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Giovanissimi (Alessio Forgione)

9788894938562_0_0_422_75Gli amici smisero perché sentirono le sirene della polizia e provarono a sollevare l’altro ma non si mosse. Dal collo gli usciva un fiume di sangue che finiva giusto in mezzo alla strada che, colorata da quel liquido, era diventata viola.
Scapparono. Gioiello rimase steso, per terra, vivo, e vicino a lui stava steso quello che aveva ammazzato. Il coltello di Gioiello gli aveva preso la carotide e la vita gli era straripata via, come un fiume quando piove molto.

Soccavo, quartiere di Napoli. Marocco è figlio unico, vive da solo col padre dopo l’abbandono della madre avvenuto molti anni prima, e con l’amico Lunnovivele esperienze tipiche dell’adolescenza: le partite di calcio giovanile, il liceo frequentato con svogliatezza, i primi amori e il sesso, le serate con gli amici a sballarsi. Marocco tenta di sbarcare il lunario insieme all’amico in maniera poco pulita, ma il rischio, per un ragazzo della sua età, è molto alto.
Una scommessa coraggiosa e vincente quella di Alessio Forgione e del suo “I giovanissimi”(edito da NN Edizioni), romanzo di formazione con venature pulp, perché trattare un tema delicato come l’adolescenza non è mica facile. In troppi l’hanno fatto, attraverso i generi letterari più disparati e tentando di coglierne l’ampia gamma di sfumature. Il rischio di cadere nel retorico o, peggio ancora, nel banale, nel “trito e ritrito”, era elevato. Invece il romanzo funziona, riuscendo a catalizzare l’interesse  del lettore sin dall’incipit.
La narrazione in prima persona aiuta a calarsi perfettamente nei panni del protagonista, facendo vivere al lettore le emozioni, le sensazioni, ma soprattutto le bravate di Marocco. Viverle, appunto, ma senza giudicare né essere giudicati, perché in fondo, in quella delicatissima fase dello sviluppo psicofisico, tutti abbiamo fatto le nostre esperienze di scoperta progressiva del mondo adulto, positive o negative che siano.
«Ho iniziato a fumare a dodici anni, ho perso la verginità a tredici e a quattordici avevo già provato ogni tipo di droga. Non dico di essere stato un cattivo ragazzo, ero soltanto curioso» disse Johnny Depp in un’intervista. Nessun’altra citazione può meglio descrivere il cosmo adolescenziale di Forgione, che da un lato omaggia Bukowski – non tanto nella crudezza di linguaggio, quanto nelle vette di autentica poesia raggiunte da alcuni passaggi – e dall’altro ci sbatte in faccia uno spaccato sociale che è una vera e propria lezione di psicologia dello sviluppo.
E ora spazio all’autore.

Leggendo il romanzo ho intravisto uno stile molto vicino a Efraim Medina Reyes. È a lui che ti sei ispirato? In caso contrario, quali sono i tuoi modelli di riferimento?Non ho mai letto Reyes– a dire il vero, non l’avevo mai nemmeno sentito nominare. E di certo ci sono delle influenze in quel che scrivo, ma non saprei dire quali. “Pinocchio”, sicuramente, e Carlo Cassola, ma sono cose che ho letto o riletto solo dopo aver incominciato a scrivere “Giovanissimi” e quindi non mi sento molto influenzato nel particolare.
Il calcio fa da espediente narrativo alle vicende raccontate, anche se non ne è l’argomento principale. Che rapporto hai con questo sport, sia a livello professionistico che dilettantistico?Il mio interesse per il calcio comincia e finisce con il Napoli. Oltre, se ci penso, non mi fa troppo piacere lo stare a guardare degli uomini piuttosto ignoranti che corrono in pantaloncini e non si vergognano di sudare in pubblico.Ho giocato a calcio quando avevo l’età di Marocco, ovvero del protagonista del mio romanzo, ma anche io preferivo altre cose, come i libri e la musica.
Frequenti sono i riferimenti cinematografici. Che rapporto s’instaura tra cinema e letteratura nelle tue storie?Non saprei. Più passano gli anni e meno m’interessano i film. Oggi, per esempio, guardo con molto più piacere i documentari, oppure quelle opere che hanno una parte organizzata e un’altra lasciata al caso o agli incontrollabili eventi del momento – tipo Herzog. Forse quello che mi affascina dei film è che li si può guardare assieme, senza compromettere di una virgola la loro fruizione.
All’inizio il romanzo sembra permeato da un’aura di pessimismo, ma si percepisce man mano una sempre crescente visione ottimistica (senza spoilerare nulla). È un’interpretazione plausibile?Credo di sì, sono d’accordo. L’inizio di “Giovanissimi” è molto legato alle azioni che accadono intorno al protagonista, mentre la seconda parte si concentra sulle cose che gli accadono dentro, sui suoi pensieri e i suoi sentimenti. Mi sembrava anche un modo per dire che se stiamo bene stiamo bene ovunque, perché lo stare bene ci rende ignifughi e idrorepellenti.
Il protagonista è alle prese con le principali esperienze adolescenziali (calcio giovanile, droghe leggere, sessualità, fumo e alcol). Cosa ti senti di dire o consigliare ai giovani che si avvicinano al mondo degli adulti? Di non credere agli adulti, che nemmeno loro sanno nulla: hanno solo seppellito la testa sotto la sabbia.
Cosa ti aspetti da questo libro?Ovviamente, spero che lo leggano il maggior numero di persone possibili, ma non mi creo troppe aspettative, ché così tutto quel che succede è bello e sorprendente.

Titolo: Giovanissimi
Autore: Alessio Forgione
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: NN Editore
Pagine: 220
Anno: 2020
Musica consigliata: “Napoli Centrale” di Antonio Onorato
Film consigliato: “I Vesuviani” (1997); “Polvere di Napoli” (1998); “Kids” (1995)
Bevanda consigliata: Peroni da 66 cl
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autore
Alessio Forgione (Napoli, 1986) scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza. Il suo romanzo d’esordio, Napoli monamour, ha vinto il Premio Berto 2019 e il Premio Intersezioni Italia-Russia; in corso di traduzione in Francia e Russia, verrà portato in scena al Teatro Mercadantedi Napoli con la regia di Rosario Sparno. Giovanissimi è il suo secondo romanzo, grazie al quale l’autore è tra i finalisti del Premio Strega 2020.

Giano

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Breve storia del mio silenzio (Giuseppe Lupo)

9788829702534_0_0_422_75«Quasimodo non mi abbandona mai» dissi una volta ad Annalisa, che abitava ancora a Napoli. Avrei voluto parlarle per esteso di questo Quasimodo, dirle che la mia vita era stata un continuo cercare l’acqua, ascoltare la pioggia. Volevo farle il riassunto di ciò che ero stato fino al giorno in cui avevamo incrociato i nostri occhi, un riassunto a saltelli, senza soffermarmi sui dettagli, ma i gettoni scendevano troppo veloci nel telefono in cabina.

“Breve storia del mio silenzio” (edito da Marsilio Editori) racconta la vita di un bambino dal momento esatto in cui smise di parlare dopo la nascita della sorella, ma non è tutto qui. Il romanzo non si limita a esporre la sola componente autobiografica e personale dell’autore, ma comprende una sorta di eredità comunitaria, intrecciando alla trama elementi storici, come il boom economico e culturale in Italia. Il tutto è supervisionato dallo sguardo dell’alter ego infantile dell’autore, che compie dei viaggi accompagnato da genitori vivaci e apprensivi, osserva minuziosamente ogni cosa e vorrebbe porre domande anziché ascoltare unicamente il suono dei propri pensieri.

Il romanzo di Giuseppe Lupo si contraddistingue per la coralità di temi forti che, uniti all’intima e nodosa confessione del suo stesso mutismo, vengono al pettine nella voce narrante dell’autore in maniera armoniosa, con una delicatezza disarmante e ricolma, allo stesso tempo, di una grande robustezza narrativa. Calatosi nei panni infantili, Lupo lascia riaffiorare aneddoti e avvenimenti del passato, rammentando i discorsi uditi e le scene osservate in quel periodo – vissuto dolorosamente anche dai suoi genitori – in cui un assordante silenzio lo rendeva avido e desideroso di far parte di quel mondo fatto di libri e meraviglie da scoprire, in cui però anche una singola lettera sembrava al di fuori della sua portata. Nonostante la narrazione fluisca a ritmo sostenuto, quello stesso silenzio aleggia tra le pagine, risultando quasi una entità tangibile ed estenuante che muterà nel corso degli anni insieme al protagonista.

Titolo: Breve storia del mio silenzio
Autore: Giuseppe Lupo
Genere: Romanzo autobiografico
Casa editrice: Marsilio Editori
Pagine: 208
Anno: 2019
Prezzo: €16
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Brani consigliati: “Controvento” di Lucio Dalla e  “My father’s eyes” di Eric Clapton.

L’autore
Giuseppe Lupo nasce ad Atella nel 1963. Attualmente insegna letteratura italiana contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Brescia. La sua ricerca culturale è principalmente incentrata sulle suggestioni della modernità, con incursioni nella letteratura del realismo, nel racconto delle trasformazioni antropologiche del Novecento, nell’indagine sulla civiltà industriale e post-industriale. Per Marsilio ha pubblicato diversi romanzi, con i quali ha vinto numerosi premi letterari, fra cui il Premio Mondello nel 2001, il Premio Selezione Campiello nel 2011 e il Premio Viareggio-Rèpaci nel 2018. È autore di saggi, collabora alle pagine culturali del “Sole 24 Ore” e di “Avvenire”, dirige la rivista “Studi Novecenteschi” e la collana Novecento.0 per Hacca Editore.

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Ragazzo italiano (Gian Arturo Ferrari)

9788807033766_0_0_0_75Adesso scopriva che crescere non era la soluzione istantanea di tutto quello che lo aveva fin lì angustiato. Ma questo in un certo senso se lo aspettava, sapeva quante cose sarebbero restate immutabili in lui e intorno a lui. Quello che invece non si aspettava, e che guardando quella specie di uomo di latta nello specchio gli risultava chiaro, era che diventare grande voleva dire acquistare tante cose, ma nello stesso tempo perderne molte altre, cui era affezionato, molto affezionato.

Tutto comincia con un bambino che, a noi lettori, viene presentato come Ninni. Nasce sul finire della Seconda guerra mondiale e, mentre cresce nell’Italia del dopoguerra, attraverso il suo sguardo osserviamo il cambiamento: non solo quello del bambino che anno dopo anno diventa un ragazzino e poi un giovane uomo, ma quello di tutto un paese. Ninni (che a un certo punto della sua storia abbandonerà il nomignolo infantile) è un ragazzino sveglio ed estremamente sensibile; è legato alla madre e alla nonna le cui storie prima della sua nascita potrebbero essere il tema di un romanzo a sé; è un avido lettore (caratteristica che lo rende molto apprezzato da noi Lettori Medi), odia parlare in pubblico e ha un grande desiderio di riuscire: in cosa ancora non lo sa, ma si sta impegnando per crescere e scoprire chi è. Inizialmente, il punto di vista di Ninni è, ovviamente, quello di un bambino che da importanza alle piccole cose e che vive il divario tra il suo mondo, fatto di piccole libertà, giochi e sicurezza nella tenuta in campagna della nonna, e quello degli adulti, fatto di mezzi riferimenti al passato, verità sussurrate e storie complicate. Poi, con il crescere del protagonista, anche la sua storia si fa più complessa: il trasferimento in una grande città, i successi scolastici (che in quella fase storica sono l’unico strumento di riscatto sociale), le ansie per il proprio futuro, i primi amori, la scoperta di sé caratterizzano quell’insieme di esperienze che segnano lo scorrere dell’adolescenza. Sullo sfondo di questo percorso di formazione la ricostruzione del dopoguerra, il boom economico, la costante e inesorabile sparizione delle città rurali in favore di quelle industriali. Siamo nell’Italia del Nord, tra l’Emilia e la Lombardia e questa parte del paese si divide appunto tra industria e agricoltura.
“Ragazzo italiano” di Gian Arturo Ferrari (edito da Feltrinelli) è un romanzo che tocca temi molto importanti che vanno dalla storia d’Italia sotto il regime fascista, al fenomeno dell’immigrazione verso le grandi città industriali, alle relazioni familiari spesso problematiche. Eventi grandi e complessi che accompagnano la crescita del piccolo protagonista verso la maturazione e l’affermazione di sé.
La scrittura dell’autore è semplice, fluida e immediata: i personaggi sono tratteggiati con abilità ed è impossibile non affezionarsi a questa umanità così viva e reale. Ferrari riesce a esplorare con pari abilità la società del piccolo paese, dove tutti si conoscono e tutto si sa, così come quella della grande città, rendendo palpabili sentimenti intimi e personali che tutti possono aver sperimentato: l’insofferenza verso una situazione familiare soffocante, l’incomprensione dei propri talenti, i dubbi verso il futuro.

Titolo: Ragazzo italiano
Autore: Gian Arturo Ferrari
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 320
Anno: 2020
Prezzo: €18,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Consiglio di lettura: Il libro è pieno di riferimenti a romanzi e musica del periodo storico del protagonista: non c’è modo migliore per calarsi nella storia di cercare questi riferimenti.

L’autore
Gian Arturo Ferrari (1944) ha perseguito per un certo tratto una doppia vita. Da un lato l’insegnamento universitario, come professore di Storia del pensiero scientifico presso l’Università di Pavia. Dall’altro l’apprendistato editoriale, prima con Edgardo Macorini alla Est Mondadori, poi per un decennio come stretto collaboratore di Paolo Boringhieri. Editor della Saggistica Mondadori nel 1984, direttore dei Libri Rizzoli nel 1986, rientrato in Mondadori nel 1988, con il 1989 ha scelto infine l’editoria libraria come propria unica vita e si è dimesso dall’Università. Direttore dei Libri Mondadori nei primi anni novanta, è stato dal 1997 al 2009 direttore generale della divisione Libri Mondadori. Dal 2010 al 2014 ha presieduto il Centro per il libro e la lettura, presso il ministero dei Beni e delle Attività culturali. Dal 2015 al 2018 è stato vicepresidente di Mondadori Libri. È editorialista del “Corriere della Sera”. È autore del libro “Libro”(Bollati Boringhieri, 2014). “Ragazzo italiano” è il suo primo romanzo.

Giovanna

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Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Remo Rapino)

9788833890876_0_0_471_75Mò, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese, vanno dicendo che sono matto. E mica da mò, che me lo devono dire loro, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese che sono matto.

Un piacevole senso di smarrimento. Questa è la sensazione che mi ha lasciato la lettura di “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, il nuovo romanzo di Remo Rapino edito da Minimum Fax. Non un’autobiografia ma il racconto genuino di una vita.
Genuino perché Bonfiglio si affida a una lingua a metà strada tra l’italiano e l’abruzzese. Il termine cocciamatte, ad esempio, identifica sì una persona con disturbi mentali, ma sembra andare oltre: Liborio è l’uomo che invecchia anagraficamente, restando bambino – e perciò puro – mentre il mondo va avanti. È il ragazzino che assiste alla Seconda guerra mondiale e alla morte della madre (una delle figure chiave della storia); è il giovane soldato che scopre il sesso durante gli anni ’60; è l’operaio impegnato nelle lotte di classe, lotte dalle quali si lascia coinvolgere per rivendicare i propri diritti. Ma, in fabbrica, Liborio fa i conti pure con la propria condizione di matto. A seguito di una rissa con un collega, viene condannato e spedito in manicomio. Un’esperienza che cambierà la sua vita, ma non stravolgerà la sua natura. Fino alla vecchiaia, infatti, resterà il ragazzino di provincia cresciuto con un dubbio: i suoi occhi sono effettivamente simili a quelli del padre che non ha mai conosciuto?
A metà strada tra il romanzo biografico e la fiaba classica, questo romanzo riesce a scuotere il lettore grazie a un linguaggio diretto nel quale risuonano forti le sonorità della lingua (perché di lingua si tratta, non di dialetto) abruzzese.
Il protagonista crea immediatamente empatia col lettore, grazie alla sua umanità: ama i bambini e soffre nel sapere che le madri minacciano i figli di “farli rapire da Liborio il matto”.
Remo Rapino mescola sapientemente la storia con la Storia. Gli eventi che hanno mutato il volto del paese negli ultimi novant’anni incidono – più o meno volontariamente – sul destino di un uomo che – a dispetto di qualsiasi cartella clinica – non perde la sua purezza e la sua ingenuità.
Adesso parola all’autore.

Hai scelto di affidare il racconto a un narratore inattendibile, tuttavia quel che viene fuori dalla voce del personaggio è l’autenticità. Chi o quali situazioni della vita ti hanno ispirato? Almeno tre aspetti penso che vadano considerati nella radiografia del libro: gli eventi, il personaggio, la lingua, e tutti dialetticamente intrecciati tra loro. La storia si snoda nell’arco di un secolo o quasi (1926-2010); il personaggio, direbbe Ermanno Cavazzoni, è un idiota esemplare, che guarda la realtà, vissuta ai margini, con disincanto, tra meraviglia e dolore. Liborio osserva il mondo da una periferia esistenziale. All’origine della scelta anche l’influenza, dovuta al mio lavoro di insegnante di filosofia e storia, da parte della storiografia del ‘900, quella che guarda, appunto, alla marginalità e non solo ai grandi eroi e personaggi: la storia dal punto di vista degli ultimi della fila, i vermi della terra. In fondo la realtà è attraversata da infiniti Liborio, a cui dar voce. E Liborio è una voce che cammina tra le crepe del mondo, dove vive e lotta per vivere.
Tecnicamente parlando ho apprezzato moltissimo l’utilizzo della lingua abruzzese (è talmente articolata che non mi va di parlare di dialetto). Scelta legata a esigenze narrative o il desiderio di rivendicare l’appartenenza a un territorio? Liborio è un uomo molto avanti negli anni, che, per dare un segno al suo passaggio terreno, decide di raccontarsi, e scrive così come parla. Il suo è un codice espressivo che ruota intorno ad una parlata gergale, con dialettismi, parole approssimative e personali, coerenti col personaggio stesso. Insomma una sorta di diario parlato. Sono parole-ombra che pure fanno luce e vedono cose che occhi normali non vedono o sottovalutano. Per la lingua qualche assonanza potrebbe riscontrarsi con il Vincenzo Rabito di “Terra matta” (edito da Einaudi, ndr.). Certo nella scelta della lingua (giusta la precisazione a differenziare da un semplificante concetto di dialetto) ha inciso l’esigenza di mettere in luce, al di là del taglio narrativo, anche la rivalutazione di un territorio e di un’area culturale troppo spesso dimenticata o messa ai margini.
Attraverso gli occhi del protagonista vediamo la storia del paese, dalle lotte operaie all’attentato alle Torri Gemelle, passando per il Bologna di Bulgarelli e, soprattutto, l’ascesa politica di Benito Mussolini (prima) e Silvio Berlusconi (poi). Come mai Liborio ha assistito proprio a questi avvenimenti? Bonfiglio Liborio ha vissuto intensamente il secolo breve (e oltre), partecipando, in una dimensione collettiva, alle vicende narrate anche con una coscienza che si potrebbe definire di classe. Si pensi al periodo della guerra e della Resistenza (le giornate ottobrine della città di Lanciano), l’emigrazione a nord, il lavoro di fabbrica, le tensioni sociali degli anni ‘60/’70. Non a caso si dichiara un fiommista. In sintesi verso ogni episodio Liborio getta uno sguardo non distratto, si predispone all’ascolto e rilegge a suo modo il teatro del mondo. Ci sono molte verità che emergono dalla sua sguardatura storta. Si muove a metà strada tra Don Chisciotte con i suoi mulini a vento, sogni e visioni e l’ingenuità dirompente di un Forrest Gump. D’altra parte il cortile della letteratura sovrabbonda di lunatici: Liborio è solo l’ultimo arrivato e convive con Macario di Juan Rulfo, con Ignatius di J. Kennedy Toole, con Mattio Lovat di Vassalli, con Gimpel di Singer, fino al principe Myškin di Dostoevskij, Bouvard e Pecuchet di Flaubert e, come già detto, il Don Chisciotte di Cervantes. In qualche modo Liborio ha qualcosa dei personaggi di Spoon River. Come Frank Drummer ad esempio, come il matto cantato da Fabrizio De André in “Non al denaro né all’amore né al cielo”.
Liborio e i bambini. Lui li trova teneri; le mamme minacciano i figli di farli rapire dal matto. Vale la regola che quel che non è normale (a patto di definire il concetto di normalità) dev’essere necessariamente cattivo? Liborio vive, tra stupore e dolore, un grande rimpianto per tutta la vita: non aver mai conosciuto il padre. Dalla madre sa solo che aveva gli occhi uguali ai suoi. Di qui i sentimenti di tenerezza verso i bambini. Liborio stesso, con i suoi sogni e le sue favole, porta nel cuore una innocenza profonda, quasi angelica. La sua è una normalità altra, una sorta di neuro-diversità positiva. Liborio, per molti aspetti, è l’opposto dell’orco, dell’ uomo nero. Nella società attuale spesso la cosiddetta normalità coincide con varie forme di cattiveria (egoismo, ricerca disumana del profitto, intolleranza, rifiuto delle diversità, etc.).
Al di là della candidatura al Premio Strega, cosa ti aspetti da questo libro? Che venga letto nella giusta linea d’orizzonte. “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” vuole essere un invito a passare dall’Io al Noi, a restare umani. Che Liborio venga riconosciuto nella sua valenza simbolica, nel suo sforzo per tornare ad appartenersi, a riconquistare un ruolo nella comunità, a cui anche e tutte le persone non normali hanno diritto. Credo che debba porsi come un libro di porti aperti e come rifiuto e condanna per chi alza muri. Infine un piccolo sogno: la storia di Liborio, a mio avviso, si presta per una traduzione in termini teatrali o, anche cinematografici. Ma qui, forse, il sogno si fa troppo grande. In fondo sognare non costa niente, soprattutto per quanti non si trovano e mai si troveranno tra le pagine di un libro di Storia, come è Bonfiglio Liborio, un eroe quotidiano senza lapide.

Titolo: Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio
Autore: Remo Rapino
Casa editrice: Minimum fax
Genere: Autobiografico
Pagine: 265
Anno: 2019
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Film consigliato: Forrest Gump, film del 1994 diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Tom Hanks.

L’autore
Remo Rapino è stato insegnante di filosofia nei licei. Vive a Lanciano. Ha pubblicato i racconti Esercizi di ribellione (Carabba 2012) e alcune raccolte di poesia, tra cui La profezia di Kavafis (Moby-dick 2003) e Le biciclette alle case di ringhiera (Tabula Fati 2017).

Paquito

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Città sommersa (Marta Barone)

9788845299421_0_0_551_75Non avrei saputo dire di preciso che cosa fosse successo, ma nei giorni seguenti continuai a sentire il cambiamento che mi accompagnava, impercettibile ma decisivo; era nel modo in cui guardavo la città, in cui alcune cose mi tornavano alla memoria; brandelli di conversazioni, espressioni dimenticate, un tono di voce.

Un viaggio nella memoria e nella Storia, così si può riassumere “Città sommersa” (edito da Bompiani), romanzo autobiografico di Marta Barone, finalista al Premio Strega 2020. Fin dalle prime pagine non si può resistere al fascino della narrazione dell’autrice, che dal presente ripercorre a ritroso i suoi passi, tornando al giorno in cui decise di indagare sui movimenti politici operai che videro il padre coinvolto negli anni ’70 – quando giovanissimo si avvicinò ai Brigatisti di Prima Linea – e lo portarono a scontare una breve pena in carcere per partecipazione a banda armata. Un percorso difficile, poiché padre e figlia non sono mai stati molto in sintonia e non si sono mai presi la briga di conoscersi e capirsi. I ricordi che coinvolgono entrambi sono descritti abilmente con tinte amare e nostalgiche, lo spettro del rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato aleggia sul lettore come un’ombra, accompagnandolo nella scoperta dell’uomo che Leonardo Barone era stato molto prima di divenire padre.
Alla densa narrazione dei flashback si alternano le indagini di Marta, dai toni più freddi e distaccati, ricostruzioni di un passato mai toccato con mano, che è giunto a lei disvelato dalla bocca di persone che in gioventù avevano conosciuto l’altro Leonardo, quello che fu poi processato: L.B.
“Città sommersa” è un bellissimo romanzo sull’assenza, sul desiderio di colmare un vuoto, di conoscere un padre sfuggente, il cui passato avvolto nel mistero può, finalmente, disvelarsi alla figlia e al lettore.
Lascio ora la parola all’autrice.

Qual è stata la sfida più grande nel raccontare una storia così personale? Sicuramente cercare di gestire le emozioni più forti (la rabbia, il dolore, il rimpianto) quando dovevo raccontare qualche episodio in particolare della vita con mio padre. Ho lavorato molto su quelle parti per asciugarle da qualsiasi sentimentalismo e anche dal rancore, per restituire una dimensione intima, il calore, la sofferenza e la tenerezza, senza trasformarla in una giaculatoria melensa. Ho tagliato molte scene, sfrangiato gli aggettivi, scelto le parole con più attenzione possibile.
In “Città sommersa” racconti una fase politica italiana assai delicata. Secondo te, è meno deleteria l’indifferenza di cui l’attuale popolo italiano viene accusato o il cieco fervore del passato che hai descritto? Non sono una sociologa e non ho scritto questo libro pensando di poter dare chissà quali risposte né sugli anni settanta né sull’oggi. Tutto è troppo cambiato per poter fare paragoni o dare giudizi così netti. Gli indifferenti ci sono sempre stati e sono sempre stati la stragrande maggioranza. E il mondo sta cambiando ancora verso qualcosa che facciamo fatica a capire. Sicuramente sarà meno deleterio cercare una via nuova in una dimensione che gli anni settanta nemmeno potevano contemplare.
Nel libro accenni al senso di colpa dei confronti di una storia lasciata a metà per cominciarne un’altra. Credi sia sempre un bene abbandonare una storia per un’altra più sentita o dipende dal caso? Non ho lasciato quella storia a metà, non l’ho neanche cominciata! Era solo un insieme di idee sparse, la storia non esisteva. Certo che è un bene abbandonare qualcosa che non ha nessun tipo di struttura e che non diventerà mai nulla. Se poi metà di una storia abbandonata è già scritta, se interesserà ancora all’autore, che so, dieci anni dopo, ci potrà rimettere mano. Non c’è niente di più libero della scrittura, in questo senso.
C’è una frase, nel romanzo, che mi ha colpito molto, una frase in cui affermi che le amicizie sono il materiale più trascurato dalla narrativa. Quale amicizia letteraria avresti voluto fosse approfondita dalla penna del suo autore? Il fatto che ci pensi da dieci minuti e non mi venga in mente niente forse è già una risposta. Per fortuna che i russi sono stati abbastanza prodighi in ricordi di amici trasformati in poesie e letteratura e almeno quel dono ci è rimasto.
Cosa vorresti che trovassero i lettori tra le tue pagine? Una grande, variegata, molteplice storia d’amore. E una storia di fantasmi, anche.
Ci troviamo in un periodo particolare, per alcuni demotivante sia per le letture che per la scrittura. Tu come stai vivendo la quarantena? Hai qualche consiglio per gli aspiranti scrittori colpiti dal blocco? Io sono la più grande esperta di blocchi dell’Europa occidentale, quindi non ho grandi consigli. È un momento molto duro, ottundente, e si fa fatica a scrivere e a pensare. Non conosciamo il finale, non sappiamo quando sarà, ed è questo secondo me che paralizza. Leggo poco, lavoro male. Speriamo che tutto passi in fretta e senza distruggere troppo dietro di sé.
Infine, hai menzionato nel romanzo l’amore di tuo padre per le citazioni. Provi a salutare i lettori con la citazione che senti più vicina a te? “E piace richiamare alla mente che la differenza tra il lato comico delle cose e il loro lato cosmico passa da una sibilante” (Nabokov, nel suo libro su Gogol’).

Titolo: Città sommersa
Autore: Marta Barone
Casa editrice: Bompiani
Genere: Autobiografico
Pagine: 304
Anno edizione: 2020
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 6 giorni

L’autrice
Marta Barone è nata a Torino nel 1987 e ha studiato Letterature Comparate. È traduttrice e consulente editoriale e ha pubblicato tre libri per ragazzi con Rizzoli e Mondadori.

Claudia

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Il colibrì (Sandro Veronesi)

9788834600474_0_0_471_75Dovrebbe essere noto – e invece non lo è – che il destino dei rapporti fra le persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate. In effetti, quando un rapporto nasce c’è sempre un momento di illuminazione nel quale si riesce anche a vederlo crescere, distendersi nel tempo, diventare ciò che diventerà e finire come finirà – tutto insieme.

Esiste un attimo in cui tutto è chiaro, un momento in cui Marco Carrera, il protagonista de “Il colibrì” di Sandro Veronesi (La Nave di Teseo) vede con lucidità quello che è stato e quello che sarà. Ma è solo un lampo, la durata di un secondo, un’intuizione che non si fissa nella sua mente, impegnato com’è nello sforzo immane di resistere alle forze che cercano di spingerlo fuori dal suo centro. Come un colibrì che batte le ali forsennatamente per rimanere nella posizione in cui si trova. Esiste anche per il lettore quest’attimo: un guizzo, un’intuizione che permette di vedere oltre, di avere uno scorcio di quello che è avvenuto o che avverrà più in là nelle pagine del romanzo.
La narrazione, come l’autore l’ha concepita, non si snoda lungo una linea, ma è piuttosto un’unità di tempo, l’oscillazione di un pendolo che ci porta avanti ed indietro nella vita del protagonista, facendoci osservare gli eventi che avvengono intorno a lui. Sono eventi tragici, per lo più, ma non eccezionali. Sono quelle cose che succedono nella vita di tutti, prima o poi – non sempre con questa peculiare concentrazione – e che possono alterare il corso di una vita, ma non deviarla. La morte di un parente, il conflitto con un fratello, un amore lontano ma mai dimenticato, non sono cose che si leggono sulla prima pagina di un giornale. Invecele tragedie immani, quelle che potrebbero colpire l’opinione generale, quelle Marco riesce a scansarle, le evita per un soffio, un alito che suggella l’ordinarietà di una vita. Anche l’amore più grande, quello che potrebbe dare un senso a tutto, è solo una luce lontana, un abbaglio che non illuminerà mai la sua esistenza.
A vederla così sembrerebbe una vita deprimente quella di Marco Carrera, ma non è così. È una vita intensa, vissuta di emozioni – dolori ed amori – cementate dall’eroismo di chi riesce a viverle senza lasciarsi travolgere, rimanendo stabile nel suo centro. Una vita che ci viene raccontata da Sandro Veronesi con un linguaggio semplice e immediato, con dialoghi efficaci e pungenti, con un’alternanza di forme – racconto in terza persona, sms, lettere e poesia – che permette di mantenere alto il ritmo della narrazione. Così la vita del protagonista passa sotto i nostri occhi avvinti in un attimo, ma ci lascia infinite suggestioni – musicali, letterarie, poetiche, grafiche – ma soprattutto l’emozione da una scrittura densa di immagini, come raramente si legge.

Titolo: Il colibrì
Autore: Sandro Veronesi
Casa editrice: La Nave di Teseo
Genere: Drammatico
Pagine: 368
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo: € 19,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Suggerimento di lettura: Se di questo romanzo avete amato la narrazione non lineare e l’accostamento di diverse forme narrative suggerisco “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan (ed. Minimum Fax), una maestra in questo genere di narrazione, che con questa opera particolarissima ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2011.

L’autore
Sandro Veronesi è nato a Firenze nel 1959. È laureato in architettura ma a 29
anni ha scelto di dedicarsi alla carriera letteraria. Collabora con diverse riveste e con il Corriere della Sera.Ha pubblicato negli anni numerosi romanzi, di cui citiamo per brevità solo “Caos Calmo” (nuova edizione de La Nave di Teseo), con cui nel 2006 ha vinto il Premio Strega e da cui è stato tratto l’omonimo film interpretato con successo da Nanni Moretti. Il suo ultimo romanzo “Il colibrì” è stato eletto vincitore della Classifica di qualità de “La lettura” ed è candidato al LXXIV premio Strega.

Lettore medio

L’Apprendista (Gian Mario Villalta)

9788893902403_0_0_471_75Zitto io, mi sto zitto, non sono affari miei, pensa Tilio mentre conta le candele, le poggia una vicina all’altra, finisce la prima riga, tra sé ripete non sono affari miei, occhio che va a finire come quell’altra volta. Una sola, un’unica volta ha detto la sua, ha dato l’idea, ma vedi poi, dice tra sé, come è andata. Attento che, se cade, la candela si rompe. Ha concluso la seconda riga. Adesso la terza, una sopra l’altra.

Immaginate di essere in una grande sala, seduti su una di quelle poltroncine rivestite di velluto che si trovano a teatro. All’improvviso le luci si abbassano e un cono bianco illumina lo sfondo che richiama le navate di una bella chiesa. Da qui emergono due figure che prendono posto su delle seggiole condividendo un pane all’uvetta e del caffè corretto con la vodka. È così che mi sono figurata nella mente lo spazio del racconto che Gian Mario Villalta ha rappresentato nel suo romanzo “L’Apprendista”, edito da SEM e candidato al Premio Strega 2020.
Protagonisti sono due uomini, Fredi e Tilio, un sacrestano e il suo aiutante, dei quali, capitolo dopo capitolo, conosciamo vicende, pensieri, rimpianti e questioni rimaste in sospeso attraverso la loro stessa voce o, molto spesso, attraverso quella dell’altro.
Il racconto della malattia e della morte della moglie di Tilio, dell’incomprensione di una comunità che sembra cibarsi del dolore altrui mancando completamente di compassione, nel senso più autentico del termine, s’intreccia al racconto di come Fredi abbia abbandonato il progetto del matrimonio per partire per una missione in Giappone. Eppure, a tratti, sembra che questi piccoli spaccati di vita, che si animano tra le mura di una chiesa di provincia, non siano altro che pretesti per affrontare temi importanti, quali il senso della religiosità e dell’essere fedeli, quello della vita e della morte e di cosa ne sarà di noi dopo la nostra dipartita; e ancora, come è cambiata la società e il modo di essere una comunità. Tutti temi questi che, in un modo o nell’altro, ci toccano, fanno parte di noi, che ne facciamo oggetto di discussione con gli altri o meno. Forse è per questo che leggendo “L’Apprendista” si prova quasi una strana sensazione di familiarità: i continui soliloqui dei protagonisti che, come dei lunghi flussi di coscienza, caratterizzano tutto il romanzo, creano una potente aura intimistica che coinvolge pienamente il lettore esortandolo, attraverso i contenuti, a porsi quelle stesse domande che i protagonisti si pongono. Tutto questo, e molto altro ancora, fanno de “L’Apprendista” un candidato di tutto rispetto al Premio Strega.
E ora la parola all’autore!

Come è nato “L’Apprendista”? Ah, che domanda! Prima di cominciare a scrivere qualcosa, si hanno dei pensieri, delle riflessioni a volte specifiche, a volte frutto di ragionamenti generali, è vero. Questo vale anche per un tema in classe o per un articolo di giornale. E anche quando si fa un tema in classe o quando si scrive un pezzo per un giornale si percepisce la differenza tra la semplice trascrizione più o meno efficace di quanto è stato pensato e qualcosa che nasce scrivendo: un’energia, un’invenzione che ti prende. A maggior ragione questo vale per un romanzo, o una poesia: se ciò non avviene, e la scrittura non si nutre della sua stessa energia, della sua stessa sorpresa, scrivere non ha alcun senso. Viene una cosa morta. Ci sono poi modi diversi di iniziare a scrivere un romanzo: a volte dopo aver pensato tutto, personaggi, trama, svolgimento per capitoli; a volte iniziando a scrivere cogliendo al volo una scena, una voce, un gesto. “L’Apprendista” è nato per questa seconda via. Non nego che c’era da un po’ di tempo quello che ho già detto: pensieri, riflessioni, idee. Ma è stata una scena, quella scena iniziale dentro la chiesa, e una voce, quella voce, a decidere. Ho iniziato a scrivere e sono andato avanti, uno, due, tre capitoli in pochi giorni, concentrato solo sulla voce di un primo, poi del secondo personaggio, sulla scena che le loro voci creavano. Senza sapere che cosa stava diventando. Poi, naturalmente, ho dovuto fermarmi, ragionare, immaginare un’evoluzione dei fatti, un ambiente esterno, delle vicende vissute. Ma quella tonalità iniziale non l’ho più voluta perdere, me la sono tenuta stretta fino alla fine.
L’azione si svolge quasi interamente all’interno di una chiesa tanto che, a volte, si ha l’impressione di assistere ad uno spettacolo teatrale. Qual è il motivo alla base di questa scelta? Quell’inizio, quell’avvio di scrittura che ho appena raccontato, mi ha offerto e messo in luce le risorse espressive di quella situazione, dove preme la vicinanza dei corpi, il luogo chiuso, il protrarsi quotidiano del tempo condiviso. Sì, la tua osservazione è precisa: ho avuto fin dall’inizio la piena consapevolezza di una situazione scenica, con la possibilità di fare esperienza della potenza della parola teatrale, che deve mostrare ciò che non si può narrare, ma nel mio caso con la possibilità di ricorrere a una narrazione immersa nei personaggi, che mi ha permesso di entrare nei loro pensieri e anche di raccontare il mondo fuori da quella scena dove ogni volta i due si ripresentano. Quello che potrei riassumere come motivo di base, o di fondo, di tutto il romanzo è stata la possibilità di catturare il tempo nelle sue esitazioni, nelle sue derive, facendo percepire così la continua oscillazione interiore, che è propria di tutti, tra ciò che avviene e le intenzioni, i desideri, spesso contrastanti, la volontà di redimere il tempo e la disposizione a giustificarlo.
Veniamo invece al tempo del racconto: il susseguirsi di rituali (penso al caffè corretto con la vodka e al panino con l’uvetta di Tilio e Fredi) e liturgie (messe in memoria di defunti, matrimoni…) rende l’idea del passare del tempo. È un modo per rappresentare un tempo sempre uguale a se stesso o una particolare scelta al servizio della narrazione? I due aspetti che suggerisci di esaminare si intrecciano. L’uno e l’altro tengono tesi i fili della narrazione. Mi spiego: mia nonna materna, finché è stata bene (ero un bambino) confezionava coperte imbottite, trapunte. Mi ricordo che c’era un telaio con quattro travetti, uno teneva fermo l’inizio della coperta mentre l’altro si allontanava a mano a mano che il disegno veniva componendosi. Gli altri due travetti, sui lati, erano necessari per far scorrere e tenere fermo il lavoro a mano a mano che procedeva. Permettimi di dire che i rituali privati di Tilio e di Fredi (i due protagonisti) e la liturgia ufficiale hanno la funzione che avevano questi ultimi due travetti rispetto allo svolgimento del romanzo (infatti, all’inizio del lavoro, la stoffa che avrebbe poi contenuto e la lana con la trapuntatura stava avvolta a ridosso del primo travetto). Spero di essermi spiegato. È difficile raccontare il lavoro, del resto, e in questo romanzo c’è anche questo: Tilio (è lui che si definisce apprendista sacrestano, non senza ironia) e il sacrestano titolare Fredi hanno un lavoro quotidiano da svolgere e il racconto si dipana dentro quella dimensione.
Le vicende di vita di uno dei due protagonisti sono spesso narrate dall’altro: un modo per sottolineare come si possa apparire agli occhi di chi ci sta di fronte o un semplice espediente narrativo? Anche questa osservazione è acuta: c’è un rimbalzo continuo tra ciò che uno dei due personaggi racconta (o ha raccontato) e l’effetto che ha fatto nell’altro, che lo rievoca con la sua narrazione. Un espediente narrativo di solito funziona poco se non è motivato. In questo caso la continua, stretta vicinanza dei due permette a questa tecnica narrativa di scoprire e conoscere i due personaggi ponendo in evidenza quello che accade a tutti (anche se a volte non ce ne accorgiamo): ci raccontiamo per farci conoscere, ma di volta in volta il racconto è segnato dalla situazione nella quale avviene, dallo sguardo di quella specifica persona che, a sua volta, lo percepisce a suo modo, lo reinterpreta, risponde e di nuovo mette in relazione la narrazione di sé con l’evolversi della fiducia, dell’empatia o del contrario. Nessuno consegna a nessun altro una completa autobiografia, ma frammenti, episodi, eventi che si accumulano nell’evolversi della relazione e – occorre dirlo – sono segnati da quella stessa relazione con quest’altra persona, da come vogliamo che ci veda, al punto da modificare, a volte, l’esposizione di alcuni fatti che, fino a quel momento, avevamo raccontato a noi stessi e agli altri un po’ (o molto) diversamente.
Una protagonista per così dire occulta del tuo libro è sicuramente la religiosità, il modo di vivere la propria religione, che va da una continua ricerca della perfezione e un rispetto quasi reverenziale di Fredi, alle continue domande che Tilio pone a se stesso. Qual è la tua idea a riguardo? La mia idea non conta, in questo caso, e se ce l’avessi ben chiara sarebbe stato meglio un saggio o un trattato. Quello che è in gioco in questo romanzo è che la nostra religione attuale è quella dettata dalla comunicazione, dalla quale riceviamo l’agenda delle nostre credenze e delle pratiche quotidiane, mentre ci ricaviamo in qualche modo uno spazio spirituale (qualsiasi cosa voglia dire) dove a volte per qualcuno trova posto un momento di comunità cristiana. E poi c’è il fatto sociale, che mantiene battesimi, matrimoni e funerali in seno alla chiesa. Non giudico: le mie sono constatazioni. E tutti noi si patisce la mancanza di un indirizzo dell’agire, di un reciproco riconoscimento, rispetto a qualcosa che permane, nonostante l’accelerazione razionalizzante dell’ultimo secolo, necessario: eh già, capita che talvolta, ancora oggi, ci chiediamo se la vita ha un senso, se c’è un legame tra la morte e la vita, se l’appartenenza che sentiamo con la terra e con il cielo può diventare una parola di verità. A tutto questo rispondiamo in molti modi, anche con la poesia, la musica, l’arte in generale, per esempio (o chissà, il volontariato) ma non siamo più capaci di trasferire quelle risposte nell’intero indirizzo delle nostre vite. Fredi mirando a un ordine della vita che renda omaggio a valori che considera superiori, Tilio chiedendo a sé stesso di capire da dove viene quel richiamo, ci ricordano questo appello.
Al di là delle differenze, Fredi e Tilio sono accomunati dal fatto di essere due anime sole ma non disperate. Puoi spiegarci meglio questa affermazione? La solitudine può essere una relazione voluta e coltivata all’interno della società, e di per sé anche molto buona, se bene amministrata. La mancanza di relazione, invece, è disperazione. Questo volevo dire scrivendo che i due sono soli ma non disperati. Tilio e Fredi sono consapevoli della loro solitudine e la vivono a volte meglio e a volte peggio, ma sono in relazione con gli altri, i vivi e i morti, che sono sempre presenti e importanti nelle loro vite. Tanto che questa solitudine li porta, in un secondo momento, verso una dimensione affettiva più sentita, più forte. Disperati sarebbero se invece si sentissero espulsi da ogni relazione.
Un passaggio che mi ha particolarmente colpito è quello relativo alla compassione (o meglio, alla mancanza di compassione) e alle maldicenze. Quanto pensi che queste facciano parte e influenzino le nostre vite? Pensi che siano imputabili ad una generalizzata e diffusa mancanza di empatia verso l’Altro? Scrivevo quelle pagine e mi chiedevo se il lettore avrebbe letto in filigrana, come si dice, il mondo di relazioni che per età e per situazione esistenziale non appartiene ai due protagonisti. Trasportata nella realtà della comunicazione telematica, quella serie di osservazioni non diventa ancora più stringente? Se alla comunità del paese sono venuti a mancare i momenti di confronto diretto, di condivisione, e ognuno osserva l’altro dalla distanza dei propri interessi e desideri esplosi in ogni direzione, che cosa avviene sui social media, quando ognuno sceglie solo di corrispondere a distanza con i suoi simili, quelli che la pensano come lui, che preferiscono gli stessi svaghi, che praticano lo stesso sport? Quanto si impoverisce e si distorce la vita che prende senso, com’è di fatto e come dovrebbe essere, dalla coscienza della presente diversità degli altri?
C’è qualche scrittore che ti ha ispirato nella stesura de “L’Apprendista”? Molti. Il libro è pieno di allusioni e di citazioni, accuratamente criptate. Potrei fare diversi nomi. Ma mi interessa di più, visto che hai usato la parola ispirazione, rendere conto di quella che è stata proprio la forza iniziale, l’energia che ha animato la scrittura, e che viene dalla poesia che è stata scritta nelle parlate locali durante la seconda metà del secolo scorso, in particolare devo fare i nomi di Raffaello Baldini e di Franco Loi, per la dimensione teatrale, e poi di Andrea Zanzotto per quanto riguarda l’appropriazione in un contesto di lingua italiana delle espressioni idiomatiche locali.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Nessuno mi ha chiamato per dirmi che il romanzo non gli è piaciuto, per fortuna, perciò ho avuto molti riscontri positivi. Però devo dire che in questo caso c’è stato a volte qualcosa di più e di diverso, una nota più sentita, un di più dell’apprezzamento, quasi un’adesione.

Titolo: L’Apprendista
Autore: Gian Mario Villalta
Casa editrice: SEM
Genere: Romanzo psicologico-intimistico
Pagine: 228
Anno: 2020
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 10 giorni
Consiglio di lettura: Da leggere in luogo quieto e privo di distrazioni per immergersi completamente nelle parole dei protagonisti.

L’autore
Gian Mario Villalta ha scritto diversi romanzi, saggi e libri di poesia (ricordiamo “Vanità della mente”, Premio Viareggio, 2011 e “Telepatia”, Premio Carducci, 2016). Tra i suoi ultimi lavori: “L’isola senza memoria” (Laterza, 2018), “Bestia da latte” (SEM, 2018) e “L’olmo grande” (Aboca, 2019). È direttore artistico di pordenonelegge.

Vera

Lettore medio

La misura del tempo (Gianrico Carofiglio)

9788806218140_0_0_422_75 Delle Foglie e poi?
In che senso, avvocato?
Ha lasciato solo il cognome?
Solo il cognome, sì.
Per alcuni mesi, così tanti anni prima che preferivo non contarli, avevo conosciuto una ragazza che si chiamava Delle Foglie. Era stato in un’epoca lontana nel tempo e lontanissima nella memoria.

Potrei cominciare questa recensione dicendo che amo i personaggi seriali specie quando non sentono la necessità di sopprimere la storia in favore di flussi di coscienza, momenti di riflessione o dilemmi sentimentali, belli sì ma da maneggiare con cura. È quello che fa magistralmente Gianrico Carofiglio ne “La misura del tempo”, edito da Einaudi, il cui protagonista, l’avvocato Guido Guerrieri, è il fulcro di una storia che mi ha conquistato sia per la struttura – definita da uno stile avvincente nel quale i dialoghi, sempre molto serrati, sono fondamentali – sia per la trama: quest’ultima ruota intorno ad un processo che vede Guerrieri impegnato come avvocato difensore di Jacopo Cardace, un giovane accusato di detenzione di stupefacenti e di omicidio.
Il lavoro non proprio impeccabile, effettuato dal precedente avvocato (venuto a mancare), portano la madre del ragazzo – Lorenza Delle Foglie – a rivolgersi all’avvocato Guerrieri affinché assista il giovane durante il processo di secondo grado. Quel nome, Lorenza Delle Foglie, non è nuovo all’avvocato che – una volta trovatosi di fronte la donna – riporterà alla mente alcuni ricordi legati al suo passato di giovane praticante. Alla fine degli anni ’80, infatti, Guerrieri aveva frequentato la donna e se ne era innamorato. Un sentimento ricambiato solo in parte da una donna profondamente cambiata, soprattutto dopo la nascita di Jacopo. A tal proposito: quale sarà il destino del giovane?

Pure stavolta, Carofiglio offre al lettore una storia molto interessante e regala, anche grazie all’uso sapiente del flashback, una visione approfondita di qualsiasi personaggio (da Guido alla sua partner e collega Annapaola, passando per Jacopo e sua madre). Gli stessi personaggi nei quali è molto semplice immedesimarsi, poiché hanno abitudini, vizi, passioni – soprattutto culinarie – che appartengono alla quotidianità di ognuno di noi.
Tuttavia, la popolarità di un personaggio come Guido Guerrieri potrebbe rivelarsi, paradossalmente, il punto debole per l’assegnazione del Premio Strega. Si tratta di un personaggio ormai noto in merito al quale è stato detto davvero tanto, forse troppo rispetto ad altre storie che faranno senz’altro leva sull’unicità della trama e del modo di raccontare la vicenda.

Titolo: La misura del tempo
Autore: Gianrico Carofiglio
Casa editrice: Einaudi
Genere: Giallo giudiziario
Pagine: 288
Anno: 2019
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Suggerimento letterario: Qualsiasi romanzo di Carofiglio che abbia per protagonista l’avvocato Guerrieri.

L’autore
Gianrico Carofiglio, magistrato dal 1986, ha lavorato come pretore a Prato, Pubblico Ministero a Foggia e come Sostituto procuratore alla Direzione distrettuale antimafia di Bari. È stato eletto senatore per il Partito Democratico nel 2008. Il suo primo romanzo è del 2002, “Testimone inconsapevole”, edito da Sellerio. Con quest’opera, che introduce il personaggio dell’avvocato Guido Guerrieri, Carofiglio ha inaugurato il legal thriller italiano. Sempre con protagonista Guerrieri, da Sellerio seguono nel 2003 “Ad occhi chiusi” e nel 2006 “Ragionevoli dubbi”. Tra i suoi numerosi libri ricordiamo “Il passato è una terra straniera” (Rizzoli, 2004); la graphic novel, col fratello Francesco, “Cacciatori nelle tenebre” (Rizzoli, 2007); “L’arte del dubbio” (Sellerio 2007); “Né qui né altrove” (Laterza, 2008); “Il paradosso del poliziotto” (Nottetempo, 2009); “Le perfezioni provvisorie” (Sellerio, 2010); “Il silenzio dell’onda” (Rizzoli, 2011); “Il bordo vertiginoso delle cose” (Rizzoli, 2013). Tra le più recenti pubblicazioni Einaudi si ricordano: “Una mutevole verità” (2014) e la nuova indagine di Guido Guerrieri “La regola dell’equilibrio”, “Passeggeri notturni” e “L’estate fredda” (2016); “Alle tre del mattino” (2017).

Paquito

Lettore medio

La nuova stagione (Silvia Ballestra)

9788845299056_0_0_471_75Forse più che a cosa ci aspetta, dovremmo pensare a quello che ci lasciamo alle spalle.

Il terreno ereditato va venduto: a questa decisione sono giunte le sorelle Gentili, Nadia e Olga, e la madre Liliana. Il padre delle due donne l’aveva ereditato a sua volta dai genitori e non si era mai risparmiato per portare avanti l’azienda agricola di famiglia. Tuttavia, non aveva mai voluto che le figlie se ne occupassero e ormai è passato un decennio dalla sua scomparsa.
Le due donne non hanno più l’età per occuparsi di quel terreno, frutto di beghe e fastidi. Il momento di tagliare le radici col passato è arrivato. Gli ipotetici compratori sembrano voler dimostrare alle sorelle che gli affari e il mondo agricolo non sono cose da donne, ma la determinazione e la cocciutaggine saranno il motore che spingerà Nadia e Olga ad andare avanti per raggiungere l’obiettivo.
“La nuova stagione”, romanzo di Silvia Ballestra (edito da Bompiani) candidato al Premio Strega 2020, è un libro che colpisce. L’Io narrante, la cugina delle protagoniste, permette al lettore di immergersi nella vita delle due sorelle Gentili, assai legate, raccontando con abilità come sono giunte a malincuore alla vendita del terreno. Così come la loro terra è stata scossa da un violento sisma, così Nadia e Olga subiscono un vero e proprio terremoto emotivo, altrettanto devastante. Non è la prima scossa che subiscono, la realtà le ha messe già a dura prova: entrambe hanno avuto matrimoni disastrosi, che le hanno lasciate in serie difficoltà economiche. La vendita del terreno, dunque, è inevitabile, anzi, necessaria. Perciò come ogni estate si incontrano nel loro paesino d’origine, ma questa è la volta che tutto cambierà.
L’autrice mette sapientemente in scena i conflitti tra i personaggi, con l’anziana madre che va in giro per il paese a lamentarsi del terreno, svalutandone il prezzo e scatenando l’ira delle figlie, e con i problemi di comunicazione tra le sorelle e i compratori, tra i quali il dialetto marchigiano fa da muro linguistico e rende l’affare più difficile da concludere.
Quando arriva finalmente una buona offerta, si palesa nella scrittura l’urgenza di sistemare le carte e la terra senza perdere un momento di più. Ma altre prove attendono le due povere sorelle: la burocrazia, innanzitutto, e poi le palme piantate anni addietro dal padre, ormai malate e di cui Nadia e Olga non sanno come disfarsi. Come i dolori del passato, quelle palme sono saldamente attaccate al terreno. La vendita sarà allora l’occasione giusta per la famiglia di andare avanti, a passo sicuro, verso una nuova stagione.
Lascio ora la parola all’autrice, che ha gentilmente accettato di rispondere a qualche domanda.

“La nuova stagione”. Come è nato questo romanzo?Il romanzo è nato dopo un po’ di anni in cui riflettevo attorno ad alcune storie (l’ultimo romanzo è del 2014) e segue un libro che ho scritto sul terremoto (“Vicini alla terra”, edito da Giunti). La vicenda terremoto qui rimane sullo sfondo, ma sentivo di non aver ancora esaurito il racconto di quei posti. Già qualche anno fa avevo pensato di scrivere un libro sulla campagna, per raccontare anche alcune trasformazioni avvenute in agricoltura negli ultimi decenni: molti dei temi di cui si è parlato ultimamente (cibo, pianeta, ambiente) sono legati proprio al nostro rapporto con la terra, un po’ snaturato.
La storia, basata su fatti di cronaca, accenna anche alla condizione femminile del Secondo Dopoguerra. Mi ha particolarmente colpito la semplicità con la quale le donne venissero rinchiuse nei manicomi. Al di là di qualsiasi espediente narrativo, cosa volevi comunicare al lettore attraverso queste immagini?C’è una storia nella storia che effettivamente riguarda delle donne ex ospiti di manicomio che tentano di tornare alla normalità creando una rete di lavoro (sono modiste). È una storia che risale a qualche decennio prima della vicenda principale, ma ha dei legami, delle influenze, delle ripercussioni sulle due protagoniste, in modo indiretto. Mi interessava raccontare le diverse condizioni in cui possono venirsi a trovare le donne e come è cambiata la loro situazione: mi interessava anche raccontare il rapporto fra donne e lavoro e fra donne e patrimonio. Temi un po’ trascurati ultimamente.
Le palme assumono un valore simbolico, come mai la scelta è ricaduta proprio su questo tipo di piante?La scelta delle palme è legata a quella zona delle Marche in cui ci sono grandi lungomare piantumati a palme e anche un settore vivaistico molto forte. Il flagello del punteruolo rosso ha colpito le palme in tutta Italia, cambiando il paesaggio e anche in parte l’economia.
Alla luce di quanto sta succedendo, come sarà la nostra “nuova stagione”? Siamo di fronte a un bivio, potremmo imparare molte cose da questa situazione e cominciare a cambiare e rimettere a posto un po’ di cose (salute, scuola, ambiente) oppure riprendere come prima con tutti i danni da portarci dietro senza aver fatto mezzo passo avanti. Non sono ottimista, in generale. Vedo che c’è ancora molta confusione, molta paura e un gran tutti contro tutti. Non vedo progetti e non vedo nessuna ripartenza possibile, per ora.
Che rapporto hai con la tua terra d’origine?Rapporto di odio-amore, come tutti quelli che sono andati via da giovani (ma ci torno spesso). Da lontano vedo delle cose che da vicino non si vedono, e qualche volta sono molto critica, dunque un po’ indigesta per i miei concittadini.
Quali sono stati i feedback dei suoi lettori?Molto buoni, c’è un grande interesse per questa terra un po’ strana, poi qualcuno si diverte, qualcuno si commuove (almeno questo mi dicono).
Ultima domanda: cosa ti aspetti da questo romanzo?Più o meno quello che mi aspetto ogni volta: sono contenta del lavoro fatto e, come tutti quelli che scrivono, spero che venga letto da più persone possibili!

Titolo: La nuova stagione
Autore: Silvia Ballestra
Genere: Romanzo familiare
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 276
Anno: 2019
Prezzo: € 17,00
Quadro consigliato: “I nostri rami e le nostre radici” (Maristella Angeli, acrilico su tela)

L’autrice
Silvia Ballestra è di origine marchigiana, ma vive e lavora a Milano. Esordisce nel 1990 nell’antologia “Papergang – Under 25 vol.3” a cura di Pier Vittorio Tondelli. È autrice di romanzi, raccolte di racconti, saggi e traduzioni. Dal romanzo “La guerra degli Antò”, pubblicato da Einaudi nel 2005, è stato tratto l’omonimo film diretto da Riccardo Milani.

Arianna

Lettore medio

Almarina  (Valeria Parrella)

9788806230616_0_0_471_75Non può questa madre ricordarsi di tutti i suoi figli, ne ha troppi, qualcuno si salva, altri soccombono, altri uccidono i loro fratelli o li affamano: è la legge della natura, e più la città è grande più la natura si riappropria dei suoi numeri e vince.

Elisabetta Maiorano insegna matematica ai ragazzi del carcere di Nisida. Ha 50 anni e alle spalle un lutto da cui stenta a guarire.
Almarina ha 16 anni, è fuggita dal suo paese natale e a Nisida ci finisce quasi per fortuna, come direbbero gli altri insegnanti, perché così almeno non dovrà vivere per strada.
Le due, neanche a dirlo, finiranno per instaurare un legame più profondo di quello tra insegnante e allieva, basato sul desiderio di una vita nuova, di riscatto e famiglia. Almarina cerca una nuova vita, Elisabetta vorrebbe regalargliela ma, ovviamente, non sarà tutto facile e più di una volta le due dovranno fronteggiare degli ostacoli.
Quello che l’autrice ci racconta in questo romanzo breve ma intenso è l’incontro di due anime, un colpo di fulmine tra una donna in lutto che ha messo da parte molti sogni e una ragazza, una figlia perduta, costretta dalla vita a crescere in fretta. È la storia di come le ferite si rimarginano con l’amore, di come un incontro fortuito può cambiare il destino di molte persone. Con una scrittura limpida, forte ed evocativa Valeria Parrella ci porta all’interno delle mura del carcere minorile di Nisida, così vicino a Napoli ma, allo stesso tempo, un mondo a parte con regole e ritmi tutti suoi; ci porta a conoscere i ragazzi che ci vivono, le loro storie e l’impegno di chi vuole scrivere per loro un finale diverso da quello a cui sembrano destinati, spesso dovendo lottare con la loro diffidenza.
Ma adesso, lasciamo la parola all’autrice.

Com’è nato questo libro?Era da tanto tempo che andavo a Nisida insieme a un gruppo di scrittori (Maurizio De Giovanni, Patrizia Rinaldi, Masimiliano Virgilio) per fare un laboratorio di scrittura creativa. Uscendo ci chiedevamo sempre: “Com’è che non riusciamo a scrivere un romanzo su questa esperienza?” Sì, scrivevamo delle piccole cose che finivano su “Il Mattino” e poi venivano vendute in beneficenza affinché i soldi potessero tornare a Nisida, però nessuno scriveva mai un romanzo. Forse la risposta è che Nisida, come tutti i mondi, diventa imprendibile, non può essere presanel suo insieme: puoi prenderne un filo. Io aspettavo il filo giusto.
Elisabetta e Almarina sono entrambe, a modo loro, due donne ferite dalla vita (anche se per motivi diversi) che hanno avuto modo di salvarsi l’una con l’altra. Ti sei ispirata a qualcuno per le due protagoniste e la loro storia?La figura ispiratrice di Elisabetta Maiorano è una mia amica, si chiama Imma e la ringrazio anche alla fine del libro. Un giorno, nel periodo di Natale, eravamo in chat e tutte quante ci lamentavamo dei parenti e lei a un certo punto disse: “Non vi lamentate che a me mancano anche quelle cesse delle mie cognate!”. In questa frase (che poi ho riportato anche nel libro) vidi due cose: una solitudine da raccontare, quella di una persona vedova che affronta il Natale da sola, ma anche il grande spirito delle donne, perché quella battuta ironica mi ha fatto pensare che Imma ce l’avrebbe fatta e io volevo creare un personaggio così, solo sì, ma che ce la poteva fare. Almarina, invece, mi è stata ispirata da una ragazza che ho visto a Nisida, una detenuta albanese che non era bella anzi, la notai perché era brutta e questa cosa mi fece male. Ovviamente non conoscevo niente della storia di quella ragazza, nemmeno il nome,per cui ho deciso che potevo inventare una storia. Ho studiato tutta la vicenda delle rotte dei Balcani, aiutandomi anche con video e inchieste giornalistiche i cui riferimenti si trovano in appendice al libro. Così sono nate queste due donne di generazioni diverse che si potessero in qualche modo parlare.
Attraverso la storia di Almarina che messaggio volevi lasciare ai tuoi lettori?Non lascio mai messaggi ai lettori, possono fare quello che vogliono del libro perché quando scrivo non lo faccio per gli altri ma per me. Siccome i messaggi spero sempre di trovarli nei libri che leggo, allo stesso modo spero che i miei lettori trovino i loro.
Sei soddisfatta delle attenzioni che sta ricevendo il tuo lavoro?Molto. “Almarina” è stato accolto bene, in qualche modo per me è stato un libro di crescita perché mi sono staccata un po’dal lato fiction, è come se avessi innestato l’esperienza dei racconti nel romanzo breve. Adesso è tra i dodici finalisti allo Strega e dopo quattordici anni torno in gara in un premio con cui ho un rapporto altalenante di amore e odioessendo io stessa giurata dello Strega (ovviamente quest’anno ho dovuto restituire la tessera). Sarà uno Strega un po’ strano, un po’ pandemico, però sono contenta perché anche gli altri libri in gara sono tutti validissimi.
A seguito di tutto quello che sta capitando, come e quanto cambierà l’editoria italiana?Stavo leggendo uno scritto di una persona di cui mi fido molto che è Riccardo Cavallero che conobbi quando lavorava per Einaudi mentre ora è editore di SEM. È un uomo avventuroso, come molti editori, ad esempio Giangiacomo Feltrinelli, lo stesso Giulio Einaudi, persone che hanno fondato le loro case editrici subito dopo la proclamazione delle leggi razziali, o dopo la Seconda guerra mondiale, in tempi difficili; è storia come Giangiacomo Feltrinelli abbia portato in Italia“Il dottor Zivago” cucito all’interno della fodera del cappotto per non farsi fermare dalla censura. Credo che le grandi crisi della storia all’editoria possono portare sì un gran male dal punto di vista del mercato, ma anche un gran bene dal punto di vista della letteratura. Come andrà non lo so, ma io sono una persona positiva e mi auguro che vada nel migliore dei modi possibili.
Sei al lavoro su qualche nuovo progetto editoriale?Sto scrivendo una cosa ma non posso parlarne ancora.
Oltre che autrice sei docente di scrittura creativa. Quale consiglio daresti a un aspirante narratore e quale romanzo non può mancare nella sua biblioteca personale?Secondo me tre libri non possono mancare nella biblioteca personale dell’aspirante scrittore: “Resurrezione” di Tolstoj, “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese e “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar che rappresentano tutte le variazioni possibili sulla scrittura del ‘900. Ad un aspirante scrittore consiglierei di raccontare qualcosa di cui ha veramente voglia e non mettersi mai a scrivere senza sapere come va a finire.

Titolo: Almarina
Autore: Valeria Parrella
Genere: Romanzo di formazione
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 136
Anno: 2019
Prezzo: €17,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Consiglio di lettura: Armarsi di post-it, matite o evidenziatori (quello che si preferisce) per segnare le parti più belle.

L’autrice
Valeria Parrella è scrittrice, drammaturga e giornalista. Nel 2003 esordisce in ambito letterario con la raccolta di racconti “Mosca più balena” che le ha fatto vincere il Premio Campiello. Nel 2005 arriva tra i primi cinque finalisti al Premio Strega con un’altra raccolta di racconti “Per grazia ricevuta” e nel 2008 pubblica il suo primo romanzo “Lo spazio bianco” da cui verrà tratto un film. Collabora con diverse testate giornalistiche ed è molto attiva in politica e nel sociale. Ha pubblicato con diverse case editrici italiane: Minimum fax, Einaudi, Rizzoli e Bompiani.

Lettore medio

Tutto chiede salvezza (Daniele Mencarelli)

9788804721987_0_0_422_75«’Sto fijo de ’na mignotta, e ’ndo cazzo l’hai trovato ’st’accendino?»
«Maria ho perso l’anima! Aiutami Madonnina mia!»
L’infermiere mi sfila davanti, con un balzo strappa l’accendino dalle mani del pazzo, lui non dice niente, si fa mettere sul letto senza reazione alcuna, un animale di colpo inerme, indifeso.
«Che devo fa’ co’ te, Madonni’? Se oggi me rifai quarche guaio giuro che te chiudo ar bagno.»
Il mio corpo vorrebbe riaddormentarsi, ma io mi oppongo, cerco in ogni modo di resistere, provo a parlare, senza riuscirci.

È il 1994. Daniele ha vent’anni e viene sottoposto a un Trattamento Sanitario Obbligatorio in seguito a una feroce esplosione di rabbia. Passano con lui l’intera settimana di internamento forzato i suoi compagni di stanza del reparto psichiatrico, personaggi inquieti e inquietanti, sconclusionati eppure saggi, travolti dalla vita com’è successo a lui.
Tra medici e infermieri indifferenti, Daniele e gli altri si avvicinano giorno dopo giorno, si alleano come fratelli, bisognosi di un sostegno mai ricevuto prima. Ma basterà per raggiungere la salvezza?
Raccontato in prima persona dalla viva voce del protagonista, “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli (edito da Mondadori) è un percorso catartico che attraversa i tre regni di dantesca memoria – Inferno, Purgatorio e Paradiso – dell’animo umano.
Autore soprattutto di poesie, Daniele Mencarelli trasporta la sensibilità poetica nel romanzo e scava nei recessi della psiche scandagliandone la follia, le paure, i disagi, poiché è da questo che il protagonista chiede salvezza. Una ricerca della redenzione che passa per la volontà di purgarsi dagli errori passati, dai dolori e dalle sofferenze, dal male fatto a sé stesso e agli altri. E se fosse tutto inutile e un vero Paradiso non potesse esistere?

In un tourbillon di denuncia sociale e politica, Mencarelli ribalta le gerarchie. E lo fa attraverso un microcosmo in cui medici e infermieri troppo spesso si rivelano automi anaffettivi e disumanizzati, i “pazzi” – allegoria delle classi sociali più umili, ghettizzate e discriminate – si scoprono lentamente forieri degli ultimi residui di un’umanità ancora possibile.
Un romanzo che, utilizzando una parafrasi pugilistica, colpisce come un montante allo stomaco e manda il lettore al tappeto a pochi secondi dal gong, invitandolo a rialzarsi in fretta e a procedere con la lettura fino alla fine.

Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

Perché la scelta di un romanzo su pazienti sottoposti a TSO? Perché è un’esperienza che ho fatto, perché il tema della malattia mentale dal mio punto di vista è quanto mai centrale nella nostra epoca. Assistiamo, da anni, a un incremento costante di persone affette da disturbi psicologici. In parte, ciò è dovuto da alcune caratteristiche della nostra società, semplicemente disumane, ma c’è anche altro. Oggi, alcune domande che l’uomo si è sempre posto sui suoi limiti, su tutto ciò che nella vita lo interroga, in primis l’amore, vengono né più né meno interpretate come un malessere, malessere che approda spesso a una medicalizzazione vera e propria. Ma interrogarsi sui propri limiti è naturale, mi impaurisce di più chi vive senza mai porsi di fronte all’esistenza con curiosità viva, autentica, come un meccanismo sociale perfettamente risolto. In fondo è proprio questo che ci chiedono, essere produttivi, mai problematici.
La vicenda di Valentina può essere letta come una condanna a problematiche di attualità come la violenza sulle donne, il bullismo, il revenge porn? Senz’altro, anche se la lettura primaria di quel passaggio del romanzo, fondamentale, sta ancora più alla fonte della questione, riguarda il nostro rapporto con gli altri, con tutta l’umanità che ci vive a fianco. Noi produciamo benessere, o dolore, costantemente, anche quando non ce ne accorgiamo. Ciò per dire che la nostra relazione con gli altri va ben oltre la nostra percezione immediata. Questo ci dovrebbe far riflettere, sempre, su ogni azione che compiamo nel mondo: magari a noi sembra microscopica, ma per chi la riceve è enorme. Cercare sempre di sintonizzarsi sugli altri, attraverso l’empatia, la compassione, restituire alla nostra condotta non solo quello che interessa a noi nel momento specifico, ma quel che è, o rischia di essere, anche per il prossimo. È una sfida, un modo di stare al mondo.
I pazienti sottoposti a TSO inizialmente appaiono persone disumanizzate dai farmaci e dalla pazzia. Eppure dalla narrazione traspare l’idea che probabilmente sono gli unici forieri di residui di umanità. Può essere secondo te questa una chiave di lettura valida? Sì, contemporaneamente nel romanzo, com’è ovvio, non si esclude l’esistenza della malattia mentale. I compagni di viaggio del protagonista sono uomini che vivono senza riparo alcuno, a partire dal modo con cui si porgono alle cose della vita, non hanno sviluppato quella corazza psicologica che le persone cosiddette normali hanno. Si offrono sempre totalmente, la loro è una disponibilità assoluta, senza riserve, che pagano con la loro salute mentale e fisica. Possiedono una speciale grandezza, nella loro vulnerabilità, la fragilità assoluta, ci ricordano qualcosa di primordiale, radicale. Uomini vivi interamente, sino alle estreme conseguenze, spesso tragiche.
Una cosa che mi ha colpito del romanzo è la straordinaria caratterizzazione dei personaggi, che li rende terribilmente reali. Mi verrebbe da fare un paragone col film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Quando hai scritto il libro avevi già pensato a possibili trasposizioni teatrali o cinematografiche? La mia scrittura procede per scene che prendono vita, all’interno di esse ci sono comportamenti, azioni, che svolgono la funzione di correlativi assoluti per dirla alla Eliot, quindi elementi concreti che sanno dire il mondo interiore dei personaggi meglio di qualsiasi descrizione. Per me nasce tutto dal teatro, la stessa realtà è un magnifico teatro. Quando scrivo penso solo alla qualità della scena che sta prendendo vita sotto i miei occhi.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro, sia in ambito letterario che artistico più in generale? Voglio chiudere quella che è diventata una specie di trilogia biografica. Ho cominciato con “La casa degli sguardi”, sempre con Mondadori, ora è il turno di “Tutto chiede salvezza”. Mi manca il terzo e ultimo. I tre libri procedono a ritroso nel tempo. “La casa degli sguardi” è ambientato nel ’99 e racconta un anno di lavoro, come operaio addetto alle pulizie, dentro l’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Un anno fondamentale per la mia vita. “Tutto chiede salvezza”, invece, è ambientato nel ’94. L’ultimo libro racconterà un episodio del ’91.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Dalla mia scrittura mi aspetto sempre, più o meno, la stessa cosa: che diventi esperienza viva, carnale, per i lettori. Che dalla lettura possano trarre qualcosa di utile per le loro vite. È un grande, meraviglioso impegno.

Titolo: Tutto chiede salvezza
Autore: Daniele Mencarelli
Genere: Autobiografico
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 204
Anno: 2020
Musica consigliata: Je so’ pazzo (Pino Daniele)
Film consigliato: Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) di Milos Forman
Bevanda consigliata: assenzio
Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autore
Daniele Mencarelli (Roma, 1974) collabora scrivendo di cultura e società con quotidiani e riviste. Ha pubblicato poesie su numerose riviste letterarie e in diverse antologie. Le sue raccolte principali sono: I giorni condivisi, (clanDestino, 2001), Guardia alta (La Vita felice, 2005), Bambino Gesù (vincitore del premio Città di Atri, finalista ai premi Luzi, Brancati, Montano, Frascati, Ceppo, 2010), Figlio (2013), La Croce è una via (Edizioni della Meridiana, 2013), Storia d’amore (Lietocolle, 2015).
Del 2018 è il suo primo romanzo La casa degli sguardi, Mondadori (premio Volponi, premio Severino Cesari opera prima, premio John Fante opera prima), nel 2020 esce sempre per Mondadori, Tutto chiede salvezza.

Giano

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Febbre (Jonathan Bazzi)

9788860446060_0_0_422_75Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è più andata via.

Ci sono letture che hanno l’effetto di un pugno. “Febbre”, l’ultimo romanzo di Jonathan Bazzi, edito da Fandango, ha la forza di un diretto in pieno viso.
L’autore decide di raccontare la propria storia, quella di un ragazzo che, un giorno di qualche anno fa, scopre di essere sieropositivo. Un dramma, una caduta agli inferi, ma pure un esame di maturità e l’occasione di guardarsi dentro facendo i conti col proprio passato. Quel che fa Bazzi all’interno di un’autobiografia romanzata che procede lungo due piani narrativi: il passato recente (quello che va alla febbricola che lo accompagna quotidiana all’inizio della terapia) e la propria infanzia in una Rozzano – realtà dell’hinterland milanese – che sembra essere lo sfondo perfetto per una storia molto spigolosa ma autentica e perciò accattivante.
Bazzi si svela senza timore ponendo l’attenzione su due tematiche troppo spesso sottovalutate: l’omosessualità e la condizione dei sieropositivi. Che sia l’occasione giusta per mettere da parte i pregiudizi?
In attesa di una risposta, lascio la parola all’autore.

“Febbre”. Come è nato questo romanzo? “Febbre” nasce dalla volontà di raccontare Rozzano, il posto in cui sono cresciuto, volontà già presente in me dal 2013-2014. È stato però solo con la febbre del 2016, e la scoperta della sieropositività, che ho iniziato a tradurre in azione questa volontà. L’HIV ha aggiunto un elemento in più alla mia identità ed è diventato un’occasione narrativa anche per la parte su Rozzano. Ha in qualche modo ricomposto il quadro.
Cominciamo da una considerazione: Ogni malato crede che la sua condizione sia un evento assoluto. Vale (è valso) anche per te questo principio? Inevitabilmente un po’ sì. Poi chiaramente scrivendo esaspero alcuni temi o impressioni che ho osservato in me stesso per rifletterci su, per intercettare delle questioni più generali. Però la paura, il timore di perdere il controllo del corpo e la salute è un grande riduttore dello sguardo. Si fa fatica a continuare a vedere il resto. La malattia è anche una perdita di mondo.
Tecnicamente parlando ho apprezzato molto l’alternarsi dei piani narrativi: da un lato il tuo presente (o passato recente), dall’altro la nascita, l’infanzia e una grande attenzione per il periodo dell’adolescenza. Quanto è stato difficile/stimolante scavare nei propri ricordi? In realtà è stato un processo piuttosto naturale, sentivo un grande bisogno di farlo. Non tanto di buttare fuori: mi è servito di più il mettere a distanza, vedere meglio la forma delle cose che ho vissuto trattando il materiale autobiografico come scene autonome, immagini oggettive e indipendenti da me, sulle quali riflettere anche con altre persone (penso principalmente a Lavinia Azzone, la mia editor).
E adesso Rozzano: città dell’hinterland milanese che resta sullo sfondo ma ha una voce così roca da riuscire sempre a farsi ascoltare. Quanto profondo è (o è stato) il legame con la tua città d’origine e con le storie che contiene? È un tipico legame ambivalente: bene e male, appartenenza e distanza. Fino a quando ci vivevo sostanzialmente la rifiutavo, me ne vergognavo. Oggi, che non vivo più lì, ci torno volentieri. E, in un certo senso, mi affascina. È un posto che, come molte periferie, ha una sua energia peculiare, intensa. È un posto che dice, continua a dire, molto di me.
Rapporti familiari. Nonni che fanno da genitori; genitori così insicuri da apparire fragili più del figlio che hanno messo al mondo. Quanto distacco serve per narrare la storia della propria famiglia? Diciamo che ho avuto dalla mia il fatto di non avere più rapporti con una parte della mia famiglia, in particolare col ramo paterno. E quella che a volte ho trovato descritta come spudoratezza nasce dal bisogno di raccontare dinamiche, anche familiari, di cui si parla troppo poco, che vengono censurate o nascoste. Il distacco non me lo sono propriamente inventato io: era una qualità già presente sul campo, ci sono cresciuto dentro.
La biblioteca. Il porto sicuro nel quale trovare sempre approdo. C’è un libro (o più di uno) che ha segnato la tua vita? In generale l’incontro con le scrittrici, o meglio il rendermi conto che esiste una tradizione di scrittura femminile osteggiata, marginalizzata, e in cui io mi rispecchio, all’interno della quale ho trovato delle categorie a me più vicine.
La scuola. Un micro universo fatto di nozioni, didattica, ma soprattutto di persone. Cosa credi di aver lasciato in quelle aule e cosa hai strappato dal banco per custodire gelosamente? A scuola ho perso la salute! Scherzi a parte, sono stato uno studente un po’ ossessivo, molto rigido con me stesso. Ma la scuola mi ha dato un orizzonte, ha nutrito la mia curiosità, mi ha consegnato possibilità nuove, culturali ma anche umane. Ho amato molto andare a scuola, nonostante fino a un certo punto il mio rapporto con la scuola sia stato ostacolato dal fatto di essere balbuziente. Ho avuto un iter scolastico pieno di blocchi e ripartenze, ma anche questo ha avuto il suo senso.
E ora una considerazione travestita da quesito: possibile che nel 2020 la parola omosessualità faccia ancora paura? Non sarebbe il caso di preoccuparsi d’altro considerando le preferenze sessuali una scelta libera e consapevole? Purtroppo la mente di molte persone è pavida: per orientarsi nel mondo si avvale di categorie e vecchi stereotipi. Questo fa sentire al sicuro, scinde la realtà in giusto e sbagliato, e colloca dalla parte dei giusti. Le cose ovviamente in parte sono cambiate, stanno cambiando, anche grazie ai nuovi mezzi coi quali comunichiamo e creiamo contenuti, ma in larghe sacche della società molte questioni sono ancora quasi del tutto immobili.
Ultima domanda: cosa ti aspetti da questo libro? Spero continui a raggiungere i lettori, soprattutto vorrei fosse letto dai giovanissimi: penso agli adolescenti, agli studenti delle superiori, dove mi auguro di poter continuare a organizzare incontri e presentazioni, come in passato ho già fatto.

Titolo: Febbre
Autore: Jonathan Bazzi
Casa editrice: Fandango
Genere: Autobiografia
Pagine: 328
Anno: 2020
Prezzo: € 18,50
Tempo medio di lettura: 4 giorni
Film suggerito: “120 battiti al minuto”, film scritto e diretto da Robin Campillo.
Libro consigliato: “Storia di un corpo” di Daniel Pennac

L’autore
Jonathan Bazzi è nato a Milano nel 1985. Cresciuto a Rozzano, estrema periferia sud della città, è laureato in Filosofia. Appassionato di tradizione letteraria femminile e questioni di genere, ha collaborato con varie testate e magazine, tra cui Gay.it, Vice, The Vision, Il Fatto.it. Alla fine del 2016 ha deciso di parlare pubblicamente della sua sieropositività con un articolo (“Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto”) diffuso in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS.

Paquito

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Christine – La macchina infernale (Stephen King)

9788868361518_0_0_422_75I poeti fraintendono l’amore continuamente e qualche volta in buona fede. L’amore è il più antico degli assassini. L’amore è cieco. L’amore è un cannibale con una vista estremamente acuta. L’amore è un insetto che ha sempre fame.

Arnie Cunningham e Daniel Guilder sono amici da tutta la vita: vivono nella stessa città e fanno sempre tutto insieme. Daniel è un atleta, è intelligente, forte e si prende cura di Arnie che non è meno sveglio dell’amico, ma viene spesso bullizzato a causa del suo aspetto, un corpo gracile e un viso segnato dall’acne. Hanno diciassette anni quando, all’improvviso, tutto nella loro vita cambia perché Arnie si innamora. Non di una ragazza (quella arriverà in un secondo momento) ma di un’auto: una Plymonth Fury del ’58, Christine. Dal momento in cui il giovane Cunningham entra in possesso dell’auto, una serie di eventi tragici comincia a innescarsi, e mentre si fa strada nella mente di Daniel la consapevolezza che tutto sia collegato all’auto del suo migliore amico, la gente, in quella piccola città di provincia, comincia a morire.
Stephen King ha scritto “Christine – La macchina infernale” (Sperling&Kupfer editore)nel 1983 e, da allora, non è mai sparito dagli scaffali delle librerie e per diversi buoni motivi. Il primo è che è un buon romanzo dell’orrore, ricco di suspence, ben congeniato e con scene che rimangono impresse nella mente del lettore. Il secondo è che King riesce in modo magistrale a descrivere il mondo degli adolescenti, quel periodo di transizione tra l’infanzia e l’età adulta, in cui ogni sensazione e sentimento è di importanza vitale e totalizzante. Che si sia vicini per età ai protagonisti o un po’ più grandi, il lettore non può fare a meno di solidarizzare con loro, di condividerne le ansie per il futuro e le imprevedibili strade che si snodano davanti a loro, sospesi tra il desiderio di andare via dal piccolo borgo ma, allo stesso tempo, non voler abbandonare la rassicurante routine. Con questa storia di ossessione e orrore, King ci riporta indietro agli inizi degli anni ’80 quando tutto era diverso,tranne alcune cose che non sono di certo cambiate: ad esempio, la vita nelle piccole province, che King conosce e ha sempre descritto con maestria, viene ancora una volta proposta al lettore attraverso le sue caratteristiche più peculiari e un tempo scandito da piccoli rituali: l’inizio dell’anno scolastico, le partite della squadra di football del liceo, i festeggiamenti per il giorno del ringraziamento, il Natale… tutto è parte di consuetudini consolidate e rassicuranti che possono essere sconvolte in un batter d’occhio perché, come ci insegna il Re, non sai mai quando l’orrore viene a sfondare la tua porta.
I protagonisti rappresentano due tipici ragazzi americani della classe media con i propri sogni e desideri;in particolare, ciò che contraddistingue Arnie è l’ironia e la rabbia repressa per essere stato troppo spesso vittima sia dei bulli che dei genitori, troppo oppressivi e rigidi. In Daniel (che nel romanzo si assume il ruolo di narratore) invece, c’è uno spiccato senso di protezione verso il suo amico intelligente e fragile, troppo spesso incompreso.
Nei libri di King l’amicizia è il sentimento più puro, a volte, anche più dell’amore. Basti pensare ad altre grandi storie di amicizia da lui raccontate come quella tra i membri del Club dei Perdenti in “It”, o a quelle dei racconti “Il Corpo” e  “Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank”, entrambi presenti nella raccolta “Stagioni diverse”.
Il Re è bravo a raccontare il calore dell’amicizia, così come quello dell’amore, e anche se spesso c’è un finale amaro, perché le amicizie – come ogni altra relazione – possono finire, rimane sempre il dolce ricordo del passato.

Titolo: Christine – La macchina infernale
Autore: Stephen King
Genere: Horror
Casa editrice: Sperling & Kupfer
Pagine: 650
Anno: 2014
Prezzo: 12,90
Tempo medio di lettura: 6 giorni
Musica consigliata: “Highway to Hell” degli AC/DC

L’autore
Stephen King è un autore che non ha bisogno di presentazioni. Nato nel 1947 a Portland nel Maine è ad oggi uno degli autori più rinomati (e prolifici) della letteratura di genere. Nonostante sia stato consacrato come “Il Re” del genere horror King si è cimentato in tutti i tipi di genere letterario, dal fantasy alla saggistica. Tra i suoi titoli più famosi nel genere horror ci sono ad esempio “It”, “Carrie” o “Shining” da cui sono stati tratte trasposizioni cinematografiche di successo, come anche la saga della Torre Nera che rappresenta l’incursione dell’autore nel genere fantasy oppure, per quanto riguarda la saggistca, “Danse Macabre” o “On Writing – autobiografia di un mestiere”.

Giovanna

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Le parole lo sanno (Marco Franzoso)

978880470933HIGCara Flavia,
non so più quale sia la verità.
Più ci penso, meno mi sembra di capire. I fatti si sovrappongono e le sensazioni si confondono, ma so che se me la confessassi tu ora troverei la forza per comprenderla e accettarla, ed è ciò di cui in questi ultimi giorni avverto maggiormente il bisogno.

Un diario per raccontare una storia d’amore. Un diario per esorcizzare qualsiasi paura, compresa quella della morte.
Credo sia questo il modo migliore per raccontare “Le parole lo sanno”, il nuovo romanzo di Marco Franzoso edito da Mondadori.
Alberto è uno stimato medico la cui esistenza viene stravolta da un annuncio: ha il cancro. Non accettando il responso medico, decide innanzitutto di isolarsi e di tenere all’oscuro i suoi familiari. Successivamente decide, quanto meno, di reagire cambiando qualcosa nel suo essere. Acquista un paio di occhiali scuri, un bastone e si finge cieco. Un modo per guardare il mondo con occhi nuovi. E in quel mondo compare Flavia, una donna destinata a cambiare la sua vita.

La sensibilità con cui Franzoso affronta temi così delicati è il punto di forza di un romanzo che scorre piacevolmente. L’autore prende per mano il lettore e lo conduce in una passeggiata al buio nel quale trovano spazio le dinamiche familiari, la violenza domestica e, soprattutto, l’amore. Quello che unisce genitori e figli ma che potrebbe legare pure due sconosciuti. Non a caso ho scelto “Gli amanti” di Magritte come quadro. Un’opera che sembra raccontare perfettamente gli stati d’animo del protagonista.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“Le parole lo sanno”. Come è nato questo libro? Questo libro è nato dal desiderio di scrivere una storia d’amore. Da tanto non ne leggevo una che mi coinvolgesse, o che comunque non fosse stata scritta nell’Ottocento. Insomma, ho raccontato la storia che avrei voluto leggere. Una storia di oggi, che parlasse di una relazione ambientata in questa nostra epoca. Che cercasse di rispondere alla domanda: cos’è diventato l’amore oggi, per noi persone del terzo millennio?
Cominciamo con Alberto. Un uomo che, improvvisamente, si vede costretto a fare i conti con sé stesso e con la malattia. Alla luce di certe sue scelte (al lettore il compito di scoprire quali) possiamo pensare a lui come un misantropo in cerca di redenzione? Non so. Io lo intendo più come un uomo che improvvisamente si trova in una situazione senza uscita. Eppure, proprio quando meno se l’aspetta, quando cerca in tutti i modi di difendersi dalla vita, a quel punto si apre una nuova strada, per lui. Volevo raccontare la storia di una felicità, se vogliamo. Non siamo mai fuori tempo massimo per essere felici.
Ora è la volta di Flavia, una donna che sembra aver trovato in Patrick – suo figlio – il senso della vita. Tuttavia, quel sorriso delicato nasconde una grande fragilità. Chi o cosa ti ha ispirato per creare un personaggio del genere? Anche questo personaggio, come tutti i miei personaggi è ispirato a una persona reale. Ho cercato di darle voce, di pormi dal suo punto di vista e di capire, o meglio sentire, e fare vibrare la sua sensibilità. La scrittura ti aiuta anche a questo, a entrare in sintonia con l’altro. Ti insegna ad ascoltare. È stato un bel viaggio.
Restando in tema: parli, con estrema delicatezza, di violenza contro le donne. Quanto è difficile affrontare un argomento del genere (sempre tristemente attuale) e quanta rabbia ti fa – da uomo prima che da scrittore – sapere che, quotidianamente, migliaia di donne sono vittime dei propri uomini? Per me è stata una scommessa. E poi, anche un’operazione di coraggio. Sapevo bene quanti rischi correvo, ma l’ho fatto, mi sono messo in gioco, con la mia sensibilità e il mio punto di vista maschile. Nei confronti di certi temi bisogna prendere posizione, io credo, costi quel che costi. Ho cercato di raccontare cosa si vive una situazione del genere dal di dentro. Cosa significa per una donna trovarsi caduta in una gabbia simile. Ho cercato di dare voce a Flavia.
Veniamo adesso all’ambientazione. Milano è una città che resta sullo sfondo, non ruba la scena se non per creare suggestioni nel lettore. La vedi quasi come una madre che tiene d’occhio il proprio figlio. Visione corretta? Sì, è una città che sa anche accogliere. Mi interessava mettere in relazione due spazi: lo spazio metropolitano e lo spazio di un parco. Lo spazio della vita frenetica, del lavoro, delle occupazioni quotidiane, e lo spazio in cui ci si ferma. Possiamo dire che quasi tutta l’azione si svolge su una panchina, dentro quel parco. Scrivere a partire da un luogo così specifico, ti permette di avere a disposizione un punto di vista privilegiato. E poi, ho avuto la possibilità di fare parlare i personaggi, di farli esprimere al loro meglio. È stata una panchina del parco Lambro, la seconda a sinistra, a permettermelo.
A proposito di madri, il rapporto tra Alberto e i suoi genitori è molto interessante. Un padre, quasi sordo, che sembra filtrare con attenzione le sue parole e una madre che ha bisogno di una divisa da infermiera per creare intimità col proprio figlio medico. Quanto è stato difficile lavorare su questi rapporti filiali? È fondamentale. La famiglia fa sempre da sfondo alle vicende delle persone. A scavare bene, si torna sempre lì. Era importante che i miei due personaggi, facessero entrare il lettore anche nella loro vita. Quella fuori dal parco.
unnamedDal punto di vista tecnico ho apprezzato moltissimo il tuo ricorrere alla scrittura sensoriale. Alberto diventa l’espediente narrativo per permettere al lettore di vivere la storia attraverso il tatto, l’udito e l’olfatto. Possiamo validare il principio che uno scrittore deve essere cieco per raccontare una storia? Sì. Bella questa considerazione. Bisogna imparare a vedere con altri occhi. Solo così si perforano le apparenze e si coglie l’essenza.
Quali sono stati, finora, i feedback dei lettori? Molto buoni. È molto importante per me sentire che una mia storia crea empatia, commuove, tocca.
Infine domanda marzulliana: cosa ti aspetti da questo romanzo? Io mi aspetto che le parole, come direbbe il protagonista Alberto, facciano il loro corso, a prescindere da me. Che la mia storia entri nel mondo e faccia la sua strada. Che le parole si costruiscano la loro strada. Magari una strada diversa da quella che avevo immaginato per loro. E so che lo faranno. Perché d’altra parte, è vero. Le parole lo sanno. Le parole sanno sempre dove andare.

Titolo: Le parole lo sanno
Autore: Marco Franzoso
Casa editrice: Mondadori
Genere: Sentimentale
Pagine: 176
Anno: 2020
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimento letterario: “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert
Se il romanzo fosse un quadro sarebbe: Gli amanti di René Magritte

L’autore
Marco Franzoso è nato nel 1965 in provincia di Venezia, dove attualmente vive. Nel 1998 ha pubblicato il romanzo Westwood dee-jay (Baldini & Castoldi), da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale, e con Marsilio i romanzi Edisol- M. Water Solubile (2002) e Tu non sai cos’è l’amore (2006), anch’esso diventato uno spettacolo teatrale.
Nel 2012 Einaudi ha pubblicato Il bambino indaco. Nel 2014, sempre per Einaudi, è uscito il romanzo breve Gli invincibili. Seguono nel 2016 Mi piace camminare sui tetti (Rizzoli) e nel 2018 L’innocente (Mondadori).

Paquito

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Luna nera – Le città perdute (Tiziana Triana)

9788845400810_0_0_471_75«Capirai come trasformare la paura in forza, la debolezza in potenza e a renderti conto che le risposte non servono mai e che le domande, quando sono giuste, generano altre domande. Forse ancora più giuste. Quindi non chiederti se sei una strega, chiediti semplicemente chi sei. Se tutto questo credi che faccia di noi delle streghe, allora lo siamo.»

Cosa significa essere una strega? Nel diciassettesimo secolo strega poteva essere qualunque donna considerata strana, fuori dagli schemi, che non si adattava alla morale e alle regole comuni. Streghe erano le donne che curavano con le erbe, che studiavano e leggevano, che espandevano i loro orizzonti, che superavano gli uomini nelle arti che fino ad allora erano state loro precluse.
In “Le città perdute”, primo capitolo della serie “Luna nera”, di Tiziana Triana (edito da Sonzogno), la strega è Adelaide, Ade, che vive a Torre Rossa nelle campagne del Lazio. Adeha imparato dalla nonna a preparare infusi per alleviare piccoli e grandi malanni e ad aiutare le donne durante il travaglio. Quando però uno sfortunato evento le si ritorce contro, ecco che sul suo capo pende l’accusa di stregoneria che può portarla dritta al rogo. Così, per la sopravvivenza sua e di suo fratello Valente, Ade accetta la protezione di alcune donne che vivono nascoste nel bosco e che si dice pratichino arti oscure. Da queste donne Ade imparerà molto più di quanto si aspettava scoprendo un universo di conoscenza e forza che le permetterà di guardare con occhi nuovi il mondo nel quale fino ad allora aveva vissuto. Ma, ovviamente, la presenza di queste donne indipendenti, libere da qualsiasi controllo e legge che non sia la propria, non passa inosservata ad un gruppo di uomini forti sostenuti dalla chiesa cattolica: sono i Benandanti, che daranno la caccia ad Ade e alle sue compagne.
“Luna nera” è una storia di empowerment femminile nella quale il tema della stregoneria e della magia si scontra sempre con i dettami della religione, che a sua volta si trova in contrapposizione a quello della scienza: è il mondo nuovo, quello delle donne streghe (intese come donne libere e indipendenti) e della scienza che si oppone al vecchio, quello della chiesa, inteso nella sua accezione più negativa e ottusa, rappresentata dall’Inquisizione. Tiziana Triana ha creato un mondo di opposti e scontri: uomini contro donne, libertà contro sottomissione, scienza contro religione, ignoranza contro conoscenza; ma, ancor di più, ha creato un mondo di uomini e donne in perenne contrasto soprattutto con se stessi, in lotta tra quanto è stato loro insegnato a credere e il sogno di un mondo migliore e più giusto.

Luna Nera – Le Città Perdute, è il suo esordio come scrittrice e, si può dire, è stato un esordio con il botto. Prima ancora dell’uscita del libro si era già sparsa la voce della produzione della serie tv targata Netflix. Ti aspettavi che questo lavoro avrebbe avuto un successo così immediato? Impossibile potersi aspettare una cosa del genere. Anche perché non era nei programmi neanche la pubblicazione del libro. Nella vita faccio un altro mestiere, sono la direttrice editoriale di Fandango Libri e “Luna Nera” era un po’ il mio segreto ben custodito fino a tre anni fa, appunto. Poi ho trovato un editore molto bravo e paziente (con me), Sonzogno, e il libro è finalmente uscito, poco dopo la serie.
I personaggi del hanno tutti delle peculiarità e una personalità ben delineata. Hai tratto ispirazione da qualche personaggio storico o immaginario per delinearli? La maggior parte dei personaggi, degli ambienti e delle back stories devono molto agli anni di letture, studi e approfondimenti sulla storia della stregoneria e sulla storia delle donne nell’era moderna. Saggistica storica per lo più, ma anche tante biografie e racconti. Ci sono delle relazioni facilmente riconoscibili Aquileia/Artemisia Gentileschi e altre meno immediate.
Come sono nate Le Città Perdute o meglio, l’idea di riunire un gruppo di donne con uno scopo comune sotto questo nome? È stata una delle idee fondatrici del romanzo, insieme alla lettura dei Benandanti di Carlo Ginzburg. Mi piaceva l’idea di immaginare un gruppo di donne emarginate che avesse trovato il modo di vivere nascosto nelle pieghe della Storia ritagliandosi un ruolo da protagonista, almeno del proprio destino. Qualcosa che le donne, a un certo livello hanno sempre fatto. Qui ho radicalizzato la possibilità e inserito un po’ di magia.
Ora, una curiosità: l’ultimo libro letto? Un libro sul Noce di Benevento, l’albero sacro delle Janare.
A un lettore che ha apprezzato il tuo romanzo, quali altri libri consiglieresti? Se vuole continuare a leggere delle saghe che mescolano il fantastico con la storia sicuramente la trilogia delle anime di Deborah Harkness, per approfondire il tema della stregoneria i meravigliosi studi di Carlo Ginzburg, per conoscere le streghe di oggi Morgana di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, per libri che non riesci a smettere di leggere I Leoni di Sicilia di Stefania Auci e tutta la tetralogia dell’Amica Geniale di Elena Ferrante, per spaventarsi con stile Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson e Magia Nera di Loredana Lipperini. Infine per capire come si scrive un vero romanzo storico avvincente L’Architettrice di Melania Mazzucco e La Chimera di Sebastiano Vassalli. Potrei continuare per ore. Mi fermo.
Ci racconti il romanzo in 300 battute? In un mondo spietato, una giovane levatrice, Ade, viene accusata di stregoneria e trova rifugio in una comunità di donne ribelli.  A questa comunità danno una caccia spietata i benandanti, capitanati da Sante, il padre di Pietro: una congrega di uomini che ha un solo nemico – le streghe –, e un potente sostenitore – la Chiesa. Solo che Pietro non crede nelle streghe, e soprattutto si è innamorato di Ade dal primo momento in cui l’ha vista.
Un saluto ai lettori medi. Ciao lettori e lettrici medi, grazie a voi la media di lettura in Italia si alza considerevolmente e questa non può essere che una splendida notizia. Da una lettrice media appassionata, un abbraccio virtuale.

Titolo: Luna Nera – Le città perdute
Autrice: Tiziana Triana
Genere: Fantasy
Casa editrice: Sonzogno
Pagine: 527
Anno: 2019
Prezzo: € 19,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Consiglio di lettura: “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley (per leggere la recensione clicca qui)
Filmografia consigliata:Dalla trilogia “Luna nera” è stata tratta la serie tv omonima disponibile su Netflix.

L’autrice
Tiziana Triana vive e lavora a Roma dove svolge il ruolo di direttrice editoriale per Fandango Libri. “Le città perdute” è il primo volume della trilogia della “Luna nera” ed è il suo romanzo d’esordio.

Giovanna