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Non è triste Venezia (Francesco Erbani)

9788862668859_0_0_472_75Luccica per davvero o è uno scherzo dell’immaginazione,una memoria che riaffiora? Di scherzi come questo Venezia è maestra, abile nel trasferire il presente nel passato e viceversa.

Non un semplice reportage. Quel che Francesco Erbani realizza con “Non è triste Venezia” (edito da Manni Editori) è un’attentissima analisi dello stato di una città che, nonostante la storia millenaria, sembra vivere ormai di ricordi sbiaditi e rimpianti per le occasioni mancate. Una città sempre più a misura di turista (con un potenziale comunque sfruttato poco e male) e con cittadini sempre meno affezionati alla terra di Marco Polo.

Il punto di forza di questo volume sta, senza dubbio, nello straordinario lavoro di documentazione effettuato dall’autore. Erbani non si limita a riportare dati statistici, preferendo invece affidarsi al racconto di imprenditori, politici, artigiani e semplici residenti. Testimonianze alle quali si aggiunge l’esperienza vissuta, durante i suoi soggiorni, in un luogo in grado di conservare, nonostante tutto, il proprio fascino.
Con lo spirito critico del giornalista, Erbani riporta pure dati preoccupanti per istituzioni e imprenditori poco lungimiranti o, forse, troppo disinteressati alle sorti di una città che attrae turisti ma allontana i residenti.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore…

Non è triste Venezia. Come è nata l’idea di questo volume? Dal desiderio di smontare un luogo comune: Venezia è una città che non ha più storia e non ha futuro. Non è solo la città romantica del Ponte dei sospiri – giusto per citare uno scorcio romantico – ma non è neppure una città al collasso come si vuole far credere.
Cosa concretamente si potrebbe (e si dovrebbe fare) per far sì che Venezia diventi, innanzitutto, una città da vivere e poi da visitare? Venezia offre tantissimi spazi. Si potrebbero intercettare ricercatori, studiosi, artigiani. Ma vanno individuati tra le nuove leve. Basti pensare alla laguna e al suo fragile equilibrio che potrebbe divenire oggetto di studio, di manutenzione e di tutela. L’Arsenale – che occupa un sesto del territorio – potrebbe trasformarsi in uno spazio per cantieri navali, per l’artigianato e la cultura, rispolverando la sua natura originaria. Venezia, insomma, potrebbe regalare tantissime opportunità semplicemente studiando sé stessa.
MO.S.E.: potenziale risorsa (mal sfruttata) o semplice fallimento dal punto di vista imprenditoriale e politico? Senz’altro la seconda. Mettendo da parte le indagini in corso e le valutazioni della magistratura – secondo cui era il Consorzio Venezia Nuova il controllore di sé stesso – parliamo di un’opera rimasta tutt’ora incompleta che è costata oltre cinque miliardi e mezzo di euro realizzata in un sistema completamente monopolistico e senza alcun tipo di confronto con altri progetti. E che non si ha la certezza che possa funzionare. Inoltre ci si trova di fronte a un progetto ormai obsoleto e alla necessità di una manutenzione di tutta l’opera i cui costi sfiorano i cento milioni l’anno.
Assai spesso citi Marco Polo, tuttavia a me è venuto in mente un altro celebre viaggiatore: Corto Maltese. Ha mai pensato all’eroe di Hugo Pratt, mentre scriveva questo libro? Confesso di non averlo fatto. Tuttavia non mi meraviglio che Pratt – intensamente veneziano – abbia ambientato qui una delle storie di Corto Maltese. Un personaggio che sembra incarnare perfettamente lo spirito di una città che non può e non deve morire.

Titolo: Non è triste Venezia. Pietre, acque, persone. Reportage narrativo da una città che deve ricominciare
Autore: Francesco Erbani
Casa editrice: Manni Editori
Genere: reportage
Pagine: 232
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: Concedersi una passeggiata tra le calli veneziane, immaginandosi Marco Polo, poi Corto Maltese, poi un turista che vuol lasciarsi travolgere dalla magia di questa città. Infine un cittadino che vuol riappropriarsi di questi spazi.

L’autore
Francesco Erbani è nato a Napoli nel 1957, vive a Roma, trascorre molto tempo a Venezia. È giornalista di “Repubblica”, dove lavora nelle pagine culturali.Si occupa di inchieste sul degrado urbanistico e ambientale del territorio italiano. Nel 2003 ha vinto il premio di Giornalismo civile e nel 2006 il premio Antonio Cederna. È stato il curatore del Città territorio festival di Ferrara e di Leggere la città di Pistoia. Ha pubblicato “L’Italia maltrattata” (Laterza 2003), il libro-intervista con Tullio De Mauro “La cultura degli italiani” (Laterza 2004), “Il disastro. L’Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe” (Laterza 2010), il libro-intervista con Leonardo Benevolo “La fine della città” (Laterza 2011), “Roma. Il tramonto della città pubblica” (Laterza 2013), “Pompei, Italia” (Feltrinelli 2015), “Roma disfatta” (con Vezio De Lucia, Castelvecchi 2016).

Paquito

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L’età della Ragione (Thomas Baas, Didier Lévy)

9788867995295_0_0_300_75Tra 7 giorni, dice George, avrò 7 anni.
7 anni, l’età della ragione.

George, il protagonista de “L’età della ragione”, libro illustrato a cura di Thomas Baas e Didier Lévy (edito da Clichy), è un ragazzino come tanti. Va a scuola, fa i compiti, gioca, legge e lavora di fantasia. Fantasia che diviene fervidaa sette giorni dal suo settimo compleanno.
Durante questa settimana George rifletterà – mostrandosi particolarmente maturo – sul proprio passato (a cominciare dai 9 mesi trascorsi nel grembo materno) e sul futuro che lo attende, immaginandosi centenario, col capo canuto e le rughe che trasformeranno il suo volto in quello di un capo indiano.
Come e quanto cambierà la sua vita una volta raggiunto il traguardo dei 7 anni?

Ritengo che il termine giusto per definire questo libro sia: delicato. Con delicatezza, infatti, Baasnarra narra una storia che sembra rappresentare un ideale filo per legare vecchie e nuove generazioni. Non una semplice storia per bambini, ma un racconto educativo narrato con semplicità.
E altrettanto semplice è il tratto che utilizza Lévy per le illustrazioni. Forme arrotondate e tenui colori che richiamano al mondo dei più piccoli mentre la maturità di George viene rappresentata – a mio parere in modo impeccabile – nei primi piani. Grazie a Lévy, infatti, il volto del bambino è estremamente comunicativo e in grado di raccontare tutto quel che le parole, da sole, non riescono a dire.

Titolo: L’età della Ragione
Autore: Thomas Baas
Illustrazioni: Didier Lévy
Casa editrice: Clichy
Genere: racconto illustrato
Pagine: 32
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Perché leggerlo? Per riscoprirsi bambini e per viaggiare dentro se stessi scoprendo un modo semplice, ma estremamente efficace, di rivolgersi alle nuove generazioni.

Gli autori

Didier Lévy, nato a Parigi nel 1964, è uno tra i maggiori autori francesi per l’infanzia, conteso dalle più prestigiose case editrici d’oltralpe. Scrittore talentuoso e sensibile, capace di affrontare con linguaggio semplice i grandi temi della vita e le tappe fondamentali della crescita. Con Clichyha pubblicato “Viva la danza!”.

Thomas Baas nato nel 1975 a Strasburgo,si diploma alla famosissima scuola di arti decorative della città, è illustratore e cartellonista. Humor, tenerezza, personaggi dal gusto dolcemente retrò e colori vibranti sono il tratto distintivo del suo stile sofisticato. Con Clichy ha pubblicato “Il volo di Osvaldo”.

Paquito

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Boy erased. Vite cancellate (Garrard Conley)

9788894833126_0_0_423_75Nelle strutture di Love in Action (LIA), che ho dovuto frequentare per un certo periodo, non era permesso tenere un diario o scattare fotografie, qualunque cosa insomma servisse a fissare un attimo.

Partiamo da un assunto: un libro non può vincere e non potrà mai vincere i pregiudizi, tuttavia un romanzo può essere di conforto per sentirsi meno soli, specie quando si parla di omosessualità.
Non è retorica la mia, soltanto l’idea che mi sono fatto dopo aver letto “Boy erased. Vite cancellate”, il romanzo di Garrard Conley edito da Edizioni Black Coffee.
Una storia autobiografica nella quale l’autore racconta sé stesso e il proprio passato: figlio di un pastore battista, Garrard fa coming out dichiarandosi omosessuale. Nel tentativo di curarlo, viene spedito dai genitori presso “Love in Action”, una struttura (gestita da ex gay) nella quale sarà sottoposto a una terapia riparativa. L’obiettivo è ritornare eterosessuale e, di conseguenza, riuscire a ristabilire il proprio rapporto con Dio, liberandosi dal peccato.
In un continuo alternarsi di flashback, Conley racconta il proprio passato (quello più recente, durante la terapia all’interno di LIA, e quello dei tempi del liceo e del college), le proprie aspirazioni (desidera diventare uno scrittore), e il timore di ammettere la propria omosessualità ai genitori, ma soprattutto a sé stesso. Una paura contro la quale dovrà necessariamente confrontarsi.

Questo libro mi è piaciuto davvero tantissimo. Innanzitutto dal punto di vista tecnico: Conley, infatti,non punta alla ricercatezza del linguaggio ma alla sostanza, regalando una storia fluida e “carveriana” (non a caso ha frequentato dei corsi di scrittura creativa durante il college).
L’utilizzo del flashback, inoltre, è impeccabile: il lettore, grazie ai continui rimandi al passato,riesce a familiarizzare tanto con il protagonista quanto con i comprimari della storia. Una storia che viene raccontata senza emettere alcun giudizio: per Conley, nonostante tutto quel che gli è accaduto, non vi sono buoni né cattivi, vi sono soltanto differenti visioni del mondo e del modo di vivere la propria sessualità.

Titolo: Boy erased. Vite cancellate
Autore: Garrard Conley
Casa editrice: Edizioni Black Coffee
Genere: autobiografia
Pagine: 329
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Suggerimenti di lettura: “Per sempre tuo. Le lettere di Oscar Wilde a lord Alfred Douglas” di Oscar Wilde.
Suggerimenti cinematografici: “Boy Erased – Vite cancellate” film del 2018 scritto e diretto da Joel Edgerton e tratto dal romanzo di Conley.

L’autore
Garrard Conley è un sopravvissuto della terapia riparativa. Nelle scuole dialoga con i ragazzi su cosa significhi crescere gay nel Sud degli Stati Uniti, insegnando loro a superare il trauma attraverso la scrittura. Numerosi suoi articoli sono apparsi su “Time”, “Vice”, “CNN”, “BuzzFeed”, “Them”, “Virginia Quarterly Review” e “The Huffington Post”. Di recente è entrato tra i finalisti del “Lambda Award”, nella categoria memoir e autobiografia. Vive a New York con il marito, “Boy Erased” è il suo primo libro.

Paquito

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Il racconto dell’ancella (Margaret Atwood)

9788868337421_0_0_472_75Vivevamo di abitudini. Come tutti, la più parte del tempo. Qualsiasi cosa accade rientra sempre nelle abitudini. Anche questo, ora, è vivere di abitudini. Vivevamo, come al solito, ignorando. Ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà.

In un tempo vicino a noi, ma non meglio specificato, gli Stati Uniti hanno instaurato un regime totalitario – la Repubblica di Galaad – che si basa sul controllo del corpo femminile e sulle nascite. Dopo una lunga serie di guerre atomiche che hanno devastato il pianeta, la maggior parte delle donne è divenuta incapace di procreare, perciò le famiglie più ricche e potenti di Galaad devono usufruire di Ancelle, domestiche ancora fertili, per assicurarsi un erede e il rispetto dell’intera comunità.
Difred, ovverosia la donna che appartiene a Fred, è la protagonista di “Il racconto dell’Ancella” (edito da Ponte alle Grazie); passionale eppure timorosa, vive la dittatura e il suo ruolo di schiava sessuale in maniera passiva. Pur correndo spesso con il pensiero alla sua vecchia vita, a sua figlia e al suo compagno, che le sono stati portati via durante un tentativo di fuga finito male, Difred è alla costante ricerca di modi per restare viva, di essere accettata dai suoi padroni, il Capitano Fred e sua moglie Serena Joy.
Così, quando scopre l’esistenza di una organizzazione segreta, volta al perseguimento della rivoluzione e della libertà, Difred non sa se rischiare la vita per una causa che le pare irrealizzabile oppure se accettare le inaspettate attenzioni che il Capitano le riserva in segreto.

“Il racconto dell’ancella” è un romanzo che fa riflettere e amareggia non poco; i suoi contenuti risultano difficili da digerire perché vicini alla nostra realtà più di quanto si possa credere. E la sua protagonista, lontana dalle figure eroiche a cui la letteratura distopica degli ultimi decenni ci ha abituato, incarna perfettamente ogni aspetto della natura umana, il desiderio di sopravvivere nonostante tutto e la reticenza ad agire per il bene della comunità.
L’autrice riesce, seppure con estrema lentezza, a trascinare il lettore in un mondo alternativo, in cui secoli di femminismo e lotte per la parità sono valsi a nulla, in una società fortemente patriarcale, che, sebbene alcuni estremismi, risulta troppo vicina alla nostra. Chi legge non può fare a meno di sentirsi spiazzato dalla familiarità di alcune scene e inquieto per l’immediatezza con cui le emozioni gli vengono trasmesse dalla prima all’ultima pagina.

Titolo: Il racconto dell’ancella
Autore: Margaret Atwood
Casa editrice: Ponte alle Grazie
Genere: Distopico
Pagine: 398
Anno edizione: 2017
Prezzo: € 16,80
Tempo medio di lettura: 8 giorni
Serie Tv consigliata: “The Handmaid’s Tale”

L’autrice
Margaret Atwood è una delle voci più note della narrativa contemporanea. Laureata ad Harvard, ha esordito a diciannove anni. Ha pubblicato oltre venticinque libri tra romanzi, racconti, raccolte e saggi. Più volte candidata al Premio Nobel per la letteratura, ha vinto il Booker Prize nel 2000 per “L’assassino cieco” e nel 2008 il premio Principe delle Asturie. Tra i suoi titoli più importanti, ricordiamo “L’altra Grace” e “L’altro inizio”.

Claudia

 

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Storia d’Italia ai tempi del pallone (Darwin Pastorin)

9788899032555_0_0_300_754 maggio 1949.
Un boato, lassù in collina.
Proprio là, dove c’è la Basilica di Superga. Più in alto esiste solo il cielo.

Qual è il modo migliore di raccontare la storia d’Italia degli ultimi settant’anni? Attraverso le imprese sportive dei grandi calciatori che hanno calcato i campi di serie A, ad esempio. E Darwin Pastorin lo fa brillantemente nelle pagine di “Storia d’Italia ai tempi del pallone. Dal Grande Torino a Cristiano Ronaldo” edito da Casa Sirio.
Ventiquattro storie per raccontare il belpaese dal 1949, anno della tragedia di Superga che vide la fine del Grande Torino, al 2018, anno in cui Cristiano Ronaldo torna ad arricchire il cast della serie A. Un torneo che, nell’ultimo ventennio del secolo appena trascorso, ha visto alternarsi fuoriclasse come Diego Maradona, Marco Van Basten, Zico, Totti e Del Piero. Ma pure allenatori come Arrigo Sacchi e presidenti come Silvio Berlusconi, autori di autentiche rivoluzioni calcistiche.
Di ogni calciatore, Pastorin racconta la storia in campo e quella fuori (spesso affidandosi a una personalissima aneddotica) ma, soprattutto, trova dei legami con quel determinato periodo storico, spaziando dalla politica alla cronaca nera oppure allo spettacolo.
A rendere unico questo volume, che promuovo a pieni voti da lettore e da appassionato di calcio, le illustrazioni di Andrea Bozzo che regala un ritratto di ognuno dei protagonisti. E, a proposito di protagonisti, è arrivato il momento di cedere la parola a Darwin Pastorin…

Dando un’occhiata all’indice mi accorgo che si parla di un solo difensore: Facchetti. Mera casualità oppure è valsa la regola “la miglior difesa è l’attacco”? Premesso che la storia di ogni calciatore è contestualizzata a un evento storico del nostro paese, ho scelto Facchetti perché illustra perfettamente gli anni ’60. Con questa sua figura elegante – alto e biondo – sembrava un attore hollywoodiano. Non è un caso che fosse un calciatore amato anche dalle mamme e dalle nonne. Inoltre ritengo che Facchetti rappresenti perfettamente tutti i difensori.
Ho apprezzato moltissimo la vena romantica di questa raccolta. Assai spesso aggiungi aneddoti personali, raccontando l’uomo e non solo il personaggio sportivo. In generale, quale calciatore ti ha sorpreso di più dal punto di vista umano? Scirea, senza dubbio. L’ho definito “l’angelo calciatore”. Non esisterà mai nessuno come lui. Lo penso oggi, vivo, nel calcio moderno, come una voce importante fuori dal coro. Lo immagino allenatore dei ragazzi. M’immagino insieme a camminare e a raccontarci le nostre storie.
E quale – da un punto di vista prettamente calcistico – ritieni non si sia mai espresso al meglio delle sue potenzialità? Domenico Marocchino. Pur avendo giocato nella Juve, nella Sampdoria e in nazionale, aveva tutte le carte in regola per essere uno dei più grandi attaccanti italiani di quella generazione (inizio anni ’80, ndr), ma era una “testa d’artista”.
Fedeli al tuo libro, proiettiamoci nel futuro adesso. Da qui a cinque anni, in una nuova edizione di “Storia d’Italia ai tempi del pallone”, quali calciatori arricchirebbero il volume? Senza dubbio Koulibaly, specie dopo quel che è capitato durante la partita Inter – Napoli (campionato 2018/19). Poi Lorenzo Insigne che, quando lo vedo giocare, mi riporta alla mente la mia infanzia brasiliana; Dybala, calciatore che mi piace tantissimo. Mi piacerebbe raccontare storie di calciatori che, da qui a dieci anni, possano affermarsi a livello internazionale. Da questo punto di vista mi sta piacendo molto il lavoro di Roberto Mancini che sta andando anche nella “periferia del calcio” a scovare talenti. Questo gli fa onore e secondo me darà soddisfazioni.§
E adesso ci facciamo i fatti tuoi. L’ultimo libro che hai letto e quello che rileggeresti volentieri.
Ultimamente ho letto due libri molto interessanti: “Le strade di Laredo” di Larry McMurtry – un romanzo che racconta l’epopea del west e che trovo straordinario – e il poetico “Con in bocca il sapore del mondo” di Fabio Stassi. Inoltre sto rileggendo “Eseguendo la sentenza” di Giovanni Bianconi, nel tentativo di mettere ordine a questa storia d’Italia molto confusa.

Titolo: Storia d’Italia ai tempi del pallone. Dal Grande Torino a Cristiano Ronaldo
Autore: Darwin Pastorin
Illustrazioni e progetto grafico: Andrea Bozzo
Casa editrice: Casa Sirio
Genere: saggio sportivo
Pagine: 105
Anno: 2018
Prezzo: € 16,00
Tempo medio di lettura: 1 giorno
Suggerimenti di lettura: “I portieri del sogno” e “Tempi supplementari” entrambi di Pastorin.

L’autore
Darwin Pastorin è un italo-brasiliano (nato a San Paolo da emigranti veronesi) innamorato del calcio e della letteratura. Giornalista, scrittore, sognatore. Giovanni Arpino e Vladimiro Carminiti i suoi maestri, Pietro Anastasi il suo idolo da ragazzo (quando faceva il centravanti alla Osvaldo Soriano).

Paquito

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Seb e la conchiglia (Claudia Mencaroni & Luisa Montalto)

9788899931292_0_0_423_75C’è un posto che conosco solo io. Ci vado da sola, quando fa buio. Non è lontano da qui, ma nessuno conosce la strada. Nessuno tranne Seb. Seb parla una lingua che nessuno conosce, nessuno tranne me.

“Seb e la conchiglia”, il racconto illustrato da Luisa Montalto su testi di Claudia Mencaroni (edito da VerbaVolant), sembra rappresentare il perfetto punto d’incontro tra “Alice nel paese delle meraviglie” e un ukiyo-e (tipica stampa giapponese raffigurante paesaggi). Già, perché la protagonista di questa storia, una ragazzina della quale non conosciamo il nome, ogni notte lascia il proprio letto e va a incontrare Seb, un ragazzino che affida al silenzio e a una lingua sconosciuta i propri pensieri. Quelli che condivide con la protagonista di questa storia che all’alba, di ritorno dalle piacevoli scorribande in compagnia dell’amico, sembra rivolgersi il più classico dei quesiti: sogno o son desta?

Una storia breve ma intensa, questa. Caratterizzata da un formato (è una storia che si sfoglia pian piano fin o a diventare un vero e proprio manifesto 70×100) che la rende oggetto da collezione prima che storia da fruire. Tuttavia la trama, affidata a poche battute, è delicata e in grado di stimolare la fantasia di grandi e piccoli lettori. Medesima delicatezza nelle tavole illustrate da Luisa Montalto che realizza un ottimo lavoro per quel che concerne le ambientazioni e restituisce – attraverso le espressioni del volto – due piccoli protagonisti veri come non mai.
Non aggiungo altro. È arrivato il momento di cedere la parola a Claudia Mencaroni…

Seb e la conchiglia. Come è nata l’idea di questo volume? Mi sono innamorata di una tela di Luisa. Era un dipinto a colori, credo in acrilico, c’erano due bambini, complici, uno sguardo tra loro che raccontava tante cose. Ho scritto la prima versione di Seb e gliel’ho mandata; lei l’ha amata dal primo momento e si è messa immediatamente a dipingere.
La protagonista della storia è una sognatrice. Quali sono stati i tuoi riferimenti letterari? Io ci vedo la “Alice” di Lewis Carroll e la “Zazie” di Quenaeu. Questi riferimenti mi lusingano e fanno parte del mio bagaglio di lettrice, ma non saprei dire se sono stati una diretta fonte di ispirazione. La protagonista col suo cappuccio tirato su mi è venuta a trovare, l’ho dovuta seguire nelle sue fughe notturne per acchiapparne la forza evocativa; e, del resto, c’è anche molto di me in quella bambina, quindi qualcosa di molto carnale e poco intellettuale.
Seb parla una lingua sconosciuta, tuttavia comprensibile per la protagonista. Il messaggio implicito è: a volte le parole non servono, basta lasciarsi andare e far parlare le emozioni? Seb è un bambino, parla la lingua dei bambini. Quella che spesso non comprendiamo e che, nel migliore dei casi, liquidiamo con una risatina, nel peggiore, correggiamo noi, cattivissimi adulti. Seb parla la lingua della fantasia, di una libertà e potenzialità che una volta cresciuti ci diventa inaccessibile.
Come hanno reagito i bambini a questa storia e quale è stato il feedback degli adulti? Più di tutto, quando leggo Seb ai bambini, riscontro la meraviglia di ritrovarsi davanti un libro inconsueto: dopo i primi due dispiegamenti non è raro sentire un tappeto sonoro di “ohhh” ogni volta che il libro si fa più grande, fino al poster finale. Gli adulti hanno probabilmente percepito anche tutto il resto, dalla lettura – oltre la storia di una fuga notturna – alla cura e alla poesia delle illustrazioni, perché al di là delle mie aspettative Seb è piaciuto davvero tanto, abbiamo ricevuto recensioni profondissime e molto sentite, e attestazioni di stima anche dai librai.
Accostando un orecchio alla conchiglia, quale rumore riesci a sentire? Il mare, ovviamente, il mio. Il Mediterraneo al quale sono legati meravigliosi ricordi della mia infanzia, dalla Puglia alla Grecia.
Suggeriamo adesso l’ideale colonna sonora per godersi a pieno questa storia. A me viene in mente “Oltremare” di Ludovico Einaudi. Rilancio con i SigurRos, “Staràlfur”.E tutto il resto dell’album “AgaetisByrjun”.
In qualche angolo recondito della tua fantasia, nell’autobus che prendi tutti i giorni oppure dentro casa: i protagonisti di questa storia esistono? Esistono: devono esistere. Non posso immaginarmi così disperata da non ammettere la loro esistenza.
Prima di salutarci una domanda “privata”: l’ultimo libro che hai letto e quello che rileggeresti volentieri. Quello appena letto e lasciato accanto al cuscino ieri sera “Tutto il mio mondo sei tu”di Jimmy Liao. Rileggerei volentieri “Zazie nel metró” perché me l’hai ricordato tu.
Hai 300 battute per convincerci a leggere questo libro. Posso dirvi perché lo leggerei io: per perdermi nel tratto a inchiostro di Luisa, fra le sue pennellate poetiche e materiche; per seguire, come Pollicino le briciole, i suoi non detti nella trama della carta di riso; e poi riscoprirmi al sicuro, con la sua conchiglia sotto il cuscino.
Saluta i lettori medi:non ci perdiamo!

Titolo: Seb e la conchiglia
Autrice: Claudia Mencaroni
Illustrazioni: Luisa Montalto
Casa editrice: VerbaVolant edizioni
Genere: racconto illustrato
Pagine: 32
Anno: 2018
Prezzo: € 12,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Suggerimenti: dopo aver letto questa storia, sfogliandola con estrema calma, distendere le pagine e fissarle al muro, così da godersi in pieno la storia da parati.

Le autrici
Claudia Mencaroni sguazza quotidianamente fra i libri: quando non li scrive, riscrive, legge, corregge o mette a posto, ne parla. Ha pubblicato raccolte di racconti per PONS GmbH, è autrice di varia per Newton Compton e lavora come redattrice editoriale freelance. Vive a Roma assieme a due figli e a un MaritoZen, con i quali fugge al mare appena può. Per VerbaVolant Edizioni ha pubblicato nel 2018 l’albo “La fabbrica delle mamme”, con le illustrazioni di Giulia Cregut.

Luisa Montalto è illustratrice e artista autodidatta.Nata in Italia, dove ha formato il suo senso estetico, da cinque anni vive a Singapore con una gatta grassa, un marito scienziato e una bambina di tre anni che le insegna come essere felice. Mangia troppi noodles, studia pittura cinese a inchiostro e inciampa in spettacoli di fuochi d’artificio, cerimonie tradizionali e templi nella giungla. Per quindici anni ha lavorato come illustratrice per l’agenzia di New York Illoreps e ha pubblicato con Penguin, Oxford University Press, Wall Street Journal, Capstone, BloomsburyChildren’s Books e Klutz Press; in Italia con Mondadori, Piemme, Newton Compton, Lapis. Attualmente insegna arte e lavora a nuovi libri illustrati e un fumetto.

Paquito

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Cinzia (Leo Ortolani)

9788832731552_0_0_300_75Hai un pene dove dovrebbe esserci la sfrugna! Hai trenta centimetri in più, santiddio!

Partiamo da un assunto: “Cinzia” (ed. Bao Publishing) è un graphic novel imperdibile. Leo Ortolani è riuscito, con l’ironia che lo contraddistingue da sempre, ad affrontare una tematica molto delicata: quella del gender.
Cinzia, infatti, si sente donna, in ogni parte di sé, tuttavia dal punto di vista biologico è Paul. Si vede costretta, pertanto, ad affrontare quotidianamente i pregiudizi e a vivere un conflitto interiore: essere o non essere la donna che sente pulsare dentro di sé?
Dubbi che si acuiscono nel momento in cui, nella sua vita, compare Thomas, un ragazzo particolarmente avvenente ma non esattamente favorevole alle unioni tra persone dello stesso sesso. Riuscirà Cinzia a vivere il proprio idillio sentimentale?

Lascio ai lettori la risposta. Mi limito ad aggiungere che Ortolani utilizza l’arma più intelligente che esista – l’ironia – per smontare i milleuno pregiudizi in materia di gender. Lo fa con lo suo stile asciutto e concreto (pochi fronzoli e un gran lavoro sulle espressioni dei singoli personaggi) e con una serie di citazioni alte (l’arca di Noè su tutte) che colgono nel segno. Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore…

Cinzia.Come è nato questo graphic novel?Come tutte le storie. Dalla voglia di raccontare una storia che ti piace e che potrebbe piacere anche ad altri.E se si tratta di una storia basata su Cinzia, una donna transessuale, nata sulle pagine di Rat-Man e amatissima dai suoi lettori, parti già convinto che sarà una storia favolosa.Ma per poterla raccontare, ho portato Cinzia in un nuovo universo, in cui Rat-Man non esiste, non c’è alcun collegamento con i vent’anni di serie a fumetti. “Cinzia” è un libro totalmente autosufficiente ed è giusto che lo sia, perché il lettore deve concentrarsi su di lei, non sulla carriera di autore di Leo Ortolani.
Un personaggio molto riuscito è quello di Tamara,la coinquilina che tutti vorrebbero. Si ispira a qualcuna/o in particolare? Tamara nasce anch’essa sulle pagine di Rat-Man, era amica di Cinzia di lunga data, mi è parso bello portarla con lei in questo romanzo, dove funge da “spalla” della protagonista. È l’anima più pratica e meno romantica della storia. Ed è in effetti simpaticissima!
Ti riconosco il merito di aver trattato, con grande leggerezza, un tema delicato come il gender e, soprattutto, di aver “riso in faccia ai pregiudizi”. Quale messaggio intendevi lanciare attraverso questo graphic novel? Non è che volessi lanciare dei messaggi, diciamo che credo che siamo tutti semplicemente persone e nessuno si merita delle etichette, tantomeno per il proprio orientamento sessuale o il proprio genere. Perché le etichette vengono usate per separare gli oggetti e il rischio che siano usate allo stesso modo per le persone è sempre presente e concreto.
Quali sono stati i primi feedback da parte dei lettori?L’hanno adorata (Cinzia) e hanno adorato il romanzo. Sono stato sommerso di così tanti complimenti e manifestazioni di affetto, per questo lavoro, che ne sono rimasto sinceramente stupito. Cioè, non che non sapessi di avere fatto una bella storia, ma è evidente che è andata a toccare corde che non immaginavo avrebbe raggiunto. E colgo l’occasione per ringraziare tutti delle lettere e dei commenti.
E adesso il domandone: quanto è difficile parlare d’amore in (e attraverso) un fumetto? Se lo conosci (l’amore), non è affatto difficile. Anzi.
Parliamo di social network, adesso. Come vivi il rapporto coi tuoi ammiratori virtuali? Benissimo. Ognuno sta a casa sua, non ci si dà fastidio in nessun modo! 😀 Scherzi a parte, cerco di dare loro quel contatto, seppur virtuale, che avrei voluto avere io, quando ero un ragazzino, con i miei autori. E invece niente, non si sapeva chi fossero, dove vivessero, come lavorassero. Adesso, con i social, è tutto più immediato e diretto e soprattutto capisci come dietro una storia a fumetti ci siano un sacco di lavoro e di preparazione.
Sempre più spesso gli autori di fumetti (sceneggiatori/disegnatori, ecc.) provengono dal web. Strisce autoconclusive, tormentoni e storie che durano il tempo di qualche clic. Non temi che questo fenomeno possa incidere negativamente sul livello dei lavori editoriali futuri? Ce ne sono tanti che provengono anche da altre parti. Quelli nati sul web hanno la fortuna di farsi conoscere facilmente, solo che rischiano di essere letti solo sul web. O di limitare il loro modo di raccontare alla lunghezza di una striscia. O di un meme. Il passaggio ad autore di storie a fumetti su libro opera poi una selezione abbastanza immediata. C’è chi tiene botta e chi no. Ma è così per ogni settore, non solo per il fumetto.
E adesso ci facciamo i fatti tuoi. L’ultimo fumetto che hai letto e quello che rileggeresti volentieri. Ho appena finito di leggere “CALLAS – io sono Maria Callas”di Vanna Vinci. Meraviglioso. Non credevo che questo modo di narrare attraverso didascalie, commenti e testimonianze potesse essere così appassionante. E le tavole di Vanna sono splendide. Una grandissima autrice. Mi ha emozionato, seriamente.Difficilmente rileggo, a meno che non voglia studiare una struttura narrativa particolare.
Fiere del libro o del fumetto. Raccontaci come vivi questo genere di eventi:È sempre divertente, incontrare i lettori. È un po’ una cartina tornasole di come stai lavorando, ma soprattutto capisci che quei mesi passati da solo, in grotta, a lavorare, non sono passati invano!:)Ormai partecipo a fiere del fumetto/del libro da ventotto anni. Ho foto in cui la chioma nera e ricciuta passa gradualmente al capello grigio Eastwood. Una vita tra i fumetti è un sogno che ho potuto realizzare. Grazie a voi lettori. Sì, è vero, se facevo storie brutte, avrei fatto il geologo e a quest’ora starei ringraziando la stratificazione complicata del sottosuolo italiano, ma tant’è. Grazie.
Caro Leo, la nostra chiacchierata volge al termine. Ti ringraziamo per aver preso parte a questa intervista e ti chiediamo un ultimo, piccolissimo, favore. Lasceresti a Cinzia queste poche righe, affinché possa salutarci? Carissimi, abbraccio tutti,tutti quelli che corrono troppo piano, intendo. La vostra favolosa e inimitabile leoparda.

Titolo: Cinzia
Autore: Leo Ortolani
Casa editrice: Bao Publishing
Genere: graphic novel
Pagine: 234
Anno: 2018
Prezzo: € 20,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Suggerimenti di lettura: “La lunga notte dell’investigatore Merlo” e “Star Rats” di Leo Ortolani.

L’autore
Leo Ortolani è un fumettista italiano celebre per la serie “Rat-Man” (Panini Comics), nata nel 1990 e divenuto, nel 2006, un cartone animato per la Rai. È autore del libro “Due figlie e altri animali feroci” (Sperling & Kupfer).

Paquito

Lettore medio

Il banchiere (Régis Jauffret)

9788867995233_0_0_551_75L’ho incontrato una sera di primavera. Sono diventata la sua amante. La tuta di latex che aveva addosso gliel’ho comprata io.

Cosa si è disposti a fare per amore? «Tutto» risponderà qualcuno. Anche uccidere? Di fronte a un quesito del genere si resterà muti per qualche istante, poi… poi probabilmente si premerà il grilletto e si metterà fine alla vita del proprio amante. Questo, almeno, è ciò che avviene tra le pagine de “Il banchiere”, il romanzo di Régis Jauffret edito da Edizioni Clichy.
Protagonista è una donna che ha appena ammazzato il proprio uomo – un imprenditore facoltoso con il quale vivrà un torbido rapporto sentimentale – e che, nel tentativo di evitare il carcere, scappa in Australia. Durante il viaggio (prima in taxi verso l’aeroporto, poi con un volo verso Sidney) ripercorre le fasi salienti di una perversa e tormentata storia d’amore con un uomo – il banchiere del titolo – che incarna sempre un doppio ruolo: vittima, eppure carnefice; padrone, ma nel contempo schiavo della propria donna; uomo autoritario ma pure bambino terrorizzato da quel che gravita intorno a lui e desideroso di essere coccolato.
Il viaggio transoceanico è pure l’occasione per un lungo monologo nel quale la protagonista si dichiara rea confessa ma si aspetta comprensione. Da parte dei giudici, del proprio marito – un uomo completamente succube della moglie al punto di accettare tacitamente i tradimenti e organizzare per lei gli appuntamenti galanti col rivale in amore – ma soprattutto dalla famiglia del banchiere. In particolare dal figlio maggiore di questi, un ragazzino troppo spesso vittima dell’autorità paterna. Riuscirà la donna a evitare la galera?

Ai lettori scoprirlo. Il punto di forza di questo romanzo sta sicuramente nella scrittura. Jauffret evita fronzoli ed è diretto, soprattutto quando si parla di sesso. Le immagini sono spesso molto forti, tuttavia mai gratuite. L’argomento viene trattato senza il timore di scandalizzare il lettore.
Inoltre la protagonista è una donna che, nonostante l’atteggiamento forte e disinibito, è molto fragile. Una dicotomia che la rende credibile e porta il lettore a decidere di ascoltare per intero la sua storia prima di emettere un giudizio sul delitto compiuto.
E a proposito di giudizi: promozione a pieni voti per “Il banchiere”, il più classico tra i noir non ancora letti.

Titolo: Il banchiere
Autore: Régis Jauffret
Casa editrice: Clichy
Genere: noir
Pagine: 158
Anno: 2018
Prezzo: € 17,00
Tempo medio di lettura: 3 giorni
Suggerimenti di lettura: “Luna di fiele” di Pascal Bruckner

L’autore
Régis Jauffret nasce a Marsiglia nel 1955. Debutta come scrittore con “Seuleau milieu d’elle”. Il primo successo arriva nel 1998 con “Histoire d’amour”. È considerato una delle voci più importanti della letteratura francese contemporanea.

Paquito

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E Baboucar guidava la fila (Giovanni Dozzini)

9788875219642_0_0_300_75Baboucar guidava la fila. Subito dopo di lui veniva Yaya, qualche metro più indietro gli altri quattro: Robert, Ousman e i due Mohamed.

Quattro ragazzi di africani e il più comune tra i desideri: trascorrere una giornata al mare. Si potrebbe riassumere in un rigo appena il soggetto di “E Baboucar guidava la fila”, il nuovo romanzo di Giovanni Dozzini edito da Minimum fax.
Baboucar, Yaya e i due Mohamed, un giorno, lasciano Perugia – città che li ha accolti e ha accolto la loro richiesta di asilo politico – per recarsi, in treno, sulla costa adriatica. Un viaggio – tra stazioni che rapiscono lo sguardo alla stregua di un’ opera d’arte; stratagemmi per viaggiare senza pagare il biglietto e il discutibile tentativo di integrarsi con la comunità locale grazie al più popolare tra gli argomenti: il calcio – che diviene per i protagonisti metafora della propria condizione di migranti. Migranti ai quali, nonostante tutto, il mare non evoca solo ricordi spiacevoli.

Quel che ho apprezzato maggiormente di questo romanzo è lo stile. Asciutto e diretto: Dozzini offre al lettore una storia quanto mai attuale, ma senza la necessità di ricorrere a stereotipi o, peggio ancora, senza dover affidarsi alla cronaca nera o a inutili moralismi. Baboucar e gli altri protagonisti sono ragazzi come tanti. Desiderosi di integrarsi in una realtà completamente differente dalla loro, ma pure soggetti alla diffidenza e ai pregiudizi degli altri. Taccio e lascio all’autore la parola…

E Baboucar guidava la fila. Cosa o chi ha ispirato questa storia? La storia è, né più né meno, la risposta a una domanda che mi sono fatto una mattina di luglio affacciandomi alla finestra del posto in cui lavoro: ho visto alcuni ragazzi africani camminare in fila indiana lungo la strada nel mezzo di una zona industriale alla periferia di Perugia e mi sono chiesto dove stessero andando. Ho cominciato a scrivere, e hanno preso forma Baboucar e gli altri. Alcuni dei protagonisti, peraltro, somigliano molto a ragazzi che ho conosciuto e con cui ho stretto legami in certi casi piuttosto profondi.
Un romanzo quanto mai attuale, tuttavia hai scelto di dare un tono molto disteso alla storia. Quattro ragazzi provenienti dall’Africa con un desiderio: andare al mare. Stanco di tutto quel che si legge sui giornali in materia di migranti? Stanco no. Ma, appunto, quella roba esiste già. Quel tipo di racconto lo hanno fatto e lo fanno in tanti, sulla stampa ma anche in narrativa, chi meglio chi peggio. Mi sembrava che una storia così, fatta di puro presente, senza toni drammatici o retorici o moraleggianti, potesse rappresentare qualcosa di nuovo. Un tassello in più, secondo me importante, nell’immaginario collettivo sul fenomeno delle migrazioni contemporanee in Europa.
Senza spoilerare nulla (i lettori – medi e non – non ce lo perdonerebbero mai) in alcune scene i quattro ragazzi si trovano a dover fare i conti con una realtà non sempre favorevole a chi ha un colore di pelle differente o ha opinioni diverse dalla collettività. A quale riflessione vuoi spingere i lettori? A tante riflessioni. Se in “Baboucar”c’è un intento ulteriore all’intento proprio di ogni romanzo di voler raccontare nel migliore dei modi possibili una storia, è quello di scardinare i luoghi comuni sui migranti, o ancor meglio le categorie di pensiero adoperate dalla gente comune al momento di guardare ai migranti. È qualcosa che viene ancor prima dell’ostilità. Nel romanzo probabilmente, non ci sono personaggi davvero ostili nei confronti di Baboucar, Yaya e gli altri. Ma il pregiudizio, per usare un termine chiaro, c’è anche in chi tutto sommato ha un approccio benevolo. E io lo capisco, questo pregiudizio, perché fa parte della natura umana. Ecco, la letteratura ha il privilegio di poter indagare a fondo nelle sfumature della natura umana, e di interrogarne i meccanismi e i lati meno limpidi.
Parliamo di musica adesso. L’ideale colonna sonora non è affidata alle percussioni tipiche della musica afro o a qualche hit internazionale, ma al repertorio di un gruppo musicale, i Lory’s Stars. Come mai questa scelta? La colonna sonora è una mazurca di periferia. Perché è lì che nasce il romanzo, nella provincia italiana profonda, in un clima di festa, col caldo che morde e le zanzare che frullano in aria. E perché la cantante di quest’orchestrina è un po’ l’incarnazione del miraggio sentimentale e sociale in cui incappano molti di questi ragazzi, e sicuramente, nel caso del romanzo, Ousman.
Cosa ti aspetti da questo romanzo? Che venga letto da più gente possibile, come sempre, e che complichi un po’ la visione delle cose in chi lo leggerà. In “Baboucar”non ci sono risposte ma domande, come credo dovrebbe sempre fare la letteratura, al massimo qualche elemento per farsi un’idea più compiuta del modo in cui funzionano certe cose.
Dulcis in fundo, traendo ispirazione dalle pagine della tua storia: Francia vs Portogallo (finale degli Europei di calcio del 2016), per quale squadra hai tifato? Portogallo, naturalmente. Come chiunque non abbia sangue francese nelle vene.
Saluta i lettori del nostro blog:continuate così. Continuate a leggere. Ma soprattutto parlate di ciò che leggete con chi non legge.

Titolo: E Baboucar guidava la fila
Autore: Giovanni Dozzini
Casa editrice: Minimum fax
Genere: romanzo sociale
Pagine: 142
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 2 giorni
Dopo aver letto questo romanzo: concedersi la lettura di qualche tavola del settimanale umoristico “Charlie Hebdo” per comprendere quanto l’ironia, talvolta, possa trasformarsi in una vera e propria arma temuta da tutti.

L’autore
Giovanni Dozziniè nato a Perugia. Giornalista e traduttore, alcuni suoi articoli sono stati pubblicati su “Europa”, “Huffington Post Italia”, “Pagina99”, “OndaRock”. Ha scritto “Il cinese della piazza del pino” (Midgard 2005), “L’uomo che manca” (Lantana 2011) e “La scelta” (Nutrimenti 2016). È tra gli organizzatori del festival di letteratura in lingua spagnola “Encuentro”.

Paquito

Lettore medio

Puerto Escondido (Pino Cacucci)

9788807885709_0_0_0_75Sembrano tutti così occupati a vivere da non accorgersi di niente, da non avvertire l’orrore che suscitano visti dall’esterno. Penso di non sapere che farmene di una vita come la loro; e dentro so che è solo l’invidia di un disadattato.

Maschio, un lavoro saltuario e una ferita d’arma da fuoco, è quello che sappiamo del protagonista. Dopo le dimissioni dall’ospedale inizia la sua fuga. Ma da chi? Dal commissario Schiassi che inizia a dargli la caccia perché si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato, o da se stesso?
Questa partenza precipitosa lo porta prima sull’isola d’Elba dove fa la conoscenza dei tre pirati Aivly, Rubén e Brom, e poi in Spagna, dove è Pill, giovane fumettista sgangherata quanto lui, il suo punto di riferimento.
Ma la corsa è ancora ben lontana dal terminare: all’orizzonte c’è il Messico, dove il protagonista incontra Elio con il quale instaura una singolare amicizia. Sembra proprio che dovunque vada non riesca a stare lontano dai guai! Tuttavia, forse, è proprio il Messico a regalargli la sua dimensione ideale, un luogo da poter chiamare casa.

Il protagonista di “Puerto Escondido” (edito da Feltrinelli) è un vero e proprio antieroe perché tutto quello che fa è al di fuori dei confini della legge. E nonostante ciò, non si può fare a meno di sentirsi a lui vicini.
Mentre si legge questo libro, se è vero che ci si ritrova immersi nei vividi e accecanti colori dei luoghi che ne fanno da sfondo, è anche vero che a predominare sono le tinte fosche e cupe dell’anima del protagonista.
E arrivati all’ultima pagina, ciò che resta è un po’ di amaro in bocca, tante domande e la voglia di prenotare il primo volo per Puerto Escondido.

Titolo: Puerto Escondido
Autore: Pino Cacucci
Genere: Commedia
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 398
Anno: 2015 (I° edizione 1990)
Prezzo: € 10
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Pittore e quadro consigliato: “Il festival del mais” (Diego Rivera affresco 1923-24)

L’autore
Pino Cacucci (Alessandria, 1955) è un giornalista, scrittore, traduttore e viaggiatore. Nel 1992 grazie a Gabriele Salvatores, “Puerto Escondido” diventa un film.

Arianna

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Trentacinque secondi ancora (Lorenzo Iervolino)

9788898970698_0_0_1522_75Appena finisce l’inno, apro gli occhi e le vedo.
Adesso apro gli occhi e le vedo.
Tutte le pistole del mondo, puntate su di me.

Messico, 1968. Due atleti afroamericani, Tommie Smith e John Carlos, si sono classificati rispettivamente al primo e al terzo posto nella finale olimpica dei 200 metri. Giunti sul podio, senza scarpe, danno vita a una protesta contro la discriminazione razziale: con fierezza sollevano un pugno guantato verso il cielo. A distanza di cinquant’anni quell’immagine – rimasta scolpita nella mente di milioni di appassionati di sport – ispira “Trentacinque secondi ancora”, il romanzo di Lorenzo Iervolino edito da 66thand2nd.

Quel che ho apprezzato maggiormente del libro è il lavoro di documentazione. Iervolino va negli Stati Uniti per raccogliere pareri, testimonianze e materiale fotografico spinto non solo dal desiderio di completare il suo manoscritto ma anche, e soprattutto, per perorare una causa: restituire dignità a due atleti ingiustamente squalificati riportando in auge avvenimenti sempre di grande attualità.
Non aggiungo altro e lascio a lui la parola…

Trentacinque secondi ancora. Come nasce questo progetto? Nasce da sguardi di bambini seduti a terra, attorno a un campetto di quartiere. Nasce in seguito ad alcune domande rimaste a vagare davanti ai loro occhi, ai miei occhi. Dall’incontro con giovanissimi lettori e dalla voglia di mettere in discussione la stanchezza, la fatica, soprattutto emotiva, provata dopo quasi tre anni all’interno della vita di Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Oliveira, il calciatore protagonista del mio precedente libro. Quasi tre anni di viaggi, interviste, pedinamenti, uomini e donne che ricordano tra le lacrime, che ridono, sognando qualcosa e qualcuno che non torneranno.
Mi ero detto che non avrei proseguito in questo percorso di Narrativa sportiva, almeno non in questo modo. Percorrendo migliaia di chilometri, chiudendomi in archivi, scavalcando muri e facendo irruzione in vite altrui. Ero tornato a casa con il libro che avrei voluto leggere, prima che il libro che avrei voluto scrivere, su uno sportivo come Sócrates: Un giorno triste così felice. E poi ho capito che certi giovani, lettori o non, sportivi ma soprattutto non, stavano capendo l’operazione che avevo messo in piedi, e lo capivo a margine dei campetti di periferie intitolati a Sócrates alle cui inaugurazioni venivo invitato, lo capivo tra i banchi di scuola ammucchiati al muro, per non far sentire nessuno separato da una qualche forma di gerarchia: portare tutte le armi della letteratura nel racconto sportivo. E all’interno della forma avrei dovuto mettere l’emozione.
E se mai avessi proseguito, avevo prima di ogni altra una storia ben conficcata tra l’ambizione e il desiderio: quella di Tommie e John, quella di Peter, e delle tante cose che non sapevo di loro.
Domanda forse un po’ scontata, tuttavia necessaria: quale messaggio volevi comunicare attraverso questo libro? Non è detto che ci debba essere un messaggio, o il messaggio. Non c’è nel mio caso. O non c’era aprioristicamente. Il messaggio probabilmente lo trovo per me e lo trovo strada facendo o, come nel caso del libro precedente – che fa però parte di questo stesso progetto narrativo sullo sport – lo si può trovare molti mesi dopo. Se la ricerca e il racconto attorno alla vita di Sócrates si erano rivelati per me la ricerca di un padre spirituale, nel caso di Smith e Carlos avrei capito solo nel mezzo della scrittura, dei viaggi, degli incontri, che l’insegnamento che stavo traendo era che ogni lotta è sempre ciclica e non porta mai a nessuna vittoria definitiva. Ciascuna generazione si deve prendere carico delle lotte del proprio tempo. Me lo avrebbe detto Harry Edwards, sociologo e insegnante di Tommie e John alla San Jose State University (all’epoca SJS College) e lo avrebbe ribadito Angela Davis qualche tempo dopo.
Il messaggio che invece in maniera quasi autonoma Trentacinque secondi ancora prende, credo sia duplice e molto contemporaneo: da un lato la distanza tra sostanza e immagine, tra corpo e sua rappresentazione, un distacco che da quell’anno, il ’68, e da quelle Olimpiadi a Città del Messico, avrebbe mosso passi significativi; Tommie e John (assieme a Peter Norman) utilizzarono il proprio corpo politicamente, si esposero, e subirono una ritorsione durata più di trent’anni che si accompagnò al distanziamento fisico dall’immagine (intesa come fotografia, come rappresentazione, come poster commercializzato, merchandising su tazze da caffè e cappellini da cui non trassero un dollaro) del loro gesto, al quale la società dei consumi che li circondava e li circonda li costrinse ad essere estranei. Dall’altro lato, in maniera più immediata e istintiva, il libro racconta della capacità di rischiare, sia per una lotta che brucia la propria pelle, sia per una lotta che opprime qualcuno che non sei tu.
Il gesto di Tommie Smith e John Carlos ha ispirato questa storia, ma quali altri gesti, secondo te, meriterebbero di essere raccontati? Io penso ai calciatori Marco Zoro e Kevin Prince Boateng che, senza mezzi termini, chiesero l’interruzione della partita che stavano disputando poiché vittime di cori razzisti. Certo, il calcio è l’esempio più diretto che ci viene in mente, quello più riconducibile alla nostra quotidianità e più visibile. A riguardo ci sarebbe tanto da dire (hai fatto due esempi, ce ne sarebbero altri) e forse mi interesserebbe di più spostare il punto di vista su quello che tanti gruppi ultras di curva fanno da anni a questo riguardo. Ma per risponderti ti direi che intanto, dal punto di vista della narrazione, si sta facendo molto. Non mi importa se negli ultimi anni il racconto sportivo è divenuto quasi una moda, in televisione, in editoria. Si sta facendo e per quanto mi sia possibile o utile considerare, anche molto bene.
Rimanendo nella mia posizione, che non è quella del cronista ma dello scrittore, ho bene davanti agli occhi il capo chino di Věra Čáslavskáa quelle stesse Olimpiadi messicane, un dissenso – lei, cecoslovacca – verso la bandiera sovietica nell’anno dell’invasione di Praga, le cui conseguenze si portò appresso per tutta la vita. In tempi più recenti, mi ha invece colpito e commosso la protesta a Rio 2016 del maratoneta etiope Lilesa, medaglia d’argento, che invece di godere di quel successo, utilizza quella visibilità e il suo corpo come linguaggio politico, incrociando le mani mimando l’imbriglio delle manette. Gesto che gli sarebbe potuto costare la vita. Sono passati solo due anni, ed è già dimenticato.
Ho apprezzato molto la parte autobiografica del libro. Quale è stato il momento più emozionante di quest’avventura? Decisamente tanti. Direi però l’amicizia che ancora mi tengo stretta con Alfonso de Alba, l’uomo che diede vita all’epopea della statua monumentale dedicata a Smith e Carlos, una battaglia durata anni, che gli costò il posto di lavoro, un processo che ebbe eco nazionale, accuse poi rivelatesi infondate per diffamare la sua persona, e insomma qualcosa che assomigliava molto alla repressione subita dagli atleti che la statua immortalava.
Prima Socrates, poi Smith e Carlos. Quale altra leggenda dello sport vorresti raccontare? Non è mai detto che quel che si vuole fare è quel che ci si troverà a fare (in questo caso a scrivere), dopo qualche anno di studi e ricerche. Per adesso, se penso allo sport e alla letteratura, ho in mente una sola storia, di cui sto seguendo le tracce già da un anno e mezzo. Ma la vita è difficile, c’è il lavoro che barcolla, ci sono i figli, c’è una certa maturità acquisita nel tempo. O diviene il libro ideale che vorrei leggere su quell’argomento, o non vale la pena aggiungere altra carta a questa enciclopedia di morti che è la produzione editoriale.
Si tratta di una storia balcanica, che ha a che fare con il basket, ma ovviamente non solo. Non credo che parlarne conti molto. Per un po’ ho voglia di rimanere dietro le quinte, di dedicarmi alle pagine di TerraNullius, il diario di navigazione letteraria che porta il nome del collettivo di scrittori di cui faccio parte.
Tante, troppe volte la letteratura sportiva viene sottovalutata, e considerata un mero fenomeno commerciale. Da autore coinvolto in prima persona,cosa si potrebbe fare per rivalutare questo settore dell’editoria? Non credo sia questa la situazione, almeno non negli ultimi otto dieci anni. Per quel che riguarda l’Italia, parte del merito è anche di editori con le idee chiare in proposito come la 66thand2nd che si è attestata come voce di livello nel panorama della letteratura sportiva in Italia, non cedendo mai alle facili operazioni che fanno cassa, ma ricercando la letteratura, ponendola al di sopra della mera divulgazione, ricercando le connessioni tra sport, fenomeni sociali, investigazione storica, antropologica, commistione di stili. Si stanno traducendo ottimi libri e se devo citarne un paio di autori italiani, mi vengono subito in mente il libro di Gregori su Eddy Merckx (un libro monumentale al quale ti incolli anche se non sai nulla di ciclismo) o quello di Emiliano Poddi incentrato sulla finale olimpica di basket del 76 tra Usa e Urss, un romanzo, un documento, un ottimo esempio di come si possa raccontare quel simbolico piano di scontro tra le due potenze politiche attraverso un libro che parla di pochi secondi di una partita di pallacanestro.
E, comunque, fondamentalmente, non credo stia agli scrittori rivalutare nulla. La letteratura non è editoria. Per fortuna.
Quali sono stati i primi feedback dei lettori? Il libro è uscito nel marzo del 2017, mi sembra un’epoca fa, anche perché non era ancora nato il mio secondo figlio, e da quel momento in poi tutto è cambiato. Senza fare uno sforzo di memoria, quel che ti posso dire è che ci sono stati molti contatti diretti, personali, via e-mail o attraverso lunghe lettere via messenger. Scambi che sono una parte non dovuta e neppure indispensabile, ma che mi hanno dato l’impressione ci fosse esigenza di trattare un argomento come la protesta sul podio olimpico di Messico 68 come un grande romanzo verità, e al contempo un romanzo di avventura e, ancora, di documento storico.
Parliamo dei social network: come gestisci il rapporto coi followers e quanto sono importanti per un autore? Per un generico autore non lo so, sinceramente non mi interessa. Ci troveremmo a dire cose abbastanza prevedibili su chi li usa di più chi di meno, chi nasce sui social network e arriva di riflesso alla pagina scritta. Per fortuna sono un autore tanto marginale da non avere neanche mai pensato alla parola followers.
Indicaci tre personaggi dello sport che hanno segnato la tua vita e associa a ognuno di loro un romanzo. Stiamo sviando sul quiz. Credo di essere in trappola. O sbaglio? Vado di getto. Di sicuro il primo sportivo che ha colpito il mio immaginario e che mi ha emozionato (oggi quello che è diventato non mi coinvolge più) è sicuramente Earving Magic Johnson, playmaker tuttofare dei Los Angeles Lakers dello showtime, che con la loro continua transizione offensiva hanno rivoluzionato il basket negli anni Ottanta. Senza nessuno sforzo posso tornare mentalmente a quegli anni, trovarmi tra le poltrone grigie con quadratini neri da cui io mio padre e mio fratello Francesco guardavamo le partite in differita proposte da Tele Capo d’Istria. Era uno spettacolo stupefacente, poter assistere a un vero cambiamento nel gioco. Anno dopo anno, seppellivano la leggenda dei Boston Celtics, il loro gioco di posizione, fisico, tattico. E lo surclassavano col vento e con la creatività. Anche quei Lakers avrebbero poi avuto i loro carnefici, prima nei Detroit Pistons di Isiah Thomas sr., Dumars e Rodman, poi nei Bulls di Jordan e gli altri: una nuova filosofia acrobatica, l’offensivetriangle di Tex Winter, la psicologia immaginativa di Phil Jackson. Ad ogni modo Magic sarebbe un romanzo di quelli che ti sconvolgono in tenerissima età, forse un Cime tempestose, anche se io, a undici anni, fui strapazzato dal banalmente sottovalutato Il giovane Holden.
Agostino Di Bartolomei sarebbe Il lungo addio di Raymond Chandler o L’uomo di Kiev di Malamud. Infine, Věra Čáslavská potrebbe essere una raccolta di racconti di Lucia Berlin.
Hai 300 battute (spazi inclusi) a disposizione per convincerci a leggere questo libro. No, per fortuna non è il mio mestiere. Qualche libraio, bibliotecario o fotocopiatore di frodo potrà farlo al posto mio, se vuole.
Saluta i lettori medi. Non sottovalutatevi, cazzo.

Titolo: Trentacinque secondi ancora
Autore: Lorenzo Iervolino
Casa editrice: 66thand2nd
Genere: Sportivo
Pagine: 283
Anno: 2017
Prezzo: € 23,00
Tempo medio di lettura: 5 giorni
Dopo aver letto questo libro: Guardare su youtube il video della premiazione – con conseguente protesta – dei due atleti.

L’autore
Lorenzo Iervolino (Roma, 1980) fa parte del collettivo Terranullius ed è redattore dell’omonima rivista. Ha pubblicato, per 66thand2nd, “Un giorno triste così felice. Sócrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario” (2014) e “Trentacinque secondi ancora. Tommie Smithe e John Carlos: il sacrificio e la gloria” (2017). Collabora con la rivista “L’ultimo uomo” ed è coautore della serie “Federico Buffa racconta il 1968” per Sky Sport e Sky Arte.

Paquito

Lettore medio

Esprimi un desiderio (Anna Masucci e Donata Curtotti)

9788899931315_0_0_423_75Si conobbero in una notte di tempesta di stelle cadenti

Non c’è molto da dire: “Esprimi un desiderio”, racconto illustrato (edito da VerbaVolant edizioni) realizzato da Anna Masucci (testo) e Donata Curtotti (illustrazioni in fil di ferro), è un libro emozionante. Due sconosciuti s’incontrano durante una notte di stelle cadenti. Hanno entrambi lo stesso sogno e lo condividono, abbandonando la terra per concedersi una passeggiata tra le stelle.
Quale l’epilogo di questo viaggio notturno? Scopritelo leggendo le pagine di una storia che tocca il cuore tanto dal punto di vista dei testi quanto dal punto di vista dell’illustrazione, vero punto di forza del libro.

Il lavoro di Donata Curtotti è semplicemente straordinario e ha una forza evocativa notevole. Un libro da leggere in pochi minuti e con la consapevolezza che, in quel brevissimo lasso di tempo, lascerà un segno indelebile.
Non aggiungo altro, poiché tocca alle autrici raccontarci questa romantica avventura…

Esprimi un desiderio. Com’è nato questo progetto?
Donata: Circa un anno e mezzo fa Anna era alla ricerca di un’illustratrice con cui poter realizzare un albo. Mi scrisse e decidemmo di provare a creare un progetto in cui giocare con il fil di ferro come tecnica insolita per realizzare delle illustrazioni. Io in quel periodo stavo lavorando a una serie di quadri che ripercorrevano una storia di adozione. Pensai subito di chiedere ad Anna di dare voce a questo racconto attraverso le sue parole. Il resto è storia, grazie alla casa editrice VerbaVolant che ha accolto con entusiasmo la nostra proposta.
Quale messaggio volete inviare ai lettori attraverso questa storia? A me è arrivato un chiaro e forte “L’amore vero esiste, basta solo aspettarlo”.
Anna: Di solito non amo i libri e soprattutto gli albi che danno messaggi. Mi piace leggere una bella storia, una visione della vita nella quale potermi ritrovare. Possiamo parlare di tematiche, questo sì. Nel nostro albo si parla di amore, di costanza, di cura, del ruolo attivo che bisogna avere per raggiungere i propri obiettivi o, parafrasando il libro, del viaggio che bisogna intraprendere per realizzare i propri desideri.
Leo e Lia s’incontrano per caso eppure sembrano conoscersi da sempre. Credete che amori così possano esistere solo tra le pagine di una storia illustrata, oppure i romantici possono sperare ancora?
Anna: Gli amori più appassionati vivono sicuramente nella letteratura ma di solito sono quelli travagliati che poi finiscono male. Lia e Leo sono bravi a riconoscersi che è la cosa più complicata per la quale la fortuna e il caso non bastano, ci vuole anche tanta consapevolezza di sé. Romantici non arrendetevi!
Le illustrazioni lasciano piacevolmente senza parole. Donata, perché hai scelto proprio le illustrazioni in fil di ferro per animare la storia?
Donata: Lavoro il fil di ferro creando sculture, oggetti tridimensionali e quadri che raccontano storie. L’illustrazione è stata una conseguenza, un’idea che stava in fondo a un cassetto e che grazie ad Anna e alla casa editrice VerbaVolant è diventata realtà.
Quali sono state le fonti d’ispirazione?
Anna: L’idea di un albo con le illustrazioni in fil di ferro è venuta dopo aver sfogliato il libro “Poemas Ilustrados” del poeta cileno Nicanor Parra, illustrato da Isabelle Hojas con foto di sculture in fil di ferro e legno.
Veniamo al rapporto con i lettori. Innanzitutto quali sono stati i primi feedback?
Donata: Dall’uscita del libro, lo scorso 15 novembre, abbiamo ricevuto riscontri positivi che ci stanno ripagando del lungo lavoro. Lettori adulti e piccini, libraie e librai, da diversi luoghi e competenze ci stanno arrivando tante testimonianze di affetto e stima. Qualche giorno fa abbiamo tenuto una lettura con un gruppo di bambini ed è stato emozionante vedere il loro coinvolgimento, addirittura ci hanno proposto delle idee per un sequel!
Restando in tema: quanto sono importanti i social network per il vostro lavoro e quanto curate il rapporto coi followers?
Donata: I social network sono fondamentali. Curo moltissimo il rapporto con le persone interessate a quello che faccio e non mi è mai piaciuto definirle “followers”. Dietro ogni singolo numero c’è una persona vera che spende un po’ del suo tempo per lasciare un commento o un incoraggiamento. La fiducia e la stima sono la base di tutto, nel web come nella vita off-line.
Quanti e quali libri ci sono sul comodino?
Anna: Ho un libro per volta, non leggo mai due libri insieme. Adoro i romanzi classici, quando ne finisco uno penso a tutti quelli che mi mancano. Mi piace poter ritrovare i passi che mi colpiscono, sottolineo con la matita e segno le pagine con i post-it. Adesso sul comodino c’è “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano.
Donata: Ho sempre una bella pila di libri sul comodino. Leggo o rileggo i classici, mi piace molto la saggistica, spesso mi rilasso sfogliando libri di arredamento o fotografia. In questo momento ci sono “Suite francese” di Irène Nèmirovsky, “L’arte di essere fragili” di Alessandro D’Avenia e “Sotto i  tetti di Parigi” di Inès De La Fressange & Marin Montagut.
Prima di salutarci, una domanda un po’ invadente: si sono mai realizzati i desideri espressi ammirando le stelle cadenti?
Anna: Sono anni che esprimevo il desiderio di pubblicare un albo illustrato. Ho dovuto aspettare parecchie stelle ma alla fine ha funzionato!
Donata: Non sempre! Ma sono profondamente convinta che la parte migliore sia avere sempre desideri da esprimere.
Salutate i lettori medi.
Anna: Leggete tanto, leggete bene, leggete sempre.
Donata: Abbiate sempre un desiderio da esprimere.

Titolo: Esprimi un desiderio
Autrice: Anna Masucci
Illustrazioni: Donata Curtotti
Casa editrice: VerbaVolant edizioni
Genere: racconto illustrato
Pagine: 24
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 30 minuti
Leggere questa storia: rigorosamente di sera alzando gli occhi al cielo e sperando di poter esprimere un desiderio ammirando le stelle cadenti.

Le autrici
Anna Masucci (Napoli, 1979) ed è laureata in Scienze della Comunicazione all’università La Sapienza di Roma. Ha lavorato per anni nel no profit come responsabile del settore pubblicazioni. Nel 2015 ha scritto per l’Organizzazione non governativa VIS “L’orizzonte alle spalle”, una raccolta di fiabe ispirate a sei storie di migranti sbarcati a Lampedusa. Dal libro è stato tratto lo spettacolo teatrale “Quando la notte finisce”, promosso dalla compagnia teatrale Alla Ribalta! I suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista “Illustrati” della Logos Edizioni.

Donata Curtotti
(Napoli, nel 1970) da autodidatta impara a lavorare il fil di ferro e ad addomesticarlo per riuscire a raccontare storie. Vive creando oggetti poetici e romantici, avvicinando alla ruggine del fil di ferro la carta ingiallita delle pagine di libri abbandonati, vecchi cristalli, pezzetti di tessuti antichi e di recupero per evocare la patina del tempo. Ha creato il blog “Le bianche margherite”, ispirato dai nomi delle figlie Margherita e Bianca.

Paquito

Lettore medio

Accipicchia! Una tigre!(Alexandre Chardin e Barroux)

9788867995318_0_0_300_75Tutto ha avuto inizio da una cacca…
Ma una cacca davvero molto grossa!

Cosa succederebbe se, un giorno, una tigre si presentasse in città e irrompesse nelle nostre vite? È quel che provano a chiedersi Alexandre Chardin e Barroux autori – il primo, dei testi l’altro delle illustrazioni – di “Accipicchia! Una tigre!”, storia per grandi e piccini edita da Clichy.
La tranquilla monotonia cittadina viene spezzata dall’arrivo di una gigantesca tigre che comincia a muoversi in città, in cerca di qualche umano da sbranare, o forse no. Già perché gli esseri umani sembrano essere indifferenti al gigantesco felino. Qualcuno, infatti, continua a russare nonostante i ruggiti insistenti; qualcun altro le salta sulla coda immaginando un gigantesco pupazzo abbandonato in strada; qualcun altro ancora si preoccupa della sua igiene dentale.
Ma per fortuna i piccoli allievi di una scuola decidono di prendersi cura di lei, giocando insieme al parco fino all’arrivo di un branco di tigri. Cosa succederà quando umani e felini si troveranno gli uni contro gli altri?

Mi ha divertito moltissimo questa storia, illustrata in modo semplice ma efficace da Barroux. Non vi è la presenza di spigoli tanto nelle fattezze dei personaggi quanto negli scenari. Un disegno che definisco accogliente, così come accogliente è la storia che Chardin realizza. La protagonista è sì uno  tra i predatori più famosi della foresta, tuttavia non è da escludere che possa incappare in un gruppo di abitanti molto temerari – o forse solo condizionati dalla routine quotidiana – in grado di tenergli testa. Come ad esempio la vecchia professoressa che sgrida la tigre poiché ha l’alito cattivo oppure il gruppo di piccoli allievi della scuola che le insegna a giocare a mosca cieca e ad altri giochi all’aria aperta.
Il risultato è una storia gradevole che, in un ristretto numero di pagine, strappa più di un sorriso.

Titolo: Accipicchia! Una tigre!
Testi: Alexandre Chardin
Illustrazioni: Barroux
Casa editrice: Clichy
Genere: narrativa per bambini
Pagine: 32
Anno: 2018
Prezzo: € 15,00
Tempo medio di lettura: 1 ora
Dopo aver letto questa storia: controllare ogni angolo della casa (anche quello più nascosto) assicurandosi che non vi siano tigri nascoste. Nel caso in cui vi fossero, dar loro da mangiare.

Gli autori
Alexandre Chardin avrebbe voluto essere Davy Crockett, per diventare un allevatore di colibrì o un surfista di onde giganti. Ma è nato a Strasburgo, il che non è male. Dopo aver studiato Lettere, si trasferisce a Mulhouse in un edificio pieno di yorkshire e streghe e diviene insegnante di francese. Pubblica con Casterman e con le più importanti case editrici francesi per l’infanzia.

Barroux è uno dei più importanti illustratori della scena internazionale. Uno dei pochi disegnatori europei che lavora con successo negli Stati Uniti. Le sue opere sono tradotte e pubblicate in tutto il mondo e ha ricevuto riconoscimenti dalle più prestigiose istituzioni per l’infanzia. Di recente ha anche aperto una sua casa editrice. È uno degli autori di riferimento di edizioni Clichy.

Paquito