condivido.
Nell’ultimo periodo sei stata oggetto di critiche a causa di presunti messaggi veicolati da alcuni tuoi famosissimi libri adottati nelle scuole come, per esempio, “Ascolta il mio cuore” o “Extraterrestre alla pari”. Qual è la tua opinione in merito? Che chi vede il male, il vizio, dove non c’è, ce lo ha dentro lui stesso. I fanatici che si sentono minacciati dal cattivo esempio, non sono sicuri dei propri valori e quei presunti peccati di cui accusano gli altri hanno una gran voglia di compierli loro.
Domanda irriverente: nella tua carriera di scrittrice hai dato vita a moltissime storie che sono state anche tradotte in tutto il mondo. Ce n’è una alla quale sei particolarmente affezionata? Forse “La bambinaia francese”.
Curiosità: progetti per il futuro? A questo riguardo sono superstiziosa. Non parlo mai di un mio lavoro finché non l’ho terminato e non ne sono soddisfatta.
Come descriveresti il rapporto con i tuoi lettori? Scrivere e pubblicare è come scagliare una freccia nel buio. Non sappiamo se colpirà qualcuno e chi. Perciò quando scriviamo, io perlomeno, non possiamo pensare e adattarci a chi ci leggerà. Poi, se incontro qualche donna adulta in gamba che mi dice “Sono cresciuta con i suoi libri. E’ grazie a loro se sono quella che sono” – mi sento molto orgogliosa e commossa, ma so che non ne ho alcun merito.
Un saluto e un augurio a tutti i Lettori Medi. Il più ovvio. Buona lettura! E buona fortuna, che possiate incontrare un buon libro. Ormai ce n’è in giro tanti, troppi, che valgono poco, e fare buoni incontri è sempre più difficile. Ma non bisogna lasciarsi scoraggiare. La perla nascosta adatta a noi c’è sempre. Bisogna avere la pazienza e/o la fortuna di trovarla.

Titolo: Il sogno della macchina da cucire
Autore: Bianca Pitzorno
Genere: Romanzo biografico
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 229
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 7 giorni

L’autrice
Bianca Pitzorno
è nata a Sassari nel 1942. Ha pubblicato dal 1970 a oggi circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che in Italia hanno superato i due milioni di copi vendute e sono stati tradotti in moltissimi Paesi. Tra i suoi titoli più noti: Extraterrestre alla pari, 1979; La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; L’incredibile storia di Lavinia, 1985; Ascolta il mio cuore, 1991; La bambinaia francese, 2004; Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente, 2006; Giuni Russo, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009; La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi), 2015.

Vera

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Gli occhi di Firenze (Paolo Ciampi)

9788899368425_0_0_503_75È vero: non c’è niente come il cielo di Firenze in primavera. Se non forse il cielo di Firenze in autunno.

Partiamo da un assunto: “Gli occhi di Firenze”, il nuovo libro di Paolo Ciampi (edito da Bottega Errante Edizioni) non è una guida turistica né un diario di viaggio. È un gioco letterario tra un editore e uno scrittore. Il primo affida al secondo il compito di realizzare un libro dedicato al capoluogo toscano; il secondo prova a raccontare la città attraverso quei luoghi che, solitamente, non finiscono sulle guide turistiche né vengono immortalati sulle cartoline.
Nasce così un libro fatto di aneddoti, nel quale trovano spazio testimonial d’eccezione – Dante Alighieri su tutti – ma pure nomi meno blasonati, come Zoroastro da Peretola, semisconosciuto nobile fiorentino che testò la macchina volante realizzata da Leonardo da Vinci.
Non di sola arte vive la città, ed ecco che Ciampi propone dei piatti tipici – il lampredotto su tutti – attraverso i quali gustare una Firenze tanto rinascimentale quanto contemporanea.

Quel che ho più apprezzato di questo libro è il desiderio, da parte dell’autore, di raccontare una città vissuta con l’occhio del turista in casa propria: Ciampi ne sottolinea, talvolta, anche i difetti. Non cicatrici, ma graffi sul volto di una città che, col passare del tempo, vede il proprio volto solcato da rughe che non ne intaccano la bellezza. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore…

Gli occhi di Firenze. Da cosa nasce l’esigenza di scrivere questo libro? L’idea, devo dire, non è farina del mio sacco, mi è stato suggerita dall’editore, a conclusione di una bella cena al Pisa Book Fest. All’inizio ero titubante, avevo l’impressione che su Firenze fosse già stato detto e scritto tutto. L’unico modo era provare a modo mio, facendo quello che mi piace fare: camminare, magari senza una meta, andare dietro alle mie curiosità. E sì, usando occhi diversi per una città che non smette di reinventarsi. Firenze, il posto dove ho sempre abitato, è diventato il mio viaggio più lontano.
Giornalista, scrittore, turista, semplice passeggiatore: quante anime convivono in te e quale spirito ti ha animato durante la stesura di questo volume? Anche se forse dirlo è una forma di presunzione, non mi piace definirmi turista, il turista è colui che si muove senza accettare l’esperienza di cambiamento. Preferisco dirmi viaggiatore, perché il viaggiatore si mette in gioco e riesce a essere tale anche sotto casa. E poi mi piace considerarmi una persona che si mette in ascolto delle storie che un luogo è sempre in grado di consegnarti.
Firenze non è solo monumenti e storia, è pure cibo. Suggerisci un piatto che – in maniera quasi “proustiana” – ci riporti alla mente questa città ogni volta che l’assaggeremo. Troppo facile dire la bistecca alla fiorentina, ma la bistecca è un piatto troppo importante, eccessivo, oserei dire divisivo, a prescindere da come la si pensi sulla carne. Preferirei dire l’umile lampredotto, lo street-food di Firenze da sempre, da prima ancora che la parola street-food circolasse: cibo da chiosco, da consumare in piedi, con un bicchiere di vino e una chiacchiera gomito a gomito. E per chi non gradisce, ecco, raccomando la schiacciata all’uva, che in autunno ci riporta alle nostre radici, nella terra che ci circonda: la mia madeleine.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori? Anche gli amici per ora non hanno avuto niente da ridire e questo è sorprendente: noi siamo quella città, scrivo nel libro, che nel calcio aspetta a gloria il terzo scudetto, ma una volta conquistato farebbe spallucce: era meglio il secondo. Scherzi a parte, la cosa più bella è che in diversi mi stanno chiamando da fuori Firenze e mi dicono: si verrebbe da te a camminare.
Numerose sono le citazioni all’interno del libro, non soltanto tratte dai classici e dalle pietre miliari della letteratura, ma pure da capolavori del secolo appena trascorso. Quale aforisma (presente nel libro o uno che ti sovviene adesso), a tuo parere, racchiude l’essenza di questa città? In fondo ci starebbe bene l’Italo Calvino con le sue “Città invisibili”, quando dice che le città sono fatte di desideri e paure. Mi piace poter pensare che Firenze sia ancora fatta più di desideri che di paure.
Non solo i “luoghi da cartolina”, ma anche e soprattutto posti nei quali apprezzare la bellezza delle piccole cose. È questa la Firenze che preferisci? Assolutamente sì. Mi piace la Firenze che non si deve vedere per forza, la Firenze fuori dal terribile imbuto che ingoia comitive su comitive. La Firenze dove i ritmi si allentano e la folla si rarefa, dove a volte c’è perfino silenzio. E poi ci sono tanti scorci di bellezza, tante storie da raccontare, persino in periferia. Mi piacerebbe che questo libro fosse inteso come un suggerimento anche per chi non è fiorentino e persino per chi non ha affatto intenzione di venire a Firenze. Che possa essere usato per passi e parole su altre città, ispirando cammini che arrivano alla meta perché non hanno una meta.
Saluta i lettori medi. Che dirvi, se non che è meravigliosa questa rete che unisce lettori e letture? Anche questo è un modo per tenere a galla ciò che di migliore c’è nel nostro Paese. E allora buone parole, buoni passi a tutti.

Titolo: Gli occhi di Firenze
Autore: Paolo Ciampi
Illustrazioni: Elisabetta Damiani
Casa editrice: Bottega Errante Edizioni
Genere: saggistica
Pagine: 240
Anno: 2019
Prezzo: € 14,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: Prendere il primo treno (ma pure l’auto o l’aereo) e concedersi una vacanza a Firenze.

L’autore
Giornalista e scrittore fiorentino, Paolo Ciampi ha lavorato per diversi quotidiani e oggi è direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione “Toscana Notizie”. Si divide tra la passione per i viaggi e la curiosità per i personaggi dimenticati nelle pieghe della storia. Ha all’attivo oltre venti libri, tra i quali: “L’uomo che ci regalò i numeri” (Mursia),dedicato al matematico Fibonacci; “Tre uomini a piedi” (Ediciclo) e “Per le Foreste sacre” (Edizioni dei Cammini). Con Tito Barbini è uscito per Clichy con “I sogni vogliono migrare”. Ha due blog, ilibrisonoviaggi.blogspot.ite passieparole.blog

Paquito

Lettore medio

Silenzio! (Céline Claire &Magali Le Huche)

9788867995684_0_0_502_75Al signor Martin piaceva moltissimo la tranquillità.
Bere il suo caffè con calma…
Leggere il giornale senza essere disturbato…
Schiacciare un pisolino in santa pace.
Ebbene sì, il signor Martin era un uomo che amava soprattutto il…
SILENZIO!

Il signor Martin ama il silenzio. Adora, in assenza di rumori, gustare un caffè sfogliando le pagine di un quotidiano. Per non parlare del riposino pomeridiano. Una ritualità che influisce sul suo benessere fisico e mentale. Una ritualità messa in discussione dagli abitanti della cittadina che popolano le pagine di “Silenzio!”, il racconto di Céline Claire illustrato da Magali Le Huche, pubblicato in Italia da Edizioni Clichy.
A nulla valgono le proteste del mite signore: le macchine continuano a sfrecciare sotto la sua finestra; le persone proprio non riescono a fare a meno di una conversazione; per non parlare del circo che – tra prove e spettacoli – continua a far rumore. Troppo rumore.
Al signor Martin non resta che rivolgersi a una ferramenta per trovare un rimedio efficace contro il frastuono cittadino: un’enorme bolla di sapone che avvolge casa sua, rendendola impenetrabile al rumore. Acquista, così, un prodotto magico che gli permette di realizzare una gigantesca bolla di sapone in grado di insonorizzare l’intera abitazione.
Ma cosa accadrebbe se tutto questa totale assenza di rumori portasse l’uomo all’isolamento totale dal resto della comunità?

Ho apprezzato molto questa storia che parla di desideri, ma pure di rapporti umani. Rapporti quanto mai importanti se non si vuole correre il rischio di rimanere isolati all’interno di una bolla (vera o fittizia, il senso di straniamento è il medesimo). Ho apprezzato molto il linguaggio (semplice e alla portata di tutti), con una serie di ripetizioni che non infastidiscono affatto, anzi, funzionali alla caratterizzazione del protagonista e dei comprimari della storia.
Una storia arricchita dal talento di Magali Le Huche (ormai presenza fissa sulle pagine del nostro blog) che, ancora una volta, lavora in modo impeccabile sulle espressioni dei personaggi. Volti che dicono molto – spesso tutto – senza la necessità di ricorrere alle parole.
Un racconto, insomma, che promuovo a pieni voti e che suggerisco a piccoli e grandi lettori.

Titolo: Silenzio!
Autrice: Céline Claire
Illustrazioni: Magali Le Huche
Casa editrice: Edizioni Clichy
Genere: narrativa per l’infanzia
Pagine: 60
Anno: 2019
Prezzo: € 19,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Consigli di lettura: Leggere questo racconto assicurandosi del silenzio circostante, così da lasciarsi suggestionare completamente dalla storia.

Gli autori
Céline Claire è nata vicino agli abeti dei Vosgi e ha trascorso parte della sua infanzia giocando a nascondino nel fienile e mangiando mandarini all’angolo della stufa. Ha iniziato a insegnare alle elementari, ma raccontare storie ogni giorno le faceva venir voglia di inventarne di nuove. Dieci anni e tre figli più tardi, si dedica interamente alla scrittura. Tra le storie di maggior successo “La tempesta” (2018) edito da La margherita.

Magali Le Huche è nata nel 1979 a Parigi, da piccola si inventava delle storie che la facevano stare sveglia tutta la notte, allora ha iniziato a disegnare per ritrovare il sonno. Da grande, la voglia di inventare storie e di disegnare non l’ha abbandonata, così è partita alla volta di Strasburgo per frequentare l’Accademia di Arti decorative. È una delle illustratrici di riferimento di Clichy, con la quale ha pubblicato, tra gli altri, “La grande ruota” (2018) e “Il tango di Antonella” (2018).

Paquito

Lettore medio

Il Mostro della vasca da bagno (Colin Boyd& Tony Ross)

9788867995653_0_0_454_75Vi siete mai chiesti dove va a finire
l’acqua sporca dopo che avete fatto il bagno?

Jackson è un ragazzino come tanti. Con gli amici ama giocare, divertirsi, ma soprattutto sporcarsi. Fango, terriccio, fogliame e tutto quel che può lasciare traccia sul corpo e sui vestiti diventano per Jackson un gioco al pari del nascondino, ruba bandiera o chissà quale altra attività da svolgere all’aria aperta.
Una volta a casa, a Jackson tocca confrontarsi con la mamma la quale, dopo aver constatato le condizioni del figlio, ripete sempre: «Guarda come ti sei ridotto!Vai subito a fare il bagno o il Mostro della vasca verrà a prenderti». Già, il Mostro della vasca da bagno: una creatura che si nasconde tra gli scarichi e che si nutre di fango, lerciume e quanto di meglio hanno da offrire le tubature di casa nostra.
Ogni sera il ragazzino tiene lontano il Mostro prendendosi cura del proprio corpo, ma cosa accadrebbe se, un giorno, Jackson decidesse di non lavarsi?
Ai lettori il compito di scoprire la risposta. “Il Mostro della vasca da bagno”, edito da Edizioni Clichy, è una spassosa storia educativa. I messaggi sono due: innanzitutto prendersi cura, fin da piccoli, del proprio corpo; inoltre ascoltare sempre i consigli degli adulti.

Oltre ad avermi divertito, questa storia mi ha permesso di confrontarmi con un gruppo di piccoli lettori che frequentano la prima elementare: i bambini hanno sì paura dei mostri, ma soprattutto temono le ramanzine dei propri genitori, pertanto la storia di Jackson ha ricordato loro quanto sia importante rispettare le regole e non contraddire mamma e papà. Contemporaneamente, però, gli allievi si sono divertiti non poco a dar vita al proprio personalissimo mostro – al quale è stato attribuito un nome bizzarro (ognuno ha scelto il proprio) – e una descrizione che, irrimediabilmente, ha fatto nascere delle sonore risate a conferma della sterminata fantasia di cui dispongono i bambini. Fantasia che storie del genere non fa che nutrire.
Tornando alla storia, Colin Boyd – al suo debutto da narratore – racconta la storia di un ragazzino tanto audace quanto ingenuo. Un personaggio, quello di Jackson, nel quale ogni bambino riuscirà a identificarsi specie nei moti di ribellione verso gli adulti.
Il punto di forza di questa storia è senz’altro nella parte grafica, affidata a un veterano del genere: l’illustratore britannico Tony Ross, infatti, ribalta qualsiasi cliché realizzando un Mostro che, invece di terrorizzare, fa affezionare il lettore alle sue sorti e al suo mostruoso appetito.

Titolo: Il Mostro della vasca da bagno
Autore: Colin Boyd
Illustrazioni: Tony Ross
Genere: narrativa per l’infanzia
Casa editrice: Edizioni Clichy
Pagine: 32
Anno: 2019
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Film consigliato: “Monsters & Co.”(Disney Pixar).

Gli autori
Colin Boyd vive nel Regno Unito con la sua giovane famiglia. “Il Mostro della vasca da bagno” è il suo primo libro, ispirato al tempo trascorso in bagno con suo figlio, illustrato dal suo famosissimo suocero Tony Ross.

Tra i più grandi illustratori contemporanei, Tony Ross ha illustrato oltre ottocento libri pubblicati in tutto il mondo, tra i quali: “Paolona musona” (2007), “Il principe antipatico” (2016), “Buon compleanno boa!” (2015) tutti editi da Il Castoro.

Paquito

Lettore medio

Il diavolo in corpo (Raymond Radiguet)

Il diavolo in corpo“A forza di pensare a Marthe, ci pensavo sempre meno. Nella mia mente succedeva quanto capita allo sguardo che vaga sulla tappezzeria di carta della camera. A forza di guardarla, gli occhi non la distinguono più.”

Durante gli anni della Grande Guerra, in una cittadina anonima sulle rive della Marna abita il protagonista e narratore de “Il diavolo in corpo” (edito da Feltrinelli), un quindicenne – anch’egli senza nome – dall’animo ribelle e con una forte passione per la letteratura e per l’arte.
Un giorno incontra Marthe, figlia di certi amici di famiglia, che lo affascina con la sua natura irruenta e un po’ civettuola. La bella diciannovenne, però, è già promessa a un altro uomo, un bigotto di nome Jacques di stanza al fronte. I due ragazzi instaurano un bel rapporto di amicizia, che all’inizio non sembra portare ad altro; ma quando poco dopo il matrimonio il marito di Marthe parte nuovamente per il fronte, non ci vuole molto perché entrambi si confessino i reciproci sentimenti, dando inizio alla loro storia d’amore illecita, tormentata e ricca di ostacoli.

Nonostante i due amanti si atteggino a persone adulte e indipendenti, non sono altro che ragazzini capricciosi e un po’ volubili. Gelosia, ripicche e tradimenti sono viste dai due come simboli della loro passione bruciante, che si alimenta del sospetto e della noia che li attanagliano.
Il nostro protagonista pare stufarsi presto di Marthe, eppure allo stesso tempo non riesce a starle lontano, tormentato dal pensiero che un altro possa averla, specialmente quel marito lontano, che ogni tanto fa ritorno a casa. Dal canto suo, Marthe sembra nutrire una vera e propria ossessione per il suo giovane amante; in ogni suo silenzio vede la fine del suo amore, in ogni sua assenza il tradimento, diventando presto schiava del sospetto.
Lo stile di Radiguet, semplice, lineare e scarno di dialoghi, rispecchia la giovane età dell’autore. Altrettanto semplice è la trama, che non presenta momenti di notevole azione né colpi di scena eclatanti. Tuttavia, il narratore trascina il lettore con sé, con la sua voce cinica e lontana, un “senno di poi” che racconta le sue passioni di gioventù con più crudezza di quanto richiederebbe una storia d’amore tra due adolescenti. Il narratore pare consapevole dei tratti infantili e ossessivi della tresca con Marthe e non tenta in alcun modo di giustificarli, pur chiamando spesso in causa la volubilità e i desideri carnali legati all’età.
L’immersione del lettore nella relazione è totale e ciò causa, in alcuni punti della narrazione, un rallentamento della lettura dovuto soprattutto alla ripetitività dei temi affrontati: l’infedeltà, il sospetto e il tentennamento amoroso vengono portati all’attenzione del lettore troppe volte, pur contribuendo a trasmettere quel senso di ossessione e pedanteria che fanno parte di entrambi i personaggi coinvolti.
Leggere “Il diavolo in corpo” resta un’esperienza piacevolissima e consigliata. Il giovane Radiguet possedeva un innegabile talento, che, se fosse vissuto più a lungo, avrebbe certamente portato alla stesura di innumerevoli capolavori.

Titolo: Il diavolo in corpo
Autore: Raymond Radiguet
Genere: letteratura erotica
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 160
Anno edizione: 2018
Prezzo: € 7,50
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore
Raymond Radiguet fu uno scrittore francese di grande sensibilità e talento, vissuto nei primi vent’anni del Novecento. Figlio di un disegnatore satirico, amico di Jean Cocteau, lettore onnivoro e personalità intensa e riservata, a soli 17 anni scrisse quello che divenne il suo capolavoro, “Il diavolo in corpo”, che in tempi brevissimi divenne un classico della letteratura contemporanea. Morì di febbre tifoidea, pochi giorni dopo aver consegnato all’editore il suo secondo e ultimo romanzo, “Il ballo del conte d’Orgel”, pubblicato postumo.

Claudia

Lettore medio

La contessa nera (Rebecca Johns)

La contessa nera“Non ho fatto nulla che non mi spettasse per diritto di sangue edi titolo, né al conte palatino né a nessun altro. Erzsébet Bàthory, vedova di Ferenc Nádasdy, figlia della più antica e nobile casata di Ungheria, non è una strega, una pazza, un’assassina o una criminale. E non ha nessuna intenzione di accettare supinamente il suo destino.”

“La contessa Dracula” o “Contessa sanguinaria”, è così che la storia ricorda Erzsébet Bàthory, leggendaria serial killer ungherese, vissuta tra il Sedicesimo e Diciassettesimo secolo e protagonista de “La contessa nera” (edito da Garzanti). Le sue vittime, all’incirca trecento, erano giovani donne di bell’aspetto e in età da marito, ragazze che lavoravano in casa sua e che la contessa, con l’aiuto dei suoi servi più fedeli, adorava torturare fino alla morte.
Il libro di Rebecca Johns segue l’intera vita di Erzsébet, partendo dalla fine. Dalla prima pagina sappiamo già che è stata rinchiusa in una torre, condannata ad essere murata viva, con l’accusa di omicidio e stregoneria. Nella penombra della sua prigione, Erzsébet decide di scrivere al figlio Pàl, per raccontargli la sua versione dei fatti; la contessa, infatti, si dichiara innocente. O, per meglio dire, ritiene di aver agito sempre per ottime ragioni.
Tornando con la mente alla sua infanzia, Erzsébet descrive le sue giornate nella tenuta di Ecsed. Pur circondata dall’affetto dei familiari, è testimone di episodi di estrema violenza e viene mandata, ancora ragazzina, a Sàrvàr, nella casa del suo futuro sposo, dove una suocera oppressiva e un istitutore fin troppo severo le fanno avvertire un profondo senso di solitudine e abbandono.

L’autrice dipinge un personaggio estremamente umano e vulnerabile. Ogni azione di Erzsébet è dettata dall’insicurezza e dal desiderio di essere amata. Unica depositaria della sua fiducia e amicizia è la serva Darvulia, che con il suo aspetto sgradevole e dimesso conquista subito il cuore della contessa; la donna non può essere una minaccia alla sua vanità e diviene, col tempo, complice dei suoi misfatti. Ad accrescere ulteriormente il disagio di Erzsébet, la totale indifferenza di Ferenc, il suo fidanzato, che sembra non apprezzare i suoi gesti gentili né la sua decantata bellezza.
La contessa si sente umiliata dalla sua noncuranza e furiosa con le cameriere, che si vantano tra loro di essere andate a letto con il padrone e sembrano ridere di lei in ogni momento. E sono proprio quelle ragazze a scatenare il lato mostruoso della giovane signora.
Il romanzo mostra come la solitudine, i tradimenti e gli inganni possano scatenare la più grande ferocia anche negli animi più sensibili. Ma con abilità, le azioni del “mostro” vengono raccontate come del tutto ragionevoli. Il lettore si immedesima in lei, prova lo stesso vuoto e la stessa vergogna nel sentirsi traditi e rifiutati. Alla fine del romanzo, si prova quasi pena per questa fragile donna murata viva e non si può fare a meno di provare tristezza per lei.
Complici anche i dialoghi affascinanti e le descrizioni, crude e dettagliate ma senza mai annoiare, il coinvolgimento nelle vicende è totale e, anche se il finale è rivelato fin dall’inizio, sono tanti i segreti che la contessa svela e che lasciano a bocca aperta.

Titolo: La contessa nera
Autrice: Rebecca Johns
Genere: romanzo storico
Casa editrice: Garzanti
Pagine: 360
Anno edizione: 2011
Prezzo: € 18,60
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autrice
Rebecca Johns insegna al dipartimento di inglese della DePaul University, a Chicago, e scrive su giornali e riviste tra cui l’Harvard Review, il Chicago Tribune e Cosmopolitan. Il suo primo romanzo, “Icebergs”, è stato finalista dell’Hemingway Foundation/PEN Award per romanzi d’esordio e ha ricevuto il Michener-Copernicus Award.

Claudia