Lettore medio

Il regno corrotto (Leigh Bardugo)

Sperò che Kaz fosse pronto. Sperò che Nina fosse più forte di quel che sembrava. Sperò che i loro piani fossero sufficienti, che la mira di Jesper fosse buona, che i calcoli di Wylan fossero esatti. Di lì a poco si sarebbero ritrovati tutti quanti nei guai.

Kaz Brekker, astuto criminale a capo di una piccola banda di delinquenti, ha appena terminato una missione suicida con risultati eccellenti. Rientrato a Ketterdam con i suoi, viene però messo alla prova da tradimenti e perdite, che lo costringono a una nuova rischiosa avventura per riconquistare il potere e i membri della sua banda, entrambi portati via da un nemico potente. Tra le lugubri e sinuose strade di Ketterdam si scatena una vera e propria guerra tra bande, e tra criminali e mercanti, entrambi pronti a giocare sporco per mantenere il monopolio del commercio della città.

“Il regno corrotto” (edito da Mondadori) è il secondo volume della duologia di “Sei di corvi”. Avvincente, anche se meno del precedente volume, presenta una scrittura ottima, ma con qualche caduta di stile qua e là (giusto un paio di scene prevedibili o superflue). Pesa un po’ l’ambientazione statica, poiché tutto il romanzo è ambientato a Ketterdam, che coi suoi vicoli stretti a lungo andare diventa asfissiante. I personaggi, invece, restano meravigliosi. Finalmente in questo libro c’è anche il punto di vista narrativo di Waylan, il chimico del gruppo, timido e insicuro, che mi era dispiaciuto non avesse avuto lo spazio che meritava nel primo libro.

Un romanzo ricco d’azione, forse un po’ troppa, con un finale che mi ha scombussolato e commosso. Non nego che avrei preferito che alcune cose andassero in modo diverso, ma tutto sommato la conclusione è degna della saga. Anche in questo volume sono presenti scene romantiche (ma non stucchevoli) che mi hanno tolto il respiro; adoro alla follia la coppia Kaz-Inej e non posso evitare di lasciarmi andare a un sospiro sognante quando penso a Wylan e Jesper. Ho apprezzato meno le dinamiche tra Nina e Matthias – troppe smancerie per i miei gusti – che mi hanno fatto sentire la mancanza di frecciatine e battute sarcastiche che si rivolgevano prima. Ciò non toglie che ho apprezzato molto il romanzo, le dinamiche di coppia e di gruppo, nonostante qualche volta fossero un po’ ripetitive.

Lo humor nero di Leigh Bardugo è, comunque, sempre al top. In poco tempo è diventata una delle mie scrittrici preferite. Non vedo l’ora che esca in Italia “King of scars”, spin off sempre ambientato nel Grishaverse con protagonista l’affascinante re Nikolai e altri personaggi già incontrati nella saga. Ormai nell’universo Grisha mi sento a casa mia.

Titolo: Il regno corrotto (Grishaverse, vol. 2)

Autore: Leigh Bardugo

Casa editrice: Mondadori

Genere: Fantastico

Pagine: 476

Anno edizione: 2019

Prezzo: € 18,90

Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autrice

Leigh Bardugo è nata a Gerusalemme ma cresciuta a Los Angeles. Si è laureata a Yale e ha lavorato, tra le altre cose, nella pubblicità e come giornalista. Con Mondadori ha pubblicato GrishaVerse – Sei di corvi, GrishaVerse – Il regno corrotto (2019), e La nona casa (2020). Dai suoi romanzi ambientati nel GrishaVerse, Netflix ha in realizzazione una serie attesa in tutto il mondo.

Claudia

Lettore medio

Sei di corvi (Leigh Bardugo)

«Loro ti temono come una volta ti temevo io. E come tu una volta temevi me. Siamo tutti il mostro di qualcun altro».

Nella fantomatica città di Ketterdam, centro di scambi commerciali e traffici illeciti, Kaz Brekker detto Manisporche, è un giovane delinquente temuto da tutti per la crudeltà e l’astuzia.

Avvicinato da un ricco mercante, Kaz viene messo a capo di una missione suicida: raggiungere la leggendaria Corte di Ghiaccio, una fortezza inespugnabile situata nel regno di Fjerda, e liberare dalla sua prigionia lo scienziato Bo Yul-Bayur, le cui competenze sono necessarie per risolvere affari di Stato. Assoldati cinque esperti delinquenti per l’impresa – Nina, una Grisha ovvero una ragazza dotata di poteri magici, ex guardia reale di Ravka; Matthias, un detenuto fjerdiano con sete di vendetta; Inej, ex prostituta, abile acrobata e spia; Jesper, tiratore scelto col vizio del gioco, e Wylan, figlio di papà scappato di casa con la passione per la chimica – Kaz è determinato a realizzare il colpo più grande della sua carriera criminale, che gli permetterà di acquisire potere e fama nei bassifondi di Ketterdam. L’impresa, però, si rivela più ardua del previsto, perché i membri del gruppo non si fidano gli uni degli altri, hanno grossi traumi alle spalle, e criminali alle calcagna che vogliono riuscire nell’impresa – e ottenere soldi e gloria – prima di loro.

Non mi aspettavo granché da questo romanzo, dato che la Grisha Trilogy, scritta prima di questa duologia, non mi aveva entusiasmato (l’ho trovata carina, ma nulla di che). Invece sono rimasta completamente rapita dalla storia e soprattutto dai personaggi.

La scrittura di Leigh Bardugo si è evoluta in meglio, adoro i risvolti assai più dark che ha adottato in questa saga, ed è riuscita a farmi innamorare di sei personaggi contemporaneamente, impresa mai successa prima.

Mi è piaciuto tantissimo lo sfondo iniziale di Ketterdam, che permette di approcciare a una varietà di persone e culture e non mi è pesato nemmeno il viaggio che precede la missione (mentre nella Grisha Trilogy non mi erano andate a genio le scene in barca o gli spostamenti lunghi).

I dialoghi pungenti e il sarcasmo sono il punto di forza di questo romanzo, e ovviamente i personaggi, che hanno delle storie alle spalle assai interessanti ed emotivamente coinvolgenti.

Non mancano relazioni sentimentali per cui fare il tifo, con una particolare ship LGBTQ+ che mi ha fatto venire il batticuore.

L’autrice integra l’intreccio con tematiche assai forti: la disabilità, la prostituzione, il gioco d’azzardo, il razzismo ecc., e non lo fa mai in modo banale o noioso, anzi.

Unica nota stonata: l’età dei personaggi. Capisco che vivono in un mondo dove si cresce in fretta, ma per me non avranno mai 16 anni. Ma basta pensare a loro come a dei venticinquenni ed è tutto a posto! D’altronde, parlano e agiscono come adulti e si relazionano come tali.

Una lettura più che consigliata, tutt’al più che Netflix ha annunciato una serie liberamente ispirata alla saga. Non vedo l’ora!

Titolo: Sei di corvi (Grishaverse, vol. 1)

Autore: Leigh Bardugo

Casa editrice: Mondadori

Genere: Fantasy

Pagine: 404

Anno edizione: 2019

Prezzo: € 17,90

Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autrice

Leigh Bardugo è nata a Gerusalemme ma cresciuta a Los Angeles. Si è laureata a Yale e ha lavorato, tra le altre cose, nella pubblicità e come giornalista. Con Mondadori ha pubblicato GrishaVerse – Sei di corvi, GrishaVerse – Il regno corrotto (2019), e La nona casa (2020). Dai suoi romanzi ambientati nel GrishaVerse, Netflix ha in realizzazione una serie attesa in tutto il mondo.

Claudia

Lettore medio

I leoni di Sicilia (Stefania Auci)

Il terremoto è un sibilo che nasce dal mare, s’incunea nella notte. Gonfia, cresce, si trasforma in un rombo che lacera il silenzio. Nelle case, la gente dorme. Alcuni si svegliano con il tintinnio delle stoviglie; altri quando le porte iniziano a sbattere. Tutti, però, sono in piedi quando le pareti tremano. Muggiti, abbaiare di cani, preghiere, imprecazioni. Le montagne si scrollano di dosso roccia e fango, il mondo si capovolge. La scossa arriva a contrada Pietraliscia, afferra le fondamenta di una casa, le scuote con violenza. Ignazio apre gli occhi, strappato al sonno da quel tremore che squassa le pareti. Sopra di lui, un soffitto basso che sembra cadergli addosso. Non è un sogno. È la peggiore delle realtà.

A distanza di un anno dall’uscita di questo romanzo, di certo non si sente il bisogno di una nuova recensione. Ma proprio il grande successo che ha riscosso mi ha indotto ad una lettura attenta per riscontare le ragioni che hanno portato a risultati così brillanti, perché al di là delle recensioni più o meno obiettive e del conferimento di premi più o meno pilotati, è sempre il pubblico a determinare il successo di un libro. E in questo senso “Il leoni di Sicilia” di Stefania Auci (Editrice Nord) è un caso esemplare di successo nato da passaparola.

La saga, è risaputo, racconta la storia della famiglia Florio, emigrata da Bagnara Calabra a Palermo in cerca di migliori fortune che troverà al prezzo di lutti, sudore e umiliazioni. Il tema delle origini e della possibilità di affermarsi in un ceto sociale superiore a quello di nascita è uno dei temi su cui ruota la vicenda e la psicologia dei personaggi, in una rappresentazione efficace di quello che doveva essere il rigido sistema sociale nell’Italia nel XVIII secolo.

A questo punto è necessaria un’avvertenza: se in libreria siete stati attratti dalla copertina, che ha immediatamente proiettato il vostro immaginario nel mondo dorato della Belle Epoque, avete agguantato il libro e avete trotterellato felici verso la cassa, beh, smettete di sorridere. Siete stati abilmente sviati perché il periodo storico in cui è ambientato il romanzo, almeno per questo primo libro di quella che si annuncia come una saga, è un altro. La vicenda prende l’avvio all’inizio del ‘700 e abbraccia un ampio arco di tempo, che però si conclude appena dopo la metà dell’800.

Le vicissitudini dei personaggi sono raccontate in modo da tenere il lettore incollato alle pagine, i fatti privati della famiglia e politici della Sicilia si susseguono con un ritmo avvincente e l’autrice li rende ancora più incalzanti con una narrazione al presente storico che in questo la agevola e allo stesso tempo rende la lettura ancor più godibile. I personaggi sono tratteggiati in modo preciso, ma senza esasperarne i sentimenti: forse ad alcuni potrebbero sembrare a tratti un po’ bidimensionali, ma personalmente ho apprezzato che l’autrice non abbia voluto scadere nel melodramma, una scelta secondo me in linea con il retroterra culturale dei suoi personaggi e coerente con il periodo storico in cui le vicende sono ambientate. Anche la scelta di far precedere ogni capitolo del romanzo da una breve introduzione che riepiloghi gli eventi politici e sociali che segnano quel periodo della storia siciliana agevola il lettore nell’inquadrare con precisione il contesto in cui i personaggi si muovono, anche se io avrei preferito che queste nozioni ci fossero state ricordate – perché ci si augura che il lettore già le abbia e debba solo riaprire un cassetto della memoria, magari un po’ impolverato – grazie all’agire dei personaggi, che comunque risultano ben inseriti nel loro tempo sociale e politico.

In conclusione, al di là delle elucubrazioni intellettualoidi che si sono sentite a proposito di quest’opera, forse o in parte condizionate dal passato letterario dell’autrice, ritengo che il romanzo sia piacevole. Il lavoro dell’autrice e della casa editrice hanno consegnato in libreria un prodotto ben riuscito – sì perché un libro è sempre un prodotto e quello letterario è sempre un mercato – una storia ben scritta, che sicuramente consiglierei a chi ha voglia di leggere di una vicenda privata avvincente in un periodo storico interessante, poco conosciuto nelle sue declinazioni sicule, e che riuscirà a riavvicinare alla lettura di romanzi storici lettori che magari si erano allontanati da genere.

Titolo: I leoni di Sicilia. La saga dei Florio

Autore: Stefania Auci

Casa editrice: Editrice Nord

Genere: Romanzo storico

Pagine: 436

Anno di pubblicazione: 2019

Prezzo: € 18,00

Tempo medio di lettura: 6 giorni

Suggerimento di lettura: Se grazie a “I leoni di Sicilia” avete cominciato ad assaporare l’atmosfera di questa terra nella sua ottocentesca decadenza non potete mancare di leggerne nella sua più alta rappresentazione letteraria: “I Vicerè” di Federico De Roberto, romanzo pubblicato nel 1894 e definito da Leonardo Sciascia «Dopo ‘I promessi sposi’, il più grande romanzo che conti la letteratura italiana». Dove nel romanzo della Auci c’è la borghesia in ascesa, nel grandissimo e colpevolmente trascurato romanzo di De Roberto troverete un’aristocrazia in declino.

Video Suggeriti: Se volete approfondire la storia dei Florio vi consiglio il documentario della serie “La Grande Storia” dal titolo “I Florio”.

L’autrice

Stefania Auci, nata in Sicilia, a Trapani, nel 1974 dopo la laurea in giurisprudenza e gli inizi presso uno studio legale, si è dedicata all’insegnamento. Ha pubblicato i suoi primi romanzi storici dal 2011 con Harlequin e uno nel 2015, dal titolo “Florence” con Baldini&Castoldi. Il romanzo che l’ha portata al successo “I leoni di Sicilia” è stato pubblicato negli USA, in Germania, in Francia, nei Paesi Bassi e in Belgio prima che in Italia.

Cristina

Lettore medio

Il disegnatore di nuvole (Giorgia Simoncelli)

Ormerod Richardson imprecò di nuovo. Si voltò verso la sua carrozza a vapore e con il motore ancora acceso, di quella certo non avrebbe dovuto dar conto a nessuno se non al suo intestino irritabile. «Sa guidare signorina Mills?»

Uno dei miei fumetti preferiti. No, un momento, questo non è un fumetto. Ricominciamo… Non vedevo un film così bello da tempo. Pardon, pure stavolta ho sbagliato. Ultimo tentativo. Il romanzo ideale per stimolare l’immaginazione. Ecco, il modo giusto per recensire “Il disegnatore di nuvole” di Giorgia Simoncelli edito da Piuma Edizioni.

Ambientato in una Londra vittoriana nella quale la rivoluzione industriale viene esaltata all’ennesima potenza, la storia racconta le vicende di Ally Mills, una ragazzina in cerca del padre smarrito chissà dove. Romanzo di formazione? Anche, ma non solo. Ally vivrà una serie di rocambolesche avventure per ricongiungersi col genitore che, a bordo di un velivolo, crea opere d’arte con le nuvole. Che fine ha fatto il celebre Grover?

Al lettore il compito di accompagnare Ally in un’avventura, dedicata ad un pubblico di giovanissimi lettori che non avranno difficoltà a ritrovarsi in una realtà che strizza l’occhio al fumetto, ai videogames e al cinema d’animazione.
Un linguaggio fresco e una trama avvincente fanno di questo romanzo il classico libro per ragazzi che non avete ancora letto.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autrice.

“Il disegnatore di nuvole”. Come è nato questo romanzo?

Il disegnatore di nuvole è nato più di tre anni fa quando una cara amica scrittrice, Emanuela Valentini, mi chiese di partecipare a un concorso per racconti steampunk di sua organizzazione. Io ero mamma da poco e ancora facevo a cazzotti con la stanchezza e il poco tempo da dedicare ad altro e non sono riuscita a buttare giù molto. Solo ho avuto il lampo dell’idea: poter disegnare le nuvole come fosse un vero mestiere.
L’anno dopo per un altro concorso, il trofeo Rill, ho scritto i primi due capitoli della storia ma ancora era solo un abbozzo con non più di Grover, Ally e un paio di altri personaggi. Il concorso premiava racconti e il mio non lo era. Ma l’organizzatore del premio, Alberto Panicucci, mi ha scritto che l’idea era davvero bella e che sarebbe stato giusto darle lo spazio di un romanzo.
È passato altro tempo e siamo arrivati allo scorso anno, a Laura Scaramozzino che presto uscirà in questa stessa collana con il suo romanzo “Dastan” e che con una generosità senza pari ha proposto il mio nome a Virginia Villa che cercava autori per la collana “I Codici” ancora in embrione. Ricordo la prima chiacchierata in cui mi ha spiegato cosa volevano fare con Edizioni Piuma: lo spirito del progetto, l’ambientazione, il target di pubblico, e il disegnatore è come riemerso da un angolino del cervello, ed eccoci qui.

Cominciamo con la protagonista della storia, Ally Mills. Un po’ Pippi Calzelunghe, un po’ Jo di “Piccole donne”, un po’… insomma, quali sono state le fonti di ispirazione per creare questo personaggio?

Non sono partita da nessuna fonte. La verità è che non lo faccio mai. Seguo la storia e sono i personaggi a crescere e trasformarsi insieme a lei. All’inizio Ally era solo un abbozzo, una ragazza di cui mi piaceva far risaltare il coraggio oltre all’affetto profondo verso suo padre; tutto il resto è venuto scrivendo. Però sì, magari è un po’ Jo, un po’ Pippi Calzelunghe, un po’ chiunque ci voglia riconoscere chi la conoscerà attraverso il libro, ma non perché mi fossi imposta uno schema dall’inizio.

La Londra che racconti è una città che – a poco più di cent’anni dalla rivoluzione industriale – guarda al futuro e all’avvento di macchine in grado di rendere reali i pensieri e i sogni di qualsiasi essere umano. Quanto la Storia ha influenzato le tue scelte e quanto è stato difficile far coesistere narrazione e realtà?

Ho studiato tanto per questo libro. Avevo dei vaghi ricordi della storia inglese del tempo e ho dovuto riprendere i manuali e soprattutto leggere cosa veniva scritto allora. Sono stati preziosi Charles Dickens e soprattutto Jack London con il libro “Il popolo dell’abisso” una cronaca giornalistica più che un romanzo e che con una lucidità spiazzante mi ha portato proprio in mezzo agli operai inglesi e alla loro disperazione. Ho cercato anche di muovermi in uno spazio reale recuperando una cartina del tempo che poi è stata inserita all’inizio del libro per tutti coloro che vogliano divertirsi a capire dove si svolgono i vari passaggi. Fatto questo ho lasciato spazio alla fantasia.

Tornando ai personaggi, ho apprezzato moltissimo Lord August, capostipite di tutti gli antagonisti. Quanto è stato stimolante lavorare a un personaggio del genere e quali messaggi volevi veicolare attraverso di lui?

Se posso rivelarti un segreto, Lord August è tra i miei personaggi preferiti. Anche lui è cresciuto insieme alla storia, all’inizio è nato come figura necessaria: ogni eroe deve scontrarsi con un cattivo per superare le prove del suo viaggio; ma poi sempre di più ho sentito che doveva essere altro, che doveva fare da specchio a un’altra verità, quella più concreta, legata ai fatti e alle necessità e che in fondo è poi un riflesso del presente in cui noi stessi viviamo.
La smania del progresso, il dover raggiungerlo a ogni costo e a ogni prezzo è quanto accade in un quotidiano basato sul capitalismo e sulla forza indiscussa del prodotto e che proprio con la rivoluzione industriale ha cominciato a esistere.

La famiglia Mills è al passo coi tempi: figli che, fin da piccoli, imparano a cavarsela da soli, apprendendo l’importanza della solidarietà e dell’emancipazione. Riflessione condivisibile?

Nelle famiglie numerose spesso accade che i più grandi si prendano cura dei piccoli e che ognuno abbia delle responsabilità in casa. Non dimentichiamo poi che cento anni fa i ragazzini venivano mandati a lavorare e che sono servite delle leggi per garantire loro l’infanzia e l’istruzione. Essere dei piccoli adulti a quel tempo era più che normale.

Mi piace definire il tuo “il classico romanzo per ragazzi che non è stato ancora letto”. Da autrice, ma soprattutto da mamma, cosa si potrebbe fare per avvicinare le nuove generazioni alla lettura?

Intanto grazie! Pensare al disegnatore come a un “classico” mi provoca una certa emozione. La lettura di una storia è qualcosa che all’inizio quasi ogni bambino sperimenta con piacere. Le favole/fiabe sono lette dai genitori spesso prima della buona notte. Io lo faccio con mio figlio e mi accorgo di quanto lo incuriosisca il mondo nascosto dalle pagine. Quando si diventa un po’ più grandi però quello spazio si perde per altri tipi di intrattenimento. Il problema non è tanto quello: un bel film o anche una partita a un video gioco sono sempre degli strumenti per coinvolgere ed emozionare, il problema è che sono delle forme più passive e che soprattutto viviamo in solitudine.
Forse decidere che una sera delle tante della settimana sia dedicata a leggere un libro insieme potrebbe essere un buon modo per riavvicinarsi alle storie.

La nuvola come metafora dei sogni: quelli da realizzare e quelli da tenere nei cassetti, tirandoli fuori al momento giusto. Se avessi a disposizione la White Wings cosa disegneresti nel cielo?

Oggi disegnerei tante persone che si abbracciano e si tengono per mano.

Cosa ti aspetti da questo romanzo?

Sarei felice fosse letto da tanti ragazzi ma anche dai loro genitori e sarei felice che anche solo una persona dopo essere arrivata alla fine del romanzo si ricordi di un sogno che aveva lasciato da parte e perché no, decida di provare a renderlo reale. Spesso dimentichiamo i nostri sogni, siamo presi da mille cose, da mille messaggi/informazioni/immagini che ci arrivano da tutte le parti e così li perdiamo per strada e invece dobbiamo fermarci, e provare ad ascoltare di nuovo la nostra voce di bambino, sarà lei a dirci ciò che amiamo davvero e che ci rende unici.

Titolo: Il disegnatore di nuvole

Autori: Giorgia Simoncelli

Genere: Narrativa per ragazzi

Casa editrice: Edizioni Piuma

Pagine: 192

Anno: 2020

Prezzo: € 18,00

Tempo medio di lettura: 2 giorni

Serie tv suggerita: “Carnival Row”, serie statunitense che ha come protagonisti Orlando Bloom e Cara Delevingne

Graphic novel suggerita: “Saint-Exupéry. L’ultimo volo” di Hugo Pratt

L’autrice

Giorgia Simoncelli è laureata in Storia dell’Arte Contemporanea alla Sapienza di Roma, è pubblicista dal 2012. Nel 2016 è tra i dieci vincitori del concorso letterario IoScrittore del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol e finalista del Premio Letterario Nazionale Bukowski.
Nel 2018 è finalista al concorso Odissea con l’opera fantasy “Il viaggio di Lea” e del 2020 al premio Hypnos. Ha pubblicato racconti con Delos Digital, Edizioni della Sera e Watson.
“Il disegnatore di nuvole” è il suo romanzo d’esordio.

Paquito

Lettore medio

I kill giants (Joe Kelly e J. M. KenNiimura)

Dono della terra. Dono dell’oro. Dono del nuovo. Dono del vecchio. Benedici i giusti, guida la mia mano… Contro l’oscurità, la mia ultima difesa. Benedici l’arma, la prescelta. Coveleski. Sia tu invincibile.

“Io uccido i giganti”. È questo che Barbara Thorson, la giovane protagonista di questa storia, afferma con fierezza e convinzione davanti alla sua classe. Nella piccola città americana dove vive con la sua famiglia è considerata da tutti come una persona stramba, che non condivide gli interessi e le passioni dei suoi coetanei. Barbara, infatti, vive in un mondo tutto suo: dorme nel seminterrato perché una creatura misteriosa ha occupato tutto il primo piano della casa e il suo giardino è popolato da piccole creature inoffensive che solo lei può vedere e di cui si prende cura.

E poi ci sono anche le pericolose creature da cui deve difendersi, i terribili giganti di cui aspetta l’attacco da un momento all’altro. È per proteggere la sua famiglia che Barbara passa le giornate a costruire trappole sulla spiaggia davanti casa e non si separa mai dalla borsa a forma di cuore che nasconde la sua arma più potente e letale, Coveleski. Molto presto però Barbara scoprirà che i giganti che tanto teme sono solo la punta dell’iceberg e che quello che davvero la spaventa è molto più reale e difficile da affrontare.

“I kill giants” di Joe Kelly e J.M. Ken Niimura (edito in Italia da Bao Publishing) è un graphic novel di formazione travestito da fantasy; la nostra piccola protagonista, la combattiva e fantasiosa Barbara, è un outsider che non si integra con il mondo che la circonda: è sempre troppo strana agli occhi degli altri, non è mai come dovrebbe essere o come si vorrebbe che fosse.

Barbara usa la sua fantasia sfrenata per trasformare la realtà attuando dei meccanismi di difesa per rendere l’incomprensibile molto più semplice non solo da capire, ma anche da affrontare e distruggere. Ciò le dà una ragione per andare avanti, per combattere, e un ruolo in cui identificarsi, quello della prescelta. Ma cosa si nasconde dietro la sua costruzione, cosa ha avuto il potere di farla rifugiare in questo mondo di creature piccole e grandi che solo lei può aiutare e affrontare? Quello che più di tutto mi ha colpito in “I kill giants” è come vengono affrontati in modo semplice e immediato temi spesso difficili come le dinamiche familiari non sempre sane, l’amicizia, il lutto e il bullismo, e soprattutto quel delicato momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Attraverso la storia di Barbara, vedremo come questo momento di passaggio le darà una consapevolezza nuova del mondo e della propria forza aiutandola a comprendere come sfruttare le sue capacità per affrontare gli eventi della vita in un modo nuovo e adulto.

Titolo: I kill giants – Titan edition

Autori: Joe Kelly e J.M. Ken Niimura

Genere: Graphic novel/fantasy/formazione

Casa editrice: Bao Publishing

Pagine: 240

Anno: 2018

Prezzo: € 19,00

Tempo medio di lettura: 1 giorno

Consiglio di lettura: Temi simili sono trattati in “Sette minuti dopo la mezzanotte” romanzo scritto da Patrick Ness, da un’idea di Siobhan Dowd e illustrato da Jim Key, edito Mondadori.

Gli autori

Joseph “Joe” Kelly è fumettista, scrittore e produttore televisivo statunitense, noto soprattutto per i suoi lavori con la Marvel (per cui ha scritto la prima serie dedicata completamente al personaggio di Deadpool) e la DC Comics.

J.M. Ken Niimura ha origini giapponesi ma è nato a Madrid dove ha studiato e lavorato a numerose campagne pubblicitarie. Con “I kill giants” ha vinto nel 2012 l’International Manga Awards.

Lettore medio

Economia sentimentale (Edoardo Nesi)

Avevo finito da poco di scrivere La mia ombra è tua ed ero svuotato, ma siamo amici dai tempi del liceo e non gli volevo dire di no e così provai a scriverla, la cosa sull’amicizia, ma non mi veniva, e quando stavo per dirgli che rinunciavo, però, mi venne in mente che forse, forse avrei potuto provare a scrivere una cosa per il babbo mascherandola da messaggio a un amico, perché non mi riusciva più di pensarlo, non lo sognavo, non mi riusciva neanche di piangerlo.
Ci provai, e mi venne subito.

Bentornato, caro Edoardo!
Questo il primo pensiero al termine della lettura di “Economia sentimentale”, il nuovo romanzo di Edoardo Nesi edito da La Nave di Teseo.
I giorni della pandemia raccontati da un autore che, nel 2010, diede voce all’intera comunità pratese raccontando – col romanzo “Storia della mia gente” – la crisi economica del settore tessile. Stavolta è la pandemia l’oggetto delle chiacchiere in strada, coi familiari e quelle con esperti di economia, ma non solo, che provano a zittire fake news e a dare una propria opinione sulle conseguenze di questa situazione.

È inoltre, questo libro, un modo per dialogare con un padre compianto al quale, forse, si può dire qualcosa anche adesso. Il potere immaginifico delle storie, infatti, ci permette di dialogare anche con altri mondi.

Numerosi sono i motivi che mi hanno portato ad adorare questo libro. Innanzitutto la forma: diario, reportage narrativo, saggio. Nesi invita il lettore nella propria vita offrendogli un privilegiato punto di osservazione: la sua spalla. È l’autore stesso a guidare chi fruisce di questa storia permettendogli la visione di una realtà che non si piega alla narrazione, ma ne diventa la malta con cui rendere solido l’impianto narrativo.
Il ricorso al dialetto e alle espressioni tipiche della quotidianità di Nesi rendono orecchiabile una storia che, tra qualche tempo, verrà ricordata come una personale cronaca dei giorni della pandemia.

Infine, mi ha emozionato il ricordo del padre. Come Nesi, pure io sogno sempre meno mio padre e mi affido alle storie per ritrovarne la voce rassicurante.

Titolo: Economia sentimentale

Autrice: Edoardo Nesi

Casa editrice: La Nave di Teseo

Genere: Reportage, diario

Pagine: 160

Anno: 2020

Prezzo: € 17,00

Tempo medio di lettura: 1 giorno

Romanzi consigliati: “Fughe da fermo” e “Storie della mia gente” (Premio Strega 2011) entrambi di Edoardo Nesi

L’autore

Edoardo Nesi ha pubblicato “Fughe da fermo” (1995), “Ride con gli angeli” (1996), “Rebecca” (1999), “Figli delle stelle” (2001), “L’età dell’oro” (2004), “Per sempre” (2007), “Gianna Nannini. Stati d’anima” (2009), “Storia della mia gente” (2010), “Miracolo inevitabile” (2011), “Le nostre vite senza ieri” (2012), “L’estate infinita” (2015), “La mia ombra è tua” (2019).
È il traduttore italiano del romanzo di David Foster Wallace “Infinite Jest”.
Ha scritto e diretto il film “Fughe da fermo” (2001).

Paquito

Lettore medio

La nona casa (Leigh Bardugo)

La tirava a sé e le sue dita le scavavano nella pancia. Lei sentì che terminavano con artigli. Lui le sussurrò nell’orecchio: «Ti servirò fino alla fine dei giorni». «E mi amerai» disse lei con una risata audace nel sogno, impavida. Ma lui rispose: «Non è la stessa cosa».

Galaxy “Alex” Stern, ex drogata con un passato oscuro alle spalle, è riuscita per miracolo a essere ammessa alla prestigiosa Università di Yale. In verità, di miracoloso c’è ben poco. Capace di vedere i fantasmi fin da piccola, Alex è stata incaricata dal rettore in persona di monitorare le attività occulte delle società segrete di Yale per conto della Lethe, l’unica casa del campus che non usa la magia per i suoi scopi, ma la nasconde. Al suo secondo anno accademico, Alex si ritrova sola a risolvere diversi misteri: il suo supervisore, Darlington, è scomparso; inoltre, strane morti e fantasmi continuano a gravitare attorno alle otto confraternite, a significare che qualcuno, tra i conoscenti di Alex, si è macchiato di gravi crimini.

L’inizio di “La nona casa” (edito da Mondadori) è assai lento, ma non noioso. L’autrice presenta questa realtà prendendosi del tempo, ma tutto è assolutamente funzionale alla narrazione e arrivati a pagina 100 o giù di lì si è talmente immersi nelle vicende da non riuscire più a smettere di leggere. I personaggi sono ben costruiti, alcuni si vedono meno di altri, ma non è una mancanza della Bardugo, piuttosto un alone di mistero che (giustamente) avvolge alcuni personaggi, cosicché non sai mai fino in fondo di chi puoi fidarti.

La narrazione è intervallata da capitoli flashback, che sono senza dubbio i miei preferiti, perché aiutano a dipanare la matassa di non detto dei capitoli al presente, ma nella seconda metà del libro non mancano scene meravigliosamente scritte anche nella linea temporale al presente.

Ci sono molti elementi che richiamano l’horror – genere che non piace a tutti; io di solito non tanto lo preferisco, ma stavolta non mi è dispiaciuto – e il pulp, che si sposano benissimo con gli elementi urban fantasy. Sono presenti scene molto forti ed esplicite, non adatte a chi è suggestionabile o molto giovane d’età.

Personaggio preferito indiscusso “Pammy” Dawes, la segretaria tuttofare della Lethe, intelligente e introversa, desiderosa di essere lasciata in pace coi suoi libri, ma sempre pronta a dare una mano nel momento del bisogno. Non vedo l’ora di ritrovarla nel prossimo libro. Stessa cosa per Darlington, il Virgilio perduto, assai misterioso come personaggio, ma proprio per questo voglio saperne di più. Ho un paio di teorie che voglio verificare, ci sono dei vuoti nella trama che non considero propriamente tali perché immagino siano misteri che torneranno nel secondo volume della saga, quindi non resta che aspettare e vedere se ci ho preso.

Titolo: La nona casa

Autore: Leigh Bardugo

Casa editrice: Mondadori

Genere: Urban fantasy, horror, pulp

Pagine: 420

Anno edizione: 2020

Prezzo: € 19,90

Tempo medio di lettura: 4 giorni

L’autrice

Leigh Bardugo è nata a Gerusalemme ma cresciuta a Los Angeles. Si è laureata a Yale e ha lavorato, tra le altre cose, nella pubblicità e come giornalista. Con Mondadori ha pubblicato GrishaVerse – Sei di corvi, GrishaVerse – Il regno corrotto (2019), e La nona casa (2020). Dai suoi romanzi ambientati nel GrishaVerse, Netflix sta realizzando una serie attesa in tutto il mondo.

Claudia

Lettore medio

La mia rivoluzione (Johan Cruyff)

Fatti del genere mi convincono che tutto sia possibile. Se tremila anni fa riuscirono a compiere l’impossibile, perché noi non possiamo farcela? È un principio che applico al calcio, ma anche alla Cruyff Foundation: non limitarsi a svolgere un compito, ma provare a dare sempre qualcosa in più.

Uno così pensa coi piedi. È stato il primo commento al termine della lettura de “La mia rivoluzione”, l’autobiografia del compianto Johan Cruyff edita da Bompiani.

Dagli esordi in strada fino alla vittoria della Coppa dei Campioni – prima da calciatore, poi da allenatore – Cruyff racconta la sua vita calcistica, quella dirigenziale e quella lontano dal campo: frammenti di vita familiare, una sfortunata parentesi imprenditoriale, l’impegno per le Special Olympics e per la diffusione della cultura sportiva tra i ragazzi diversamente abili.

Autentica leggenda del calcio europeo, Cruyff racconta la sua carriera all’Ajax, club che lo ha lanciato e del quale è, ancora oggi un’icona; il quinquennio al Barcellona – nel quale ha vinto praticamente tutto – e l’esperienza negli Stati Uniti, campionato decisamente modesto per i suoi standard, durante la quale era il testimonial di uno sport che faticava a emergere e a colmare il divario con basket, baseball e football.

Ma è soprattutto l’esperienza in Nazionale a catalizzare l’attenzione: Cruyff, infatti, era uno dei titolari dell’Olanda che contese alla Germania il Campionato del Mondo del 1974. Quella squadra – nella quale, oltre a Cruyff, vi erano calciatori come Krol, Rep e Neeskens – steccò una sola partita, la finale contro la nazionale Beckenbauer, ma nonostante la sconfitta fu apprezzata a qualsiasi latitudine per il gioco altamente rivoluzionario che proponeva.

Al di là di statistiche e racconti di campo, quel che mi è piaciuto di questa biografia è la sincerità con cui Cruyff ha raccontato vicende che, solitamente, non finiscono sulle pagine dei giornali o in rete. Racconta dei rapporti poco cordiali con le dirigenze, dettate molto spesso da ragioni politiche, e della capacità di inculcare in un numero elevatissimo di calciatori un’autentica cultura del pallone. Non a caso molti suoi “allievi” sono divenuti allenatori di fama mondiale.

Inoltre il compianto numero 14 condivide istantanee della sua vita privata (ad esempio: il rapporto coi figli e la grande devozione verso il suocero, primo e più importante consigliere) molto teneri e piacevoli all’interno di una narrazione dal taglio giornalistico.

Titolo: La mia rivoluzione. L’autobiografia

Autrice: Johan Cruyff

Casa editrice: Bompiani

Genere: Narrativa sportiva

Pagine: 224

Anno: 2017

Prezzo: € 17,00

Tempo medio di lettura: 4 giorni

Dopo aver letto il libro: Cercare su Youtube i video con le prodezze di Cruyff e godersele.

Suggerimenti di lettura: “Pensare coi piedi” di Osvaldo Soriano

L’autore

Johan Cruyff è una delle figure che più hanno lasciato il segno nella storia del calcio. Senza il suo stile e la sua filosofia di gioco non esisterebbero Guardiola, Wenger, Messi o Cantona. I recenti successi del calcio spagnolo a livello sia nazionale che internazionale sono per molti la dimostrazione dell’impatto di Cruyff sul calcio di oggi. Cruyff è morto nel marzo del 2016, dopo aver combattuto una breve battaglia contro un cancro ai polmoni.

Paquito

Lettore medio

L’imprevedibile Venetia (Georgette Heyer)

Nessuno avrebbe negato che Venetia fosse una ragazza assai graziosa; molti non avrebbero esitato a definirla bella. A Londra, tra le debuttanti, avrebbe certo attratto l’attenzione; ma nell’ambiente assai più ristretto in cui viveva era considerata incomparabile. A suscitare ammirazione non era soltanto la grandezza e la luminosità degli occhi, o l’opulento splendore dei capelli dorati, o la curva incantevole della bocca; vi era nel suo viso un fascino che nulla doveva alla perfezione dei lineamenti: una dolcezza, uno scintillio di irresistibile umorismo, uno sguardo insolitamente aperto, privo di timidezza o affettazione.

Se le righe che avete appena letto vi sembrano la descrizione standard della protagonista di un romanzo rosa, non state sbagliando. Perché proprio di questo e proprio di standard tratterà questa mia recensione.
Il romanzo di Georgette Heyer, “L’imprevedibile Venetia” recentemente ripubblicato da Astoria ha proprio tutto quello che un romanzo rosa dovrebbe avere.

La protagonista è bella, giovane, ha un carattere indipendente e volitivo, pur avendo le sue debolezze, ed è vissuta, fino all’avvio della vicenda raccontata nel romanzo, in un contesto elegante ma di relativo isolamento. L’ambientazione è di quelle che stimola subito l’immaginario: una ricca dimora della campagna inglese (perché si sa… l’Inghilterra è rimasta aggrappata al nostro cuore di lettrici di romance fin dalla prima riga di “Orgoglio e Pregiudizio”). Il periodo storico descritto è di quelli estremamente evocativi, un’epoca – quella a cavallo tra ‘700 e ‘800 – che lascia finalmente spazio al sentimento e che si caratterizza per dei costumi moderni quanto basta da non costituire un ostacolo per una giovane ragazza in cerca di autonomia, soprattutto in campo sentimentale. Il protagonista maschile è il classico libertino da redimere, ovvero il perfetto co-protagonista: affascinante, con la giusta dose di bellezza, abbastanza per impressionare la fanciulla, ma non così bello da minare la sua credibilità come personaggio. Abbiamo poi un personaggio minore, il fratello di Venetia, che fa da confidente, da aiutante per portare avanti la storia con il giusto ritmo. C’è un’antagonista odiosa, che compare proprio nel momento in cui dovrebbe comparire, cioè quando la situazione si deve complicare quel tanto che necessita alla trama per evolvere, ai nodi di annodarsi per poi risolversi nell’immancabile lieto fine.
Allora vi chiederete… perché mai dovrei dedicare il mio tempo a leggere qualcosa che non ha nulla di nuovo da propormi?

Se siete accanite lettrici di romance come la sottoscritta questa domanda, in verità, non ve la sarete posta, perché questi elementi sono proprio quelli che cerchiamo per quietare la nostra sete di storie romantiche. Ma proprio perché lo siete – e lo so che lo siete, al netto dell’imbarazzo che impone di camuffare le copertine dei romanzi, e se non lo siete, beh allora siatelo, perché non c’è nulla di più rilassante di un bel romanzo rosa – non potete prescindere da Georgette Heyer. Questa autrice è la fondatrice di un genere che non ha eguali nel mondo per numero di lettrici e di copie vendute (alla faccia del naso storto dei grandi intellettuali): il romance. Fin dalla prima metà del ‘900 pubblica romanzi i cui personaggi si ispirano alle eroine austeniane, con un’ambientazione storica che spazia dal XVIII al XIV secolo. Leggere quindi un romanzo di Georgette Heyer arricchisce la nostra cultura letteraria, mostrandoci esempi brillanti ed incontaminati di come un romance dovrebbe essere costruito.

Le storie che Georgette Heyer racconta poi non sono mai banali. Questa in particolare vi lascerà di stucco, soprattutto ora che Astoria ha finalmente pubblicato la versione integrale del romanzo. Non volendo anticipare troppo vi dico solo che la discutibile condotta del suddetto libertino, qui non viene come sempre lasciata alla fervida immaginazione del lettore, ma viene descritta con dovizia di particolari.

Titolo: L’imprevedibile Venetia

Titolo originale: Venetia

Autrice: Georgette Heyer

Casa editrice: Astoria

Genere:Romanzo rosa con ambientazione storica

Pagine: 400

Anno di pubblicazione: 2019

Anno di prima pubblicazione: 1958

Prezzo: € 18,50

Tempo medio di lettura: 4 giorni

Suggerimento di lettura: Se vi piace la narrativa romance vintage vi consiglio caldamente “Un matrimonio inglese” scritto da Francis H. Burnett (autrice dei più famosi “Il giardino segreto”, “Il piccolo Lord Fauntleroy”, “La piccola principessa”) pubblicato sempre da Astoria, che dedica alle autrici di inizio novecento ampio spazio nel suo catalogo, e già solo per questo merita un grande plauso, curandone attentamente l’edizione e le traduzioni.

Podcast suggerito: Se vi interessa sapere come si costruisce un buon romanzo rosa, ascoltate questa puntata del podcast di Libroza, “Scrivere un romanzo rosa”. Anche se non siete aspiranti scrittori o scrittrici, destrutturare il romanzo di questo genere ci aiuta a capire pregi e difetti di quello che leggiamo.

L’autrice

Georgette Heyer nasce a Wimbledon, in Inghiterra, nel 1902. Scrisse il suo primo romanzo a diciassette anni per intrattenere il fratello minore convalescente. Sposò un ingegnere minerario e lo seguì nei suoi viaggio di lavoro, fino in Tanganica e in Macedonia. Scrisse numerosi romanzi storici soprattutto ambientati nel ‘700 e nel periodo della Reggenza. Scrisse inoltre alcuni romanzi gialli ambientati negli anni 30’ in Inghilterra. Morì a Londra nel 1974.

Cristina

Lettore medio

Due code mai viste (Alberto Lot)

«Buonasera.»
«Buonasera, Signor Cane. Anche lei sveglio?»
«Purtroppo sì, sono alla ricerca di una cosa e non riesco a prendere sonno…»
«Mi dica di più, Signor Cane. La ascolto.»
«Ehm ehm… sto cercando la mia coda.»
«Che coincidenza, Signor Cane! Anch’io sto cercando la mia!»

C’era una volta un cane in cerca della sua coda.
Credo sia questo il modo migliore per raccontare, sinteticamente, “Due code mai viste”, il racconto illustrato di Alberto Lot edito da minibombo. Una storia che ruota intorno alla curiosità: quella di un cane alla ricerca della propria coda e quella di un suo simile pronto ad aiutarlo. Riusciranno i due nell’impresa oppure saranno colti da tremendi dubbi?

Ai lettori, grandi e piccoli, il compito di scoprirlo. Questo racconto illustrato mi ha divertito moltissimo, grazie a dialoghi accattivanti – un continuo botta e risposta tra i due protagonisti che manda avanti la narrazione – e disegni che catturano l’attenzione di qualsiasi lettore.
Non aggiungo altro lasciando ad Alberto ogni spiegazione…

“Due code mai viste”. Come è nata questa storia?

L’idea di questa storia è nata nel periodo in cui vivevo a Milano: ogni mattina, nella zona del naviglio grande, vedevo un’anziana signora portare a passeggio due buffi Basset Hound. La signora era molto particolare, vestiva sempre e solo di un unico colore. Da questa suggestione è nata l’idea di un confronto tra due cani distinti e un po’ distratti, in perenne ricerca della propria coda.

Una delle parole chiave di questa storia è: ingenuità, intesa come candore. Lasciamoci sorprendere dalle piccole cose e non diamo nulla per scontato. Riflessione corretta?

Certamente! Penso che qualsiasi cosa una persona si immagini leggendo un libro possa andare bene. Questa storia si presta a molte interpretazioni e non me la sento di darne una definitiva.

I protagonisti della storia sono spinti dal desiderio di conoscere sé stessi e gli altri animali che incontrano. Il messaggio che veicolano è siate curiosi?

Più che dalla curiosità, i due protagonisti sono spinti dalla reale necessità di rintracciare la loro coda… ed è proprio questa ricerca che li porterà alla fine a conoscere un po’ di più loro stessi e gli altri animali che incontrano.

Quali sono stati i primi feedback dei lettori?

Anche se il libro è uscito da pochissimo, ho già avuto l’occasione di leggerlo ad alcuni gruppi di piccoli studenti in occasione del Festival Tuttestorie di Cagliari, e l’accoglienza è stata molto calorosa.
Anche all’asilo di mio figlio ho scoperto con piacere che la lettura di “Due code mai viste” e “Ha visto la mia coda?” (il primo capitolo della saga con protagonista il Signor Cane) è diventato un appuntamento fisso.
Volete sapere un segreto? Mio figlio mi ha confessato di preferire “Il grande debutto”, scritto da Eva Francescutto e illustrato, se così si può dire, da me.

Cosa ti aspetti da questa storia?

Mi piacerebbe molto lavorare al terzo capitolo della saga del Signor Cane con l’arrivo di un nuovo personaggio: un lombrico!

Titolo: Due code mai viste

Autori: Alberto Lot

Genere: Letteratura per l’infanzia

Casa editrice: minibombo

Pagine: 44

Anno: 2020

Prezzo: € 12,90

Tempo medio di lettura: 20 minuti

Da leggere in compagnia di: Un cagnolino. Meglio due. Magari pure un coniglio.

L’autore

Alberto Lot è nato a Sacile nel 1984. Da piccolo voleva lavorare in una tabaccheria-edicola, o come dice lui, in un tabacchino. Da grande si occupa di design, illustrazione e animazione. Nel tempo libero sta con la sua famiglia e il venerdì mangiano tutti insieme la pizza.


Paquito

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La strada (Cormack McCarthy)

Seduti l’uno di fianco all’altro mangiarono la scatoletta di pere. Poi ne mangiarono una di pesche. Leccarono il cucchiaino, inclinarono le ciotole e bevvero quello sciroppo denso e zuccheroso. Si guardarono.
Un’altra.
Non vorrei che poi stessi male.
Non starò male.
È da tanto che non mangi.
Lo so.
Ok.

Circa dieci anni dopo che il mondo è stato distrutto da un’apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo e senza vita, un uomo e un bambino senza nome, padre e figlio, spingono lungo una strada americana un carrello contenente il poco che è rimasto. Mentre si spostano verso sud in cerca di cibo e calore, il padre racconta la propria vita al figlio. Il viaggio procede tra ricordi passati che ravvivano il dolore, lotte per accaparrarsi il cibo, ricerche continue di posti in cui ripararsi per la notte e spiacevoli imprevisti, auspicando una salvezza possibile. Riusciranno a trovare davvero un posto migliore?

Non ho contato quante volte l’autore utilizza la parola eponima in tutte le 218 pagine del libro, ma La Strada di Cormak McCarthy (editore Einaudi), oltre a costituire il titolo del romanzo, si ripete in maniera quasi asfissiante per tutta la narrazione, facendosi sineddoche del viaggio disperato e solitario dei protagonisti e della loro percezione del contesto post apocalittico in cui si muovono.
È attraverso gli occhi di padre e figlio – e di come cambia la loro visione della strada stessa – chegli avvenimenti prendono forma nei modi più disparati e, talvolta, incredibili. L’autore è nato nel ‘33 e probabilmente i fatti, qui romanzati, nascono da paure scatenate da realtà e momenti storici vissuti sulla propria pelle, come il secondo conflitto mondiale o la Guerra Fredda. E per fare ciò McCarthy racconta gli avvenimenti con una stile che più narrativo non si può, riducendo all’osso ogni forma di dialogo, persino tra padre e figlio, al fine di proporre una visione piuttosto oggettiva dei fatti.

Si potrebbe quasi obiettare che l’autore non si preoccupi di far immedesimare fino in fondo il lettore, se non fosse per le descrizioni, ridondanti fino allo sfinimento, delle ambientazioni. Ecco dunque che le tinte desaturate del paesaggio – il sole descritto sempre come pallido o smorto, il freddo perenne – accompagnano il lettore fino a fargli sentire quel freddo, quel grigiore, sulla propria pelle. Peccato per il finale, non dico scontato, ma di certo lontano dal coup de théâtre che mi sarei aspettato. Tuttavia, ciò non compromette il piacere della lettura di un romanzo che sa tenere compagnia e catalizzare l’attenzione del lettore.
Consigliato a chi ama viaggiare, e soprattutto a chi ama leggere durante il tragitto.

Titolo:La Strada

Autore:Cormak McCarthy

Genere: Avventura

Casa editrice: Einaudi

Pagine: 218

Anno:2007

Musica consigliata:SigurRos, Giardini di Mirò

Film consigliati:Gummo (1997) di H. Korine, The Road (2009) di J. Hillcoat

Bevanda consigliata: whisky

Tempo medio di lettura: 3 giorni

L’autore

Charles “Cormac” McCarthy (1933) è scrittore, drammaturgo e sceneggiatore cinematografico. È cresciuto in Tennessee, dove ha frequentato l’Università abbandonandola per ben due volte.
Tra le sue opere ricordiamo: Il guardiano del frutteto, Il buio fuori, Suttre, Meridiano di sangue, Oltre il confine e Città della pianura. Cavalli selvaggi, ha conquistato il National Book Award.
Con La strada del 2007 ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa. Dalle opere di McCarthy sono stati ricavati diversi film: nel 2000, Cavalli selvaggi, è stato trasposto nel film Passione ribelle ad opera di Billy Bob Thornton. Nel 2007, Non è un paese per vecchi è diventato il film omonimo firmato dai fratelli Coen. Nel 2009 è stato realizzato l’adattamento de La strada per il grande schermo, intitolato The Road e con protagonisti ViggoMortensen e KodiSmit-McPhee.
McCarthy non concede interviste e non frequenta gli ambienti letterari e mondani. Una delle poche eccezioni è una sua celebre intervista televisiva con Oprah Winfrey del 2007.

Giano

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Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Elvis Malaj)

9788899767150_0_0_502_75«Quindi, vuoi farmi credere che ti trovavi a passare di qui, hai visto i fiori appassiti e hai scassinato la porta perché volevi innaffiarli?»
«A parte il fatto che non ho scassinato la porta ma sono salito dal terrazzo, sì è così, però tu lo stai dicendo con ironia.»
«E come dovrei dirlo?»
«Abito dall’altra parte della piazzetta, dal tuo terrazzo si vede casa mia.» Veronica lo guardò per un attimo senza capire.

Partiamo dal giudizio: questo libro, “Dal tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj (Racconti edizioni), mi è piaciuto davvero molto.
Tecnicamente parlando è forte l’influenza di Raymond Carver. I racconti di Malaj, infatti, sono asciutti e badano alla concretezza, facendo però sempre attenzione che sintetico non faccia rima con superficiale. L’autore da sostanza ai personaggi e alle situazioni con pochi efficacissimi artifici letterari; tra questi il dialogo che diviene perno di una narrazione estremamente fruibile e molto cinematografica.

Malaj crea inoltre un ideale ponte tra l’Albania, terra d’origine, e l’Italia, patria d’adozione; due realtà apparentemente differenti eppure assai simili, soprattutto dal punto di vista sociologico. Non a caso l’autore lega – con espedienti narrativi discreti ed efficaci – i racconti tra loro dando voce, spesso, a protagonisti albanesi in cerca di riscatto nel belpaese e costretti a lottare contro i pregiudizi (altro tema portante dell’intera raccolta).

Non è assolutamente casuale il titolo: il terrazzo diviene per Malaj l’osservatorio privilegiato dal quale poter ammirare il proprio passato (casa mia) da una prospettiva nuova e inaspettata. L’albanese, troppo spesso considerato il cattivo di turno, cerca di vincere qualsiasi preconcetto provando a integrarsi con una realtà enorme ma nel contempo minuscola, specie se rappresentata da chi ostenta con fierezza il proprio disagio culturale.

Al di là della fruizione, ritengo quest’antologia un’ottima scelta per quanti vogliono avvicinarsi al racconto tanto da lettori quanto da aspiranti scrittori.

Titolo: Dal tuo terrazzo si vede casa mia

Autore: Elvis Malaj

Genere: Racconti

Casa editrice: Racconti edizioni

Pagine: 164

Anno: 2017

Prezzo: 14,00 euro

Suggerimento di lettura: “Cattedrale” e “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” entrambi di Raymond Carver.

Tempo medio di lettura: 2 giorni

 

L’autore

Elvis Malaj, classe 1990, è il primo autore italiano pubblicato da Racconti edizioni. Albanese per nascita, a quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive e lavora a Padova. È stato finalista al concorso “8×8” e ha pubblicato racconti su “Effe” e nella rassegna stampa di “Oblique”. Il suo primo romanzo, “Il mare è rotondo” (2020), è stato pubblicato da Rizzoli.

 

Paquito

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Esortazione alla filosofia. Potentine. Abbiccì dell’artista (Giuseppe Turturiello)

Ciò che spinge gli uomini ad agire è il desiderio di possedere qualcosa che altrimenti non si possiede. Quest’assioma è in verità l’arcano di ogni sentire umano. Sennonché l’agire stesso è condizionato da passioni: cos’è infatti che si desidera per sé medesimi se non quello che si vorrebbe possedere?

Filosofia 2.0? Perché no.
Questa una delle tante riflessioni scaturite dalla lettura di “Esortazione alla filosofia. Potentine. Abbiccì dell’artista”, il nuovo libro di Giuseppe Turturiello edito da Eretica edizioni.
Un saggio breve che non si limita a un interessante focus sulla filosofia e sull’arte in generale, ma prova a rivolgersi – con un linguaggio molto attuale – alle nuove generazioni. Quelle, ahinoi, spesso timorose di approcciare a discipline umanistiche del genere, temendo si tratti di argomenti noiosi e obsoleti. Turturiello sfata questo falso mito e, soprattutto, invita il lettore a valutare la contemporaneità delle affermazioni e dei ragionamenti di pensatori come Platone, Socrate, Kant e altri. Stuzzica inoltre il lettore affrontando la delicata questione: l’arte deve educare, non limitarsi all’intrattenimento.

Un libro molto interessante quello di Giuseppe Turturiello che si rivolge a un pubblico quanto mai vasto, strizzando l’occhio alle nuove generazioni affinché identifichino nel filosofo innanzitutto un comunicatore e nella filosofia uno strumento per osservare la realtà in modo intelligentemente critico e, soprattutto, libero da condizionamenti.
Non aggiungo altro lasciando la parola all’autore.

“Esortazione alla filosofia. Potentine. Abbiccì dell’artista”. Come è nato questo volume?

Questa raccolta di saggi è nata un po’ con l’idea di rielaborare alcuni concetti classici della filosofia, come ad esempio ho fatto con L’esortazione alla filosofia. L’idea è quella di proporre le idee della filosofia a chiunque, quindi non solo ad un pubblico accademico o tecnico, ma a chiunque sia interessato a questa scienza.

Cominciamo con una riflessione: tante, troppe volte si pensa che lo studio della filosofia sia qualcosa di sorpassato e che possa avere un’utilità solo in ambito accademico. A tuo parere cosa si potrebbe fare per far comprendere quanto sia importante studiare il pensiero umano per guidarne l’agire?

Cosa si potrebbe fare? Far riflettere le nuove generazioni sul fatto che, i loro antenati, studiavano questa scienza. Studiavano una scienza che ha formato i Catoni, e i Marco Aurelio del mondo antico, che rappresentano ancora oggi i modelli su cui ogni essere umano dotato di senno cerca di confrontarsi moralmente. Che ne sarebbe di un essere umano se non avesse come misura del suo agire uno strumento etico-morale? Catone ad esempio cercava di confrontarsi con Socrate, Marco Aurelio anche. Gli uomini di oggi si dovrebbero chiedere infatti questo: perché io che rappresento una nullità nella scala sociale della vita, ossia non governo una repubblica o un impero come quei due, non mi vergogno di non cercare degli archetipi etici per condurre me stesso in questa vita? 

Ribadisci un concetto: l’arte deve educare. Quali sono i limiti di una generazione sempre più convinta che l’arte sia solo una forma d’intrattenimento?

Infatti, l’arte deve educare, deve educare a somigliare a chi ha lasciato un bel ricordo di sé nel mondo: come fece quel Catone che è stato cantato da Dante, da Lucano, da Plutarco, da Dione, da Diodoro Siculo, dallo stesso Giulio Cesare che l’ebbe come rivale nelle guerre civile. L’arte deve fare soltanto ciò. Oggi si leggono quasi esclusivamente romanzi, si legge sempre meno invece la letteratura che ha formato i grandi spiriti del mondo. Alessandro Magno leggeva Omero e Aristotele, Catone Zenone e Platone. Se la gente non si mette in capo l’idea di confrontarsi con l’arte non deve poi lamentare il fatto che i governi dell’Occidente si trovano nelle mani di furfanti e impostori, che tutto va alla rovina, che la cosa pubblica è in mano a dei briganti eletti da chi legge e studia, che impiega il suo tempo a mandare a mente libercoli.

Sostieni che leggere Omero sia un’esperienza che apre alla scoperta dell’uomo, del mondo e della loro essenza. Qual è, a tuo parere, la chiave per avvicinare le nuove generazioni (ahinoi sempre meno affezionate alla letteratura) a classici così attuali?

La chiave sta nelle mani di chi ci governa, di chi educa e forma le nuove generazioni. Io penso che se non si investe nell’istruzione, ma si sperpera invece denaro contante nel tenere in piedi quella ridicola associazione mafiosa che rappresenta la politica (ossia di quella gente che briga per il proprio personale tornaconto), gli studenti cercheranno sempre di imitare la condotta di chi pensa che violare la giustizia (l’interessa collettivo, l’interessa della nazione, l’interesse di tutti) sia un bella cosa e che occuparsi della verità sia un affare per pazzi e mentecatti. 

Al di là di qualsivoglia polemica: credi che la Pubblica Istruzione dovrebbe insistere maggiormente in discipline come la filosofia?

Io sono dell’avviso che la filosofia non debba essere studiata solo da chi nasce con una nobile passione verso di essa, ma penso che debba essere inculcata a forza negli studenti. Prima che imparare a far di conto gli studenti dovrebbero essere educati alla comprensione delle virtù umane: a cosa serve un giovane che conosce a menadito i precetti della fisica o della chimica se non conosce le virtù dei suoi antenati? La Pubblica Istruzione dovrebbe insegnare più che la metafisica quei precetti filosofici che si ripeteva ogni santo giorno Marco Aurelio per mantenere saldo il suo cuore affinché non si corrompesse con i vizi umani.

Un filosofo è innanzitutto un comunicatore. Come cambia la sua figura al tempo dei social?

I social sono un canale di informazioni che collegano gli esseri umani tra di loro. Io penso che i filosofi debbano in qualche modo aprirsi al pubblico, tuttavia mi chiedo questo: serve a qualcosa fare ciò?

Cosa ti aspetti da questo libro?

Nulla di concreto. Mi aspetto solo che un giorno possa capitare tra le mani di uomini e donne che si interrogheranno su se stessi, chiedendosi perché mai della gente in passato anziché pensare al calcolo o all’interesse ha invece speso il suo tempo e la sua vita per darsi un’educazione filosofica.

Titolo: Esortazione alla filosofia. Potentine. Abbiccì dell’artista

Autrice: Giuseppe Turturiello

Casa editrice: Eretica

Genere: Saggistica

Pagine: 86

Anno: 2020

Prezzo: € 13,00

Tempo medio di lettura: 1 giorno

Suggerimenti di lettura: “Critica della ragion pura” di Immanuel Kant

L’autore

Giuseppe Turturiello è un giovane filosofo italiano. Autore di saggi filosofici, raccolte di poesie e opere di narrativa.

Paquito

Lettore medio

Bernardo si tuffa (Lisa Stickley)

Quindi, se c’è qualcosa che ti appassiona davvero, non avere paura, buttati!

Può un racconto illustrato rivelarsi un antidoto alla paura? Forse. In ogni caso “Bernardo si tuffa”, il nuovo libro di Lisa Stickley edito da Clichy, è una piacevolissima parentesi all’interno della quale mettere da parte qualsiasi ansia e qualsiasi timore.

Bernardo, un timidissimo segugio, prende parte a una importante competizione di tuffi. Atleti da tutto il mondo puntano a vincere questa competizione mentre il protagonista vorrebbe solo vincere la paura atavica di lanciarsi dal trampolino. Niente. La timidezza lo inchioda in un angolo e non gli permette di salire nemmeno le scalette che lo conducono alla pedana dalla quale effettuare il salto in acqua.
Riuscirà Bernardo nella sua impresa sportiva, magari contando sull’aiuto di Lilly, la cagnolina che sembra così affezionata al timido tuffatore dalle lunghissime orecchie?

La storia, scritta e illustrata da Lisa Stickley, si rivolge a un pubblico quanto mai variegato. Di sicuro i giovani lettori apprezzeranno le illustrazioni – molto originali e con uno stile che mescola il collage con l’acquerello – e il concept della storia: una competizione sportiva fatti di tuffi, salti mortali e piroette prima del contatto con l’acqua; i lettori adulti, invece, avranno l’opportunità di riflettere sulle proprie paure e sui punti di svolta della propria vita. Quei momenti durante i quali è stata messa da parte ogni remora e ci si è gettati a capofitto in un’impresa, contando innanzitutto sulla propria tenacia e sulle proprie passioni.

Titolo: Bernardo si tuffa

Testo e illustrazioni: Lisa Stickley

Genere: Racconto illustrato

Casa editrice: Clichy edizioni

Pagine: 32

Anno: 2020

Prezzo: € 17,00

Dopo aver letto questo racconto: Mettere da parte qualsiasi paura e provare a superare i propri limiti.

Tempo medio di lettura: 30 minuti

L’autrice

Lisa Stickley è un’affermata designer, autrice e illustratrice inglese che vive a Londra. I racconti stravaganti di Lisa si ispirano alle osservazioni quotidiane della figlia, portandoci così una nuova e incontaminata visione del mondo fatta di umorismo e incanto. Nel 2018 è stata nominata per il Kate Greenaway Children’s Book Award.

Paquito

Lettore medio

L’esercizio (Claudia Petrucci)

Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo.

Se amate il teatro dovete leggere questo libro. E dovete farlo se amate la letteratura contemporanea, i romanzi d’introspezione e quelli di formazione al termine del quale i protagonisti sono completamente stravolti dal susseguirsi degli eventi. Potrei fermarmi, probabilmente avendovi già convinto a leggere “L’esercizio”, il nuovo libro di Claudia Petrucci edito da La nave di Teseo; tuttavia vorrei aggiungere qualche parola suuno dei personaggi, Giorgia, una ragazza – affetta da una patologia psichiatrica – che vede saltare tutti gli schemi del suo mondo fatto di piccole cose, di rassicuranti routine e di una passione: il teatro.

Ed è proprio attraverso la scena che Filippo e Mauro – rispettivamente il fidanzato e un ex regista – proveranno ad aiutare la ragazza, riscrivendo completamente la sua vita attraverso la realizzazione di un copione teatrale che permetta a Giorgia di riappropriarsi dei propri ricordi e di quelle abitudini con cui pare trovare un minimo di stabilità. Riusciranno i due nell’impresa?

Ai lettori il compito di scoprirlo attraverso una narrazione molto stimolante. Claudia Petrucci non offre appigli: la sua scrittura è diretta, è un urlo che non può e non vuole passare inosservato. I suoi personaggi cercano continuamente di rubarsi la scena e raccontare la propria versione dei fatti sotto l’unico faro che illumina la scena. Protagonisti e comprimari si fanno largo – talvolta utilizzando un doloroso contatto fisico – per guadagnare quei pochi secondi di celebrità cui tutti aspirano e che potrebbero rivelarsi salvifici per chi, attraverso il teatro, cerca l’immagine perduta di sé stesso.
Un romanzo che merita di essere letto e del quale parlo con piacere con l’autrice.

“L’esercizio”. Come è nato questo romanzo? È nato da alcune domande che mi hanno tormentato per anni, a cui speravo di trovare risposta. Non è successo, sono ancora senza risposte, ma in compenso ho scritto un libro.

Cominciamo con Giorgia, una ragazza particolarmente complessa (al di là della malattia). Quanto è stato difficile, ma nel contempo stimolante, lavorare su un personaggio del genere e quanto la realtà che ti circonda è stata utile per il lavoro di creazione della sua identità? Mi premeva raccontare Giorgia come individuo, desideravo fosse possibile guardarla nonostante sia una protagonista costretta al ruolo passivo. Ho dovuto costruire il suo personaggio prima di decostruirlo, e quindi elaborare per lei un apparato completo di desideri, gusti, moti interiori, pensieri, esperienze che sapevo non avrebbero trovato nessuno spazio in fase di stesura. Era necessario che Giorgia fosse per me piena, rotonda, perché la potessi svuotare. Giorgia è vittima della sua malattia ma anche di un sistema sociale sclerotizzato, soffre di allucinazioni visive e uditive ma è anche una trentenne partecipe di una realtà facilmente riconoscibile, una dimensione ricca di riferimenti concreti per il lettore.

Filippo e Mauro: due personaggi antitetici ma con numerosi punti in comune, a cominciare dal reciproco desiderio di rendere felice Giorgia. Il primo sembra essere fatto di solo cuore, il secondo spinto unicamente dalla parte razionale. Ma la realtà riserva sempre delle sorprese. Cosa volevi comunicare attraverso loro? Mauro e Filippo sono accomunati da una simile evoluzione: ne “L’esercizio” nascono come personaggi e disvelandosi diventano persone. Questo non significa che si liberino dall’obbligo dell’interpretazione, semplicemente scivolano da una narrazione in un’altra. In “Race and Culture”, il sociologo Robert Ezra Park scrive: “Non è un caso che la parola «persona», nel suo significato originale, volesse dire maschera. Questo implica il riconoscimento del fatto che ognuno sempre e dappertutto, più o meno coscientemente, impersona una parte”, e ancora: “Questa maschera rappresenta il concetto che ci siamo fatti di noi stessi, l’io che vorremmo essere”. Mauro e Filippo credono entrambi di essere registi mentre diventano lentamente protagonisti di un altro spettacolo, quello cui noi assistiamo, che li rivela nelle loro intenzioni.

All’interno della storia il palcoscenico non si limita a ospitare la replica di uno spettacolo, ma diviene la metafora di una zattera sulla quale salire per raggiungere la salvezza. Riflessione condivisibile? Sì, il palcoscenico rappresenta per Giorgia, per un breve tempo, la salvezza: è il mezzo attraverso il quale si sottrae all’esistenza che la sta schiacciando. Più ampiamente, il palcoscenico è metafora dell’obbligo alla recitazione, alla rappresentazione di una verità predeterminata cui, credo, tutti siamo chiamati quotidianamente.

Ho apprezzato molto il tuo ricorrere alla scrittura sensoriale. “L’esercizio” è una storia fatta di suoni, sapori, odori, ma soprattutto di contatto fisico. A proposito di quest’ultimo ti chiedo: si tratta di un efficace espediente narrativo oppure i personaggi hanno necessità di comunicare attraverso il loro corpo? Non l’ho pensato come espediente narrativo, ho cercato di imitare ciò che osservo: le persone parlano e si muovono mentre parlano, si spostano, toccano le superfici, interagiscono fisicamente con coloro che le circondano e con lo spazio in cui sono calate. È stato naturale costruire personaggi capaci di comunicazione verbale, paraverbale e non verbale.

I social network sono parte integrante del tuo lavoro. Quanto è stata ed è importante l’interazione social per la promozione del tuo romanzo e quali sono stati i primi feedback dei lettori? È bello poter interagire con i lettori, trovo stimolante conoscerli più da vicino, coltivare un dialogo aperto, spontaneo, avere degli spazi di confronto in cui consigliarsi reciprocamente delle letture o semplicemente parlare d’altro, slegarsi dal discorso della mia scrittura e della promozione.

Cosa ti aspetti da questo libro? Non so davvero cosa aspettarmi, il percorso editoriale di questo libro mi ha stupito fin dai primi passi, perciò credo che starò a guardare ancora per un po’ – che è l’attività che preferisco in assoluto.

Titolo: L’esercizio

Autrice: Claudia Petrucci

Casa editrice: La nave di Teseo

Genere: Romanzo di formazione

Pagine: 333

Anno: 2020

Prezzo: € 18,00

Tempo medio di lettura: 3 giorni

Romanzi consigliati: “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello.

L’autrice

Claudia Petrucci (1990) si è laureata in Lettere moderne a Milano, dove ha lavorato come copywriter, web content editor e social media manager. Ora vive a Perth, Australia. Suoi racconti e reportage sono stati pubblicati su Cadillac, minima&moralia e altre riviste.

Paquito