Lettore medio

Tre madri (Francesca Serafini)

Di là dal fiume e tra gli alberi del bosco alto, nei giorni di libeccio, quando dalla ferriera antica il fumo si abbassa fino alla foschia del primo mattino, il profilo medievale di Montezenta si distingue appena, tutto avvolto da una nebbia in cui la natura e le sue insidie si allacciano per consegnare alla vista la definizione opaca di un’ecografia prenatale.

Un incipit manzoniano, personaggi che creano immediatamente empatia coi lettori e un taglio cinematografico che favorisce lo scorrere delle pagine. “Tre madri”, il romanzo d’esordio di Francesca Serafini (edito da La Nave di Teseo) ha tutti i requisiti per essere promosso a pieni voti. Almeno per me, chiaramente. Lettore che ha bisogno di stimoli visivi – e qui ve ne sono numerosi – e di un dialogo che mandi avanti l’azione anche quando i personaggi sono immobili.

La Serafini utilizza la sua esperienza cinematografica per dare sostanza al più classico dei gialli non ancora letti: Lisa Mancini e un commissario di Polizia che indaga sulla scomparsa di River, un adolescente del quale si sono perse le tracce da giorni. Un’indagine nella quale viene coinvolta la comunità locale – gli abitanti di Montenzenta, città inesistente nella quale convergono le anime di alcuni borghi romagnoli – e che diviene per Lisa l’occasione per indagare dentro sé stessa, nel suo passato in giro per l’Europa con addosso la divisa dell’Interpol e le conseguenti scelte che la portano in un paesino immerso in un contesto molto bucolico e perciò fitto di misteri.

Trama avvincente, colpi di scena che spiazzano – ma non guastano – e un registro linguistico decisamente al passo coi tempi. Non aggiungo altro lasciando la parola all’autrice.

“Tre madri”. Come è nato questo romanzo?

È nata come prima cosa la sua protagonista: Lisa Mancini. È arrivata tutta intera, con la sua storia, le sue ossessioni, il suo carattere. Potevo tenerla da parte per una sceneggiatura (servono sempre personaggi da inserire in un contesto suggerito da altri, come capita nel mio mestiere). Però, più ci pensavo – più la pensavo – e più mi rendevo conto che in questo caso non avevo voglia di affidarla all’iter canonico della sceneggiatura, che è un tipo di scrittura destinata per natura alla condivisione con chi poi la dovrà trasformare in un film. Volevo lavorarci entrando nella sua testa (una cosa che il cinema ti permette solo con la voce pensiero: una tecnica che amo poco, tranne poche eccezioni, come l’uso che ne fa Scorsese). E volevo anche dedicarmi alla lingua in un modo diverso da quello che, di nuovo, permette la sceneggiatura, dove resta traccia del tuo lavoro sulla parola soltanto nei dialoghi. Invece per me l’aspetto più emozionante della lingua è la sintassi: il modo in cui il pensiero si trasforma in lingua, diramandosi in tanti rivoli paralleli che il discorso sulla pagina ti permette di complicare. Anche perché, in tempi di semplificazioni continue, considero la complessità un valore.

Cominciamo con Lisa Mancini, la protagonista. Non solo una commissaria di polizia ma una donna con un vissuto molto importante e, a mio parere, la metafora della trasformazione continua. Quanto c’è (se c’è) di autobiografico e quanto di vissuto in questo personaggio?

Lisa ha in comune con me il percorso scolastico e la passione-ossessione per le parole. Per il resto, riassume caratteristiche e situazioni di tante persone diverse che ho incontrato e che mi sembravano adatte alla sua personalità, che è arrivata come fosse quella di una persona vera. Stratificata e adattabile al contesto in cui si trova a confrontarsi. È vero che si trasforma continuamente, perché come tutte le persone intelligenti non solo si adegua ai suoi interlocutori e al suo ruolo in un determinato momento, ma soprattutto il rapporto con l’altro rispetto a lei la porta continuamente a mettersi in discussione. Amo le persone che lo fanno e siccome a lei ho voluto un gran bene fin dal primo momento, volevo che avesse questa prerogativa.

Parte integrante del tuo romanzo è il dialogo, quello tra i personaggi ma anche e soprattutto quello tra generazioni: da un lato i millennials – molto a bravi a comunicare coi social ma spesso restii a palesare le proprie emozioni – dall’altro gli attuali quarantenni tante, troppe volte, adolescenti coi capelli bianchi. Quanto è stato stimolante questo continuo botta e risposta?

foto di Stefano Gagliarducci

Sono convinta che la maturità non abbia a che fare con l’anagrafe. Si può essere adulti già da giovanissimi, oppure non diventarlo mai. Qualcosa che ha a che fare molto con la capacità di ascolto, secondo me. Quando riusciamo a sollevare lo sguardo da noi, a comprendere il tormento di qualcun altro (non è questo che ci aspettiamo dai nostri genitori quando siamo piccoli? che siano disposti ad abbandonare tutto il resto non appena gli avanziamo una nostra necessità?), molto spesso stiamo cogliendo un’occasione di crescita. Chi non ascolta non cresce e non solo non è in grado di aiutare nessun altro, ma soprattutto non è in grado di aiutare sé stesso. Perché – quando non si tratta di problemi davvero irrisolvibili – è proprio il confronto con gli altri a ridurre quasi sempre il nostro problema – quello che ci toglie il sonno la notte e svariate occasioni di bellezza durante il giorno – e ad aiutarci a gestirlo.

Il messaggio che arriva forte dalle pagine della tua storia è: non esiste mestiere più difficile del genitore. Riflessione condivisibile?

Siamo tutti bravissimi a puntare il dito sui nostri genitori e su quelli degli altri, a imputare loro ogni responsabilità di quello che non ci piace di noi. Non ho risposte su questo tema, ma invece chiarissima una domanda: quando arriva il momento in cui delle cose che facciamo e diciamo la responsabilità è solo nostra?

In che modo i testi di Fabrizio de André hanno caratterizzato la storia e, soprattutto, la tua scrittura?

Fabrizio De André ha un ruolo fondamentale nella mia formazione. Due sono state le lezioni che mi hanno influenzato. Il rigore maniacale nel lavoro sulla parola; e lo sguardo: il modo in cui ha sempre trattato i personaggi senza giudizio. Non si è mai posto in una posizione superiore e giudicante. Li ha raccontati tutti con curiosità e rispetto, anche quando probabilmente li sentiva distanti da lui. Sono due caratteristiche che ha in comune con Claudio Caligari, un altro grande maestro che ho avuto la fortuna di conoscere. Sono stati entrambi decisivi per me, quale che sia il risultato delle mie sperimentazioni inserendomi a modo mio sulla strada che mi hanno indicato.

Il personaggio di Lisa si presta alla sua lunga serialità. Una prospettiva del genere ti spaventa oppure ti stimola?

Tutte e due le cose insieme, in questa fase. Da un lato un certo nomadismo della mia curiosità mi porta ogni volta a esplorare territori sconosciuti, e quindi per certi versi vorrei già essere da un’altra parte a mettermi alla prova in un altro tipo di esordio. Dall’altro lato, però, Lisa Mancini già mi manca. Sento che il suo percorso è solo cominciato e che potrebbe essere anche quello un mondo ancora da conoscere. Questo succederà soltanto se lungo il cammino che faremo insieme nei mesi in cui ho intenzione di accompagnarla, sentirò che non si tratta di un’esigenza solo mia. Di storie sul suo conto continuerò a raccontarmene. Deciderò di condividerle solo se incontrerò chi ha curiosità di ascoltarle.

Cosa ti aspetti da questo libro?

Che ne venga compresa la sincerità e il coraggio che sempre comporta questo sentimento.

Titolo: Tre madri

Autore: Francesca Serafini

Genere: Romanzo di formazione; giallo

Casa editrice: La Nave di Teseo

Pagine: 303

Anno: 2021

Prezzo: € 16,00

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Serie tv consigliata: “I segreti di Twin Peaks” ideata da David Lynch e Mark Frost

L’autrice

Francesca Serafini ha pubblicato tra le altre cose “Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura”, “Di calcio non si parla” e “Lui, io, noi” (con Dori Ghezzi e Giordano Meacci). Scrive da anni sceneggiature per la tv e per il cinema: con Claudio Caligari e Giordano Meacci ha scritto “Non essere cattivo”, film dell’anno ai Nastri d’argento nel 2016 e candidato italiano agli Oscar nello stesso anno. Sempre con Giordano Meacci ha scritto il biopic “Fabrizio De André – Principe libero” del 2018. “Tre madri” è il suo primo romanzo.

Paquito

Lettore medio

Una giostra di duci e paladini (Alberto Cassani)

Il nostro è stato un giro di giostra, la giostra di un manipolo di idealisti che per uno scherzo del destino si trovano a sfidare le logiche del Potere.

C’erano una volta un giornalista scomparso nel nulla, un gruppo di amici di vecchia data che si mettono sulle sue tracce e un intrigo politico dal quale cercare di uscire indenni. Volendo sintetizzare al massimo, sono questi alcuni degli ingredienti principali del nuovo thriller di Alberto Cassani “Una giostra di duci e paladini” (edito da Baldini+Castoldi).

Essendo un romanzo di tal genere capirete bene che non posso aggiungere molto altro della trama, rischierei di dire troppo e rovinarvi l’effetto sorpresa. Per questo motivo, preferisco mettere in luce quelli che, nella mia opinione, sono i punti di forza della storia.

Innanzitutto, i personaggi. I protagonisti di questa vicenda sono persone normali, dipinte nella loro totalità fatta di debolezze, compromessi, di lotta quotidiana per raggiungere degli obiettivi ma anche di momenti in cui è stato più facile arrendersi. Viene spontaneo trovare in loro qualcosa di sé stessi, fosse anche solo nel difficile rapporto con i cavilli della burocrazia e i giochi di potere.

Poi, l’ironia. È un aspetto davvero singolare, considerando il genere thriller/spy story a cui appartiene il romanzo, ma risulta assolutamente funzionale all’economia della storia poiché smorza e alleggerisce alcuni dei momenti più cupi o rocamboleschi.

Infine, la presenza di un narratore onnisciente che fa anticipazioni ma non troppe, spiega i retroscena e incuriosisce permettendo al lettore di sentirsi maggiormente coinvolto – sebbene da dietro le quinte – nella vicenda.

Un altro titolo di grande spessore per Baldini+Castoldi e una scommessa vinta per l’autore che ringrazio per avermi concesso una breve intervista.

Come è nato il tuo romanzo “Una giostra di duci e paladini”?

È nato dalla volontà di raccontare la storia di un gruppo di amici che dopo essersi allontanati si ritrovano nel momento del pericolo. Ma è nato anche dalla volontà di costruire un intreccio in cui la vita di provincia incontrava le trame della Storia e di un Mondo più vasto. Poi, certo, c’era anche la spinta a presentare un mio punto di vista sui tempi in cui ci troviamo a vivere.

foto di Giampiero Corelli

Il titolo che hai scelto è davvero singolare. Da dove deriva?

Mi ha ispirato la traduzione di un brano del “Faust” di Goethe, in cui, parlando dello spirito dei tempi, si accenna alle tragedie di duci e paladini. Io mi sono limitato a sostituire le tragedie con la parola giostra che dava un’idea più giocosa e movimentata di quel conflitto tra parti contrapposte che, in un alternarsi di momenti divertenti e di altri più drammatici, accompagna il lettore dall’inizio alla fine.

Politica e cultura sono i pilastri portanti di questo romanzo. Sembrano due mondi distanti eppure sono legati indissolubilmente. Nella tua opinione come è cambiato, se lo è, il loro rapporto nel corso del tempo?

Il discorso sarebbe lungo. Dovendo ridurlo all’osso, la mia impressione è che il rapporto tra politica e cultura si sia nel corso del tempo progressivamente indebolito. È stato forte fino a quando la politica si è fondata su apparati ideologici che implicavano una elaborazione intellettuale in grado di fornire una visione del mondo e una progettualità sul futuro. Da decenni, soprattutto per la sinistra, tutto questo è diventato anacronistico. Oggi le culture politiche sono state sostituite dal culto della comunicazione che inchioda la politica al simulacro del presente e rischia di emarginare la cultura in terreni desertici. Il romanzo però, su questo tema, lascia ancora qualche spazio alla speranza.

Grande attenzione è data anche al ricordo di un impegno politico tipico di un’epoca ormai lontana. Ha senso oggi parlare di impegno politico e come è cambiato secondo te questo concetto nel tempo?

Vi facevo riferimento rispondendo alla domanda precedente. L’impegno politico si è chiaramente modificato nelle forme e nei contenuti. Tutto si sviluppa, nasce e muore, all’insegna della velocità e della frammentazione. Ma gli ingredienti di base sono sempre quelli: passione, idealità e disciplina quanto basta (altrimenti resta solo il pragmatismo e la gestione del potere). Rispetto a quegli ingredienti, i più disorientati sono i miei coetanei, quelli della generazione di mezzo, che si trovano a non poter attingere né alla disponibilità a crederci dei più giovani, né alla pratica dell’impegno che ha segnato l’esperienza – e ora i ricordi – dei più anziani. Anche per questo, parlando di politica, per i quarantenni e i cinquantenni di oggi il disincanto sembra un destino ed è già un gran risultato per loro non sprofondare nel cinismo (o nella depressione). Ma è evidente che sto generalizzando.

Tornando al romanzo: una caratteristica evidente è la sottile ironia che percorre tutta la vicenda narrata, spesso anche nei suoi risvolti ad alta tensione. Possiamo definirlo un espediente narrativo oppure è una tua particolare cifra stilistica?

Direi che potrebbe essere definita una cifra stilistica, nel senso che l’aspetto umoristico, che pure non è mai smaccato, mi consente di mostrare l’ambiguità ironica di alcune circostanze e di alcune azioni dei personaggi. È un modo per depotenziare la forza apodittica della realtà o almeno l’onniscienza della narrazione. Credo ci sia bisogno, oggi più che mai, in tempi di parole urlate e violente, di una parola alleggerita, consapevole e ironica.

Senza spoilerare, possiamo dire che un passaggio importante nel tuo romanzo è dedicato al concetto di virtù, da un lato intesa come qualcosa di “utile a sopportare le ingiustizie altrui senza farsi travolgere”, dall’altro come “in medio stat virtus”. Qual è la tua opinione in merito?

La questione delle virtù è uno dei leitmotiv del romanzo (peraltro sulla falsariga di una citazione posta in esergo tratta dal “Misantropo” di Molière). Si confrontano lo scetticismo di chi crede solo alle piccole virtù, quelle che servono a non farsi sopraffare, e la speranza di chi confida nella forza delle grandi virtù e nella possibilità di cambiare, attraverso il loro esercizio, il corso delle cose. Personalmente, come si conviene alla mia generazione, sono in bilico, anche se, dopo anni in cui il cosiddetto pessimismo dell’intelligenza ha teso via via a prevalere sull’ottimismo della volontà, spero che nella terza età la tendenza si capovolga.

Come è stato accolto e cosa ti aspetti da questo libro?

Mi pare che il romanzo stia interessando e divertendo molti tra i lettori. E, banalmente, è questo che mi auguravo succedesse. D’altra parte, però, questo è solo il mio secondo romanzo, quindi per me ogni esperienza nel fantastico mondo letterario è una scoperta e la sua novità non mi consente di farmi troppe aspettative. E questo credo sia positivo perché lascia più liberi e sereni nel godersi il buono che può venire.         

Titolo: Una giostra di duci e paladini

Autore: Alberto Cassani

Casa editrice: Baldini+Castoldi

Genere: Thriller, spy-story

Pagine: 356

Anno: 2020

Prezzo: € 18,00

Tempo medio di lettura: 7 giorni

L’autore

Alberto Cassani è nato e vive a Ravenna. Nel 2018 con Baldini+Castoldi ha pubblicato il suo primo romanzo “L’uomo di Mosca”.

Vera

Lettore medio

Il giornalista che si fece notizia (Piero Antonio Toma)

Ciascuno di noi ha il diritto al suo quarto d’ora di celebrità. Per arrivarci schiere di uomini e donne ce l’hanno messa tutta. E forse anche oltre il lecito. Ora una parte del nostro mondo sembra rovesciarsi su sé stessa. Stiamo facendo a gara per nasconderci. Dalla narratrice Elena Ferrante all’artista di strada Banksy, […] non ne vogliono sapere di essere additati, riconosciuti e fermati per strada per un selfie o un autografo. E così camminano nascondendosi sotto una felpa. Ora è arrivato il nostro quarto d’ora di oscuramento.

Gianluigi dirige il telegiornale presso un’emittente privata. Presto si rende conto che per alzare gli indici di ascolto è necessario dare una svolta al palinsesto televisivo. Così dà inizio a una serie di talk show nei quali invita gli opinionisti più disparati per trattare gli argomenti più discussi del momento. Ma Gianluigi ha una doppia vita: di notte smette i panni di giornalista per diventare qualcun altro, una figura poco convenzionale e, soprattutto, poco “pulita”. Riuscirà a portare avanti entrambi i progetti lavorativi senza farsi scoprire?

A metà tra saggio e romanzo, “Il giornalista che si fece notizia” di Piero Antonio Toma (editore Homo Scrivens) diventa un pretesto per trattare i temi  più scottanti dell’attualità. Una satira sociale e di costume che non risparmia nulla: politica, lavoro, educazione dei figli, social network, TV spazzatura. Perché in un mondo popolato da (sedicenti) opinionisti, tutto può essere fonte di discussioni e polemiche, le stesse che,come accade nella realtà, fanno lievitare la popolarità del protagonista.

Per sferrare questo attacco al sistema, Toma si avvale continuamente di personaggi e citazioni dotte, in primis di Umberto Eco, che cita spesso durante la narrazione e che, probabilmente, costituisce il suo modello d’ispirazione, soprattutto nel suo dire che «i social network stanno dando voce a un popolo di imbecilli».

Senza volersi ergere a paladino della giustizia, ma anzi mantenendo un certo equilibrio e una certa obiettività di vedute, Toma vuole dimostrare che per ottenere quei famosi quindici minuti di celebrità profetizzati da Andy Warhol ogni scusa è buona per creare un vespaio di polemiche, perché dalle polemiche ogni argomento è potenzialmente motivo di discussione, e ogni discussione alimenta altre discussioni e così via, sicché tutti, anche i più ignoranti, possano sentirsi parte attiva e vivace di un contesto. Esattamente la finalità della trasmissione del protagonista Gianluigi.

Con una voce narrante in terza persona che, nonostante l’apparente distacco dal protagonista, non pregiudica l’immedesimazione del lettore, Toma ci dipinge un quadro dolceamaro della attuale situazione socioculturale che, se da un lato ci strappa qualche sorriso, dall’altro vuole farci riflettere sulla deriva cui il mondo dei media sta progressivamente andando, come lui stesso spiega in questa breve intervista a beneficio di tutti i follower del Lettore Medio.

Nel romanzo sono continuamente citati aneddoti, personaggi, avvenimenti storici. Quanto è stato immenso il lavoro di ricerca che hai fatto?

Essendo nato giornalista, professione che continuo a praticare specialmente nelle recensioni di saggi e romanzi,  mi sono sempre circondato di autori che la lettura dei giornali e dei libri mi ha fatto conoscere e praticare. Con loro, come accade a tutti noi lettori, ho vissuto molte vite, oltre alla mia.  E così cerco di tenermeli sempre vicini con la consapevolezza che il loro sapere non solo adorna i miei scritti, ma li arricchisce e dona al lettore un ulteriore motivo di interesse. Lo ripeto: cerco sempre che la presenza del pensiero di un autore in un mio libro non sia solo un esergo ma un modo perché anche lui ne faccia parte integrante e ne diventi un protagonista.

Nella narrazione parli spesso di Umberto Eco. È lui il tuo modello di ispirazione? Quali sono gli altri autori a cui fai riferimento?

Sì, Umberto Eco per me è un Grande Fratello nella semiologia, nei romanzi, nelle acute analisi  giornalistiche, volte ormai al passato, e nelle felici sentenze cosparse da ironia, dai cretini che affollano i social al colpevole che uno deve cercare per incolparlo della propria pochezza. Le cito un aforisma che trovo molto attuale: una volta un tale che doveva fare  una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull’argomento e li leggeva; oggi schiaccia un bottone del suo computer, riceve una bibliografia di diecimila titoli, e rinuncia.

L’espediente del talk show è un modo per presentare ai lettori, su un argomento qualunque di discussione, più punti di vista differenti. Quanto può essere importante uno scambio di opinioni televisivo o sui social e quali possono invece esserne gli aspetti negativi.

Bisogna tenere conto che da una parte ci sono sempre o quasi sempre gli esperti e dall’altra i telespettatori. Questo è lo schema più diffuso. E i telespettatori tutti a scodinzolare senza diritto di parola, salvo quello del telecomando. Nel  mio libro, io scrivo di  una emittente di provincia che, in virtù dello spirito di una comunità circoscritta anche agli stessi esperti, continua ancora ad appassionare. Un esempio invece ben riuscito di coinvolgimento del pubblico che ascolta è quello radiofonico di Rai: di buon mattino, prima con la Rassegna Stampa condotta da un giornalista poi con 45 minuti dedicati esclusivamente agli interventi degli ascoltatori, e infine con “La Città ne parla” nella quale sono scelte domande avanzate dalla Rassegna Stampa e sulle quali si imbastisce una discussione a cui partecipano con pari presenze esperti e ascoltatori. Attualmente nei talk show televisivi, come sappiamo, prevale la comunione degli esperti nei diversi campi, degli stessi uomini politici e, in questo tempo di pandemia, dei vari sanitari. Credo che di questi talk show ce ne siano troppi e temo che per questa ragione vadano diminuendo l’attenzione e l’audience. E questo è un aspetto negativo come a dire che l’assuefazione induce a cambiare canale. E ciò accade quando su certi argomenti, sia pure di attualità, si insiste troppo. Pensate ad esempio al La7 e anche a Rai 3. Purtroppo non ho esperienza degli altri canali, di quelli Mediaset in particolare. Per fortuna la stessa Rai  può spaziare in tanti altri suoi canali, ben diversificati, anche se sono tutti lastricati da troppa pubblicità, che se viene accettata nelle reti private, lo è di meno in quella pubblica che tutti noi paghiamo.  

Nel libro si parla anche di hacker. Il problema della violazione dei sistemi informatici è, negli ultimi anni, molto sentito, soprattutto per il pericolo di furto di dati sensibili. Quale potrebbe essere la soluzione?

Sotto sotto, per tratteggiare il mio personaggio che da affermato giornalista video diventa anche un hacker, sono partito da una diffusa superficialità che accomuna tutti coloro che si trovano a fare il suo mestiere. Al piacere della firma nel giornalismo della carta stampata si è poi aggiunta la vanagloria legata all’immagine e al consenso più che al dissenso che essa si lascia dietro e alla  superficialità che porta a una certa idea di onnipotenza. Alla fine questo nuovo superomismo induce a percorrere altri sentieri, magari pericolosi e illegali, con la presunzione di indossare i panni di giustizieri e di crogiolarvisi dentro.

Quali sono i tuoi progetti futuri, letterari e non?

È uscito in questi giorni “A suon di parole”, un divertente libro scritto a quattro mani insieme col cantautore Lini Blandissi e che contiene anche un CD con 13 canzoni, scritte da me e da lui  composte e interpretate. Una quattordicesima canzone è tratta da una bella poesia di Luigi Compagnone. E sta per uscire un volume che ho curato dal titolo “Nulla sarà come prima?” e nel quale ho chiamato a raccolta una quarantina di studiosi di varie materie, dalla medicina all’arte, dalla filosofia alla letteratura, perché esprimano il loro parere sul post pandemico. E infine altri due romanzi sono in via di definizione.

Titolo: Il giornalista che si fece notizia

Autore: Piero Antonio Toma

Genere: Satira sociale

Casa editrice: Homo Scrivens (collana Dieci)

Pagine: 155

Anno: 2019

Musica consigliata: L’intero repertorio diCharlie Parker

Film consigliati:Tutti gli uomini del Presidente (1976) di Alan J. Pakula

Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore

Piero Antonio Toma (Tuglie, 1935) è giornalista, scrittore ed editore italiano. Esordisce giovanissimo nel suo paese d’origine come corrispondente di numerosi quotidiani e settimanali. Nel 1962 si laurea all’Università di Napoli in Scienze Politiche con 110/110: è la prima tesi in Italia sulla Cina comunista.
Ha collaborato a numerosi quotidiani, da Il Mattino a Il Corriere della Sera, da La Gazzetta del Mezzogiorno, a Il Sole 24 ORE, dove è rimasto per una ventina d’anni. Ha fondato e diretto numerosi periodici, come La Gazzetta della Campania, Napoli Guide(la prima testata di quartiere a Napoli), Vomero News e un mensile per la diffusione del libro, Lèggere Leggèro. Collabora con La Repubblica di Napoli.È autore di saggi, poesie e racconti.

Giano

Lettore medio

I poteri forti (Giuseppe Zucco)

Una risata lo svegliò nel cuore della notte. Una risata così squilibrata e orribile che tirandosi a sedere in mezzo al letto non seppe a chi attribuirla.

Per qualsiasi autore il racconto è un esame di maturità. Il patto col lettore va sancito alla prima sillaba e bisogna onorarlo fino al punto che completa la narrazione. Più che in un romanzo.

Giuseppe Zucco, autore de “I poteri forti” (NN Editore) onora le promesse con cinque storie dal grandissimo impatto emotivo. Cinque narrazioni brevi che lasciano il segno, supportate da una scrittura moderna e diretta che strizza l’occhio ai classici e alla scuola americana.

La notte come set per le sue storie nelle quali i personaggi sono costretti a fare i conti con loro stessi, con una routine che logora l’esistenza, con fantasmi che mettono meno paura del vicino di casa. Cinque storie che mi hanno conquistato e delle quali parlo volentieri con l’autore.

“I poteri forti”. Come è nato questo libro?

Questo libro è nato sull’onda di un entusiasmo crescente. Era il periodo tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019. Venivo da una piccola operazione e non potevo fare altro che starmene sdraiato e leggere. Leggevo libri che ancora adesso non hanno finito di esercitare il loro potere su di me. “L’uomo che ride” di Hugo, “Thérèse Raquin” di Zola, “L’eterno marito” e “L’idiota” di Dostoevskij, “Jesus’Son” di Johnson, “Vergogna” di Coetzee, “I ragazzi terribili” di Cocteau, “Racconti di Pietroburgo” di Gogol’. Hai presente il momento in cui qualcosa allarga le sbarre della gabbia in cui la vita ti costringe, e ti dà forza, e tu ti senti invasato da questa forza, e senti che questa forza prima o poi scorrerà via da te propagandosi in un modo imprevedibile? Ecco, appena sono stato meglio, senza pianificare nulla, ho cominciato a scrivere questo libro. Sapevo solo che sarebbe stato un libro di racconti, questo sì – da anni mi ronzavano in testa piccole immagini che non avevano mai trovato compimento. Per il resto, ho infilato la testa nel buio, e ho cominciato a camminare in luoghi sconosciuti tendendo le mani avanti. Così ho scritto “Un ramo spaccato in due”, ed è stato fondamentale, perché lì ho come fissato le regole del gioco. Avrei scritto racconti lunghi lunghi, con pochi personaggi, e questi personaggi avrebbero dato luogo a relazioni sentimentali fortissime, capaci di spalancare e riformulare il mondo. Ho attaccato a scrivere il libro a febbraio, a giugno era finito. Non mi è mai successa una cosa così – scrivere con questa velocità, con questa concentrazione, come in apnea, senza riprendere fiato. Scrivevo un racconto al mese, e per sbarazzarmene, per non impantanarmi in una revisione e iniziare subito a scriverne un altro, lo spedivo ai miei agenti che, probabilmente, mi hanno preso per un grafomane! È proprio così, non si finisce mai di ricoprirsi di ridicolo. Ma c’è gioia più grande del sentirsi vettore di una forza che andrà oltre gli scatti febbrili delle tue piccole mani?

Molto interessante è il lavoro sui conflitti: dai coniugi ai semplici conoscenti, senza dimenticare il confronto coi propri demoni interiori. Quanto è stato stimolante questo lavoro introspettivo?

Scrivere, per me, è rischio, pericolo, avventura. Non fare piani, non fare progetti, imboccare di corsa una strada immersa nell’ombra, avendo fede che qualcosa di imprevisto lungo il percorso accada e ti trasformi. Così, anche questa volta, scrivendo questi racconti, non sapevo nulla – i vari mondi delle storie narrate mi si spalancavano poco per volta davanti, e più mi immergevo in essi, più ne facevo esperienza. Ma a metà di questa corsa, quando ho trovato il titolo del racconto che andavo scrivendo, con improvviso stupore mi sono accorto che quello poteva essere una porta di accesso non solo del racconto in sé, ma dell’intero libro. Ecco, sì, “I poteri forti”. Nel linguaggio comune designa qualcosa di esterno a te, di lontano da te, che in maniera occulta, per fini imperscrutabili, dirige, controlla, spinge la tua vita,  in una direzione che quasi mai si accorda al tuo volere. E sarà pure così, ma da sempre penso che questa espressione rimandi alla proiezione esterna di una paura tremenda. Voglio dire, non sarà che questi poteri forti, invece di trovarsi fuori di noi, in realtà siano dentro noi? E cosa sono allora questi poteri forti? Non saranno per caso i desideri, le pulsioni, i sentimenti, di cui abbiamo poca o nulla coscienza? Ecco, messa così, noi tutti siamo proprietari di poteri forti, cioè di una potenza, di una energia, di una forza, che scarsamente riusciamo a dirigere e con cui, per vivere, dobbiamo venire a patti. Non siamo noi a disporre di questa potenza, è questa potenza a disporre di noi. Così, noi, da sempre, dal primo vagito, siamo una potenza in atto, siamo una forza a tratti incontrollabile che produce effetti sul mondo. E cosa succede quando tu, che sei una potenza in atto, incontri un’altra potenza in atto sul tuo cammino? Seguendo gli insegnamenti di Spinoza e di Deleuze, succedono due cose di capitale importanza. La gioia e la tristezza. Se ciò che incontri sul tuo cammino fa di tutto per sminuirti, per svilirti, per deriderti, per considerarti piccola inutile cosa, ecco che la tua potenza crolla, ecco che insorge la tristezza e arriva la depressione. Ma se, al contrario, ciò che incontri sul tuo cammino ti ama, ti cura, illumina la tua strada e riformula il mondo come un luogo in cui niente è dato per sempre e tutto può ancora accadere, ecco che la tua potenza si eleva e si espande, ecco la moltiplicazione della gioia di vivere. Così, tornando alla tua domanda, forse per questo ho fatto emergere così tanto l’interiorità dei miei personaggi attraverso le loro azioni e i loro pensieri, forse per questo li ho fatti ripetutamente incontrare e scontrare, per dare conto di questa potenza in atto, per restituire la vita come un’arte dell’incontro tra potenze che, in un istante, combinandosi tra di loro, possono concedersi la tristezza o la gioia, l’annichilimento del mondo o la sua riapertura completa.

© 2021 Giliola CHISTE

La tua scrittura ricorda quella Carver, per lo stile asciutto, e di Salinger, per i sottotesti e per la spigolosità di alcune situazioni. Quanti e quali sono stati gli autori che hanno segnato la tua formazione di lettore, ma soprattutto di autore?

Carver, sì, l’ho letto nei primi anni dell’università. E Salinger lo conosco bene. Di suo, in particolare, stravedo per “Franny e Zooey”. Ma, a essere sincero, sono stati altri libri a indicarmi la via. Da sempre tendo a scrivere con frasi larghe, grasse, piene di volute. Nei miei primi libri, “Tutti bambini” e “Il cuore è un cane senza nome”, compaiono frasi lunghe lunghe, alcune lunghe una pagina intera. L’idea che alimenta questo modo di scrivere è che il mondo è complesso, la realtà è complessa, la vita è complessa, è che quando ti trovi a raccontare il mondo è impossibile scindere il mondo da chi lo vive, il mondo dalla carne viva di chi lo esplora, la materia dalle sensazioni che genera. Tra l’altro, come diceva Calvino, l’uomo non è che un luogo della materia. Così, per dare conto dei molteplici livelli di tutta questa materia senziente che non finisce mai di intrecciarsi, allargavo i limiti della frase e cercavo di tenere tutto dentro. Ma questa volta, anche per amore di avventura, mettendomi in pericolo su una strada mai battuta, ho cercato un altro stile, più pulito, più diritto, più sincopato. E, tra i tantissimi libri, mi è stato di particolare aiuto leggere “Satana a Goraj” di Singer, “Pan” di Hamsun, “Vite immaginarie” di Schwob. Alla fine, credo che queste piccole frasi rendano l’idea di tante mattonelle su cui i miei personaggi mettono un piede dopo l’altro, come se il mondo si facesse pezzo per pezzo sotto i loro piedi mentre corrono sull’onda di qualche strana avventura. Ma se dovessi dire i nomi di tutti gli autori che mi hanno segnato, non basterebbe lo spazio, ci vorrebbe un’enciclopedia. Così, per non far torto a nessuno, non posso fare altro che nominare qui Edgar Allan Poe. A quattordici anni, niente mi teneva più sveglio dei suoi racconti. Una notte lessi “Il cuore rivelatore” e la mia vita cambiò per sempre. Fu lì che pensai che il mondo è infinitamente più fondo e misterioso di quanto crediamo. Fu lì che pensai che un giorno avrei scritto un libro anch’io, facendo delle parole un sentiero che si sarebbe allungato tra i bagliori di una stranissima terra in cui non vi è distinzione alcuna tra vita e morte, tra godimento e sofferenza, tra gioia e umiliazione, tra i regni e le specie, dove tutto respira in tutto, e ogni cosa è attributo di una sola sostanza.

Dai al lettore la possibilità di spiare dal buco della serratura, permettendogli di seguire – in silenzio assoluto, così da non perdere alcuna battuta – scene dal taglio molto cinematografico. Durante la stesura del manoscritto hai pensato all’evoluzione di questi racconti in sceneggiature?

Ah, ma il cinema è uno dei miei primi amori. Non perdo occasione di vedere un film. Ho studiato storia del cinema, per un anno ho frequentato un corso di sceneggiatura tenuto da Lara Fremder, la sceneggiatrice di “Garage Olimpo”. All’università, insieme a tanti amici, oltre a organizzare i cineforum, scrivevo per una rivista di critica cinematografica intitolata “Camerasutra” – un gioco di parole inventato da Bernardo Bertolucci che significa i piaceri dell’occhio. Oggi lavoro come regista televisivo. E se dico tutto questo, è per mettere subito le mani avanti, e denunciarmi: le immagini in movimento fanno da sempre parte della mia formazione. Non avrei vissuto tante vite, e non avrei avuto tante rivelazioni sul mondo e su me stesso, se non fossi così legato al cinema, a questo pozzo scuro da cui emergono certi fantasmi vorticanti. Tra l’altro, se proprio dovessi dire la mia – e, anche qui, non rischiassi di coprirmi di ridicolo facendo certi nomi – mi piace pensare “I poteri forti” vicino alle atmosfere di “Fuori orario” di Scorsese, “Eyes wide shut” di Kubrick, “Viaggio in Italia” di Rossellini, “Picnic at Hanging Rock” di Weir, “Mulholland Drive” di Lynch. Eppure, in generale, quando scrivo, parte del mio lavoro consiste proprio nell’annullare me stesso, e tutto ciò che so, tutto ciò che ho visto, e dare avvio a un mondo in cui i miei personaggi, mettendo presto carne e ossa, fanno da sé esperienza estrema della vita. Poi, magari, mentre scrivo, tutto ciò che so, tutto ciò che ho visto, tutto ciò che mi ha formato e che mi tiene sveglio la notte, riemerge in qualche modo imprevedibile. Ma per tornare alla tua domanda, no, mentre scrivevo non pensavo a una sceneggiatura. Francamente, non pensavo a niente che non stesse accadendo sotto i miei occhi scrivendo. Più che altro, cercavo solo di meritare, lavorando tantissimo, più che potevo, al limite delle mie possibilità, la forza delle prime immagini da cui sono germogliati questi racconti.

Come mai la scelta di non dare un nome ai personaggi?

Non è stata esattamente una scelta. Seguendo l’istinto, mi era capitato di farlo scrivendo “Il cuore è un cane senza nome”, senza alcuna premeditazione sono tornato a farlo qui, scrivendo “I poteri forti”. Non so, niente contro i nomi, ma ho come la sensazione che i nomi siano da sempre il culmine di una grande illusione. Tu dai i nomi alle cose, e ti sembra di conoscerle. Collochi le più diverse forme di vita dentro un recinto di sillabe, e sotto i tuoi occhi appaiono una volta per tutte incasellate, ordinate, identiche a se stesse. Eppure è esperienza di tutti i giorni guardarsi intorno e constatare che la vita sfugge costantemente alle nostre definizioni, e che non solo le piante, gli animali, le stelle lassù, i neutrini nel cuore della materia, si avverino intorno a noi come un mistero, ma che perfino le persone più care, quelle che respirano il nostro stesso respiro, racchiudano dentro di sé più verità di quanta ne riusciremo mai a scoprire in una vita intera. Ecco, alle volte, basta levare la pellicola del nome per ritrovare al di sotto la vita nel suo scomposto ribollire. Ed è questa la cosa interessante del non assegnare un nome alle cose – sciogliere la vita dai lacci delle identità e provare a coglierla e restituirla per ciò che realmente è, come un’infinita gemmazione di eventi, come puro e incessante divenire, come forza che trabocca in ogni direzione.

Torna spesso il discorso legato al cibo, con conseguente utilizzo della scrittura sensoriale. Espediente narrativo efficace o desiderio di creare empatia col lettore prendendolo per la gola?

Il cibo, già. Ne “I fratelli Karamazov”, dopo un funerale, quando il rito religioso prevede che i presenti mangino qualcosa tutti insieme, un uomo dice: «È strano tutto questo, Karamàzov, tanto dolore, e poi delle frittelle!». Ecco, con questa frase impressionante, nello sconcerto di quest’uomo che si ritrova a mangiare delle frittelle accanto alla salma di una persona cara, Dostoevskij registra il potere che ha il cibo nella nostra vita. Quello di scacciare la morte, di ricomporre il dolore, di addolcire le situazioni, di preservare la luminosità di certi ricordi, di ricucire sia pure temporaneamente i destini di persone molto diverse. Non è un caso se i funerali, i matrimoni, i battesimi, gli eventi di una certa importanza, si concludano tutti nello stesso modo, con un pranzo, una cena, un rinfresco. Il cibo, nell’incredibile varietà di forme che assume, celebrando se stesso, in realtà celebra la vita, e le infinite occasioni che le persone hanno di incontrarsi e di riconoscersi mangiando qualcosa insieme. Viene quasi da pensare che in questo modo il cibo offra la possibilità di capire come la materia, in sé, oltre al vorticare degli elettroni, nasconda altre particelle, ancora più vorticanti, ancora più cariche di conseguenze, i sentimenti – e la pietà, la dolcezza. Sì, la materia ha sempre qualcosa di sentimentale.

Cosa ti aspetti da questo libro?

Scrivere “I poteri forti” è stata una tale corsa incosciente, così colma di imprevisti e di sorprese, che spero vivamente che chiunque frequenti queste pagine possa fare avventura così come l’ho fatta io, e avvertire lo stesso tremore, lo stesso stupore, la stessa meraviglia.

Titolo: I poteri forti

Autrice: Giuseppe Zucco

Casa editrice: NN Editore

Genere: Racconti

Pagine: 166

Anno edizione: 2021

Prezzo: € 17,00

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Consigli di lettura: “I nove racconti” di Salinger

L’autore

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia “L’età della febbre” (minimum fax, 2015). Ha pubblicato una raccolta di racconti, “Tutti bambini” (Egg, 2016), e un romanzo, “Il cuore è un cane senza nome” (minimum fax, 2017).

Paquito

Lettore medio

Le nuvole sono pesantissime (Valentina Bolognini)

Esistono più interazioni possibili in una partita a scacchi che atomi nell’universo.

Curiosi di tutto il mondo unitevi. Questo il primo commento al termine della lettura de “Le nuvole sono pesantissime”, il volume illustrato di Valentina Bolognini (edito da Pièdimosca) nel quale vengono raccolte tantissime curiosità bizzarre ma autentiche. Si scopre così che i fiori più grandi del mondo non hanno affatto un buon odore, che i bambini crescono di più durante la primavera e che, appunto, le nuvole sono pesantissime.

Quel che mi è piaciuto di più di questo libro è il messaggio che Valentina Bolognini ha voluto lanciare: siate curiosi e assecondate sempre la vostra sete di conoscenza contando sul supporto di una tecnologia. Inoltre: uscite, osservate il mondo e scoprite quanto quel che ci gira intorno sia speciale nella sua semplicità. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Le nuvole sono pesantissime”. Come e soprattutto perché è nato questo libro?

L’idea nasce circa tre anni fa, dopo aver fatto con un mio collega grafico dell’epoca un calendario a tema Acqua che nasceva con questa impostazione. Mi ero molto divertita a trovare i fatti curiosi, e illustrarli in maniera fantasiosa mi veniva molto naturale. Così in seguito ho voluto riprendere l’idea e ampliarne lo spettro cercando più curiosità e illustrandole come le vedete ora. La selezione è avvenuta sia per categoria (ad esempio cosmo, animali, ecc…) che per livello di originalità… insomma mi doveva risultare simpatica e in grado di fornire un’immagine mentale associata.

Quel che racconti è tutto assolutamente reale e scientificamente fondato. Sei d’accordo con me nel sostenere che, assai spesso, la realtà superi la fantasia?

Sì. Ed è importante tenerlo sempre a mente. Queste curiosità in fondo non fanno altro che ricordarci che la realtà è molto più interessante di come la percepiamo tutti i giorni.

Quanto ti ha divertita scrivere questo libro?

Non mi sento di dire di aver scritto un libro, mi sento più a mio agio a dire di averlo illustrato. In fin dei conti le curiosità sono delle brevi frasi e il lavoro più grosso è stato trovare per ognuna l’illustrazione giusta. Mi sono divertita molto, sia nel cercare queste curiosità sia nel disegnarle. Ho potuto scoprire tante informazioni, confermarne altre di cui avevo un vago ricordo e mettermi alla prova.

Se dovessi trovare un accostamento letterario penserei subito a “Il libro dei perché” di Gianni Rodari. C’è stata un’influenza di questo tipo o il tuo spirito curioso ti ha guidato verso la realizzazione dell’opera?

Capisco il tuo accostamento di cui sono oltremodo onorata.

Il fatto di voler accostare scienza e poesia è in effetti il punto di contatto con “Il libro dei perché”. Ho voluto creare un luogo dove razionalità e fantasia convivessero e giocassero insieme.

Rodari parla con il bambino, prima lo istruisce con una spiegazione scientifica ma poi lo cattura con una riflessione poetica. Nel mio libro lascio invece alle immagini il ruolo di far sorgere una riflessione poetica: penso ad esempio alle rappresentazioni di “siamo fatti di polvere di stelle” o “la stella più grande si trova nella costellazione del cigno” o a quella sul loto Ogha. Non c’è stata quindi un’influenza di questo tipo in realtà, perché le curiosità valgono per tutte le età, non sono nate per un pubblico esclusivamente di bambini, sono nate come fatti che interessavano a me in primis e quello che volevo fare non era dare una risposta o una spiegazione, ma mettere il lettore davanti al fatto compiuto – interpretato attraverso un’immagine – in modo da avviare una riflessione, da stimolare la curiosità, da portarlo a farsi delle domande e aver voglia di saperne di più. Le immagini ci parlano col loro linguaggio che non è fatto di parole, ma al quale siamo assolutamente ricettivi. Il dividere da una parte la curiosità scientifica e dall’altra l’interpretazione fantasiosa mima la divisione in emisferi del nostro cervello: noi siamo logica e creatività, analisi e poesia ed è quindi naturale che in una narrazione abbiamo il bisogno di ritrovare entrambe queste parti.

Restando in tema, dalle pagine del volume arriva un messaggio chiarissimo: siate curiosi e non accontentatevi mai di quel che già conoscete. Riflessione corretta?

Sì, direi che questa riflessione sintetizza bene l’idea che c’è dietro. Non dimentichiamo però che c’è anche una componente di magia, intesa come meraviglia e le immagini tentano appunto di rendere onirico qualcosa che è invece saldamente reale. Siamo un corpo e un’anima e abbiamo bisogno di nutrirci di entrambi i tipi di pensiero.


Quale delle numerose curiosità condivise ti ha colpito maggiormente?

Il mio fatto curioso preferito è proprio “le nuvole sono pesantissime”, perché è qualcosa a cui non avevo mai pensato e soprattutto perché è controintuitivo e quindi quando l’ho scoperto mi ha colpito. Inoltre può essere visto anche come una metafora di vita o una frase motivazionale, del tipo “le nuvole sono pesantissime… ma volano lo stesso”.


Cosa ti aspetti da questo libro?

Questa è una domanda difficile perché il libro è nato come una necessità, non mi sono mai posta il pensiero di come sarebbe stato accolto e di quale sarebbe stato il suo percorso. Mi sono comunque premurata che avesse un messaggio e che non fosse noioso. Mi auguro che i lettori colgano quel senso di magia e meraviglia che sta dietro alle cose comuni e che sorridano nell’accogliere le mie associazioni mentali. Trovo molto emozionante l’idea che un bambino, una volta adulto, porterà con sé il ricordo di questo libro.

Titolo: Le nuvole sono pesantissime

Autore: Valentina Bolognini

Casa editrice: Pièdimosca editore

Genere: Saggio illustrato

Pagine: 96

Anno edizione: 2020

Prezzo: € 16,00

Tempo medio di lettura: 1 ora

Consigli di lettura: “Il libro dei perché” di Gianni Rodari

L’autrice                                                     

Valentina Bolognini è nata nel 1984 a Perugia. Disegnatrice sui muri fin da piccolissima, dopo un diploma e una laurea scientifici decide di riprendere in mano quel che aveva iniziato da bambina. Nel 2010 frequenta il corso di Graphic Designer al NID di Perugia e nel 2016 la scuola di illustrazione Ars in Fabula di Macerata. Nel 2019 viene inserita nell’Annual di Autori di Immagini. Lavora come grafica e il 2020 è l’anno delle sue prime grandi soddisfazioni come illustratrice.

Paquito

Lettore medio

Il posto (Annie Ernaux)

Nel tragitto, si arrotolava il risvolto dei pantaloni fino al polpaccio e si bagnava i piedi, con mia madre che sollevava un po’ la gonna. Hanno smesso di farlo perché non andava più di moda. Ogni domenica mangiare qualcosa di buono. Ormai sempre la stessa vita, per lui. Ma la certezza che non si può star meglio di come stiamo.

“Il posto” di Annie Ernaux (edito da L’Orma) è un romanzo dalla struttura frammentaria che, rammentando anche la scrittura diaristica, si incentra sulla vita dell’autrice stessa e del padre, umilissimo bottegaio alle prese con la crisi che investì la Francia negli anni ’50 del Novecento.Ernaux, decisa a impugnare nuovamente la penna dopo la morte dell’uomo, traccia il profilo paterno prestando particolare attenzione alle caratteristiche storico-sociali proprie dell’ambiente in cui ha trascorso la propria giovinezza. La scrittrice narra del drastico cambiamento al quale sisottopose, diventando insegnante e allontanandosi dal suo ceto e dalla casa genitoriale.

Ho amato molto questo libro, tanto da appuntarne i passi più belli e rimuginare sulle scene più significative. “Il posto” è un concentrato di bellezza e linearità in cui la voce dell’autrice appare quasi atona, concentrata maggiormente sugli avvenimenti, sulle frasi scarne dei genitori e sull’idea che il piccolo popolo aveva della sopravvivenza ritenuta, a quei tempi, vera e propria vita.

L’immagine paterna, in questo caso, è padrona della scena il più delle volte, nonostante sia da considerare maggiormente come presenza “ponte” tra la giovane Annie e i complessi meccanismi socio-economici di quegli anni.Ernaux, infatti, scrive un’autobiografia, un documento personale tanto accurato e ad ampio raggio da poter essere definito anche il documento o la fotografia di un’intera epoca, ricolma di stenti e di inosservata felicità. Queste caratteristiche discordanti e le descrizioni all’apparenza passive –sia dei luoghi sia dei personaggi – confondono il lettore ma chiarisconoallo stesso tempo le intenzioni dell’autrice, la cui scrittura si muove lentamente verso i confini dell’autobiografismo e rende evidente l’abbandono del sentimentalismo lirico a favoredel coro degli oppressi, abbracciando la storia familiare con le dovute attenzioni e distacco.

Titolo: Il posto

Autore: Annie Ernaux

Casa Editrice: L’Orma

Genere: Autobiografico

Pagine: 114

Anno: 2014

Prezzo: €10

Tempo medio di lettura: 1 giorno

Brano consigliato: “Instanthistory” dei BiffyClyro

L’autrice

Annie Ernaux è nata a Lillebonne nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. La sua opera è stata pubblicata dall’editore Gallimard, che ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella collana Quarto. Il posto (PrixRenaudot 1984) è unanimemente ritenuto uno dei suoi capolavori. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato L’altra figlia, Gli anni, vincitore del Premio Strega Europeo 2016, Memoria di ragazza e Una donna

Federica I.

Lettore medio

Corpi estranei (Oiza Queens Day Obasuyi)

Tuttavia, finora, nel contesto italiano, di razzismo ha parlato sempre e solo chi, non subendolo, non potrà mai immedesimarsi nella persona che ne è vittima, per quanto si sforzi di capire e di provare empatia.

Ho atteso un po’ di tempo prima di scrivere la recensione di “Corpi estranei”, il libro d’esordio di Oiza Queens Day Obasuyi edito da People. Ho aspettato la chiacchierata in diretta (se ve la siete persa potete recuperarla sulla IGTV de Il Lettore Medio) con l’autrice. Un confronto durato circa 30 minuti e che mi ha lasciato addosso sensazioni molto piacevoli. L’obiettivo di questa ragazza dalle idee molto chiare era quello di raccontare la condizione degli stranieri in Italia e non solo: spostare l’attenzione sugli italiani di seconda generazione che, purtroppo, vengono considerati cittadini di serie B.

No, non sono frasi fatte, né stereotipi: al monumentale lavoro di ricerca, Oiza Oibasuyi aggiunge esperienze personali, a cominciare dalla domanda “Da dove vieni?” cui risponde con naturalezza “Ancona” – città nella quale è nata venticinque anni fa – lasciando spiazzato più di un interlocutore.

Luoghi comuni, realtà distorte, pregiudizi che, rotolando attraverso i social, assumono le dimensioni di una valanga che travolge tutti, a cominciare dalla classe politica poco attenta ai cittadini provenienti da altri paesi e considerati, di fatto, corpi estranei. Non aggiungo altro e lascio spazio all’autrice.

“Corpi estranei”. Come è nato questo libro?

Il libro è nato dalla necessità di raggruppare tutti quegli articoli e quelle riflessioni che ero solita scrivere sull’attualità, dalle migrazioni al razzismo culturale, strutturale, sociale e sistemico di questo Paese. Fino a due anni fa non avrei mai pensato di riuscirci poi mi si è presentata questa occasione con People e ho pensato di cogliere l’opportunità di snocciolare tutto quello che non va, almeno dal punto di vista di una donna nera in Italia.

Un reportage narrativo nel quale non traspare rabbia ma la disillusione di chi vorrebbe integrarsi in una comunità e trova difficoltà legate a burocrazia, legislazione vecchia spesso fuorviante e storie di ordinario razzismo. Riflessione condivisibile?

Disillusione ma probabilmente anche una rabbia giustificata proprio dal fatto che chi si interfaccia con il contesto italiano, dalla legislazione alla burocrazia, ed è di origini straniere o una persona migrante trova di fatto un muro. E nonostante le continue proteste questo muro non crolla proprio perché non vedo alcuna volontà politica di distruggere un sistema fatto di ingiustizie basate sulle disuguaglianze sociali e sulla razzializzazione degli individui.

Uno degli spunti di riflessione è legato alla sindrome di Superman, ovvero la presunzione occidentale di salvare il mondo e in particolare il continente africano. Credi che raggiungeremo, prima o poi, una collettiva evoluzione collaborativa?

Il punto a mio parere è sia decostruire la cultura tipicamente colonialista della percezione distorta che si ha dei cittadini degli stati del continente africano – spesso visti come privi di iniziativa e inermi, quando, ad esempio, le proteste in Nigeria contro la violenza della polizia sono un esempio di riscatto sociale – sia rivoluzionare anche l’ambiente della cooperazione internazionale. Anche dagli spot pubblicitari di Ong importanti sembra quasi che senza il white saviour nulla può cambiare quando la realtà è spesso costituita da volontari locali che si organizzano da soli per sostenere le persone che vivono nelle zone estremamente povere o in cui vi è instabilità. Bisogna cambiare narrazione e punto di vista.

A quanto pare nascere in Italia non sembra una condizione sufficiente per sentirsi italiani. Indipendentemente da qualsiasi schieramento, possibile che la politica sia così disattenta su tematiche del genere?

Sì, è possibile perché semplicemente, a mio parere, questo aspetto non viene visto come prioritario. Le minoranze etniche non esistono, quindi non esistono neanche i diritti che devono essere loro garantiti. Questa è la realtà italiana attuale. Se da un lato poi hai uno schieramento politico che parla di sostituzioni etniche e identità italiana annacquata, dall’altro hai uno schieramento politico che ha paura di rompere con il passato ed emanare riforme per l’eventuale perdita del consenso elettorale. E si continua così, in un Paese in cui i diritti dipendono dai seggi.

Schierarsi contro il razzismo sui social non risolverà i problemi, ma non si può negare che piattaforme come Instagram e Facebook potrebbero diventare veicolo per una cultura del rispetto degli altri. Quale messaggio vorresti venisse diffuso attraverso la rete?

Sicuramente vorrei che questo recinto virtuale si tramutasse in coscienza collettiva per cambiare le cose nella vita reale. Tuttavia iniziare a veicolare messaggi come l’ascolto delle minoranze, senza mettersi sulla difensiva e realizzare che si può essere razzisti anche senza essere dei neofascisti, è un primo passo importante. Bisogna rendersi conto che il razzismo è più subdolo e spesso meno evidente alla maggioranza rispetto agli episodi eclatanti come il pestaggio nei confronti di un richiedente asilo solo perché straniero. Quello è il culmine di una piramide la cui base è formata da tantissimi aspetti da decostruire.

Riusciremo mai a superare il preconcetto dello straniero=nemico o saremo sempre costretti a identificare l’altro da noi come un potenziale criminale?

Solo tramite una decostruzione di bias cognitivi e preconcetti razzisti nei confronti dell’altro riusciremo a fare questo passo avanti. Purtroppo non sono così ottimista perché le condizioni attuali sono terribili, spesso influenzate da una propaganda martellante che vede le persone di origine straniera come il nemico e la causa di tutto quello che non va in questo Paese. Un cambiamento è possibile ma se continuiamo a trattare le minoranze come se non esistessero, la vedo difficile.

L’Italia è un paese razzista?

Sì, lo è. E so che questa risposta suscita rabbia e sorpresa in chi non fa parte di una minoranza etnica ma il razzismo sistemico e strutturale di questo Paese è evidente, dalle leggi in materia di immigrazione alla cittadinanza.

Cosa ti aspetti da questo libro?

Di suscitare molti dubbi in chi si è sempre definito non razzista,  di far riflettere nel contesto in cui si vive. Non ho molte ambizioni ma se riuscissi a spostare almeno di una briciola il pensiero di qualcuno, sarebbe già tanto.

Titolo: Corpi estranei

Autore: Oiza Queens Day Obasuyi

Casa editrice: People

Genere: Reportage narrativo

Pagine: 156

Anno edizione: 2020

Prezzo: € 15,00

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Consigli di lettura: “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee; “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead; “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie

L’autrice

Oiza Queens Day Obasuyi ha 25 anni ed è nata e cresciuta ad Ancona. Si è laureata in Lingue, Culture e Letterature Straniere all’Università degli Studi di Macerata, dove frequenta il corso di laurea magistrale in Global Politics and International Relations. È una studiosa di diritti umani, migrazioni e relazioni internazionali. Collabora con The Vision e Internazionale.

Paquito

Lettore medio

L’ultimo marinaio (Andrea Ricolfi)

A un certo punto, su questo oceano e per le piccole strade di Noss, è passato un uomo singolare, che ha portato un po’ di limpidezza nella mia vita. Tomas Henkel, questo era il suo nome, mi ha insegnato a scorgere la nobiltà nei sotterranei sentieri delle anime in cui talvolta si nasconde, a intuire la profondità delle cose dalla loro ombra.

Matias vive a Noss, una piccola isola della Norvegia. Il suo legame con il mare è profondo e viscerale e non solo perché è stato la causa della prematura morte del padre. Ispirato dal Marlin, una barca di legno ereditata dal padre, decide di aprire una scuola di vela con il contributo del suo amico Jonas, rimasto a sua volta orfano di entrambi i genitori. Quella che i due ragazzi mettono su però non è la classica scuola di vela: la loro resta aperta l’intero anno, accogliendo gli aspiranti marinai per tutto il tempo che riterranno necessario trattenersi. Perché, in fondo, lo scopo non è soltanto quello di insegnare i segreti della navigazione e della vita in mare, ma anche dare uno spazio a chi desideri prendersi una pausa dalla quotidianità per affrontare un periodo difficile con nuove energie. Ed è questo che poi accade allo stesso Matias grazie all’incontro con Tomas Henkel, un’anima pura in grado di dargli la giusta spinta catalizzatrice verso una maturazione e una nuova consapevolezza.

È una storia di mare quella che Andrea Ricolfi presenta nel suo romanzo “L’ultimo marinaio” (edito da Garzanti) e, in quanto tale, non può che smuovere forti emozioni in chi legge, spingendolo a porsi delle domande e a ricercare adeguate risposte. La narrazione in prima persona rende la vicenda molto coinvolgente, avvicinandoci ancora di più a quei personaggi che già di per sé sono molto ben caratterizzati.

Se il mare è la vostra passione e vi emoziona il solo pensiero di lasciarvi scompigliare i capelli dal vento allora questa è la storia che fa per voi. Tutti a bordo: si parte per una nuova avventura!

Titolo: L’ultimo marinaio

Autore: Andrea Ricolfi

Casa editrice: Garzanti

Genere: Romanzo introspettivo, avventura

Pagine: 156

Anno: 2020

Prezzo: € 16,00

Tempo medio di lettura: 5 giorni

Lettura consigliata: “Il cerchio celtico” di Björn Larsson

L’autore

Andrea Ricolfi è nato a Torino e ha studiato matematica a Torino, Padova e Bordeaux, conseguendo il dottorato di ricerca in Norvegia. Vive a Trieste ed è titolare di un assegno di ricerca presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati.

Vera

Lettore medio

I guardiani dell’aria (Rosa Yassin Hassan)

Qui il tempo che passa è come una nube pesante, una nebbia densa e scura che mi avviluppa, cui non posso sfuggire. All’esterno, il tempo agisce sulle cose, le modifica, impone le sue dinamiche. Qui, il tempo è fermo. Sono fuori dal mondo, senza alcun contatto con le cose, in un tempo sospeso, statico, come se fossi stato pietrificato in una capsula spaziale. Comunque, pago il mio tributo al tempo: i miei capelli sono diventati bianchi, sento il peso dei miei quarantadue anni. Mi pesano anche sull’anima. Da questo punto di vista, gli anni scorrono come all’esterno, come per te, ma i loro effetti si manifestano in modo molto crudele.

Il romanzo “I guardiani dell’aria” diRosa Yassin Hassan, edito da Poiesis, è ambientato a Damasco nel 2003 ma, grazie alla tecnica del flashback, dipinge un affresco della vita e della società siriane dell’ultimo scorcio del XX secolo fino agli albori del nuovo millennio, presentandoci una Siria oppressa da una feroce dittatura. 

Tra le pagine di questo libro è possibile cogliere alcune delle tematiche centrali della società e della politica della Siria contemporanea, dalla lotta contro la tirannia del regime, ai rapporti tra le diverse confessioni religiose, al futuro incerto delle giovani generazioni che cercano rifugio all’estero.

Per raffigurare la complessità del proprio universo, l’autrice sceglie di situare al centro della narrazione l’interiorità e il vissuto dei personaggi e la rete di relazioni che questi ultimi intrecciano.     Le esperienze della prigionia, della tortura e della separazione dai propri cari sconvolgono le esistenze dei protagonisti, inducendoli a percorrere sentieri non autenticamente scelti, cammini deviati da un vissuto solo intravisto e poi mai realizzato.

La protagonista, Annat Ismail, lavora come interprete all’ambasciata canadese di Damasco, traducendo dall’arabo all’inglese le testimonianze dei profughi che richiedono asilo al Canada.

All’inizio della vicenda, la giovane donna è al principio di una gravidanza e la storia si snoda lungo i mesi che precedono il parto. L’autrice utilizza l’espediente di alternare un capitolo collocato nel presente a un capitolo ambientato nel passato, in modo tale da ricostruire il vissuto personale della protagonista sullo sfondo della storia nazionale siriana. Annat proviene da una famiglia alawita e vive con il padre vedovo, Hassan. La storia della protagonista viene gradualmente svelata: negli anni Ottanta, la ragazza ha incontrato Jawad, un giovane di confessione drusa, con il quale ha vissuto un’intensa storia d’amore, ma il giovane, militante in un’organizzazione comunista clandestina, è stato arrestato e rinchiuso nelle carceri del regime. Ha avuto così inizio la discesa agli inferi di Jawad, che ha sopportato quindici interminabili anni di reclusione, e quella di Annat, che ha consumato la propria giovinezza nell’attesa della liberazione del prigioniero. Durante questo lungo periodo, qualche volta la ragazza ha tradito il compagno, oppressa dalla solitudine e dalla frustrazione sessuale, ma non lo ha mai abbandonato. Quando Jawad viene finalmente scarcerato, i due protagonisti si sposano e vivono un breve attimo di felicità, ma non riescono a ritrovare l’intesa e la passione di un tempo.

Al termine di un anno penoso passato a cercare inutilmente un lavoro e a litigare con la moglie, Jawad parte per la Svezia alla ricerca di un futuro migliore di quello che gli riserva la patria. Dopo quindici anni di separazione dovuta alla prigionia, comincia, per i due protagonisti, un nuovo periodo di distacco e lontananza, destinato forse a durare per sempre.

Il titolo dell’operaè molto particolare e si prestaa diverse interpretazioni. I “guardiani dell’aria” sono sicuramente i servizi segreti che, con le loro attività di spionaggio, indagano sul nulla, finendo per setacciare anche l’aria, o che, analizzando la vita di persone innocenti, fanno del nulla l’oggetto del loro lavoro. Ma un’altra interpretazione è possibile: i “guardiani dell’aria” sono i protagonisti, che, per lunghi anni, hanno custodito nel proprio cuore qualcosa che non esisteva, qualcosa di inafferrabile come l’aria. L’amore e l’amicizia, in primo luogo, che non reggono all’urto devastante di una reclusione protrattasi così a lungo, ma anche gli ideali politici. Del passato non si salva nulla.   

Il corpo assume un ruolo centrale nella narrazione, mezzo di espressione dei conflitti interiori, frutto della violenza di un regime che non lascia spazio all’individuo. Il desiderio si mescola alla sofferenza, la perversione all’amore, il sesso alla pornografia, come a testimoniare che, laddove non esiste libertà di parola, si determina una confusione linguistica che investe tutta la sfera dell’esistenza umana.

Titolo: I guardiani dell’aria

Autore: Rosa Yassin Hassan

Casa editrice: Poiesis           

Genere: Romanzo autobiografico

Pagine: 201

Anno di pubblicazione: 2017

Prezzo: € 16,00

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Suggerimento di lettura: “Le trappole del profumo”, Yousef al-Mohaimeed, Aisara, 2011

L’autrice

Rosa Yassin Hassanè nata a Damasco nel 1974. Dopo la laurea in Architettura nel 1998, ha lavorato come giornalista, scrivendo per diverse testate arabe. Il suo primo libro è una raccolta di racconti pubblicata nel 2000, dal titolo “Un cielo tinto di luce”. Il suo primo romanzo, “Ebano”, ha vinto il Premio Hanna Mina nel 2004. Dal 2012 l’autrice è esule in Germania, dove continua l’attività di scrittrice e giornalista.

Federica

Lettore medio

Cicero (Lucia Biancalana)

Ipallage […] Cala con pigre ruote il falco.

Perché non creare una guida per orientarsi tra le figure retoriche?

Forse è questa la domanda che si è posta Lucia Biancalana, autrice di “Cicero”, il saggio illustrato edito da Pièdimosca edizioni.

Il volumetto – proposto nel singolare formato flipbook – mette il lettore di fronte a centinaia di artifici discorsivi ai quali, in maniera più o meno consapevole, ci accostiamo. E ne fa uso la letteratura, ma pure il cinema, la pubblicità o la propaganda politica.

Lucia Biancalana si diverte ad attingere dal vastissimo repertorio della retorica aggiungendo per ogni figura un’illustrazione che rende più chiaro il concetto.

Ho trovato interessantissimo il libro (date un’occhiata alla nostra IGTV di Instagram per vedere la chiacchierata con l’autrice) innanzitutto per l’intento pedagogico: far scoprire al lettore l’aspetto ludico delle parole. Sfatando il mito di disciplina noiosa, la retorica si trasforma in un enorme parco giochi con centinaia di attrazioni da scoprire e con le quali divertirsi.

Non aggiungo altro lasciando la parola all’autrice.

“Cicero”. Come è nato questo libro?

“Cicero” è nato da una Lucia molto confusa e interessata a tante cose contemporaneamente. La poliedricità delle figure retoriche mi è quindi apparsa come una piccola guida con cui orientarsi nella realtà. Da questa premessa, “Cicero” è diventato poi tanto altro. È stato sicuramente un progetto impegnativo e divertente da realizzare, che tuttora mi aiuta a ricercare delle idee in ambito lavorativo. È inoltre un mezzo divulgativo che coinvolge varie discipline: dalla poesia alla pubblicità, dall’arte allo spettacolo e chi più ne ha più ne metta. “Cicero” è infine, e prima di tutto, un’introduzione alle figure retoriche, una piccola guida utile a tutti, dato che ogni giorno, inevitabilmente, ci confrontiamo con i seduttivi artefici della retorica.

Il volume stimola la riscoperta: quella del valore ludico della scrittura. Non di solo smartphone vive l’uomo. Concordi?

Certo, per fortuna ogni tanto bisogna tenere in mano anche forchetta e coltello! Il fatto è che ormai qualsiasi cosa è accessibile attraverso uno schermo e per comunicare, fotografare, ascoltare, giocare, scrivere e leggere possiamo utilizzare un unico oggetto. “Cicero” ne è ben consapevole ma piuttosto che criticare a priori la realtà vorrebbe offrire gli strumenti con cui analizzarla, per permettere ai lettori di non rimanere passivi e di non lasciarsi ingannare dai torrenti di immagini che scorrono ogni giorno sul nostro schermo.

I richiami ad autori come Queneau, Rodari, Fosco Maraini e altri “funamboli della parola” sono evidenti. Quali altre sono state le fonti d’ispirazione?

C’era un libro all’ISIA di Urbino che scorreva spesso tra i banchi. Un oggetto grande e pesante, dalla copertina coloratissima. Dentro era racchiuso il lavoro di Massin, graphic designer e artista francese del ‘900, che ha sperimentato in maniera davvero innovativa il rapporto tra letteratura, tipografia e immagini: insomma, un pioniere nell’interpretazione visiva del linguaggio. Questo per dire che, in generale, gli stimoli che ho ricevuto risentono molto dell’ambiente universitario che ho frequentato.

La curiosità è e deve essere il motore di qualsiasi attività, culturale e non. Un suggerimento che andrebbe rivolto ai bambini, ma anche e soprattutto agli adulti, spesso troppo distratti da una realtà che scorre loro davanti agli occhi. Riflessione condivisibile?

In realtà, non mi sento di elogiare troppo il concetto di curiosità, perché può avere davvero tante connotazioni. Quello che suggerisco probabilmente è di imparare a dirigere la nostra curiosità secondo i nostri gusti e bisogni, per non lasciarla esclusivamente in mano agli stimoli che ci arrivano dall’esterno. Il linguaggio sfruttato dai social o dalla tv è calibrato per un lettore superficiale e fa capo ai bisogni più infantili dell’essere umano. Le figure retoriche sono sfruttate tantissimo in questo caso perché attirano la nostra attenzione, ci seducono e ci incuriosiscono, appunto. Ma verso cosa? Penso che sia questa piuttosto la domanda da porsi.

Cosa ti aspetti da questo libro?

Quello che spero maggiormente è che attraverso questa breve introduzione alle figure retoriche il lettore possa acquisire maggiore consapevolezza dello studio e del ragionamento che c’è dietro ogni parola e ogni immagine. E poi spero che faccia anche un po’ ridere, a dispetto di chi percepisce le figure retoriche come una noiosa, pomposa lista di termini e regole letterarie.

Un saluto retorico per i nostri lettori!

Innanzitutto, grazie per avermi dedicato un po’ del vostro tempo!

Vi lascio con una sentenza che ho sentito pronunciare per la prima volta da Jack Nicholson, nei panni del Joker in Batman (Tim Burton, 1989 – capolavoro, tra l’altro): “La penna è davvero più potente della spada”.

Titolo: Cicero. Guida illustrata alle figure retoriche

Autore: Lucia Biancalana

Casa editrice: Pièdimosca editore

Genere: Saggio illustrato

Pagine: 151

Anno edizione: 2020

Prezzo: € 15,00

Tempo medio di lettura: 1 ora

Consigli di lettura: “Esercizi di stile” di Raymond Queneau

L’autrice

Lucia Biancalana (Perugia, 1993) è illustratrice e graphic designer. In seguito alla triennale in Disegno Industriale presso La Sapienza di Roma si laurea in Illustrazione all’ISIA di Urbino. Tra i progetti personali, “I am, You are” è stato esposto all’interno del BilBolBulOFF18.

Paquito

Lettore medio

Le trappole del profumo (Yousef al-Mohaimeed)

(C’erano) il mare, le foreste e gli animali selvatici, i negrieri, i predoni e i mercanti di schiavi, le navi e le case, le strade e i dolori interminabili…

(…)

Alcune (navi) erano piene di mercanzie in cuoio e medicamenti importati dal Kordofan, altre di spezie e di legno di sandalo che si vendeva al mercato di Shindi e proveniva dall’India, da cui arrivavano anche piccoli scrigni, pesanti e ben chiusi, riempiti poi con oro etiope. E poi c’erano gli schiavi…

Nell’esigenza di raccontare i mali della società saudita contemporanea, come la corruzione, l’ipocrisia, l’indifferenza verso gli ultimi, vizi celati spesso sotto un velo di perbenismo, si individuano le radici profonde della narrativa dello scrittore saudita Yousef al-Mohaimeed, autore del romanzo “Le trappole del profumo”, edito da Aisara nel 2011, vincitore in quell’anno del Premio Alziator di Cagliari, nella sezione “Mediterraneo”.

Il testo appare incentrato sulla contrapposizione tra un passato felice e libero e un presente doloroso, ricalcando l’antitesi deserto-città, come pure sui temi del razzismo e dell’emarginazione sociale. Attraverso i destini incrociati di tre personaggi maschili, variamente menomati fisicamente e psicologicamente, l’autore offre un ritratto vivido e insolito della società saudita contemporanea. L’opera è ambientata nelle strade della capitale Riad, di cui lo scrittore dipinge affreschi sempre originali, alternando il ricorso al realismo a scene dominate dall’elemento onirico, raffigurando le contraddizioni di una società in piena trasformazione, stretta tra l’ansia della modernizzazione e il retaggio della tradizione. Ed è proprio su questa alternanza che al-Mohaimeed muove i suoi personaggi – e con loro il lettore – che passano dall’immensità del deserto alle strade caotiche della città araba contemporanea, la suddetta capitale Riad, un inferno in cui si intrecciano le storie dei tre protagonisti, tutti accomunati da un infausto destino.

Il primo personaggio che il lettore incontra è Turàd, appartenente a una tribù beduina. In passato è stato un predone del deserto, fiero e indomito, ma un episodio misterioso lo ha sconfitto per sempre, lasciandolo mutilato di un orecchio. L’avvenimento inconfessabile lo ha spinto a lasciare la sua tribù e a cercare rifugio nella città, così diversa dal mondo arcano e selvaggio da cui proviene.

Anche la vita del sudanese Tawfik, che lavora nello stesso ufficio di Turàd, è stata segnata da un atroce destino: rapito bambino e venduto come schiavo, è stato successivamente evirato. Turàd ricorda il racconto terribile del compagno e il suo dolore senza fine.

Un terzo personaggio entra indirettamente in scena: si tratta di Nasir, abbandonato alla nascita in strada e rimasto privo di un occhio, probabilmente per opera di gatti randagi.

Le loro parole sono fortemente evocative: quando racconta della sua vita nel deserto, Turàd sembra riferirsi a un mondo arcano e senza tempo, mentre le parole di Tawfik richiamano scene che trasportano il lettore verso un passato oscuro e, al tempo stesso, favoloso.

Sia Turàd che Tawfik hanno perduto libertà e gioia di vivere perché sono caduti nelle trappole del profumo: è l’odore delle carovane, portato dal vento nel deserto, a spingere Turàd al furto che muterà per sempre la sua vita; è l’aroma di carne allo spiedo, preparata dai negrieri, ad attirare in trappola Tawfik con tutti gli abitanti del villaggio; è il seducente profumo di una donna a indurre il padre di Nasir a innamorarsi della madre: il personaggio è nato dunque da un’unione inammissibile per motivi sociali, e subito abbandonato in strada. Anche l’origine della rovina, dunque, non solo la mutilazione, unisce i tre uomini.

Il romanzo si chiude su una nota di timida speranza: in un mondo spietato, la forza dell’amicizia e della solidarietà può aiutare a ritrovare, almeno in parte, il senso del proprio destino.

Motivo di grande fascino dell’opera è proprio il suo oscillare tra due mondi e due dimensioni: la città e il deserto, la realtà e la fiaba, un mondo in cui si viaggia in auto e un altro in cui ci si avventura solo a dorso di cammello. Universi apparentemente molto distanti, accostati però dalla crudeltà e dalla durezza del vivere.

Titolo: Le trappole del profumo

Autore: Yousef al-Mohaimeed

Casa editrice: Aisara

Genere: Romanzo di formazione

Pagine: 110

Anno di pubblicazione: 2011

Prezzo: € 7,99

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Suggerimento di lettura: “I guardiani dell’aria”, Rosa Yassin Hassan, Poiesis, 2017

L’autore

Yousef al-Mohaimeedè nato a Riad, (Arabia Saudita) nel 1964. Scrittore e giornalista, ha pubblicato in lingua araba numerosi romanzi e raccolte di racconti che sono stati tradotti in inglese, italiano, russo, spagnolo e tedesco.

Federica P.

Lettore medio

Dimmi che non può finire (Simona Sparaco)

Il giorno in cui scoprii di avere una specie di superpotere era il 12 giugno 1990. Il muro di Berlino era caduto da pochi mesi e i mondiali di calcio quell’anno si disputavano nel nostro Paese, ma io non seguivo né il mondo né il calcio, perché avevo dieci anni e mi interessavano soltanto due cose: un cucciolo di cane spelacchiato che dormiva ogni notte nel mio letto, e i numeri.

Siamo fatti della stessa sostanza dei… numeri.

Questo il primo pensiero non appena terminata la lettura di “Dimmi che non può finire”, il nuovo romanzo di Simona Sparaco edito da Einaudi.

Amanda, trentenne con un posto fisso in televisione, è una ragazza particolarmente insicura, inoltre ha un dono: conosce la fine delle cose. Rapporti sentimentali, eventi lavorativi e chissà cos’altro, tutto ha una data e a lei non resta che attenderla con la consapevolezza che, pure stavolta, le toccherà soffrire.

I numeri come presagio, ma pure come identità. Sommando quelli che compongono una data di nascita vengono fuori dettagli dei nostri vissuti, desideri, aspettative e fragilità.

Il destino, o forse il caso, le fa incontrare Samuele, il bambino al quale farà da tata e che – nella sua personalissima numerologia – rappresenta un numero 1: dotato di grandissima fantasia, tende a sparire quando comprende che chiedere attenzioni è troppo faticoso.

Si evolverà il loro rapporto? E in che modo visto che Davide, il papà di Samuele, era compagno di scuola di Amanda ai tempi delle elementari e ne era pure innamorato?

Simona Sparaco realizza un interessante romanzo di formazione con una forte componente psicologica. I personaggi, funzionali l’uno all’altro, sono ben strutturati – grazie soprattutto all’uso molto intelligente del flashback – e supportati da un uso del dialogo che fa procedere speditamente nella lettura. Il taglio è quello della commedia cinematografica non necessariamente da happy ending, ma senza dubbio in grado di creare empatia con il lettore.

Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Dimmi che non può finire”. Come è nato questo romanzo? Il romanzo è nato insieme al personaggio di Amanda, una ragazza che vive nella costante preoccupazione di poter fallire e che conosce in anticipo la fine delle cose. I numeri, e in particolare il loro significato esoterico, sono il suo scudo. Non a caso il titolo del manoscritto era “Da 1 a 2”. È una storia che racconta una guarigione reciproca.

Cominciamo con Amanda. Un po’ Einstein, un po’ Bridget Jones, il fascino di questa ragazza sta, probabilmente, nei suoi numerosi spigoli. Quali sono stati le fonti di ispirazione per creare questo personaggio e qual è il tocco autobiografico, o semplicemente della tua quotidianità, che le hai dato? Di Bridget Jones ha l’ironia, ma Amanda è senza dubbio più caustica. Quel che ci distingue è il modo di arrivare agli altri: io mi sforzo di essere sempre accogliente, Amanda invece è più diretta e sembra preoccuparsi poco delle conseguenze dei suoi atteggiamenti. Mi sono divertita a scrivere di lei. A proposito del vissuto posso solo aggiungere che c’è qualcosa di personale in qualsiasi cosa si scriva.

Seguendo la logica di Vogler, possiamo considerare Davide un singolare eroe positivo poiché, per mestiere – ma pure nella quotidianità – supera ostacoli che egli stesso crea. Cosa volevi comunicare attraverso questo personaggio? Davide è una figura maschile positiva a cui riconosco il coraggio di scommettere. Conosce Amanda dai tempi delle elementari, ne è attratto e non ha alcuna paura di un rifiuto, né di soffrire. Mi piacerebbe ritrovare negli uomini lo stesso coraggio di Davide, un personaggio che fa da specchio ad Amanda. Sono terapeutici l’uno all’altra.

Samuele è il volto dei bambini che non hanno fretta di essere grandi. Quelli che collezionano insetti di plastica e non like sui social; che hanno ancora bisogno della favola della buona notte per andare a dormire. Un bambino non fragile ma che deve imparare a stare controvento per non volare via. Riflessione condivisibile? Questa immagine mi piace molto. Come Amanda, Samuele porta con sé dolori e mancanze, infatti fatica ad affidarsi all’altro. Ma è un bambino dotato pure di grandissima fantasia, non a caso il suo numero è l’1, il numero dell’infanzia.

È una Roma borghese, quella che descrivi, ma non sempre felice. Grandi feste, locali alla moda, ma pure un senso di vuoto che non si può riempire facilmente. In fondo come scrivi “anche in un posto senza finestre può esserci luce”. Le città riflettono ciò che proviamo. Roma, purtroppo, patisce l’insofferenza di chi la vive quotidianamente, riflette la solitudine di chi la abita, ma sa diventare meravigliosa attraverso gli occhi di Amanda e Samuele. Sì, Roma è senz’altro uno dei protagonisti di questa storia.

Un romanzo uscito nel pieno della pandemia è una scommessa ma pure un sacrificio poiché priva un’autrice del contatto diretto coi lettori. Come si affrontano le dirette online e quali sono i pregi dei social? Mi sento sola, avverto un senso d’incompiuto alla fine dell’evento. Mi mancano, soprattutto, le domande del pubblico, magari bisbigliate mentre sto scrivendo una dedica. Per il resto sono orgogliosa di un libro penalizzato dalla pandemia ma che ha ricevuto solo critiche positive. Apparentemente una favola, in realtà è un romanzo molto psicologico che, in questo particolare momento storico, ci offre occasioni di riflessione e ci spinge a scommettere sul futuro.

Cosa ti aspetti da questo romanzo? Il romanzo è nato come sceneggiatura, pertanto spero che possa trasformarsi in un film.

Titolo: Dimmi che non può finire

Autrice: Simona Sparaco

Casa editrice: Einaudi

Genere: Romanzo di formazione

Pagine: 299

Anno edizione: 2020

Prezzo: € 15,00

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Consigli di lettura: “Il silenzio delle nostre parole” della stessa Simona Sparaco

L’autrice

Simona Sparaco ha pubblicato per Einaudi “Sono cose da grandi” (2017). Tra gli altri libri, i romanzi “Nessuno sa di noi” (2013, finalista al Premio Strega), “Se chiudo gli occhi” (2014, Premio Selezione Bancarella e Premio Tropea), “Equazione di un amore” (2016) e “Il silenzio delle nostre parole” (Premio Dea – Planeta 2019).

Paquito

Lettore medio

Il mare senza stelle (Erin Morgenstern)

Per coloro che provano nostalgia verso un luogo dove non sono mai stati. Coloro che cercano anche se non sanno cosa (o dove) sia ciò che stanno cercando. Coloro che cercano, troveranno.

Zachary “Zach” Ezra Rowlings è un giovane laureando che, come molti suoi coetanei nella stessa condizione, nutre dei dubbi sul suo futuro. Per combattere questa irrequietezza Zach si rifugia spesso nei libri perdendosi nelle storie. Durante una delle sue spedizioni nella biblioteca della facoltà trova qualcosa di inaspettato: un piccolo libro rosso, anonimo e usurato dal tempo, che risponde al titolo di “Dolci Rimpianti” e che probabilmente non avrebbe mai notato se non fosse stato collocato nello scaffale sbagliato. Tra le sue pagine Zach scopre un particolare inquietante, un episodio della sua infanzia che ha successivamente classificato come frutto della sua immaginazione di bambino e che non ha mai raccontato a nessuno. Sospeso tra l’incredulità, i dubbi sulla sua sanità mentale (come dargli torto!) e il desiderio di sapere, Zachary si trova coinvolto in una ricerca misteriosa, seguendo i tanti indizi sotto la guida di personaggi enigmatici e affascinanti, tutti mossi da un unico scopo comune: trovare il mare senza stelle.

“Il mare senza stelle” di Erin Morgenstern (edito in Italia dalla casa editrice Fazi) è un romanzo dalla struttura molto particolare: la storia dedicata a Zach e alla sua ricerca è intervallata da altri racconti, soprattutto favole contenute in altri libri che il protagonista trova sulla sua strada; ogni racconto con cui Zach verrà in contatto è un pezzo di una storia più grande, riguardante persone che si sono a loro volta perse e ritrovate nella Baia del mare senza stelle. Il romanzo assume così la forma di un mosaico in cui ogni elemento va a riempire uno spazio vuoto, in cui una piccola favola o una allegoria nascondono grandi verità. Non è un romanzo semplice, è denso di sotto trame ed eventi, spesso narrati in chiave simbolica, che solo alla fine del romanzo, come in un gioco di prestigio, vengono messi nella giusta luce. L’autrice ha la capacità di costruire un mondo fantastico con regole e leggende proprie, personaggi spesso un po’ eccentrici ma con cui non si può non simpatizzare e, soprattutto, ha creato un romanzo per gli amanti delle storie e dei libri dal quale traspare la sua passione per la lettura.

Se quindi la struttura può scoraggiare il lettore che ha bisogno della giusta dose di concentrazione per seguire i salti tra mondi, spazio e tempo, c’è da dire che la scrittura dell’autrice facilita questo compito: è semplice ma molto elegante, evocativa il giusto e in alcuni punti molto poetica. Quello che ho anche molto apprezzato è stata la scelta di raccontare la storia facendo riferimenti espliciti alla cultura pop: le citazioni di romanzi (due fra i tanti: “Harry Potter” e “Il signore degli anelli”) e videogiochi (di cui il nostro protagonista è grande appassionato) si trovano in tutto il libro e creano nel lettore, specie se giovane, una bella sensazione di appartenenza e affiliazione con i protagonisti.

Titolo: Il mare senza stelle

Autore: Erin Morgenstern

Genere: Fantasy

Casa editrice: Fazi Editore

Pagine: 600

Anno: 2020

Prezzo: € 22,00

Tempo medio di lettura: 5 giorni

Consiglio di lettura: Recuperare anche il precedente romanzo dell’autrice Il circo della notte.

L’autrice

Erin Morgenstern vive nel Massachusetts, è un’artista multimediale e una scrittrice. Il suo primo romanzo “Il circo della notte” è diventato subito un best seller, pubblicato in più di dodici lingue diverse.

Giovanna

Lettore medio

Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro (HishamMatar)

La luce stava lentamente scemando. Il mare era calmo ma non immobile. La superficie era rigata da correnti che fluivano in varie direzioni, lievi come i segni del sonno sulla pelle. Avevo la sensazione non di osservare, bensì di ricordare, come se io e Diana avessimo già vissuto lì e ora fossimo tornati con lo stesso spirito con cui ci era capitato di visitare città dove avevamo vissuto in precedenza; come se ci ritrovassimo in piedi davanti a un edificio che un tempo chiamavamo casa e provassimo la strana sensazione che si prova quando i cambiamenti in noi contrappongono alla stabilità di una geografia famigliare (…) Ma non era una cosa strana da pensare, adesso che ero finalmente a casa? O è questo l’essere a casa: casa come luogo dal quale l’intero mondo tutt’a un tratto è accessibile?

Vincitore del Premio Pulitzer 2017 per l’Autobiografia, il romanzo “Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro” dello scrittore libico HishamMatar, edito da Einaudi, è un memoir grandioso e dolente, scritto con uno stile avvincente ed elegante e con un tono che resta sempre pacato anche quando il racconto descrive episodi dolorosi o cruenti.

Al centro dell’autobiografia figurano il ritorno in Libia dell’autore, la necessità di un confronto con il proprio passato e, soprattutto, l’indagine sul padre scomparso, una ricerca che è anche l’occasione per narrare ai lettori la storia della famiglia Matar, dal nonno Hamed, schierato contro il colonialismo italiano, deportato in Italia e riuscito miracolosamente a fuggire e tornare in patria, al padre, JaballaMatar, la cui figura di appassionato di poesia, alto ufficiale dell’esercito, diplomatico, imprenditore di successo, leader nato, patriota convinto, è accuratamente ricostruita.

Il romanzo ruota intorno a due date fondamentali: il 1990, in cui JaballaMatar, leader dell’opposizione a Gheddafi, viene rapito al Cairo e rinchiuso a Tripoli nella terribile prigione di Abu Salim, e il 2012, quando HishamMatar, in compagnia della moglie Diana, della madre e del fratello, torna in Libia, animato dalla volontà di indagare sulla scomparsa del padre e di ricostruirne la sorte. I ventidue anni trascorsi tra il rapimento del padre e il ritorno in patria della famiglia sono gli anni in cui Hisham conclude gli studi in Inghilterra, si trasferisce negli Stati Uniti, si sposa, scrive libri, anche se si tratta di anni dominati dall’assenza della figura paterna e dall’angoscia per il suo oscuro destino. L’autore approfitta dello sprazzo di speranza, aperto dalla Primavera araba del 2011, per tornare nella patria della sua infanzia felice e compiere un ben più vasto viaggio di carattere tanto storico quanto affettivo. Visitando i luoghi e incontrando i parenti e gli amici che hanno condiviso con il padre decenni di prigionia nel nobile palazzo di Abu Salim, Hisham riesce a recuperare il passato e a ritagliare i contorni della figura paterna, ponendo fine alla propria condizione di Telemaco bloccato dall’assenza di Ulisse, di esule oppresso dai sensi di colpa e impegnato in battaglie pubbliche.

Le tappe di questo itinerario, intimo e privato, intersecano la storia libica del ventesimo secolo, dalla resistenza all’occupazione italiana alla dittatura di Gheddafi.

Il grande merito di HishamMatar è infatti quello di fondere i ricordi personali con la storia del suo Paese d’origine, riuscendo a presentare un quadro chiarissimo, dall’epoca del colonialismo italiano iniziata nel 1911, ai successivi rapporti tra Italia e Libia, alla Seconda guerra mondiale, all’avvento del colonnello Muammar Gheddafi, fino alla caduta di quest’ultimo con la Primavera araba.

Un racconto emblematico dei nostri tempi, delle ambiguità dell’Europa che conclude lucrosi affari con i regimi totalitari invece di contrastarli, e un racconto universale sui destini umani stritolati dai meccanismi del potere.

Titolo: Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro

Autore: HishamMatar

Casa editrice: Einaudi         

Genere: Romanzo autobiografico

Pagine: 246

Anno di pubblicazione: 2017

Prezzo: € 11,40

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Suggerimento di lettura: “Un punto di approdo”, HishamMatar, Einaudi, 2019

L’autore

HishamMatar è nato nel 1970 a New York da genitori libici. È vissuto a Tripoli e poi al Cairo prima di trasferirsi a Londra. Per Einaudi ha pubblicato “Nessuno al mondo” (2006), tradotto in ventinove lingue e finalista al Man BookerPrize, “Anatomia di una scomparsa” (2011) e “Il ritorno” (2017), vincitore del Premio Pulitzer 2017 per l’Autobiografia.

Federica

Lettore medio

Soltanto mia (Elena Giulia Montorsi – Lorenzo Puglisi)

Ho vissuto la mia sessualità, ho fatto come se fossi un uomo, senza impegni e senza legami. Io non volevo nessuno, non ho mai parlato di sentimenti, ma sono una donna e certe cose noi non possiamo farle, dopotutto.

Gabriele e Federica si incontrano per caso in estate su di un treno che li riporta a Milano. Già si conoscevano in precedenza ma da quel momento iniziano a sentirsi più assiduamente, anzi Gabriele è quello più presente e corteggia Federica in modo gentile e non troppo invasivo. Entrambi sono genitori separati con figli e stanno affrontando la separazione in modo diverso. Lui in guerra aperta, lei in maniera amichevole per il bene dei figli.

Sono diversi anche nel modo di vivere la frequentazione: Gabriele perde la testa per Federica, mentre per lei è solo un diversivo, un passatempo. Qualcosa però si rompe quando la donna va a cena con un altro uomo e Gabriele, dopo una scenata di gelosia feroce, inizia a essere ossessivo e possessivo nei suoi confronti.Arriverà a picchiarla e lei sprofonderà in uno stato perenne di ansia, paura e sensi di colpa.

In “Soltanto mia” di Elena Giulia Montorsi e Lorenzo Puglisi (edito da Mondadori) viene affrontato lo stalking e anche la conseguenza che nella maggior parte dei casi questo comporta: violenza fisica e psicologica.La protagonista di questo romanzo vuole vivere la sua sessualità come meglio crede, ma l’uomo che le è affianco non è dello stesso avviso vedendo in lei un oggetto da possedere e chiamando tutto questo “amore”. Bisogna sempre sensibilizzare su questi temi, perché chi ci è dentro prova a fare come Federica e cerca di risolvere il problema da sola per non coinvolgere i propri affetti più cari. In questa storia i lividi non sono solo quelli visibili ma soprattutto quelli che si formano dentro con il senso di colpa, l’accusarsi di aver fatto qualcosa di sbagliato nei confronti dell’altra persona senza capire che è tutto il sistema patriarcale ad esserlo. Donne e uomini, indistintamente, sono intrappolati in questa mentalità maschilista piena di giudizi e pregiudizi. È arrivato il momento di dire basta alle discriminazioni alle quali assistiamo ogni giorno. Alla colpevolizzazione delle vittime dove la frase “se l’è cercata” è spesso detta esplicitamente non solo dagli uomini ma anche dalle donne. I tempi sono più che maturi per iniziare ad avere più consapevolezza, di capire che le donne non sono oggetti,trofei da esporre o tacche sulla cintura.

La dottoressa Montorsi e l’avvocato Puglisi hanno voluto mostrare questa escalation di violenza, a mio parere, in modo oggettivo senza troppa retorica, semplicemente mostrando come non bisogna sottovalutare certi atteggiamenti e segnali e nel non vergognarsi di chiedere aiuto.

Titolo: Soltanto mia

Autore: Elena Giulia Montorsi- Lorenzo Puglisi

Genere: Narrativa

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 216

Anno: 2020

Prezzo: € 18

Pittore e quadro consigliato: “Susanna e i vecchioni” (Artemisia Gentileschi)

Gli autori

Elena Giulia Montorsi laureata in Psicologia Clinica all’università di Pavia. Nel 2007 ha frequentato il Master in Psicologia dello Sport, per poi frequentare la scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta con particolare riguarda ad adolescenti, giovani adulti e famiglie.Collabora dal 2010 Con Lorenzo Puglisi, avvocato del foro di Milano specializzato in diritto di famiglia e diritto minorile, che nel 2009 ha fondato SOS Stalking (www.sos-stalking.it) primo sportello telematico in Italia che fornisce assistenza legale e psicologica alle vittime di atti persecutori.

Insieme hanno pubblicato nel 2013 Con te ho chiuso (Feltrinelli).

Arianna